MDV

MDVAnno diCristoMDV. IndizioneVIII.Giulio IIpapa 3.Massimiliano Ire de' Rom. 13.Non avea fin quipapa Giuliovoluto accettar gli ambasciatori che la repubblica di Venezia avea proposto d'inviare a rendergli ubbidienza, persistendo sempre in pretendere prima la restituzion delle terre occupate da essi Veneziani in Romagna. Ma dacchè vide non valer le minaccie per muovere quel senato, e che forze mancavano a lui per sostener le parole: intronato ancora dalle doglianze de' popoli di Forlì, Imola e Cesena, che, a cagion delle castella del territorio loro detenute da essi Veneti, pativano grande incomodo e danno; condiscese infine ad un accordo. Cioè permise a' Veneziani il possesso di Rimini e Faenza, ed eglino, circa il dì 12 di marzo, restituirono alla Chiesa romana Porto Cesenatico, Savignano, Tossignano, Santo Arcangelo, e sei altre terre col loro distretto. Parve contento di questa cessione il papa, mentre nello stesso tempo divisava dei mezzi per riavere il resto. Nel dì 3 di febbraio fece egli la promozione di nove cardinali, e fra essi si contò un altro suo nipote. Sarebbe passato quest'anno con somma pace in Italia, se i Fiorentini, sempre più accaniti contra di Pisa, non ne avessero turbata la quiete[Buonaccorsi. Guicciardini.]. Erano i lor disegni di tornare anche nell'annopresente a dare il guasto alle campagne pisane; anzi meditavano di andar a mettere il campo a Pisa stessa, per ultimar quella impresa, o, come essi diceano, per levarsi d'addosso quella febbre continua. Ma Gian-Paolo Baglione, che era stato condotto da essi colle sue genti d'arme, allegò scuse di non poter venire; e proteggendo il gran capitanoConsalvoPisa, si venne a sapere che anche inviava colà alcune poche fanterie. Ma, quel che maggiormente dava da pensare ai Fiorentini, era cheBartolomeo d'Alviano, persona di molto ardire, in quel di Roma facea massa di gente, con vantarsi pubblicamente di voler passare in aiuto de' Pisani, e di condursi anche sotto Firenze. Per queste cagioni non osarono i Fiorentini di fare nell'anno presente il solito brutto gioco ai Pisani. Ma eccoti sul principio di maggio passare l'Alviano colle sue soldatesche pel Sanese, entrare nel Fiorentino, andarsene dipoi a Piombino: il che diede tempo ai Fiorentini di accrescere, come poterono, le loro forze. Scopertosi dipoi che l'Alviano era per condurre le sue squadre a Pisa verso la metà d'agosto,Ercole Bentivogliogenerale delle armi fiorentine, tenuto consiglio con Marcantonio Colonna, Jacopo Savello ed altri condottieri, determinò di contrastargli il passaggio. Si venne perciò a battaglia, in cui restò disfatto l'Alviano, e costretto di fuggirsene a Siena, con aver perduto più di mille cavalli e molti carriaggi. Credette allora il popolo di Firenze giunto il beato giorno di ricuperar Pisa; e, quantunque molti dei saggi ne dissuadessero l'impresa, pure fu presa la risoluzion di andar sotto quella città. Nel dì 8 di settembre le artiglierie cominciarono la lor terribile sinfonia contro di Pisa. Atterrata buona parte delle mura, si venne all'assalto; ma con tal coraggio si difesero i Pisani, che lo perderono gli assalitori. Da un'altra parte si fece breccia, e male e peggio riuscì il secondo tentativo. Perlochè passò loro la voglia di far altre pruove del proprio valore, epieni di vergogna se ne tornarono indietro. E tanto più per aver inteso che dal Consalvo di notte erano stati introdotti in Pisa trecento fanti. Dopo questo fatto ve ne inviò egli altri mille e cinquecento: con che tramontarono per ora le speranze del popolo di Firenze.Nel dì 25 di gennaio dell'anno presente mancò di vitaErcole I ducadi Ferrara, principe che, dopo avere imparato a sue spese che pericoloso mestiere sia quel della guerra, avea atteso a conservar la pace, e ad ingrandire ed abbellir Ferrara con varie fabbriche e delizie, e a rendere più felici i suoi popoli. Lasciò dopo di sè tre figli legittimi,Alfonsoprimogenito,FerdinandoeIppolito cardinale. Nell'anno precedente aveva egli inviato Alfonso alle corti di Francia, Spagna ed Inghilterra, acciocchè la conoscenza di que' gran principi, e de' costumi e governi delle varie nazioni, servisse a lui di scuola per ben reggere sè stesso e gli altri. Trovavasi Alfonso in Inghilterra disposto a passare in Ispagna, allorchè, giuntogli l'avviso della grave malattia del padre, gli convenne affrettare il suo ritorno a Ferrara, dove fu riconosciuto per duca e signore da tutti i suoi popoli. Pace bensì godè in quest'anno l'Italia, ma non andò già esente da altre calamità. Fiero tremuoto si fece sentire con varie scosse in più giorni in Venezia, Ferrara, Bologna ed altri luoghi, per cui caddero a terra non poche case, campanili e chiese, e a moltissime altre si slogarono le ossa; di modo che i popoli si ridussero a dormir nelle piazze e ne' campi. Non minor flagello fu quello della carestia, e carestia universale per tutta l'Italia, essendo stato pessimo il raccolto, di modo che la povera gente fu ridotta a mangiar erbe, e non pochi morirono per questo. Infermatosi gravemente nel marzo dell'anno presenteLodovico XIIre di Francia, andò a battere alle porte della morte, ma poi si riebbe. Se moriva, voce comune fu che iVeneziani, uniti col gran capitano e colcardinale Ascanio Sforza, avessero disegnatodi cacciare i Franzesi dallo Stato di Milano. Ma questo cardinale fu cacciato egli fuori del mondo in Roma nel dì 28 del seguente maggio dalla peste, altra calamità che si aggiunse alle sopraddette.Nè si dee tacere, come cosa in cui ebbe interesse anche l'Italia, che nel mese di ottobre restò conchiusa pace fra ilre di FranciaeFerdinando il Cattolico, il quale dopo la morte dellaregina Isabellanon usava più che il titolo di re d'Aragona. Erano insorte liti fra esso re Cattolico eFilippo arciducasuo genero, pretendendo questi che il suocero non avesse più da ingerirsi nel governo della Castiglia. Preparavasi infatti esso arciduca per venire di Fiandra in Ispagna. Ferdinando giudicò bene in tal congiuntura di amicarsi colla Francia. Ne' capitoli di quella pace si stabilì il di lui accasamento conGermana di Foix, figliuola di una sorella del re di Francia che portò in dote ciò che restava in man de' Franzesi nel regno di Napoli. Rinunziò il re Lodovico alle altre sue pretensioni sopra quel regno, obbligandosi Ferdinando di pagargli in dieci anni settecento mila ducati d'oro. Restarono con ciò liberi dalla prigionia i baroni del regno che aveano militato in favore del re Cattolico, e levato il confisco fatto contro chi avea seguitato il partito franzese.

Non avea fin quipapa Giuliovoluto accettar gli ambasciatori che la repubblica di Venezia avea proposto d'inviare a rendergli ubbidienza, persistendo sempre in pretendere prima la restituzion delle terre occupate da essi Veneziani in Romagna. Ma dacchè vide non valer le minaccie per muovere quel senato, e che forze mancavano a lui per sostener le parole: intronato ancora dalle doglianze de' popoli di Forlì, Imola e Cesena, che, a cagion delle castella del territorio loro detenute da essi Veneti, pativano grande incomodo e danno; condiscese infine ad un accordo. Cioè permise a' Veneziani il possesso di Rimini e Faenza, ed eglino, circa il dì 12 di marzo, restituirono alla Chiesa romana Porto Cesenatico, Savignano, Tossignano, Santo Arcangelo, e sei altre terre col loro distretto. Parve contento di questa cessione il papa, mentre nello stesso tempo divisava dei mezzi per riavere il resto. Nel dì 3 di febbraio fece egli la promozione di nove cardinali, e fra essi si contò un altro suo nipote. Sarebbe passato quest'anno con somma pace in Italia, se i Fiorentini, sempre più accaniti contra di Pisa, non ne avessero turbata la quiete[Buonaccorsi. Guicciardini.]. Erano i lor disegni di tornare anche nell'annopresente a dare il guasto alle campagne pisane; anzi meditavano di andar a mettere il campo a Pisa stessa, per ultimar quella impresa, o, come essi diceano, per levarsi d'addosso quella febbre continua. Ma Gian-Paolo Baglione, che era stato condotto da essi colle sue genti d'arme, allegò scuse di non poter venire; e proteggendo il gran capitanoConsalvoPisa, si venne a sapere che anche inviava colà alcune poche fanterie. Ma, quel che maggiormente dava da pensare ai Fiorentini, era cheBartolomeo d'Alviano, persona di molto ardire, in quel di Roma facea massa di gente, con vantarsi pubblicamente di voler passare in aiuto de' Pisani, e di condursi anche sotto Firenze. Per queste cagioni non osarono i Fiorentini di fare nell'anno presente il solito brutto gioco ai Pisani. Ma eccoti sul principio di maggio passare l'Alviano colle sue soldatesche pel Sanese, entrare nel Fiorentino, andarsene dipoi a Piombino: il che diede tempo ai Fiorentini di accrescere, come poterono, le loro forze. Scopertosi dipoi che l'Alviano era per condurre le sue squadre a Pisa verso la metà d'agosto,Ercole Bentivogliogenerale delle armi fiorentine, tenuto consiglio con Marcantonio Colonna, Jacopo Savello ed altri condottieri, determinò di contrastargli il passaggio. Si venne perciò a battaglia, in cui restò disfatto l'Alviano, e costretto di fuggirsene a Siena, con aver perduto più di mille cavalli e molti carriaggi. Credette allora il popolo di Firenze giunto il beato giorno di ricuperar Pisa; e, quantunque molti dei saggi ne dissuadessero l'impresa, pure fu presa la risoluzion di andar sotto quella città. Nel dì 8 di settembre le artiglierie cominciarono la lor terribile sinfonia contro di Pisa. Atterrata buona parte delle mura, si venne all'assalto; ma con tal coraggio si difesero i Pisani, che lo perderono gli assalitori. Da un'altra parte si fece breccia, e male e peggio riuscì il secondo tentativo. Perlochè passò loro la voglia di far altre pruove del proprio valore, epieni di vergogna se ne tornarono indietro. E tanto più per aver inteso che dal Consalvo di notte erano stati introdotti in Pisa trecento fanti. Dopo questo fatto ve ne inviò egli altri mille e cinquecento: con che tramontarono per ora le speranze del popolo di Firenze.

Nel dì 25 di gennaio dell'anno presente mancò di vitaErcole I ducadi Ferrara, principe che, dopo avere imparato a sue spese che pericoloso mestiere sia quel della guerra, avea atteso a conservar la pace, e ad ingrandire ed abbellir Ferrara con varie fabbriche e delizie, e a rendere più felici i suoi popoli. Lasciò dopo di sè tre figli legittimi,Alfonsoprimogenito,FerdinandoeIppolito cardinale. Nell'anno precedente aveva egli inviato Alfonso alle corti di Francia, Spagna ed Inghilterra, acciocchè la conoscenza di que' gran principi, e de' costumi e governi delle varie nazioni, servisse a lui di scuola per ben reggere sè stesso e gli altri. Trovavasi Alfonso in Inghilterra disposto a passare in Ispagna, allorchè, giuntogli l'avviso della grave malattia del padre, gli convenne affrettare il suo ritorno a Ferrara, dove fu riconosciuto per duca e signore da tutti i suoi popoli. Pace bensì godè in quest'anno l'Italia, ma non andò già esente da altre calamità. Fiero tremuoto si fece sentire con varie scosse in più giorni in Venezia, Ferrara, Bologna ed altri luoghi, per cui caddero a terra non poche case, campanili e chiese, e a moltissime altre si slogarono le ossa; di modo che i popoli si ridussero a dormir nelle piazze e ne' campi. Non minor flagello fu quello della carestia, e carestia universale per tutta l'Italia, essendo stato pessimo il raccolto, di modo che la povera gente fu ridotta a mangiar erbe, e non pochi morirono per questo. Infermatosi gravemente nel marzo dell'anno presenteLodovico XIIre di Francia, andò a battere alle porte della morte, ma poi si riebbe. Se moriva, voce comune fu che iVeneziani, uniti col gran capitano e colcardinale Ascanio Sforza, avessero disegnatodi cacciare i Franzesi dallo Stato di Milano. Ma questo cardinale fu cacciato egli fuori del mondo in Roma nel dì 28 del seguente maggio dalla peste, altra calamità che si aggiunse alle sopraddette.

Nè si dee tacere, come cosa in cui ebbe interesse anche l'Italia, che nel mese di ottobre restò conchiusa pace fra ilre di FranciaeFerdinando il Cattolico, il quale dopo la morte dellaregina Isabellanon usava più che il titolo di re d'Aragona. Erano insorte liti fra esso re Cattolico eFilippo arciducasuo genero, pretendendo questi che il suocero non avesse più da ingerirsi nel governo della Castiglia. Preparavasi infatti esso arciduca per venire di Fiandra in Ispagna. Ferdinando giudicò bene in tal congiuntura di amicarsi colla Francia. Ne' capitoli di quella pace si stabilì il di lui accasamento conGermana di Foix, figliuola di una sorella del re di Francia che portò in dote ciò che restava in man de' Franzesi nel regno di Napoli. Rinunziò il re Lodovico alle altre sue pretensioni sopra quel regno, obbligandosi Ferdinando di pagargli in dieci anni settecento mila ducati d'oro. Restarono con ciò liberi dalla prigionia i baroni del regno che aveano militato in favore del re Cattolico, e levato il confisco fatto contro chi avea seguitato il partito franzese.


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