MDXIAnno diCristoMDXI. IndizioneXIV.GiulioII papa 9.MassimilianoI re de' Rom. 19.Videsi nel verno di quest'anno uno spettacolo che fu e sarà sempre deplorabile nella Chiesa di Dio: cioè un vecchio papa fare da general d'armata, e comandar artiglierie ed assalti, senza curare l'alta sua dignità, e i doveri di chi è vicario del mansueto e pacifico nostro Salvatore. Si continuava l'assedio della Mirandola dall'esercito pontificio, accresciutoda molte milizie venete; ma non con quella celerità che avrebbe voluto l'impazientepapa Giulio II, passato a San Felice, per accalorar l'impresa in quelle vicinanze[Bembo. Guicciardino. Storia Ven. MS.]. Natigli in cuore sospetti e diffidenze contra de' capitani, e fin contro lo stesso suo nipoteduca d'Urbino, si fece egli portare in lettiga al campo. Fu quel verno uno de' più rigorosi che mai provasse l'Italia. Per più giorni nevicò; tutto era neve e ghiaccio, e frequente un asprissimo vento. Pure nulla potè trattenere il marziale ardore del papa dall'assistere ai lavori, a far piantare le artiglierie e a regolar gli attacchi, con essere più volte stata in pericolo della vita la sacra sua persona; mentre i cardinali colla testa bassa e coll'animo afflitto detestavano somigliante eccesso. La breccia formata, e il grosso ghiaccio sopravvenuto alle larghe e profonde fosse della Mirandola, indusseroFrancescafiglia diGian-Jacopo Trivulzio, e vedova del fuconte Lodovico Pico, a capitolar la resa di quella piazza. Tanta era la voglia del papa di entrarvi, che senza voler aspettare che si disimbarazzasse ed aprisse la porta, per la breccia con una scala v'entrò nel dì 21 di gennaio, e ne diede poscia il possesso aGian-Francesco Pico, che la pretendeva di sua ragione. Si fermò il pontefice dieci giorni ivi, per prendere riposo dopo tante fatiche, e poi se ne andò tutto glorioso a Ravenna, con tenersi oramai in pugno l'acquisto anche di Ferrara. TrovavasiCarlo d'Ambosiasignor di Sciomonte e governator di Milano, svergognato non poco per essersi lasciato burlare sotto Bologna, e per non aver dato soccorso alla Mirandola: per lo che era caduto in disgrazia anche presso i suoi soldati. Rondava egli intorno a Modena, e inteso che v'era dentro poco presidio, ma senza sapere, o fingendo di non sapere che questa città la avesse ricevutaMassimiliano Cesarein deposito, e mandato a governarla un suo uffiziale, gli cadde in pensiero di ricuperarlanel dì 18 di febbraio, e di cancellar con questa prodezza il disonor passato. Ma non gli venne fatto, perchè niun de' cittadini, come era il concerto, si mosse. Ritiratosi poi egli a Correggio, ed infermatosi, diede fine al suo vivere nel dì 10 di marzo con che restò pro interim il comando delle armi franzesi aGian Jacopo Trivulziomaresciallo di Francia, generale di gran nome nel mestier della guerra.Standopapa Giulioin Ravenna, avea spedito un corpo di cinque mila fanti, sostenuti da alcune squadre di cavalli leggeri e d'uomini d'armi, con ordine di prendere la bastia della Fossa Zaniola, antemurale di Ferrara verso il Po di Argenta. Per secondar l'impresa, passarono a quella volta tredici galee sottili e molti legni minori de' Veneziani. Il duca di Ferrara, a cui premeva forte di sostenere quel sito, messe insieme le sue genti, alle quali si unì lo Sciattiglione con alcune schiere franzesi, con tal segretezza marciò a quella parte, che si scagliò loro addosso nell'ultimo giorno di febbraio, quando a tutt'altro pensavano. Fu in poco tempo sbaragliato quel picciolo esercito con istrage e prigionia di molti, e coll'acquisto di molte bandiere, artiglierie e bagaglio. Riuscì dipoi al medesimo duca nel dì 25 di marzo di battere e far fuggire la flotta veneta, che s'era inoltrata fino a Sant'Alberto, ed applicata a combattere un bastione, con prendere due fuste, tre barbotte, e più di quaranta legni minori e molti cannoni. Fu per questi tempi trattato assai caldamente di pace, essendosi a questo fine portato a Bologna il papa, dove ancora comparvero il vescovo Gurgense per Massimiliano, e gli ambasciatori di Francia, Spagna, Venezia, e d'altri potentati. Ma nulla si potè conchiudere. Però il Trivulzio, dacchè vide svanita questa speranza, trovandosi alla testa d'un poderoso esercito franzese, e ansioso di far qualche impresa, sul principio di maggio arrivò alla Concordia sul fiume Secchia,e, secondo il Guicciardino, la prese. Lo Anonimo Padovano mette più tardi questo fatto, siccome diremo. Seco eraGastone di Foix duca di Nemours, figlio di una sorella del re di Francia, giovane pieno di spiriti, poco fa venuto di Francia, che diede uno de' primi saggi del suo valore contra di Gian-Paolo Manfrone, capitano di trecento cavalli leggeri veneti, con far prigione lui a Massa del Finale, e dissipar la sua gente. Dissi uno de' primi saggi, perchè a lui parimente s'attribuisce l'aver dianzi parte uccisi e parte presi ducento e più cavalli veneti comandati da Leonardo da Praia cavalier gerosolimitano, che vi lasciò la vita. S'inoltrò poscia il Trivulzio collo esercito suo fino a Bomporto sul Panaro: nel qual tempopapa Giulio, sentito che si avvicinava questo brutto temporale, preso consiglio dalla prudenza, e più dalla paura, determinò di abbandonar Bologna. Ma, prima di mettersi in viaggio, fece un'efficace parlata al Senato e nobiltà, esortando ognuno alla difesa della città: al che mostrarono essi una mirabil prontezza che fu poi derisa dal Guicciardino, ma difesa da una penna Bolognese. Nel dì 14 di maggio il papa se ne partì colla sua corte, e andò a mettere di nuovo la residenza in Ravenna. Restò governatore di BolognaFrancesco Alidosio, detto ilcardinal di Pavia, il quale, vedendo così bene animati i cittadini, fece dipoi prendere loro le armi per opporsi ai disegni de' nemici. Intanto il Trivulzio, costeggiato sempre dal duca d'Urbino, coll'esercito pontificio e veneto giunse fino al ponte del Lavino. Allora fu che si cominciò qualche tumulto in Bologna, parte per le segrete insinuazioni dei fautori diAnnibaleedErmes Bentivogli, che erano nel campo franzese e soffiavano nella città; e parte per paura nata nel popolo di perdere i loro raccolti, e di aver da sofferire un assedio. Volle il cardinale farli uscire; ed unirli al duca d'Urbino: non se ne sentirono voglia. Tentò di far entrare in città Ramazzottocon mille fanti: nol vollero ricever dentro. Perciò il cardinale, accortosi della loro ribellione, giudicò bene di mettersi in salvo, e segretamente si inviò alla volta d'Imola. Dopo di che i Bolognesi, nella notte nel dì 21 di maggio venendo il 22, ammisero in città i Bentivogli con gran festa ed universal tripudio.A questo avviso poco stette l'esercito pontificio a sfilare precipitosamente verso la Romagna; ma in passando dietro le mura di Bologna, parte di quel popolo, e i villani, e i montanari accorsi alla preda, con altissime grida e villanie inseguendoli, tolsero loro le artiglierie e munizioni, e buona parte de' carriaggi. Sopravvenne poi la cavalleria franzese che levò a costoro parte di quel bottino, e fece del resto addosso ai fuggitivi, i quali chi qua chi là attesero a salvar la vita. La Storia manuscritta dell'Anonimo Padovano mette circa tre mila morti, e gran quantità di prigioni. Il Guicciardino pochi ne conta. Nel giorno seguente il Trivulzio coll'esercito marciò fuor di Bologna, e la sera giunse a castello San Pietro. Avrebbe potuto con sì buon vento far de' grandi progressi in Romagna, ma quivi si fermò per ricevere nuovi ordini dalre LodovicoE questi poi furono che se ne tornasse indietro, persuadendosi il buon re di poter ammollire con tanto rispetto il cuor duro del papa, e di trarlo alla pace, oltre al non voler accrescere la gelosia delle altre potenze, se avesse continuato il corso della vittoria. Portata intanto a papa Giulio in Ravenna la dolorosa nuova di questi avvenimenti, facile è l'immaginare con che trasporti di collera e di dolore la ricevesse, mirando in un tratto svanite tanto sue glorie, dissipato l'esercito suo e il veneto, ed avere, invece di prendere Ferrara, perduta Bologna, la più bella e ricca delle sue città dopo Roma. Maggiormente si alterò egli dipoi all'avviso che il popolo di Bologna avea abbattuta, e con ischerno strascinata erotta la bellissima statua sua, opera di Michel Agnolo Buonarotti ch'era costata cinque mila ducati d'oro; e che la cittadella di Bologna, benchè ampia e forte, mal provveduta di vettovaglie e di munizioni, s'era, dopo cinque giorni, renduta, ed essere poi stata furiosamente smantellata tutta dai Bolognesi. A tali disastri un altro si aggiunse che più di tutto gli trafisse il cuore. Era corso a Ravenna ilcardinale Alidosio, ed avea rovesciata sulduca d'Urbinotutta la colpa di sì gran precipizio di cose, quando v'era gagliardo sospetto che fra esso porporato e i Franzesi passassero segrete intelligenze, e da lui fosse proceduto il male. Capitato colà anche il duca, nè potendo ottenere udienza dallo sdegnato zio papa, e intesone il perchè, talmente s'inviperì contra d'esso cardinale, uomo per altro dipinto da alcuni come pieno di malvagità, che, trovatolo per accidente fuor di casa, colle sue mani e coll'aiuto de' suoi seguaci spietatamente l'uccise sulla strada, e poi si ritirò ad Urbino. Avrebbero tanti accidenti umiliato, anzi abbattuto il cuor d'ognuno, ma non già quello di papa Giulio, il quale, lasciata Ravenna, passò a Rimini, dove suo malgrado cominciò a prestare orecchio alle proposizioni di pace, ma con allontanarsene ogni dì più a misura di quegli avvenimenti che andavano calmando la sua paura, e facendo risorgere le sue speranze. Parlava egli ordinariamente più da vincitore che da vinto. E quantunque fosse in questi tempi intimato un concilio o conciliabolo, da tenersi in Pisa contra di lui, col pretesto di riformare la Chiesa nelle membra e nel capo stesso, proclamato dai cardinali ribelli per incorreggibile; pure sembrava ch'egli non se ne mettesse gran pensiero. Si ridusse poi a Roma, dove processò e dichiarò decaduto da ogni grado il nipoteduca d'Urbino: gastigo nondimeno che non durò se non cinque mesi, dopo i quali (tanto perorarono in favor d'esso duca i parziali, a forza di screditarel'ucciso cardinal di Pavia) se ne tornò il duca a Roma, rimesso come prima nella grazia ed amore del papa.Tali mutazioni di cose servirono adAlfonso ducadi Ferrara per ricuperar Lugo e tutte le altre sue terre di Romagna, e poscia Carpi, con farne fuggireAlberto Pio, che ebbe poco tempo di goderne il possesso. Ricuperò ancora il Polesine di Rovigo, ed avrebbe anche potuto riaver Modena; ma di più non osò per riverenza aMassimiliano Cesareche comandava in questa città, e alre Cristianissimo, a cui non piaceva di dar maggiore molestia al pontefice. Quanto alTrivulzio, dacchè egli ebbe intesa la mente del re, lasciato qualche rinforzo di gente ai Bentivogli, s'inviò coll'esercito franzese alla Concordia; e, se vogliam credere all'Anonimo Padovano, più che al Guicciardino, fu in questo tempo, e non già prima, che l'espugnò. Fu presa a forza d'armi quella terra, e data a sacco, colla morte di quasi tutto il presidio di trecento fanti, che ivi si trovarono sotto il comando del suddetto Alberto Pio. Locchè fatto, si spinse sotto la Mirandola.Gian-Francesco Pico, non vedendo speranza di soccorso, e sapendo anche d'essere odiato da quel popolo, giudicò meglio di capitolarne la resa, e di ritirarsi dolente colla sua famiglia ed avere in Toscana; con che rientrò nella Mirandola lacontessa Francesca, figlia d'esso maresciallo Trivulzio, con Galeotto suo figlio. Attesero da lì innanzi i Franzesi alla guerra contro la signoria di Venezia, uniti con gl'imperiali in Verona. Nel mese di giugno dall'armata veneta che era a Soave e a San Bonifazio, e continuamente infestava il Veronese, fu spedito un grosso corpo di gente per dare il guasto alle biade già mature. Trecento lance franzesi, uscite di Verona, ne lasciarono tornar pochi al loro campo. Un altro giorno imperiali, Franzesi ed Italiani, in numero di sedici mila persone sotto il comando delsignor della Palissae del signor di Rossa Borgognone,marciarono verso Soave.Lucio MalvezzoeAndrea Gritti, messo in armi l'esercito veneto, animosamente s'affrontarono con loro a Villanova. La peggio toccò ai Veneti, i quali poi si ritirarono a Lunigo, e di là a Padova, lasciando aperta la strada a' nemici di venire a postarsi a Vicenza. Passò dipoi l'armata de' collegati sotto Trivigi, ma lo trovò ben guardato. Nel tempo stesso calò un esercito tedesco, comandato dalduca di Brunsvich, nel Friuli, stato finora campo di battaglia e di miserie. Si impadronì di Castel Nuovo, Conegliano, Sacile, Udine; in una parola di tutto il Friuli. Quindi passò sotto Gradisca, una delle migliori fortezze d'Italia; e, piantate le batterie, per viltà de' soldati che erano alla difesa, furono obbligati gli uffiziali veneti a capitolar la resa con oneste condizioni. Ma che? non andò molto che si vide cangiar faccia la fortuna. Era mancato di vitaLucio Malvezzogovernator dell'armata veneta, e in suo luogo elettoGian-Paolo BuglionePerugino, persona di gran credito nella milizia. Questi, sapendo essere Verona restata assai smilza di presidio, e con soli fanti, spedì cinquecento stradiotti a cavallo, che si diedero ad infestar tutti i contorni di Verona; cosicchè quella città pareva assediata, nè potea ricevere vettovaglie. Venendo ancora il conte di Prosnich Tedesco da Marostica, per andare a Trivigi con trecento cavalli, il Baglione spedì contra d'essiGiano Fregosoe ilconte Guido Rangonecon secento cavalli. La battaglia ne' contorni di Bassano fu svantaggiosa ai Veneti sul principio, con restarvi prigioniere il Rangone, che, senza volere o potere aspettar il compagno, avea attaccata la zuffa. Sopraggiunto poscia il Fregoso, non solo ricuperò i prigioni, ma ruppe affatto i Tedeschi, che parte dai vincitori, parte dai villani furono uccisi. Quel che è più, venute le pioggie, rotte le strade, non potendo gli eserciti ricevere vettovaglie, si ritirarono i collegati di sottoTrivigi, e andarono a Verona. Anche il duca di Brunsvich se ne tornò in Germania. La loro ritirata servì di facilità a' Veneziani per ricuperar l'infelice Vicenza e tutto il Friuli, a riserva di Gradisca, non so se con più loro onore o più vergogna di Massimiliano Cesare.Gravemente s'infermò in Romapapa Giulioverso la metà d'agosto, e fece sperare a molti e temere ad altri il fine di sua vita. Neppur questo ricordo dell'umana bastò ad introdurre in quel feroce animo veri desiderii di pace, benchè tanto v'inclinasse il re di Francia con altri potentati. Appena si riebbe egli, che tornò ai soliti maneggi di leghe e ai preparamenti di guerra. S'era dato principio in Pisa all'immaginato conciliabolo contra di lui. Per opporsegli, intimò anch'egli un concilio generale da tenersi nell'anno prossimo nel Laterano. Tanto poi seppe fare l'indefesso pontefice, che trasse affatto ai suoi voleri in quest'annoFerdinando il Cattolicore d'Aragona e delle due Sicilie, edArrigo VIIIre d'Inghilterra. Veramente il primo avea mirato sempre di mal occhio le nuove conquiste dei Franzesi in Italia, e dacchè ebbe ricuperato ciò che a lui apparteneva nel regno di Napoli, sospirava ogni dì una ragione o pretesto per levarsi dalla Lega di Cambrai, e romperla col re di Francia. Siccome principe di mirabil accortezza, sapeva per lo più coprir la sua fina politica col mantello della religione. Così fu nella presente occasione. Col motivo di far guerra ai Mori in Africa, ottenne dal papa le decime del clero, e con far predicare questa santa impresa, ricavò lauto danaro dalla pietà de' suoi popoli, che mise insieme una buona annata, la quale avea poi da servire contro i Cristiani, come ne' tre secoli precedenti si era tante altre volte praticato non senza disonore della religion cristiana. Ossia ch'egli fosse prima d'accordo col papa per questo armamento, o che il papa il tirasse nel suo partito in quest'anno, certo è che fecero lega insieme, comprendendoin essa i Veneziani; e questa fu solennemente pubblicata in Roma nel dì quinto d'ottobre. Indotto a ciò si mostrava il re Cattolico dal suo particolare zelo di religione per difendere il papa, oppresso dall'armi franzesi coll'occupazion di Bologna, e con lo scismatico concilio di Pisa. Trasse il papa, siccome poco fa dissi, in questa lega anche il re d'Inghilterra; e si legge presso in Rymer[Rymer, Act. Public.]e presso il Du-Mont[Du-Mont, Corp. Diplomat.]lo strumento d'unione fra esso re e il Cattolico, stipulato a dì 20 di dicembre dell'anno presentepro suscipienda sanctae romanae Ecclesiae Matris nostrae defensione pernecessaria. Pertanto avendo Ferdinando inviato nel regno di Napoli mille e ducento lance, o vogliano dire uomini d'armi, mille cavalli leggeri e dieci mila fanti, tutta gente di singolar bravura e fedeltà, pel cui mantenimento s'erano obbligati il pontefice e il senato veneto di pagare ogni mese quaranta mila ducati d'oro, la metà per cadauno: ordinò che questo esercito, sotto il comando didon Raimondo di Cardonavicerè di Napoli, venisse ad unirsi in Romagna col pontificio e veneto, il che fu eseguito. Ma qui non finì la tela. Furono di nuovo mossi dal danaro del papa gli Svizzeri contro lo Stato di Milano; e in fatti molte migliaia d'essi sul principio di novembre calarono a Varese, col concerto che le armi venete e del papa avrebbono fatta una gagliarda diversione. Portavano lo stendardo, sotto il quale nel precedente secolo aveano date le memorabili rotte al duca di Borgogna. A questo formidabil segno dovea tremar chicchessia. Lo Storico Padovano scrive, che nel loro generale stendardo a lettere d'oro era scritto: DOMATORES PRINCIPVM. AMATORES JUSTITIAE. DEFENSORES SANCTAE ROMANAE ECCLESIAE.Era intanto dichiarato per governator di Milano e suo luogotenente generale dal re Cristianissimo,Gastone di Foissuo nipote,giovane che nell'età di soli ventidue anni uguagliava, se non superava, in senno e valore i più vecchi e sperimentati capitani. Poca gente d'armi, poca fanteria avea egli; e in Milano era non lieve il terrore e la costernazione. Andò Gastone per consiglio delTrivulzioa postarsi a Saronno con quelle forze che potè raunare. Ed essendosi inoltrati gli Svizzeri a Galerate, con saccheggiare e bruciare ogni cosa, seguitarono il viaggio verso Milano, dove si andò ritirando Gastone, oppure Trivulzio, come s'ha dall'Anonimo Padovano. Il quale aggiugne che seguirono varii combattimenti colla peggio ora degli uni, ora degli altri. Ma non osando gli Svizzeri di fare alcun tentativo contra di quella gran città, piegarono verso Cassano, con apparenza di voler passare l'Adda. Quand'eccoti a tutto un tempo, spedito un loro uffiziale a Gastone, si offerirono di tornarsene alle loro montagne, se si volea dar loro un mese di paga. Essendo intanto arrivati quattro mila fanti italiani a Milano, Gastone allora parlò alto, e poco esibì. Da lì a poco andarono a finir le minaccie di que' barbari in ritirarsi al loro paese, lasciando per la seconda volta delusi i commissarii del papa e de' Veneziani, che erano con loro, ed allegando per iscusa che non correvano le paghe, ed aver mancato i generali del papa e de' Veneziani al concerto della lor venuta. Così è raccontato questo fatto dal Guicciardino e dall'autore franzese della Lega di Cambrai. Ma l'Anonimo Padovano, forse meglio informato di questi affari, scrive che Gastone col danaro corruppe il capitano Altosasso, ed alcuni altri condottieri svizzeri, i quali, mosso tumulto nell'armata, fecero svanire ogni altro disegno. Usciti di questo pericoloso imbroglio i Franzesi, vennero dipoi a prendere il quartiere a Carpi, alla Mirandola, a San Felice e al Finale; e questo perchè gli Spagnuoli erano già pervenuti a Forlì, ed uniti coll'esercito pontificio minacciavano l'assedio di Bologna. Riuscì in quest'anno adi tre di settembre ai Fiorentini dopo lungo tratto e molte minaccie, di cavar di mano de' Senesi la terra di Montepulciano. Di grandi istanze fece loro ilre Lodovico, perchè uscissero di neutralità, ed entrassero in lega con lui; e le dimande sue erano avvalorate dal Soderini perpetuo gonfaloniere di quella repubblica. Tuttavia prevalse il parere dei più di non mischiarsi in sì arrabbiata guerra. Nè si dee tralasciare che fu dato principio in Pisa al conciliabolo dei Franzesi; ma principio ridicolo, sì poco era il numero de' concorrenti, nè si vedea comparire alcuno dalla parte diMassimiliano Cesare. Aveapapa Giuliocolle buone tentato più volte, ma sempre inutilmente, di far ravvedere quei pochi sconsigliati cardinali; ma allorchè si vide forte in sella per le leghe, delle quali, s'è parlato disopra, nel dì 24 d'ottobre fulminò le censure contra di loro, privandoli del cappello e d'ogni altro benefizio. Non sapea digerire il popolo di Pisa di tenere in sua casa un sì fatto scandalo, e brontolava forte, e facea temer qualche sollevazione. Perciò que' prelati impetrarono da Firenze di poter tenere una guardia di Franzesi, ma mediocre, per lor sicurezza. I Franzesi di quel tempo, per confession d'ognuno, erano senza disciplina; e gravosi anche agli amici per la loro arroganza ed insolenza, massimamente verso le donne; locchè produsse delle risse fra loro e i Pisani, ed una specialmente, in cui restarono feriti isignori di Lautrese diSciattiglione, che comandavano quella guardia. Il perchè quei cardinali, paventando di peggio, giudicarono meglio di ritirarsi a Milano, anche ivi mal veduti da quel popolo, ma sostenuti da chi potea farsi rispettare. Un grande tremuoto nel mese di marzo del presente anno recò non lieve danno a Venezia, a Padova, al Friuli e a molti di que' contorni.
Videsi nel verno di quest'anno uno spettacolo che fu e sarà sempre deplorabile nella Chiesa di Dio: cioè un vecchio papa fare da general d'armata, e comandar artiglierie ed assalti, senza curare l'alta sua dignità, e i doveri di chi è vicario del mansueto e pacifico nostro Salvatore. Si continuava l'assedio della Mirandola dall'esercito pontificio, accresciutoda molte milizie venete; ma non con quella celerità che avrebbe voluto l'impazientepapa Giulio II, passato a San Felice, per accalorar l'impresa in quelle vicinanze[Bembo. Guicciardino. Storia Ven. MS.]. Natigli in cuore sospetti e diffidenze contra de' capitani, e fin contro lo stesso suo nipoteduca d'Urbino, si fece egli portare in lettiga al campo. Fu quel verno uno de' più rigorosi che mai provasse l'Italia. Per più giorni nevicò; tutto era neve e ghiaccio, e frequente un asprissimo vento. Pure nulla potè trattenere il marziale ardore del papa dall'assistere ai lavori, a far piantare le artiglierie e a regolar gli attacchi, con essere più volte stata in pericolo della vita la sacra sua persona; mentre i cardinali colla testa bassa e coll'animo afflitto detestavano somigliante eccesso. La breccia formata, e il grosso ghiaccio sopravvenuto alle larghe e profonde fosse della Mirandola, indusseroFrancescafiglia diGian-Jacopo Trivulzio, e vedova del fuconte Lodovico Pico, a capitolar la resa di quella piazza. Tanta era la voglia del papa di entrarvi, che senza voler aspettare che si disimbarazzasse ed aprisse la porta, per la breccia con una scala v'entrò nel dì 21 di gennaio, e ne diede poscia il possesso aGian-Francesco Pico, che la pretendeva di sua ragione. Si fermò il pontefice dieci giorni ivi, per prendere riposo dopo tante fatiche, e poi se ne andò tutto glorioso a Ravenna, con tenersi oramai in pugno l'acquisto anche di Ferrara. TrovavasiCarlo d'Ambosiasignor di Sciomonte e governator di Milano, svergognato non poco per essersi lasciato burlare sotto Bologna, e per non aver dato soccorso alla Mirandola: per lo che era caduto in disgrazia anche presso i suoi soldati. Rondava egli intorno a Modena, e inteso che v'era dentro poco presidio, ma senza sapere, o fingendo di non sapere che questa città la avesse ricevutaMassimiliano Cesarein deposito, e mandato a governarla un suo uffiziale, gli cadde in pensiero di ricuperarlanel dì 18 di febbraio, e di cancellar con questa prodezza il disonor passato. Ma non gli venne fatto, perchè niun de' cittadini, come era il concerto, si mosse. Ritiratosi poi egli a Correggio, ed infermatosi, diede fine al suo vivere nel dì 10 di marzo con che restò pro interim il comando delle armi franzesi aGian Jacopo Trivulziomaresciallo di Francia, generale di gran nome nel mestier della guerra.
Standopapa Giulioin Ravenna, avea spedito un corpo di cinque mila fanti, sostenuti da alcune squadre di cavalli leggeri e d'uomini d'armi, con ordine di prendere la bastia della Fossa Zaniola, antemurale di Ferrara verso il Po di Argenta. Per secondar l'impresa, passarono a quella volta tredici galee sottili e molti legni minori de' Veneziani. Il duca di Ferrara, a cui premeva forte di sostenere quel sito, messe insieme le sue genti, alle quali si unì lo Sciattiglione con alcune schiere franzesi, con tal segretezza marciò a quella parte, che si scagliò loro addosso nell'ultimo giorno di febbraio, quando a tutt'altro pensavano. Fu in poco tempo sbaragliato quel picciolo esercito con istrage e prigionia di molti, e coll'acquisto di molte bandiere, artiglierie e bagaglio. Riuscì dipoi al medesimo duca nel dì 25 di marzo di battere e far fuggire la flotta veneta, che s'era inoltrata fino a Sant'Alberto, ed applicata a combattere un bastione, con prendere due fuste, tre barbotte, e più di quaranta legni minori e molti cannoni. Fu per questi tempi trattato assai caldamente di pace, essendosi a questo fine portato a Bologna il papa, dove ancora comparvero il vescovo Gurgense per Massimiliano, e gli ambasciatori di Francia, Spagna, Venezia, e d'altri potentati. Ma nulla si potè conchiudere. Però il Trivulzio, dacchè vide svanita questa speranza, trovandosi alla testa d'un poderoso esercito franzese, e ansioso di far qualche impresa, sul principio di maggio arrivò alla Concordia sul fiume Secchia,e, secondo il Guicciardino, la prese. Lo Anonimo Padovano mette più tardi questo fatto, siccome diremo. Seco eraGastone di Foix duca di Nemours, figlio di una sorella del re di Francia, giovane pieno di spiriti, poco fa venuto di Francia, che diede uno de' primi saggi del suo valore contra di Gian-Paolo Manfrone, capitano di trecento cavalli leggeri veneti, con far prigione lui a Massa del Finale, e dissipar la sua gente. Dissi uno de' primi saggi, perchè a lui parimente s'attribuisce l'aver dianzi parte uccisi e parte presi ducento e più cavalli veneti comandati da Leonardo da Praia cavalier gerosolimitano, che vi lasciò la vita. S'inoltrò poscia il Trivulzio collo esercito suo fino a Bomporto sul Panaro: nel qual tempopapa Giulio, sentito che si avvicinava questo brutto temporale, preso consiglio dalla prudenza, e più dalla paura, determinò di abbandonar Bologna. Ma, prima di mettersi in viaggio, fece un'efficace parlata al Senato e nobiltà, esortando ognuno alla difesa della città: al che mostrarono essi una mirabil prontezza che fu poi derisa dal Guicciardino, ma difesa da una penna Bolognese. Nel dì 14 di maggio il papa se ne partì colla sua corte, e andò a mettere di nuovo la residenza in Ravenna. Restò governatore di BolognaFrancesco Alidosio, detto ilcardinal di Pavia, il quale, vedendo così bene animati i cittadini, fece dipoi prendere loro le armi per opporsi ai disegni de' nemici. Intanto il Trivulzio, costeggiato sempre dal duca d'Urbino, coll'esercito pontificio e veneto giunse fino al ponte del Lavino. Allora fu che si cominciò qualche tumulto in Bologna, parte per le segrete insinuazioni dei fautori diAnnibaleedErmes Bentivogli, che erano nel campo franzese e soffiavano nella città; e parte per paura nata nel popolo di perdere i loro raccolti, e di aver da sofferire un assedio. Volle il cardinale farli uscire; ed unirli al duca d'Urbino: non se ne sentirono voglia. Tentò di far entrare in città Ramazzottocon mille fanti: nol vollero ricever dentro. Perciò il cardinale, accortosi della loro ribellione, giudicò bene di mettersi in salvo, e segretamente si inviò alla volta d'Imola. Dopo di che i Bolognesi, nella notte nel dì 21 di maggio venendo il 22, ammisero in città i Bentivogli con gran festa ed universal tripudio.
A questo avviso poco stette l'esercito pontificio a sfilare precipitosamente verso la Romagna; ma in passando dietro le mura di Bologna, parte di quel popolo, e i villani, e i montanari accorsi alla preda, con altissime grida e villanie inseguendoli, tolsero loro le artiglierie e munizioni, e buona parte de' carriaggi. Sopravvenne poi la cavalleria franzese che levò a costoro parte di quel bottino, e fece del resto addosso ai fuggitivi, i quali chi qua chi là attesero a salvar la vita. La Storia manuscritta dell'Anonimo Padovano mette circa tre mila morti, e gran quantità di prigioni. Il Guicciardino pochi ne conta. Nel giorno seguente il Trivulzio coll'esercito marciò fuor di Bologna, e la sera giunse a castello San Pietro. Avrebbe potuto con sì buon vento far de' grandi progressi in Romagna, ma quivi si fermò per ricevere nuovi ordini dalre LodovicoE questi poi furono che se ne tornasse indietro, persuadendosi il buon re di poter ammollire con tanto rispetto il cuor duro del papa, e di trarlo alla pace, oltre al non voler accrescere la gelosia delle altre potenze, se avesse continuato il corso della vittoria. Portata intanto a papa Giulio in Ravenna la dolorosa nuova di questi avvenimenti, facile è l'immaginare con che trasporti di collera e di dolore la ricevesse, mirando in un tratto svanite tanto sue glorie, dissipato l'esercito suo e il veneto, ed avere, invece di prendere Ferrara, perduta Bologna, la più bella e ricca delle sue città dopo Roma. Maggiormente si alterò egli dipoi all'avviso che il popolo di Bologna avea abbattuta, e con ischerno strascinata erotta la bellissima statua sua, opera di Michel Agnolo Buonarotti ch'era costata cinque mila ducati d'oro; e che la cittadella di Bologna, benchè ampia e forte, mal provveduta di vettovaglie e di munizioni, s'era, dopo cinque giorni, renduta, ed essere poi stata furiosamente smantellata tutta dai Bolognesi. A tali disastri un altro si aggiunse che più di tutto gli trafisse il cuore. Era corso a Ravenna ilcardinale Alidosio, ed avea rovesciata sulduca d'Urbinotutta la colpa di sì gran precipizio di cose, quando v'era gagliardo sospetto che fra esso porporato e i Franzesi passassero segrete intelligenze, e da lui fosse proceduto il male. Capitato colà anche il duca, nè potendo ottenere udienza dallo sdegnato zio papa, e intesone il perchè, talmente s'inviperì contra d'esso cardinale, uomo per altro dipinto da alcuni come pieno di malvagità, che, trovatolo per accidente fuor di casa, colle sue mani e coll'aiuto de' suoi seguaci spietatamente l'uccise sulla strada, e poi si ritirò ad Urbino. Avrebbero tanti accidenti umiliato, anzi abbattuto il cuor d'ognuno, ma non già quello di papa Giulio, il quale, lasciata Ravenna, passò a Rimini, dove suo malgrado cominciò a prestare orecchio alle proposizioni di pace, ma con allontanarsene ogni dì più a misura di quegli avvenimenti che andavano calmando la sua paura, e facendo risorgere le sue speranze. Parlava egli ordinariamente più da vincitore che da vinto. E quantunque fosse in questi tempi intimato un concilio o conciliabolo, da tenersi in Pisa contra di lui, col pretesto di riformare la Chiesa nelle membra e nel capo stesso, proclamato dai cardinali ribelli per incorreggibile; pure sembrava ch'egli non se ne mettesse gran pensiero. Si ridusse poi a Roma, dove processò e dichiarò decaduto da ogni grado il nipoteduca d'Urbino: gastigo nondimeno che non durò se non cinque mesi, dopo i quali (tanto perorarono in favor d'esso duca i parziali, a forza di screditarel'ucciso cardinal di Pavia) se ne tornò il duca a Roma, rimesso come prima nella grazia ed amore del papa.
Tali mutazioni di cose servirono adAlfonso ducadi Ferrara per ricuperar Lugo e tutte le altre sue terre di Romagna, e poscia Carpi, con farne fuggireAlberto Pio, che ebbe poco tempo di goderne il possesso. Ricuperò ancora il Polesine di Rovigo, ed avrebbe anche potuto riaver Modena; ma di più non osò per riverenza aMassimiliano Cesareche comandava in questa città, e alre Cristianissimo, a cui non piaceva di dar maggiore molestia al pontefice. Quanto alTrivulzio, dacchè egli ebbe intesa la mente del re, lasciato qualche rinforzo di gente ai Bentivogli, s'inviò coll'esercito franzese alla Concordia; e, se vogliam credere all'Anonimo Padovano, più che al Guicciardino, fu in questo tempo, e non già prima, che l'espugnò. Fu presa a forza d'armi quella terra, e data a sacco, colla morte di quasi tutto il presidio di trecento fanti, che ivi si trovarono sotto il comando del suddetto Alberto Pio. Locchè fatto, si spinse sotto la Mirandola.Gian-Francesco Pico, non vedendo speranza di soccorso, e sapendo anche d'essere odiato da quel popolo, giudicò meglio di capitolarne la resa, e di ritirarsi dolente colla sua famiglia ed avere in Toscana; con che rientrò nella Mirandola lacontessa Francesca, figlia d'esso maresciallo Trivulzio, con Galeotto suo figlio. Attesero da lì innanzi i Franzesi alla guerra contro la signoria di Venezia, uniti con gl'imperiali in Verona. Nel mese di giugno dall'armata veneta che era a Soave e a San Bonifazio, e continuamente infestava il Veronese, fu spedito un grosso corpo di gente per dare il guasto alle biade già mature. Trecento lance franzesi, uscite di Verona, ne lasciarono tornar pochi al loro campo. Un altro giorno imperiali, Franzesi ed Italiani, in numero di sedici mila persone sotto il comando delsignor della Palissae del signor di Rossa Borgognone,marciarono verso Soave.Lucio MalvezzoeAndrea Gritti, messo in armi l'esercito veneto, animosamente s'affrontarono con loro a Villanova. La peggio toccò ai Veneti, i quali poi si ritirarono a Lunigo, e di là a Padova, lasciando aperta la strada a' nemici di venire a postarsi a Vicenza. Passò dipoi l'armata de' collegati sotto Trivigi, ma lo trovò ben guardato. Nel tempo stesso calò un esercito tedesco, comandato dalduca di Brunsvich, nel Friuli, stato finora campo di battaglia e di miserie. Si impadronì di Castel Nuovo, Conegliano, Sacile, Udine; in una parola di tutto il Friuli. Quindi passò sotto Gradisca, una delle migliori fortezze d'Italia; e, piantate le batterie, per viltà de' soldati che erano alla difesa, furono obbligati gli uffiziali veneti a capitolar la resa con oneste condizioni. Ma che? non andò molto che si vide cangiar faccia la fortuna. Era mancato di vitaLucio Malvezzogovernator dell'armata veneta, e in suo luogo elettoGian-Paolo BuglionePerugino, persona di gran credito nella milizia. Questi, sapendo essere Verona restata assai smilza di presidio, e con soli fanti, spedì cinquecento stradiotti a cavallo, che si diedero ad infestar tutti i contorni di Verona; cosicchè quella città pareva assediata, nè potea ricevere vettovaglie. Venendo ancora il conte di Prosnich Tedesco da Marostica, per andare a Trivigi con trecento cavalli, il Baglione spedì contra d'essiGiano Fregosoe ilconte Guido Rangonecon secento cavalli. La battaglia ne' contorni di Bassano fu svantaggiosa ai Veneti sul principio, con restarvi prigioniere il Rangone, che, senza volere o potere aspettar il compagno, avea attaccata la zuffa. Sopraggiunto poscia il Fregoso, non solo ricuperò i prigioni, ma ruppe affatto i Tedeschi, che parte dai vincitori, parte dai villani furono uccisi. Quel che è più, venute le pioggie, rotte le strade, non potendo gli eserciti ricevere vettovaglie, si ritirarono i collegati di sottoTrivigi, e andarono a Verona. Anche il duca di Brunsvich se ne tornò in Germania. La loro ritirata servì di facilità a' Veneziani per ricuperar l'infelice Vicenza e tutto il Friuli, a riserva di Gradisca, non so se con più loro onore o più vergogna di Massimiliano Cesare.
Gravemente s'infermò in Romapapa Giulioverso la metà d'agosto, e fece sperare a molti e temere ad altri il fine di sua vita. Neppur questo ricordo dell'umana bastò ad introdurre in quel feroce animo veri desiderii di pace, benchè tanto v'inclinasse il re di Francia con altri potentati. Appena si riebbe egli, che tornò ai soliti maneggi di leghe e ai preparamenti di guerra. S'era dato principio in Pisa all'immaginato conciliabolo contra di lui. Per opporsegli, intimò anch'egli un concilio generale da tenersi nell'anno prossimo nel Laterano. Tanto poi seppe fare l'indefesso pontefice, che trasse affatto ai suoi voleri in quest'annoFerdinando il Cattolicore d'Aragona e delle due Sicilie, edArrigo VIIIre d'Inghilterra. Veramente il primo avea mirato sempre di mal occhio le nuove conquiste dei Franzesi in Italia, e dacchè ebbe ricuperato ciò che a lui apparteneva nel regno di Napoli, sospirava ogni dì una ragione o pretesto per levarsi dalla Lega di Cambrai, e romperla col re di Francia. Siccome principe di mirabil accortezza, sapeva per lo più coprir la sua fina politica col mantello della religione. Così fu nella presente occasione. Col motivo di far guerra ai Mori in Africa, ottenne dal papa le decime del clero, e con far predicare questa santa impresa, ricavò lauto danaro dalla pietà de' suoi popoli, che mise insieme una buona annata, la quale avea poi da servire contro i Cristiani, come ne' tre secoli precedenti si era tante altre volte praticato non senza disonore della religion cristiana. Ossia ch'egli fosse prima d'accordo col papa per questo armamento, o che il papa il tirasse nel suo partito in quest'anno, certo è che fecero lega insieme, comprendendoin essa i Veneziani; e questa fu solennemente pubblicata in Roma nel dì quinto d'ottobre. Indotto a ciò si mostrava il re Cattolico dal suo particolare zelo di religione per difendere il papa, oppresso dall'armi franzesi coll'occupazion di Bologna, e con lo scismatico concilio di Pisa. Trasse il papa, siccome poco fa dissi, in questa lega anche il re d'Inghilterra; e si legge presso in Rymer[Rymer, Act. Public.]e presso il Du-Mont[Du-Mont, Corp. Diplomat.]lo strumento d'unione fra esso re e il Cattolico, stipulato a dì 20 di dicembre dell'anno presentepro suscipienda sanctae romanae Ecclesiae Matris nostrae defensione pernecessaria. Pertanto avendo Ferdinando inviato nel regno di Napoli mille e ducento lance, o vogliano dire uomini d'armi, mille cavalli leggeri e dieci mila fanti, tutta gente di singolar bravura e fedeltà, pel cui mantenimento s'erano obbligati il pontefice e il senato veneto di pagare ogni mese quaranta mila ducati d'oro, la metà per cadauno: ordinò che questo esercito, sotto il comando didon Raimondo di Cardonavicerè di Napoli, venisse ad unirsi in Romagna col pontificio e veneto, il che fu eseguito. Ma qui non finì la tela. Furono di nuovo mossi dal danaro del papa gli Svizzeri contro lo Stato di Milano; e in fatti molte migliaia d'essi sul principio di novembre calarono a Varese, col concerto che le armi venete e del papa avrebbono fatta una gagliarda diversione. Portavano lo stendardo, sotto il quale nel precedente secolo aveano date le memorabili rotte al duca di Borgogna. A questo formidabil segno dovea tremar chicchessia. Lo Storico Padovano scrive, che nel loro generale stendardo a lettere d'oro era scritto: DOMATORES PRINCIPVM. AMATORES JUSTITIAE. DEFENSORES SANCTAE ROMANAE ECCLESIAE.
Era intanto dichiarato per governator di Milano e suo luogotenente generale dal re Cristianissimo,Gastone di Foissuo nipote,giovane che nell'età di soli ventidue anni uguagliava, se non superava, in senno e valore i più vecchi e sperimentati capitani. Poca gente d'armi, poca fanteria avea egli; e in Milano era non lieve il terrore e la costernazione. Andò Gastone per consiglio delTrivulzioa postarsi a Saronno con quelle forze che potè raunare. Ed essendosi inoltrati gli Svizzeri a Galerate, con saccheggiare e bruciare ogni cosa, seguitarono il viaggio verso Milano, dove si andò ritirando Gastone, oppure Trivulzio, come s'ha dall'Anonimo Padovano. Il quale aggiugne che seguirono varii combattimenti colla peggio ora degli uni, ora degli altri. Ma non osando gli Svizzeri di fare alcun tentativo contra di quella gran città, piegarono verso Cassano, con apparenza di voler passare l'Adda. Quand'eccoti a tutto un tempo, spedito un loro uffiziale a Gastone, si offerirono di tornarsene alle loro montagne, se si volea dar loro un mese di paga. Essendo intanto arrivati quattro mila fanti italiani a Milano, Gastone allora parlò alto, e poco esibì. Da lì a poco andarono a finir le minaccie di que' barbari in ritirarsi al loro paese, lasciando per la seconda volta delusi i commissarii del papa e de' Veneziani, che erano con loro, ed allegando per iscusa che non correvano le paghe, ed aver mancato i generali del papa e de' Veneziani al concerto della lor venuta. Così è raccontato questo fatto dal Guicciardino e dall'autore franzese della Lega di Cambrai. Ma l'Anonimo Padovano, forse meglio informato di questi affari, scrive che Gastone col danaro corruppe il capitano Altosasso, ed alcuni altri condottieri svizzeri, i quali, mosso tumulto nell'armata, fecero svanire ogni altro disegno. Usciti di questo pericoloso imbroglio i Franzesi, vennero dipoi a prendere il quartiere a Carpi, alla Mirandola, a San Felice e al Finale; e questo perchè gli Spagnuoli erano già pervenuti a Forlì, ed uniti coll'esercito pontificio minacciavano l'assedio di Bologna. Riuscì in quest'anno adi tre di settembre ai Fiorentini dopo lungo tratto e molte minaccie, di cavar di mano de' Senesi la terra di Montepulciano. Di grandi istanze fece loro ilre Lodovico, perchè uscissero di neutralità, ed entrassero in lega con lui; e le dimande sue erano avvalorate dal Soderini perpetuo gonfaloniere di quella repubblica. Tuttavia prevalse il parere dei più di non mischiarsi in sì arrabbiata guerra. Nè si dee tralasciare che fu dato principio in Pisa al conciliabolo dei Franzesi; ma principio ridicolo, sì poco era il numero de' concorrenti, nè si vedea comparire alcuno dalla parte diMassimiliano Cesare. Aveapapa Giuliocolle buone tentato più volte, ma sempre inutilmente, di far ravvedere quei pochi sconsigliati cardinali; ma allorchè si vide forte in sella per le leghe, delle quali, s'è parlato disopra, nel dì 24 d'ottobre fulminò le censure contra di loro, privandoli del cappello e d'ogni altro benefizio. Non sapea digerire il popolo di Pisa di tenere in sua casa un sì fatto scandalo, e brontolava forte, e facea temer qualche sollevazione. Perciò que' prelati impetrarono da Firenze di poter tenere una guardia di Franzesi, ma mediocre, per lor sicurezza. I Franzesi di quel tempo, per confession d'ognuno, erano senza disciplina; e gravosi anche agli amici per la loro arroganza ed insolenza, massimamente verso le donne; locchè produsse delle risse fra loro e i Pisani, ed una specialmente, in cui restarono feriti isignori di Lautrese diSciattiglione, che comandavano quella guardia. Il perchè quei cardinali, paventando di peggio, giudicarono meglio di ritirarsi a Milano, anche ivi mal veduti da quel popolo, ma sostenuti da chi potea farsi rispettare. Un grande tremuoto nel mese di marzo del presente anno recò non lieve danno a Venezia, a Padova, al Friuli e a molti di que' contorni.