MDXLIIAnno diCristoMDXLII. IndizioneXV.Paolo IIIpapa 9.Carlo Vimperadore 24.Pe' buoni uffizii dipapa Paolosi era nell'anno addietro astenutoFrancesco redi Francia dal muover guerra aCarlo imperadore, essendoglisi fatto conoscere il sommo vitupero, in cui sarebbe incorso, se in tempo che Cesare facea l'impresa di Algeri in benefizio della cristianità di tutto il Mediterraneo, e per conseguente anche della Francia, egli avesse impugnate l'armi contra di lui. Ma dacchè vide sì infelicemente terminata quella spedizione, e che in tanto sconcerto delle forze di Cesare si poteano sperar maggiori progressi, raunato un potentissimo esercito, in quattro diversisiti sul principio della primavera portò la guerra addosso agli Stati di esso Augusto, pretendendo guasta la tregua fra loro per la morte del Rincone e del Fregoso. Inviò dunqueArrigo il delfinofiglio suo primogenito con poderoso esercito all'assedio di Perpignano, capitale del Rossiglione, frontiera della Spagna. ACarlo duca d'Orleanssuo secondogenito diede l'incumbenza d'assalire con altro vigoroso corpo d'armati il ducato di Lucemburgo. Ilduca di Clevescol signor di Longavilla con altre milizie ebbe ordine di passare ostilmente contro il Brabante, eAntonio di Borbone ducadi Vandomo contro la Piccardia. Disposto un sì grave apparato, nel dì 10 di luglio dichiarò pubblicamente la guerra allo imperadore, persuadendosi che, colto da tante parti, in alcuna almeno di esse avesse a soccombere. Non era approvata dai suoi generali più prudenti questa divisione di forze, sostenendo essi che più buona ventura si potea promettere da un gagliardissimo unito esercito, che da tanti ritagli; ma niuno osò di contraddire alla risoluzion già presa da un re che credea saperne più di loro. Altro a me intorno a quelle guerre non resta da dire, se non che bravamente si difese lo imperadore in tutti que' siti, e che incendii e guasti furon ben fatti, ma senza alcun rilevante guadagno dal canto dei Franzesi, e con avere esso re Francesco gittati più milioni per nulla ottenere.Neppure dimenticò in questi tempi esso re Cristianissimo gli affari di Piemonte, dove i suoi capitani teneano ed aveano ben fortificate le città di Torino, di Pinerolo ed altri luoghi. Impadronissi il signor di Bellay di Cherasco, e di là passò sotto la città d'Alba; ma non vi si fermò gran tempo, per avervi trovato chi sapea difenderla. Arrivato intanto di Francia il signor di Annebò con sette mila fanti tra italiani e franzesi veterani, l'armata loro, forse ascendente a diciotto mila combattenti, imprese l'assedio di Cuneo, castello forte a piè de' colli diTenda, dove si uniscono due fiumi discendenti dall'Alpi. Si era conservata questa terra sotto l'ubbidienza diCarlo duca di Savoia, senza voler ammettere guarnigione imperiale, siccome aveano fatto Asti, Vercelli, Ivrea, Fossano, Chieri, Cherasco ed altre terre, doveAlfonso marchese del Vastogovernatore di Milano teneva presidio cesareo. Il popolo di Cuneo fu in tal congiuntura forzato a chiedere soccorso al marchese, che vi mandò sessanta cavalli con due compagnie di fanti. Questo picciolo aiuto, unito al valore de' terrazzani, che fecero una gagliarda difesa, obbligò dopo qualche tempo gli assedianti franzesi a ritirarsi di là: avvenimento non diverso da altri del secolo prossimo passato, e che abbiam veduto rinnovato nel 1744, in cui l'armi franzesi e spagnuole, dopo lungo assedio di quella forte terra o città, han dovuto battere la ritirata con gloria diCarlo Emmanuelere di Sardegna e duca di Savoia. Per mancanza poi di paghe si sbandò la gente condotta dall'Annebò. Di costoro, che voleano passare sul Piacentino, il marchese del Vasto ne uccise circa settecento a Monteruzzo, e gli altri si dispersero per le langhe, onde ancora furono cacciati. Riuscì al soprallodato marchese di prendere in quest'anno Villanuova d'Asti, Carmagnola, Carignano e qualche altro picciolo luogo; colle quali imprese terminò la campagna in Piemonte, stando il duca di Savoia a compiagnere la funesta scena che faceano le due nemiche armate sulle terre del suo dominio.Lasciossi tanto accecare in questi tempi dalla malnata passione sua ilre di Francia Francesco I, che giunse a commettere un'azione che sarà di perpetua infamia, non dirò già alla nazion franzese, che niun assenso prestò alle sconsigliate risoluzioni del re, anzi le detestò, come apparisce dalle storie; ma bensì allo stesso re Francesco, che, dimentico d'essere cristiano, nonchè Cristianissimo, per soddisfare al fiero appetito dellavendetta insieme e dell'ambizione, spedì a Costantinopoli Antonio Polino e il signor di Ramon a trattar lega col gran signore Solimano a' danni dell'imperador Carlo Ve delre d'Ungheria Ferdinandosuo fratello. Restò conchiuso fra loro che il Barbarossa con potente armata navale verrebbe nel Mediterraneo ad unirsi co' Franzesi, e che Solimano in persona con ducento mila combattenti continuerebbe l'acquisto del regno di Ungheria. Ma perchè era di molto avanzata la stagione, si differì all'anno seguente l'effettuazione di sì obbrobrioso trattato. Non erano ascose apapa Paolo IIIqueste mene del re franzese, e ne provava gran pena pel nero turbine che soprastava a tanti innocenti cristiani, esposti alla desolazion del paese o alla schiavitù, e ad abiurar la religione, e per l'evidente pericolo che crescesse la potenza turchesca, a cui anche potea venir fatto di occupar qualche sito importante nelle viscere della cristianità d'Occidente. Scrisse più lettere, spedì legati, inculcando sempre più ragioni e preghiere per condurre i due emuli monarchi alla pace: tutto nondimeno indarno, rovesciando cadaun d'essi sopra l'altro la colpa di tanti sconcerti, ed amendue ostinati ed accaniti l'un contro l'altro. L'anno fu questo, in cui pel buon maneggio diGiovanni Morone vescovodi Modena, insigne per la sua dottrina, prudenza ed eloquenza, e nunzio pontificio in Germania, rimasero spianate le difficoltà sin qui insorte intorno al luogo, dove s'avea a tenere il concilio generale; e si fissò la risoluzione di aprirlo nella città di Trento. Sopra di che formò lo zelante pontefice Paolo nel dì 22 di maggio una bolla, rapportata dal Rinaldi, in cui informò tutti i regni cattolici che nel dì primo del prossimo novembre se ne farebbe l'apertura nella città suddetta. Di buon'ora si scatenarono i protestanti contra di questo santo decreto, quasichè dovesse da loro prender legge la Chiesa cattolica. Ma neppur in questoanno si potè dar principio a quella sacra assemblea per cagion delle guerre che più che mai continuarono.Provossi in questi tempi, specialmente nella Lombardia, il flagello delle locuste passate dal Levante in Italia[Isnardi, Diario Ferrarese MS. Alessandro Sardi.]. Erano alate, e più grandi delle solite a vedersi, perchè lunghe un dito; volando adombravano il sole per lo spazio di uno o due miglia; e dovunque passavano, faceano un netto di tutte le erbe ed ortaglie. Nota il Surio[Surius, Commentar. Campana, Vita di Fil. II.]che in questo medesimo anno la Slesia e la Misnia in Germania nel tempo di state patirono lo stesso infortunio. Venuto poi il verno, perirono esse locuste, ma infettando l'aria col loro fetore; e guai a chi non ebbe la cura di seppellirle. Tremuoti ancora spaventosi riempierono di terrore nel giugno di quest'anno la Sicilia e la Toscana, e caddero molti edifizii, e perirono centinaia di persone, massimamente nella terra di Scarperia e in tutto il Mugello, con risentirsene Firenze, Pisa, Volterra, Lucca ed altri luoghi. Questi erano flagelli presenti; eppur la buona gente li prendea solamente per presagii e preludii di maggiori disgrazie. Merita benGasparo Contarino cardinaleche qui si faccia menzione dell'immatura sua morte, accaduta in Bologna nel dì primo di settembre dell'anno presente, e non già del seguente, come alcuno ha scritto; perchè in lui mancò un gran lume del sacro collegio. Ma in questo medesimo annopapa Paoloavea fatta una promozione di cardinali nel dì 2 di giugno, in cui fra gli altri egregi personaggi ottennero la porpora il suddettoGiovanni Morone arcivescovodi Modena,Gregorio CorteseeTommaso Badia, amendue Modenesi, illustri per la loro dottrina e per altre doti.
Pe' buoni uffizii dipapa Paolosi era nell'anno addietro astenutoFrancesco redi Francia dal muover guerra aCarlo imperadore, essendoglisi fatto conoscere il sommo vitupero, in cui sarebbe incorso, se in tempo che Cesare facea l'impresa di Algeri in benefizio della cristianità di tutto il Mediterraneo, e per conseguente anche della Francia, egli avesse impugnate l'armi contra di lui. Ma dacchè vide sì infelicemente terminata quella spedizione, e che in tanto sconcerto delle forze di Cesare si poteano sperar maggiori progressi, raunato un potentissimo esercito, in quattro diversisiti sul principio della primavera portò la guerra addosso agli Stati di esso Augusto, pretendendo guasta la tregua fra loro per la morte del Rincone e del Fregoso. Inviò dunqueArrigo il delfinofiglio suo primogenito con poderoso esercito all'assedio di Perpignano, capitale del Rossiglione, frontiera della Spagna. ACarlo duca d'Orleanssuo secondogenito diede l'incumbenza d'assalire con altro vigoroso corpo d'armati il ducato di Lucemburgo. Ilduca di Clevescol signor di Longavilla con altre milizie ebbe ordine di passare ostilmente contro il Brabante, eAntonio di Borbone ducadi Vandomo contro la Piccardia. Disposto un sì grave apparato, nel dì 10 di luglio dichiarò pubblicamente la guerra allo imperadore, persuadendosi che, colto da tante parti, in alcuna almeno di esse avesse a soccombere. Non era approvata dai suoi generali più prudenti questa divisione di forze, sostenendo essi che più buona ventura si potea promettere da un gagliardissimo unito esercito, che da tanti ritagli; ma niuno osò di contraddire alla risoluzion già presa da un re che credea saperne più di loro. Altro a me intorno a quelle guerre non resta da dire, se non che bravamente si difese lo imperadore in tutti que' siti, e che incendii e guasti furon ben fatti, ma senza alcun rilevante guadagno dal canto dei Franzesi, e con avere esso re Francesco gittati più milioni per nulla ottenere.
Neppure dimenticò in questi tempi esso re Cristianissimo gli affari di Piemonte, dove i suoi capitani teneano ed aveano ben fortificate le città di Torino, di Pinerolo ed altri luoghi. Impadronissi il signor di Bellay di Cherasco, e di là passò sotto la città d'Alba; ma non vi si fermò gran tempo, per avervi trovato chi sapea difenderla. Arrivato intanto di Francia il signor di Annebò con sette mila fanti tra italiani e franzesi veterani, l'armata loro, forse ascendente a diciotto mila combattenti, imprese l'assedio di Cuneo, castello forte a piè de' colli diTenda, dove si uniscono due fiumi discendenti dall'Alpi. Si era conservata questa terra sotto l'ubbidienza diCarlo duca di Savoia, senza voler ammettere guarnigione imperiale, siccome aveano fatto Asti, Vercelli, Ivrea, Fossano, Chieri, Cherasco ed altre terre, doveAlfonso marchese del Vastogovernatore di Milano teneva presidio cesareo. Il popolo di Cuneo fu in tal congiuntura forzato a chiedere soccorso al marchese, che vi mandò sessanta cavalli con due compagnie di fanti. Questo picciolo aiuto, unito al valore de' terrazzani, che fecero una gagliarda difesa, obbligò dopo qualche tempo gli assedianti franzesi a ritirarsi di là: avvenimento non diverso da altri del secolo prossimo passato, e che abbiam veduto rinnovato nel 1744, in cui l'armi franzesi e spagnuole, dopo lungo assedio di quella forte terra o città, han dovuto battere la ritirata con gloria diCarlo Emmanuelere di Sardegna e duca di Savoia. Per mancanza poi di paghe si sbandò la gente condotta dall'Annebò. Di costoro, che voleano passare sul Piacentino, il marchese del Vasto ne uccise circa settecento a Monteruzzo, e gli altri si dispersero per le langhe, onde ancora furono cacciati. Riuscì al soprallodato marchese di prendere in quest'anno Villanuova d'Asti, Carmagnola, Carignano e qualche altro picciolo luogo; colle quali imprese terminò la campagna in Piemonte, stando il duca di Savoia a compiagnere la funesta scena che faceano le due nemiche armate sulle terre del suo dominio.
Lasciossi tanto accecare in questi tempi dalla malnata passione sua ilre di Francia Francesco I, che giunse a commettere un'azione che sarà di perpetua infamia, non dirò già alla nazion franzese, che niun assenso prestò alle sconsigliate risoluzioni del re, anzi le detestò, come apparisce dalle storie; ma bensì allo stesso re Francesco, che, dimentico d'essere cristiano, nonchè Cristianissimo, per soddisfare al fiero appetito dellavendetta insieme e dell'ambizione, spedì a Costantinopoli Antonio Polino e il signor di Ramon a trattar lega col gran signore Solimano a' danni dell'imperador Carlo Ve delre d'Ungheria Ferdinandosuo fratello. Restò conchiuso fra loro che il Barbarossa con potente armata navale verrebbe nel Mediterraneo ad unirsi co' Franzesi, e che Solimano in persona con ducento mila combattenti continuerebbe l'acquisto del regno di Ungheria. Ma perchè era di molto avanzata la stagione, si differì all'anno seguente l'effettuazione di sì obbrobrioso trattato. Non erano ascose apapa Paolo IIIqueste mene del re franzese, e ne provava gran pena pel nero turbine che soprastava a tanti innocenti cristiani, esposti alla desolazion del paese o alla schiavitù, e ad abiurar la religione, e per l'evidente pericolo che crescesse la potenza turchesca, a cui anche potea venir fatto di occupar qualche sito importante nelle viscere della cristianità d'Occidente. Scrisse più lettere, spedì legati, inculcando sempre più ragioni e preghiere per condurre i due emuli monarchi alla pace: tutto nondimeno indarno, rovesciando cadaun d'essi sopra l'altro la colpa di tanti sconcerti, ed amendue ostinati ed accaniti l'un contro l'altro. L'anno fu questo, in cui pel buon maneggio diGiovanni Morone vescovodi Modena, insigne per la sua dottrina, prudenza ed eloquenza, e nunzio pontificio in Germania, rimasero spianate le difficoltà sin qui insorte intorno al luogo, dove s'avea a tenere il concilio generale; e si fissò la risoluzione di aprirlo nella città di Trento. Sopra di che formò lo zelante pontefice Paolo nel dì 22 di maggio una bolla, rapportata dal Rinaldi, in cui informò tutti i regni cattolici che nel dì primo del prossimo novembre se ne farebbe l'apertura nella città suddetta. Di buon'ora si scatenarono i protestanti contra di questo santo decreto, quasichè dovesse da loro prender legge la Chiesa cattolica. Ma neppur in questoanno si potè dar principio a quella sacra assemblea per cagion delle guerre che più che mai continuarono.
Provossi in questi tempi, specialmente nella Lombardia, il flagello delle locuste passate dal Levante in Italia[Isnardi, Diario Ferrarese MS. Alessandro Sardi.]. Erano alate, e più grandi delle solite a vedersi, perchè lunghe un dito; volando adombravano il sole per lo spazio di uno o due miglia; e dovunque passavano, faceano un netto di tutte le erbe ed ortaglie. Nota il Surio[Surius, Commentar. Campana, Vita di Fil. II.]che in questo medesimo anno la Slesia e la Misnia in Germania nel tempo di state patirono lo stesso infortunio. Venuto poi il verno, perirono esse locuste, ma infettando l'aria col loro fetore; e guai a chi non ebbe la cura di seppellirle. Tremuoti ancora spaventosi riempierono di terrore nel giugno di quest'anno la Sicilia e la Toscana, e caddero molti edifizii, e perirono centinaia di persone, massimamente nella terra di Scarperia e in tutto il Mugello, con risentirsene Firenze, Pisa, Volterra, Lucca ed altri luoghi. Questi erano flagelli presenti; eppur la buona gente li prendea solamente per presagii e preludii di maggiori disgrazie. Merita benGasparo Contarino cardinaleche qui si faccia menzione dell'immatura sua morte, accaduta in Bologna nel dì primo di settembre dell'anno presente, e non già del seguente, come alcuno ha scritto; perchè in lui mancò un gran lume del sacro collegio. Ma in questo medesimo annopapa Paoloavea fatta una promozione di cardinali nel dì 2 di giugno, in cui fra gli altri egregi personaggi ottennero la porpora il suddettoGiovanni Morone arcivescovodi Modena,Gregorio CorteseeTommaso Badia, amendue Modenesi, illustri per la loro dottrina e per altre doti.