MDXCVII

MDXCVIIAnno diCristoMDXCVII. Indiz.X.Clemente VIIIpapa 6.Rodolfo IIimperadore 22.Arrivò nell'aprile di quest'anno a RomaFrancesco di Lucemburgoduca di Penoy, ambasciatore diArrigo IV redi Francia, a rendere ubbidienza al sommo ponteficeClemente VIII. Gran pericolo avea corso nel viaggio di essere fatto prigione da' soldati dello Stato di Milano, spediti in traccia di lui. Fu per lui nel sacro concistoro recitata una elegantissima orazione da Martino Bascia da Susa, o pur da Granoble, in cui a larga mano si profusero incensi in lode d'esso papa. Intanto per le disavventure occorse nel precedente anno in Ungheria, non per valore de' Turchi, ma per l'inconsiderato procedere de' capitani cristiani, si trovava l'imperadore Rodolfo IIin graviangustie, per timore specialmente che non restando più ostacolo alla potenza turchesca, avessero a comparir sotto Vienna l'armi ottomane. Fece perciò ricorso a tutti i principi d'Italia, e massimamente al pontefice, siccome padre del cristianesimo, il quale spedì per questo alla corte cesareaGian-Francesco Aldobrandinosuo nipote, e intanto con aggravio imposto al popolo romano, e in altre guise adunata l'occorrente pecunia, fece una leva di sette in otto mila fanti, e nel mese di giugno gli spedì in Ungheria. Con questo soccorso, ed altri che sopravvennero, mise insieme l'imperadore un'armata di dieciotto mila fanti e di cinque mila cavalli, de' quali fu dato il comando all'arciduca Massimiliano. Sorpresero i Cesarei, circa il fine di maggio, Tatta, e poi misero l'assedio a Pappà, che costò loro sangue, ma con venire in fine alle lor mani quella terra col suo castello. Era passato di nuovo in UngheriaVincenzo ducadi Mantova, a cui fu data la vanguardia dell'esercito. Or mentre egli con alquanti de' suoi va a riconoscere i contorni di Giavarino, giacchè si meditava di farne l'assedio, caduto in una imboscata di Turchi, fu preso, e miracolo fu ch'egli coll'aiuto di pochi si potesse liberare dalle lor mani. Accostaronsi i cristiani ad esso Giavarino; ma inteso l'avvicinamento dell'oste turchesca, in fretta levarono il campo, e tanto più perchè l'armata loro era di molto scemata. Riacquistarono dunque i Turchi Tatta, nè seguì poi altra rilevante azione in quelle contrade. Continuava intanto l'izza fra gli Spagnuoli ed Inglesi. Grande armamento navale si fece dall'una parte e dall'altra. Nella flotta di Spagna s'imbarcarono, oltre ad altre milizie, sei mila Italiani. Uscirono sul principio di settembre in mare le due armate nemiche, ma in vece di combattere fra loro, combatterono coi venti, essendo restate ambedue maltrattate e disperse da una terribil fortuna, e forzate, quando poterono, a salvarsi ne' loroporti, disputando fra esse chi maggior danno avesse riportato da quel duro conflitto.Una percossa ebbero nel gennaio del presente anno i cattolici in Fiandra dal conte Maurizio di Nassau a Tornaut, perchè vi perderono la vita alcune centinaia d'essi, e restarono in potere dei vincitori trentotto bandiere di fanteria colla maggior parte delle bagaglie. Parve compensata questa perdita delle truppe spagnuole dalla felicità con cui riuscì a Ferdinando Portocarrero, governatore di Dorlans, che prima comunicò il suo disegno all'arciduca cardinale, di sorprendere all'improvviso nella mattina del dì 11 di marzo la città di Amiens capitale della Picardia, mal custodita, benchè dentro vi fossero più di quindici mila cittadini atti all'armi. Di grande importanza fu quell'acquisto sì per la grandezza e popolazion della città, come per la gran copia delle artiglierie e munizioni che vi si trovarono. Recata questa nuova alre Arrigo, dimorante allora in Parigi, al vederne sì afflitti i suoi cortigiani, magnanimamente dimandò loro se i nemici aveano portato Amiens in Ispagna.No, risposero; ed egli allora soggiunse:Buon per noi, che gli avremo tutti prigioni. E non tardò a dar ordine al maresciallo conte di Birone di accorrere colà, e di formar l'assedio della perduta città. Concorsero a quella impresa le maggiori forze del re colla giunta di quattro o cinque mila Inglesi; e lo stesso Arrigo in persona vi si portò per dar calore alle azioni. Durò per alquanti mesi il pertinace assedio, ed aveano i Franzesi già presa la strada coperta, e inoltrati i lavori sino alle mura, con che si vedea già vicina all'agonia quella città; quando l'arciduca Alberto si avvisò di recarle soccorso. A quella volta dunque s'inviò con diciotto mila fanti, mille e cinquecento uomini d'armi ed altrettanti cavalli leggieri. Il cardinal Bentivoglio fa ascendere quell'esercito a venti mila fanti e quattro mila cavalli. Trovossi questaarmata nel dì 15 di settembre alla vista d'Amiens. Comunemente fu creduto che s'egli animosamente assaliva lo sparso campo franzese, non solamente potea soccorrere la città, ma anche mettere in rotta gli assedianti. Non ebbe tanto coraggio. Probabilmente la presenza d'un re sì valoroso, che tosto si mostrò pronto a ricevere i nemici, gli fece prendere la risoluzion di ritirarsi: il che eseguì con molti disagi e pericoli, perchè inseguito dai Franzesi. Laonde fu poi detto ch'egli, venuto come generale, era tornato come prete. Con patti dunque di tutto onore poco stettero gli Spagnuoli a rendere Amiens al re Arrigo nel dì 25 di settembre. Questo infelice impegno dell'arciduca cardinale lasciò intanto esposta la Fiandra agl'insulti degli Olandesi. Sicchè potè in quel tempo il conte Maurizio occupar varii luoghi, come Rembergh, Murs, Grol, Oldensel e Linghen, non senza aspre querele dei fiamminghi cattolici, che miravano negletti i loro interessi per attendere a quei della Francia. Gran guerra fu parimente in quest'anno tra i Franzesi eCarlo Emmanuele ducadi Savoia, a cui la morte rapì nel dì 6 di novembre l'infanta Caterinasua moglie, figlia delre Filippo II, principessa non men feconda di virtù che di prole. Fu preso dal general franzese Lesdiguieres San Giovanni di Morienna. Il duca anch'egli acquistò degli altri luoghi, e seguirono alcuni combattimenti con varia fortuna, de' quali non importa qui il farne menzione.All'anno presente appartiene la tragedia di Ferrara, ch'io leggermente toccherò, dopo averne abbastanza trattato nelle Antichità Estensi. Intorno ad essa può anche il lettore consultar la Storia stampata di Ferrara di Agostino Faustini, quella di Andrea Morosino e Cesare Campana, storico giudizioso e non parziale, il quale, quantunque non sapesse tutto, pure si mostrò sufficientemente informato di questo affare, al contrario di altri, che senza esame ne scrissero,ed anche offesero la verità in parlando delle qualità personali didon Cesare di Este, principale attore d'essa tragedia. Mancò di vita nel dì 27 d'ottobreAlfonso II ducadi Ferrara, Modena, Reggio, ec. E giacchè non lasciò prole sua, avea poco dianzi dichiarato suo successore ed erede il suddettodon Cesaresuo cugino, nato dadon Alfonsofiglio diAlfonso I ducadi Ferrara, e daGiulia della Roverefiglia diFrancesco Maria duca di Urbino. Pretesero i camerali romani che questo don Alfonso, procreato da Alfonso I duca di Ferrara e da Laura Eustochia, non fosse legittimato per susseguente matrimonio dal padre prima di morire. Le ragioni addotte nelle suddette Antichità Estensi per provare essa legittimazione, tali sono, che in qualsivoglia tribunal imparziale otterranno vittoria. Ma che sia giunto uno scritto in questi ultimi tempi colle pubbliche stampe, e in Roma stessa, a pubblicare che essodon Alfonsofuspurio, quando niuno mai dei camerali romani ha ciò preteso; e ne è evidente la falsità per essere nato esso principe da padre libero e madre libera, e tanti anni dopo la morte di Lugrezia Borgia moglie del suddetto duca Alfonso I; questa è un'insoffribil insolenza. A me non conviene dirne di più. Secondo l'antico costume, fu nello stesso giorno eletto e proclamato duca esso don Cesare dai magistrati di Ferrara, e nel dì 29 susseguente con gran solennità ed universale applauso ricevette nel duomo lo scettro e la corona ducale. Spedì tosto il novello duca il conte Girolamo Giglioli al sommo pontefice, ed altri cavalieri alle diverse corti de' principi, per dar loro parte dell'elezione sua. Ma appena intesasi in Roma la morte di Alfonso, e l'esaltazione d'esso duca Cesare, che pretendendo que' camerali devoluto il ducato di Ferraraob lineam finitam, seu ob alias causas, papaClemente VIIIpubblicò un terribil monitorio contra d'esso don Cesare, assegnandogli il termine di soli quindici giorni a dedurrele sue ragioni in Roma. Arrivato colà il Giglioli, per quanto supplicasse per ottener proroghe, per impetrar arbitri, e perchè in amichevol congresso si conoscesse la giustizia, stante il pretendersi dal duca Cesare di essere chiamato al dominio di Ferrara dalle bolle di papa Alessandro VI, quand'anche suo padre fosse stato illegittimo; ma molto più competere a lui questo diritto, da che costava essere il suo genitore stato legittimato per susseguente matrimonio da Alfonso I duca con Laura Eustochia di lui madre, e si trattava non di feudo proprio, ma di un vicariato perpetuo: furono gittate le preghiere al vento. Sempre insistè il papa che don Cesare rilasciasse il possesso di Ferrara, e poi adducesse quante ragioni volesse e sapesse, che sarebbono ascoltate. Troppa ripugnanza sentiva il duca Cesare a questo partito, rappresentandogli il suo consiglio che in materia spezialmente di Stati il possesso in mano dei più forti si può chiamare unrequiemalle ragioni e al petitorio.Fu anche consigliato il duca Cesare da Roma stessa di non sottoporsi a giudizio formale del tribunale romano, perchè le ragioni sue in quel bollore non sarebbono considerate, e ne uscirebbe sentenza a lui pregiudiziale, quasichè con giusto esame si fosse conosciuto aver egli torto. Scrive nondimeno Andrea Morosino, che il pontefice si era indotto a far esaminar le ragioni dell'Estense amichevolmente, con deputar anche per questo quattro cardinali; ma che il cardinale Alessandrino (chiamato dipoi da lì a tre mesi all'altra vita) si scaldò sì forte contra di questo, che pur era atto di giustizia, che il fece desistere, e lo spinse a precipitar la sentenza. Avea intanto esso pontefice ordinata in fretta la leva di circa venticinque mila fanti e di qualche migliaio di cavalli, mettendoli tosto in marcia alla volta di Ferrara, per precludere ogni adito al duca Cesare di muovere in aiuto suo alcuna delle potenze cristiane,e di accrescere con truppe forestiere le proprie. Avea in oltre richiamato dall'Ungheria il nipote Gian-Francesco con tutte le sue truppe, premendogli più questo affare che la guerra co' Turchi. Furono anche spinti emissarii in Ferrara, che con ingorde promesse ispirassero a quel popolo, sì fedele in tutti i tempi alla casa di Este, la ribellione al nuovo principe loro. Quindi nel dì 23 di dicembre venne fulminata in Roma un'orrida bolla o sentenza contra di esso duca Cesare, e di chiunque a lui porgesse aiuto, specificando anche l'imperadore, ed ogni re e principe cristiano. Non avea già lasciato il duca di far quell'armamento che competeva alle sue poche forze, per opporsi in qualche maniera al torrente dell'armi, che sempre più se gli appressava. Ma in fine non sussisteva che il duca Alfonso gli avesse lasciati que' tesori che la fama decantava, e n'era ben consapevole la corte di Roma; e dall'altro canto per la riverenza al pontefice niuno de' principi di questi tempi osò di alzare un dito in favore di lui, contentandosi eglino solamente di adoperare inefficaci esortazioni e preghiere al papa, affinchè senza impegno d'armi si esaminasse quella controversia. Ma quello che maggiormente atterrì l'Estense, principe allevato solo nella pietà e nell'arti di pace, fu essergli stato rappresentato (se con vero o falso fondamento nol so) che non era sicura la di lui vita in Ferrara, per le trame che si andava ordendo contra di lui. Il perchè, essendo oramai giunto a Faenza ilcardinal Pietro Aldobrandinonipote del papa con titolo di legato e generale dell'armata pontificia, la qual già s'era raunata in quelle parti, il duca Cesare cominciò ad inclinare alla concordia: e tanto più perchè venivano anche minacciati gli Stati imperiali della casa d'Este, e s'era trovato Marco Pio signore di Sassuolo e di molti altri feudi nel Modenese, che, dimentico del suo dovere come vassallo, teneva mano ad un tradimento. Lasciossi pertanto esso duca indurre a scegliereper pacieradonna Lugrezia d'Esteduchessa d'Urbino, ancorchè sapesse che quella principessa non avesse buon cuore per lui a cagion di disgusti passati fra don Alfonso suo padre e lei. Portossi dunque a Faenza la duchessa per trattare d'accordo nel dì 28 di dicembre, dove fu accolta dal cardinal legato con tutta gioia e con ogni dimostrazion di onore. La istruzione sua consisteva in dover procurare che si mettesse Ferrara in mano di qualche principe confidente, sino a ragion conosciuta. Come poi passasse questa faccenda ne è riserbata all'anno seguente la notizia.

Arrivò nell'aprile di quest'anno a RomaFrancesco di Lucemburgoduca di Penoy, ambasciatore diArrigo IV redi Francia, a rendere ubbidienza al sommo ponteficeClemente VIII. Gran pericolo avea corso nel viaggio di essere fatto prigione da' soldati dello Stato di Milano, spediti in traccia di lui. Fu per lui nel sacro concistoro recitata una elegantissima orazione da Martino Bascia da Susa, o pur da Granoble, in cui a larga mano si profusero incensi in lode d'esso papa. Intanto per le disavventure occorse nel precedente anno in Ungheria, non per valore de' Turchi, ma per l'inconsiderato procedere de' capitani cristiani, si trovava l'imperadore Rodolfo IIin graviangustie, per timore specialmente che non restando più ostacolo alla potenza turchesca, avessero a comparir sotto Vienna l'armi ottomane. Fece perciò ricorso a tutti i principi d'Italia, e massimamente al pontefice, siccome padre del cristianesimo, il quale spedì per questo alla corte cesareaGian-Francesco Aldobrandinosuo nipote, e intanto con aggravio imposto al popolo romano, e in altre guise adunata l'occorrente pecunia, fece una leva di sette in otto mila fanti, e nel mese di giugno gli spedì in Ungheria. Con questo soccorso, ed altri che sopravvennero, mise insieme l'imperadore un'armata di dieciotto mila fanti e di cinque mila cavalli, de' quali fu dato il comando all'arciduca Massimiliano. Sorpresero i Cesarei, circa il fine di maggio, Tatta, e poi misero l'assedio a Pappà, che costò loro sangue, ma con venire in fine alle lor mani quella terra col suo castello. Era passato di nuovo in UngheriaVincenzo ducadi Mantova, a cui fu data la vanguardia dell'esercito. Or mentre egli con alquanti de' suoi va a riconoscere i contorni di Giavarino, giacchè si meditava di farne l'assedio, caduto in una imboscata di Turchi, fu preso, e miracolo fu ch'egli coll'aiuto di pochi si potesse liberare dalle lor mani. Accostaronsi i cristiani ad esso Giavarino; ma inteso l'avvicinamento dell'oste turchesca, in fretta levarono il campo, e tanto più perchè l'armata loro era di molto scemata. Riacquistarono dunque i Turchi Tatta, nè seguì poi altra rilevante azione in quelle contrade. Continuava intanto l'izza fra gli Spagnuoli ed Inglesi. Grande armamento navale si fece dall'una parte e dall'altra. Nella flotta di Spagna s'imbarcarono, oltre ad altre milizie, sei mila Italiani. Uscirono sul principio di settembre in mare le due armate nemiche, ma in vece di combattere fra loro, combatterono coi venti, essendo restate ambedue maltrattate e disperse da una terribil fortuna, e forzate, quando poterono, a salvarsi ne' loroporti, disputando fra esse chi maggior danno avesse riportato da quel duro conflitto.

Una percossa ebbero nel gennaio del presente anno i cattolici in Fiandra dal conte Maurizio di Nassau a Tornaut, perchè vi perderono la vita alcune centinaia d'essi, e restarono in potere dei vincitori trentotto bandiere di fanteria colla maggior parte delle bagaglie. Parve compensata questa perdita delle truppe spagnuole dalla felicità con cui riuscì a Ferdinando Portocarrero, governatore di Dorlans, che prima comunicò il suo disegno all'arciduca cardinale, di sorprendere all'improvviso nella mattina del dì 11 di marzo la città di Amiens capitale della Picardia, mal custodita, benchè dentro vi fossero più di quindici mila cittadini atti all'armi. Di grande importanza fu quell'acquisto sì per la grandezza e popolazion della città, come per la gran copia delle artiglierie e munizioni che vi si trovarono. Recata questa nuova alre Arrigo, dimorante allora in Parigi, al vederne sì afflitti i suoi cortigiani, magnanimamente dimandò loro se i nemici aveano portato Amiens in Ispagna.No, risposero; ed egli allora soggiunse:Buon per noi, che gli avremo tutti prigioni. E non tardò a dar ordine al maresciallo conte di Birone di accorrere colà, e di formar l'assedio della perduta città. Concorsero a quella impresa le maggiori forze del re colla giunta di quattro o cinque mila Inglesi; e lo stesso Arrigo in persona vi si portò per dar calore alle azioni. Durò per alquanti mesi il pertinace assedio, ed aveano i Franzesi già presa la strada coperta, e inoltrati i lavori sino alle mura, con che si vedea già vicina all'agonia quella città; quando l'arciduca Alberto si avvisò di recarle soccorso. A quella volta dunque s'inviò con diciotto mila fanti, mille e cinquecento uomini d'armi ed altrettanti cavalli leggieri. Il cardinal Bentivoglio fa ascendere quell'esercito a venti mila fanti e quattro mila cavalli. Trovossi questaarmata nel dì 15 di settembre alla vista d'Amiens. Comunemente fu creduto che s'egli animosamente assaliva lo sparso campo franzese, non solamente potea soccorrere la città, ma anche mettere in rotta gli assedianti. Non ebbe tanto coraggio. Probabilmente la presenza d'un re sì valoroso, che tosto si mostrò pronto a ricevere i nemici, gli fece prendere la risoluzion di ritirarsi: il che eseguì con molti disagi e pericoli, perchè inseguito dai Franzesi. Laonde fu poi detto ch'egli, venuto come generale, era tornato come prete. Con patti dunque di tutto onore poco stettero gli Spagnuoli a rendere Amiens al re Arrigo nel dì 25 di settembre. Questo infelice impegno dell'arciduca cardinale lasciò intanto esposta la Fiandra agl'insulti degli Olandesi. Sicchè potè in quel tempo il conte Maurizio occupar varii luoghi, come Rembergh, Murs, Grol, Oldensel e Linghen, non senza aspre querele dei fiamminghi cattolici, che miravano negletti i loro interessi per attendere a quei della Francia. Gran guerra fu parimente in quest'anno tra i Franzesi eCarlo Emmanuele ducadi Savoia, a cui la morte rapì nel dì 6 di novembre l'infanta Caterinasua moglie, figlia delre Filippo II, principessa non men feconda di virtù che di prole. Fu preso dal general franzese Lesdiguieres San Giovanni di Morienna. Il duca anch'egli acquistò degli altri luoghi, e seguirono alcuni combattimenti con varia fortuna, de' quali non importa qui il farne menzione.

All'anno presente appartiene la tragedia di Ferrara, ch'io leggermente toccherò, dopo averne abbastanza trattato nelle Antichità Estensi. Intorno ad essa può anche il lettore consultar la Storia stampata di Ferrara di Agostino Faustini, quella di Andrea Morosino e Cesare Campana, storico giudizioso e non parziale, il quale, quantunque non sapesse tutto, pure si mostrò sufficientemente informato di questo affare, al contrario di altri, che senza esame ne scrissero,ed anche offesero la verità in parlando delle qualità personali didon Cesare di Este, principale attore d'essa tragedia. Mancò di vita nel dì 27 d'ottobreAlfonso II ducadi Ferrara, Modena, Reggio, ec. E giacchè non lasciò prole sua, avea poco dianzi dichiarato suo successore ed erede il suddettodon Cesaresuo cugino, nato dadon Alfonsofiglio diAlfonso I ducadi Ferrara, e daGiulia della Roverefiglia diFrancesco Maria duca di Urbino. Pretesero i camerali romani che questo don Alfonso, procreato da Alfonso I duca di Ferrara e da Laura Eustochia, non fosse legittimato per susseguente matrimonio dal padre prima di morire. Le ragioni addotte nelle suddette Antichità Estensi per provare essa legittimazione, tali sono, che in qualsivoglia tribunal imparziale otterranno vittoria. Ma che sia giunto uno scritto in questi ultimi tempi colle pubbliche stampe, e in Roma stessa, a pubblicare che essodon Alfonsofuspurio, quando niuno mai dei camerali romani ha ciò preteso; e ne è evidente la falsità per essere nato esso principe da padre libero e madre libera, e tanti anni dopo la morte di Lugrezia Borgia moglie del suddetto duca Alfonso I; questa è un'insoffribil insolenza. A me non conviene dirne di più. Secondo l'antico costume, fu nello stesso giorno eletto e proclamato duca esso don Cesare dai magistrati di Ferrara, e nel dì 29 susseguente con gran solennità ed universale applauso ricevette nel duomo lo scettro e la corona ducale. Spedì tosto il novello duca il conte Girolamo Giglioli al sommo pontefice, ed altri cavalieri alle diverse corti de' principi, per dar loro parte dell'elezione sua. Ma appena intesasi in Roma la morte di Alfonso, e l'esaltazione d'esso duca Cesare, che pretendendo que' camerali devoluto il ducato di Ferraraob lineam finitam, seu ob alias causas, papaClemente VIIIpubblicò un terribil monitorio contra d'esso don Cesare, assegnandogli il termine di soli quindici giorni a dedurrele sue ragioni in Roma. Arrivato colà il Giglioli, per quanto supplicasse per ottener proroghe, per impetrar arbitri, e perchè in amichevol congresso si conoscesse la giustizia, stante il pretendersi dal duca Cesare di essere chiamato al dominio di Ferrara dalle bolle di papa Alessandro VI, quand'anche suo padre fosse stato illegittimo; ma molto più competere a lui questo diritto, da che costava essere il suo genitore stato legittimato per susseguente matrimonio da Alfonso I duca con Laura Eustochia di lui madre, e si trattava non di feudo proprio, ma di un vicariato perpetuo: furono gittate le preghiere al vento. Sempre insistè il papa che don Cesare rilasciasse il possesso di Ferrara, e poi adducesse quante ragioni volesse e sapesse, che sarebbono ascoltate. Troppa ripugnanza sentiva il duca Cesare a questo partito, rappresentandogli il suo consiglio che in materia spezialmente di Stati il possesso in mano dei più forti si può chiamare unrequiemalle ragioni e al petitorio.

Fu anche consigliato il duca Cesare da Roma stessa di non sottoporsi a giudizio formale del tribunale romano, perchè le ragioni sue in quel bollore non sarebbono considerate, e ne uscirebbe sentenza a lui pregiudiziale, quasichè con giusto esame si fosse conosciuto aver egli torto. Scrive nondimeno Andrea Morosino, che il pontefice si era indotto a far esaminar le ragioni dell'Estense amichevolmente, con deputar anche per questo quattro cardinali; ma che il cardinale Alessandrino (chiamato dipoi da lì a tre mesi all'altra vita) si scaldò sì forte contra di questo, che pur era atto di giustizia, che il fece desistere, e lo spinse a precipitar la sentenza. Avea intanto esso pontefice ordinata in fretta la leva di circa venticinque mila fanti e di qualche migliaio di cavalli, mettendoli tosto in marcia alla volta di Ferrara, per precludere ogni adito al duca Cesare di muovere in aiuto suo alcuna delle potenze cristiane,e di accrescere con truppe forestiere le proprie. Avea in oltre richiamato dall'Ungheria il nipote Gian-Francesco con tutte le sue truppe, premendogli più questo affare che la guerra co' Turchi. Furono anche spinti emissarii in Ferrara, che con ingorde promesse ispirassero a quel popolo, sì fedele in tutti i tempi alla casa di Este, la ribellione al nuovo principe loro. Quindi nel dì 23 di dicembre venne fulminata in Roma un'orrida bolla o sentenza contra di esso duca Cesare, e di chiunque a lui porgesse aiuto, specificando anche l'imperadore, ed ogni re e principe cristiano. Non avea già lasciato il duca di far quell'armamento che competeva alle sue poche forze, per opporsi in qualche maniera al torrente dell'armi, che sempre più se gli appressava. Ma in fine non sussisteva che il duca Alfonso gli avesse lasciati que' tesori che la fama decantava, e n'era ben consapevole la corte di Roma; e dall'altro canto per la riverenza al pontefice niuno de' principi di questi tempi osò di alzare un dito in favore di lui, contentandosi eglino solamente di adoperare inefficaci esortazioni e preghiere al papa, affinchè senza impegno d'armi si esaminasse quella controversia. Ma quello che maggiormente atterrì l'Estense, principe allevato solo nella pietà e nell'arti di pace, fu essergli stato rappresentato (se con vero o falso fondamento nol so) che non era sicura la di lui vita in Ferrara, per le trame che si andava ordendo contra di lui. Il perchè, essendo oramai giunto a Faenza ilcardinal Pietro Aldobrandinonipote del papa con titolo di legato e generale dell'armata pontificia, la qual già s'era raunata in quelle parti, il duca Cesare cominciò ad inclinare alla concordia: e tanto più perchè venivano anche minacciati gli Stati imperiali della casa d'Este, e s'era trovato Marco Pio signore di Sassuolo e di molti altri feudi nel Modenese, che, dimentico del suo dovere come vassallo, teneva mano ad un tradimento. Lasciossi pertanto esso duca indurre a scegliereper pacieradonna Lugrezia d'Esteduchessa d'Urbino, ancorchè sapesse che quella principessa non avesse buon cuore per lui a cagion di disgusti passati fra don Alfonso suo padre e lei. Portossi dunque a Faenza la duchessa per trattare d'accordo nel dì 28 di dicembre, dove fu accolta dal cardinal legato con tutta gioia e con ogni dimostrazion di onore. La istruzione sua consisteva in dover procurare che si mettesse Ferrara in mano di qualche principe confidente, sino a ragion conosciuta. Come poi passasse questa faccenda ne è riserbata all'anno seguente la notizia.


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