MDXIIAnno diCristoMDXII. IndizioneXV.Giulio IIpapa 10.Massimiliano Ire de' Romani 20.Si meravigliano talvolta alcuni al vedere al di nostri le armate campeggiare in tempo di verno, e fare assedii e battaglie, quasi prodezze ignote agli antichi. Ma noi abbiam veduto ciò che avvenne nel precedente verno; ora vedremo ciò che nel presente. Dappoichè si fu congiunto l'esercito spagnuolo sotto il comando del vicerèRaimondo di Cardonacol pontificio, in cui era legatoGiovanni cardinale dei Medici, e sotto di luiMarcantonio Colonna, messo in consulta l'andare addosso a Ferrara, oppure a Bologna, si trovò troppo difficile il primo disegno per le strade rotte e pel rigore della stagione, e però fu presa la risoluzione di mettere il campo a Bologna, dove si potea meglio campeggiare; e che intanto si procurasse l'acquisto della bastia, ossia fortezza che il duca di Ferrara teneva alla Fossa Zaniola, siccome posto di grande importanza per andar a Ferrara. Colà fu inviato verso il fine di dicembre dell'anno precedentePietro Navarro, mastro di campo, generale della fanteria spagnuola, uomo di gran credito nelle armi. V'andò egli con due mila fanti (il Bembo scrive nove mila) e con un buon treno di artiglieria. l'Anonimo Padovano: mette per capitano di questa impresa il signorFranzotto Orsino. Aggiugne ancora che in poche ore, tolte le difese agli assediati, se ne impadronirono gli Spagnuoli a forza d'armi. Del medesimo tenore parla anche lo scrittore della Lega di Cambrai. Ma il Guicciardino e il Bembo dicono, che dopo tre dì di resistenza, Gasparo Sardi ferrarese dopo cinque giorni, e fra Paolo carmelitano dopo dieci dì, ebbero quella piazza. Non può certamente sussistere tanta brevità di tempo, perchè convenne battere con artiglierie le mura, e secondo il Bembo, vi fu formata e fattagiuocar una mina gravida di polve da fuoco: cose che richieggono tempo. La verità si è, che dopo fatta la breccia o colle palle da cannone o colla mina, fu dato l'assalto che costò non poco sangue agli aggressori, ed obbligò il valoroso Vestidello Pagano, comandante di quella fortezza, con que' pochi de' suoi ch'erano restati in vita, a rendersi, salve le persone, nel dì ultimo di dicembre del precedente anno. Scrivono alcuni, ch'egli fu ucciso nell'ostinata difesa; ma Gasparo Sardi e l'Ariosto che meglio sapeano i fatti di casa loro, ci assicurano, avere quei mancatori di fede tolta a lui la vita dopo la resa, in vendetta di un loro bravo uffiziale perito con tant'altra gente in quell'assedio. Ecco le parole dell'Ariosto:Che poichè in lor man vinto si fu messoIl miser Vestidel, lasso e ferito,Senz'arme fu fra cento spade uccisoDal popol la più parte circonciso.Alfonso ducadi Ferrara, a cui stava forte sul cuore la perdita di quel rilevante posto, nel dì 15 di gennaio di quest'anno colà si portò anch'egli colla gente e colle artiglierie occorrenti, e seppe così destramente e valorosamente condurre l'impresa, che diroccato il muro frescamente rifatto, in poche ore a forza d'armi ripigliò quella fortezza, con esservi mandati a filo di spada tutti i difensori. Fu colpito nell'assalto lo stesso duca nella fronte da una pietra mossa dalle artiglierie con tal empito, che rimase tramortito più giorni. La celata gli salvò la vita. Papa Giulio, uomo facilmente rotto ed iracondo, scrisse per questo fatto lettere di fuoco a' suoi capitani.Dopo vari consigli finalmente nel dì 20 di gennaio colla neve in terra l'esercito pontificio e spagnuolo imprese l'assedio di Bologna, postandosi verso quella città dalla parte della Romagna per la comodità delle vettovaglie. Piantate le batterie, si diede principio alla loro terribile sinfonia, si formarono gli approcci, e già erano diroccate cento braccia delle mura, e vacillante la torre della porta di santoStefano. Dentro non mancavano ad una valorosa difesa iBentivoglicon chi era del loro partito, eOdetto di Fois, edIvo d'Allegrecapitani franzesi che con due mila Tedeschi e dugento lance rinforzavano quel presidio. Erasi per dare l'assalto alla breccia, ma si volle aspettar l'esito di una mina, tirata sotto la cappella della beata Vergine del Baracane nella strada Castiglione da Pietro Novarro. Scoppiò questa, e mirabil cosa fu, che la cappella fu balzata in aria, e tornò a ricadere nel medesimo sito di prima, con restar delusa l'aspettazion degli Spagnuoli, quivi pronti per l'assalto. Intanto Gastone di Fois, ridottosi al Finale di Modena, andava ammassando le sue genti, e seco si unì il duca di Ferrara colle sue. Udito il bisogno de' Bolognesi, spedì loro mille fanti, e poi centocinquanta lance che felicemente entrarono nella città: cosa che fece credere ai nemici ch'egli non pensasse a passare colà in persona; e tanto più perchè l'armata veneta avea spedito di là dal Mincio un grosso distaccamento, e si temeva di Brescia. Ma il prode Gastone mosso una notte l'esercito dal Finale, ad onta della neve e dei ghiacci, con esso arrivò a Bologna nel dì quinto di febbraio e v'entrò per la porta di san Felice, senzachè se ne avvedessero i nemici: il che certo parrà inverisimile a più d'uno, e pure lo veggiamo scritto come cosa fuor di dubbio. Pensava egli di uscir tosto addosso agli assedianti; ma deferendo ai consigli di chi conoscea la necessità di ristorar la gente troppo stanca, intanto preso dagli Spagnuoli uno stradiotto rivelò ad essi lo stato presente della città. Di più non vi volle, perchè l'armata dei collegati levasse frettolosamente il campo, e si ritirasse alla volta d'Imola. Solamente alcuni cavalli franzesi ne pizzicarono la coda con prendere qualche bagaglio. Nella Storia del Guicciardino è messa la ritirata loro nel dì 15 di febbraio, ma ciò avvenne nella notte del dì sesto antecedente al giorno settimo. Per questo avvenimento si diffuse l'allegrezza per tuttaBologna; quando eccoli arrivar corrieri con delle disgustose nuove che turbarono tutta la festa.Aveva ilconte Luigi Avogadronobile bresciano con altri suoi compatrioti bene affetti alla repubblica veneta, e stanchi del governo franzese, invitati segretamente i Veneziani all'acquisto di Brescia, promettendo d'introdurli dentro per la porta delle Pile, giacchè poco presidio era rimasto in quella città. A questo trattato avendo accudito il senato veneto,Andrea Grittilegato della loro armata, e personaggio di gran coraggio, con trecento uomini d'armi, mille e trecento cavalli leggieri e mille fanti, partito da Soave, andò a valicare il Mincio, ed unito coll'Avogadro si presentò davanti a Brescia. Ma, essendosi scoperto il trattato, e presi alcuni de' congiurati, niun movimento si fece nella città. Il Gritti non iscoraggito per questo, giacchè giunsero a rinforzarlo alcune migliaia di villani, volle tentar colla forza ciò che non s'era potuto ottener colla frode. Fu dato nel dì 5 di febbraio da più parti l'assalto e la scalata a Brescia; e perciocchè finalmente sollevossi il popolo gridando ad alte vociMarco, Marco,il signor di Luda comandante franzese co' suoi e co' nobili del suo seguito si ritirò nel castello. Dato fu il sacco alle case de' nobili fuggiti, e a quanto v'era de' Franzesi; e stentò assaissimo il Gritti a trattenere gl'ingordi soldati e villani dal far peggio. Stesasi questa nuova a Bergamo, anche quella città, a riserva del castello, alzò le bandiere di San Marco: segno che i Franzesi non sapeano acquistarsi l'amore de' popoli. Corse bene il Trivulzio a Bergamo, ma ritrovò serrate ivi le porte per lui; però si ridusse a Crema, e quella città preservò dalla ribellione. In Venezia per tali acquisti si fecero per tre dì immense allegrezze. Intanto a Gastone di Fois giunsero l'uno dietro l'altro corrieri coll'avviso della perdita di Brescia e di Bergamo. Per sì dolorosa nuova non punto sbigottito il generoso principe, dopo aver lasciato inBologna il signor della Foglietta con quattrocento lancie e secento arcieri, eFederigo da Bozzolocon quattro mila fanti, nel lunedì 8 di febbraio col resto della sua gente s'avviò a Cento. Fu nel dì seguente al Bondeno e alla Stellata. Nel mercordì passò il Po, e si fermò ad Ostia. L'altro dì passò il Tartaro a Nogara; dove saputo cheGian-Paolo Baglionegovernatore dell'armata veneta era pervenuto all'isola della Scala con trecento lancie e mille fanti, scortando dodici cannoni da batteria e gran copia di munizioni per l'espugnazione del castello di Brescia, subito spinse circa mille e ducento cavalli a quella volta. Il Baglione, avvertito da' contadini, spronò coi suoi il più che potè. Giunsero i Franzesi alla torre del Magnano addosso alconte Guido Rangone, che marciava con altre fanterie e con trecento cavalli. Fatta egli testa, cominciò valorosamente a difendersi; ma sopraffatto dalla gente che di mano in mano arrivava, e cadutogli sotto il cavallo, rimase egli con altri non pochi prigione. Si contarono più di trecento fanti sul campo estinti, oltre ai prigionieri. Il resto si salvò col Baglione. Questa pugna seguì circa le quattro ore della notte al chiaro della neve, e al lume delle stelle. Vennero poi i vincitori ad alloggiare in varie ville,dove si trovò aver eglino fatto quel giorno, senza mai trarre la briglia ai cavalli, miglia cinquanta: cosa che so non sarà creduta; ma io, che fui presente sul fatto, ne faccio vera testimonianza. Queste son parole dell'Anonimo Padovano, la cui Storia manuscritta è in mio potere.Somma in questo mentre fu la sollecitudine e lo sforzo diAndrea Gritti, per veder pure se poteva espugnare il castello di Brescia; unì schiere assaissime di villani armati; dappertutto accrebbe le fortificazioni e le guardie, animando specialmente con bella orazione il popolo alla difesa, e con ricavarne per risposta, che tutti erano pronti a mettere la vita loro e de' proprii figliuoli, e quanto aveano, piuttosto che tornare sotto il crudeldominio oltramontano. Nel martedì della seguente settimana giunse Gastone in vicinanza di Brescia, e la notte introdusse nel castello quattrocento lancie (con rimandare indietro i lor cavalli) e tre mila fanti. Fece nel dì seguente intimare al popolo, che se non si rendevano in quel dì, darebbe la città a sacco; e che, rendendosi, otterrebbe il perdono dal re. Altra risposta non riportò, se non che si voleano difendere sino alla morte. Attese quella notte chi avea giudizio a mettere in monistero le lor mogli e figliuole, e a seppellir ori, argenti e gioie, dove più pensavano che fossero sicuri. La mattina seguente, all'apparir del giorno, che fu il dì 19 di febbraio, cioè il giovedì grasso dell'anno presente, giorno sempre memorando, scesero dal castello i Franzesi. Si leggeva nei lor volti l'impazienza e il furore per la voglia e speranza del vagheggiato bottino. Battaglia fiera seguì ai primi ripari de' Veneziani. Superati questi colla morte di circa due mila Veneti, entrarono i Franzesi con grande schiamazzo nella città, e ferocemente assalita la gente d'armi che era alla difesa della piazza, dopo un sanguinoso combattimento, la mise in rotta. Intanto il resto dell'armata franzese che era fuori della città, aspettando che si aprisse qualche porta, vide spalancarsi quella di San Nazaro, per cui fuggiva con ducento cavalli il conte Luigi Avogadro, promotore di quella congiura. Restò egli prigione, ed entrate quelle milizie, finirono d'uccidere, dissipare e far prigioni i Veneti e Bresciani armati, con tante grida e rumore, che parea che rovinasse il mondo. Mirabili cose vi foce Gastone di Fois, non solo come capitano, ma come ottimo soldato. Si fece conto che vi morissero più di sei mila fra cittadini e Veneziani, o fra gli altriFederigo Contarinocapitano di tutti i cavalli leggeri della repubblica. Rimasero prigioniAndrea Gritti legato, Antonio Giustinianopodestà,Gian-Paolo Manfrone, ed altri assaissimi uffiziali. Dei Franzesi vimorirono più di mille persone. Terminata la battaglia, si scatenarono gli arrabbiati vincitori per dare il sacco a quell'opulenta ed infelice città. Durò questo quasi per due giorni, ne' quali non si può dire quanta fosse la crudeltà di que' cani, giacchè in sì fatte occasioni gli armati non san più d'essere, non dirò cristiani, ma neppur uomini, e peggiori si scuoprono delle fiere stesse. Non contenti de' mobili di qualche prezzo, fecero prigioni tutti i benestanti cittadini, obbligandoli con tormenti inuditi a rivelar le robe e danari ascosi, o a pagare delle esorbitanti taglie; e molti, per non poterle pagare, furono trucidati. Entrarono anche in ogni monistero di religiosi, e tutto il bene ivi ricoverato restò in loro preda. Sul principio ancora del sacco non pochi scellerati soldati, senza far conto del divieto fatto dal generale Gastone, forzarono le porte di alcuni conventi di sacre vergini, commettendovi cose da non dire. Ma avendone esso generale fatti impiccare non so quanti, provvide alla sicurezza di que' sacri luoghi, dove s'erano rifugiate quasi tutte le donne bresciane. La sera finalmente del venerdì uscì bando, sotto pena della vita, che cessasse il saccheggio, e che nel dì seguente tutti i soldati uscissero di città. Appena udirono sì grande scempio i Bergamaschi, che nella seguente domenica tornarono all'ubbidienza de' Franzesi, e collo sborso di venti mila scudi impetrarono il perdono. L'Avogadro ed altri autori di tanto male alla loro patria, nel dì appresso furono decapitati e squartati; e due figli del primo da lì ad un anno anch'essi ebbero reciso il capo in Milano. Tal fine ebbe questa lagrimevol tragedia, che fece incredibile strepito per tutta l'Europa.Intantopapa Giuliopiù che mai inviperito contra del re di Francia, e risoluto, come egli sempre andava dicendo, di voler cacciare i Barbari d'Italia, senza pensare se questo fosse un mestiere da sommo pastor della Chiesa e vicario diCristo, movea cielo e terra per levare gli amici ad esso re Cristianissimo, e per tirargli addosso dei nemici. Gli riuscì di condurreMassimiliano Cesaread una tregua di dieci mesi co'Veneziani, mediante lo sborso di cinquanta mila fiorini renani, e in fine di staccarlo affatto dai Franzesi. Seppe far tanto, cheArrigo red'Inghilterra si diede a fare un potente preparamento d'armi per muovere guerra alla Francia.Ferdinando il Cattolico, oltre a quella che faceva in Italia, fu incitato ancora a cominciarne un'altra ne' Pirenei. Nuovi e gagliardi maneggi fece parimente il pontefice col denaro e con altri regali, per tirar di nuovo gli Svizzeri contra dello Stato di Milano. Vedeva ilre Lodovicotutti questi nuvoli in aria, ed intanto avea sulle spalle gli eserciti pontificio, veneto e spagnuolo, che maggior apprensione gli recavano per gli Stati d'Italia. Perciò inviò ordine aGastone di Foisdi tentar la fortuna con una battaglia. Gastone, sentendosi invitato al suo giuoco, e sapendo da altra parte che Bologna si trovava continuamente infestata e come bloccata dalle armi del papa e del vicerè Cardona, passò a Ferrara per concertare colduca Alfonsoquanto era da fare. E dacchè ebbe ricevuto un rinforzo di trecento lancie e di quattro mila fanti guasconi e piccardi, e cinque mila fanti tedeschi, condotti da Jacob e Filippo capitani di gran nome in Germania; fece la rassegna dell'armata sua, che si trovò ascendere a lancie ossia uomini d'arme mille e ottocento, a quattro mila arcieri e a sedici mila fanti. Nel dì 26 di marzo mosse dal Finale di Modena l'armata sua verso la Romagna, e al luogo del Bentivoglio seco si unì Alfonso duca di Ferrara colle sue truppe, e con gran copia d'artiglierie e munizioni. A questo avviso, ilcardinal de' Medicilegato e ilCardonasi ritirarono verso la montagna di Faenza col loro esercito, consistente in mille e cinquecento lancie, in tre mila cavalli leggieri e in diciotto mila fanti. Non aveano voglia di venire alle mani,perchè speravano che, tirando in lungo la faccenda, calerebbono gli Svizzeri nello Stato di Milano, ed unicamente pensavano a difficultar le vettovaglie al campo franzese. Giunto Gastone a Cotignola, arrivarono oratori diMassimiliano Cesaread intimar gravi pene ai Tedeschi militanti al soldo del re Cristianissimo; ma senza frutto, avendo que' capitani risposto di non voler mancare alla lor fede. Fu dunque presa la risoluzione nel campo franzese di marciare alla volta di Ravenna. Per non lasciarsi alle spalle il forte e ricco castello di Russi, giacchè arrogantemente fu risposto dagli abitanti all'intimazione di rendersi, convenne adoperar le artiglierie, e con un fiero e sanguinoso assalto impadronirsene. Vi furono tagliate a pezzi (se vogliam prestar fede all'Anonimo Padovano, che sembra essere intervenuto a quel macello) circa mille persone tra soldati e terrazzani, e dato un orrido sacco all'infelice luogo. Il Guicciardino molto men dice de' morti. Indi passò l'esercito sotto Ravenna, alla cui difesa dianzi era stato inviatoMarcantonio Colonnacon cento lancie, ducento cavalli leggeri e mille fanti. Disposte le sue artiglierie, cominciò tosto il duca di Ferrara a bersagliar quelle vecchie mura con un continuo tremuoto. Formata la breccia, si venne all'assalto nel venerdì santo, giorno ben santificato da quella gente; e durò la battaglia per quattro ore, sostenuta con tal vigore dal Colonna, che vi perirono fra l'una e l'altra parte da mille e cinquecento fanti, la maggior parte italiani, e vi restò malamente feritoFederigo da Bozzolo, valente capitano de' Franzesi.A questi avvisi, il vicerè Cardona, non volendo lasciar perdere Ravenna, fu necessitato a muoversi coll'armata collegata, e venne a postarsi in un forte alloggiamento, tre miglia lungi da quella città, dove si afforzò con alzar terra e cavar fosse fatte a mano colla maggior celerità possibile. Trovavasi il general franzese in sommo imbroglio, perchèvedea i nemici ostinati a schivar la zuffa; e intanto l'armata sua si trovava in gran disagio, perchè erano cinque giorni che gli uomini campavano di solo frumento cotto e d'acqua, e i cavalli non istavano meglio, perchè cibati anch'essi di solo frumento e di poche foglie di salici; sicchè era necessario o ritirarsi o avventurare giornata campale. Fu preso l'ultimo partito, e tutto il sabbato santo fu impiegato a prepararsi per sì orrida danza. La mattina dunque del dì 11 di aprile, correndo la maggior festa dell'anno, cioè la Risurrezion del Signore, giorno celebrato con tanta divozione da tutto il Cristianesimo, ma funestato da coloro con tanti sdegni e spargimenti di sangue, l'esercito franzese in ordinanza marciò contra del collegato. Con essi Franzesi era ilcardinale San Severino, legato del conciliabolo di Pisa, che pareva un san Giorgio, perchè armato da capo a' piedi. Prevalse fra gli Spagnuoli il parere diPietro Navarro, che non si avesse ad uscir dai trinceramenti, credendo egli maggior vantaggio l'aspettar di piè fermo il nemico dietro ai ripari. Ma il senno del duca di Ferrara trovò la maniera di cacciarli fuor della tana; perciocchè, postate le batterie de' suoi grossi cannoni in un buon sito, cominciò con tal furia a percuotere entro le lor trincee i collegati, che, per attestato dell'Anonimo Padovano, il quale diligentemente descrive questo gran fatto d armi, vi restarono uccise circa due mila persone, e più di cinquecento cavalli sventrati. Allora i capitani, veggendo così malmenata la lor gente senza poter fare resistenza, chiesero licenza al vicerè di uscire a battaglia. Scrive il Guicciardini che fu il valorosoFabrizio Colonnache annoiato di sì brutto giuoco, senza dimandarne permissione, sboccò fuor dei ripari, e diede principio alla mischia, seguitato poi dal resto dell'armata. Gareggiavano in bravura questi due eserciti. L'odio delle nazioni, l'amor della gloria, la necessità infiammavano il cuor diognuno. Però terribile fu il combattimento, e una giornata simile non s'era da gran tempo veduta in Italia. All'istituto mio non lice il descriverne le circostanze. Però basterà di dire che andarono in rotta i pontificii e Spagnuoli, specialmente per la strage che ne fecero le bombarde del duca Alfonso, postate ai loro fianchi; confessando il Bembo che egli con questi bronzi e col suo stuolo fu cagione della vittoria in gran parte. Perderono i vinti tutte le loro artiglierie, e buona parte delle insegne e dello equipaggio, con lasciar morti sul campo ottocento uomini d'armi, mille trecento cavalli leggeri e sette mila fanti, e con restar prigionieri il cardinale legato, cioèGiovanni de Medici, ilmarchese di Bitonto,Ferdinando d'Avalosmarchese di Pescara, allora giovinetto, che poi riuscì capitano di gran nome, ilprincipe di Bisignano, ilCarvajalePietro NavarroSpagnuoli con altri non pochi uffiziali. Il prodeFabrizio Colonna, per sua buona ventura, restò prigione di Alfonso duca di Ferrara, cioè d'un principe che gli usò tutte le maggiori finezze, nè volle poi riscatto, siccome vedremo. Restarono fra i morti ilduca d'Alba, ilconte di Montebasso, ilValmontoneed altri capitani. Si salvò a Cesena ilCardona, dove attese a raccogliere le reliquie del tanto sminuito e sbandato esercito.Ma se piansero per la loro mala sorte i collegati, non ebbero già occasion di ridere i Franzesi per la loro vittoria. Imperocchè, secondo l'Anonimo Padovano, che mostra d'aver avuta buona contezza di questa sì sanguinosa giornata, vi perirono settecento uomini di armi, ottocento ottanta arcieri e nove mila fanti, e, tra' principali uffiziali loro,Ivo d'Allegrecon due figli, amendue capitani d'arcieri,la Grotta,Villadura, i due capitani de' TedeschiFilippoeJacobed altri ch'io tralascio. Ilsignore di Lautrec, carico di ferite, ritrovato fra i morti, e poi curato in Ferrara, salvò la vita. Certamente è uno sbaglio di stampa ildirsi nella Storia del Guicciardino chetra l'uno e l'altro esercito perirono almeno dieci mila persone. Tanto il Giovio che il Mocenigo, il Bembo, il Buonaccorsi, il Nardi ed altri storici mettono almeno sedici migliaia di morti. Ma ciò che contrappesò la perdita de' collegati, fu la morte dello stesso generaleGastone di Fois. A questo valoroso principe, giovane di ventiquattr'anni, dopo aver fatto delle stupende azioni di valore e di saggia condotta in quello spaventoso combattimento, parea di aver fatto nulla, se non inseguiva con circa mille cavalli un corpo di tre mila fanti spagnuoli, che ben serrato si ritirava dal campo. Un colpo di archibuso il colpì in questa azione, per cui diede fine alle sue vittorie, lasciando una perenne memoria del suo senno e coraggio, e una ferma opinione che, s'egli fosse soppravvivuto, avrebbe fatto conquiste e meraviglie maggiori. Fu poi portato a Milano il suo corpo, ed ivi con esequie magnifiche e in sepolcro nobilissimo seppellito. Terminata la sanguinosa battaglia,Marcantonio Colonna, dopo aver consigliato i Ravennati di andar la mattina per tempo ad offerire la città ai vincitori, per ottener le migliori condizioni che potessero, si ritirò nella cittadella. Poi, nella mezza notte, lasciato ivi un capitano con cento fanti, perchè mancavano le provvisioni, col resto de' suoi se ne andò a Rimini. Comparvero, sul far del dì, i deputati di Ravenna al campo franzese; ma mentre ivi si trattava della capitolazione, i fanti Guasconi, non sazii del bottino fatto il dì innanzi, ed avidi di far vendetta dei tanti de' suoi uccisi nella battaglia, si arrampicarono per la breccia delle mura di Ravenna, e facilmente cacciati quei pochi cittadini che vi erano in guardia, penetrarono nella città. Dietro loro di mano in mano entrò il resto della fanteria, e tutti poi si diedero non solamente a saccheggiar le case, ma anche ad uccidere chiunque scontravano per le strade, senza riguardo a sesso od età. Niunrispetto si ebbe alle cose sacre, e il barbarico furore d'alcuni giunse ad introdursi in un monistero di sacre vergini, con ivi commettere ogni maggiore eccesso. Tutto era urli e pianti. Avvisato di tanto disordine ilsignor della Palissa, capo pro interim dell'armata, corse col legato e con altri capitani all'infelice città, e i primi suoi passi furono a quel monistero, e quanti vi si trovarono dentro (erano trentaquattro) li fece immediatamente impiccar per la gola alle finestre. Questo spettacolo e un bando generale servì per mettere fine al saccheggio, e tutti i soldati uscirono della città. Il terrore intanto sparso per tutta la Romagna cagione fu che le città di Faenza, Cervia, Imola, Cesena, Rimini e Forlì, a riserva delle rocche, mandassero le chiavi al campo franzese, per esentarsi da mali maggiori, e la cittadella di Ravenna per pochi giorni si sostenne. Fu esibito al duca di Ferrara il comando dell'armata gallica; ma egli, conoscendo che gente indisciplinata, orgogliosa e bestiale fosse quella, se ne scusò con buona maniera. E tanto più se ne astenne, perchè, come principe savio già prevedeva che il re Cristianissimo con tanti minacciosi venti che erano oltramonti per aria, non potrebbe più attendere agli affari d'Italia, nè a rinforzar quella troppo infievolita armata. Però ritiratosi a Ferrara, cominciò a pensare come potesse salvar sè stesso nell'imminente naufragio. Infatti la famosa vittoria di Ravenna fu l'ultima delle glorie franzesi nella presente guerra, e la fortuna voltò loro da lì innanzi le spalle.Arrivata che fu a Roma, dove era tornato il pontefice, la gran nuova del suddetto fatto d'armi, non si può dire che paura e scompiglio ivi nascesse. Cominciarono allora più che mai i saggi porporati a tempestarpapa Giulio, perchè venisse ad una pace; ed egli colla paura in corpo una volta tenne delle strette pratiche per essa, e massimamente per essersi traspirato cheProsperoColonna,Roberto Orsino,Pietro Marganoed altri baroni romani meditavano delle novità. Ma da che si seppe il netto della battaglia, e che sì caro era costato ai Franzesi il loro trionfo, rinculò ben tosto, e più di prima si confermò nella brama e speranza di cacciarli d'Italia. A questa risoluzione maggiormente li accesero sicuri avvisi che i re di Spagna e d'Inghilterra moveano guerra alla Francia, e che venti mila Svizzeri, condotti dalcardinal Sedunenseossia di Sion, coi danari d'esso papa e de' Veneziani, erano pronti a calare in Italia. Venne intanto ordine dal re Lodovico alsignor della Palissa, creato governator di Milano, di ritirarsi alla difesa di quello Stato. Tanto fece egli con lasciar leggieri presidii in Ravenna e Bologna. Ma dacchè s'intese mosso l'esercito pontificio alla volta della Romagna,Federigo da Bozzolo, lasciato in Ravenna, abbandonata quella città, sen venne colla poca sua gente a rinforzar Bologna. Diede papa Giulio principio al concilio lateranense nel dì 3 di maggio, con iscarso concorso nondimeno di prelati; ed ivi furono dichiarati nulli tutti gli atti del ridicolo conciliabolo pisano. Sul principio ancora di giugno pervennero per la via di Trento sul Veronese gli Svizzeri e Tedeschi, e alla mostra furono trovati circa diciotto mila fanti scelti. Con loro si congiunse l'esercito de' Veneziani, consistente in mille uomini d'arme, due mila cavalli leggieri, sei mila fanti e gran quantità di artiglierie. Erasi postato il signor della Palissa a Valeggio presso il Mincio, per contrastar loro il passo. Ma, sentendosi troppo debole di forze, nel dì 9 di giugno si ritirò andando verso Ponte Vico. Sopravvenuto poi ordine daMassimiliano Cesare, già dichiarato nemico de' Franzesi, che richiamava tutti i fanti tedeschi che erano al loro soldo, quattro mila d'essi nel medesimo dì se ne tornarono alle lor case: il che fu cagione che il Palissa precipitosamente si ricoverasse a Pizzighettone, e passasse l'Adda, sempre infestatodai corridori dell'esercito collegato, che era passato di là dal Mincio. Gran bisbiglio e movimento era in questi tempi per tutte le città dello Stato di Milano, a cagion della voce sparsa cheMassimiliano Sforza, figlio del fu Lodovico il Moro, avesse a riacquistarne il dominio: cosa sommamente sospirata da que' popoli, non tanto per l'antica divozione verso quella casa, e per desiderio d'aver un proprio principe, quanto ancora perchè i Franzesi d'allora mettevano in opera, dovunque comandavano, l'arte di farsi odiare. Questo infatti era il concordato da Massimiliano re dei Romani col papa. Furono i primi ad arrendersi senza contrasto alcuno i Cremonesi, ancorchè la cittadella restasse in man de' Franzesi; e nacque lite, chi avesse a prenderne il possesso pretendendo non meno i Veneziani che il commissario dello Sforza, assistito da Cesare, quella città. L'ultimo la vinse col favore degli Svizzeri, guadagnati da un regalo di quaranta o cinquanta mila ducati che loro sborsò il popolo di Cremona.Servì ad accelerare il precipizio del dominio franzese in Italia la guerra nel medesimo tempo mossa daire d'Aragonaed'Inghilterraalla Francia; per cui il re Luigi, trovandosi molto imbrogliato, fu costretto a richiamare il Palissa di là dai monti, con ordine di lasciar ben guernite le cittadelle più forti. Si ritirò dunque il Palissa a Pavia, lasciate guarnigioni in Crema e Trezzo. Anche ilTrivulzio, scorgendo di non poter tenere la città di Milano, che tumultuava, parendo a que' cittadini un'ora mille anni di veder lo Sforza rientrare nella signoria de' suoi maggiori, dopo aver ben provveduto il castello di quella città, si ridusse a Pavia; perlochè i Milanesi alzarono tosto le bandiere sforzesche. Altrettanto fece Lodi, allorchè vi si appressò l'esercito della lega. E Bergamo si diede ai Veneziani. Marciarono i collegati con gran fretta a Pavia, per non lasciar pigliar fiato ai Franzesi che s'erano fortificati in quella città. Mail Palissa, che già scorgea commosso anche quel popolo a sedizione, e disperato il caso di sostenersi lungamente, dappoichè i nemici aveano piantate le bombarde, e passato anche il Ticino, all'improvviso colle artiglierie e bagaglio uscì di quella città, per incamminarsi alla volta d'Asti. Rottosi il ponte di legno ch'era sul Gravelone, al primo pezzo d'artiglieria grossa che volle passare, ne restarono di qua tagliati fuora tredici altri con due mila fanti tedeschi; i quali, assaliti dagli Svizzeri, fecero una memorabil difesa, finchè, vedendo morta la metà di loro, e perduta ogni speranza d'aiuto, pieni di ferite si gettarono disperatamente nel Ticino per passare all'altra riva, dove i Franzesi erano spettatori della crudel battaglia senza loro poter recare aiuto. Se ne affogarono circa ducento. Aveano i Franzesi molto prima inviato con buona scorta il legato pontificio prigione, cioèGiovanni cardinale de Medici. Allorchè fu egli al passo del Po alla Stella, oppure a Bassignana, tolto fu di mano a Franzesi, e ridotto in luogo di salvamento. Il Guicciardino di questo fatto dà l'onore ai villani del Cairo, guadagnati la notte antecedente dai familiari del cardinale. L'Anonimo Padovano ne fa autore il marchese Bernabò Malaspina; e il Giovio scrive che fu molto prima concertata la sua fuga coll'abbate Bongallo e con altri suoi amici. Gravissimi disagi patì poscia il resto dell'armata franzese; pure continuò il viaggio, e passò l'Alpi, portando seco un buon documento ai principi di non maltrattare i popoli, massimamente quei di nuova conquista. Certamente l'alterigia loro, l'aspro governo e il licenzioso procedere colle donne aveano talmente esacerbati i popoli della Lombardia, che tutti a gara, subito che se la videro bella, si sottrassero al loro dominio, anzi infierirono contro di loro. Appena partito da Milano il Trivulzio, quel popolo furiosamente si diede a svenar quanti soldati e mercatanti franzesi erano rimasti in quella città, con saccheggiarne le case e botteghe. V'hachi scrive, averne uccisi circa mille e cinquecento. Parimente in Como ne furono scannati non pochi, e nella lor fuga verso l'Alpi, contra di essi si scatenarono tutti i villani del paese, uccidendo chiunque alquanto si scostava dal corpo di battaglia. Intanto Pavia, Alessandria, Como, Tortona ed altre città inalberarono le bandiere sforzesche. Il marchese di Monferrato colle sue genti entrò in Asti e in Novara; ma non ebbe la fortezza di quest'ultima città. In tanta rivoluzion di cose trovarono maniera i ministri pontificii d'indurre i Piacentini e Parmigiani a darsi alla Chiesa: il che aprì allora un campo di doglianze e dispute del duca di Milano e dell'imperio contro il papa: dispute ravvivate poi a' giorni nostri, siccome diremo a suo tempo. Pretese inoltre il papa che Asti dovesse toccare a lui; ma non gli riuscì di aver quel boccone. Fu ancora spedito dall'esercito della legaGiano Fregosocon mille cavalli e tre mila fanti a Genova; alla comparsa de' quali, si ribellò tutto quel popolo, e i Franzesi si chiusero nel castelletto e nella fortezza della Lanterna. Fu esso Fregoso proclamato poco appresso doge di quella repubblica.Mentre sì gran tracollo davano in Lombardia gli affari dei Franzesi, restando solamente in lor potere Brescia, Crema e qualche fortezza[Paris de Grassis. Guicciardino. Buonaccorsi. Anonimo Padovano. Nardi, ed altri.], il pontefice, raunate le reliquie dell'esercito disfatto sotto Ravenna, colla giunta di quattro altri mila fanti, spedì sul fine di maggio questa armata in Romagna, per cui tornarono quetamente alla sua ubbidienza tutte quelle città. Ne era generaleFrancesco Maria ducad'Urbino suo nipote, il quale intimò poi la resa a Bologna. Vedendo i Bentivogli disperato il caso, se n'andarono chi a Mantova, chi a Ferrara; e la città di Bologna, nel dì 10 di giugno, capitolò col duca e colcardinal Sigismondo Gonzagalegato, i quali poi vi fecero solenne entrata nella domenicaseguente 13 di giugno. Aveva intantoAlfonso ducadi Ferrara, per mezzo delmarchese di Mantovasuo cognato e diFabrizio Colonnasuo prigione (trattato non di meno non come tale, ma come suo amico), fatti varii maneggi per rientrare in grazia del pontefice, ed era anche venuto il salvocondotto per lui e per li suoi Stati. In vigore di questo, dopo aver egli mandato innanzi il Colonna ben regalato e senza taglia alcuna, s'inviò nel dì 23 di giugno a Roma, dove giunto, fu assoluto dalle censure, ed ammesso al bacio del piede di sua santità. Ma che? I principi di animo grande si fan gloria di perdonare ai supplicanti nemici. Papa Giulio, al contrario, parve che si facesse gloria fino di mancar di fede. Nel mentre che Alfonso era in Roma, il duca d'Urbino non solamente occupò Cento, la Pieve e le terre della Romagna spettanti al duca, ma eziandio inoltratosi a Reggio, non ostante il richiamo del Vitfurst governatore cesareo di Modena, che gli intimò quella essere città dell'imperio, costrinse i Reggiani alla resa. Dopo di che spogliò il duca anche di Carpi, Brescello, San Felice e Finale. Inoltre lo stesso papa cominciò a pontare, volendo, che esso duca gli cedesse il ducato di Ferrara. Perciò Alfonso, che non si sentiva voglia di far questo sacrifizio, chiese licenza, in vigore del salvocondotto, di tornarsene a casa; nè la potè ottenere. I Colonnesi coll'oratore spagnuolo che aveva anch'egli persuaso ad un principe di tanto credito il portarsi colà, iti a pregare il papa di questo, non ne riportarono che ingiurie e minaccie. Poscia si penetrò il disegno di papa Giulio di ritenerlo prigione. Allora gli onorati signori Colonnesi, cioèFabrizioeMarcantonio, che aveano obbligata la loro fede al duca, con una brigata di lor gente, sforzata la porta di San Giovanni, il cavarono di Roma, e salvo il condussero a Marino, da dove poi dopo tre mesi travestito, con deludere tutte le spie messe fuori dal pontefice, felicemente passò a Ferrara.Se queste azioni facessero onore a papa Giulio, sel può ciascuno immaginare.Restava al papa, inflessibile nelle sue passioni, di gastigare i Fiorentini, e specialmente il gonfalonierePietro Soderino, perchè avessero permesso in Pisa il conciliabolo de' Franzesi, e dato aiuto di gente in questa guerra al re di Francia, tuttochè l'avessero fatto forzati dall'obbligo delle lor precedenti convenzioni, con essersi per altro mantenuti neutrali: della qual neutralità si ebbero poi molto a pentire. Operò dunque colla lega, che ilCardonavicerè di Napoli colle armi spagnuole entrasse nel dominio fiorentino, e rimettesse in casa i Medici, già da gran tempo banditi da quella città. Mentre i Fiorentini trattavano d'accordo, gli Spagnuoli accampati sotto la bella e ricca terra di Prato, non sapendo dove trovar vettovaglie, nel dì 30 d'agosto diedero un assalto a quella terra; e senza che quattro mila fanti, ch'erano ivi di presidio, ma troppo vili, facessero menoma resistenza, vi entrarono. Commisero costoro inudite crudeltà, maggiori delle commesse dai Franzesi in Brescia, come attesta il Giovio; il quale aggiugne ancora, che cinquemila uomini disarmati, parte soldati e parte terrazzani, furono ivi uccisi dalla inesplicabil brutalità dei vincitori. L'Anonimo Padovano ne scrive ammazzati più di tre mila. Il Guicciardini dice che vi morirono più di due mila persone, e che ilcardinal de Medicilegato pontificio, messe guardie alla chiesa maggiore, salvò l'onestà delle donne, quasi tutte colà rifuggite. Ma il Nardi e il Buonaccorsi, che registravano allora sì fieri avvenimenti, asseriscono che non fu perdonato nè a vergini sacre, nè a luoghi sacri, nè a' bambini in fasce. E quei che rimasero in vita, furono tutti eccessivamente taglieggiati, e con varii tormenti straziati, perchè pagassero ciò che non poteano. Ed ecco dove andavano a terminar le strane premure di un papa per cacciare i Barbari d'Italia, cioè con una medicina peggiore affatto del male: il che nellostesso tempo, oltre alla Toscana, provò la Lombardia, inondata allora dagli Svizzeri, divenuti formidabili da per tutto, e che da ogni lato esigevano contribuzioni, e nulla potea saziarli. Nel tornare al lor paese, occuparono la Valtellina, Chiavenna e Locarno, nè più vollero dimetterle. Nel dì 31 d'agosto il gonfaloniere Soderino, uscito di Firenze, si ritirò a Ragusi.I Medici furono rimessi con infinite dimostrazioni d'allegrezza in città, e riformarono quel reggimento a modo loro, con dover pagare i Fiorentini al re dei Romani e al Cardona più di centoquaranta mila ducati d'oro. Restarono poi sommamente burlati anche i Veneziani dalla lor lega, chiamata allora la lega santa. Imperciocchè riuscì ben loro di ricuperar Crema per trattato segreto che fecero con Benedetto Crivello, posto dai Franzesi alla guardia di quella terra, il quale corrotto con danari, per questo tradimento fu ben ricompensato da essi Veneti. Ma non andò così per conto di Brescia, città, alle cui passate e presenti miserie si aggiunse in questi tempi anche la peste, morendo fin centocinquanta di que' cittadini per giorno. Ne formò l'esercito veneziano l'assedio, e cominciò a battere colle artiglierie le mura. Quando ecco giugnere il Cardona co' suoi Spagnuoli, ben carichi del bottino della Toscana, il quale imbrogliò tutte le loro speranze. Cominciò esso vicerè a pretendere che non solamente quella città si avesse a rendere a lui, ma anche Bergamo e Crema, già ritornate all'ubbidienza della repubblica. Erano queste pretensioni chiaramente contrarie ai patti della lega. Ma di che non è capace la smoderata avidità ed ambizione d'alcuni principi? Niun freno hanno per essi nè la pubblica fede, nè i patti, nè i giuramenti; e volesse Dio che non ne avessimo veduto ancor noi più d'un esempio a' dì nostri. Aveano già gli Svizzeri e gli Spagnuoli molto prima cominciato ad usar delle insolenze contro de' Veneziani. Le accrebbero sotto Brescia, la qualcittà, nel dì 13 di novembre, con molto onorevoli condizioni fu consegnata dalsignor d'Aubignyalvicerè Cardona. Costrinsero ancora essi Spagnuoli a rendersi Peschiera, Lignago, e i castelli di Trezzo e di Novara; siccome da un'altra parte riuscì ai Genovesi di trar con danari il castelletto della lor città di mano del castellano franzese, che poi fu squartato vivo in Lione.Tornato che fu a' quartieri il deluso esercito veneto, si applicò quel saggio senato a trattar di pace colvescovo Gurgense, che era il plenipotenziario diMassimiliano Cesarein Italia. Volle il papa che questo negoziato si facesse in Roma; e, dettata imperiosamente la capitolazione, comandò ai Veneziani di accettarla. Conteneva essa, che Verona e Vicenza restassero a Massimiliano; che per Padova e Trivigi pagassero ad esso Cesare trecento libbre d'oro ogni anno a titolo di censo, e due mila e cinquecento libbre d'oro pel privilegio; e per le terre del Friuli ne fosse poi giudice lo stesso papa. Conobbero allora i Veneziani d'essere maltrattati e traditi anche da questa banda; ed, ancorchè si trovassero in poco buono stato per li monti d'oro spesi in guerra, pure, non ostante lo sdegno e le grida di esso papa, generosamente ricusarono di consentire a sì gravosa ed inaspettata pace, con darsi piuttosto ad intavolar accordo e lega col re di Francia, siccome diremo, giacchè il papa, in una nuova lega fatta con Massimiliano e col re di Aragona, ne avea esclusi con poco buon garbo gli stessi Veneti. Nel dì 15 di dicembre arrivò a MilanoMassimiliano Sforza, dichiarato duca da Cesare e dalla lega; nè si può esprimere con quanto giubilo, con quante feste egli fosse ricevuto dai Milanesi, e quanto magnifica fosse l'entrata sua in quella nobil città, perchè accompagnato dalcardinal di Sion, dalvescovo Gurgense, daRaimondo di Cardonavicerè, e da infinito numero di capitani e nobili italiani, tedeschi, spagnuoli e svizzeri. Anche il castello di Milano,tenuto da' Franzesi, intanto andava facendo co' grossi cannoni delle salve, d'allegrezza non già, ma di danno ai Milanesi. Rimase nondimeno il povero duca come schiavo degli Svizzeri. Nè si dee tacere che, assaltato nell'anno presente il re Cristianissimo dai re d'Aragona e d'Inghilterra, lasciò per sua negligenza che il primo, cioèFerdinando il Cattolico, occupasse la Navarra, togliendola a quel re. E perchè mancava all'Aragonese un legittimo titolo di appropriarsi quel picciolo regno, si servì d'una bolla dipapa Giulio II, che avea dichiarato decaduto da ogni suo diritto chiunque fosse aderito al conciliabolo di Pisa, concedendo a ciascuno facoltà di occupar i loro Stati. Questa bolla procurata dall'accorto re, per attestato del Mariana, tenuta fu per molto tempo segreta, e poi sfoderata al bisogno. Ma non so io, se quel re avesse creduta autorità ne' papi da donare i regni altrui quando mai contra di lui fosse stata pronunziata una simil sentenza. Maraviglia fu che ilre Luigi, per lo sdegno che nudriva contro del papa, sì pertinace promotore della di lui rovina, non si lasciasse allora trasportare all'eccesso di far creare un antipapa nel suo regno. Senza dubbio ne fu assai trattato. Probabilmente non il timore di Dio, ma quel degli uomini il trattenne. Con tali e tante turbolenze terminò l'anno presente.
Si meravigliano talvolta alcuni al vedere al di nostri le armate campeggiare in tempo di verno, e fare assedii e battaglie, quasi prodezze ignote agli antichi. Ma noi abbiam veduto ciò che avvenne nel precedente verno; ora vedremo ciò che nel presente. Dappoichè si fu congiunto l'esercito spagnuolo sotto il comando del vicerèRaimondo di Cardonacol pontificio, in cui era legatoGiovanni cardinale dei Medici, e sotto di luiMarcantonio Colonna, messo in consulta l'andare addosso a Ferrara, oppure a Bologna, si trovò troppo difficile il primo disegno per le strade rotte e pel rigore della stagione, e però fu presa la risoluzione di mettere il campo a Bologna, dove si potea meglio campeggiare; e che intanto si procurasse l'acquisto della bastia, ossia fortezza che il duca di Ferrara teneva alla Fossa Zaniola, siccome posto di grande importanza per andar a Ferrara. Colà fu inviato verso il fine di dicembre dell'anno precedentePietro Navarro, mastro di campo, generale della fanteria spagnuola, uomo di gran credito nelle armi. V'andò egli con due mila fanti (il Bembo scrive nove mila) e con un buon treno di artiglieria. l'Anonimo Padovano: mette per capitano di questa impresa il signorFranzotto Orsino. Aggiugne ancora che in poche ore, tolte le difese agli assediati, se ne impadronirono gli Spagnuoli a forza d'armi. Del medesimo tenore parla anche lo scrittore della Lega di Cambrai. Ma il Guicciardino e il Bembo dicono, che dopo tre dì di resistenza, Gasparo Sardi ferrarese dopo cinque giorni, e fra Paolo carmelitano dopo dieci dì, ebbero quella piazza. Non può certamente sussistere tanta brevità di tempo, perchè convenne battere con artiglierie le mura, e secondo il Bembo, vi fu formata e fattagiuocar una mina gravida di polve da fuoco: cose che richieggono tempo. La verità si è, che dopo fatta la breccia o colle palle da cannone o colla mina, fu dato l'assalto che costò non poco sangue agli aggressori, ed obbligò il valoroso Vestidello Pagano, comandante di quella fortezza, con que' pochi de' suoi ch'erano restati in vita, a rendersi, salve le persone, nel dì ultimo di dicembre del precedente anno. Scrivono alcuni, ch'egli fu ucciso nell'ostinata difesa; ma Gasparo Sardi e l'Ariosto che meglio sapeano i fatti di casa loro, ci assicurano, avere quei mancatori di fede tolta a lui la vita dopo la resa, in vendetta di un loro bravo uffiziale perito con tant'altra gente in quell'assedio. Ecco le parole dell'Ariosto:
Che poichè in lor man vinto si fu messoIl miser Vestidel, lasso e ferito,Senz'arme fu fra cento spade uccisoDal popol la più parte circonciso.
Che poichè in lor man vinto si fu messo
Il miser Vestidel, lasso e ferito,
Senz'arme fu fra cento spade ucciso
Dal popol la più parte circonciso.
Alfonso ducadi Ferrara, a cui stava forte sul cuore la perdita di quel rilevante posto, nel dì 15 di gennaio di quest'anno colà si portò anch'egli colla gente e colle artiglierie occorrenti, e seppe così destramente e valorosamente condurre l'impresa, che diroccato il muro frescamente rifatto, in poche ore a forza d'armi ripigliò quella fortezza, con esservi mandati a filo di spada tutti i difensori. Fu colpito nell'assalto lo stesso duca nella fronte da una pietra mossa dalle artiglierie con tal empito, che rimase tramortito più giorni. La celata gli salvò la vita. Papa Giulio, uomo facilmente rotto ed iracondo, scrisse per questo fatto lettere di fuoco a' suoi capitani.
Dopo vari consigli finalmente nel dì 20 di gennaio colla neve in terra l'esercito pontificio e spagnuolo imprese l'assedio di Bologna, postandosi verso quella città dalla parte della Romagna per la comodità delle vettovaglie. Piantate le batterie, si diede principio alla loro terribile sinfonia, si formarono gli approcci, e già erano diroccate cento braccia delle mura, e vacillante la torre della porta di santoStefano. Dentro non mancavano ad una valorosa difesa iBentivoglicon chi era del loro partito, eOdetto di Fois, edIvo d'Allegrecapitani franzesi che con due mila Tedeschi e dugento lance rinforzavano quel presidio. Erasi per dare l'assalto alla breccia, ma si volle aspettar l'esito di una mina, tirata sotto la cappella della beata Vergine del Baracane nella strada Castiglione da Pietro Novarro. Scoppiò questa, e mirabil cosa fu, che la cappella fu balzata in aria, e tornò a ricadere nel medesimo sito di prima, con restar delusa l'aspettazion degli Spagnuoli, quivi pronti per l'assalto. Intanto Gastone di Fois, ridottosi al Finale di Modena, andava ammassando le sue genti, e seco si unì il duca di Ferrara colle sue. Udito il bisogno de' Bolognesi, spedì loro mille fanti, e poi centocinquanta lance che felicemente entrarono nella città: cosa che fece credere ai nemici ch'egli non pensasse a passare colà in persona; e tanto più perchè l'armata veneta avea spedito di là dal Mincio un grosso distaccamento, e si temeva di Brescia. Ma il prode Gastone mosso una notte l'esercito dal Finale, ad onta della neve e dei ghiacci, con esso arrivò a Bologna nel dì quinto di febbraio e v'entrò per la porta di san Felice, senzachè se ne avvedessero i nemici: il che certo parrà inverisimile a più d'uno, e pure lo veggiamo scritto come cosa fuor di dubbio. Pensava egli di uscir tosto addosso agli assedianti; ma deferendo ai consigli di chi conoscea la necessità di ristorar la gente troppo stanca, intanto preso dagli Spagnuoli uno stradiotto rivelò ad essi lo stato presente della città. Di più non vi volle, perchè l'armata dei collegati levasse frettolosamente il campo, e si ritirasse alla volta d'Imola. Solamente alcuni cavalli franzesi ne pizzicarono la coda con prendere qualche bagaglio. Nella Storia del Guicciardino è messa la ritirata loro nel dì 15 di febbraio, ma ciò avvenne nella notte del dì sesto antecedente al giorno settimo. Per questo avvenimento si diffuse l'allegrezza per tuttaBologna; quando eccoli arrivar corrieri con delle disgustose nuove che turbarono tutta la festa.
Aveva ilconte Luigi Avogadronobile bresciano con altri suoi compatrioti bene affetti alla repubblica veneta, e stanchi del governo franzese, invitati segretamente i Veneziani all'acquisto di Brescia, promettendo d'introdurli dentro per la porta delle Pile, giacchè poco presidio era rimasto in quella città. A questo trattato avendo accudito il senato veneto,Andrea Grittilegato della loro armata, e personaggio di gran coraggio, con trecento uomini d'armi, mille e trecento cavalli leggieri e mille fanti, partito da Soave, andò a valicare il Mincio, ed unito coll'Avogadro si presentò davanti a Brescia. Ma, essendosi scoperto il trattato, e presi alcuni de' congiurati, niun movimento si fece nella città. Il Gritti non iscoraggito per questo, giacchè giunsero a rinforzarlo alcune migliaia di villani, volle tentar colla forza ciò che non s'era potuto ottener colla frode. Fu dato nel dì 5 di febbraio da più parti l'assalto e la scalata a Brescia; e perciocchè finalmente sollevossi il popolo gridando ad alte vociMarco, Marco,il signor di Luda comandante franzese co' suoi e co' nobili del suo seguito si ritirò nel castello. Dato fu il sacco alle case de' nobili fuggiti, e a quanto v'era de' Franzesi; e stentò assaissimo il Gritti a trattenere gl'ingordi soldati e villani dal far peggio. Stesasi questa nuova a Bergamo, anche quella città, a riserva del castello, alzò le bandiere di San Marco: segno che i Franzesi non sapeano acquistarsi l'amore de' popoli. Corse bene il Trivulzio a Bergamo, ma ritrovò serrate ivi le porte per lui; però si ridusse a Crema, e quella città preservò dalla ribellione. In Venezia per tali acquisti si fecero per tre dì immense allegrezze. Intanto a Gastone di Fois giunsero l'uno dietro l'altro corrieri coll'avviso della perdita di Brescia e di Bergamo. Per sì dolorosa nuova non punto sbigottito il generoso principe, dopo aver lasciato inBologna il signor della Foglietta con quattrocento lancie e secento arcieri, eFederigo da Bozzolocon quattro mila fanti, nel lunedì 8 di febbraio col resto della sua gente s'avviò a Cento. Fu nel dì seguente al Bondeno e alla Stellata. Nel mercordì passò il Po, e si fermò ad Ostia. L'altro dì passò il Tartaro a Nogara; dove saputo cheGian-Paolo Baglionegovernatore dell'armata veneta era pervenuto all'isola della Scala con trecento lancie e mille fanti, scortando dodici cannoni da batteria e gran copia di munizioni per l'espugnazione del castello di Brescia, subito spinse circa mille e ducento cavalli a quella volta. Il Baglione, avvertito da' contadini, spronò coi suoi il più che potè. Giunsero i Franzesi alla torre del Magnano addosso alconte Guido Rangone, che marciava con altre fanterie e con trecento cavalli. Fatta egli testa, cominciò valorosamente a difendersi; ma sopraffatto dalla gente che di mano in mano arrivava, e cadutogli sotto il cavallo, rimase egli con altri non pochi prigione. Si contarono più di trecento fanti sul campo estinti, oltre ai prigionieri. Il resto si salvò col Baglione. Questa pugna seguì circa le quattro ore della notte al chiaro della neve, e al lume delle stelle. Vennero poi i vincitori ad alloggiare in varie ville,dove si trovò aver eglino fatto quel giorno, senza mai trarre la briglia ai cavalli, miglia cinquanta: cosa che so non sarà creduta; ma io, che fui presente sul fatto, ne faccio vera testimonianza. Queste son parole dell'Anonimo Padovano, la cui Storia manuscritta è in mio potere.
Somma in questo mentre fu la sollecitudine e lo sforzo diAndrea Gritti, per veder pure se poteva espugnare il castello di Brescia; unì schiere assaissime di villani armati; dappertutto accrebbe le fortificazioni e le guardie, animando specialmente con bella orazione il popolo alla difesa, e con ricavarne per risposta, che tutti erano pronti a mettere la vita loro e de' proprii figliuoli, e quanto aveano, piuttosto che tornare sotto il crudeldominio oltramontano. Nel martedì della seguente settimana giunse Gastone in vicinanza di Brescia, e la notte introdusse nel castello quattrocento lancie (con rimandare indietro i lor cavalli) e tre mila fanti. Fece nel dì seguente intimare al popolo, che se non si rendevano in quel dì, darebbe la città a sacco; e che, rendendosi, otterrebbe il perdono dal re. Altra risposta non riportò, se non che si voleano difendere sino alla morte. Attese quella notte chi avea giudizio a mettere in monistero le lor mogli e figliuole, e a seppellir ori, argenti e gioie, dove più pensavano che fossero sicuri. La mattina seguente, all'apparir del giorno, che fu il dì 19 di febbraio, cioè il giovedì grasso dell'anno presente, giorno sempre memorando, scesero dal castello i Franzesi. Si leggeva nei lor volti l'impazienza e il furore per la voglia e speranza del vagheggiato bottino. Battaglia fiera seguì ai primi ripari de' Veneziani. Superati questi colla morte di circa due mila Veneti, entrarono i Franzesi con grande schiamazzo nella città, e ferocemente assalita la gente d'armi che era alla difesa della piazza, dopo un sanguinoso combattimento, la mise in rotta. Intanto il resto dell'armata franzese che era fuori della città, aspettando che si aprisse qualche porta, vide spalancarsi quella di San Nazaro, per cui fuggiva con ducento cavalli il conte Luigi Avogadro, promotore di quella congiura. Restò egli prigione, ed entrate quelle milizie, finirono d'uccidere, dissipare e far prigioni i Veneti e Bresciani armati, con tante grida e rumore, che parea che rovinasse il mondo. Mirabili cose vi foce Gastone di Fois, non solo come capitano, ma come ottimo soldato. Si fece conto che vi morissero più di sei mila fra cittadini e Veneziani, o fra gli altriFederigo Contarinocapitano di tutti i cavalli leggeri della repubblica. Rimasero prigioniAndrea Gritti legato, Antonio Giustinianopodestà,Gian-Paolo Manfrone, ed altri assaissimi uffiziali. Dei Franzesi vimorirono più di mille persone. Terminata la battaglia, si scatenarono gli arrabbiati vincitori per dare il sacco a quell'opulenta ed infelice città. Durò questo quasi per due giorni, ne' quali non si può dire quanta fosse la crudeltà di que' cani, giacchè in sì fatte occasioni gli armati non san più d'essere, non dirò cristiani, ma neppur uomini, e peggiori si scuoprono delle fiere stesse. Non contenti de' mobili di qualche prezzo, fecero prigioni tutti i benestanti cittadini, obbligandoli con tormenti inuditi a rivelar le robe e danari ascosi, o a pagare delle esorbitanti taglie; e molti, per non poterle pagare, furono trucidati. Entrarono anche in ogni monistero di religiosi, e tutto il bene ivi ricoverato restò in loro preda. Sul principio ancora del sacco non pochi scellerati soldati, senza far conto del divieto fatto dal generale Gastone, forzarono le porte di alcuni conventi di sacre vergini, commettendovi cose da non dire. Ma avendone esso generale fatti impiccare non so quanti, provvide alla sicurezza di que' sacri luoghi, dove s'erano rifugiate quasi tutte le donne bresciane. La sera finalmente del venerdì uscì bando, sotto pena della vita, che cessasse il saccheggio, e che nel dì seguente tutti i soldati uscissero di città. Appena udirono sì grande scempio i Bergamaschi, che nella seguente domenica tornarono all'ubbidienza de' Franzesi, e collo sborso di venti mila scudi impetrarono il perdono. L'Avogadro ed altri autori di tanto male alla loro patria, nel dì appresso furono decapitati e squartati; e due figli del primo da lì ad un anno anch'essi ebbero reciso il capo in Milano. Tal fine ebbe questa lagrimevol tragedia, che fece incredibile strepito per tutta l'Europa.
Intantopapa Giuliopiù che mai inviperito contra del re di Francia, e risoluto, come egli sempre andava dicendo, di voler cacciare i Barbari d'Italia, senza pensare se questo fosse un mestiere da sommo pastor della Chiesa e vicario diCristo, movea cielo e terra per levare gli amici ad esso re Cristianissimo, e per tirargli addosso dei nemici. Gli riuscì di condurreMassimiliano Cesaread una tregua di dieci mesi co'Veneziani, mediante lo sborso di cinquanta mila fiorini renani, e in fine di staccarlo affatto dai Franzesi. Seppe far tanto, cheArrigo red'Inghilterra si diede a fare un potente preparamento d'armi per muovere guerra alla Francia.Ferdinando il Cattolico, oltre a quella che faceva in Italia, fu incitato ancora a cominciarne un'altra ne' Pirenei. Nuovi e gagliardi maneggi fece parimente il pontefice col denaro e con altri regali, per tirar di nuovo gli Svizzeri contra dello Stato di Milano. Vedeva ilre Lodovicotutti questi nuvoli in aria, ed intanto avea sulle spalle gli eserciti pontificio, veneto e spagnuolo, che maggior apprensione gli recavano per gli Stati d'Italia. Perciò inviò ordine aGastone di Foisdi tentar la fortuna con una battaglia. Gastone, sentendosi invitato al suo giuoco, e sapendo da altra parte che Bologna si trovava continuamente infestata e come bloccata dalle armi del papa e del vicerè Cardona, passò a Ferrara per concertare colduca Alfonsoquanto era da fare. E dacchè ebbe ricevuto un rinforzo di trecento lancie e di quattro mila fanti guasconi e piccardi, e cinque mila fanti tedeschi, condotti da Jacob e Filippo capitani di gran nome in Germania; fece la rassegna dell'armata sua, che si trovò ascendere a lancie ossia uomini d'arme mille e ottocento, a quattro mila arcieri e a sedici mila fanti. Nel dì 26 di marzo mosse dal Finale di Modena l'armata sua verso la Romagna, e al luogo del Bentivoglio seco si unì Alfonso duca di Ferrara colle sue truppe, e con gran copia d'artiglierie e munizioni. A questo avviso, ilcardinal de' Medicilegato e ilCardonasi ritirarono verso la montagna di Faenza col loro esercito, consistente in mille e cinquecento lancie, in tre mila cavalli leggieri e in diciotto mila fanti. Non aveano voglia di venire alle mani,perchè speravano che, tirando in lungo la faccenda, calerebbono gli Svizzeri nello Stato di Milano, ed unicamente pensavano a difficultar le vettovaglie al campo franzese. Giunto Gastone a Cotignola, arrivarono oratori diMassimiliano Cesaread intimar gravi pene ai Tedeschi militanti al soldo del re Cristianissimo; ma senza frutto, avendo que' capitani risposto di non voler mancare alla lor fede. Fu dunque presa la risoluzione nel campo franzese di marciare alla volta di Ravenna. Per non lasciarsi alle spalle il forte e ricco castello di Russi, giacchè arrogantemente fu risposto dagli abitanti all'intimazione di rendersi, convenne adoperar le artiglierie, e con un fiero e sanguinoso assalto impadronirsene. Vi furono tagliate a pezzi (se vogliam prestar fede all'Anonimo Padovano, che sembra essere intervenuto a quel macello) circa mille persone tra soldati e terrazzani, e dato un orrido sacco all'infelice luogo. Il Guicciardino molto men dice de' morti. Indi passò l'esercito sotto Ravenna, alla cui difesa dianzi era stato inviatoMarcantonio Colonnacon cento lancie, ducento cavalli leggeri e mille fanti. Disposte le sue artiglierie, cominciò tosto il duca di Ferrara a bersagliar quelle vecchie mura con un continuo tremuoto. Formata la breccia, si venne all'assalto nel venerdì santo, giorno ben santificato da quella gente; e durò la battaglia per quattro ore, sostenuta con tal vigore dal Colonna, che vi perirono fra l'una e l'altra parte da mille e cinquecento fanti, la maggior parte italiani, e vi restò malamente feritoFederigo da Bozzolo, valente capitano de' Franzesi.
A questi avvisi, il vicerè Cardona, non volendo lasciar perdere Ravenna, fu necessitato a muoversi coll'armata collegata, e venne a postarsi in un forte alloggiamento, tre miglia lungi da quella città, dove si afforzò con alzar terra e cavar fosse fatte a mano colla maggior celerità possibile. Trovavasi il general franzese in sommo imbroglio, perchèvedea i nemici ostinati a schivar la zuffa; e intanto l'armata sua si trovava in gran disagio, perchè erano cinque giorni che gli uomini campavano di solo frumento cotto e d'acqua, e i cavalli non istavano meglio, perchè cibati anch'essi di solo frumento e di poche foglie di salici; sicchè era necessario o ritirarsi o avventurare giornata campale. Fu preso l'ultimo partito, e tutto il sabbato santo fu impiegato a prepararsi per sì orrida danza. La mattina dunque del dì 11 di aprile, correndo la maggior festa dell'anno, cioè la Risurrezion del Signore, giorno celebrato con tanta divozione da tutto il Cristianesimo, ma funestato da coloro con tanti sdegni e spargimenti di sangue, l'esercito franzese in ordinanza marciò contra del collegato. Con essi Franzesi era ilcardinale San Severino, legato del conciliabolo di Pisa, che pareva un san Giorgio, perchè armato da capo a' piedi. Prevalse fra gli Spagnuoli il parere diPietro Navarro, che non si avesse ad uscir dai trinceramenti, credendo egli maggior vantaggio l'aspettar di piè fermo il nemico dietro ai ripari. Ma il senno del duca di Ferrara trovò la maniera di cacciarli fuor della tana; perciocchè, postate le batterie de' suoi grossi cannoni in un buon sito, cominciò con tal furia a percuotere entro le lor trincee i collegati, che, per attestato dell'Anonimo Padovano, il quale diligentemente descrive questo gran fatto d armi, vi restarono uccise circa due mila persone, e più di cinquecento cavalli sventrati. Allora i capitani, veggendo così malmenata la lor gente senza poter fare resistenza, chiesero licenza al vicerè di uscire a battaglia. Scrive il Guicciardini che fu il valorosoFabrizio Colonnache annoiato di sì brutto giuoco, senza dimandarne permissione, sboccò fuor dei ripari, e diede principio alla mischia, seguitato poi dal resto dell'armata. Gareggiavano in bravura questi due eserciti. L'odio delle nazioni, l'amor della gloria, la necessità infiammavano il cuor diognuno. Però terribile fu il combattimento, e una giornata simile non s'era da gran tempo veduta in Italia. All'istituto mio non lice il descriverne le circostanze. Però basterà di dire che andarono in rotta i pontificii e Spagnuoli, specialmente per la strage che ne fecero le bombarde del duca Alfonso, postate ai loro fianchi; confessando il Bembo che egli con questi bronzi e col suo stuolo fu cagione della vittoria in gran parte. Perderono i vinti tutte le loro artiglierie, e buona parte delle insegne e dello equipaggio, con lasciar morti sul campo ottocento uomini d'armi, mille trecento cavalli leggeri e sette mila fanti, e con restar prigionieri il cardinale legato, cioèGiovanni de Medici, ilmarchese di Bitonto,Ferdinando d'Avalosmarchese di Pescara, allora giovinetto, che poi riuscì capitano di gran nome, ilprincipe di Bisignano, ilCarvajalePietro NavarroSpagnuoli con altri non pochi uffiziali. Il prodeFabrizio Colonna, per sua buona ventura, restò prigione di Alfonso duca di Ferrara, cioè d'un principe che gli usò tutte le maggiori finezze, nè volle poi riscatto, siccome vedremo. Restarono fra i morti ilduca d'Alba, ilconte di Montebasso, ilValmontoneed altri capitani. Si salvò a Cesena ilCardona, dove attese a raccogliere le reliquie del tanto sminuito e sbandato esercito.
Ma se piansero per la loro mala sorte i collegati, non ebbero già occasion di ridere i Franzesi per la loro vittoria. Imperocchè, secondo l'Anonimo Padovano, che mostra d'aver avuta buona contezza di questa sì sanguinosa giornata, vi perirono settecento uomini di armi, ottocento ottanta arcieri e nove mila fanti, e, tra' principali uffiziali loro,Ivo d'Allegrecon due figli, amendue capitani d'arcieri,la Grotta,Villadura, i due capitani de' TedeschiFilippoeJacobed altri ch'io tralascio. Ilsignore di Lautrec, carico di ferite, ritrovato fra i morti, e poi curato in Ferrara, salvò la vita. Certamente è uno sbaglio di stampa ildirsi nella Storia del Guicciardino chetra l'uno e l'altro esercito perirono almeno dieci mila persone. Tanto il Giovio che il Mocenigo, il Bembo, il Buonaccorsi, il Nardi ed altri storici mettono almeno sedici migliaia di morti. Ma ciò che contrappesò la perdita de' collegati, fu la morte dello stesso generaleGastone di Fois. A questo valoroso principe, giovane di ventiquattr'anni, dopo aver fatto delle stupende azioni di valore e di saggia condotta in quello spaventoso combattimento, parea di aver fatto nulla, se non inseguiva con circa mille cavalli un corpo di tre mila fanti spagnuoli, che ben serrato si ritirava dal campo. Un colpo di archibuso il colpì in questa azione, per cui diede fine alle sue vittorie, lasciando una perenne memoria del suo senno e coraggio, e una ferma opinione che, s'egli fosse soppravvivuto, avrebbe fatto conquiste e meraviglie maggiori. Fu poi portato a Milano il suo corpo, ed ivi con esequie magnifiche e in sepolcro nobilissimo seppellito. Terminata la sanguinosa battaglia,Marcantonio Colonna, dopo aver consigliato i Ravennati di andar la mattina per tempo ad offerire la città ai vincitori, per ottener le migliori condizioni che potessero, si ritirò nella cittadella. Poi, nella mezza notte, lasciato ivi un capitano con cento fanti, perchè mancavano le provvisioni, col resto de' suoi se ne andò a Rimini. Comparvero, sul far del dì, i deputati di Ravenna al campo franzese; ma mentre ivi si trattava della capitolazione, i fanti Guasconi, non sazii del bottino fatto il dì innanzi, ed avidi di far vendetta dei tanti de' suoi uccisi nella battaglia, si arrampicarono per la breccia delle mura di Ravenna, e facilmente cacciati quei pochi cittadini che vi erano in guardia, penetrarono nella città. Dietro loro di mano in mano entrò il resto della fanteria, e tutti poi si diedero non solamente a saccheggiar le case, ma anche ad uccidere chiunque scontravano per le strade, senza riguardo a sesso od età. Niunrispetto si ebbe alle cose sacre, e il barbarico furore d'alcuni giunse ad introdursi in un monistero di sacre vergini, con ivi commettere ogni maggiore eccesso. Tutto era urli e pianti. Avvisato di tanto disordine ilsignor della Palissa, capo pro interim dell'armata, corse col legato e con altri capitani all'infelice città, e i primi suoi passi furono a quel monistero, e quanti vi si trovarono dentro (erano trentaquattro) li fece immediatamente impiccar per la gola alle finestre. Questo spettacolo e un bando generale servì per mettere fine al saccheggio, e tutti i soldati uscirono della città. Il terrore intanto sparso per tutta la Romagna cagione fu che le città di Faenza, Cervia, Imola, Cesena, Rimini e Forlì, a riserva delle rocche, mandassero le chiavi al campo franzese, per esentarsi da mali maggiori, e la cittadella di Ravenna per pochi giorni si sostenne. Fu esibito al duca di Ferrara il comando dell'armata gallica; ma egli, conoscendo che gente indisciplinata, orgogliosa e bestiale fosse quella, se ne scusò con buona maniera. E tanto più se ne astenne, perchè, come principe savio già prevedeva che il re Cristianissimo con tanti minacciosi venti che erano oltramonti per aria, non potrebbe più attendere agli affari d'Italia, nè a rinforzar quella troppo infievolita armata. Però ritiratosi a Ferrara, cominciò a pensare come potesse salvar sè stesso nell'imminente naufragio. Infatti la famosa vittoria di Ravenna fu l'ultima delle glorie franzesi nella presente guerra, e la fortuna voltò loro da lì innanzi le spalle.
Arrivata che fu a Roma, dove era tornato il pontefice, la gran nuova del suddetto fatto d'armi, non si può dire che paura e scompiglio ivi nascesse. Cominciarono allora più che mai i saggi porporati a tempestarpapa Giulio, perchè venisse ad una pace; ed egli colla paura in corpo una volta tenne delle strette pratiche per essa, e massimamente per essersi traspirato cheProsperoColonna,Roberto Orsino,Pietro Marganoed altri baroni romani meditavano delle novità. Ma da che si seppe il netto della battaglia, e che sì caro era costato ai Franzesi il loro trionfo, rinculò ben tosto, e più di prima si confermò nella brama e speranza di cacciarli d'Italia. A questa risoluzione maggiormente li accesero sicuri avvisi che i re di Spagna e d'Inghilterra moveano guerra alla Francia, e che venti mila Svizzeri, condotti dalcardinal Sedunenseossia di Sion, coi danari d'esso papa e de' Veneziani, erano pronti a calare in Italia. Venne intanto ordine dal re Lodovico alsignor della Palissa, creato governator di Milano, di ritirarsi alla difesa di quello Stato. Tanto fece egli con lasciar leggieri presidii in Ravenna e Bologna. Ma dacchè s'intese mosso l'esercito pontificio alla volta della Romagna,Federigo da Bozzolo, lasciato in Ravenna, abbandonata quella città, sen venne colla poca sua gente a rinforzar Bologna. Diede papa Giulio principio al concilio lateranense nel dì 3 di maggio, con iscarso concorso nondimeno di prelati; ed ivi furono dichiarati nulli tutti gli atti del ridicolo conciliabolo pisano. Sul principio ancora di giugno pervennero per la via di Trento sul Veronese gli Svizzeri e Tedeschi, e alla mostra furono trovati circa diciotto mila fanti scelti. Con loro si congiunse l'esercito de' Veneziani, consistente in mille uomini d'arme, due mila cavalli leggieri, sei mila fanti e gran quantità di artiglierie. Erasi postato il signor della Palissa a Valeggio presso il Mincio, per contrastar loro il passo. Ma, sentendosi troppo debole di forze, nel dì 9 di giugno si ritirò andando verso Ponte Vico. Sopravvenuto poi ordine daMassimiliano Cesare, già dichiarato nemico de' Franzesi, che richiamava tutti i fanti tedeschi che erano al loro soldo, quattro mila d'essi nel medesimo dì se ne tornarono alle lor case: il che fu cagione che il Palissa precipitosamente si ricoverasse a Pizzighettone, e passasse l'Adda, sempre infestatodai corridori dell'esercito collegato, che era passato di là dal Mincio. Gran bisbiglio e movimento era in questi tempi per tutte le città dello Stato di Milano, a cagion della voce sparsa cheMassimiliano Sforza, figlio del fu Lodovico il Moro, avesse a riacquistarne il dominio: cosa sommamente sospirata da que' popoli, non tanto per l'antica divozione verso quella casa, e per desiderio d'aver un proprio principe, quanto ancora perchè i Franzesi d'allora mettevano in opera, dovunque comandavano, l'arte di farsi odiare. Questo infatti era il concordato da Massimiliano re dei Romani col papa. Furono i primi ad arrendersi senza contrasto alcuno i Cremonesi, ancorchè la cittadella restasse in man de' Franzesi; e nacque lite, chi avesse a prenderne il possesso pretendendo non meno i Veneziani che il commissario dello Sforza, assistito da Cesare, quella città. L'ultimo la vinse col favore degli Svizzeri, guadagnati da un regalo di quaranta o cinquanta mila ducati che loro sborsò il popolo di Cremona.
Servì ad accelerare il precipizio del dominio franzese in Italia la guerra nel medesimo tempo mossa daire d'Aragonaed'Inghilterraalla Francia; per cui il re Luigi, trovandosi molto imbrogliato, fu costretto a richiamare il Palissa di là dai monti, con ordine di lasciar ben guernite le cittadelle più forti. Si ritirò dunque il Palissa a Pavia, lasciate guarnigioni in Crema e Trezzo. Anche ilTrivulzio, scorgendo di non poter tenere la città di Milano, che tumultuava, parendo a que' cittadini un'ora mille anni di veder lo Sforza rientrare nella signoria de' suoi maggiori, dopo aver ben provveduto il castello di quella città, si ridusse a Pavia; perlochè i Milanesi alzarono tosto le bandiere sforzesche. Altrettanto fece Lodi, allorchè vi si appressò l'esercito della lega. E Bergamo si diede ai Veneziani. Marciarono i collegati con gran fretta a Pavia, per non lasciar pigliar fiato ai Franzesi che s'erano fortificati in quella città. Mail Palissa, che già scorgea commosso anche quel popolo a sedizione, e disperato il caso di sostenersi lungamente, dappoichè i nemici aveano piantate le bombarde, e passato anche il Ticino, all'improvviso colle artiglierie e bagaglio uscì di quella città, per incamminarsi alla volta d'Asti. Rottosi il ponte di legno ch'era sul Gravelone, al primo pezzo d'artiglieria grossa che volle passare, ne restarono di qua tagliati fuora tredici altri con due mila fanti tedeschi; i quali, assaliti dagli Svizzeri, fecero una memorabil difesa, finchè, vedendo morta la metà di loro, e perduta ogni speranza d'aiuto, pieni di ferite si gettarono disperatamente nel Ticino per passare all'altra riva, dove i Franzesi erano spettatori della crudel battaglia senza loro poter recare aiuto. Se ne affogarono circa ducento. Aveano i Franzesi molto prima inviato con buona scorta il legato pontificio prigione, cioèGiovanni cardinale de Medici. Allorchè fu egli al passo del Po alla Stella, oppure a Bassignana, tolto fu di mano a Franzesi, e ridotto in luogo di salvamento. Il Guicciardino di questo fatto dà l'onore ai villani del Cairo, guadagnati la notte antecedente dai familiari del cardinale. L'Anonimo Padovano ne fa autore il marchese Bernabò Malaspina; e il Giovio scrive che fu molto prima concertata la sua fuga coll'abbate Bongallo e con altri suoi amici. Gravissimi disagi patì poscia il resto dell'armata franzese; pure continuò il viaggio, e passò l'Alpi, portando seco un buon documento ai principi di non maltrattare i popoli, massimamente quei di nuova conquista. Certamente l'alterigia loro, l'aspro governo e il licenzioso procedere colle donne aveano talmente esacerbati i popoli della Lombardia, che tutti a gara, subito che se la videro bella, si sottrassero al loro dominio, anzi infierirono contro di loro. Appena partito da Milano il Trivulzio, quel popolo furiosamente si diede a svenar quanti soldati e mercatanti franzesi erano rimasti in quella città, con saccheggiarne le case e botteghe. V'hachi scrive, averne uccisi circa mille e cinquecento. Parimente in Como ne furono scannati non pochi, e nella lor fuga verso l'Alpi, contra di essi si scatenarono tutti i villani del paese, uccidendo chiunque alquanto si scostava dal corpo di battaglia. Intanto Pavia, Alessandria, Como, Tortona ed altre città inalberarono le bandiere sforzesche. Il marchese di Monferrato colle sue genti entrò in Asti e in Novara; ma non ebbe la fortezza di quest'ultima città. In tanta rivoluzion di cose trovarono maniera i ministri pontificii d'indurre i Piacentini e Parmigiani a darsi alla Chiesa: il che aprì allora un campo di doglianze e dispute del duca di Milano e dell'imperio contro il papa: dispute ravvivate poi a' giorni nostri, siccome diremo a suo tempo. Pretese inoltre il papa che Asti dovesse toccare a lui; ma non gli riuscì di aver quel boccone. Fu ancora spedito dall'esercito della legaGiano Fregosocon mille cavalli e tre mila fanti a Genova; alla comparsa de' quali, si ribellò tutto quel popolo, e i Franzesi si chiusero nel castelletto e nella fortezza della Lanterna. Fu esso Fregoso proclamato poco appresso doge di quella repubblica.
Mentre sì gran tracollo davano in Lombardia gli affari dei Franzesi, restando solamente in lor potere Brescia, Crema e qualche fortezza[Paris de Grassis. Guicciardino. Buonaccorsi. Anonimo Padovano. Nardi, ed altri.], il pontefice, raunate le reliquie dell'esercito disfatto sotto Ravenna, colla giunta di quattro altri mila fanti, spedì sul fine di maggio questa armata in Romagna, per cui tornarono quetamente alla sua ubbidienza tutte quelle città. Ne era generaleFrancesco Maria ducad'Urbino suo nipote, il quale intimò poi la resa a Bologna. Vedendo i Bentivogli disperato il caso, se n'andarono chi a Mantova, chi a Ferrara; e la città di Bologna, nel dì 10 di giugno, capitolò col duca e colcardinal Sigismondo Gonzagalegato, i quali poi vi fecero solenne entrata nella domenicaseguente 13 di giugno. Aveva intantoAlfonso ducadi Ferrara, per mezzo delmarchese di Mantovasuo cognato e diFabrizio Colonnasuo prigione (trattato non di meno non come tale, ma come suo amico), fatti varii maneggi per rientrare in grazia del pontefice, ed era anche venuto il salvocondotto per lui e per li suoi Stati. In vigore di questo, dopo aver egli mandato innanzi il Colonna ben regalato e senza taglia alcuna, s'inviò nel dì 23 di giugno a Roma, dove giunto, fu assoluto dalle censure, ed ammesso al bacio del piede di sua santità. Ma che? I principi di animo grande si fan gloria di perdonare ai supplicanti nemici. Papa Giulio, al contrario, parve che si facesse gloria fino di mancar di fede. Nel mentre che Alfonso era in Roma, il duca d'Urbino non solamente occupò Cento, la Pieve e le terre della Romagna spettanti al duca, ma eziandio inoltratosi a Reggio, non ostante il richiamo del Vitfurst governatore cesareo di Modena, che gli intimò quella essere città dell'imperio, costrinse i Reggiani alla resa. Dopo di che spogliò il duca anche di Carpi, Brescello, San Felice e Finale. Inoltre lo stesso papa cominciò a pontare, volendo, che esso duca gli cedesse il ducato di Ferrara. Perciò Alfonso, che non si sentiva voglia di far questo sacrifizio, chiese licenza, in vigore del salvocondotto, di tornarsene a casa; nè la potè ottenere. I Colonnesi coll'oratore spagnuolo che aveva anch'egli persuaso ad un principe di tanto credito il portarsi colà, iti a pregare il papa di questo, non ne riportarono che ingiurie e minaccie. Poscia si penetrò il disegno di papa Giulio di ritenerlo prigione. Allora gli onorati signori Colonnesi, cioèFabrizioeMarcantonio, che aveano obbligata la loro fede al duca, con una brigata di lor gente, sforzata la porta di San Giovanni, il cavarono di Roma, e salvo il condussero a Marino, da dove poi dopo tre mesi travestito, con deludere tutte le spie messe fuori dal pontefice, felicemente passò a Ferrara.Se queste azioni facessero onore a papa Giulio, sel può ciascuno immaginare.
Restava al papa, inflessibile nelle sue passioni, di gastigare i Fiorentini, e specialmente il gonfalonierePietro Soderino, perchè avessero permesso in Pisa il conciliabolo de' Franzesi, e dato aiuto di gente in questa guerra al re di Francia, tuttochè l'avessero fatto forzati dall'obbligo delle lor precedenti convenzioni, con essersi per altro mantenuti neutrali: della qual neutralità si ebbero poi molto a pentire. Operò dunque colla lega, che ilCardonavicerè di Napoli colle armi spagnuole entrasse nel dominio fiorentino, e rimettesse in casa i Medici, già da gran tempo banditi da quella città. Mentre i Fiorentini trattavano d'accordo, gli Spagnuoli accampati sotto la bella e ricca terra di Prato, non sapendo dove trovar vettovaglie, nel dì 30 d'agosto diedero un assalto a quella terra; e senza che quattro mila fanti, ch'erano ivi di presidio, ma troppo vili, facessero menoma resistenza, vi entrarono. Commisero costoro inudite crudeltà, maggiori delle commesse dai Franzesi in Brescia, come attesta il Giovio; il quale aggiugne ancora, che cinquemila uomini disarmati, parte soldati e parte terrazzani, furono ivi uccisi dalla inesplicabil brutalità dei vincitori. L'Anonimo Padovano ne scrive ammazzati più di tre mila. Il Guicciardini dice che vi morirono più di due mila persone, e che ilcardinal de Medicilegato pontificio, messe guardie alla chiesa maggiore, salvò l'onestà delle donne, quasi tutte colà rifuggite. Ma il Nardi e il Buonaccorsi, che registravano allora sì fieri avvenimenti, asseriscono che non fu perdonato nè a vergini sacre, nè a luoghi sacri, nè a' bambini in fasce. E quei che rimasero in vita, furono tutti eccessivamente taglieggiati, e con varii tormenti straziati, perchè pagassero ciò che non poteano. Ed ecco dove andavano a terminar le strane premure di un papa per cacciare i Barbari d'Italia, cioè con una medicina peggiore affatto del male: il che nellostesso tempo, oltre alla Toscana, provò la Lombardia, inondata allora dagli Svizzeri, divenuti formidabili da per tutto, e che da ogni lato esigevano contribuzioni, e nulla potea saziarli. Nel tornare al lor paese, occuparono la Valtellina, Chiavenna e Locarno, nè più vollero dimetterle. Nel dì 31 d'agosto il gonfaloniere Soderino, uscito di Firenze, si ritirò a Ragusi.
I Medici furono rimessi con infinite dimostrazioni d'allegrezza in città, e riformarono quel reggimento a modo loro, con dover pagare i Fiorentini al re dei Romani e al Cardona più di centoquaranta mila ducati d'oro. Restarono poi sommamente burlati anche i Veneziani dalla lor lega, chiamata allora la lega santa. Imperciocchè riuscì ben loro di ricuperar Crema per trattato segreto che fecero con Benedetto Crivello, posto dai Franzesi alla guardia di quella terra, il quale corrotto con danari, per questo tradimento fu ben ricompensato da essi Veneti. Ma non andò così per conto di Brescia, città, alle cui passate e presenti miserie si aggiunse in questi tempi anche la peste, morendo fin centocinquanta di que' cittadini per giorno. Ne formò l'esercito veneziano l'assedio, e cominciò a battere colle artiglierie le mura. Quando ecco giugnere il Cardona co' suoi Spagnuoli, ben carichi del bottino della Toscana, il quale imbrogliò tutte le loro speranze. Cominciò esso vicerè a pretendere che non solamente quella città si avesse a rendere a lui, ma anche Bergamo e Crema, già ritornate all'ubbidienza della repubblica. Erano queste pretensioni chiaramente contrarie ai patti della lega. Ma di che non è capace la smoderata avidità ed ambizione d'alcuni principi? Niun freno hanno per essi nè la pubblica fede, nè i patti, nè i giuramenti; e volesse Dio che non ne avessimo veduto ancor noi più d'un esempio a' dì nostri. Aveano già gli Svizzeri e gli Spagnuoli molto prima cominciato ad usar delle insolenze contro de' Veneziani. Le accrebbero sotto Brescia, la qualcittà, nel dì 13 di novembre, con molto onorevoli condizioni fu consegnata dalsignor d'Aubignyalvicerè Cardona. Costrinsero ancora essi Spagnuoli a rendersi Peschiera, Lignago, e i castelli di Trezzo e di Novara; siccome da un'altra parte riuscì ai Genovesi di trar con danari il castelletto della lor città di mano del castellano franzese, che poi fu squartato vivo in Lione.
Tornato che fu a' quartieri il deluso esercito veneto, si applicò quel saggio senato a trattar di pace colvescovo Gurgense, che era il plenipotenziario diMassimiliano Cesarein Italia. Volle il papa che questo negoziato si facesse in Roma; e, dettata imperiosamente la capitolazione, comandò ai Veneziani di accettarla. Conteneva essa, che Verona e Vicenza restassero a Massimiliano; che per Padova e Trivigi pagassero ad esso Cesare trecento libbre d'oro ogni anno a titolo di censo, e due mila e cinquecento libbre d'oro pel privilegio; e per le terre del Friuli ne fosse poi giudice lo stesso papa. Conobbero allora i Veneziani d'essere maltrattati e traditi anche da questa banda; ed, ancorchè si trovassero in poco buono stato per li monti d'oro spesi in guerra, pure, non ostante lo sdegno e le grida di esso papa, generosamente ricusarono di consentire a sì gravosa ed inaspettata pace, con darsi piuttosto ad intavolar accordo e lega col re di Francia, siccome diremo, giacchè il papa, in una nuova lega fatta con Massimiliano e col re di Aragona, ne avea esclusi con poco buon garbo gli stessi Veneti. Nel dì 15 di dicembre arrivò a MilanoMassimiliano Sforza, dichiarato duca da Cesare e dalla lega; nè si può esprimere con quanto giubilo, con quante feste egli fosse ricevuto dai Milanesi, e quanto magnifica fosse l'entrata sua in quella nobil città, perchè accompagnato dalcardinal di Sion, dalvescovo Gurgense, daRaimondo di Cardonavicerè, e da infinito numero di capitani e nobili italiani, tedeschi, spagnuoli e svizzeri. Anche il castello di Milano,tenuto da' Franzesi, intanto andava facendo co' grossi cannoni delle salve, d'allegrezza non già, ma di danno ai Milanesi. Rimase nondimeno il povero duca come schiavo degli Svizzeri. Nè si dee tacere che, assaltato nell'anno presente il re Cristianissimo dai re d'Aragona e d'Inghilterra, lasciò per sua negligenza che il primo, cioèFerdinando il Cattolico, occupasse la Navarra, togliendola a quel re. E perchè mancava all'Aragonese un legittimo titolo di appropriarsi quel picciolo regno, si servì d'una bolla dipapa Giulio II, che avea dichiarato decaduto da ogni suo diritto chiunque fosse aderito al conciliabolo di Pisa, concedendo a ciascuno facoltà di occupar i loro Stati. Questa bolla procurata dall'accorto re, per attestato del Mariana, tenuta fu per molto tempo segreta, e poi sfoderata al bisogno. Ma non so io, se quel re avesse creduta autorità ne' papi da donare i regni altrui quando mai contra di lui fosse stata pronunziata una simil sentenza. Maraviglia fu che ilre Luigi, per lo sdegno che nudriva contro del papa, sì pertinace promotore della di lui rovina, non si lasciasse allora trasportare all'eccesso di far creare un antipapa nel suo regno. Senza dubbio ne fu assai trattato. Probabilmente non il timore di Dio, ma quel degli uomini il trattenne. Con tali e tante turbolenze terminò l'anno presente.