MDXCVI

MDXCVIAnno diCristoMDXCVI. IndizioneIX.Clemente VIIIpapa 5.Rodolfo IIimperadore 21.I pensieri delpontefice Clementenel presente anno furono principalmente occupati in cercar le vie di estinguere la guerra che tuttavia in varie partì lacerava la Francia. Spedì a questo effetto il generale de' frati minori a spiar gli animi delre Arrigoe delcardinale Albertogovernatore della Fiandra, e ad istillare in amendue pensieri di pace. Ma questa pace desiderata dal re franzeseArrigo IVnon si accordava colle vaste idee del re di SpagnaFilippo II; e tanto più perchè l'armi e raggiri suoi ebbero in più di un luogo felice successo. Primieramente avea saputo l'accortezza de' ministri spagnuoli talmente guadagnare Carlo Casale console, o piuttosto tiranno di Marsilia, che quel popolo parte per timore e parte per mari e monti di vantaggi lor fatti sperare dal re Cattolico, si misero sotto la di lui protezione, ed accettarono nelloro porto Carlo Doria colà inviato colle sue galee da esso re di Spagna: fatto che infinitamente dispiacque al re Arrigo. Era già tornato in grazia dello stesso re Cristianissimo il duca di Guisa. Mandato egli al governo della Provenza con quelle forze maggiori che potè riunire, s'impadronì di Cisteron, di Riez, di Grasse, di Hieres, di Santropè e di altri luoghi. Quindi si diede a manipolare un segreto trattato in Marsilia coi malcontenti del governo del Casali; e questo fu sì felicemente condotto, che nel dì 16 di febbraio il Casali restò ucciso da' congiurati; nel qual tempo si presentò esso duca di Guisa alle porte della città, e vi entrò, con acquistar dipoi le fortezze, ed obbligare il Doria a fuggirsene non senza perdita di molti de' suoi soldati sorpresi in terra fuori delle galee. Con più felicità succederono all'arciduca cardinale le imprese ch'egli tentò. Trovandosi impegnato il re Arrigo nell'assedio della fortezza della Fera, ed occorrendo troppe difficoltà a soccorrere quella piazza, s'avvisò il porporato di fare una potente diversione. Pertanto all'improvviso, nel dì 9 di aprile, piombò col suo esercito addosso alla riguardevol terra e fortezza di Cales, e con gran sollecitudine fece piantar le batterie, tanto per bersagliare la terra che per impedire i soccorsi per mare, i quali furono ben tentati, ma senza frutto alcuno. Era quella guarnigione di soli secento soldati impoltroniti nell'ozio, di mille e ducento borghesi e trecento villani, che intimoriti al primo feroce assalto degli Spagnuoli, dimandarono capitolazione, e l'ottennero, per potersi ritirar nel castello, promettendo di rendere ancor questo fra sei giorni, se non veniva soccorso. Venne infatti il soccorso, ed ebbe maniera di entrar nel castello. Adirato per questo il cardinale, fece giocar le artiglierie contra d'esso castello, ed appena formata la breccia, fu dato un sì furioso assalto, che avviliti i difensori non pensarono che alla fuga.Ne furono uccisi ottocento e tutto andò a sacco, con fama che il bottino ascendesse a un milione di scudi. Guines e Han si arrenderono anche essi dipoi al cardinale. E lo stesso fece nel dì 23 di maggio anche la picciola, ma forte città d'Ardres, e finalmente nell'agosto l'importante fortezza di Hulst.Intanto dopo alquanti mesi di ostinato assedio giunse finalmente il re Arrigo nel precedente giorno, cioè nel dì 22 di maggio, ad obbligar gli Spagnuoli alla resa di Fera. E perciocchè la perdita di Cales era una continua puntura al suo cuore, non ebbe scrupolo a trattare e conchiudere un'alleanza conElisabetta reginad'Inghilterra, assai per altri motivi disgustata degli Spagnuoli. Nè si dee tacere che, durante l'assedio della Fera,Arrigo di Savoia ducadi Nemours, ilduca di Gioiosapotente in Linguadoca, e, quel che più importò, ilduca d'Umenadella casa di Lorena, dopo molti segreti trattati, vennero all'ubbidienza e giurarono fedeltà al suddetto re Cristianissimo, il quale siccome principe magnanimo benignamente gli accolse, con loro concedere molti governi e vantaggi, ed obbliar generosamente le cose passate. Tornò infine alla divozion sua anche ilduca di Mercurio, che più degli altri si era mostrato pertinace fautore della lega: tutti avvenimenti che servirono di maggiore ingrandimento e riputazione ad esso re. Ebbe in questi tempi una dura lezion dagl'InglesiFilippo II redi Spagna. Fece la regina Elisabetta un formidabil armamento per mare, in cui concorsero anche gli Olandesi e molti particolari mercatanti; cioè una flotta di circa cento sessanta vele, dove s'imbarcarono sedici mila combattenti, fra' quali si contavano molti nobili venturieri. Comparve all'improvviso nel dì 21 (altri dicono nel dì 30) di giugno questa armata sotto il comando del giovane Roberto conte di Essech e dell'ammiraglio inglese Carlo conte di Howard, alla vista della tanto ricca e mercantile isola e città diCadice in Ispagna, chiamata (non so il perchè) dal Campana e da altriCalice, e da lor posta ne' mari di Portogallo. Trovavansi in quell'isola cinquantasette grosse navi, fra le quali quattro dei galeoni, chiamati i dodici Apostolici, due galeazze di Andalusia, venti galee ed altri non pochi legni, tutti carichi di merci preziose, e destinati a passare alle Indie Orientali. Fu detto che ascendesse il valor d'esso carico a dodici milioni di ducati d'oro, spettante per la maggior parte a particolari mercatanti spagnuoli, napoletani, siciliani e genovesi. Prima di tentar altro gl'Inglesi arditamente si mossero contra le navi da guerra spagnuole, che sostennero per più ore il combattimento; ma accesosi il fuoco nel galeone San Filippo almirante dell'armata, si misero in confusion gli Spagnuoli; tre loro grosse navi ben fornite d'artiglieria rimasero in poter de' nemici; altre furono o arse o sommerse; gran bottino ancora fu fatto; e chi potè fuggire, si salvò. Ma il peggio fu che poco stettero i vincitori Inglesi ad assalire furiosamente la città, e a divenirne padroni, con essersi ritirati nel castello i difensori, i quali poco stettero a capitolare, per salvare le donne dal disonore e la città dall'incendio. Quanto di buono e bello ivi si trovò, fu messo a sacco. Vi restava gran quantità di legni sì del re che dei mercatanti, i quali stavano prima, o pur si erano rifugiati al passo del ponte che congiugne l'isola di Cadice colla terra ferma. Attesero i lor padroni la notte a scaricar le merci; e perchè il duca di Medina conobbe di non aver forza da difenderli, affinchè non cadessero in mano de' nemici, comandò che di tutti quei legni si facesse un gran falò; e l'ordine fu eseguito. Se ne andarono poscia pieni di preda gl'Inglesi. E tuttochè il re Cattolico, ansioso di farne vendetta, unisse nel porto di Lisbona una armata di più di ottanta vele, e la spignesse alla volta dell'Inghilterra; pure ancor questa sorpresa da un fiero temporale, parte perì nell'onde e parte maltrattata,non poco penò a ridursi in salvo. Gran danno che venne anche alla mercatura d'Italia da così fiero e strepitoso emergente.La guerra d'Ungheria continuò vigorosa ancora in quest'anno. Tolsero le armi cristiane ai Turchi Vaccia. Presero ancora Clissa ne' confini della Dalmazia, ma poi la perderono. Essendo venuto lo stesso gran signore Maometto all'armata, la città d'Agria fu vilmente a lui renduta dal presidio imperiale, per ottener salve le vite: patto che non fu poi mantenuto dalla consueta infedeltà e barbarie de' Turchi. Furono poscia a fronte le due armate nemiche a Chereste, e si venne a giornata campale. Restò in poco tempo sbaragliata la turchesca, e ne fu fatta grande strage; ma perdutasi gran parte de' vincitori cristiani a dare il sacco ai padiglioni, le incontrò quella disavventura che tante altre volte è accaduta ed accadrà; cioè, che i Turchi raggruppati e ritirati dalla fuga diedero una piena sconfitta all'esercito imperiale. Torniamo ora in Italia, dovepapa Clemente VIII, mirando con sommo dispiacere la continuata guerra del re di Spagna colla Francia, e la lega delre Arrigo IVcoll'Inghilterra, determinò d'inviare in FranciaAlessandro de Medici cardinaleed arcivescovo di Firenze, personaggio di raro ingegno e prudenza, acciocchè si studiasse di quetare il resto de' mali umori della Francia, e tentasse ancora di disporre gli animi alla pace. Con sommi onori fu ricevuto per tutta la Francia questo legato pontificio, ed ebbe il contento di vedersi incontrato daArrigo di Borboneprincipe di Condè, fanciullo d'anni otto e primo del sangue reale dopo il re, il quale già istruito nella fede cattolica, secondo le promesse fatte al papa, avea abbandonata l'eresia di Calvino. Nel dì primo d'agosto ebbe esso legato la sua prima udienza dal re. Nè si dee tacere che, essendo cresciuto a dismisura in questi tempi lo scialacquamento dei titoli (del che gl'Italiani diedero la colpa allasuperbia spagnuola), ne tentò la corte di Spagna qualche rimedio. Il titolo d'illustrissimo ed eccellentissimo, che già fu in uso per li soli principi sovrani, s'era tanto prostituto, che fino i nobili di basso affare lo pretendevano. L'illustreomolto illustre, che sul principio di questo secolo XVI, per quanto si può osservare, si soleva dare ai principi cadetti, era passato ad onorar la plebe. Da questo abuso nascevano poi contese, perchè i minori si volevano uguagliare ai maggiori, e i maggiori ai massimi, senza osservar distinzione alcuna di grado nella stessa nobiltà. Ora il conte di Olivares vicerè di Napoli pubblicò un editto, per cui venne vietato ogni titolo, per dir così, di cortesia, dovendosi unicamente scrivere nelle lettere alsignor duca, al signor principe, marchese, conte, dottore, ec. Passò questo divieto a Milano, dove fu poco osservato. In Roma e in altri stati se ne risero. Quanto durasse questa prammatica, non occorre che io lo ricordi, e molto meno come passi oggidì in Italia l'abuso e la ridicola prostituzion de' titoli, perchè senza di me ognun lo vede a prova.

I pensieri delpontefice Clementenel presente anno furono principalmente occupati in cercar le vie di estinguere la guerra che tuttavia in varie partì lacerava la Francia. Spedì a questo effetto il generale de' frati minori a spiar gli animi delre Arrigoe delcardinale Albertogovernatore della Fiandra, e ad istillare in amendue pensieri di pace. Ma questa pace desiderata dal re franzeseArrigo IVnon si accordava colle vaste idee del re di SpagnaFilippo II; e tanto più perchè l'armi e raggiri suoi ebbero in più di un luogo felice successo. Primieramente avea saputo l'accortezza de' ministri spagnuoli talmente guadagnare Carlo Casale console, o piuttosto tiranno di Marsilia, che quel popolo parte per timore e parte per mari e monti di vantaggi lor fatti sperare dal re Cattolico, si misero sotto la di lui protezione, ed accettarono nelloro porto Carlo Doria colà inviato colle sue galee da esso re di Spagna: fatto che infinitamente dispiacque al re Arrigo. Era già tornato in grazia dello stesso re Cristianissimo il duca di Guisa. Mandato egli al governo della Provenza con quelle forze maggiori che potè riunire, s'impadronì di Cisteron, di Riez, di Grasse, di Hieres, di Santropè e di altri luoghi. Quindi si diede a manipolare un segreto trattato in Marsilia coi malcontenti del governo del Casali; e questo fu sì felicemente condotto, che nel dì 16 di febbraio il Casali restò ucciso da' congiurati; nel qual tempo si presentò esso duca di Guisa alle porte della città, e vi entrò, con acquistar dipoi le fortezze, ed obbligare il Doria a fuggirsene non senza perdita di molti de' suoi soldati sorpresi in terra fuori delle galee. Con più felicità succederono all'arciduca cardinale le imprese ch'egli tentò. Trovandosi impegnato il re Arrigo nell'assedio della fortezza della Fera, ed occorrendo troppe difficoltà a soccorrere quella piazza, s'avvisò il porporato di fare una potente diversione. Pertanto all'improvviso, nel dì 9 di aprile, piombò col suo esercito addosso alla riguardevol terra e fortezza di Cales, e con gran sollecitudine fece piantar le batterie, tanto per bersagliare la terra che per impedire i soccorsi per mare, i quali furono ben tentati, ma senza frutto alcuno. Era quella guarnigione di soli secento soldati impoltroniti nell'ozio, di mille e ducento borghesi e trecento villani, che intimoriti al primo feroce assalto degli Spagnuoli, dimandarono capitolazione, e l'ottennero, per potersi ritirar nel castello, promettendo di rendere ancor questo fra sei giorni, se non veniva soccorso. Venne infatti il soccorso, ed ebbe maniera di entrar nel castello. Adirato per questo il cardinale, fece giocar le artiglierie contra d'esso castello, ed appena formata la breccia, fu dato un sì furioso assalto, che avviliti i difensori non pensarono che alla fuga.Ne furono uccisi ottocento e tutto andò a sacco, con fama che il bottino ascendesse a un milione di scudi. Guines e Han si arrenderono anche essi dipoi al cardinale. E lo stesso fece nel dì 23 di maggio anche la picciola, ma forte città d'Ardres, e finalmente nell'agosto l'importante fortezza di Hulst.

Intanto dopo alquanti mesi di ostinato assedio giunse finalmente il re Arrigo nel precedente giorno, cioè nel dì 22 di maggio, ad obbligar gli Spagnuoli alla resa di Fera. E perciocchè la perdita di Cales era una continua puntura al suo cuore, non ebbe scrupolo a trattare e conchiudere un'alleanza conElisabetta reginad'Inghilterra, assai per altri motivi disgustata degli Spagnuoli. Nè si dee tacere che, durante l'assedio della Fera,Arrigo di Savoia ducadi Nemours, ilduca di Gioiosapotente in Linguadoca, e, quel che più importò, ilduca d'Umenadella casa di Lorena, dopo molti segreti trattati, vennero all'ubbidienza e giurarono fedeltà al suddetto re Cristianissimo, il quale siccome principe magnanimo benignamente gli accolse, con loro concedere molti governi e vantaggi, ed obbliar generosamente le cose passate. Tornò infine alla divozion sua anche ilduca di Mercurio, che più degli altri si era mostrato pertinace fautore della lega: tutti avvenimenti che servirono di maggiore ingrandimento e riputazione ad esso re. Ebbe in questi tempi una dura lezion dagl'InglesiFilippo II redi Spagna. Fece la regina Elisabetta un formidabil armamento per mare, in cui concorsero anche gli Olandesi e molti particolari mercatanti; cioè una flotta di circa cento sessanta vele, dove s'imbarcarono sedici mila combattenti, fra' quali si contavano molti nobili venturieri. Comparve all'improvviso nel dì 21 (altri dicono nel dì 30) di giugno questa armata sotto il comando del giovane Roberto conte di Essech e dell'ammiraglio inglese Carlo conte di Howard, alla vista della tanto ricca e mercantile isola e città diCadice in Ispagna, chiamata (non so il perchè) dal Campana e da altriCalice, e da lor posta ne' mari di Portogallo. Trovavansi in quell'isola cinquantasette grosse navi, fra le quali quattro dei galeoni, chiamati i dodici Apostolici, due galeazze di Andalusia, venti galee ed altri non pochi legni, tutti carichi di merci preziose, e destinati a passare alle Indie Orientali. Fu detto che ascendesse il valor d'esso carico a dodici milioni di ducati d'oro, spettante per la maggior parte a particolari mercatanti spagnuoli, napoletani, siciliani e genovesi. Prima di tentar altro gl'Inglesi arditamente si mossero contra le navi da guerra spagnuole, che sostennero per più ore il combattimento; ma accesosi il fuoco nel galeone San Filippo almirante dell'armata, si misero in confusion gli Spagnuoli; tre loro grosse navi ben fornite d'artiglieria rimasero in poter de' nemici; altre furono o arse o sommerse; gran bottino ancora fu fatto; e chi potè fuggire, si salvò. Ma il peggio fu che poco stettero i vincitori Inglesi ad assalire furiosamente la città, e a divenirne padroni, con essersi ritirati nel castello i difensori, i quali poco stettero a capitolare, per salvare le donne dal disonore e la città dall'incendio. Quanto di buono e bello ivi si trovò, fu messo a sacco. Vi restava gran quantità di legni sì del re che dei mercatanti, i quali stavano prima, o pur si erano rifugiati al passo del ponte che congiugne l'isola di Cadice colla terra ferma. Attesero i lor padroni la notte a scaricar le merci; e perchè il duca di Medina conobbe di non aver forza da difenderli, affinchè non cadessero in mano de' nemici, comandò che di tutti quei legni si facesse un gran falò; e l'ordine fu eseguito. Se ne andarono poscia pieni di preda gl'Inglesi. E tuttochè il re Cattolico, ansioso di farne vendetta, unisse nel porto di Lisbona una armata di più di ottanta vele, e la spignesse alla volta dell'Inghilterra; pure ancor questa sorpresa da un fiero temporale, parte perì nell'onde e parte maltrattata,non poco penò a ridursi in salvo. Gran danno che venne anche alla mercatura d'Italia da così fiero e strepitoso emergente.

La guerra d'Ungheria continuò vigorosa ancora in quest'anno. Tolsero le armi cristiane ai Turchi Vaccia. Presero ancora Clissa ne' confini della Dalmazia, ma poi la perderono. Essendo venuto lo stesso gran signore Maometto all'armata, la città d'Agria fu vilmente a lui renduta dal presidio imperiale, per ottener salve le vite: patto che non fu poi mantenuto dalla consueta infedeltà e barbarie de' Turchi. Furono poscia a fronte le due armate nemiche a Chereste, e si venne a giornata campale. Restò in poco tempo sbaragliata la turchesca, e ne fu fatta grande strage; ma perdutasi gran parte de' vincitori cristiani a dare il sacco ai padiglioni, le incontrò quella disavventura che tante altre volte è accaduta ed accadrà; cioè, che i Turchi raggruppati e ritirati dalla fuga diedero una piena sconfitta all'esercito imperiale. Torniamo ora in Italia, dovepapa Clemente VIII, mirando con sommo dispiacere la continuata guerra del re di Spagna colla Francia, e la lega delre Arrigo IVcoll'Inghilterra, determinò d'inviare in FranciaAlessandro de Medici cardinaleed arcivescovo di Firenze, personaggio di raro ingegno e prudenza, acciocchè si studiasse di quetare il resto de' mali umori della Francia, e tentasse ancora di disporre gli animi alla pace. Con sommi onori fu ricevuto per tutta la Francia questo legato pontificio, ed ebbe il contento di vedersi incontrato daArrigo di Borboneprincipe di Condè, fanciullo d'anni otto e primo del sangue reale dopo il re, il quale già istruito nella fede cattolica, secondo le promesse fatte al papa, avea abbandonata l'eresia di Calvino. Nel dì primo d'agosto ebbe esso legato la sua prima udienza dal re. Nè si dee tacere che, essendo cresciuto a dismisura in questi tempi lo scialacquamento dei titoli (del che gl'Italiani diedero la colpa allasuperbia spagnuola), ne tentò la corte di Spagna qualche rimedio. Il titolo d'illustrissimo ed eccellentissimo, che già fu in uso per li soli principi sovrani, s'era tanto prostituto, che fino i nobili di basso affare lo pretendevano. L'illustreomolto illustre, che sul principio di questo secolo XVI, per quanto si può osservare, si soleva dare ai principi cadetti, era passato ad onorar la plebe. Da questo abuso nascevano poi contese, perchè i minori si volevano uguagliare ai maggiori, e i maggiori ai massimi, senza osservar distinzione alcuna di grado nella stessa nobiltà. Ora il conte di Olivares vicerè di Napoli pubblicò un editto, per cui venne vietato ogni titolo, per dir così, di cortesia, dovendosi unicamente scrivere nelle lettere alsignor duca, al signor principe, marchese, conte, dottore, ec. Passò questo divieto a Milano, dove fu poco osservato. In Roma e in altri stati se ne risero. Quanto durasse questa prammatica, non occorre che io lo ricordi, e molto meno come passi oggidì in Italia l'abuso e la ridicola prostituzion de' titoli, perchè senza di me ognun lo vede a prova.


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