MDXCVIIIAnno diCristoMDXCVIII. IndizioneXI.Clemente VIIIpapa 7.Rodolfo IIimperadore 23.ItaLugrezia d'Este duchessad'Urbino a Faenza, trovò nelcardinale legato Aldobrandinochi potea e volea dar la legge, e stette sempre saldo in esigere ilpossessodi Ferrara in mano del papa, pronto nel resto a compartir grazie e favori. Convenne accomodarsi alla forza, che avrebbe potuto ottener ciò che si fosse negato coll'ostinazione. Seguì dunque la concordia nel dì 13 di gennaio, consistente in quindici articoli, ne' quali il punto principale fu, che don Cesarerilasciasse il possesso del ducato di Ferrara con tutte le sue pertinenze, e il possesso di Cento e della Pieve, e dei luoghi di Romagna; e che tutti gliallodialidi qualsivoglia sorte lasciati dal duca Alfonso restassero ad esso don Cesare con tutti i privilegii, immunità e libertà che godeva esso duca. Sicchè restarono in questo naufragio agli Estensi almen salve le ragioni loro sopra il ducato di Ferrara, le quali esposte in varii manifesti o libri, e massimamente nella parte seconda delle Antichità Estensi, furono ben dipoi promosse nell'anno 1643 da Francesco I duca di Modena, od anche si ventilarono in Roma, nel 1710, fra i ministri dellasanta Sedee quei dell'imperador Giuseppe, e diRinaldo duca di Modena; ma con restar tuttavia pendente la lite, e senza che cessi la speranza, che quando Iddio preservi l'antichissima e nobilissima casa d'Este da quelle cattive influenze a cui sono state sottoposte tante altre di principi, e specialmente in Italia, abbia da venire un pontefice superiore ad ogni basso affetto che faccia più giustizia agli Estensi; giacchè in fine da quell'acquisto poca utilità è provenuta alla camera apostolica, ed ha solamente servito a cagionare in certa maniera la rovina di Ferrara. Questi moderati riflessi non si poterono ottener nè sperare dalla camera apostolica ai tempi del duca Cesare, dacchè si vide che essi camerali presero anche con gente armata il possesso della città di Comacchio, che pur non era dipendenza di Ferrara, e che gli Estensi godevano in vigor d'investiture imperiali fin dall'anno 1354, continuate poi sino al dì d'oggi: del che fece gravi richiami, ma indarno, il regnanteAugusto Rodolfo. Presero ancora la città ossia terra d'Argenta, che pur dovea ricader alla chiesa di Ravenna, e Cento e la Pieve, che aveano da tornare alla chiesa di Bologna. Anzi giunsero essi camerali fino ad intimar monitorii alla repubblica di Venezia, pretendendo da essa anche il Polesine di Rovigo. Abbandonata dunque Ferrara, don Cesare contento da lì innanzi del titolo di duca di Modena, Reggio, ec., colla duchessaVirginia de Medicisua moglie, figlia diCosimo Igran duca di Toscana, e co' figli, si ritirò a Modena, città, che per la residenza della corte profittò delle disavventure del principe suo. Entrò nel dì seguente il cardinale Aldobrandino con gran pompa in Ferrara, in cui poscia per benemerito di sì felice impresa fu dichiarato legato. In Roma si fecero di grandi feste per questo; e ilpontefice Clemente, voglioso di vedere co' proprii occhi il fatto acquisto, cominciò a prepararsi per venire a Ferrara: risoluzione poco appresso eseguita.Nel dì 12 d'aprile si mosse da Romaesso papa, accolto con sommo onore per dovunque passò, e massimamente dal duca d'Urbino, e in Rimini si portò a baciargli i piedi Cesare duca di Modena condon Alessandrosuo fratello, a cui fu poscia conferita la sacra porpora nella promozione d'insigni personaggi fatta da esso pontefice a dì 3 di marzo del seguente anno e non già del presente, come per errore di stampa si legge presso l'Oldoino. Solennissima fu l'entrata del santo padre in Ferrara, nel dì 8 di maggio, per la magnificenza della sua corte e degli addobbi fatti da quel popolo; ma che nella notte del dì seguente restò funestata dall'incendio della torre Marchesana, cagionato da una girandola, che costò la vita a molti Ferraresi accorsi per estinguerlo. Portaronsi colà per tributare i loro ossequii al ponteficeVincenzo ducadi Mantova eRanuccioduca di Parma, e fu ammirata la grandiosità del loro accompagnamento, e spezialmente quello dell'ultimo. Dopo di che si applicò Clemente a regolare il governo di quella città. Quivi si fermò alcuni mesi, probabilmente per avere il contento di accogliere l'arciduchessa Margheritadi Austria figlia dell'arciduca Carlo, che veniva di Germania accompagnata dall'arciduchessasua madre con corteggio di circa sette mila persone. Essendo ella destinata in moglie aFilippo III, poco prima, per la morte diFilippo IIsuo padre, divenuto monarca delle Spagne, era già seguito concerto che il matrimonio si facesse alla presenza del medesimo santo padre. In così illustre brigata si trovava anche l'arciduca Alberto, da noi veduto poco fa governator della Fiandra, il quale, avendo già deposta la porpora cardinalizia, dovea sposare l'infanta Isabellafiglia del suddetto re Filippo II colla dote della Fiandra ossia dei Paesi Bassi. I mandati per l'esecuzion di questi matrimonii erano portati dal duca di Sessa ambasciatore del re Cattolico. Pertanto nel dì 13 di novembre con incontro sommamente magnifico entrarono questi principi inFerrara, e per le strade superbamente ornate giunsero a' piedi del pontefice, che assiso sul trono li aspettava nella gran sala del castello. Poscia nel dì 15 d'esso mese si fece dalla santità sua la solenne funzione dei due matrimonii. Nel dì 18 seguì la partenza della regina e di quella gran comitiva, che tutta passò a Mantova, dove da quel duca furono loro dati sì sontuosi divertimenti che riempierono di maraviglia lo sterminato concorso degli spettatori. In Milano ad inchinar essa regina comparveCarlo Emmanuele ducadi Savoia. Perchè era passata la stagione propria a far viaggio per mare, convenne che questi principi si fermassero in Milano sino al febbraio dell'anno seguente.Anche il pontefice Clemente, dopo aver lasciato ordine che si fabbricasse una cittadella in Ferrara, a cui si diede principio nell'anno seguente collo sterminio di migliaia di case, chiese e palazzi, e con incredibili lamenti di quel popolo, nel dì 26 di novembre s'inviò alla volta di Roma, dove pervenuto nel dì 20 di dicembre, per mezzo i sonori viva, apparati ed archi trionfali, e fra l'indicibil festa del popolo romano, andò a prendere riposo. Ma tre giorni appresso eccoti convertirsi tanta allegrezza in un comune dolore per una cotanto fiera ed orribil inondazione del Tevere, simile a cui non v'era memoria che fosse succeduta in addietro, avendo superata quella che nell'anno 1530 accadde sotto Clemente VII: flagelli per altro simili, perchè succeduti il primo dappoichè Clemente VII era tutto gioioso per aver sottomessa Firenze alla sua casa; e il secondo dopo tanto giubilo di Clemente VIII per aver tolta Ferrara agli Estensi. Spettacolo al maggior segno lagrimevole fu il diroccamento di tante case per la gran furia dell'onde, con avervi perduta la vita più di mille e cinquecento persone. Non si potè raccogliere il numero de' tanti cavalli o muli che restarono affogati nella città, e dei bestiami che perirono nella campagna,essendosi steso l'orgoglioso fiume per più miglia ne' contorni. Infiniti mobili, viveri e merci, colti ne' bassi piani delle case, fondachi e botteghe, o furono condotti via, o si guastarono. Tutto era lutto e tutto pianto e spavento. Ilpontefice Clemente, che, per attestato del Vettorelli nella di lui Vita, riconobbe in questo flagello l'ira di Dio irritata pei peccati d'allora, non mancò a dovere alcuno di buon padre per soccorrere in sì terribil calamità il suo popolo, e d'impiegar grandi somme di danaro in limosine, e in provveder anche dipoi per molto tempo di pane i poveri rimasti privi di ogni sostanza.Fra le altre allegrezze che provò in quest'anno esso pontefice, singolare certamente fu quella dell'avviso recatogli in Ferrara della pace conchiusa fra i re di Francia e di Spagna nel dì 2 di maggio del presente anno in Vervino, giacchè le di lui premure e i ministri suoi cotanto aveano contribuito a questo gran bene della cristianità. Vi si adoperarono infatti con tutto vigore ilcardinale Alessandro de Medicilegato apostolico, e frate Bonaventura Calatagirone generale dei francescani, uomo manieroso, anch'esso a questo fine inviato in Francia dal papa. Quantunque ogni dì andassero di bene in meglio gl'interessi delre Arrigo IV, ed egli ricuperasse in quest'anno quasi tutta la Bretagna, con accettar la sommessione delduca di Mercurio, tuttavia, trovando egli oramai esausto il regno per le tante passate guerre, e sè stesso bisognoso di prendere fiato, si fece conoscere inclinato alla pace, purchè dagli Spagnuoli venisse a lui restituito qualsivoglia luogo da essi occupato in Francia. Molto più v'era portato ilre Filippo II, perchè non può dirsi in che miserabile stato fosse ridotta la Spagna, poco per altro feconda di gente, per le tante leve di milizie ivi fatte a fin di sostenere le sì lunghe guerre co gl'Inglesi, Olandesi e Franzesi, oltre al dover provvedere di tante soldatesche le sue flotte per difenderleda' corsari inglesi, ed oltre a quei tanti Spagnuoli che passavano a cercar loro fortuna alle Indie Occidentali. Queste si sa, che se arricchivano la Spagna co' lor tesori, l'impoverivano poi di abitatori, e quegli stessi tesori andavano a perdersi fuori del regno nelle guerre lontane. In questi tempi ancora la carestia e la peste non poco infestavano varie provincie d'esso regno. Quel che è più, giunto il re all'età di sessantun anni, cominciò a declinare il vigor del suo corpo, con ricordargli vivamente ciò che tutti dobbiamo alla mortalità. Però fu stabilita la pace, tenuta nondimeno per poco onorevole al re Cattolico, i cui capitoli si leggono in varii libri e nelle raccolte dei trattati pubblici. Non si può esprimere il giubilo che per questo felice accordo si sparse per tutti i regni e principati cattolici. Il solo duca di Savoia Cario Emmanuele quegli fu che n'ebbe a sospirare, avendo egli provata quella disavventura a cui sovente sono esposti i principi minori che si collegano coi maggiori, cioè di restar eglino, se non anche sacrificati, almeno con un pugno di mosche ne' trattati di pace. Fu ben egli compreso in quella pace, ma l'articolo del marchesato di Saluzzo, che tanto a lui premeva, restò indeciso, con esserne stata rimessa al papa come arbitro la decisione: il che tutti i saggi politici ben riconobbero essere un fermento di nuova guerra. Pure non potè esentarsi il duca dal sottoscrivere la pace tal quale era, sperando che i suoi maneggi e la prudenza del pontefice troverebbono proporzionati rimedii a questa piaga rimasta aperta. Trovavansi intanto i suoi Stati di là e di qua dai monti afflitti dalla peste.Andarono dipoi crescendo gl'incomodi della sanità del re Cattolico, per cagion de' quali avea già rinunziato il governo degli Stati al principedon Filipposuo figlio. Si aggiunse anche una lenta febbre, di modo che scorgendo appressarsi il fine de' suoi giorni, si fece portare all'Escuriale, mirabil palazzo, monisteroe chiesa, ch'egli con ispesa almeno di due milioni d'oro avea fabbricato. Giunto colà nel dì 2 di luglio, fu preso da una schifosa e penosa malattia, essendosi inverminite le sue ulcere, ma ch'egli con eroica imperturbabilità sofferì fino all'ultimo fiato. Ora, dopo aver lasciati nobilissimi avvertimenti al figlio, e passati que' giorni di tribulazione in continui esercizii di pietà, spirò finalmente l'anima nel dì 15 di settembre. La gloriosa memoria di questo monarca, il quale per l'union del Portogallo, fu allora considerato il maggiore o certamente uno de' maggiori dell'universo, tanta era l'estensione de' suoi dominii in tutte le quattro parti della terra, non ha bisogno che io mi fermi a rammentare il suo impareggiabil senno, la somma sua religione, la fermezza dell'animo, e tante altre sue lodevoli doti e virtù che in lui si univano, perchè negli elogi suoi si sono impiegate le penne di tutti gli scrittori cattolici. A lui succedetteFilippo IIIsuo figlio, principe inferiore di mente al padre, ma da preferirsi a lui nell'amore della pace, cioè di un gran bene de' poveri popoli, siccome all'incontro male grande suol essere la guerra desolatrice de' proprii e degli altrui paesi. Considerabil fu nel presente anno in Ungheria il riacquisto fatto dall'armi imperiali nel dì 29 di marzo dell'importante fortezza di Giavarino. Perchè i Turchi credeano inespugnabil quella piazza, non si metteano gran cura in custodirla. Informato della lor trascuratezza Adolfo barone di Swarzemberg, luogotenente in Ungheria dell'arciduca Massimiliano, con quattro mila soldati comparve colà di buon mattino, e con tal felicità condusse l'affare che sorprese la porta ed entrò. Gran conflitto seguì con quel presidio, che costò la vita a circa mille e settecento Musulmani e a cinquecento cristiani, restando in fine i cesarei padroni della terra e del castello. Dopo sì rilevante acquisto s'impadronirono essi anche di San Martino, Tatta,Vesprino e di altri luoghi. Poscia nel dì 9 di ottobre presero per assalto la città bassa di Buda, ma senza poter forzare il castello; per la cui resistenza, e per la voce di grosso esercito di Turchi ch'era in marcia, uopo fu di abbandonare la stessa città. Restò intanto assediato da' Turchi Varadino, ma sì ostinata fu la difesa de' cristiani, che furono infine coloro obbligati a levare il campo. Prese in quest'anno l'arciduca Albertoil possesso della Fiandra, conceduta in dote dal re Filippo II all'infanta Isabellasua figlia; moglie di lui, e in varii luoghi d'Italia furono celebrate solenni esequie d'esso defunto re Filippo. Non poca apprensione diede il bassà Sinan Cicala alla Sicilia, lasciandosi vedere con una potente flotta verso Messina; ma andò a risolversi tutto lo spavento in aver solamente desiderato quel famoso corsaro, di nazion Calabrese, di veder sua madre tuttavia vivente: la qual grazia gli fu accordata dal vicerè con tutta cortesia, ma con aver voluto per ostaggio il di lui figlio, affinchè fosse restituita la donna.
ItaLugrezia d'Este duchessad'Urbino a Faenza, trovò nelcardinale legato Aldobrandinochi potea e volea dar la legge, e stette sempre saldo in esigere ilpossessodi Ferrara in mano del papa, pronto nel resto a compartir grazie e favori. Convenne accomodarsi alla forza, che avrebbe potuto ottener ciò che si fosse negato coll'ostinazione. Seguì dunque la concordia nel dì 13 di gennaio, consistente in quindici articoli, ne' quali il punto principale fu, che don Cesarerilasciasse il possesso del ducato di Ferrara con tutte le sue pertinenze, e il possesso di Cento e della Pieve, e dei luoghi di Romagna; e che tutti gliallodialidi qualsivoglia sorte lasciati dal duca Alfonso restassero ad esso don Cesare con tutti i privilegii, immunità e libertà che godeva esso duca. Sicchè restarono in questo naufragio agli Estensi almen salve le ragioni loro sopra il ducato di Ferrara, le quali esposte in varii manifesti o libri, e massimamente nella parte seconda delle Antichità Estensi, furono ben dipoi promosse nell'anno 1643 da Francesco I duca di Modena, od anche si ventilarono in Roma, nel 1710, fra i ministri dellasanta Sedee quei dell'imperador Giuseppe, e diRinaldo duca di Modena; ma con restar tuttavia pendente la lite, e senza che cessi la speranza, che quando Iddio preservi l'antichissima e nobilissima casa d'Este da quelle cattive influenze a cui sono state sottoposte tante altre di principi, e specialmente in Italia, abbia da venire un pontefice superiore ad ogni basso affetto che faccia più giustizia agli Estensi; giacchè in fine da quell'acquisto poca utilità è provenuta alla camera apostolica, ed ha solamente servito a cagionare in certa maniera la rovina di Ferrara. Questi moderati riflessi non si poterono ottener nè sperare dalla camera apostolica ai tempi del duca Cesare, dacchè si vide che essi camerali presero anche con gente armata il possesso della città di Comacchio, che pur non era dipendenza di Ferrara, e che gli Estensi godevano in vigor d'investiture imperiali fin dall'anno 1354, continuate poi sino al dì d'oggi: del che fece gravi richiami, ma indarno, il regnanteAugusto Rodolfo. Presero ancora la città ossia terra d'Argenta, che pur dovea ricader alla chiesa di Ravenna, e Cento e la Pieve, che aveano da tornare alla chiesa di Bologna. Anzi giunsero essi camerali fino ad intimar monitorii alla repubblica di Venezia, pretendendo da essa anche il Polesine di Rovigo. Abbandonata dunque Ferrara, don Cesare contento da lì innanzi del titolo di duca di Modena, Reggio, ec., colla duchessaVirginia de Medicisua moglie, figlia diCosimo Igran duca di Toscana, e co' figli, si ritirò a Modena, città, che per la residenza della corte profittò delle disavventure del principe suo. Entrò nel dì seguente il cardinale Aldobrandino con gran pompa in Ferrara, in cui poscia per benemerito di sì felice impresa fu dichiarato legato. In Roma si fecero di grandi feste per questo; e ilpontefice Clemente, voglioso di vedere co' proprii occhi il fatto acquisto, cominciò a prepararsi per venire a Ferrara: risoluzione poco appresso eseguita.
Nel dì 12 d'aprile si mosse da Romaesso papa, accolto con sommo onore per dovunque passò, e massimamente dal duca d'Urbino, e in Rimini si portò a baciargli i piedi Cesare duca di Modena condon Alessandrosuo fratello, a cui fu poscia conferita la sacra porpora nella promozione d'insigni personaggi fatta da esso pontefice a dì 3 di marzo del seguente anno e non già del presente, come per errore di stampa si legge presso l'Oldoino. Solennissima fu l'entrata del santo padre in Ferrara, nel dì 8 di maggio, per la magnificenza della sua corte e degli addobbi fatti da quel popolo; ma che nella notte del dì seguente restò funestata dall'incendio della torre Marchesana, cagionato da una girandola, che costò la vita a molti Ferraresi accorsi per estinguerlo. Portaronsi colà per tributare i loro ossequii al ponteficeVincenzo ducadi Mantova eRanuccioduca di Parma, e fu ammirata la grandiosità del loro accompagnamento, e spezialmente quello dell'ultimo. Dopo di che si applicò Clemente a regolare il governo di quella città. Quivi si fermò alcuni mesi, probabilmente per avere il contento di accogliere l'arciduchessa Margheritadi Austria figlia dell'arciduca Carlo, che veniva di Germania accompagnata dall'arciduchessasua madre con corteggio di circa sette mila persone. Essendo ella destinata in moglie aFilippo III, poco prima, per la morte diFilippo IIsuo padre, divenuto monarca delle Spagne, era già seguito concerto che il matrimonio si facesse alla presenza del medesimo santo padre. In così illustre brigata si trovava anche l'arciduca Alberto, da noi veduto poco fa governator della Fiandra, il quale, avendo già deposta la porpora cardinalizia, dovea sposare l'infanta Isabellafiglia del suddetto re Filippo II colla dote della Fiandra ossia dei Paesi Bassi. I mandati per l'esecuzion di questi matrimonii erano portati dal duca di Sessa ambasciatore del re Cattolico. Pertanto nel dì 13 di novembre con incontro sommamente magnifico entrarono questi principi inFerrara, e per le strade superbamente ornate giunsero a' piedi del pontefice, che assiso sul trono li aspettava nella gran sala del castello. Poscia nel dì 15 d'esso mese si fece dalla santità sua la solenne funzione dei due matrimonii. Nel dì 18 seguì la partenza della regina e di quella gran comitiva, che tutta passò a Mantova, dove da quel duca furono loro dati sì sontuosi divertimenti che riempierono di maraviglia lo sterminato concorso degli spettatori. In Milano ad inchinar essa regina comparveCarlo Emmanuele ducadi Savoia. Perchè era passata la stagione propria a far viaggio per mare, convenne che questi principi si fermassero in Milano sino al febbraio dell'anno seguente.
Anche il pontefice Clemente, dopo aver lasciato ordine che si fabbricasse una cittadella in Ferrara, a cui si diede principio nell'anno seguente collo sterminio di migliaia di case, chiese e palazzi, e con incredibili lamenti di quel popolo, nel dì 26 di novembre s'inviò alla volta di Roma, dove pervenuto nel dì 20 di dicembre, per mezzo i sonori viva, apparati ed archi trionfali, e fra l'indicibil festa del popolo romano, andò a prendere riposo. Ma tre giorni appresso eccoti convertirsi tanta allegrezza in un comune dolore per una cotanto fiera ed orribil inondazione del Tevere, simile a cui non v'era memoria che fosse succeduta in addietro, avendo superata quella che nell'anno 1530 accadde sotto Clemente VII: flagelli per altro simili, perchè succeduti il primo dappoichè Clemente VII era tutto gioioso per aver sottomessa Firenze alla sua casa; e il secondo dopo tanto giubilo di Clemente VIII per aver tolta Ferrara agli Estensi. Spettacolo al maggior segno lagrimevole fu il diroccamento di tante case per la gran furia dell'onde, con avervi perduta la vita più di mille e cinquecento persone. Non si potè raccogliere il numero de' tanti cavalli o muli che restarono affogati nella città, e dei bestiami che perirono nella campagna,essendosi steso l'orgoglioso fiume per più miglia ne' contorni. Infiniti mobili, viveri e merci, colti ne' bassi piani delle case, fondachi e botteghe, o furono condotti via, o si guastarono. Tutto era lutto e tutto pianto e spavento. Ilpontefice Clemente, che, per attestato del Vettorelli nella di lui Vita, riconobbe in questo flagello l'ira di Dio irritata pei peccati d'allora, non mancò a dovere alcuno di buon padre per soccorrere in sì terribil calamità il suo popolo, e d'impiegar grandi somme di danaro in limosine, e in provveder anche dipoi per molto tempo di pane i poveri rimasti privi di ogni sostanza.
Fra le altre allegrezze che provò in quest'anno esso pontefice, singolare certamente fu quella dell'avviso recatogli in Ferrara della pace conchiusa fra i re di Francia e di Spagna nel dì 2 di maggio del presente anno in Vervino, giacchè le di lui premure e i ministri suoi cotanto aveano contribuito a questo gran bene della cristianità. Vi si adoperarono infatti con tutto vigore ilcardinale Alessandro de Medicilegato apostolico, e frate Bonaventura Calatagirone generale dei francescani, uomo manieroso, anch'esso a questo fine inviato in Francia dal papa. Quantunque ogni dì andassero di bene in meglio gl'interessi delre Arrigo IV, ed egli ricuperasse in quest'anno quasi tutta la Bretagna, con accettar la sommessione delduca di Mercurio, tuttavia, trovando egli oramai esausto il regno per le tante passate guerre, e sè stesso bisognoso di prendere fiato, si fece conoscere inclinato alla pace, purchè dagli Spagnuoli venisse a lui restituito qualsivoglia luogo da essi occupato in Francia. Molto più v'era portato ilre Filippo II, perchè non può dirsi in che miserabile stato fosse ridotta la Spagna, poco per altro feconda di gente, per le tante leve di milizie ivi fatte a fin di sostenere le sì lunghe guerre co gl'Inglesi, Olandesi e Franzesi, oltre al dover provvedere di tante soldatesche le sue flotte per difenderleda' corsari inglesi, ed oltre a quei tanti Spagnuoli che passavano a cercar loro fortuna alle Indie Occidentali. Queste si sa, che se arricchivano la Spagna co' lor tesori, l'impoverivano poi di abitatori, e quegli stessi tesori andavano a perdersi fuori del regno nelle guerre lontane. In questi tempi ancora la carestia e la peste non poco infestavano varie provincie d'esso regno. Quel che è più, giunto il re all'età di sessantun anni, cominciò a declinare il vigor del suo corpo, con ricordargli vivamente ciò che tutti dobbiamo alla mortalità. Però fu stabilita la pace, tenuta nondimeno per poco onorevole al re Cattolico, i cui capitoli si leggono in varii libri e nelle raccolte dei trattati pubblici. Non si può esprimere il giubilo che per questo felice accordo si sparse per tutti i regni e principati cattolici. Il solo duca di Savoia Cario Emmanuele quegli fu che n'ebbe a sospirare, avendo egli provata quella disavventura a cui sovente sono esposti i principi minori che si collegano coi maggiori, cioè di restar eglino, se non anche sacrificati, almeno con un pugno di mosche ne' trattati di pace. Fu ben egli compreso in quella pace, ma l'articolo del marchesato di Saluzzo, che tanto a lui premeva, restò indeciso, con esserne stata rimessa al papa come arbitro la decisione: il che tutti i saggi politici ben riconobbero essere un fermento di nuova guerra. Pure non potè esentarsi il duca dal sottoscrivere la pace tal quale era, sperando che i suoi maneggi e la prudenza del pontefice troverebbono proporzionati rimedii a questa piaga rimasta aperta. Trovavansi intanto i suoi Stati di là e di qua dai monti afflitti dalla peste.
Andarono dipoi crescendo gl'incomodi della sanità del re Cattolico, per cagion de' quali avea già rinunziato il governo degli Stati al principedon Filipposuo figlio. Si aggiunse anche una lenta febbre, di modo che scorgendo appressarsi il fine de' suoi giorni, si fece portare all'Escuriale, mirabil palazzo, monisteroe chiesa, ch'egli con ispesa almeno di due milioni d'oro avea fabbricato. Giunto colà nel dì 2 di luglio, fu preso da una schifosa e penosa malattia, essendosi inverminite le sue ulcere, ma ch'egli con eroica imperturbabilità sofferì fino all'ultimo fiato. Ora, dopo aver lasciati nobilissimi avvertimenti al figlio, e passati que' giorni di tribulazione in continui esercizii di pietà, spirò finalmente l'anima nel dì 15 di settembre. La gloriosa memoria di questo monarca, il quale per l'union del Portogallo, fu allora considerato il maggiore o certamente uno de' maggiori dell'universo, tanta era l'estensione de' suoi dominii in tutte le quattro parti della terra, non ha bisogno che io mi fermi a rammentare il suo impareggiabil senno, la somma sua religione, la fermezza dell'animo, e tante altre sue lodevoli doti e virtù che in lui si univano, perchè negli elogi suoi si sono impiegate le penne di tutti gli scrittori cattolici. A lui succedetteFilippo IIIsuo figlio, principe inferiore di mente al padre, ma da preferirsi a lui nell'amore della pace, cioè di un gran bene de' poveri popoli, siccome all'incontro male grande suol essere la guerra desolatrice de' proprii e degli altrui paesi. Considerabil fu nel presente anno in Ungheria il riacquisto fatto dall'armi imperiali nel dì 29 di marzo dell'importante fortezza di Giavarino. Perchè i Turchi credeano inespugnabil quella piazza, non si metteano gran cura in custodirla. Informato della lor trascuratezza Adolfo barone di Swarzemberg, luogotenente in Ungheria dell'arciduca Massimiliano, con quattro mila soldati comparve colà di buon mattino, e con tal felicità condusse l'affare che sorprese la porta ed entrò. Gran conflitto seguì con quel presidio, che costò la vita a circa mille e settecento Musulmani e a cinquecento cristiani, restando in fine i cesarei padroni della terra e del castello. Dopo sì rilevante acquisto s'impadronirono essi anche di San Martino, Tatta,Vesprino e di altri luoghi. Poscia nel dì 9 di ottobre presero per assalto la città bassa di Buda, ma senza poter forzare il castello; per la cui resistenza, e per la voce di grosso esercito di Turchi ch'era in marcia, uopo fu di abbandonare la stessa città. Restò intanto assediato da' Turchi Varadino, ma sì ostinata fu la difesa de' cristiani, che furono infine coloro obbligati a levare il campo. Prese in quest'anno l'arciduca Albertoil possesso della Fiandra, conceduta in dote dal re Filippo II all'infanta Isabellasua figlia; moglie di lui, e in varii luoghi d'Italia furono celebrate solenni esequie d'esso defunto re Filippo. Non poca apprensione diede il bassà Sinan Cicala alla Sicilia, lasciandosi vedere con una potente flotta verso Messina; ma andò a risolversi tutto lo spavento in aver solamente desiderato quel famoso corsaro, di nazion Calabrese, di veder sua madre tuttavia vivente: la qual grazia gli fu accordata dal vicerè con tutta cortesia, ma con aver voluto per ostaggio il di lui figlio, affinchè fosse restituita la donna.