MDXLAnno diCristoMDXL. IndizioneXIII.Paolo IIIpapa 7.Carlo Vimperadore 22.Nel primo giorno del presente anno[Belcaire. Spondano. Adriani. Giovio. Segni.]entròCarlo imperadorecome in trionfo nella real città di Parigi, accompagnato dalre Francesco, da' suoi figli e da tutta la magnifica sua corte. In tal congiuntura incredibile fu il concorso di nobili e popolo, non solo di Francia, ma anche di Spagna e d'Italia, in maniera che, quantunque sì vasta anche allora fosse quella metropoli, pure si trovava per tutte le sue strade così gran calca d'uomini e cavalli, che alcuni per la folla perderono la vita. Non lasciò indietro il re Cristianissimo sorta alcuna di divertimenti, come conviti, giostre, tornei ed altri spettacoli, tutti fatti con somma magnificenza e spesa, per far onore a sì grand'ospite. Tenne l'imperadore dei segreti e lunghi ragionamenti col re e co' suoi ministri, nel che pareano divenuti due fratelli que' possenti monarchi.Carlo V, da quell'accortissimo principe ch'era, incantò ognuno con belle parole di voler cedere lo Stato di Milano ad uno dei figli del re, ma con riserbarsi il compimento di così generose promesse (fatte nondimeno solamente in voce) dappoichè fosse sbrigato dall'impresa di Gante. Allorchè questa fu finita, sparirono quelle sì amichevoli intenzioni della maestà sua, venendo sempre più ad apparire che nell'Augusto Carlo, per mezzo della madre, era passato l'ingegno diFerdinando il Cattolico, il quale osservava la fede a misura dell'utile suo. Perlochè trovandosi il re Francesco oltremodo deluso, ad altro non pensò da lì innanzi che a nuocergli e a muover guerra ai di lui regni. Arrivato l'imperadore a Brusselles, si applicò tutto alle maniere di gastigar i Gantesi: al qual fine raunò alcune migliaia di fanti tedeschi e cavalli borgognoni. Allora fu che il popolo di Gante, giacchè era venuta meno ogni speranza di soccorso dalla parte dei Franzesi, nè si trovavano in istato da poterla durare contra del potente sovrano, spedirono inviati a chieder misericordia, facendogli anche sperare che troverebbe aperte le porte della città, ed ogni persona ubbidiente a' suoi cenni. Intanto alcuni de' più colpevoli, conoscendo che l'aria d'Inghilterra sarebbe più salutevole per loro, colà si rifugiarono. Ito poscia Cesare a Gante colle sue schiere, armato vi entrò, fece tagliare il capo a nove di que' cittadini, e da lì a qualche tempo a molti altri, con privar la città di tutti i suoi privilegii, ed obbligar la cittadinanza a fabbricar ivi alle sue spese una fortezza: al qual lavoro destinò Carlo per presidenteGian-Giacomo de Medicimarchese di Marignano, che ogni dì più facea progressi nella grazia di lui. Questo esempio di severità fece che tutti i Paesi Bassi col capo chino pagassero e sofferissero da lì innanzi qualsivoglia gravezza loro imposta. Ed appunto osserva il Segni che questo imperadore con mostra di granreligione e giustizia aggravava poi smisuratamente di tributi i suoi popoli di Fiandra, Milano, Napoli e Sicilia; e che i governatori suoi cavavano il cuore ai sudditi con esorbitanti aggravii: del che non si allegava esempio simile di crudeltà sotto i precedenti principi. Che libri di religione leggesse questo monarca, non vel saprei dire. Di questa sfigurata religione viene accusato da esso Segni ancheCosimo de Medici, novello duca di Firenze.Sembrò ad alcuni che di questa maligna influenza partecipasse alquanto eziandio lo stessopontefice Paolo III. Oltre ad altre gravezze da lui imposte ai popoli della Chiesa e al clero d'Italia, mise nel presente anno un dazio sopra il sale, che increbbe molto ai suoi sudditi. In Ravenna insorse per questo qualche tumulto, ma di poca durata. All'incontro, i Perugini, pazzamente dato di piglio alle armi, proruppero in un'aperta ribellione. Per metterli in dovere raunò il papa otto mila fanti italiani; quattro mila Spagnuoli ottenne da Napoli; ed aggiuntivi ottocento Tedeschi, fece marciar questa gente addosso a Perugia sotto il comando diPier-Luigisuo figlio e diAlessandro Vitelli. Le principali prodezze di costoro si ridussero a bruciare il bello e fruttifero paese intorno a quella città, non meritando nome alcune picciole scaramuccie, seguite fra essi e i Perugini. Questi avevano chiamato alla lor difesaRidolfo Baglione, e confidavano forte che il duca di Firenze Cosimo, siccome principe disgustato per non poche ragioni del papa, accorrerebbe in loro aiuto. Ma fallito questo lor disegno, trovandosi sprovveduti d'ogni cosa necessaria alla difesa, mandarono a trattar di concordia. Altro non ottennero, se non che il papa li volle a discrezione. Entrativi i ministri e soldati pontificii, per non essere da meno di Cesare in gastigare i Gantesi, fecero decapitare sei di que' gentiluomini, dieci altri ne mandarono a' confini; e, spogliato d'armi il popolo, e d'ogni autorità e privilegio quel comune, ordinarono chealle spese loro si piantasse una fortezza nella città, comprendendo in essa i palagi de' nobili Baglioni. Rimasero per questo ben umiliati i Perugini; ma non si dee tacere che tredici anni dopo ilpapa Giulio IIIrestituì loro i magistrati e gli onori, con ridurre quella città al reggimento, come era prima. Terminata questa festa, ad un'altra si diede principio, perchè i Colonnesi, capo de' quali eraAscanio Colonna, ricalcitrarono all'accresciuto prezzo del sale. Però papa Paolo, che anche senza di questo mirava di mal occhio quella nobile e potente casa, siccome quella che avea in altri tempi fatto fronte a' suoi predecessori, mosse lor guerra con un esercito di dieci mila persone. Ma perchè quest'altra scena più precisamente appartiene all'anno prossimo, allora ne parleremo.Seriamente intanto avea trattatoLuigi Badoero, ambasciator de' Veneziani a Costantinopoli, di far pace colla Porta ottomana, e gli convenne conchiuderla, non come egli volle, ma come pretese Solimano[Andr. Maurocenus. Alessandro Sardi. Segni ed altri.]. Fu obbligato il senato veneto a cedere al Turco Napoli di Romania, e Malvasia nella Morea, due terre di grande importanza, e di pagare trecento mila scudi d'oro nel termine di tre anni. Il trovarsi abbandonata quella repubblica da chi le dovea dar braccio contro le troppo superiori forze della potenza turchesca, la indusse ad accettar sì dura legge. Giunta a Venezia la nuova di questa svantaggiosa pace nel dì 27 d'aprile, grande strepito, fiere mormorazioni si suscitarono contra del Badoero, che a tanto prezzo l'avesse comperata. Era in pericolo la sua vita, non che la sua fama per questo; ma si venne col tempo a scoprire un tradimento, cosa rara in quella saggia e sì ben regolata repubblica. Dimorava in Venezia Antonio Rincone, ambasciatore di Francia; e siccome il re Francesco, non senza infamia del suo nome, teneva con Solimano non solo stretta amicizia, ma anche unaspecie di lega; così il ministro suo andava spiando tutto ciò che poteva essere di vantaggio al Turco. Venne poi a scoprir per mezzo di Costantino e Niccolò Cavazza, segretarii della repubblica, e di alcuni altri gentiluomini veneti, avere il consiglio accordato segretamente al Badoero di poter cedere, se così portasse il bisogno, le suddette due città o, per dir meglio, la Morea; e fecelo il Rincone suddetto sapere a Solimano. Però allorchè l'ambasciatore veneto affermò di non aver ordine dalla repubblica di far quella cessione, Solimano il trattò da bugiardo e sleale, e stette saldo in voler quelle due città. Leggesi presso il Du-Mont[Du-Mont, Corps Diplomat.]lo strumento di questa pace, fatto nel dì 20 d'ottobre dell'anno presente. Furono poi da lì a molto tempo scoperti in Venezia i traditori, e coll'ultimo supplizio gastigati alcuni d'essi, e gli altri si sottrassero alla giustizia col fuggirsene in Francia. Venne anche licenziato il menzionato Rincone, come persona che si abusava della sua autorità in danno della repubblica. Trovavasi in questi tempi a Messina Andrea Doria principe di Melfi con cinquantacinque galee, andando in traccia de' corsari africani. Pervenutogli l'avviso che Dragut Rais, famoso corsaro, subordinato al Barbarossa, andava in corso contro i Cristiani, spedìGiannettino Doriavaloroso nipote suo con ventuna galee e una fregata a cercarlo. Trovò egli avere il corsaro furiosamente dato il sacco a Capraia, menato più di secento anime in ischiavitù, ed essere passato ad infestare i lidi della Corsica. Il raggiunse Giannettino, il combattè, e fatto acquisto di molti de' suoi legni, prigione fra gli altri ebbe lo stesso Dragut, che fu messo alla catena col remo. Tornossene il vittorioso Doria a Messina, e presentò costui al principe suo zio, che, datone l'avviso all'imperadore, ricevette per risposta, che sua maestà il donava a lui. Rimise poi Andrea Doria questo mal arnese in libertà, con fargli pagare una grossa taglia,ma con guadagnare eziandio un biasimo non lieve presso de' cristiani; perciocchè Dragut divenne più implacabil persecutore de' medesimi e cagionò loro da lì innanzi dei gravissimi danni. Stando l'Augusto monarca in Brusselles nel dì 11 d'ottobre dell'anno presente, investì il principedon Filippofiglio suo del ducato di Milano, come consta dal diploma rapportato dal Du-Mont. Nel dì 28 di giugno (altri scrivono nel giorno ottavo di aprile) mancò di vitaFederigo II ducaprimo di Mantova, con lasciar dopo di sèFrancesco IIIprimogenito, che a lui succedette nei ducato;Guglielmo, che dopo Francesco regnò;Lodovico, che passato in Francia divenne poi duca di Nevers; eFederico, che fu poi cardinale. Erano tutti questi figli in età pupillare, e però ilcardinale Ercoleloro zio colladuchessa Margheritaprese il governo di quegli Stati.
Nel primo giorno del presente anno[Belcaire. Spondano. Adriani. Giovio. Segni.]entròCarlo imperadorecome in trionfo nella real città di Parigi, accompagnato dalre Francesco, da' suoi figli e da tutta la magnifica sua corte. In tal congiuntura incredibile fu il concorso di nobili e popolo, non solo di Francia, ma anche di Spagna e d'Italia, in maniera che, quantunque sì vasta anche allora fosse quella metropoli, pure si trovava per tutte le sue strade così gran calca d'uomini e cavalli, che alcuni per la folla perderono la vita. Non lasciò indietro il re Cristianissimo sorta alcuna di divertimenti, come conviti, giostre, tornei ed altri spettacoli, tutti fatti con somma magnificenza e spesa, per far onore a sì grand'ospite. Tenne l'imperadore dei segreti e lunghi ragionamenti col re e co' suoi ministri, nel che pareano divenuti due fratelli que' possenti monarchi.Carlo V, da quell'accortissimo principe ch'era, incantò ognuno con belle parole di voler cedere lo Stato di Milano ad uno dei figli del re, ma con riserbarsi il compimento di così generose promesse (fatte nondimeno solamente in voce) dappoichè fosse sbrigato dall'impresa di Gante. Allorchè questa fu finita, sparirono quelle sì amichevoli intenzioni della maestà sua, venendo sempre più ad apparire che nell'Augusto Carlo, per mezzo della madre, era passato l'ingegno diFerdinando il Cattolico, il quale osservava la fede a misura dell'utile suo. Perlochè trovandosi il re Francesco oltremodo deluso, ad altro non pensò da lì innanzi che a nuocergli e a muover guerra ai di lui regni. Arrivato l'imperadore a Brusselles, si applicò tutto alle maniere di gastigar i Gantesi: al qual fine raunò alcune migliaia di fanti tedeschi e cavalli borgognoni. Allora fu che il popolo di Gante, giacchè era venuta meno ogni speranza di soccorso dalla parte dei Franzesi, nè si trovavano in istato da poterla durare contra del potente sovrano, spedirono inviati a chieder misericordia, facendogli anche sperare che troverebbe aperte le porte della città, ed ogni persona ubbidiente a' suoi cenni. Intanto alcuni de' più colpevoli, conoscendo che l'aria d'Inghilterra sarebbe più salutevole per loro, colà si rifugiarono. Ito poscia Cesare a Gante colle sue schiere, armato vi entrò, fece tagliare il capo a nove di que' cittadini, e da lì a qualche tempo a molti altri, con privar la città di tutti i suoi privilegii, ed obbligar la cittadinanza a fabbricar ivi alle sue spese una fortezza: al qual lavoro destinò Carlo per presidenteGian-Giacomo de Medicimarchese di Marignano, che ogni dì più facea progressi nella grazia di lui. Questo esempio di severità fece che tutti i Paesi Bassi col capo chino pagassero e sofferissero da lì innanzi qualsivoglia gravezza loro imposta. Ed appunto osserva il Segni che questo imperadore con mostra di granreligione e giustizia aggravava poi smisuratamente di tributi i suoi popoli di Fiandra, Milano, Napoli e Sicilia; e che i governatori suoi cavavano il cuore ai sudditi con esorbitanti aggravii: del che non si allegava esempio simile di crudeltà sotto i precedenti principi. Che libri di religione leggesse questo monarca, non vel saprei dire. Di questa sfigurata religione viene accusato da esso Segni ancheCosimo de Medici, novello duca di Firenze.
Sembrò ad alcuni che di questa maligna influenza partecipasse alquanto eziandio lo stessopontefice Paolo III. Oltre ad altre gravezze da lui imposte ai popoli della Chiesa e al clero d'Italia, mise nel presente anno un dazio sopra il sale, che increbbe molto ai suoi sudditi. In Ravenna insorse per questo qualche tumulto, ma di poca durata. All'incontro, i Perugini, pazzamente dato di piglio alle armi, proruppero in un'aperta ribellione. Per metterli in dovere raunò il papa otto mila fanti italiani; quattro mila Spagnuoli ottenne da Napoli; ed aggiuntivi ottocento Tedeschi, fece marciar questa gente addosso a Perugia sotto il comando diPier-Luigisuo figlio e diAlessandro Vitelli. Le principali prodezze di costoro si ridussero a bruciare il bello e fruttifero paese intorno a quella città, non meritando nome alcune picciole scaramuccie, seguite fra essi e i Perugini. Questi avevano chiamato alla lor difesaRidolfo Baglione, e confidavano forte che il duca di Firenze Cosimo, siccome principe disgustato per non poche ragioni del papa, accorrerebbe in loro aiuto. Ma fallito questo lor disegno, trovandosi sprovveduti d'ogni cosa necessaria alla difesa, mandarono a trattar di concordia. Altro non ottennero, se non che il papa li volle a discrezione. Entrativi i ministri e soldati pontificii, per non essere da meno di Cesare in gastigare i Gantesi, fecero decapitare sei di que' gentiluomini, dieci altri ne mandarono a' confini; e, spogliato d'armi il popolo, e d'ogni autorità e privilegio quel comune, ordinarono chealle spese loro si piantasse una fortezza nella città, comprendendo in essa i palagi de' nobili Baglioni. Rimasero per questo ben umiliati i Perugini; ma non si dee tacere che tredici anni dopo ilpapa Giulio IIIrestituì loro i magistrati e gli onori, con ridurre quella città al reggimento, come era prima. Terminata questa festa, ad un'altra si diede principio, perchè i Colonnesi, capo de' quali eraAscanio Colonna, ricalcitrarono all'accresciuto prezzo del sale. Però papa Paolo, che anche senza di questo mirava di mal occhio quella nobile e potente casa, siccome quella che avea in altri tempi fatto fronte a' suoi predecessori, mosse lor guerra con un esercito di dieci mila persone. Ma perchè quest'altra scena più precisamente appartiene all'anno prossimo, allora ne parleremo.
Seriamente intanto avea trattatoLuigi Badoero, ambasciator de' Veneziani a Costantinopoli, di far pace colla Porta ottomana, e gli convenne conchiuderla, non come egli volle, ma come pretese Solimano[Andr. Maurocenus. Alessandro Sardi. Segni ed altri.]. Fu obbligato il senato veneto a cedere al Turco Napoli di Romania, e Malvasia nella Morea, due terre di grande importanza, e di pagare trecento mila scudi d'oro nel termine di tre anni. Il trovarsi abbandonata quella repubblica da chi le dovea dar braccio contro le troppo superiori forze della potenza turchesca, la indusse ad accettar sì dura legge. Giunta a Venezia la nuova di questa svantaggiosa pace nel dì 27 d'aprile, grande strepito, fiere mormorazioni si suscitarono contra del Badoero, che a tanto prezzo l'avesse comperata. Era in pericolo la sua vita, non che la sua fama per questo; ma si venne col tempo a scoprire un tradimento, cosa rara in quella saggia e sì ben regolata repubblica. Dimorava in Venezia Antonio Rincone, ambasciatore di Francia; e siccome il re Francesco, non senza infamia del suo nome, teneva con Solimano non solo stretta amicizia, ma anche unaspecie di lega; così il ministro suo andava spiando tutto ciò che poteva essere di vantaggio al Turco. Venne poi a scoprir per mezzo di Costantino e Niccolò Cavazza, segretarii della repubblica, e di alcuni altri gentiluomini veneti, avere il consiglio accordato segretamente al Badoero di poter cedere, se così portasse il bisogno, le suddette due città o, per dir meglio, la Morea; e fecelo il Rincone suddetto sapere a Solimano. Però allorchè l'ambasciatore veneto affermò di non aver ordine dalla repubblica di far quella cessione, Solimano il trattò da bugiardo e sleale, e stette saldo in voler quelle due città. Leggesi presso il Du-Mont[Du-Mont, Corps Diplomat.]lo strumento di questa pace, fatto nel dì 20 d'ottobre dell'anno presente. Furono poi da lì a molto tempo scoperti in Venezia i traditori, e coll'ultimo supplizio gastigati alcuni d'essi, e gli altri si sottrassero alla giustizia col fuggirsene in Francia. Venne anche licenziato il menzionato Rincone, come persona che si abusava della sua autorità in danno della repubblica. Trovavasi in questi tempi a Messina Andrea Doria principe di Melfi con cinquantacinque galee, andando in traccia de' corsari africani. Pervenutogli l'avviso che Dragut Rais, famoso corsaro, subordinato al Barbarossa, andava in corso contro i Cristiani, spedìGiannettino Doriavaloroso nipote suo con ventuna galee e una fregata a cercarlo. Trovò egli avere il corsaro furiosamente dato il sacco a Capraia, menato più di secento anime in ischiavitù, ed essere passato ad infestare i lidi della Corsica. Il raggiunse Giannettino, il combattè, e fatto acquisto di molti de' suoi legni, prigione fra gli altri ebbe lo stesso Dragut, che fu messo alla catena col remo. Tornossene il vittorioso Doria a Messina, e presentò costui al principe suo zio, che, datone l'avviso all'imperadore, ricevette per risposta, che sua maestà il donava a lui. Rimise poi Andrea Doria questo mal arnese in libertà, con fargli pagare una grossa taglia,ma con guadagnare eziandio un biasimo non lieve presso de' cristiani; perciocchè Dragut divenne più implacabil persecutore de' medesimi e cagionò loro da lì innanzi dei gravissimi danni. Stando l'Augusto monarca in Brusselles nel dì 11 d'ottobre dell'anno presente, investì il principedon Filippofiglio suo del ducato di Milano, come consta dal diploma rapportato dal Du-Mont. Nel dì 28 di giugno (altri scrivono nel giorno ottavo di aprile) mancò di vitaFederigo II ducaprimo di Mantova, con lasciar dopo di sèFrancesco IIIprimogenito, che a lui succedette nei ducato;Guglielmo, che dopo Francesco regnò;Lodovico, che passato in Francia divenne poi duca di Nevers; eFederico, che fu poi cardinale. Erano tutti questi figli in età pupillare, e però ilcardinale Ercoleloro zio colladuchessa Margheritaprese il governo di quegli Stati.