MDXCIXAnno diCristoMDXCIX. IndizioneXII.Clemente VIIIpapa 8.Rodolfo IIimperadore 24.Nel dì 3 di marzo ilpontefice Clementefece la promozione di alcuni cardinali, tutti personaggi di gran merito, fra i quali spezialmente si distinseroRoberto Bellarminodella compagnia di Gesù, da Monte Pulciano,Arnaldo d'OssatFranzese, eSilvio AntonianoRomano. E perciocchè nell'anno seguente si avea da celebrare il giubileo, nel dì 19 di maggio ne intimò a tutti i fedeli la futura solennità. Non potè poi nella vigilia del santo Natale, per ragion della podagra, aprire la porta santa; ma soddisfece a questa cerimonia nell'ultimo giorno dell'anno. Dopo essersi trattenuta in Milano per tutto il verno la nuova regina di SpagnaMargheritacoll'arciduchessasua madre e coll'arciduca Alberto, per aspettar tempo propizio alla navigazione, finalmente nel febbraio s'inviò alla volta di Genova. Sommamente magnifici e riguardevoli furono gli apparati coi quali fu ivi accolta da quella repubblica. Quarantadue galee, comandate dalprincipe Doria, erano pronte per condurre in Ispagna la maestà sua con tutta la sua gran corte. Essendone seguito l'imbarco nel dì 18 d'esso mese, arrivò poi, benchè non senza grave contrarietà di venti, ai lidi di Valenza, nella qual città s'era portato ilre Filippo IIIsuo consorte. Seguì nel dì 18 di aprile la solenne entrata d'essa regina in quella città colla magnificenza convenevole a que' monarchi. Finite le feste, l'arciduca Alberto e l'infanta Isabellasua moglie e l'arciduchessa nel dì 7 di giugno si rimbarcarono, e pervennero nel dì 18 a Genova. Indi passarono a Milano, dove con sontuosità di nuove feste fu solennizzato il loro arrivo. Ad onorar questi principi colà comparvero gli ambasciatori de' principi d'Italia, e papa Clemente vi spedì con titolo di legato ilcardinale Francesco di Dietrichsteim. Doveva egli, secondo le istruzioni romane, essere ricevuto sotto il baldacchino nell'entrare in Milano; ma vi si trovarono delle difficoltà che non si poterono superare, essendochè il contestabile governatore di quello Stato avea ricevuto ordine dal re di non compartire un sì fatto onore all'arciduca Alberto; e dovendo esso cardinale essere incontrato da esso arciduca, questi perciò sarebbe restato fuori del baldacchino; oltre all'allegarsi ancora che negli Stati di Spagna al solo re e alla regina era riserbata cotale onorificenza. Il cardinale, giacchè era imminente la partenza di quei principi, non volle per questo desistere dalla sua funzione: del che poi la corte di Roma mostrò non lieve disgusto di lui.Arrivò dopo molto tempo in Fiandra, esso arciduca coll'infanta, ricevuto con giubilo universale da que' popoli lieti diaver ora principe proprio e presente con isperanza che dopo gl'infiniti passati travagli avessero una volta a migliorare i loro interessi. Gareggiarono insieme quelle città nella magnificenza delle feste pel suo ricevimento. L'arciduca Andrea cardinale, rinunziato il governo di essa Fiandra, se ne andò in pellegrinaggio, e nell'anno seguente in Roma terminò i suoi giorni. Ora il novello principe della Fiandra Alberto non perdè tempo a troncare il corso ad una guerra mossa da alcuni principi della Germania per cagion degli Spagnuoli che aveano non solamente preso quartiere d'inverno nel paese di Cleves, ma ancora occupati alquanti luoghi di quella contrada. Sicchè altri nemici non ebbe egli da lì innanzi che gli Olandesi. In Ungheria continuò la guerra coi Turchi, e ne riportarono molti vantaggi l'armi cristiane. Diedero gli Ungheri una rotta ad un bassà che con tre mila de' suoi andava a rinforzare il presidio di Buda, riportandone grosso bottino, danari, gioie e cavalli. Tentò anche il conte di Swarzembergh la stessa città di Buda. Essendogli convenuto ritirarsi, il bassà di quella città uscì fuori per andare incontro ad un gran convoglio di munizioni da bocca e da guerra che veniva a trovarlo; ma caduto in una imboscata d'Aiduchi, restò prigione, e sconfitta la sua truppa, siccome ancor quella del bassà di Bossina, accorsa in aiuto dell'altra. Riuscì parimente al conte suddetto d'impadronirsi della città di Alba Regale; ma ritrovata troppa resistenza nella guernigion del castello, diede il sacco ad essa città, e poi la consegnò alle fiamme. Di maggior conseguenza fu un altro fatto. S'intese che un grosso numero di barche turchesche, cariche di vettovaglie, artiglierie e munizioni da guerra, era pel Danubio indirizzato alla armata d'Ibraim bassà. Circa mille e secento imperiali, spediti all'improvviso, trovarono quella flotta al lido; e dopo aver tagliata a pezzi la maggior parte della scorta, tal bottino ne riportarono,che la fama, verisimilmente poco in ciò veritiera, lo fece ascendere ad un milione di ducati d'oro. Affondata parte di quelle barche, tutti allegri se ne tornarono i cristiani al loro campo, con aver anche dipoi data una percossa ai nemici sotto di Agria: azioni tutte che sconcertarono affatto ogni disegno de' Turchi nell'anno presente. Non provarono già egual felicità cinque galee del gran duca di Toscana, le quali, comandate da Virginio Orsino, corseggiavano nei mari di levante. Arrivate queste una notte all'isola di Chio o Scio, sbarcarono trecento uomini, i quali valorosamente assalirono quella città. Tal fu lo spavento degli abitanti, che, tutto abbandonato, si rifugiarono al monte, sull'opinione che un nuvolo di cristiani fosse venuto a visitarli. Ma, fatto giorno scorgendo che si trattava di sole poche galee, con gran furia scesero contra gli occupatori della città, de' quali, perchè a cagion del mare burrascoso stentarono a rimbarcarsi, tra uccisi e prigioni ve ne restarono più di cento col loro colonnello.Grande strepito fece nell'anno presente in Roma e per tutta l'Italia un raro caso di ribalderia e insieme di giustizia. Abbondava Francesco Cenci nobile romano di ricchezze, perchè avea ereditato dal padre ottanta mila scudi di rendita annuale; ma più abbondava d'iniquità. Il minor vizio suo era quello di ogni più sozza e nefanda libidine; il maggiore quello di essere privo affatto di religione. Dal primo suo matrimonio ricavò cinque figli maschi e due femmine; niuno dal secondo. L'inumanità da lui usata coi primi fu indicibile; non men bestiale trattamento ne provarono le figlie. Avendo la maggiore di esse fatto ricorso con memoriale al papa, si levò d'impaccio, perchè fu forzato il padre a maritarla. Restò Beatrice la minore in casa, e fatta grande e bella, soggiacque alle disordinate voglie di chi l'avea procreata, giacchè le fece egli credere non peccaminoso un atto di tanta iniquità.Non si vergognava il perverso uomo di abusarsi della figlia sugli occhi della stessa sua moglie, matrigna di lei. Dacchè la fanciulla, avvertita della brutalità del padre, cominciò a ripugnare, si passò ad esigere colle battiture ciò che cogli inganni sulle prime si era ottenuto. A sì miserabil vita dunque non potendo reggere la figlia, dappoichè ebbe significato ai parenti i mali trattamenti del padre, senza ricavarne profitto, animata dallo esempio della sorella, mandò un ben composto memoriale al papa a nome ancor della matrigna. Fosse questo o non fosse presentato, certo è che non ebbe effetto, e nè pur fu ritrovato nella segreteria allorchè venne il bisogno. Intanto, ciò penetrato dal padre, cagion fu che si aumentasse la sua crudeltà contro la moglie e la figlia, sino a ritenerle chiuse in alcune camere sotto chiave. Portate allora queste dalla disperazione, congiurarono la morte di lui. Non riuscì difficile ad esse il trarre nel medesimo sentimento Giacomo il maggiore de' figli, che avea già moglie e figliuoli, perchè anche egli troppo si trovava tiranneggiato dal padre. Pertanto fu da due sicarii nella propria casa l'addormentato vecchio ucciso una notte, e congegnato sì fattamente il di lui cadavero in un ortaglio, che parve accidentale la di lui caduta e morte. Ma non permise Iddio che si vantasse di tanta felicità l'enorme delitto del parricidio. Scoperti e presi i rei, cederono alla forza dei tormenti; ed avendo il pontefice Clemente letto tutto il processo, tosto comandò che fossero strascinati a coda di cavallo. E perciocchè si mossero i principali avvocati di Roma in difesa dei rei, il papa alto alla mano negò loro di ascoltarli. Riuscì nulladimeno al celebre Farinaccio d'ottenere udienza, e in un colloquio di quattro ore tanto seppe dire delle scelleraggini dell'ucciso, e degl'insoffribili torti fatti ai figliuoli, non per levare la colpa loro, ma per isminuire la pena, che il santo padre si calmò non poco, e fermò il corso della giustizia. Giàsi sperava che fosse almeno in salvo la vita dei delinquenti, quando succedette in altra casa nobile un matricidio, per cui esacerbato il papa, ordinò che quanto prima si eseguisse la sentenza di morte contra di loro. Nel dì 11 di settembre del presente anno nella piazza di Ponte sopra eminente palco furono condotte le due donne con Giacomo e Bernardo fratelli. All'ultimo di essi, perchè di età di quindici anni, e perchè dichiarato non complice dal fratello prima di morire, fu salvata la vita, e restituita dipoi la libertà. Ebbero le donne reciso il capo; Giacomo a colpi di mazza restò conquiso. Tal compatimento svegliò in cuore di tutti gli astanti questo sì tragico spettacolo col riandare l'iniquità del padre, cagione di tanto disordine, e massimamente in considerare l'età, la bellezza e lo straordinario coraggio della giovinetta Beatrice, allorchè salì sul palco e si accomodò alla mannaia, che più e più persone caddero tramortite. Altre non poche rimasero per l'immensa folla del popolo soffocate, o stritolate o malconce dalle indiscrete carrozze. Corse la relazione di quest'orrido avvenimento per tutta l'Italia, e fu accolta con differenti giudizii. Ne lasciò anche il Farinaccio autentica memoria nella qu. CXX, n. 172,de homicidio, e nel lib. I, cons. LXVI dove scrive, che se si fosse potuto provare la violenza inferita da Francesco alla figlia, questa non si potea condannare alla morte, perchè cessa di essere padre chi si lascia trasportare a tanta brutalità. Ma come poter concludentemente provare atti tali, mancanti ordinariamente affatto di testimonii? Confessa nondimeno il Farinaccio che comunemente si tenea per verissima quell'infame azione del padre. E se fosse stata fatta giustizia di lui, allorchè per tre volte fu messo in prigione a cagion del vizio nefando, per cui si compose in ducento mila scudi, non sarebbero incorsi in così lagrimevol disavventura i figli suoi.
Nel dì 3 di marzo ilpontefice Clementefece la promozione di alcuni cardinali, tutti personaggi di gran merito, fra i quali spezialmente si distinseroRoberto Bellarminodella compagnia di Gesù, da Monte Pulciano,Arnaldo d'OssatFranzese, eSilvio AntonianoRomano. E perciocchè nell'anno seguente si avea da celebrare il giubileo, nel dì 19 di maggio ne intimò a tutti i fedeli la futura solennità. Non potè poi nella vigilia del santo Natale, per ragion della podagra, aprire la porta santa; ma soddisfece a questa cerimonia nell'ultimo giorno dell'anno. Dopo essersi trattenuta in Milano per tutto il verno la nuova regina di SpagnaMargheritacoll'arciduchessasua madre e coll'arciduca Alberto, per aspettar tempo propizio alla navigazione, finalmente nel febbraio s'inviò alla volta di Genova. Sommamente magnifici e riguardevoli furono gli apparati coi quali fu ivi accolta da quella repubblica. Quarantadue galee, comandate dalprincipe Doria, erano pronte per condurre in Ispagna la maestà sua con tutta la sua gran corte. Essendone seguito l'imbarco nel dì 18 d'esso mese, arrivò poi, benchè non senza grave contrarietà di venti, ai lidi di Valenza, nella qual città s'era portato ilre Filippo IIIsuo consorte. Seguì nel dì 18 di aprile la solenne entrata d'essa regina in quella città colla magnificenza convenevole a que' monarchi. Finite le feste, l'arciduca Alberto e l'infanta Isabellasua moglie e l'arciduchessa nel dì 7 di giugno si rimbarcarono, e pervennero nel dì 18 a Genova. Indi passarono a Milano, dove con sontuosità di nuove feste fu solennizzato il loro arrivo. Ad onorar questi principi colà comparvero gli ambasciatori de' principi d'Italia, e papa Clemente vi spedì con titolo di legato ilcardinale Francesco di Dietrichsteim. Doveva egli, secondo le istruzioni romane, essere ricevuto sotto il baldacchino nell'entrare in Milano; ma vi si trovarono delle difficoltà che non si poterono superare, essendochè il contestabile governatore di quello Stato avea ricevuto ordine dal re di non compartire un sì fatto onore all'arciduca Alberto; e dovendo esso cardinale essere incontrato da esso arciduca, questi perciò sarebbe restato fuori del baldacchino; oltre all'allegarsi ancora che negli Stati di Spagna al solo re e alla regina era riserbata cotale onorificenza. Il cardinale, giacchè era imminente la partenza di quei principi, non volle per questo desistere dalla sua funzione: del che poi la corte di Roma mostrò non lieve disgusto di lui.
Arrivò dopo molto tempo in Fiandra, esso arciduca coll'infanta, ricevuto con giubilo universale da que' popoli lieti diaver ora principe proprio e presente con isperanza che dopo gl'infiniti passati travagli avessero una volta a migliorare i loro interessi. Gareggiarono insieme quelle città nella magnificenza delle feste pel suo ricevimento. L'arciduca Andrea cardinale, rinunziato il governo di essa Fiandra, se ne andò in pellegrinaggio, e nell'anno seguente in Roma terminò i suoi giorni. Ora il novello principe della Fiandra Alberto non perdè tempo a troncare il corso ad una guerra mossa da alcuni principi della Germania per cagion degli Spagnuoli che aveano non solamente preso quartiere d'inverno nel paese di Cleves, ma ancora occupati alquanti luoghi di quella contrada. Sicchè altri nemici non ebbe egli da lì innanzi che gli Olandesi. In Ungheria continuò la guerra coi Turchi, e ne riportarono molti vantaggi l'armi cristiane. Diedero gli Ungheri una rotta ad un bassà che con tre mila de' suoi andava a rinforzare il presidio di Buda, riportandone grosso bottino, danari, gioie e cavalli. Tentò anche il conte di Swarzembergh la stessa città di Buda. Essendogli convenuto ritirarsi, il bassà di quella città uscì fuori per andare incontro ad un gran convoglio di munizioni da bocca e da guerra che veniva a trovarlo; ma caduto in una imboscata d'Aiduchi, restò prigione, e sconfitta la sua truppa, siccome ancor quella del bassà di Bossina, accorsa in aiuto dell'altra. Riuscì parimente al conte suddetto d'impadronirsi della città di Alba Regale; ma ritrovata troppa resistenza nella guernigion del castello, diede il sacco ad essa città, e poi la consegnò alle fiamme. Di maggior conseguenza fu un altro fatto. S'intese che un grosso numero di barche turchesche, cariche di vettovaglie, artiglierie e munizioni da guerra, era pel Danubio indirizzato alla armata d'Ibraim bassà. Circa mille e secento imperiali, spediti all'improvviso, trovarono quella flotta al lido; e dopo aver tagliata a pezzi la maggior parte della scorta, tal bottino ne riportarono,che la fama, verisimilmente poco in ciò veritiera, lo fece ascendere ad un milione di ducati d'oro. Affondata parte di quelle barche, tutti allegri se ne tornarono i cristiani al loro campo, con aver anche dipoi data una percossa ai nemici sotto di Agria: azioni tutte che sconcertarono affatto ogni disegno de' Turchi nell'anno presente. Non provarono già egual felicità cinque galee del gran duca di Toscana, le quali, comandate da Virginio Orsino, corseggiavano nei mari di levante. Arrivate queste una notte all'isola di Chio o Scio, sbarcarono trecento uomini, i quali valorosamente assalirono quella città. Tal fu lo spavento degli abitanti, che, tutto abbandonato, si rifugiarono al monte, sull'opinione che un nuvolo di cristiani fosse venuto a visitarli. Ma, fatto giorno scorgendo che si trattava di sole poche galee, con gran furia scesero contra gli occupatori della città, de' quali, perchè a cagion del mare burrascoso stentarono a rimbarcarsi, tra uccisi e prigioni ve ne restarono più di cento col loro colonnello.
Grande strepito fece nell'anno presente in Roma e per tutta l'Italia un raro caso di ribalderia e insieme di giustizia. Abbondava Francesco Cenci nobile romano di ricchezze, perchè avea ereditato dal padre ottanta mila scudi di rendita annuale; ma più abbondava d'iniquità. Il minor vizio suo era quello di ogni più sozza e nefanda libidine; il maggiore quello di essere privo affatto di religione. Dal primo suo matrimonio ricavò cinque figli maschi e due femmine; niuno dal secondo. L'inumanità da lui usata coi primi fu indicibile; non men bestiale trattamento ne provarono le figlie. Avendo la maggiore di esse fatto ricorso con memoriale al papa, si levò d'impaccio, perchè fu forzato il padre a maritarla. Restò Beatrice la minore in casa, e fatta grande e bella, soggiacque alle disordinate voglie di chi l'avea procreata, giacchè le fece egli credere non peccaminoso un atto di tanta iniquità.Non si vergognava il perverso uomo di abusarsi della figlia sugli occhi della stessa sua moglie, matrigna di lei. Dacchè la fanciulla, avvertita della brutalità del padre, cominciò a ripugnare, si passò ad esigere colle battiture ciò che cogli inganni sulle prime si era ottenuto. A sì miserabil vita dunque non potendo reggere la figlia, dappoichè ebbe significato ai parenti i mali trattamenti del padre, senza ricavarne profitto, animata dallo esempio della sorella, mandò un ben composto memoriale al papa a nome ancor della matrigna. Fosse questo o non fosse presentato, certo è che non ebbe effetto, e nè pur fu ritrovato nella segreteria allorchè venne il bisogno. Intanto, ciò penetrato dal padre, cagion fu che si aumentasse la sua crudeltà contro la moglie e la figlia, sino a ritenerle chiuse in alcune camere sotto chiave. Portate allora queste dalla disperazione, congiurarono la morte di lui. Non riuscì difficile ad esse il trarre nel medesimo sentimento Giacomo il maggiore de' figli, che avea già moglie e figliuoli, perchè anche egli troppo si trovava tiranneggiato dal padre. Pertanto fu da due sicarii nella propria casa l'addormentato vecchio ucciso una notte, e congegnato sì fattamente il di lui cadavero in un ortaglio, che parve accidentale la di lui caduta e morte. Ma non permise Iddio che si vantasse di tanta felicità l'enorme delitto del parricidio. Scoperti e presi i rei, cederono alla forza dei tormenti; ed avendo il pontefice Clemente letto tutto il processo, tosto comandò che fossero strascinati a coda di cavallo. E perciocchè si mossero i principali avvocati di Roma in difesa dei rei, il papa alto alla mano negò loro di ascoltarli. Riuscì nulladimeno al celebre Farinaccio d'ottenere udienza, e in un colloquio di quattro ore tanto seppe dire delle scelleraggini dell'ucciso, e degl'insoffribili torti fatti ai figliuoli, non per levare la colpa loro, ma per isminuire la pena, che il santo padre si calmò non poco, e fermò il corso della giustizia. Giàsi sperava che fosse almeno in salvo la vita dei delinquenti, quando succedette in altra casa nobile un matricidio, per cui esacerbato il papa, ordinò che quanto prima si eseguisse la sentenza di morte contra di loro. Nel dì 11 di settembre del presente anno nella piazza di Ponte sopra eminente palco furono condotte le due donne con Giacomo e Bernardo fratelli. All'ultimo di essi, perchè di età di quindici anni, e perchè dichiarato non complice dal fratello prima di morire, fu salvata la vita, e restituita dipoi la libertà. Ebbero le donne reciso il capo; Giacomo a colpi di mazza restò conquiso. Tal compatimento svegliò in cuore di tutti gli astanti questo sì tragico spettacolo col riandare l'iniquità del padre, cagione di tanto disordine, e massimamente in considerare l'età, la bellezza e lo straordinario coraggio della giovinetta Beatrice, allorchè salì sul palco e si accomodò alla mannaia, che più e più persone caddero tramortite. Altre non poche rimasero per l'immensa folla del popolo soffocate, o stritolate o malconce dalle indiscrete carrozze. Corse la relazione di quest'orrido avvenimento per tutta l'Italia, e fu accolta con differenti giudizii. Ne lasciò anche il Farinaccio autentica memoria nella qu. CXX, n. 172,de homicidio, e nel lib. I, cons. LXVI dove scrive, che se si fosse potuto provare la violenza inferita da Francesco alla figlia, questa non si potea condannare alla morte, perchè cessa di essere padre chi si lascia trasportare a tanta brutalità. Ma come poter concludentemente provare atti tali, mancanti ordinariamente affatto di testimonii? Confessa nondimeno il Farinaccio che comunemente si tenea per verissima quell'infame azione del padre. E se fosse stata fatta giustizia di lui, allorchè per tre volte fu messo in prigione a cagion del vizio nefando, per cui si compose in ducento mila scudi, non sarebbero incorsi in così lagrimevol disavventura i figli suoi.