MDLXXXV

MDLXXXVAnno diCristoMDLXXXV. Indiz.XIII.SistoV papa 1.RodolfoII imperadore 10.Uno spettacolo insolito, che si tirò dietro gli occhi di tutti, ebbe Roma nel presente anno per l'arrivo colà degli ambasciatori cristiani giapponesi. Nelle ricchissime e popolatissime isole del Giappone, regno o imperio situato di là dalla China con popoli sommamente ingegnosi e bellicosi, il primo ad introdurre la religione di Cristo era stato san Francesco Saverio apostolo dell'Indie. Coltivata quella vigna da altri susseguenti religiosi della compagnia di Gesù, sempre più andò fiorendo, di maniera che non solamente le migliaia del basso popolo, ma anche assaissimi nobili, ed alcuni dei principi, appellati re, per nostro modo d'intendere, a cagion della lor grande autorità e potenza, aveano ricevuto il battesimo, alzati sacri templi, e piantata ivi un'amplissima università di fervorosi cristiani. Non han saputo negare la verità, l'ampiezza e i pregi di quella cristianità i nemici stessi della Chiesa romana, i quali, più mercatanti che cristiani, nulla poi tralasciarono di trame ed inganni per opprimerla e sradicarla, siccome nel seguente secolo, per l'infame loro iniquità, avvenne. Per rendere dunque ubbidienza al sommo pontefice furono spediti due giovani ambasciatori da tre di que' gran signori, chiamati re dai nostri; i quali accompagnati da alcuni gesuiti, dopo aver ricevuto in Portogallo, in Ispagna e in Toscana grandi onori e finezze, giunsero nel dì 22 di marzo a Roma. Con solennità ammessi nel sacro concistoro al bacio de' piedi, presentarono al pontefice le lettere dei loro principali, e furono poi trattati con ogni sorta di onorevolezza e di amore tanto da esso papa, che da tutti i cardinali e dalla nobiltà romana. Per la comparsa di questi nuovi germi della religione cristiana, venuti da sì remote partidel mondo, incredibil fu la consolazione ed allegrezza che ne provò il buonpontefice Gregorio, nè potè contener le lagrime tanto egli che gli altri zelanti dell'accrescimento della vera Chiesa di Dio. Ma a questo giubilo poco tardò a succedere il lutto. Mentre i Giapponesi andavano visitando le cose rare di Roma, eccoti cadere infermo il pontefice, e in due giorni di malattia, cioè nel dì 10 d'aprile, passare a miglior vita, essendo pervenuto all'età di ottantaquattro anni: età, ad atterrar la quale basta un soffio solo. Che questo pontefice meriti luogo fra i più insigni pastori della Chiesa di Dio, non ne lascia dubitare quanto si è finora detto di lui. Eppur questo è poco rispetto a quel di più che dir se ne potrebbe; e che infatti hanno più e più scrittori tramandato ai posteri. Perciocchè eminente si trovò in lui l'amore della pace in Italia, lo zelo per la conservazione ed aumento della fede Cattolica, e l'attenzione ad eseguire i decreti del concilio di Trento: il che specialmente dimostrò nel promuovere ed aiutare con grandi somme di denaro l'erezione di tanti seminarii per le provincie Cattoliche, e nella fondazione in Roma di collegii sì riguardevoli. Le sue limosine in sollievo dei poveri, per attestato del popolo romano nell'iscrizione a lui posta, ascesero a due milioni di scudi di oro; un altro ancora ne impiegò in maritar povere zitelle. Lungi dall'imporre nuove gabelle e dazii, ne levò alcuni già messi, e specialmente l'assai grave della farina, ed ornò Roma di templi, e di altre opere magnifiche: per le quali cose, e pel suo placido governo, e per la sua amorevolezza verso ognuno, il suddetto popolo romano alzò la sua statua nel campidoglio, e l'alzò dopo la sua morte, cioè in tempo che l'adulazione cessa, e il vero merito è riconosciuto. Amò i suoi, ma con lodevol moderazione. Era a lui nato un figlio da donna libera prima di ascendere agli ordini sacri, per nomeJacopo Boncompagnoil quale peringegno, probità di costumi, e saviezza nei politici affari riuscì poscia un valente e generoso signore. A lui bensì conferì il papa i gradi soliti a darsi ai nipoti dei pontefici, cioè di generale della Chiesa, di governatore di castello Sant'Angelo e di capitano delle sue guardie; ma non fabbricò già la di lui fortuna con gli Stati della Chiesa. Solamente gli procurò nel ducato di Modena il marchesato di Vignola, consistente in ventidue comunità; e dal re Cattolico ottenne per lui il ducato di Sora, Arpino, Aquino, Arce, ed altri luoghi nel regno di Napoli. Propagata poi la di lui discendenza con uomini illustri, oggidì più che mai risplende indon Gaetano Boncompagnobenignissimo e savissimo principe, maggiorduomo maggiore del re delle Due Sicilie, che ai suoi titoli e Stati ha ultimamente aggiunto l'importante e dovizioso principato di Piombino, e indon Pietrosuo fratello duca di Fiano.Non più di quattordici giorni stette vacante la sedia di San Pietro, essendo Stato concordemente nel conclave eletto papa ilcardinale Felice Peretti, già frate dell'ordine conventuale di san Francesco, uomo di petto, sommo amatore della giustizia, ed ornato di molta dottrina. Era egli bassamente nato nelle grotte di Montalto, terra della marca anconitana, da un povero contadino, ma pel suo felice ingegno, pel suo sapere e merito salito a poco a poco ai primi gradi dell'ordine francescano, nel 1570 da Pio V fu promosso alla sacra porpora, e nominato il cardinal di Montalto. Per errore di stampa presso il Ciaconio è riferita al dì 12 d'aprile l'esaltazione sua al pontificato: errore non emendato neppure dal Vittorello, nè dall'Oldoino, e che parimente s'incontra nel Bollario romano e in altri libri. Certo è che l'elezione sua seguì nel dì 24 di aprile, giorno di mercordì. Prese il nome diSisto Vper rinovar la memoria di Sisto IV, che parimente fu dell'ordine di San Francesco. Veramente bizzarra è quella che noi chiamiamonatura, facendo essa talvolta nascere da un povero rozzo bifolco figli di sì raro talento, e cotanto dalla fortuna favoriti, che giungono ad essere o gran politici, o gran guerrieri, o gran letterati; laddove altre volte da uomini grandi nascono figliuoli zotici e di cervello stravolto, ai quali sembrava piuttosto riservata una zappa. Ora Sisto, benchè sì poveri e bassi natali avesse sortito, pure fuor di dubbio è che portò seco un animo grande, qual si converrebbe al più eccelso monarca. Antonio Cicarelli, che continuò le Vite de' papi del Panvinio, ed altri storici non ebbero difficoltà di scrivere che il suddetto cardinale di Montalto coll'accortezza o simulazione sua cooperò anch'egli non poco a far inchinare i voti degli elettori in favor suo. Perciocchè gran cura ebbe di nascondere in varie maniere il genio suo rigido ed imperioso, e l'ansietà di pervenire al papato. Quieta era la vita sua, ritirato stava nella sua vigna, mai non contendeva con gli altri cardinali, cedendo ad ognuno, e guardandosi da ogni parzialità verso le nazioni. Benchè ingiuriato, niun risentimento mostrava, e, quantunque talvolta chiamato asino della Marca dai confratelli porporati, o mostrava di non udire, oppure rideva. Essendogli stato ucciso un nipote, neppur volle far ricorso per questo alla giustizia. Se ne ricordò bene creato che fu papa. Cardinale ebbe in uso di accrescere di sette anni la sua età per parere più vecchio; e mostravasi soprattutto così mal concio di sanità, che non vi era cardinale che nol credesse sull'orlo del sepolcro. A chi nel conclave gli parlava del papato, esagerava la sua inabilità: e quando pure per miracolo ciò avvenisse, gli scappava detto di non poter senza buoni coadiutori portare quel peso. In una parola, si crederono i cardinali di avere eletto un papa mansuetissimo, un papa decrepito, fatto per lasciarsi menar pel naso; e trovarono tutto il rovescio. Nè tardarono ad avvedersene, perchè, appena chiariti i voti, e confermatal'elezion sua, gittò via il bastoncello, su cui si appoggiava, e si alzò ritto; laddove dianzi camminava gobbo e con gli occhi bassi a terra: avendo poi egli detto scherzando, oppure avendo taluno detto per lui, che dianzi cercava col volto chino le chiavi della terra, ed ora col volto alto le chiavi da aprire il cielo. Per la sua coronazione dipoi salì molto snello a cavallo, guardandosi l'un l'altro storditi i cardinali.Pontefice pieno di buon cuore, spirante solo clemenza era stato il predecessore Gregorio. Desideroso di farsi amare da tutti, e specialmente dal popolo romano, difficilmente eleggeva le vie del rigore; e forse tanta benignità gli venne attribuita a difetto. Era perciò cresciuta la licenza e prepotenza in Roma; abbondavano e crescevano dappertutto i banditi, gli sgherri, i sicarii; e per quanto il buon papa Gregorio, che non era già un uomo indolente e dimentico del dovere principesco, si adoperasse per metter freno a questi disordini, anzi per estirparli, non gli venne mai fatto, perchè sempre voleva accordar la clemenza colla giustizia. Venne Sisto V di massime ben diverse provveduto, voglioso di acquistarsi gran nome coll'uso della sola giustizia, e col far tacere la clemenza, quasi virtù fomentatrice dei cattivi. Rigido ed inesorabile si diede tosto ad esercitar la suddetta giustizia, e fu creduto fino all'eccesso. Non volle che si aprissero le carceri com'era il solito, per la sua coronazione, con dire che assai malvagi vi erano senza bisogno di accrescerli. E mentre la città si trovava in quell'allegria fece giustiziar quattro rei, senza voler far grazia agli ambasciatori giapponesi, mossi dai parenti a dimandarla. Da lì a due giorni fece tagliar la testa ad un nobile spoletano per aver messa mano alla spada contro un suo nemico: il che era vietato dalle leggi. Non so io se sia diverso da questo il caso di un giovanetto fiorentino preso in quel tempo per aver fatta una semplice resistenza ai birri,che pur s'erano ingannati in prendere lui per un altro, e che fu impiccato: il che per la compassione diede molto di che dire a tutta Roma, e sparse il terrore anche fuor d'essa. Quanto ai suddetti Giapponesi, il pontefice compartì loro ogni possibile onore nella sua coronazione, li tenne seco a pranzo nella sua vigna, li creò cavalieri, e regalatili dipoi di mille doble e di altre cose preziose, e specialmente di due o tre spade gioiellate per li principi loro, li licenziò. Se n'andarono caricati d'altri doni dai cardinali Farnese, d'Este, Medici, Alessandrino e San Sisto; e condotti a Venezia, con gran magnificenza furono ivi accolti, siccome per le altre città, dove passarono, finchè imbarcati a Genova s'inviarono verso le loro tanto lontane contrade. Giunti colà, trovarono già dato principio a una crudelissima persecuzione contra i cristiani, della quale altro a me non occorre di dire. Pubblicò il novello papa un giubileo per implorar da Dio assistenza al suo governo; e credasi ch'egli fosse il primo a conceder esso giubileo fuori degli anni santi. Per ordine suo sei delle principali strade di Roma lunghissime furono in quest'anno o aperte o continuate, e tutte selciate pel comodo e divozione de' Romani. Con suo danaro ancor provvide una comodissima casa al monte della pietà. La strologia giudicaria al dispetto di tante proibizioni seguitava a far delle gran faccende. Fulminò Sisto una terribil bolla contra da' suoi professori e libri. Ma di quest'arte vanissima si può ben desiderare, ma non è da sperare la total rovina, come fin dei suoi tempi Tacito osservò, perchè pur troppo non mancano stolti ed ignoranti che le dan fede, massimamente fuori d'Italia.Già dicemmo conchiuse le nozze tra l'infantadonna Caterina, figlia diFilippo II, redi Spagna, eCarlo Emmanuele ducadi Savoia. Verso il fine di gennaio dell'anno presente s'imbarcò questo principe, accompagnato da copiosa nobiltà tutta in gala per, passare in Ispagna. Trovòil re con tutta la real corte a Saragozza, e quivi nel dì 25 di marzo con grandiosa solennità seguì il suo sposalizio, condecorato dipoi da varie feste e tornei, ed altri sontuosi divertimenti. Vennero poi per mare i due nobilissimi sposi a Savona, e di là proseguendo il viaggio, nel dì 10 d'agosto fecero l'entrata in Torino, dove per molti giorni durò la pompa e l'allegria degli spettacoli. Nel dì 30 di luglio terminò i suoi giorniNiccolò da Pontedoge di Venezia, e nel dì 18 d'agosto ebbe per successorePasquale Cigogna. Da un fierissimo tumulto della plebe restò nel maggio di quest'anno gravemente sconcertata la città di Napoli. Per la carestia di grano, che si pativa in Ispagna, aveva il re Filippo fatto venir colà dal regno di Napoli buona quantità del grano soprabbondante. Si prevalsero di questa occasione i mercatanti e i contrabbandieri, conoscendo il guadagno, per inviarne dell'altro in gran copia; talmente che, venuto il mese di maggio, assaissimo se ne scarseggiò in Napoli, e si alterò forte il prezzo del pane. Le grida di quel facilmente turbolento popolaccio andarono a finire in una universale sollevazione, per cui Gian-Vincenzo Starace eletto del popolo fu dall'inferocita plebe messo in brani, e strascinato per la città, e dato il sacco alla sua casa. Fu assai, che quivi terminasse la foga del matto popolo. Ilduca d'Ossuna, allora vicerè, biasimo riportò pel suo soverchio timore, essendosi creduto che avrebbe sulle prime potuto colla forza reprimere quella canaglia. Maggiormente ancora fu di poi biasimato, perchè, tornata la quiete, fece segretamente in più notti carcerare cinquecento di coloro, e formar rigorosi processi, in vigor de' quali tolta fu a molti la vita, ed assai più furono tormentati e mandati in galera. Sarebbe anche proceduta più oltre quella crudel giustizia, se gli amatori della patria non avessero impetrato dal re Filippo un generale indulto e perdono. Fin qui nella cittadella di Piacenza avea il re Cattolico tenuta sua guarnigione,aggravio sommamente molesto al ducaOttavio Farnese, cui non pareva mai di essere stabile padrone della città finchè durava quel giogo. Dopo aver tanto pazientato, prese la risoluzione in questo anno di spedire alla corte Cattolica il conte Pomponio Torello a chiederne la restituzione, saggiamente avvisando, essere questo il tempo più opportuno, stante il merito grande che s'era acquistato ilprincipe Alessandrosuo figlio presso il re Cattolico con tante sue prodezze in Fiandra in servigio della corona di Spagna. Si trovò l'animo del re disposto alla gratitudine, ma avrebbe voluto far passare per una grazia compartita ad esso principe la cessione di quella fortezza: al che il principe modestamente ripugnava, non già che negasse di riconoscere quella per una grazia, ma perchè desiderava che fosse dichiarata la restituzione per fatta, ed anche dovuta per giustizia al duca Ottavio suo padre. Temperamenti si trovarono in quel maneggio, e però il re accordò la cessione con varie condizioni, e sopra tutto con salvare le ragioni sue e dell'imperio sopra quello Stato. Gli atti segreti, e non pubblicati allora per non irritare il romano pontefice, son venuti alla luce in questi ultimi tempi nell'Apologia del senatore Cola, per le controversie di Parma e Piacenza.Fin qui successione non si vedeva diArrigo IIIre di Francia, ed apparenza nè pur v'era di vederne. Però mancando egli senza maschi, secondo le leggi e la consuetudine di quel regno, avrebbe dovuto succedereArrigo redi Navarra, come il più prossimo: il che cagionava orrore ai buoni cattolici per la manifesta professione ch'egli faceva del calvinismo. Da questo pericolo commossi i principi di Guisa, il cardinal di Borbone ed assaissimi altri maggiorenti, formarono una lega in difesa della religion cattolica, senza consenso del re, anzi con far apparire non lieve diffidenza di lui; sebben poi indussero ancor lui ad approvarla e ad entrarvi. Teneva mano ad essa legailpontefice Sistoper puro zelo di conservar la religione, ilre Filippoed altri per lo stesso motivo, ma con altre segrete intenzioni politiche, per far cadere quella corona in alcun principe cattolico, ad esclusione del re di Navarra e diArrigo principe di Condèeretici. Aveano i confederati fatta istanza a Gregorio XIII perchè o scomunicasse o dichiarasse decaduti que' due principi da ogni loro diritto; ma il prudente pontefice andava temporeggiando per isperanza di guadagnarli colle buone. Mancato lui, il fervido papa Sisto nel settembre di questo anno fulminò contra di loro tutte le maggiori censure: il che vie più servì a riaccendere in Francia il fuoco delle guerre civili, nè a quella sua bolla fu permesso di essere pubblicamente promulgata in quel regno. Continuava intanto l'assedio della insigne città d'Anversa, già formato dal prodeprincipe di Parma Alessandro, e già s'era perfezionato il mirabile ponte lungo circa due miglia sopra la Schelda; con che restava precluso ogni adito ai soccorsi per quella città. In questo mentre, vinta dalla fame l'altra non men nobile ed importante di Brusselles, capitolò la resa, con rimettersi ivi la religion cattolica. Da lì ad un mese altrettanto fece la città di Nimega, principale della Gheldria, e poi quella di Malines. Gli sforzi fatti dal principe di Parma per sottomettere la città di Anversa, e quelli degli Anversani per la loro difesa, vivamente descritti dalla penna di Famiano Strada, del cardinal Bentivoglio, del Campana e di altri, formano un pezzo di storia di questi tempi sommamente curioso e dilettevole. A me basterà di dire che finalmente all'eroe Farnese, dopo una onesta capitolazione, riuscì nel dì 27 di agosto di entrare trionfante in quella splendida città, dove tornò a rifiorire la fede cattolica, e si rifabbricò la cittadella. Per sì fatte vittorie il nome e la gloria del Farnese era il principal ragionamento de' politici e de' curiosi dell'Europa. E in quelle imprese gran parte ancora ebberoi capitani e soldati italiani, che io per brevità tralascio. Per le osservazioni fatte da più d'uno, migliori soldati riescono gl'Italiani fuori che entro d'Italia: il che eziandio suol avvenire degli Spagnuoli. Qui non è il luogo di cercarne la ragione.

Uno spettacolo insolito, che si tirò dietro gli occhi di tutti, ebbe Roma nel presente anno per l'arrivo colà degli ambasciatori cristiani giapponesi. Nelle ricchissime e popolatissime isole del Giappone, regno o imperio situato di là dalla China con popoli sommamente ingegnosi e bellicosi, il primo ad introdurre la religione di Cristo era stato san Francesco Saverio apostolo dell'Indie. Coltivata quella vigna da altri susseguenti religiosi della compagnia di Gesù, sempre più andò fiorendo, di maniera che non solamente le migliaia del basso popolo, ma anche assaissimi nobili, ed alcuni dei principi, appellati re, per nostro modo d'intendere, a cagion della lor grande autorità e potenza, aveano ricevuto il battesimo, alzati sacri templi, e piantata ivi un'amplissima università di fervorosi cristiani. Non han saputo negare la verità, l'ampiezza e i pregi di quella cristianità i nemici stessi della Chiesa romana, i quali, più mercatanti che cristiani, nulla poi tralasciarono di trame ed inganni per opprimerla e sradicarla, siccome nel seguente secolo, per l'infame loro iniquità, avvenne. Per rendere dunque ubbidienza al sommo pontefice furono spediti due giovani ambasciatori da tre di que' gran signori, chiamati re dai nostri; i quali accompagnati da alcuni gesuiti, dopo aver ricevuto in Portogallo, in Ispagna e in Toscana grandi onori e finezze, giunsero nel dì 22 di marzo a Roma. Con solennità ammessi nel sacro concistoro al bacio de' piedi, presentarono al pontefice le lettere dei loro principali, e furono poi trattati con ogni sorta di onorevolezza e di amore tanto da esso papa, che da tutti i cardinali e dalla nobiltà romana. Per la comparsa di questi nuovi germi della religione cristiana, venuti da sì remote partidel mondo, incredibil fu la consolazione ed allegrezza che ne provò il buonpontefice Gregorio, nè potè contener le lagrime tanto egli che gli altri zelanti dell'accrescimento della vera Chiesa di Dio. Ma a questo giubilo poco tardò a succedere il lutto. Mentre i Giapponesi andavano visitando le cose rare di Roma, eccoti cadere infermo il pontefice, e in due giorni di malattia, cioè nel dì 10 d'aprile, passare a miglior vita, essendo pervenuto all'età di ottantaquattro anni: età, ad atterrar la quale basta un soffio solo. Che questo pontefice meriti luogo fra i più insigni pastori della Chiesa di Dio, non ne lascia dubitare quanto si è finora detto di lui. Eppur questo è poco rispetto a quel di più che dir se ne potrebbe; e che infatti hanno più e più scrittori tramandato ai posteri. Perciocchè eminente si trovò in lui l'amore della pace in Italia, lo zelo per la conservazione ed aumento della fede Cattolica, e l'attenzione ad eseguire i decreti del concilio di Trento: il che specialmente dimostrò nel promuovere ed aiutare con grandi somme di denaro l'erezione di tanti seminarii per le provincie Cattoliche, e nella fondazione in Roma di collegii sì riguardevoli. Le sue limosine in sollievo dei poveri, per attestato del popolo romano nell'iscrizione a lui posta, ascesero a due milioni di scudi di oro; un altro ancora ne impiegò in maritar povere zitelle. Lungi dall'imporre nuove gabelle e dazii, ne levò alcuni già messi, e specialmente l'assai grave della farina, ed ornò Roma di templi, e di altre opere magnifiche: per le quali cose, e pel suo placido governo, e per la sua amorevolezza verso ognuno, il suddetto popolo romano alzò la sua statua nel campidoglio, e l'alzò dopo la sua morte, cioè in tempo che l'adulazione cessa, e il vero merito è riconosciuto. Amò i suoi, ma con lodevol moderazione. Era a lui nato un figlio da donna libera prima di ascendere agli ordini sacri, per nomeJacopo Boncompagnoil quale peringegno, probità di costumi, e saviezza nei politici affari riuscì poscia un valente e generoso signore. A lui bensì conferì il papa i gradi soliti a darsi ai nipoti dei pontefici, cioè di generale della Chiesa, di governatore di castello Sant'Angelo e di capitano delle sue guardie; ma non fabbricò già la di lui fortuna con gli Stati della Chiesa. Solamente gli procurò nel ducato di Modena il marchesato di Vignola, consistente in ventidue comunità; e dal re Cattolico ottenne per lui il ducato di Sora, Arpino, Aquino, Arce, ed altri luoghi nel regno di Napoli. Propagata poi la di lui discendenza con uomini illustri, oggidì più che mai risplende indon Gaetano Boncompagnobenignissimo e savissimo principe, maggiorduomo maggiore del re delle Due Sicilie, che ai suoi titoli e Stati ha ultimamente aggiunto l'importante e dovizioso principato di Piombino, e indon Pietrosuo fratello duca di Fiano.

Non più di quattordici giorni stette vacante la sedia di San Pietro, essendo Stato concordemente nel conclave eletto papa ilcardinale Felice Peretti, già frate dell'ordine conventuale di san Francesco, uomo di petto, sommo amatore della giustizia, ed ornato di molta dottrina. Era egli bassamente nato nelle grotte di Montalto, terra della marca anconitana, da un povero contadino, ma pel suo felice ingegno, pel suo sapere e merito salito a poco a poco ai primi gradi dell'ordine francescano, nel 1570 da Pio V fu promosso alla sacra porpora, e nominato il cardinal di Montalto. Per errore di stampa presso il Ciaconio è riferita al dì 12 d'aprile l'esaltazione sua al pontificato: errore non emendato neppure dal Vittorello, nè dall'Oldoino, e che parimente s'incontra nel Bollario romano e in altri libri. Certo è che l'elezione sua seguì nel dì 24 di aprile, giorno di mercordì. Prese il nome diSisto Vper rinovar la memoria di Sisto IV, che parimente fu dell'ordine di San Francesco. Veramente bizzarra è quella che noi chiamiamonatura, facendo essa talvolta nascere da un povero rozzo bifolco figli di sì raro talento, e cotanto dalla fortuna favoriti, che giungono ad essere o gran politici, o gran guerrieri, o gran letterati; laddove altre volte da uomini grandi nascono figliuoli zotici e di cervello stravolto, ai quali sembrava piuttosto riservata una zappa. Ora Sisto, benchè sì poveri e bassi natali avesse sortito, pure fuor di dubbio è che portò seco un animo grande, qual si converrebbe al più eccelso monarca. Antonio Cicarelli, che continuò le Vite de' papi del Panvinio, ed altri storici non ebbero difficoltà di scrivere che il suddetto cardinale di Montalto coll'accortezza o simulazione sua cooperò anch'egli non poco a far inchinare i voti degli elettori in favor suo. Perciocchè gran cura ebbe di nascondere in varie maniere il genio suo rigido ed imperioso, e l'ansietà di pervenire al papato. Quieta era la vita sua, ritirato stava nella sua vigna, mai non contendeva con gli altri cardinali, cedendo ad ognuno, e guardandosi da ogni parzialità verso le nazioni. Benchè ingiuriato, niun risentimento mostrava, e, quantunque talvolta chiamato asino della Marca dai confratelli porporati, o mostrava di non udire, oppure rideva. Essendogli stato ucciso un nipote, neppur volle far ricorso per questo alla giustizia. Se ne ricordò bene creato che fu papa. Cardinale ebbe in uso di accrescere di sette anni la sua età per parere più vecchio; e mostravasi soprattutto così mal concio di sanità, che non vi era cardinale che nol credesse sull'orlo del sepolcro. A chi nel conclave gli parlava del papato, esagerava la sua inabilità: e quando pure per miracolo ciò avvenisse, gli scappava detto di non poter senza buoni coadiutori portare quel peso. In una parola, si crederono i cardinali di avere eletto un papa mansuetissimo, un papa decrepito, fatto per lasciarsi menar pel naso; e trovarono tutto il rovescio. Nè tardarono ad avvedersene, perchè, appena chiariti i voti, e confermatal'elezion sua, gittò via il bastoncello, su cui si appoggiava, e si alzò ritto; laddove dianzi camminava gobbo e con gli occhi bassi a terra: avendo poi egli detto scherzando, oppure avendo taluno detto per lui, che dianzi cercava col volto chino le chiavi della terra, ed ora col volto alto le chiavi da aprire il cielo. Per la sua coronazione dipoi salì molto snello a cavallo, guardandosi l'un l'altro storditi i cardinali.

Pontefice pieno di buon cuore, spirante solo clemenza era stato il predecessore Gregorio. Desideroso di farsi amare da tutti, e specialmente dal popolo romano, difficilmente eleggeva le vie del rigore; e forse tanta benignità gli venne attribuita a difetto. Era perciò cresciuta la licenza e prepotenza in Roma; abbondavano e crescevano dappertutto i banditi, gli sgherri, i sicarii; e per quanto il buon papa Gregorio, che non era già un uomo indolente e dimentico del dovere principesco, si adoperasse per metter freno a questi disordini, anzi per estirparli, non gli venne mai fatto, perchè sempre voleva accordar la clemenza colla giustizia. Venne Sisto V di massime ben diverse provveduto, voglioso di acquistarsi gran nome coll'uso della sola giustizia, e col far tacere la clemenza, quasi virtù fomentatrice dei cattivi. Rigido ed inesorabile si diede tosto ad esercitar la suddetta giustizia, e fu creduto fino all'eccesso. Non volle che si aprissero le carceri com'era il solito, per la sua coronazione, con dire che assai malvagi vi erano senza bisogno di accrescerli. E mentre la città si trovava in quell'allegria fece giustiziar quattro rei, senza voler far grazia agli ambasciatori giapponesi, mossi dai parenti a dimandarla. Da lì a due giorni fece tagliar la testa ad un nobile spoletano per aver messa mano alla spada contro un suo nemico: il che era vietato dalle leggi. Non so io se sia diverso da questo il caso di un giovanetto fiorentino preso in quel tempo per aver fatta una semplice resistenza ai birri,che pur s'erano ingannati in prendere lui per un altro, e che fu impiccato: il che per la compassione diede molto di che dire a tutta Roma, e sparse il terrore anche fuor d'essa. Quanto ai suddetti Giapponesi, il pontefice compartì loro ogni possibile onore nella sua coronazione, li tenne seco a pranzo nella sua vigna, li creò cavalieri, e regalatili dipoi di mille doble e di altre cose preziose, e specialmente di due o tre spade gioiellate per li principi loro, li licenziò. Se n'andarono caricati d'altri doni dai cardinali Farnese, d'Este, Medici, Alessandrino e San Sisto; e condotti a Venezia, con gran magnificenza furono ivi accolti, siccome per le altre città, dove passarono, finchè imbarcati a Genova s'inviarono verso le loro tanto lontane contrade. Giunti colà, trovarono già dato principio a una crudelissima persecuzione contra i cristiani, della quale altro a me non occorre di dire. Pubblicò il novello papa un giubileo per implorar da Dio assistenza al suo governo; e credasi ch'egli fosse il primo a conceder esso giubileo fuori degli anni santi. Per ordine suo sei delle principali strade di Roma lunghissime furono in quest'anno o aperte o continuate, e tutte selciate pel comodo e divozione de' Romani. Con suo danaro ancor provvide una comodissima casa al monte della pietà. La strologia giudicaria al dispetto di tante proibizioni seguitava a far delle gran faccende. Fulminò Sisto una terribil bolla contra da' suoi professori e libri. Ma di quest'arte vanissima si può ben desiderare, ma non è da sperare la total rovina, come fin dei suoi tempi Tacito osservò, perchè pur troppo non mancano stolti ed ignoranti che le dan fede, massimamente fuori d'Italia.

Già dicemmo conchiuse le nozze tra l'infantadonna Caterina, figlia diFilippo II, redi Spagna, eCarlo Emmanuele ducadi Savoia. Verso il fine di gennaio dell'anno presente s'imbarcò questo principe, accompagnato da copiosa nobiltà tutta in gala per, passare in Ispagna. Trovòil re con tutta la real corte a Saragozza, e quivi nel dì 25 di marzo con grandiosa solennità seguì il suo sposalizio, condecorato dipoi da varie feste e tornei, ed altri sontuosi divertimenti. Vennero poi per mare i due nobilissimi sposi a Savona, e di là proseguendo il viaggio, nel dì 10 d'agosto fecero l'entrata in Torino, dove per molti giorni durò la pompa e l'allegria degli spettacoli. Nel dì 30 di luglio terminò i suoi giorniNiccolò da Pontedoge di Venezia, e nel dì 18 d'agosto ebbe per successorePasquale Cigogna. Da un fierissimo tumulto della plebe restò nel maggio di quest'anno gravemente sconcertata la città di Napoli. Per la carestia di grano, che si pativa in Ispagna, aveva il re Filippo fatto venir colà dal regno di Napoli buona quantità del grano soprabbondante. Si prevalsero di questa occasione i mercatanti e i contrabbandieri, conoscendo il guadagno, per inviarne dell'altro in gran copia; talmente che, venuto il mese di maggio, assaissimo se ne scarseggiò in Napoli, e si alterò forte il prezzo del pane. Le grida di quel facilmente turbolento popolaccio andarono a finire in una universale sollevazione, per cui Gian-Vincenzo Starace eletto del popolo fu dall'inferocita plebe messo in brani, e strascinato per la città, e dato il sacco alla sua casa. Fu assai, che quivi terminasse la foga del matto popolo. Ilduca d'Ossuna, allora vicerè, biasimo riportò pel suo soverchio timore, essendosi creduto che avrebbe sulle prime potuto colla forza reprimere quella canaglia. Maggiormente ancora fu di poi biasimato, perchè, tornata la quiete, fece segretamente in più notti carcerare cinquecento di coloro, e formar rigorosi processi, in vigor de' quali tolta fu a molti la vita, ed assai più furono tormentati e mandati in galera. Sarebbe anche proceduta più oltre quella crudel giustizia, se gli amatori della patria non avessero impetrato dal re Filippo un generale indulto e perdono. Fin qui nella cittadella di Piacenza avea il re Cattolico tenuta sua guarnigione,aggravio sommamente molesto al ducaOttavio Farnese, cui non pareva mai di essere stabile padrone della città finchè durava quel giogo. Dopo aver tanto pazientato, prese la risoluzione in questo anno di spedire alla corte Cattolica il conte Pomponio Torello a chiederne la restituzione, saggiamente avvisando, essere questo il tempo più opportuno, stante il merito grande che s'era acquistato ilprincipe Alessandrosuo figlio presso il re Cattolico con tante sue prodezze in Fiandra in servigio della corona di Spagna. Si trovò l'animo del re disposto alla gratitudine, ma avrebbe voluto far passare per una grazia compartita ad esso principe la cessione di quella fortezza: al che il principe modestamente ripugnava, non già che negasse di riconoscere quella per una grazia, ma perchè desiderava che fosse dichiarata la restituzione per fatta, ed anche dovuta per giustizia al duca Ottavio suo padre. Temperamenti si trovarono in quel maneggio, e però il re accordò la cessione con varie condizioni, e sopra tutto con salvare le ragioni sue e dell'imperio sopra quello Stato. Gli atti segreti, e non pubblicati allora per non irritare il romano pontefice, son venuti alla luce in questi ultimi tempi nell'Apologia del senatore Cola, per le controversie di Parma e Piacenza.

Fin qui successione non si vedeva diArrigo IIIre di Francia, ed apparenza nè pur v'era di vederne. Però mancando egli senza maschi, secondo le leggi e la consuetudine di quel regno, avrebbe dovuto succedereArrigo redi Navarra, come il più prossimo: il che cagionava orrore ai buoni cattolici per la manifesta professione ch'egli faceva del calvinismo. Da questo pericolo commossi i principi di Guisa, il cardinal di Borbone ed assaissimi altri maggiorenti, formarono una lega in difesa della religion cattolica, senza consenso del re, anzi con far apparire non lieve diffidenza di lui; sebben poi indussero ancor lui ad approvarla e ad entrarvi. Teneva mano ad essa legailpontefice Sistoper puro zelo di conservar la religione, ilre Filippoed altri per lo stesso motivo, ma con altre segrete intenzioni politiche, per far cadere quella corona in alcun principe cattolico, ad esclusione del re di Navarra e diArrigo principe di Condèeretici. Aveano i confederati fatta istanza a Gregorio XIII perchè o scomunicasse o dichiarasse decaduti que' due principi da ogni loro diritto; ma il prudente pontefice andava temporeggiando per isperanza di guadagnarli colle buone. Mancato lui, il fervido papa Sisto nel settembre di questo anno fulminò contra di loro tutte le maggiori censure: il che vie più servì a riaccendere in Francia il fuoco delle guerre civili, nè a quella sua bolla fu permesso di essere pubblicamente promulgata in quel regno. Continuava intanto l'assedio della insigne città d'Anversa, già formato dal prodeprincipe di Parma Alessandro, e già s'era perfezionato il mirabile ponte lungo circa due miglia sopra la Schelda; con che restava precluso ogni adito ai soccorsi per quella città. In questo mentre, vinta dalla fame l'altra non men nobile ed importante di Brusselles, capitolò la resa, con rimettersi ivi la religion cattolica. Da lì ad un mese altrettanto fece la città di Nimega, principale della Gheldria, e poi quella di Malines. Gli sforzi fatti dal principe di Parma per sottomettere la città di Anversa, e quelli degli Anversani per la loro difesa, vivamente descritti dalla penna di Famiano Strada, del cardinal Bentivoglio, del Campana e di altri, formano un pezzo di storia di questi tempi sommamente curioso e dilettevole. A me basterà di dire che finalmente all'eroe Farnese, dopo una onesta capitolazione, riuscì nel dì 27 di agosto di entrare trionfante in quella splendida città, dove tornò a rifiorire la fede cattolica, e si rifabbricò la cittadella. Per sì fatte vittorie il nome e la gloria del Farnese era il principal ragionamento de' politici e de' curiosi dell'Europa. E in quelle imprese gran parte ancora ebberoi capitani e soldati italiani, che io per brevità tralascio. Per le osservazioni fatte da più d'uno, migliori soldati riescono gl'Italiani fuori che entro d'Italia: il che eziandio suol avvenire degli Spagnuoli. Qui non è il luogo di cercarne la ragione.


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