MDX

MDXAnno diCristoMDX. IndizioneXIII.Giulio IIpapa 8.Massimiliano Ire de' Romani 18.Non fu men del precedente fecondo il presente anno di guerre, di spargimento di sangue e di rivoluzioni in Lombardia. Per conto de' Veneziani, dolorosa bensì loro riuscì la perdita che fecero diNiccolò Orsino contedi Pitigliano, che, per le tante vigilie e fatiche nella difesa di Padova, infermatosi in Lunigo, sul fine di febbraio cessò di vivere in età d'anni sessantotto. Fu portato il suo cadavero a Venezia, e datagli sepoltura ne' Santi Giovanni e Paolo, con aver poi la gratitudine del senato posta a sì fedele sperimentato generale una statua dorata, e una molto onorevole memoria. Ma raggi di speranze maggiori cominciarono a trasparire per larepubblica venetadal canto dipapa Giulio. Dacchè questi ebbe riacquistato quanto apparteneva di Stati alla Chiesa romana, fecero gran breccia nel cuore di lui l'umiliazione de' Veneziani, le insinuazioni de' cardinali veneti in Roma, e più d'ogni altra cosa il considerare che non era bene il totale abbassamento della potenza veneta, che specialmente veniva riguardata come sostegno a dell'Italia contra del Turco; e per lo contrario potea solamente nuocere l'ingrandimento de' potentati oltramontaniin Italia. Però fin d'allora concepì compassione verso la repubblica, e abborrimento alla lega di Cambrai. Vi volle del tempo a smaltir tutte le rigorose condizioni che il papa esigeva da' Veneziani, se bramavano daddovero di rimettersi in sua grazia; ma questi infine, prendendo legge dal presente bisogno e dall'inflessibilità del pontefice, gli accordarono quanto ei volle. E però, nel dì 24 di febbraio, furono ammessi gli ambasciatori veneti, e data l'assoluzione alla repubblica: del qual passo sopra gli altri si mostrò malcontento ilre di Francia, che da ciò ben comprendea dove già piegasse l'inclinazion del pontefice. Più chiaramente se n'avvide egli dipoi, perchè Giulio si diede a maneggiar pace fra Massimiliano Cesare e i Veneziani, e a muovere l'Inghilterra contro la Francia, e a tirar dalla sua gli Svizzeri. De' suoi negoziati altro a lui non riuscì se non quest'ultimo, avendo egli stabilita lega con quei Cantoni: il che fatto, alzò maggiormente il capo, e cominciò a muovere liti contra diAlfonso ducadi Ferrara, mal digerendo ch'egli fosse sì attaccato alla Francia. Imperiosamente dunque gli comandò di non far da lì innanzi sale a Comacchio in pregiudizio delle saline di Cervia, siccome dianzi non ne facea, quando Cervia era in mano de' Veneziani. Al che rispondeva il duca di non essere tenuto per alcuna capitolazione col papa per questo, nè dovergli essere ciò impedito, dacchè egli riconosceva per le sue investiture solamente dall'imperio la città di Comacchio. Suscitò ancora altre querele col re Lodovico, una delle quali fu, ch'egli non avesse a ritener sotto la sua protezione esso duca di Ferrara.Intanto il re di Francia, che per tempo con un trattato s'era assicurato del re d'Inghilterra, assai chiarito della disattenzion delre de' Romani, informato ancora dei disordini ch'erano in Verona, con pericolo che quella città ricadesse in potere de' Veneziani, stante la continuata vicinanza del loro esercito a quella città;ebbe cura di assodar meglio quell'antemurale allo Stato di Milano. Dati perciò sessanta mila ducati d'oro a Massimiliano, ne ricevette in pegno la cittadella di Verona (dove mise buon presidio) e il castello di Lignago, se poteva ritorlo ai Veneziani. Quindi amendue si diedero a far gran preparamenti d'armi, per continuare più che mai la guerra contro la repubblica, la quale dal canto suo non tralasciava d'armarsi affin di resistere a tanti nemici. Presero i Veneziani per governatore dell'esercito loroLucio Malvezzo, e per capitano della fanteriaLorenzoappellatoRenzo da Ceri; nel qual tempo, con intelligenze che aveano in Verona, tentarono una notte di sorprendere quella città colle scale. Andò il colpo fallito: il che costò la vita a molti che furono creduti o trovati veramente rei della congiura. Venuto il mese d'aprile, eccoti comparire a Verona mille cavalli ed otto mila fanti inviati daMassimiliano Cesaresotto il comando delprincipe di Analt. Di là a non moltoCarlo d'Ambosiagovernator di Milano conGian-Giacomo Trivulzio, seco conducendo mille e cinquecento lancie, dieci mila fanti, tre mila cavalli leggeri e grosso treno d'artiglieria, vennero a passar l'Adigetto alla Canda, e cominciarono ad entrare sul Padovano.Alfonso ducadi Ferrara mosse anch'egli le armi sue nel dì 12 di maggio, e tornò a farsi rendere ubbidienza dal Polesine di Rovigo, da Este, e dagli altri luoghi che anticamente furono signoreggiati da' suoi maggiori, che nel precedente autunno gli erano stati ritolti da' Veneziani. All'approssimarsi di sì poderosi nemici, s'era già l'esercito veneto ritirato dal Veronese a Vicenza; ma perchè neppur quivi si tenne sicuro, passò oltre sul Padovano alle Brentelle. Abbandonati i poveri Vicentini, gente ben consapevole del mal animo che nudriva il principe di Analt contra di loro, pretendendoli ribelli, gli spedirono ambasciatori. Solamente poterono ottenere che la città restasse esente dal fuoco, purchè pagassero trentamila ducati d'oro. Ebbe tempo quel popolo di salvare in Padova ed in altri luoghi il meglio delle robe sue e mogli e figli; ed essendo restati pochi abitatori in quella città, arrivati che furono i Tedeschi, rubarono ciò che poterono, ma non ciò che speravano. Un atto di somma crudeltà commisero dipoi i Tedeschi. A Costoza villa del Vicentino sotto la montagna cavate si truovano grotte o caverne di mirabil estensione (dicono di tre miglia) a guisa di labirinto, formate unicamente, per opinione d'alcuni, dai cavatori di pietre atte al fabbricare. Son chiamate il Covolo, ossia la grotta di Masano. Qualunque sia stata l'origine d'esse, che è tuttavia in forse, colà entro s'era rifugiato uno sterminato numero di Vicentini infelici, ed anche di nobili colle loro famiglie e masserizie, credendosi ivi in sicuro, come altre volte, e specialmente nella guerra dell'anno precedente erano stati. Informata l'avida gente tedesca che ivi si nascondeva un ricco bottino, corse per impadronirsene. Ma perchè l'entrata era stretta e ben difesa da quei di dentro, raunata gran copia di fascine e paglie, e spintala nell'imboccatura delle caverne, tanto fumo, con attaccarvi il fuoco, entrò colà, che ne rimasero soffocate da secento persone tra grandi e piccoli, e forse più: barbarie che anche oggidì fa orrore.Restò l'esercito tedesco sul Vicentino, perchè impedito di passar oltre. Intanto i Franzesi, a' quali premeva di acquistar Lignago, ne formarono l'assedio, in cui se meravigliosa fu la lor bravura, non minor fu quella dei difensori. Pure, in sette soli giorni formate le breccie, nel dì 12 di giugno per forza entrarono i Franzesi in quel castello, creduto allora inespugnabile, ed un orrido sacco vi diedero colla morte di ducento fanti veneziani e di moltissimi degli abitanti. Scrive fra Paolo Cherici carmelitano, della cui Storia MS. mi servo io ora, che, essendo ivi fanciullo di nove anni, vide quel fiero scempio, e quasi miracolosamente si salvò dalle spade franzesi. CarloMarino provveditore coi capitani, ritiratosi nella rocca, non tardò a rendersi a discrezione, con restar prigioniere. Tale fu il principio di questa campagna, per cui i Veneziani, vedendo andare di male in peggio le cose loro, condussero al loro stipendio cinquecento Turchi sotto il comando di Giovanni Epirota. Ricorsero ancora in Costantinopoli al Gran Signore, rappresentandogli il pericolo suo, se lasciava tanto ingrandire i principi cristiani. Ne riportarono di grandi promesse, che poi tutte finirono in fumo. Ma le maggiori loro speranze erano riposte inpapa Giulio, che, dimentico affatto degli obblighi contratti nella lega di Cambrai, tutto avea rivolto l'animo alla loro difesa. Si studiò egli di separarMassimiliano Cesareda' Franzesi, con offerirgli il danaro occorrente per riscuotere da essi la cittadella di Verona; e perciocchè avea già fatto nascere liti col re Lodovico, cominciò un trattato in Genova, per fargli ribellare quella città. Cercò ancora di muovereArrigo redi Inghilterra contra di lui. Quello che più importa, prese al suo soldo quindici mila Svizzeri, acciocchè scendessero ai danni del re nello Stato di Milano. Calata poi la visiera, cacciò da sè gli oratori d'esso re e del duca di Ferrara; e mentre questo ultimo si trovava colle sue genti ed artiglierie all'assedio di Lignago, gli fece comandare che desistesse dall'aderenza de' Franzesi. Per quanto s'interponesse Massimiliano in favore di lui, il pontefice nel dì 9 d'agosto, benchè appoggiato a sole ragioni frivole, per non dir calunniose, fulminò contra d'esso Alfonso tutte le maggiori censure e maledizioni, dichiarandolo decaduto e privato del dominio di Ferrara, e di quanto egli riconosceva dalla Chiesa. Quindi mosse tutte le sue forze, comandate daFrancesco Mariasuo nipote e duca d'Urbino, contra dei di lui Stati.Per queste novità gli affari della repubblica, che pareano in total decadenza, cominciarono a mutare aspetto. Riuscìbensì all'armata franzese, che s'era unita colla imperiale, di tagliare a pezzi per la maggior parte la cavalleria turchesca che militava per li Veneziani. Dopo di che si presentarono le due armate sotto Monselice, e cominciarono con grand'empito l'assedio. Ma dai movimenti e trattati del papa, che vennero a scoppiare, rimasero sturbati tutti i loro disegni. Cioè si intese cheMarco Antonio Colonnacon grossa compagnia di cavalli e fanti avea passata la Magra, ed occupata la Spezie; e giunte colà tredici galee, si disponevano a rimettere in GenovaGiovanniedOttaviano Fregosi. Gli Svizzeri già raunati minacciavano d'entrare nello Stato di Milano. Il duca d'Urbino colcardinal di Paviae con grosso esercito, nel dì 3 di luglio, diede principio anch'egli alle ostilità contra del duca di Ferrara, con prendere Massa de' Lombardi, Bagnacavallo, Lugo ed altre terre. Ed ecco dove s'impiegavano allora i tesori della Chiesa romana. Ai primi avvisi di tali movimenti,Carlo d'Ambosiasignore di Sciomonte accorse col principal nerbo delle sue milizie alla guardia dello Stato di Milano, e il duca Alfonso a Ferrara. Venne poi fatto agl'imperiali dopo molte fatiche di prendere per assalto la rocca di Monselice colla strage di tutto quel presidio. Ma da lì innanzi convenne ai collegati pensar più alla difesa propria che all'offesa altrui. Mentre il duca di Ferrara attendeva a premunirsi contra dell'armata pontificia in Romagna, un maggiore inaspettato incendio divampò in altra parte; perciocchè, avendo gli uffiziali del papa intelligenza in Modena coi conti Francesco Maria e Gherardo de' Rangoni, appena comparvero a Castelfranco, che questa città mandò loro le chiavi, di maniera che v'entrarono pacificamente al dì 19 di agosto, e la cittadella tardò poco a capitolare anch'essa. Impadronironsi poscia di Carpi, di San Felice e del Finale, e portarono la guerra fin presso a Ferrara colla sola separazione del ramo del Po, che allora scorrea presso di quella città.Ad animar maggiormente l'armi pontificie ci mancava la persona dello stesso guerrieropapa Giulio; ed egli non lasciò di comparire a Bologna nel dì 22 di settembre. Nel qual mentre i Veneziani per terra e per Po fecero aspra guerra nel Polesine e Ferrarese al duca Alfonso, il quale, intrepidamente or qua or là scorrendo, studiò di sostenersi in mezzo a tante tempeste. Tali doglianze poi feceMassimiliano Cesarecol papa, per l'occupazione di Modena città dell'imperio, che Giulio s'indusse a depositarla in mano di lui nel dì 31 di gennaio del seguente anno, con patto di non restituirla al duca Alfonso, e che intanto si esaminasse a chi essa dovesse appartenere. Era fin qui stato prigione in VeneziaFrancesco Gonzagamarchese di Mantova. V'ha chi scrive, che per le minaccie del sultano de' Turchi, guadagnato dai Mantovani o dal re di Francia, fu messo in libertà. Tuttavia par più probabile che ciò avvenisse per l'interposizione di papa Giulio e per li saggi riflessi del senato veneto; avendo essi conosciuto quanto potesse lor giovare il tirar questo principe nel lor partito in circostanza di tanto rilievo. La verità si è, ch'egli nel dì 30 di luglio non solamente uscì di prigione, ma fu anche rimesso in grazia de' Veneziani; e il papa, che avea privato il duca Alfonso del grado di gonfalonier della Chiesa, conferì questa dignità allo stesso marchese nel dì 3 di ottobre, come consta dalla sua bolla presso il Du-Mont[Du-Mont, Corp. Diplomat.]. Così quel principe sposò anch'egli (almeno in apparenza) gl'interessi del papa e de' Veneziani: nel che nondimeno si comportò dipoi con molta saviezza.Dappoichè colla partenza dello Sciomonte e del duca di Ferrara l'esercito di Massimiliano si trovò troppo snervato in paragone del veneto, prese la risoluzione di ritirarsi a Verona, e di abbandonar Vicenza, che tornò alla divozione della repubblica. Nel ritirarsi ebbero le sue genti sempre alla coda i Veneziani,i quali, tuttochè fosse lor presentata la battaglia, mai non vollero accudire a sì azzardoso giuoco. Di questo buon vento si prevalsero ancora gli altri provveditori veneti, per riacquistare Asolo del Trivisano, Marostica, Cividal di Belluno, il Polesine di Rovigo ed altri luoghi. Passò dipoi il grosso loro esercito sotto Verona, e, messa mano alle artiglierie, cominciarono a bombardare quella città. V'era dentro ilduca di Termine, uffiziale del re Ferdinando, a cui, per esser morto in quel tempo di flusso ilprincipe di Analto, era toccato il comando delle truppe collegate. Fece egli buona difesa sì per ripulsare gli aggressori, come per tenere in freno i Veronesi, molti de' quali manteneano corrispondenze co' Veneziani; finchè un capitano spagnuolo, chiamato Calandres, ottenuta licenza dal duca, uscì una notte con quattrocento fanti, e con tal valore assalì la guardia delle nemiche batterie, che ne fece strage grande, con inchiodar anche quattro dei lor cannoni, e gittarli nella fossa. Vi perì fra gli altri Citolo da Perugia, uno dei più valorosi capitani dell'armata veneta. Questo colpo, e l'avviso che gli Svizzeri, siccome dirò fra poco, erano tornati a casa loro, cagion fu che i Veneziani, dopo tre dì, cioè nel dì 12 di settembre, levarono il campo, e si ritirarono a Soave e San Bonifazio. Mentre di questo tenore procedevano nella bassa Lombardia le cose della guerra, per opera di papa Giulio tentato fu di far ribellare al re di Francia la città di Genova[Agostino Giustiniani, Annali di Genova. Guicciardino. Senarega, de Reb. Genuens.]. In quelle vicinanze era già giunto ilColonnacolle milizie del papa per terra; e le galee venete anch'esse, dopo aver preso Sestri e Chiavaro, si presentarono a Genova, sperando ivi delle già manipolate sollevazioni. Ma niun si mosse; ed essendo accorsi in quella città varii aiuti, convenne ritirarsi; e a chi dovette tornar per terra costò caro. Non per questo si quetò il pertinace animo di papa Giulio.Sul principio di settembre di nuovo spedì verso Genova più numerosa flotta, sperando che gli Svizzeri per terra venissero nello stesso tempo a darle mano per assalire quella città. Svizzeri non si videro; ed, usciti con buona copia di legni i Genovesi, diedero la caccia ai pontifizii, facendoli tornare con gran fretta a Cività Vecchia. Quanto ad essi Svizzeri mossi dal papa contro lo Stato di Milano, calarono ben essi verso Varese, ma sprovveduti d'artiglierie, di ponti e d'altri arnesi da guerra. S'inoltrarono verso Appiano; e l'Ambosia o vogliam dire lo Sciomonte, quantunque assai debole di forze, gli andava costeggiando, e tenendoli ristretti con varie scaramuccie. Piegarono dipoi verso Como, e infine, scorgendo le difficoltà di passar oltre, oppure per mancanza di vettovaglie, se ne tornarono bravamente alle lor case, avendo mangiato a tradimento il pane del papa. Pretendono gli storici genovesi contemporanei, che costoro, dopo avere ricevuti dal papa settanta mila ducati d'oro per venire, ricevessero poi da' Franzesi altra buona somma per tornare indietro, non senza infamia del loro nome.Tornata che fu la quiete in Genova e nello Stato di Milano, l'Ambosia si mosse per venire in soccorso del duca di Ferrara, che era battuto da tante parti. Si pensava egli di potere ricuperar Modena; ma, essendo entrato in essa città un buon presidio, e ridottosi a questa parte tutto l'esercito pontifizio, nulla potè per un pezzo operare. Servì nondimeno questo suo movimento a far respirare il duca Alfonso, che potè allora pigliar il Finale e Cento. Ma mentre egli si preparava ad unirsi con lo Sciomonte, gli fu d'uopo attendere a casa, perchè i Veneziani con due armate, parte per terra e parte pel Po, vennero ad infestare il Ferrarese. Riuscì al prode duca nel dì 28 di settembre colle sue genti comandate da Giulio Tassoni di dar loro due sconfitte in Adria e alla Polesella,con condurre a Ferrara settanta dei loro legni, molta artiglieria ed altre prede. Deliberò in questi tempi lo Sciomonte, dopo aver preso Carpi, di portar la guerra sino a Bologna, commosso specialmente dalle premure diAnnibalee diErmes Bentivogli, che gli rappresentavano facile quell'acquisto. Però nel dì 17 d'ottobre, occupato colle artiglierie il castello di Spilamberto, e poi Castelfranco, nel dì 19 fece scorrere alcune squadre di cavalleria fino alle porte di Bologna. Gran paura n'ebbero i cardinali e cortigiani del papa, che ivi si trovava convalescente, ma non già il papa stesso; e vi vollero gli argani ad indurlo a trattar di pace, perch'egli aspettava a momenti un gagliardo soccorso da' Veneziani e dal re Cattolico. Pure, lasciatosi vincere, inviòGian-Francesco Picoconte della Mirandola e celebre letterato allo Sciomonte, più per voglia di guadagnar tempo, che di accettar pace alcuna. Alte furono le condizioni proposte dal generale franzese, che si veggono registrate dal Guicciardino; e si andò giocando di scherma alcuni dì, finchè, sopraggiunti a Bologna dei grossi rinforzi di gente, questi fecero ritornare il papa alla consueta alterezza e sprezzo dei nemici. Lo Sciomonte, a cui mancavano le vettovaglie, se ne tornò indietro sonoramente deluso, pentendosi, ma inutilmente, di non essere marciato a dirittura a Bologna che, sguarnita allora, potea facilmente cadere in sua mano.Fumava di rabbiapapa Giulio, uomo, per consenso di tutti gli storici, impastato di bile, e tacciato ancora di disordinato amore del vino, per l'insulto fatto dai Franzesi ad una città pontificia, e città, dove soggiornava egli stesso in persona. Si rodeva tutto ancora d'odio contra diAlfonso ducadi Ferrara, per vederlo sostenuto sì poderosamente dai Franzesi.E giacchè questi s'erano per la maggior parte ritirati nello stato di Milano, pieno di ardore e di speranza di conquistar Ferrara, dopo avere unito ad un gagliardoesercito le schiere a lui inviate dal re Cattolico, mosse le sue armi a quella volta. Ma il verno era venuto, le strade si trovavano quasi impraticabili; e però da lui fu presa la risoluzione di assediar intanto la Mirandola, piazza forte e fornita di presidio franzese. All'armata sua riuscì, nel dì 19 di dicembre, di aver per forza la terra della Concordia: il che fatto, passò all'assedio della Mirandola, col cui acquisto si veniva maggiormente a stringere e bloccare Ferrara. Circa questi tempiLodovico XII redi Francia, oltremodo alterato pel procedere del pontefice, il quale avea infine fatto mettere in castello Santo Angelo ilcardinale d'Auch, ministro deputato agli affari del re in Roma, si diede a studiar le maniere di opporsi ai maggiori disegni e tentativi di lui. Nel dì 17 di novembre assodò con un nuovo trattato la lega conMassimiliano Cesare. Avendo anche fatto raunare nel dì tre di settembre un copioso concilio[Lab. Concil., tom. 13. Belcaire, Comment. Gall.](conciliabolo appellato da altri) de' vescovi di Francia, volle udire il lor parere, se era lecito a lui il difendere contro il papa unprincipe dell'imperio, a cui esso papa avea mossa guerra con pretensioni sopra uno Stato che quel principe teneva dall'imperio con prescrizione più che centenaria. Gli fu risposto di sì. Fu d'avviso l'autore franzese della Lega di Cambrai[Histoire de la Ligue de Cambray.], che questa dimanda riguardasse i Bentivogli,i quali Giulio II avea cacciati da Bologna dopo un possesso centenario. Ma chiara cosa è che si parlava della città diComacchio, posseduta dalla casa d'Este con sole investiture imperiali per più di cento cinquanta anni. Se quello scrittore avesse consultato il Mezeray[Mezeray, Histoire de France, tom. 2.]e il Serres[Serres, Histoire de France, tom. 2.], storici franzesi, avrebbe conosciuto che la lite era per un feudo dell'imperio, e nominatamente per Comacchio.I Bentivogli interpolatamente signoreggiarono in Bologna, nè mai pretesero che quella fosse città dell'imperio, anzi ne riconobbero sempre per sovrani i papi. E fin qui si poteano comportare le precauzioni del re Lodovico. Ma egli si lasciò trasportare più oltre, essendo convenuto con Massimiliano di far convocare a Lione un concilio generale per trattarvi della riforma della Chiesa, e con animo, per quanto fu creduto, di deporre papa Giulio, il quale invece di adempiere il giuramento da lui fatto di raunar esso concilio, s'era dato alle armi con iscandalo della cristianità. E già cinque cardinali, disgustati di lui, e fuggiti dalla sua corte, minacciavano questo scisma. Non manca chi ha scritto, aver pensato Massimiliano di farsi eleggere papa, o di farsi dichiarar capo della Chiesa come imperadore. Sembra ben giusto il creder questa una delle vane, anzi ridicolose dicerie di que' tempi. La pietà è stata sempre dote ereditaria dell'augustissima casa d'Austria, e di questa niuno osò dir mancante Massimiliano imperadore eletto. Con ciò si diede il re Luigi a far nuovi preparamenti di guerra, siccome all'incontro papa Giulio dal suo canto a maggiormente tirare nel suo partitoFerdinando il Cattolico, principe che, al pari di lui, abborriva l'ingrandimento de' Franzesi, e sommamente sospirava di cacciarli di Italia.

Non fu men del precedente fecondo il presente anno di guerre, di spargimento di sangue e di rivoluzioni in Lombardia. Per conto de' Veneziani, dolorosa bensì loro riuscì la perdita che fecero diNiccolò Orsino contedi Pitigliano, che, per le tante vigilie e fatiche nella difesa di Padova, infermatosi in Lunigo, sul fine di febbraio cessò di vivere in età d'anni sessantotto. Fu portato il suo cadavero a Venezia, e datagli sepoltura ne' Santi Giovanni e Paolo, con aver poi la gratitudine del senato posta a sì fedele sperimentato generale una statua dorata, e una molto onorevole memoria. Ma raggi di speranze maggiori cominciarono a trasparire per larepubblica venetadal canto dipapa Giulio. Dacchè questi ebbe riacquistato quanto apparteneva di Stati alla Chiesa romana, fecero gran breccia nel cuore di lui l'umiliazione de' Veneziani, le insinuazioni de' cardinali veneti in Roma, e più d'ogni altra cosa il considerare che non era bene il totale abbassamento della potenza veneta, che specialmente veniva riguardata come sostegno a dell'Italia contra del Turco; e per lo contrario potea solamente nuocere l'ingrandimento de' potentati oltramontaniin Italia. Però fin d'allora concepì compassione verso la repubblica, e abborrimento alla lega di Cambrai. Vi volle del tempo a smaltir tutte le rigorose condizioni che il papa esigeva da' Veneziani, se bramavano daddovero di rimettersi in sua grazia; ma questi infine, prendendo legge dal presente bisogno e dall'inflessibilità del pontefice, gli accordarono quanto ei volle. E però, nel dì 24 di febbraio, furono ammessi gli ambasciatori veneti, e data l'assoluzione alla repubblica: del qual passo sopra gli altri si mostrò malcontento ilre di Francia, che da ciò ben comprendea dove già piegasse l'inclinazion del pontefice. Più chiaramente se n'avvide egli dipoi, perchè Giulio si diede a maneggiar pace fra Massimiliano Cesare e i Veneziani, e a muovere l'Inghilterra contro la Francia, e a tirar dalla sua gli Svizzeri. De' suoi negoziati altro a lui non riuscì se non quest'ultimo, avendo egli stabilita lega con quei Cantoni: il che fatto, alzò maggiormente il capo, e cominciò a muovere liti contra diAlfonso ducadi Ferrara, mal digerendo ch'egli fosse sì attaccato alla Francia. Imperiosamente dunque gli comandò di non far da lì innanzi sale a Comacchio in pregiudizio delle saline di Cervia, siccome dianzi non ne facea, quando Cervia era in mano de' Veneziani. Al che rispondeva il duca di non essere tenuto per alcuna capitolazione col papa per questo, nè dovergli essere ciò impedito, dacchè egli riconosceva per le sue investiture solamente dall'imperio la città di Comacchio. Suscitò ancora altre querele col re Lodovico, una delle quali fu, ch'egli non avesse a ritener sotto la sua protezione esso duca di Ferrara.

Intanto il re di Francia, che per tempo con un trattato s'era assicurato del re d'Inghilterra, assai chiarito della disattenzion delre de' Romani, informato ancora dei disordini ch'erano in Verona, con pericolo che quella città ricadesse in potere de' Veneziani, stante la continuata vicinanza del loro esercito a quella città;ebbe cura di assodar meglio quell'antemurale allo Stato di Milano. Dati perciò sessanta mila ducati d'oro a Massimiliano, ne ricevette in pegno la cittadella di Verona (dove mise buon presidio) e il castello di Lignago, se poteva ritorlo ai Veneziani. Quindi amendue si diedero a far gran preparamenti d'armi, per continuare più che mai la guerra contro la repubblica, la quale dal canto suo non tralasciava d'armarsi affin di resistere a tanti nemici. Presero i Veneziani per governatore dell'esercito loroLucio Malvezzo, e per capitano della fanteriaLorenzoappellatoRenzo da Ceri; nel qual tempo, con intelligenze che aveano in Verona, tentarono una notte di sorprendere quella città colle scale. Andò il colpo fallito: il che costò la vita a molti che furono creduti o trovati veramente rei della congiura. Venuto il mese d'aprile, eccoti comparire a Verona mille cavalli ed otto mila fanti inviati daMassimiliano Cesaresotto il comando delprincipe di Analt. Di là a non moltoCarlo d'Ambosiagovernator di Milano conGian-Giacomo Trivulzio, seco conducendo mille e cinquecento lancie, dieci mila fanti, tre mila cavalli leggeri e grosso treno d'artiglieria, vennero a passar l'Adigetto alla Canda, e cominciarono ad entrare sul Padovano.Alfonso ducadi Ferrara mosse anch'egli le armi sue nel dì 12 di maggio, e tornò a farsi rendere ubbidienza dal Polesine di Rovigo, da Este, e dagli altri luoghi che anticamente furono signoreggiati da' suoi maggiori, che nel precedente autunno gli erano stati ritolti da' Veneziani. All'approssimarsi di sì poderosi nemici, s'era già l'esercito veneto ritirato dal Veronese a Vicenza; ma perchè neppur quivi si tenne sicuro, passò oltre sul Padovano alle Brentelle. Abbandonati i poveri Vicentini, gente ben consapevole del mal animo che nudriva il principe di Analt contra di loro, pretendendoli ribelli, gli spedirono ambasciatori. Solamente poterono ottenere che la città restasse esente dal fuoco, purchè pagassero trentamila ducati d'oro. Ebbe tempo quel popolo di salvare in Padova ed in altri luoghi il meglio delle robe sue e mogli e figli; ed essendo restati pochi abitatori in quella città, arrivati che furono i Tedeschi, rubarono ciò che poterono, ma non ciò che speravano. Un atto di somma crudeltà commisero dipoi i Tedeschi. A Costoza villa del Vicentino sotto la montagna cavate si truovano grotte o caverne di mirabil estensione (dicono di tre miglia) a guisa di labirinto, formate unicamente, per opinione d'alcuni, dai cavatori di pietre atte al fabbricare. Son chiamate il Covolo, ossia la grotta di Masano. Qualunque sia stata l'origine d'esse, che è tuttavia in forse, colà entro s'era rifugiato uno sterminato numero di Vicentini infelici, ed anche di nobili colle loro famiglie e masserizie, credendosi ivi in sicuro, come altre volte, e specialmente nella guerra dell'anno precedente erano stati. Informata l'avida gente tedesca che ivi si nascondeva un ricco bottino, corse per impadronirsene. Ma perchè l'entrata era stretta e ben difesa da quei di dentro, raunata gran copia di fascine e paglie, e spintala nell'imboccatura delle caverne, tanto fumo, con attaccarvi il fuoco, entrò colà, che ne rimasero soffocate da secento persone tra grandi e piccoli, e forse più: barbarie che anche oggidì fa orrore.

Restò l'esercito tedesco sul Vicentino, perchè impedito di passar oltre. Intanto i Franzesi, a' quali premeva di acquistar Lignago, ne formarono l'assedio, in cui se meravigliosa fu la lor bravura, non minor fu quella dei difensori. Pure, in sette soli giorni formate le breccie, nel dì 12 di giugno per forza entrarono i Franzesi in quel castello, creduto allora inespugnabile, ed un orrido sacco vi diedero colla morte di ducento fanti veneziani e di moltissimi degli abitanti. Scrive fra Paolo Cherici carmelitano, della cui Storia MS. mi servo io ora, che, essendo ivi fanciullo di nove anni, vide quel fiero scempio, e quasi miracolosamente si salvò dalle spade franzesi. CarloMarino provveditore coi capitani, ritiratosi nella rocca, non tardò a rendersi a discrezione, con restar prigioniere. Tale fu il principio di questa campagna, per cui i Veneziani, vedendo andare di male in peggio le cose loro, condussero al loro stipendio cinquecento Turchi sotto il comando di Giovanni Epirota. Ricorsero ancora in Costantinopoli al Gran Signore, rappresentandogli il pericolo suo, se lasciava tanto ingrandire i principi cristiani. Ne riportarono di grandi promesse, che poi tutte finirono in fumo. Ma le maggiori loro speranze erano riposte inpapa Giulio, che, dimentico affatto degli obblighi contratti nella lega di Cambrai, tutto avea rivolto l'animo alla loro difesa. Si studiò egli di separarMassimiliano Cesareda' Franzesi, con offerirgli il danaro occorrente per riscuotere da essi la cittadella di Verona; e perciocchè avea già fatto nascere liti col re Lodovico, cominciò un trattato in Genova, per fargli ribellare quella città. Cercò ancora di muovereArrigo redi Inghilterra contra di lui. Quello che più importa, prese al suo soldo quindici mila Svizzeri, acciocchè scendessero ai danni del re nello Stato di Milano. Calata poi la visiera, cacciò da sè gli oratori d'esso re e del duca di Ferrara; e mentre questo ultimo si trovava colle sue genti ed artiglierie all'assedio di Lignago, gli fece comandare che desistesse dall'aderenza de' Franzesi. Per quanto s'interponesse Massimiliano in favore di lui, il pontefice nel dì 9 d'agosto, benchè appoggiato a sole ragioni frivole, per non dir calunniose, fulminò contra d'esso Alfonso tutte le maggiori censure e maledizioni, dichiarandolo decaduto e privato del dominio di Ferrara, e di quanto egli riconosceva dalla Chiesa. Quindi mosse tutte le sue forze, comandate daFrancesco Mariasuo nipote e duca d'Urbino, contra dei di lui Stati.

Per queste novità gli affari della repubblica, che pareano in total decadenza, cominciarono a mutare aspetto. Riuscìbensì all'armata franzese, che s'era unita colla imperiale, di tagliare a pezzi per la maggior parte la cavalleria turchesca che militava per li Veneziani. Dopo di che si presentarono le due armate sotto Monselice, e cominciarono con grand'empito l'assedio. Ma dai movimenti e trattati del papa, che vennero a scoppiare, rimasero sturbati tutti i loro disegni. Cioè si intese cheMarco Antonio Colonnacon grossa compagnia di cavalli e fanti avea passata la Magra, ed occupata la Spezie; e giunte colà tredici galee, si disponevano a rimettere in GenovaGiovanniedOttaviano Fregosi. Gli Svizzeri già raunati minacciavano d'entrare nello Stato di Milano. Il duca d'Urbino colcardinal di Paviae con grosso esercito, nel dì 3 di luglio, diede principio anch'egli alle ostilità contra del duca di Ferrara, con prendere Massa de' Lombardi, Bagnacavallo, Lugo ed altre terre. Ed ecco dove s'impiegavano allora i tesori della Chiesa romana. Ai primi avvisi di tali movimenti,Carlo d'Ambosiasignore di Sciomonte accorse col principal nerbo delle sue milizie alla guardia dello Stato di Milano, e il duca Alfonso a Ferrara. Venne poi fatto agl'imperiali dopo molte fatiche di prendere per assalto la rocca di Monselice colla strage di tutto quel presidio. Ma da lì innanzi convenne ai collegati pensar più alla difesa propria che all'offesa altrui. Mentre il duca di Ferrara attendeva a premunirsi contra dell'armata pontificia in Romagna, un maggiore inaspettato incendio divampò in altra parte; perciocchè, avendo gli uffiziali del papa intelligenza in Modena coi conti Francesco Maria e Gherardo de' Rangoni, appena comparvero a Castelfranco, che questa città mandò loro le chiavi, di maniera che v'entrarono pacificamente al dì 19 di agosto, e la cittadella tardò poco a capitolare anch'essa. Impadronironsi poscia di Carpi, di San Felice e del Finale, e portarono la guerra fin presso a Ferrara colla sola separazione del ramo del Po, che allora scorrea presso di quella città.Ad animar maggiormente l'armi pontificie ci mancava la persona dello stesso guerrieropapa Giulio; ed egli non lasciò di comparire a Bologna nel dì 22 di settembre. Nel qual mentre i Veneziani per terra e per Po fecero aspra guerra nel Polesine e Ferrarese al duca Alfonso, il quale, intrepidamente or qua or là scorrendo, studiò di sostenersi in mezzo a tante tempeste. Tali doglianze poi feceMassimiliano Cesarecol papa, per l'occupazione di Modena città dell'imperio, che Giulio s'indusse a depositarla in mano di lui nel dì 31 di gennaio del seguente anno, con patto di non restituirla al duca Alfonso, e che intanto si esaminasse a chi essa dovesse appartenere. Era fin qui stato prigione in VeneziaFrancesco Gonzagamarchese di Mantova. V'ha chi scrive, che per le minaccie del sultano de' Turchi, guadagnato dai Mantovani o dal re di Francia, fu messo in libertà. Tuttavia par più probabile che ciò avvenisse per l'interposizione di papa Giulio e per li saggi riflessi del senato veneto; avendo essi conosciuto quanto potesse lor giovare il tirar questo principe nel lor partito in circostanza di tanto rilievo. La verità si è, ch'egli nel dì 30 di luglio non solamente uscì di prigione, ma fu anche rimesso in grazia de' Veneziani; e il papa, che avea privato il duca Alfonso del grado di gonfalonier della Chiesa, conferì questa dignità allo stesso marchese nel dì 3 di ottobre, come consta dalla sua bolla presso il Du-Mont[Du-Mont, Corp. Diplomat.]. Così quel principe sposò anch'egli (almeno in apparenza) gl'interessi del papa e de' Veneziani: nel che nondimeno si comportò dipoi con molta saviezza.

Dappoichè colla partenza dello Sciomonte e del duca di Ferrara l'esercito di Massimiliano si trovò troppo snervato in paragone del veneto, prese la risoluzione di ritirarsi a Verona, e di abbandonar Vicenza, che tornò alla divozione della repubblica. Nel ritirarsi ebbero le sue genti sempre alla coda i Veneziani,i quali, tuttochè fosse lor presentata la battaglia, mai non vollero accudire a sì azzardoso giuoco. Di questo buon vento si prevalsero ancora gli altri provveditori veneti, per riacquistare Asolo del Trivisano, Marostica, Cividal di Belluno, il Polesine di Rovigo ed altri luoghi. Passò dipoi il grosso loro esercito sotto Verona, e, messa mano alle artiglierie, cominciarono a bombardare quella città. V'era dentro ilduca di Termine, uffiziale del re Ferdinando, a cui, per esser morto in quel tempo di flusso ilprincipe di Analto, era toccato il comando delle truppe collegate. Fece egli buona difesa sì per ripulsare gli aggressori, come per tenere in freno i Veronesi, molti de' quali manteneano corrispondenze co' Veneziani; finchè un capitano spagnuolo, chiamato Calandres, ottenuta licenza dal duca, uscì una notte con quattrocento fanti, e con tal valore assalì la guardia delle nemiche batterie, che ne fece strage grande, con inchiodar anche quattro dei lor cannoni, e gittarli nella fossa. Vi perì fra gli altri Citolo da Perugia, uno dei più valorosi capitani dell'armata veneta. Questo colpo, e l'avviso che gli Svizzeri, siccome dirò fra poco, erano tornati a casa loro, cagion fu che i Veneziani, dopo tre dì, cioè nel dì 12 di settembre, levarono il campo, e si ritirarono a Soave e San Bonifazio. Mentre di questo tenore procedevano nella bassa Lombardia le cose della guerra, per opera di papa Giulio tentato fu di far ribellare al re di Francia la città di Genova[Agostino Giustiniani, Annali di Genova. Guicciardino. Senarega, de Reb. Genuens.]. In quelle vicinanze era già giunto ilColonnacolle milizie del papa per terra; e le galee venete anch'esse, dopo aver preso Sestri e Chiavaro, si presentarono a Genova, sperando ivi delle già manipolate sollevazioni. Ma niun si mosse; ed essendo accorsi in quella città varii aiuti, convenne ritirarsi; e a chi dovette tornar per terra costò caro. Non per questo si quetò il pertinace animo di papa Giulio.Sul principio di settembre di nuovo spedì verso Genova più numerosa flotta, sperando che gli Svizzeri per terra venissero nello stesso tempo a darle mano per assalire quella città. Svizzeri non si videro; ed, usciti con buona copia di legni i Genovesi, diedero la caccia ai pontifizii, facendoli tornare con gran fretta a Cività Vecchia. Quanto ad essi Svizzeri mossi dal papa contro lo Stato di Milano, calarono ben essi verso Varese, ma sprovveduti d'artiglierie, di ponti e d'altri arnesi da guerra. S'inoltrarono verso Appiano; e l'Ambosia o vogliam dire lo Sciomonte, quantunque assai debole di forze, gli andava costeggiando, e tenendoli ristretti con varie scaramuccie. Piegarono dipoi verso Como, e infine, scorgendo le difficoltà di passar oltre, oppure per mancanza di vettovaglie, se ne tornarono bravamente alle lor case, avendo mangiato a tradimento il pane del papa. Pretendono gli storici genovesi contemporanei, che costoro, dopo avere ricevuti dal papa settanta mila ducati d'oro per venire, ricevessero poi da' Franzesi altra buona somma per tornare indietro, non senza infamia del loro nome.

Tornata che fu la quiete in Genova e nello Stato di Milano, l'Ambosia si mosse per venire in soccorso del duca di Ferrara, che era battuto da tante parti. Si pensava egli di potere ricuperar Modena; ma, essendo entrato in essa città un buon presidio, e ridottosi a questa parte tutto l'esercito pontifizio, nulla potè per un pezzo operare. Servì nondimeno questo suo movimento a far respirare il duca Alfonso, che potè allora pigliar il Finale e Cento. Ma mentre egli si preparava ad unirsi con lo Sciomonte, gli fu d'uopo attendere a casa, perchè i Veneziani con due armate, parte per terra e parte pel Po, vennero ad infestare il Ferrarese. Riuscì al prode duca nel dì 28 di settembre colle sue genti comandate da Giulio Tassoni di dar loro due sconfitte in Adria e alla Polesella,con condurre a Ferrara settanta dei loro legni, molta artiglieria ed altre prede. Deliberò in questi tempi lo Sciomonte, dopo aver preso Carpi, di portar la guerra sino a Bologna, commosso specialmente dalle premure diAnnibalee diErmes Bentivogli, che gli rappresentavano facile quell'acquisto. Però nel dì 17 d'ottobre, occupato colle artiglierie il castello di Spilamberto, e poi Castelfranco, nel dì 19 fece scorrere alcune squadre di cavalleria fino alle porte di Bologna. Gran paura n'ebbero i cardinali e cortigiani del papa, che ivi si trovava convalescente, ma non già il papa stesso; e vi vollero gli argani ad indurlo a trattar di pace, perch'egli aspettava a momenti un gagliardo soccorso da' Veneziani e dal re Cattolico. Pure, lasciatosi vincere, inviòGian-Francesco Picoconte della Mirandola e celebre letterato allo Sciomonte, più per voglia di guadagnar tempo, che di accettar pace alcuna. Alte furono le condizioni proposte dal generale franzese, che si veggono registrate dal Guicciardino; e si andò giocando di scherma alcuni dì, finchè, sopraggiunti a Bologna dei grossi rinforzi di gente, questi fecero ritornare il papa alla consueta alterezza e sprezzo dei nemici. Lo Sciomonte, a cui mancavano le vettovaglie, se ne tornò indietro sonoramente deluso, pentendosi, ma inutilmente, di non essere marciato a dirittura a Bologna che, sguarnita allora, potea facilmente cadere in sua mano.

Fumava di rabbiapapa Giulio, uomo, per consenso di tutti gli storici, impastato di bile, e tacciato ancora di disordinato amore del vino, per l'insulto fatto dai Franzesi ad una città pontificia, e città, dove soggiornava egli stesso in persona. Si rodeva tutto ancora d'odio contra diAlfonso ducadi Ferrara, per vederlo sostenuto sì poderosamente dai Franzesi.

E giacchè questi s'erano per la maggior parte ritirati nello stato di Milano, pieno di ardore e di speranza di conquistar Ferrara, dopo avere unito ad un gagliardoesercito le schiere a lui inviate dal re Cattolico, mosse le sue armi a quella volta. Ma il verno era venuto, le strade si trovavano quasi impraticabili; e però da lui fu presa la risoluzione di assediar intanto la Mirandola, piazza forte e fornita di presidio franzese. All'armata sua riuscì, nel dì 19 di dicembre, di aver per forza la terra della Concordia: il che fatto, passò all'assedio della Mirandola, col cui acquisto si veniva maggiormente a stringere e bloccare Ferrara. Circa questi tempiLodovico XII redi Francia, oltremodo alterato pel procedere del pontefice, il quale avea infine fatto mettere in castello Santo Angelo ilcardinale d'Auch, ministro deputato agli affari del re in Roma, si diede a studiar le maniere di opporsi ai maggiori disegni e tentativi di lui. Nel dì 17 di novembre assodò con un nuovo trattato la lega conMassimiliano Cesare. Avendo anche fatto raunare nel dì tre di settembre un copioso concilio[Lab. Concil., tom. 13. Belcaire, Comment. Gall.](conciliabolo appellato da altri) de' vescovi di Francia, volle udire il lor parere, se era lecito a lui il difendere contro il papa unprincipe dell'imperio, a cui esso papa avea mossa guerra con pretensioni sopra uno Stato che quel principe teneva dall'imperio con prescrizione più che centenaria. Gli fu risposto di sì. Fu d'avviso l'autore franzese della Lega di Cambrai[Histoire de la Ligue de Cambray.], che questa dimanda riguardasse i Bentivogli,i quali Giulio II avea cacciati da Bologna dopo un possesso centenario. Ma chiara cosa è che si parlava della città diComacchio, posseduta dalla casa d'Este con sole investiture imperiali per più di cento cinquanta anni. Se quello scrittore avesse consultato il Mezeray[Mezeray, Histoire de France, tom. 2.]e il Serres[Serres, Histoire de France, tom. 2.], storici franzesi, avrebbe conosciuto che la lite era per un feudo dell'imperio, e nominatamente per Comacchio.I Bentivogli interpolatamente signoreggiarono in Bologna, nè mai pretesero che quella fosse città dell'imperio, anzi ne riconobbero sempre per sovrani i papi. E fin qui si poteano comportare le precauzioni del re Lodovico. Ma egli si lasciò trasportare più oltre, essendo convenuto con Massimiliano di far convocare a Lione un concilio generale per trattarvi della riforma della Chiesa, e con animo, per quanto fu creduto, di deporre papa Giulio, il quale invece di adempiere il giuramento da lui fatto di raunar esso concilio, s'era dato alle armi con iscandalo della cristianità. E già cinque cardinali, disgustati di lui, e fuggiti dalla sua corte, minacciavano questo scisma. Non manca chi ha scritto, aver pensato Massimiliano di farsi eleggere papa, o di farsi dichiarar capo della Chiesa come imperadore. Sembra ben giusto il creder questa una delle vane, anzi ridicolose dicerie di que' tempi. La pietà è stata sempre dote ereditaria dell'augustissima casa d'Austria, e di questa niuno osò dir mancante Massimiliano imperadore eletto. Con ciò si diede il re Luigi a far nuovi preparamenti di guerra, siccome all'incontro papa Giulio dal suo canto a maggiormente tirare nel suo partitoFerdinando il Cattolico, principe che, al pari di lui, abborriva l'ingrandimento de' Franzesi, e sommamente sospirava di cacciarli di Italia.


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