MDXLI

MDXLIAnno diCristoMDXLI. IndizioneXIV.Paolo IIIpapa 8.Carlo Vimperadore 23.La guerra frapapa PaoloedAscanio Colonnadiede in questi tempi pascolo ai cacciatori di nuove. Andò l'esercito pontificio, comandato daPier-Luigi Farnese, a mettere campo a Rocca di papa, e cominciò a batterla colle artiglierie. Trovavasi allora Ascanio a Ginazzano, ed avendo inviato alquante schiere in soccorso di quella terra, ebbe la mala ventura; perchè, rotte le sue genti, in gran parte rimasero uccise o prigioniere. Perciò da lì a qualche tempo quella rocca capitolò la resa. Passarono l'armi pontificie sotto Palliano, e vi trovarono alla difesaFabio Colonnacon un grosso presidio di mille e cinquecento fanti, che, tosto usciti fuori, diedero il ben venuto ai papalini, uccidendo i bufali che tiravano le artiglierie, e poco mancò che queste non inchiodassero. Furono fatte molte azioni sotto quella terra e sotto Ceciliano, a cui nello stesso tempo fu posto l'assedio. Dopo gran tempo s'impadronìil Farnese di Palliano e della sua cittadella, di Ceciliano, Ruviano e d'ogni altro castello posseduto da Ascanio Colonna in quel della Chiesa. Furono, d'ordine del papa, smantellate dai fondamenti le loro fortezze; nel qual tempo tanto il vicerè di Napoli, quanto l'imperadore, della cui protezione godevano i Colonnesi, con tutto il desiderio di dar loro aiuto, nulla si attentarono di fare in lor favore, per non inimicarsi il papa. IntantoCarlo Augustodalla Fiandra passò in Germania, per quetar, se potea, i torbidi funestissimi della religione, e per disporre un buon argine alla guerra che veniva minacciata dal sultano de' Turchi all'Ungheria. Per conto della religione, niun vantaggio se ne ricavò. Fece nuove premure il legato pontificio per la celebrazione d'un concilio generale, desiderato sommamente anche dall'imperadore; ma perchè insorsero discrepanze intorno al luogo, bramandolo il papa in Italia, e gli altri in Germania, intorno a questo importante punto nulla per allora si conchiuse. Quanto all'Ungheria, mandò bensì ilre Ferdinandol'esercito suo all'assedio di Buda, occupata dallaregina vedovadelre Giovanni, ma ne riportò una considerabil rotta dall'armata di Solimano, che in persona accorse colà, ed appresso s'impadronì della stessa città di Buda, capitale di quel regno.Ora l'imperador Carlo, tuttochè paresse necessaria la presenza sua in quelle parti, esigendola i bisogni della Cristianità, cotanto malmenata dai Turchi; pure, siccome avido di gloria, avendo disegnato un'altra impresa, s'incamminò alla volta d'Italia. Cioè si era messo in animo di far guerra ad Algeri, gran nido di corsari, e sede del formidabil Barbarossa che tenea tanto inquiete le coste del Mediterraneo cristiano, e massimamente la Spagna. A questo fine avea egli approntata una poderosissima flotta in Ispagna e in Italia sotto il comando diAndrea Doria. Calò dunque Cesare nel mese di agosto a Trento, dove fu ad inchinarlo ilmarchese del Vastocolla nobiltà milanese, e comparve ancora a fargli riverenzaErcole II ducadi Ferrara, edOttavio Farneseduca di Camerino. Passato a Milano, fu in quella città accolto con ogni possibil onore e magnificenza. Altrettanto fecero i Genovesi, allorchè pervenne alla loro città. Erasi già concertato un abboccamento da tenersi tra il papa ed esso Augusto in Lucca; però il pontefice si mosse da Roma nel dì 27 di settembre, senza far caso de' medici, che gli sconsigliavano questo viaggio pei pericolosi caldi della stagione, e per la sua troppo avanzata età. Ma prevalse in lui la premura di levar le difficoltà insorte pel concilio generale, e d'impedir una nuova guerra che già si presentiva aversi a destare dalre Francescocontra d'esso imperadore. Imperocchè, manipolando sempre il re franzese le maniere di sminuire la potenza austriaca, e mantenendo perciò non senza discredito suo una stretta corrispondenza ed amicizia con Solimano imperadore de' Turchi, avea nel precedente luglio messo in viaggio due suoi oratori alla Porta ottomana, cioèAntonio RinconeSpagnuolo, che, bandito dalla patria, era passato molto tempo prima al suo servigio, ed, inviato a Costantinopoli, era stato ben veduto dal sultano. Di costui e delle sue trame in Venezia parlammo di sopra. Il Rincone adunque conCesare Fregoso, confidando nella tregua che tuttavia durava fra Carlo V e Francesco I, venuto in Italia, s'imbarcò sul fiume Po, meditando di passare a Venezia. Per quanto gli dicesse il Fregoso, che trovandosi egli dichiarato ribelle dell'imperadore, non era compreso nella tregua, e poter senza pena essere secondo le leggi ucciso da chicchessia; pure si ostinò in quel viaggio. Arrivati che furono il Rincone e il Fregoso alla sboccatura del Ticino, eccoti sopraggiugnere gente incognita in barca, che li colse amendue, e poi li trucidò. Fortunatamente un'altra barca, dove era il segretario del Rincone colle istruzioni, si salvò a Piacenza. Atale avviso montò nelle furie il re Francesco, e, imputando al marchese del Vasto la loro cattura e morte, pretese rotta la tregua, e contravvenuto al diritto delle genti.Arrivò nel dì 8 di settembrepapa Paoloa Lucca, e nel dì 10 vi fece la sua entrata anche l'Augusto Carlo, che tenne poi varie conferenze colla santità sua. Osserva il Segni che Carlo portava una cappa di panno nero, un saio simile senza alcun fornimento, e in capo un cappelluccio di feltro, e stivali in gamba, coprendo con quest'abito semplicissimo un'ambizion superiore a quella d'Ottavio Augusto monarca del mondo. Al corteggio di sua maestà si trovarono iduchi di Ferrara e di Firenze; e perciocchè il primo prese la mano sul secondo, col tempo insorsero liti di precedenza traAlfonso II ducadi Ferrara e lo stesso Cosimo, che servirono di passatempo ai politici, e di scandalo presso d'altri. Si trattò in Lucca del concilio, e sebben più d'uno lasciò scritto che ivi si determinò di tenerlo in Trento, pure il Rinaldi, annalista pontificio, con buoni documenti ci assicura che niuna determinazione fu presa allora intorno al luogo. Vi si parlò di lega contra il Turco, e di conservar la pace; ma colà giunto ilsignor di Monìambasciator franzese, alla presenza del papa richiese i suoi due presi oratori (che non erano già in vita), e giustizia contro ilmarchese del Vasto. Tanto l'imperadore che il marchese stettero saldi in negar d'essere autori consapevoli del fatto: il perchè maggiormente adirato il re di Francia, fece ritenere in LioneGiorgio d'Austriaarcivescovo di Valenza e vescovo di Liegi. Quindi, acciecato dallo spirito di vendetta, contrasse la lega coi re di Svezia e Danimarca, e con altri principi tutti eretici; e sempre più strinse l'amicizia con Solimano gran signore ai danni dell'imperadore. Ancor qui vien preteso che neppur trascurasse il buon pontefice in questa occasione di procurare i vantaggi della propria casa, conproporre a Cesare, che quando a lui non piacesse di soddisfare alle richieste del re Cristianissimo, con cedergli il ducato di Milano, si compiacesse di metterlo almeno in deposito nelle mani del duca Ottavio Farnese, nipote d'esso papa, e genero del medesimo Augusto; il quale, finchè fossero decise le controversie fra la maestà sua e il re di Francia, pagherebbe censo, e lo renderebbe poi a chi fosse di dovere. Se questo ripiego riusciva all'accorto pontefice, sperava ben egli che di quel deposito o tardi o non mai si sarebbe veduto il fine. Che l'imperadore non rigettasse affatto la proposizione, si rende non inverisimile da quanto diremo altrove.Affaticossi poi il papa, unito adAndrea Doriae ad altri generali cesarei, per dissuadere aCarlo Vl'impresa d'Algeri, siccome troppo pericolosa per la stagione avanzata, in cui suole imperversare il mare; ma non si lasciò egli smuovere punto, forse credendo di avere sposata la fortuna, che certo fin qui gli si era mostrata molto propizia; ma ebbe bene a pentirsene da lì a non molto. Non più di tre giorni si fermò egli in Lucca, e passato al golfo della Spezia, di là spiegò le vele alla volta di Maiorica, per ivi far l'unione di tutto il suo potente stuolo, dov'era imbarcata numerosa fanteria italiana, spagnuola e tedesca, con un rinforzo di cavalleria. Non potè sarpar le ancore se non il dì 18 d'ottobre, tempo disfavorevole alle imprese di mare in paese nemico. Arrivato sotto Algeri, diede principio all'assedio col fracasso delle artiglierie. Ma ecco nel dì 25 d'ottobre sorgere un vento di tramontana si fiero, che conquassò ben cento e trenta legni dei cristiani. Ruppersi molti di essi, e chi non perì nel mare, fuggendo a terra, trovava la morte per li Mori posti alla guardia de' lidi. Restò l'esercito cesareo sotto Algeri senza vettovaglie, senza paglia pei cavalli, senza fuoco, perchè combattuto da una dirotta pioggia e dal furiosissimo vento. Forza dunque fu di levareil campo, e d'imbarcare, come si potè, la gente nelle galee e navi che non erano perite; e perchè luogo non restava a' bei cavalli di Spagna, parte de' quali avea servito di cibo alle affamate soldatesche, se ne fece un macello. Molti poi di questi legni, tuttavia perseguitati dalla tempesta, colle genti che vi erano sopra, rimasero preda dell'onde. Gli altri sbandati, chi alla Spezia, chi a Livorno e chi alle spiagge di Spagna approdarono. Ridottosi l'imperadore a Bugia, porto dell'Africa mal sicuro, colle galee di Spagna ed altre navi, fu, per la continuata fierezza del mare, costretto a fermarsi ivi per venticinque giorni, dove anche si fracassarono alcune sue galee; e finchè venuta un po' di bonaccia, s'imbarcò; ma rispinto di nuovo colà, finalmente nel dì 28 di novembre fece vela verso la Spagna, e a dì 3 di dicembre prese porto a Cartagena, portando seco una memoria indelebile di sì grave sciagura che fece tanto strepito per tutta l'Europa, e insieme la gloria di aver mostrato un costante ed eroico animo in tutta quella lagrimevole occasione: gastigo della sua testardaggine o troppa fiducia della sua fortuna.

La guerra frapapa PaoloedAscanio Colonnadiede in questi tempi pascolo ai cacciatori di nuove. Andò l'esercito pontificio, comandato daPier-Luigi Farnese, a mettere campo a Rocca di papa, e cominciò a batterla colle artiglierie. Trovavasi allora Ascanio a Ginazzano, ed avendo inviato alquante schiere in soccorso di quella terra, ebbe la mala ventura; perchè, rotte le sue genti, in gran parte rimasero uccise o prigioniere. Perciò da lì a qualche tempo quella rocca capitolò la resa. Passarono l'armi pontificie sotto Palliano, e vi trovarono alla difesaFabio Colonnacon un grosso presidio di mille e cinquecento fanti, che, tosto usciti fuori, diedero il ben venuto ai papalini, uccidendo i bufali che tiravano le artiglierie, e poco mancò che queste non inchiodassero. Furono fatte molte azioni sotto quella terra e sotto Ceciliano, a cui nello stesso tempo fu posto l'assedio. Dopo gran tempo s'impadronìil Farnese di Palliano e della sua cittadella, di Ceciliano, Ruviano e d'ogni altro castello posseduto da Ascanio Colonna in quel della Chiesa. Furono, d'ordine del papa, smantellate dai fondamenti le loro fortezze; nel qual tempo tanto il vicerè di Napoli, quanto l'imperadore, della cui protezione godevano i Colonnesi, con tutto il desiderio di dar loro aiuto, nulla si attentarono di fare in lor favore, per non inimicarsi il papa. IntantoCarlo Augustodalla Fiandra passò in Germania, per quetar, se potea, i torbidi funestissimi della religione, e per disporre un buon argine alla guerra che veniva minacciata dal sultano de' Turchi all'Ungheria. Per conto della religione, niun vantaggio se ne ricavò. Fece nuove premure il legato pontificio per la celebrazione d'un concilio generale, desiderato sommamente anche dall'imperadore; ma perchè insorsero discrepanze intorno al luogo, bramandolo il papa in Italia, e gli altri in Germania, intorno a questo importante punto nulla per allora si conchiuse. Quanto all'Ungheria, mandò bensì ilre Ferdinandol'esercito suo all'assedio di Buda, occupata dallaregina vedovadelre Giovanni, ma ne riportò una considerabil rotta dall'armata di Solimano, che in persona accorse colà, ed appresso s'impadronì della stessa città di Buda, capitale di quel regno.

Ora l'imperador Carlo, tuttochè paresse necessaria la presenza sua in quelle parti, esigendola i bisogni della Cristianità, cotanto malmenata dai Turchi; pure, siccome avido di gloria, avendo disegnato un'altra impresa, s'incamminò alla volta d'Italia. Cioè si era messo in animo di far guerra ad Algeri, gran nido di corsari, e sede del formidabil Barbarossa che tenea tanto inquiete le coste del Mediterraneo cristiano, e massimamente la Spagna. A questo fine avea egli approntata una poderosissima flotta in Ispagna e in Italia sotto il comando diAndrea Doria. Calò dunque Cesare nel mese di agosto a Trento, dove fu ad inchinarlo ilmarchese del Vastocolla nobiltà milanese, e comparve ancora a fargli riverenzaErcole II ducadi Ferrara, edOttavio Farneseduca di Camerino. Passato a Milano, fu in quella città accolto con ogni possibil onore e magnificenza. Altrettanto fecero i Genovesi, allorchè pervenne alla loro città. Erasi già concertato un abboccamento da tenersi tra il papa ed esso Augusto in Lucca; però il pontefice si mosse da Roma nel dì 27 di settembre, senza far caso de' medici, che gli sconsigliavano questo viaggio pei pericolosi caldi della stagione, e per la sua troppo avanzata età. Ma prevalse in lui la premura di levar le difficoltà insorte pel concilio generale, e d'impedir una nuova guerra che già si presentiva aversi a destare dalre Francescocontra d'esso imperadore. Imperocchè, manipolando sempre il re franzese le maniere di sminuire la potenza austriaca, e mantenendo perciò non senza discredito suo una stretta corrispondenza ed amicizia con Solimano imperadore de' Turchi, avea nel precedente luglio messo in viaggio due suoi oratori alla Porta ottomana, cioèAntonio RinconeSpagnuolo, che, bandito dalla patria, era passato molto tempo prima al suo servigio, ed, inviato a Costantinopoli, era stato ben veduto dal sultano. Di costui e delle sue trame in Venezia parlammo di sopra. Il Rincone adunque conCesare Fregoso, confidando nella tregua che tuttavia durava fra Carlo V e Francesco I, venuto in Italia, s'imbarcò sul fiume Po, meditando di passare a Venezia. Per quanto gli dicesse il Fregoso, che trovandosi egli dichiarato ribelle dell'imperadore, non era compreso nella tregua, e poter senza pena essere secondo le leggi ucciso da chicchessia; pure si ostinò in quel viaggio. Arrivati che furono il Rincone e il Fregoso alla sboccatura del Ticino, eccoti sopraggiugnere gente incognita in barca, che li colse amendue, e poi li trucidò. Fortunatamente un'altra barca, dove era il segretario del Rincone colle istruzioni, si salvò a Piacenza. Atale avviso montò nelle furie il re Francesco, e, imputando al marchese del Vasto la loro cattura e morte, pretese rotta la tregua, e contravvenuto al diritto delle genti.

Arrivò nel dì 8 di settembrepapa Paoloa Lucca, e nel dì 10 vi fece la sua entrata anche l'Augusto Carlo, che tenne poi varie conferenze colla santità sua. Osserva il Segni che Carlo portava una cappa di panno nero, un saio simile senza alcun fornimento, e in capo un cappelluccio di feltro, e stivali in gamba, coprendo con quest'abito semplicissimo un'ambizion superiore a quella d'Ottavio Augusto monarca del mondo. Al corteggio di sua maestà si trovarono iduchi di Ferrara e di Firenze; e perciocchè il primo prese la mano sul secondo, col tempo insorsero liti di precedenza traAlfonso II ducadi Ferrara e lo stesso Cosimo, che servirono di passatempo ai politici, e di scandalo presso d'altri. Si trattò in Lucca del concilio, e sebben più d'uno lasciò scritto che ivi si determinò di tenerlo in Trento, pure il Rinaldi, annalista pontificio, con buoni documenti ci assicura che niuna determinazione fu presa allora intorno al luogo. Vi si parlò di lega contra il Turco, e di conservar la pace; ma colà giunto ilsignor di Monìambasciator franzese, alla presenza del papa richiese i suoi due presi oratori (che non erano già in vita), e giustizia contro ilmarchese del Vasto. Tanto l'imperadore che il marchese stettero saldi in negar d'essere autori consapevoli del fatto: il perchè maggiormente adirato il re di Francia, fece ritenere in LioneGiorgio d'Austriaarcivescovo di Valenza e vescovo di Liegi. Quindi, acciecato dallo spirito di vendetta, contrasse la lega coi re di Svezia e Danimarca, e con altri principi tutti eretici; e sempre più strinse l'amicizia con Solimano gran signore ai danni dell'imperadore. Ancor qui vien preteso che neppur trascurasse il buon pontefice in questa occasione di procurare i vantaggi della propria casa, conproporre a Cesare, che quando a lui non piacesse di soddisfare alle richieste del re Cristianissimo, con cedergli il ducato di Milano, si compiacesse di metterlo almeno in deposito nelle mani del duca Ottavio Farnese, nipote d'esso papa, e genero del medesimo Augusto; il quale, finchè fossero decise le controversie fra la maestà sua e il re di Francia, pagherebbe censo, e lo renderebbe poi a chi fosse di dovere. Se questo ripiego riusciva all'accorto pontefice, sperava ben egli che di quel deposito o tardi o non mai si sarebbe veduto il fine. Che l'imperadore non rigettasse affatto la proposizione, si rende non inverisimile da quanto diremo altrove.

Affaticossi poi il papa, unito adAndrea Doriae ad altri generali cesarei, per dissuadere aCarlo Vl'impresa d'Algeri, siccome troppo pericolosa per la stagione avanzata, in cui suole imperversare il mare; ma non si lasciò egli smuovere punto, forse credendo di avere sposata la fortuna, che certo fin qui gli si era mostrata molto propizia; ma ebbe bene a pentirsene da lì a non molto. Non più di tre giorni si fermò egli in Lucca, e passato al golfo della Spezia, di là spiegò le vele alla volta di Maiorica, per ivi far l'unione di tutto il suo potente stuolo, dov'era imbarcata numerosa fanteria italiana, spagnuola e tedesca, con un rinforzo di cavalleria. Non potè sarpar le ancore se non il dì 18 d'ottobre, tempo disfavorevole alle imprese di mare in paese nemico. Arrivato sotto Algeri, diede principio all'assedio col fracasso delle artiglierie. Ma ecco nel dì 25 d'ottobre sorgere un vento di tramontana si fiero, che conquassò ben cento e trenta legni dei cristiani. Ruppersi molti di essi, e chi non perì nel mare, fuggendo a terra, trovava la morte per li Mori posti alla guardia de' lidi. Restò l'esercito cesareo sotto Algeri senza vettovaglie, senza paglia pei cavalli, senza fuoco, perchè combattuto da una dirotta pioggia e dal furiosissimo vento. Forza dunque fu di levareil campo, e d'imbarcare, come si potè, la gente nelle galee e navi che non erano perite; e perchè luogo non restava a' bei cavalli di Spagna, parte de' quali avea servito di cibo alle affamate soldatesche, se ne fece un macello. Molti poi di questi legni, tuttavia perseguitati dalla tempesta, colle genti che vi erano sopra, rimasero preda dell'onde. Gli altri sbandati, chi alla Spezia, chi a Livorno e chi alle spiagge di Spagna approdarono. Ridottosi l'imperadore a Bugia, porto dell'Africa mal sicuro, colle galee di Spagna ed altre navi, fu, per la continuata fierezza del mare, costretto a fermarsi ivi per venticinque giorni, dove anche si fracassarono alcune sue galee; e finchè venuta un po' di bonaccia, s'imbarcò; ma rispinto di nuovo colà, finalmente nel dì 28 di novembre fece vela verso la Spagna, e a dì 3 di dicembre prese porto a Cartagena, portando seco una memoria indelebile di sì grave sciagura che fece tanto strepito per tutta l'Europa, e insieme la gloria di aver mostrato un costante ed eroico animo in tutta quella lagrimevole occasione: gastigo della sua testardaggine o troppa fiducia della sua fortuna.


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