MDXLIXAnno diCristoMDXLIX. IndizioneVII.Paolo IIIpapa 16.Carlo Vimperadore 31.Dopo avere il regal principedon Filippo d'Austrialasciato in Milano un gran credito di signor generoso e liberale, nel dì 8 di gennaio del presente anno partì da colà, e, ricevuto uno splendido trattamento daFrancesco duca di Mantova, alla qual città si portò ancheErcole II duca di Ferraraper inchinarlo, passò a Trento, continuando poscia il viaggio sino a Brusselles, dove fece la sua entrata nel dì primo d'aprile, accolto con tenerezza dal padre Augusto. L'intenzion dell'imperadore di chiamarlo colà era stata di fargli giurar fedeltà da' popoli della Fiandra; il che eseguirono essi di tutto buon cuore. Ma si aggiunse un'altra idea, fabbricata dall'amor paterno ed ambizioso di Carlo cioè si diede egli a meditare nel tempo stesso di farlo anche re de' Romani, e trattossi di ciò infatti nella dieta d'Augusta dell'anno seguente; ma con trovarsi ilre Ferdinandotroppo renitente alla cessione di quella dignità. Se non concordassero in questo varii autori, parrebbe inverisimile un siffatto progetto. Ma nè Ferdinando avea sì poco senno da sacrificare alle voglie del fratello quell'illustre dignità, nè i principi della Germania erano sì mal avveduti di permettere la continuazion d'una unione o potenza che facea paura a tutti. In questi tempiArrigo II redi Francia, non sapendo soffrire che la sua città di Bologna in Piccardia avesse a restar in mano degli Inglesi anche per alquanti anni, e di doverla comperare con tante somme d'oro accordate nella pace fatta con loro dalre Francesco Isuo padre, determinò di adoperar la forza per ricuperarla, conessersi fatto assolvere dal papa dal giuramento ed obbligo di pagare il pattuito danaro. Parvegli anche propizio il tempo, perchè in Inghilterra erano insorte gravi discordie, e durava tuttavia la guerra degl'Inglesi contro la Scozia, assistita dall'armi della Francia. Perciò andò con un possente esercito a mettere l'assedio alla città di Bologna, dichiarando aperta guerra agl'Inglesi; ma quantunque s'impadronisse di qualche forte, nulladimeno inutili per quest'anno rimasero i suoi sforzi contro d'essa città. Godevasi intanto in Italia la pace, ma pace turbata da continui sospetti di guerra per cagion di Parma e Piacenza; e tutti attendevano a premunirsi. Ebbero, ciò non ostante, a piagnere le marine, e specialmente della Sicilia, Calabria e Riviera di Genova. Corseggiava nel Mediterraneo dopo la morte del Barbarossa maestro, il famoso corsale Dragut rais con quaranta legni; nè solamente prendeva quanti navigli mercantili gli venivano alle mani, ma eziandio facea sbarco di tanto in tanto alle coste della cristianità, con mettere a sacco i villaggi, ed asportarne ancora gran copia d'anime cristiane, condannate dipoi ad una penosa servitù. Mancava a costui un buon nido; sel procacciò egli nell'anno presente coll'impossessarsi a forza d'armi della città appellata Africa o Tripoli nelle coste di Barberia. Quivi si piantò egli e fortificò, concependo poi speranza di stendere più in là il dominio suo.Ondeggiava intantopapa Paolofra varii pensieri intorno agli affari di Parma e Piacenza, e ricevea da Cesare parole di corte, quante ne volea. Ora pretendeva l'imperadore Carloche si esaminassero le ragioni della Chiesa e dello Stato di Milano su quella città, ed ora proponeva cambii, comparendo sempre disposto a compiacere il papa, ma con interna risoluzione di far quel solo uso che conveniva al proprio interesse. Prese dunque il pontefice il partito, a ciò consigliato dai più saggi porporati, di unir di nuovoParma alla Chiesa, e di torla al nipote Ottavio, con animo di reintegrarlo, cioè di dargli di nuovo Camerino, giudicando che Parma in man della Chiesa verrebbe più rispettata dai potentati cattolici. Con questa idea richiamò a Roma il nipote, spedì a Parma con segrete istruzioniCamillo Orsino, Capitan generale della Chiesa, il qual giunto colà, prese il comando dell'armi e il governo d'essa città, attendendo poscia a fortificarla, e a ben provvederla di vettovaglie e munizioni da guerra: il che recò non poca gelosia adon Ferrante Gonzaga. Stette lungamente aspettando il duca Ottavio qual dovesse essere il suo destino, lusingato dal pontefice ora colle speranze di espugnar la pertinacia di Cesare, ed ora colle proposizioni avanzate di una lega colla Francia. Finalmente s'impazientò, massimamente all'udire che si trattava di ceder Parma adon Oraziosuo fratello, e Camerino a lui, e al considerare che in tanto egli si trovava spogliato di Parma, benchè d'essa investito, e che, venendo a mancare il decrepito papa, correa rischio di neppur ottenere o di perdere Camerino. All'improvviso dunque, senza saputa dell'avolo papa, venne per le poste a Parma, credendo di farsene, come prima, padrone; ma Camillo Orsino insospettito per non aver egli recata lettera o ordine alcuno del pontefice, si mise alla parata d'ogni accidente, col disporre guardie dappertutto; e lasciò bensì entrare in Parma il duca, ma il tenne sì corto, che non osò di tentare novità veruna. Con tutto ciò, le speranze di Ottavio erano riposte nella cittadella, avendo tenuta già intelligenza per questo col castellano d'essa, e perciò fece istanza di visitar anche quelle fortificazioni. Quivi parimente si trovò egli burlato, per essersi pentito il castellano, che ricusò d'ammetterlo dentro: il perchè tutto fumante di collera uscì di città, e si ritirò a Torchiara castello del conte Sforza Santafiore suo cugino, dove, per mezzo delcardinale di Trento, cominciòun trattato condon Ferrante Gonzagaper acconciarsi coll'imperadore. Dacchè il pontefice ebbe intesa l'impensata fuga del nipote, diede nelle smanie, persuaso che la gente non crederebbe ciò fatto senza consenso suo; e tosto gli spedì dietro un corriere per richiamarlo. E perchè ebbe avviso dall'Orsino del tentativo da lui fatto per ripigliare il dominio di Parma, maggiormente acceso di collera, rinnovò gli ordini a tutti i ministri di quella città di tenerla a nome della Chiesa, e di non ammettere colà il nipote. Così stavano le cose, quando ilcardinal Farnese, per lettera a lui scritta dal fratello, fece sapere all'addolorato pontefice che Ottavio, se non gli veniva ceduta Parma, si accorderebbe con don Ferrante, e cercherebbe colla forza di riaver quello che riputava dovuto a sè per giustizia. Questo colpo, per cui si sfasciavano tutte le macchine politiche del papa, e i suoi segreti trattati coi Franzesi, l'accorò talmente, che, preso da un tremore e quasi sfinimento, fu per cadere in terra, se non era sostenuto dagli astanti. Dopo quattro ore si riebbe; ma sopraggiunse una gagliarda febbre, a cui l'età sua, arrivata ad anni ottantadue, e forse più, guadagnatasi da lui colla temperanza del vitto, non potè reggere, e però cessò di vivere nel dì 10 di novembre.Varia fu la fama che lasciò dopo di sèpapa Paolo III. Gli storici fiorentini, Varchi, Segni ed Adriani, perchè mal animati contro di lui a ragion delle dissensioni passate fra esso pontefice e il duca Cosimo, ne sparlarono a bocca aperta. Il Segni arrivò a scrivere, esser egli stato in concetto, non dirò di amante della strologia giudiciaria, che questo gli fu imputato anche da altri (benchè forse senza ragione), ma fin di magia e dell'uso de' veleni, con altre dicerie bestiali, che lo stesso stampatore si vergognò di esporre tutte alla luce. Non è già di dovere che i principi, pretendenti di non esser sottoposti alle leggi, abbiano ancheda pretendere esenzione dalla pubblica censura, perchè questo è l'unico freno oppur gastigo alle lor malvage azioni: e guai a chi giugne a nulla curarsi anche di questo qualsisia staffile. Ma giusto insieme è che la censura sia ben fondata, e non figlia della malignità e dell'invidia. Certamente chiunque senza passione peserà le azioni e la condotta di Paolo III, avrà da confessare, aver egli meritato, per conto non men dell'uffizio pastorale, che del governo principesco, la lode di degno pontefice e di saggio principe. Dotato di gran consiglio, di rara prudenza e di zelo cospicuo pel bene della religione e pel decoro della Chiesa, primiero aprì l'importantissimo concilio di Trento, confermò l'insigne compagnia di Gesù e l'istituto de' cappuccini, e procurò la riforma degli abusi che deformavano la Chiesa di Dio. Sommamente accrebbe la gloria sua colla promozione di più di settanta cardinali, la maggior parte illustri o per la loro scienza, o per la lor pietà, o per l'ingegno o per la chiarezza di sangue. Sempre padre comune, mai s'impacciò nelle guerre fra i principi, fuorchè quando si trattò di guerreggiar contro gl'infedeli ed eretici: che allora largamente impiegò le rendite della Chiesa. Fortificò Perugia, Ascoli, Nepi e Castro; condusse molto innanzi la fabbrica di San Pietro, cominciata da Giulio II; rifondò il palazzo apostolico del Vaticano; tirò alcune strade diritte per Roma; ed avendo molto beneficato il popolo romano, meritò che fosse posta la sua statua nel Campidoglio. Non mancarono al certo in lui varii nei. E chi n'è senza? Per fabbricare il palazzo Farnese, gran guasto diede all'anfiteatro di Tito. Fece gridare il clero e i popoli suoi per le gravezze loro accresciute, e lasciò anche impegnate a' mercatanti per più anni non poche rendite della camera apostolica. Ma quello che maggiormente parve che oscurasse la sua fama, e che presso i più non trovò scusa, fu l'esorbitante suo amore verso del figlio, benchè figlio non degnodi questo buon padre, e verso de' nipoti, degni al certo di lui, per l'ingrassamento ed innalzamento dei quali che non fece egli? L'abbiam già veduto. E volle Dio che, vivente ancora, ne ricevesse il gastigo; laonde dicono che negli ultimi giorni di sua vita andasse ripetendo:Et peccatum meum contra me est semper. Per altro anche in questi ultimi tempi ad esaltare i pregi e a liberar dalla censura le azioni d'esso pontefice, ha contribuito non poco l'indefessa penna del celebre cardinale Angelo Quirini, vescovo di Brescia, a cui ancora siam tenuti per tante altre notizie intorno al cardinal Polo e ad altri insigni personaggi che in Paolo III trovarono un saggio conoscitore e premiatore del merito.Aveva il pontefice nel penultimo dì del suo vivere ordinato un breve all'Orsino, con cui gli comandava di consegnar Parma al duca Ottavio: tanto era il timore ch'egli si gittasse in braccio agli imperiali, e cedesse loro quella città. Perchè questo breve non fu spedito con diligenza, ed arrivò prima d'esso a Parma la nuova della morte del papa, ancorchè il sacro collegio ordinasse lo stesso all'Orsino, egli non volle ubbidire, dicendo d'aver avuta in guardia quella città da un papa, e che ne disporrebbe secondo che gli fosse ordinato da un altro papa: risposta che fece sospettare qualche suo intrigo coi Franzesi. Ma l'Orsino onoratamente trattò e conservò Parma pel papa venturo, quantunque non men dagl'imperiali che da' Franzesi gli fossero fatte molte ingorde proposizioni. Durante poi la sede vacante, Camillo Colonna ricuperò Palliano e le altre terre tolte da papa Paolo ad Ascanio; e il principe di Sulmona acquistò Soncino ed altri luoghi, come appartenenti a donna Isabella Colonna sua moglie. Ma don Diego Mendozza s'interpose, affinchè non seguissero rumori fra esso principe e i Colonnesi. Intanto raunati i cardinali nel numeroso conclave, cominciarono i lor maneggi per provvedere la Chiesa d'un nuovopastore, con sì poca concordia nondimeno, che spirò il presente anno senza verun accordo, anzi con apparenza di non accordarsi sì presto fra loro. Nell'ottobre di quest'anno si celebrarono con rara magnificenza in Mantova le nozze delduca Francesco GonzagaconCaterina d'Austriafiglia diFerdinando re de' Romani. Nel qual tempoLodovicofratello d'esso duca passò alla corte di Francia, e col tempo divenne duca di Nevers: del che è bene che il lettore si ricordi, perchè vedremo a suo tempo tornar questa linea Gonzaga a signoreggiare in Italia.
Dopo avere il regal principedon Filippo d'Austrialasciato in Milano un gran credito di signor generoso e liberale, nel dì 8 di gennaio del presente anno partì da colà, e, ricevuto uno splendido trattamento daFrancesco duca di Mantova, alla qual città si portò ancheErcole II duca di Ferraraper inchinarlo, passò a Trento, continuando poscia il viaggio sino a Brusselles, dove fece la sua entrata nel dì primo d'aprile, accolto con tenerezza dal padre Augusto. L'intenzion dell'imperadore di chiamarlo colà era stata di fargli giurar fedeltà da' popoli della Fiandra; il che eseguirono essi di tutto buon cuore. Ma si aggiunse un'altra idea, fabbricata dall'amor paterno ed ambizioso di Carlo cioè si diede egli a meditare nel tempo stesso di farlo anche re de' Romani, e trattossi di ciò infatti nella dieta d'Augusta dell'anno seguente; ma con trovarsi ilre Ferdinandotroppo renitente alla cessione di quella dignità. Se non concordassero in questo varii autori, parrebbe inverisimile un siffatto progetto. Ma nè Ferdinando avea sì poco senno da sacrificare alle voglie del fratello quell'illustre dignità, nè i principi della Germania erano sì mal avveduti di permettere la continuazion d'una unione o potenza che facea paura a tutti. In questi tempiArrigo II redi Francia, non sapendo soffrire che la sua città di Bologna in Piccardia avesse a restar in mano degli Inglesi anche per alquanti anni, e di doverla comperare con tante somme d'oro accordate nella pace fatta con loro dalre Francesco Isuo padre, determinò di adoperar la forza per ricuperarla, conessersi fatto assolvere dal papa dal giuramento ed obbligo di pagare il pattuito danaro. Parvegli anche propizio il tempo, perchè in Inghilterra erano insorte gravi discordie, e durava tuttavia la guerra degl'Inglesi contro la Scozia, assistita dall'armi della Francia. Perciò andò con un possente esercito a mettere l'assedio alla città di Bologna, dichiarando aperta guerra agl'Inglesi; ma quantunque s'impadronisse di qualche forte, nulladimeno inutili per quest'anno rimasero i suoi sforzi contro d'essa città. Godevasi intanto in Italia la pace, ma pace turbata da continui sospetti di guerra per cagion di Parma e Piacenza; e tutti attendevano a premunirsi. Ebbero, ciò non ostante, a piagnere le marine, e specialmente della Sicilia, Calabria e Riviera di Genova. Corseggiava nel Mediterraneo dopo la morte del Barbarossa maestro, il famoso corsale Dragut rais con quaranta legni; nè solamente prendeva quanti navigli mercantili gli venivano alle mani, ma eziandio facea sbarco di tanto in tanto alle coste della cristianità, con mettere a sacco i villaggi, ed asportarne ancora gran copia d'anime cristiane, condannate dipoi ad una penosa servitù. Mancava a costui un buon nido; sel procacciò egli nell'anno presente coll'impossessarsi a forza d'armi della città appellata Africa o Tripoli nelle coste di Barberia. Quivi si piantò egli e fortificò, concependo poi speranza di stendere più in là il dominio suo.
Ondeggiava intantopapa Paolofra varii pensieri intorno agli affari di Parma e Piacenza, e ricevea da Cesare parole di corte, quante ne volea. Ora pretendeva l'imperadore Carloche si esaminassero le ragioni della Chiesa e dello Stato di Milano su quella città, ed ora proponeva cambii, comparendo sempre disposto a compiacere il papa, ma con interna risoluzione di far quel solo uso che conveniva al proprio interesse. Prese dunque il pontefice il partito, a ciò consigliato dai più saggi porporati, di unir di nuovoParma alla Chiesa, e di torla al nipote Ottavio, con animo di reintegrarlo, cioè di dargli di nuovo Camerino, giudicando che Parma in man della Chiesa verrebbe più rispettata dai potentati cattolici. Con questa idea richiamò a Roma il nipote, spedì a Parma con segrete istruzioniCamillo Orsino, Capitan generale della Chiesa, il qual giunto colà, prese il comando dell'armi e il governo d'essa città, attendendo poscia a fortificarla, e a ben provvederla di vettovaglie e munizioni da guerra: il che recò non poca gelosia adon Ferrante Gonzaga. Stette lungamente aspettando il duca Ottavio qual dovesse essere il suo destino, lusingato dal pontefice ora colle speranze di espugnar la pertinacia di Cesare, ed ora colle proposizioni avanzate di una lega colla Francia. Finalmente s'impazientò, massimamente all'udire che si trattava di ceder Parma adon Oraziosuo fratello, e Camerino a lui, e al considerare che in tanto egli si trovava spogliato di Parma, benchè d'essa investito, e che, venendo a mancare il decrepito papa, correa rischio di neppur ottenere o di perdere Camerino. All'improvviso dunque, senza saputa dell'avolo papa, venne per le poste a Parma, credendo di farsene, come prima, padrone; ma Camillo Orsino insospettito per non aver egli recata lettera o ordine alcuno del pontefice, si mise alla parata d'ogni accidente, col disporre guardie dappertutto; e lasciò bensì entrare in Parma il duca, ma il tenne sì corto, che non osò di tentare novità veruna. Con tutto ciò, le speranze di Ottavio erano riposte nella cittadella, avendo tenuta già intelligenza per questo col castellano d'essa, e perciò fece istanza di visitar anche quelle fortificazioni. Quivi parimente si trovò egli burlato, per essersi pentito il castellano, che ricusò d'ammetterlo dentro: il perchè tutto fumante di collera uscì di città, e si ritirò a Torchiara castello del conte Sforza Santafiore suo cugino, dove, per mezzo delcardinale di Trento, cominciòun trattato condon Ferrante Gonzagaper acconciarsi coll'imperadore. Dacchè il pontefice ebbe intesa l'impensata fuga del nipote, diede nelle smanie, persuaso che la gente non crederebbe ciò fatto senza consenso suo; e tosto gli spedì dietro un corriere per richiamarlo. E perchè ebbe avviso dall'Orsino del tentativo da lui fatto per ripigliare il dominio di Parma, maggiormente acceso di collera, rinnovò gli ordini a tutti i ministri di quella città di tenerla a nome della Chiesa, e di non ammettere colà il nipote. Così stavano le cose, quando ilcardinal Farnese, per lettera a lui scritta dal fratello, fece sapere all'addolorato pontefice che Ottavio, se non gli veniva ceduta Parma, si accorderebbe con don Ferrante, e cercherebbe colla forza di riaver quello che riputava dovuto a sè per giustizia. Questo colpo, per cui si sfasciavano tutte le macchine politiche del papa, e i suoi segreti trattati coi Franzesi, l'accorò talmente, che, preso da un tremore e quasi sfinimento, fu per cadere in terra, se non era sostenuto dagli astanti. Dopo quattro ore si riebbe; ma sopraggiunse una gagliarda febbre, a cui l'età sua, arrivata ad anni ottantadue, e forse più, guadagnatasi da lui colla temperanza del vitto, non potè reggere, e però cessò di vivere nel dì 10 di novembre.
Varia fu la fama che lasciò dopo di sèpapa Paolo III. Gli storici fiorentini, Varchi, Segni ed Adriani, perchè mal animati contro di lui a ragion delle dissensioni passate fra esso pontefice e il duca Cosimo, ne sparlarono a bocca aperta. Il Segni arrivò a scrivere, esser egli stato in concetto, non dirò di amante della strologia giudiciaria, che questo gli fu imputato anche da altri (benchè forse senza ragione), ma fin di magia e dell'uso de' veleni, con altre dicerie bestiali, che lo stesso stampatore si vergognò di esporre tutte alla luce. Non è già di dovere che i principi, pretendenti di non esser sottoposti alle leggi, abbiano ancheda pretendere esenzione dalla pubblica censura, perchè questo è l'unico freno oppur gastigo alle lor malvage azioni: e guai a chi giugne a nulla curarsi anche di questo qualsisia staffile. Ma giusto insieme è che la censura sia ben fondata, e non figlia della malignità e dell'invidia. Certamente chiunque senza passione peserà le azioni e la condotta di Paolo III, avrà da confessare, aver egli meritato, per conto non men dell'uffizio pastorale, che del governo principesco, la lode di degno pontefice e di saggio principe. Dotato di gran consiglio, di rara prudenza e di zelo cospicuo pel bene della religione e pel decoro della Chiesa, primiero aprì l'importantissimo concilio di Trento, confermò l'insigne compagnia di Gesù e l'istituto de' cappuccini, e procurò la riforma degli abusi che deformavano la Chiesa di Dio. Sommamente accrebbe la gloria sua colla promozione di più di settanta cardinali, la maggior parte illustri o per la loro scienza, o per la lor pietà, o per l'ingegno o per la chiarezza di sangue. Sempre padre comune, mai s'impacciò nelle guerre fra i principi, fuorchè quando si trattò di guerreggiar contro gl'infedeli ed eretici: che allora largamente impiegò le rendite della Chiesa. Fortificò Perugia, Ascoli, Nepi e Castro; condusse molto innanzi la fabbrica di San Pietro, cominciata da Giulio II; rifondò il palazzo apostolico del Vaticano; tirò alcune strade diritte per Roma; ed avendo molto beneficato il popolo romano, meritò che fosse posta la sua statua nel Campidoglio. Non mancarono al certo in lui varii nei. E chi n'è senza? Per fabbricare il palazzo Farnese, gran guasto diede all'anfiteatro di Tito. Fece gridare il clero e i popoli suoi per le gravezze loro accresciute, e lasciò anche impegnate a' mercatanti per più anni non poche rendite della camera apostolica. Ma quello che maggiormente parve che oscurasse la sua fama, e che presso i più non trovò scusa, fu l'esorbitante suo amore verso del figlio, benchè figlio non degnodi questo buon padre, e verso de' nipoti, degni al certo di lui, per l'ingrassamento ed innalzamento dei quali che non fece egli? L'abbiam già veduto. E volle Dio che, vivente ancora, ne ricevesse il gastigo; laonde dicono che negli ultimi giorni di sua vita andasse ripetendo:Et peccatum meum contra me est semper. Per altro anche in questi ultimi tempi ad esaltare i pregi e a liberar dalla censura le azioni d'esso pontefice, ha contribuito non poco l'indefessa penna del celebre cardinale Angelo Quirini, vescovo di Brescia, a cui ancora siam tenuti per tante altre notizie intorno al cardinal Polo e ad altri insigni personaggi che in Paolo III trovarono un saggio conoscitore e premiatore del merito.
Aveva il pontefice nel penultimo dì del suo vivere ordinato un breve all'Orsino, con cui gli comandava di consegnar Parma al duca Ottavio: tanto era il timore ch'egli si gittasse in braccio agli imperiali, e cedesse loro quella città. Perchè questo breve non fu spedito con diligenza, ed arrivò prima d'esso a Parma la nuova della morte del papa, ancorchè il sacro collegio ordinasse lo stesso all'Orsino, egli non volle ubbidire, dicendo d'aver avuta in guardia quella città da un papa, e che ne disporrebbe secondo che gli fosse ordinato da un altro papa: risposta che fece sospettare qualche suo intrigo coi Franzesi. Ma l'Orsino onoratamente trattò e conservò Parma pel papa venturo, quantunque non men dagl'imperiali che da' Franzesi gli fossero fatte molte ingorde proposizioni. Durante poi la sede vacante, Camillo Colonna ricuperò Palliano e le altre terre tolte da papa Paolo ad Ascanio; e il principe di Sulmona acquistò Soncino ed altri luoghi, come appartenenti a donna Isabella Colonna sua moglie. Ma don Diego Mendozza s'interpose, affinchè non seguissero rumori fra esso principe e i Colonnesi. Intanto raunati i cardinali nel numeroso conclave, cominciarono i lor maneggi per provvedere la Chiesa d'un nuovopastore, con sì poca concordia nondimeno, che spirò il presente anno senza verun accordo, anzi con apparenza di non accordarsi sì presto fra loro. Nell'ottobre di quest'anno si celebrarono con rara magnificenza in Mantova le nozze delduca Francesco GonzagaconCaterina d'Austriafiglia diFerdinando re de' Romani. Nel qual tempoLodovicofratello d'esso duca passò alla corte di Francia, e col tempo divenne duca di Nevers: del che è bene che il lettore si ricordi, perchè vedremo a suo tempo tornar questa linea Gonzaga a signoreggiare in Italia.