MDVIAnno diCristoMDVI. IndizioneIX.Giulio IIpapa 4.Massimiliano Ire de' Rom. 14.Meravigliavasi la gente al vedere comepapa Giulio, personaggio che in addietro s'era fatto conoscere di pensieri sì vasti e d'animo torbido, fosse fin qui vivuto con tanta quiete. Cessò questa lor meraviglia nell'anno presente, perchè esso papa, dopo aver più volte detto in concistoro di voler nettare la Chiesa dai tiranni, specialmente mirando a Perugia e Bologna, deliberò di eseguire il suo disegno[Buonaccorsi. Guicciardini. Panvinius. Raynaldus, Annal. Ecclesiast.]. Non volle commettere ad altriquesta impresa; ma siccome papa guerriero si mosse da Roma nel dì 27 di agosto con ventiquattro cardinali e quattrocento uomini d'armi, avendo già fatti maneggi per aver soccorsi dal re di Francia, da Ferrara, da Mantova e da Firenze. In Perugia iBaglioni, in Bologna iBentivogli, fattisi capi del popolo, appoco appoco n'erano divenuti come signori con deprimere chiunque si mostrava contrario ai loro voleri. Indirizzò Giulio i suoi passi alla volta di Perugia, doveGian-Paolo Baglionetrovossi in grande imbroglio, perchè troppo disgustoso era il cedere, troppo pericoloso il resistere. Nel di lui animo prevalsero i consigli del duca d'Urbino, sotto la cui fede, arrivato che fu il papa ad Orvieto, andò colà ad inchinarlo e ad offerirsi umilmente alla di lui volontà. Fu ricevuto in grazia, con rimetter egli le fortezze e porte di Perugia in mano del papa, e con promettere di andar seco in Romagna con cento cinquanta uomini d'arme. Entrò pacificamente il pontefice in Perugia nel dì 12 di settembre, e ne prese il dominio. Quindi maggiormente rinforzato dal Baglione, s'inviò alla volta d'Imola; nè parendogli decoroso il passar per Faenza occupata dai Veneziani, girò per le montagne del Fiorentino, e andò a posare in Imola, da dove intimò aGiovanni Bentivogliodi rilasciar Bologna colla minaccia di tutte le pene spirituali e temporali. Sulla speranza di molte promesse della protezione del re di Francia s'era il Bentivoglio messo in istato di difesa. Ma il re, a cui maggiormente premeva per li suoi interessi di tenersi amico il papa, che di giovare a' suoi raccomandati, mandò ordine alsignor di Sciomontegovernator di Milano di assistere con tutte le sue forze il papa. E in effetto con secento lance ed otto mila fanti si vide arrivare lo Sciomonte a Castelfranco. Anche il pontefice avea ricevuto gente daiFiorentini, daAlfonso ducadi Ferrara e daFrancesco marchesedi Mantova, il quale fu dichiarato capitan generale dell'esercitopontificio. A sì gagliardo apparato di forze nemiche s'avvide il Bentivoglio che vano era il ricalcitrare. E però piuttosto che ricorrere alla clemenza del papa, dalla cui generosità forse avrebbe potuto ottener maggiori vantaggi, passò nel dì 2 di novembre al campo franzese ed impetrato di mettere in salvo la sua famiglia e i suoi mobili per ritirarsi poi sul Milanese, lasciò in libertà i Bolognesi di trattare col papa. Entrò questi in Bologna con gran pompa nel dì 11 di novembre, tutto giubilo per sì nobile acquisto. Morivano di voglia anche i Franzesi d'entrare, non certo per divozione, in quella grassa città, ed usarono anche della forza; ma il popolo in armi fece sì buona guardia, che convenne loro restarsene di fuori, eccettuato lo Sciomonte col suo corteggio, che fu a baciare i piedi al papa, e riportò, oltre ad un regalo in pecunia per lui, e ad un altro assai tenue per le sue genti, la promessa di un cappello perLodovico d'Ambosiavescovo d'Albi, suo fratello.Erano entrati in cuor diFerdinando il Cattoliconon piccioli sospetti contra diConsalvo gran capitano, e vicerè per lui nel regno di Napoli. Nè mancavano invidiosi e malevoli che li fomentavano ed accrescevano, facendogli credere che Consalvo, colla liberalità che usava per affezionarsi i regnicoli con discapito del regio erario, meditasse di usurpare per sè quel regno; ovvero (il che è più probabile) inclinasse a tenerlo per l'arciduca Filipposuo genero, il quale aveva assunto il titolo di re di Castiglia. Nel gennaio dell'anno presente s'era esso arciduca con cinquanta vele e grande accompagnamento di nobiltà fiamminga inviato per mare alla volta di Spagna. Battuto da fiera tempesta, fu spinto in Inghilterra, ma, ripigliato il cammino, sbarcò finalmente in Ispagna. Fu ad incontrarlo il re Ferdinando, e si trovò maniera di calmare i lor dissapori, e di conchiudere un accordo fra essi. Ora i suddetti sospetti di Ferdinando, avvalorati semprepiù da qualche disubbidienza di Consalvo, e massimamente perchè, richiamato colle più affettuose parole, alla corte di Aragona, egli con varie scuse e pretesti mai non s'era voluto movere; indussero il re a venir egli in persona a Napoli. Mostravasi questa sua risoluzione in apparenza nata dal forte desiderio e dalle vive istanze de' Napoletani di vedere di nuovo il lor sovrano. Ma l'interno motivo era di assicurarsi che Consalvo, caso che macchinasse delle novità, non le potesse eseguire, con levargli destramente il governo. Avvisato Consalvo del disegno del re, spedì persona apposta in Ispagna per mostrarne il suo contento; e fu allora, seppur non avvenne più tardi, che Ferdinando colla sua dote primaria, cioè colla dissimulazione, gli confermò tutti i feudi e le rendite ascendenti a venti mila ducati d'oro, ch'egli dianzi godeva in regno di Napoli, e il grado di gran contestabile. Imbarcatosi dipoi, dopo avere ricevuto nel suo passaggio per mare regali e segni di grande stima dai Genovesi e Fiorentini, arrivò alle spiagge di Napoli sul fine di ottobre. Consalvo, ancorchè molti vogliano (ed è ben probabile) che fosse assai informato e persuaso del mal animo del re verso di lui, pure con tutto coraggio ed ilarità di volto, affidato forse nella sua innocenza, andò a presentarsi a lui. Son qui discordi il Guicciardini e il Giovio. Quegli scrive che andò sino a Genova; e l'altro, secondo le apparenze, più degno di fede, per avere scritta la Vita di lui, dice che si portò ad inchinarlo al Capo Miseno presso Napoli. Non potea Consalvo desiderare accoglimento più dolce e benigno; e finchè il re si fermò in Napoli, la confidenza in lui fu grande, e nulla chiese che non ottenesse. Nella sua venuta, per cagion dei venti contrarii obbligato esso Ferdinando a fermarsi alquanti giorni a Porto Fino, quivi avea ricevuta la nuova, comeFilipposuo genero re di Castiglia (verisimilmente perchè troppo amico de' lauti conviti) era caduto infermoin Burgos, e che nel dì 25 di settembre nel fiore della sua età era passato all'altra vita. Fece questo impensato accidente credere a molti che Ferdinando fosse per voltare le prore, e tornarsene in Ispagna a riassumere le sospirate redini della Castiglia. Ma standogli più a cuore il provvedere ai bisogni di Napoli, colà passò: e poscia un bel funerale, ma senza lagrime, fece ivi alla memoria dell'estinto genero.A chiunque ha letto i precedenti Annali, uopo non è che io ricordi che la discordia avea sempre in addietro tenuto il principal suo seggio nella città di Genova. Ora le principali case fra esse, ora i popolari coi nobili erano in rotta: effetti della superbia, dell'opulenza, dell'ambizione e di altri malanni in quel popolo, a cui in vivacità d'ingegno pochi altri d'Italia si possono paragonare. Tutte nondimeno le lor gare parea che dovessero cessare sotto il dominio e governo d'un re di Francia, padrone ancora di Milano. Non fu così. Mossosi a sedizione il popolo contro la nobiltà, andò tanto innanzi il bollore degli animi, che furono forzati i nobili, cedendo al matto furore del popolo, di uscire dalla città, con restar perciò saccheggiate le lor case. Ridotto il governo in mano della plebe più vile, costoro andarono ad occupar le terre de' Fieschi, e passarono infino ad assediar Monaco, che era di Luciano Grimaldi.Filippo di Ravenstenregio governatore, dopo aver fatto il possibile per ismorzar questo incendio, veduto che non vi era più il suo onore in mezzo a tanta disubbidienza, si ritirò, lasciando buon presidio nel castelletto. Al reLodovico XIIdiedero degli affanni e non poco da pensare sì fatte insolenze, temendo egli che questa piaga avesse più profonde radici. Infatti, mentre egli era, secondo lo stile francese, portato a favorir la parte de' nobili, scoprì che il papa, siccome Savonese di nascita, si era dichiarato favorevole al partito de' popolari. Diedesi perciò il re a fare armamentoper terra e per mare, affin di rimediare al disordine colla forza, giacchè a nulla aveano servito le amorevoli insinuazioni e le minaccie. Nel luglio del presente anno si scoprì anche in Ferrara una congiura contro la vita delduca Alfonso[Antichità Estensi, Par. II.]. Era questa tramata dadon Ferdinandosuo fratello minore per voglia di regnare, e da Giulio suo fratello bastardo per ispirito di vendetta, non avendo esso duca fatto risentimento in occasion d'avere il cardinal d'Este tentato di fargli cavar gli occhi con barbarie detestata da ognuno. Convinti e confessi amendue, furono condannati a morte; ma mentre aveano il capo sotto la mannaia, Alfonso, facendo prevaler la clemenza alla giustizia, li rimise ad una prigione perpetua. Campò dipoi don Ferdinando sino al 1540; Giulio sino al 1559, in cui riebbe la libertà.
Meravigliavasi la gente al vedere comepapa Giulio, personaggio che in addietro s'era fatto conoscere di pensieri sì vasti e d'animo torbido, fosse fin qui vivuto con tanta quiete. Cessò questa lor meraviglia nell'anno presente, perchè esso papa, dopo aver più volte detto in concistoro di voler nettare la Chiesa dai tiranni, specialmente mirando a Perugia e Bologna, deliberò di eseguire il suo disegno[Buonaccorsi. Guicciardini. Panvinius. Raynaldus, Annal. Ecclesiast.]. Non volle commettere ad altriquesta impresa; ma siccome papa guerriero si mosse da Roma nel dì 27 di agosto con ventiquattro cardinali e quattrocento uomini d'armi, avendo già fatti maneggi per aver soccorsi dal re di Francia, da Ferrara, da Mantova e da Firenze. In Perugia iBaglioni, in Bologna iBentivogli, fattisi capi del popolo, appoco appoco n'erano divenuti come signori con deprimere chiunque si mostrava contrario ai loro voleri. Indirizzò Giulio i suoi passi alla volta di Perugia, doveGian-Paolo Baglionetrovossi in grande imbroglio, perchè troppo disgustoso era il cedere, troppo pericoloso il resistere. Nel di lui animo prevalsero i consigli del duca d'Urbino, sotto la cui fede, arrivato che fu il papa ad Orvieto, andò colà ad inchinarlo e ad offerirsi umilmente alla di lui volontà. Fu ricevuto in grazia, con rimetter egli le fortezze e porte di Perugia in mano del papa, e con promettere di andar seco in Romagna con cento cinquanta uomini d'arme. Entrò pacificamente il pontefice in Perugia nel dì 12 di settembre, e ne prese il dominio. Quindi maggiormente rinforzato dal Baglione, s'inviò alla volta d'Imola; nè parendogli decoroso il passar per Faenza occupata dai Veneziani, girò per le montagne del Fiorentino, e andò a posare in Imola, da dove intimò aGiovanni Bentivogliodi rilasciar Bologna colla minaccia di tutte le pene spirituali e temporali. Sulla speranza di molte promesse della protezione del re di Francia s'era il Bentivoglio messo in istato di difesa. Ma il re, a cui maggiormente premeva per li suoi interessi di tenersi amico il papa, che di giovare a' suoi raccomandati, mandò ordine alsignor di Sciomontegovernator di Milano di assistere con tutte le sue forze il papa. E in effetto con secento lance ed otto mila fanti si vide arrivare lo Sciomonte a Castelfranco. Anche il pontefice avea ricevuto gente daiFiorentini, daAlfonso ducadi Ferrara e daFrancesco marchesedi Mantova, il quale fu dichiarato capitan generale dell'esercitopontificio. A sì gagliardo apparato di forze nemiche s'avvide il Bentivoglio che vano era il ricalcitrare. E però piuttosto che ricorrere alla clemenza del papa, dalla cui generosità forse avrebbe potuto ottener maggiori vantaggi, passò nel dì 2 di novembre al campo franzese ed impetrato di mettere in salvo la sua famiglia e i suoi mobili per ritirarsi poi sul Milanese, lasciò in libertà i Bolognesi di trattare col papa. Entrò questi in Bologna con gran pompa nel dì 11 di novembre, tutto giubilo per sì nobile acquisto. Morivano di voglia anche i Franzesi d'entrare, non certo per divozione, in quella grassa città, ed usarono anche della forza; ma il popolo in armi fece sì buona guardia, che convenne loro restarsene di fuori, eccettuato lo Sciomonte col suo corteggio, che fu a baciare i piedi al papa, e riportò, oltre ad un regalo in pecunia per lui, e ad un altro assai tenue per le sue genti, la promessa di un cappello perLodovico d'Ambosiavescovo d'Albi, suo fratello.
Erano entrati in cuor diFerdinando il Cattoliconon piccioli sospetti contra diConsalvo gran capitano, e vicerè per lui nel regno di Napoli. Nè mancavano invidiosi e malevoli che li fomentavano ed accrescevano, facendogli credere che Consalvo, colla liberalità che usava per affezionarsi i regnicoli con discapito del regio erario, meditasse di usurpare per sè quel regno; ovvero (il che è più probabile) inclinasse a tenerlo per l'arciduca Filipposuo genero, il quale aveva assunto il titolo di re di Castiglia. Nel gennaio dell'anno presente s'era esso arciduca con cinquanta vele e grande accompagnamento di nobiltà fiamminga inviato per mare alla volta di Spagna. Battuto da fiera tempesta, fu spinto in Inghilterra, ma, ripigliato il cammino, sbarcò finalmente in Ispagna. Fu ad incontrarlo il re Ferdinando, e si trovò maniera di calmare i lor dissapori, e di conchiudere un accordo fra essi. Ora i suddetti sospetti di Ferdinando, avvalorati semprepiù da qualche disubbidienza di Consalvo, e massimamente perchè, richiamato colle più affettuose parole, alla corte di Aragona, egli con varie scuse e pretesti mai non s'era voluto movere; indussero il re a venir egli in persona a Napoli. Mostravasi questa sua risoluzione in apparenza nata dal forte desiderio e dalle vive istanze de' Napoletani di vedere di nuovo il lor sovrano. Ma l'interno motivo era di assicurarsi che Consalvo, caso che macchinasse delle novità, non le potesse eseguire, con levargli destramente il governo. Avvisato Consalvo del disegno del re, spedì persona apposta in Ispagna per mostrarne il suo contento; e fu allora, seppur non avvenne più tardi, che Ferdinando colla sua dote primaria, cioè colla dissimulazione, gli confermò tutti i feudi e le rendite ascendenti a venti mila ducati d'oro, ch'egli dianzi godeva in regno di Napoli, e il grado di gran contestabile. Imbarcatosi dipoi, dopo avere ricevuto nel suo passaggio per mare regali e segni di grande stima dai Genovesi e Fiorentini, arrivò alle spiagge di Napoli sul fine di ottobre. Consalvo, ancorchè molti vogliano (ed è ben probabile) che fosse assai informato e persuaso del mal animo del re verso di lui, pure con tutto coraggio ed ilarità di volto, affidato forse nella sua innocenza, andò a presentarsi a lui. Son qui discordi il Guicciardini e il Giovio. Quegli scrive che andò sino a Genova; e l'altro, secondo le apparenze, più degno di fede, per avere scritta la Vita di lui, dice che si portò ad inchinarlo al Capo Miseno presso Napoli. Non potea Consalvo desiderare accoglimento più dolce e benigno; e finchè il re si fermò in Napoli, la confidenza in lui fu grande, e nulla chiese che non ottenesse. Nella sua venuta, per cagion dei venti contrarii obbligato esso Ferdinando a fermarsi alquanti giorni a Porto Fino, quivi avea ricevuta la nuova, comeFilipposuo genero re di Castiglia (verisimilmente perchè troppo amico de' lauti conviti) era caduto infermoin Burgos, e che nel dì 25 di settembre nel fiore della sua età era passato all'altra vita. Fece questo impensato accidente credere a molti che Ferdinando fosse per voltare le prore, e tornarsene in Ispagna a riassumere le sospirate redini della Castiglia. Ma standogli più a cuore il provvedere ai bisogni di Napoli, colà passò: e poscia un bel funerale, ma senza lagrime, fece ivi alla memoria dell'estinto genero.
A chiunque ha letto i precedenti Annali, uopo non è che io ricordi che la discordia avea sempre in addietro tenuto il principal suo seggio nella città di Genova. Ora le principali case fra esse, ora i popolari coi nobili erano in rotta: effetti della superbia, dell'opulenza, dell'ambizione e di altri malanni in quel popolo, a cui in vivacità d'ingegno pochi altri d'Italia si possono paragonare. Tutte nondimeno le lor gare parea che dovessero cessare sotto il dominio e governo d'un re di Francia, padrone ancora di Milano. Non fu così. Mossosi a sedizione il popolo contro la nobiltà, andò tanto innanzi il bollore degli animi, che furono forzati i nobili, cedendo al matto furore del popolo, di uscire dalla città, con restar perciò saccheggiate le lor case. Ridotto il governo in mano della plebe più vile, costoro andarono ad occupar le terre de' Fieschi, e passarono infino ad assediar Monaco, che era di Luciano Grimaldi.Filippo di Ravenstenregio governatore, dopo aver fatto il possibile per ismorzar questo incendio, veduto che non vi era più il suo onore in mezzo a tanta disubbidienza, si ritirò, lasciando buon presidio nel castelletto. Al reLodovico XIIdiedero degli affanni e non poco da pensare sì fatte insolenze, temendo egli che questa piaga avesse più profonde radici. Infatti, mentre egli era, secondo lo stile francese, portato a favorir la parte de' nobili, scoprì che il papa, siccome Savonese di nascita, si era dichiarato favorevole al partito de' popolari. Diedesi perciò il re a fare armamentoper terra e per mare, affin di rimediare al disordine colla forza, giacchè a nulla aveano servito le amorevoli insinuazioni e le minaccie. Nel luglio del presente anno si scoprì anche in Ferrara una congiura contro la vita delduca Alfonso[Antichità Estensi, Par. II.]. Era questa tramata dadon Ferdinandosuo fratello minore per voglia di regnare, e da Giulio suo fratello bastardo per ispirito di vendetta, non avendo esso duca fatto risentimento in occasion d'avere il cardinal d'Este tentato di fargli cavar gli occhi con barbarie detestata da ognuno. Convinti e confessi amendue, furono condannati a morte; ma mentre aveano il capo sotto la mannaia, Alfonso, facendo prevaler la clemenza alla giustizia, li rimise ad una prigione perpetua. Campò dipoi don Ferdinando sino al 1540; Giulio sino al 1559, in cui riebbe la libertà.