MDXLV

MDXLVAnno diCristoMDXLV. Indiz.III.Paolo IIIpapa 12.Carlo Vimperadore 27.Fu poi fatta nel gennaio, oppure nel febbraio di quest'anno, la dichiarazione dell'Augusto Carlo; cioè ch'egli darebbe l'infanta sua figliadonna Mariain moglie aCarlo duca d'Orleans, e in dote il ducato di Milano. Era già stato questo principe a baciar le mani all'imperadore, con replicar anche altre volte questo alto di ossequio; e siccome egli era graziosissimo e ornato di belle doti, così voce comune fu ch'esso Carlo avesse per lui concepito un grande effetto. Prima nondimeno di effettuar questo maritaggio, mosse lo scaltro Augusto delle pretensioni alla corte di Francia, chiedendo che il re Francesco assegnasse ad esso suo figliuolo qualche Stato, acciocchè non si vedesse quell'enorme deformità che la figlia d'un imperadore, re anche di Spagna, sposasse un principe che non avesse se non la spada per suo retaggio. Dai politici fu creduta questa dimanda un'invenzion sottile per guadagnar tempo, ed anche per eccitar gara fra i due figli del re, cioè fraArrigo delfinoe il suddettoduca d'Orleans, i quali anche per la diversità del genio, e per altre ragioni si scorgevano già molto discordi fra loro. Intorno a ciò si andarono facendo varie consulte, proposte e risposte, finchè si arrivò al mese di settembre: quando eccoti quella che imbroglia e sbroglia tante cose del mondo, giunse a rapire lo stesso duca d'Orleans. Trovavasi allora col figlio e colla corte ilre Francesconella Badia di Foresta presso Rue, dove fra quegli abitanti correva una febbre pestilenziale e contagiosa. Per poca sua cautela la contrasse anche quell'amabile principe, onde nel dì 8 di settembre fece fine al corto suo vivere in età di ventitrè anni. Non mancò gente che sospettò, secondo il mal uso d'allora, di veleno fattogli dare dall'imperadore,o dal tuttavia nemico re di Inghilterra. Ma gli stessi storici franzesi concordemente distruggono tal voce, riconoscendo ch'egli mancò di morte naturale. Per questa perdita, se fu inconsolabil il dolore del suo padre, non gli cedette nella verità, o almeno nelle apparenze, l'afflizione che ne mostrò lo stesso imperadore, quasichè a lui fosse mancato un figlio, nell'essergli tolto un principe destinato in isposo alla figlia. Ma intanto un colpo tale riuscì di non piccolo vantaggio, e, siccome più d'uno credette, anche d'interna consolazione ad esso Augusto, perchè veniva con ciò ad aprirsi il campo per non attendere la promessa fatta in Crespì di rilasciare lo Stato di Milano o la Fiandra alla Francia. Non terrò io dietro alle imprese de' Franzesi, spettanti bensì all'anno presente, ma non all'istituto mio, e mi basterà di accennare, avere il re Francesco messa insieme una forte armata di terra, e un'altra ancora di mare, per desiderio di torre dalle mani del re inglese l'occupata importante città di Bologna. Si azzuffarono le flotte, e fu costretta la franzese a ritirarsi. Perchè non isperavano i Franzesi di poter per allora vincere con assedio Bologna, si ridussero a fabbricar un forte in quelle vicinanze, capace di grosso presidio, per tenere in freno quello della città. Ma il re scoraggito ed afflitto tra per la perdita del figlio duca d'Orleans, per cui restavano arenate tutte le disposizioni precedenti di acquistare Stati per la regal sua famiglia, e per trovarsi battuto dagl'Inglesi, coll'erario vuoto, co' sudditi stanchi e smunti, e col corpo ancora maltrattato da un'ulcera nelle parti vergognose: finalmente cominciò a rallentare gli spiriti guerrieri, e a desiderar il riposo, perchè tutte queste vicende gli andavano ricordando la sua mortalità. Perciò senza fare più istanza della Fiandra o del ducato di Milano, a lui bastò di assicurarsi che l'imperadore continuerebbe nella stabilita pace, e fisserebbei confini per gii Stati de' quali s'era, trattato nella concordia.Costanti furono i movimenti dipapa Paoloin quest'anno, affinchè, essendo cessate tante guerre fra i primi potentati della cristianità, si desse oramai principio all'intimato concilio di Trento. Questo infatti si diede nel dì 15 dicembre, ma con troppo scarso concorso di prelati, benchè dianzi furono pubblicate le pene prescritte dai canoni a chi non interveniva. In mezzo nondimeno a questi pensieri, degni d'un zelante pontefice, non dormivano nè scemavano le sue premure per l'ingrandimento della propria casa. Dacchè egli intese destinato dall'imperadore il ducato di Milano pel duca d'Orleans, e troncate colla morte di questo tutte le precedenti idee e speranze sue di conseguirlo perPier-Luigisuo figlio, si applicò ad un altro partito, che se non tanto glorioso, certamente era di più facile riuscita: cioè disegnò di dargli Parma e Piacenza, possedute allora dalla camera apostolica. Due impedimenti poteano incontrarsi a questo progetto; l'uno dalla parte dell'imperadore non solamente vicino, ma pretendente su quelle due città, per le ragioni del ducato di Milano; e l'altra dalla parte del sacro collegio, a cui ben si conosceva che non potrebbe piacere questo tal quale smembramento di due nobili ed insigni città dalla camera pontificia. Fece il papa esporre questo disegno a Cesare, per ottenerne l'approvazione; ma ritrovò chi sapea ben di scherma, e sotto belle parole covava sentimenti diversi. Carlo non disapprovò apertamente l'atto meditato, ma neppur l'approvò, come quegli che vedeva il papa disporre sì francamente di uno Stato che i suoi ministri gli rappresentavano occupato indebitamente da Giulio II e da Leone X, e parte del ducato milanese, giacchè insussistente pretensione era quella di spacciar Parma e Piacenza per città dell'esarcato. Oltracciò, mirava l'imperadore di mal occhio Pier-Luigi, e mal soffriva che piuttosto a lui, che adOttavio suo genero, si facesse un sì ragguardevol dono. Cesare Campana all'incontro, e forse con più fondamento, sostiene che non ne fu precedentemente fatta parola all'Augusto Carlo. Comunque sia, bastò al papa, per proseguire innanzi in questo affare, il non aver riportata una assoluta negativa da Cesare. Affin di ottenere il consenso de' cardinali, propose di restituire alla camera apostolica il ducato di Camerino e Nepi, facendo conoscere l'evidente guadagno che ad essa risultava dal permutare que' due paesi con Parma e Piacenza, perchè costava di molto il mantenimento di queste città, siccome separate dagli Stati della Chiesa, e in pericolo d'essere assorbite dai vicini; laddove le rendite di Camerino, senza spese, unite al censo annuo di nove mila ducati d'oro (altri dicono di più) che si voleva imporre alle suddette due città, avrebbono fatto maggior pro all'erario papale. Tralascio altri raggiri ed altre speciose ragioni che furono adoperate per indorar questa pillola. Chi de' cardinali ambiva più di piacere al papa, che di soddisfare a' suoi doveri, non solamente prestò il suo assenso, ma caldamente perorò in approvazion di questa permuta. Ma non mancarono altri di petto più forte che arringarono contro i voleri del papa, rilevando gli svantaggi che ne provenivano; e tanto più si sarebbero opposti, se avessero potuto preveder gli sconcerti che da lì a non molto per tal cagione accaddero, e i maggiori che ai dì nostri son succeduti. Lo stesso cardinal Pallavicino, tuttochè sì impegnato a sostener la gloria di questo pontefice, qui l'abbandona, piuttosto impugnando che difedendo la di lui risoluzione. In somma nel concistoro de' porporati, dove per lo più suol prevalere la tema riverenziale verso chi può tanto favorire o disfavorire, la vinse il pontefice, ePier-Luigi Farnesenell'agosto di quest'anno fu dichiarato duca di Parma e Piacenza, nè tardò egli punto a prenderne il possesso.Tanto in Lombardia che nella Lunigianae Toscana si provò in quest'anno un grande flagello, per le soldatesche cassate dopo la pace nello Stato di Milano. Non sapendo coloro come vivere (ed erano la maggior parte Spagnuoli), in varie truppe si scaricarono sopra gli Stati della Chiesa e del duca di Ferrara. Cacciati di là, si ridussero addosso ai marchesi Malaspina nella Lunigiana, svaligiando case e consumando tutto, dovunque giugnevano. Passarono dipoi sul Lucchese, e finalmente s'andarono a posar sul Sanese, dove per molti mesi levarono il pelo e il contrappelo a quel contado. Guai se qualche accreditato capitano si fosse messo alla lor testa: sarebbono corse ad ingrassar quelle brigate migliaia di soldati italiani, tornati a digiunare alle lor case, e sarebbe rinata una di quelle formidabili compagne o compagnie di masnadieri che vedemmo in Italia nel secolo decimoquarto. Sorsero in questi tempi strepitose brighe nella stessa Siena, città in cui la discordia non fu mai cosa forestiera. Don Giovanni di Luna, che quivi era da parte dell'imperadore, invece di smorzare il fuoco, per la sua poca prudenza maggiormente lo accrebbe. Ne seguì infine una fiera sedizion civile, per cui lo stesso don Giovanni cogli Spagnuoli fu obbligato ad andarsene con Dio. Mancò di vita in quest'anno a dì 11 di novembrePietro Landodoge di Venezia, e in suo luogo fu eletto nel dì 24 d'esso meseFrancesco Donato, già procurator di San Marco, e persona di gran saviezza e dottrina.

Fu poi fatta nel gennaio, oppure nel febbraio di quest'anno, la dichiarazione dell'Augusto Carlo; cioè ch'egli darebbe l'infanta sua figliadonna Mariain moglie aCarlo duca d'Orleans, e in dote il ducato di Milano. Era già stato questo principe a baciar le mani all'imperadore, con replicar anche altre volte questo alto di ossequio; e siccome egli era graziosissimo e ornato di belle doti, così voce comune fu ch'esso Carlo avesse per lui concepito un grande effetto. Prima nondimeno di effettuar questo maritaggio, mosse lo scaltro Augusto delle pretensioni alla corte di Francia, chiedendo che il re Francesco assegnasse ad esso suo figliuolo qualche Stato, acciocchè non si vedesse quell'enorme deformità che la figlia d'un imperadore, re anche di Spagna, sposasse un principe che non avesse se non la spada per suo retaggio. Dai politici fu creduta questa dimanda un'invenzion sottile per guadagnar tempo, ed anche per eccitar gara fra i due figli del re, cioè fraArrigo delfinoe il suddettoduca d'Orleans, i quali anche per la diversità del genio, e per altre ragioni si scorgevano già molto discordi fra loro. Intorno a ciò si andarono facendo varie consulte, proposte e risposte, finchè si arrivò al mese di settembre: quando eccoti quella che imbroglia e sbroglia tante cose del mondo, giunse a rapire lo stesso duca d'Orleans. Trovavasi allora col figlio e colla corte ilre Francesconella Badia di Foresta presso Rue, dove fra quegli abitanti correva una febbre pestilenziale e contagiosa. Per poca sua cautela la contrasse anche quell'amabile principe, onde nel dì 8 di settembre fece fine al corto suo vivere in età di ventitrè anni. Non mancò gente che sospettò, secondo il mal uso d'allora, di veleno fattogli dare dall'imperadore,o dal tuttavia nemico re di Inghilterra. Ma gli stessi storici franzesi concordemente distruggono tal voce, riconoscendo ch'egli mancò di morte naturale. Per questa perdita, se fu inconsolabil il dolore del suo padre, non gli cedette nella verità, o almeno nelle apparenze, l'afflizione che ne mostrò lo stesso imperadore, quasichè a lui fosse mancato un figlio, nell'essergli tolto un principe destinato in isposo alla figlia. Ma intanto un colpo tale riuscì di non piccolo vantaggio, e, siccome più d'uno credette, anche d'interna consolazione ad esso Augusto, perchè veniva con ciò ad aprirsi il campo per non attendere la promessa fatta in Crespì di rilasciare lo Stato di Milano o la Fiandra alla Francia. Non terrò io dietro alle imprese de' Franzesi, spettanti bensì all'anno presente, ma non all'istituto mio, e mi basterà di accennare, avere il re Francesco messa insieme una forte armata di terra, e un'altra ancora di mare, per desiderio di torre dalle mani del re inglese l'occupata importante città di Bologna. Si azzuffarono le flotte, e fu costretta la franzese a ritirarsi. Perchè non isperavano i Franzesi di poter per allora vincere con assedio Bologna, si ridussero a fabbricar un forte in quelle vicinanze, capace di grosso presidio, per tenere in freno quello della città. Ma il re scoraggito ed afflitto tra per la perdita del figlio duca d'Orleans, per cui restavano arenate tutte le disposizioni precedenti di acquistare Stati per la regal sua famiglia, e per trovarsi battuto dagl'Inglesi, coll'erario vuoto, co' sudditi stanchi e smunti, e col corpo ancora maltrattato da un'ulcera nelle parti vergognose: finalmente cominciò a rallentare gli spiriti guerrieri, e a desiderar il riposo, perchè tutte queste vicende gli andavano ricordando la sua mortalità. Perciò senza fare più istanza della Fiandra o del ducato di Milano, a lui bastò di assicurarsi che l'imperadore continuerebbe nella stabilita pace, e fisserebbei confini per gii Stati de' quali s'era, trattato nella concordia.

Costanti furono i movimenti dipapa Paoloin quest'anno, affinchè, essendo cessate tante guerre fra i primi potentati della cristianità, si desse oramai principio all'intimato concilio di Trento. Questo infatti si diede nel dì 15 dicembre, ma con troppo scarso concorso di prelati, benchè dianzi furono pubblicate le pene prescritte dai canoni a chi non interveniva. In mezzo nondimeno a questi pensieri, degni d'un zelante pontefice, non dormivano nè scemavano le sue premure per l'ingrandimento della propria casa. Dacchè egli intese destinato dall'imperadore il ducato di Milano pel duca d'Orleans, e troncate colla morte di questo tutte le precedenti idee e speranze sue di conseguirlo perPier-Luigisuo figlio, si applicò ad un altro partito, che se non tanto glorioso, certamente era di più facile riuscita: cioè disegnò di dargli Parma e Piacenza, possedute allora dalla camera apostolica. Due impedimenti poteano incontrarsi a questo progetto; l'uno dalla parte dell'imperadore non solamente vicino, ma pretendente su quelle due città, per le ragioni del ducato di Milano; e l'altra dalla parte del sacro collegio, a cui ben si conosceva che non potrebbe piacere questo tal quale smembramento di due nobili ed insigni città dalla camera pontificia. Fece il papa esporre questo disegno a Cesare, per ottenerne l'approvazione; ma ritrovò chi sapea ben di scherma, e sotto belle parole covava sentimenti diversi. Carlo non disapprovò apertamente l'atto meditato, ma neppur l'approvò, come quegli che vedeva il papa disporre sì francamente di uno Stato che i suoi ministri gli rappresentavano occupato indebitamente da Giulio II e da Leone X, e parte del ducato milanese, giacchè insussistente pretensione era quella di spacciar Parma e Piacenza per città dell'esarcato. Oltracciò, mirava l'imperadore di mal occhio Pier-Luigi, e mal soffriva che piuttosto a lui, che adOttavio suo genero, si facesse un sì ragguardevol dono. Cesare Campana all'incontro, e forse con più fondamento, sostiene che non ne fu precedentemente fatta parola all'Augusto Carlo. Comunque sia, bastò al papa, per proseguire innanzi in questo affare, il non aver riportata una assoluta negativa da Cesare. Affin di ottenere il consenso de' cardinali, propose di restituire alla camera apostolica il ducato di Camerino e Nepi, facendo conoscere l'evidente guadagno che ad essa risultava dal permutare que' due paesi con Parma e Piacenza, perchè costava di molto il mantenimento di queste città, siccome separate dagli Stati della Chiesa, e in pericolo d'essere assorbite dai vicini; laddove le rendite di Camerino, senza spese, unite al censo annuo di nove mila ducati d'oro (altri dicono di più) che si voleva imporre alle suddette due città, avrebbono fatto maggior pro all'erario papale. Tralascio altri raggiri ed altre speciose ragioni che furono adoperate per indorar questa pillola. Chi de' cardinali ambiva più di piacere al papa, che di soddisfare a' suoi doveri, non solamente prestò il suo assenso, ma caldamente perorò in approvazion di questa permuta. Ma non mancarono altri di petto più forte che arringarono contro i voleri del papa, rilevando gli svantaggi che ne provenivano; e tanto più si sarebbero opposti, se avessero potuto preveder gli sconcerti che da lì a non molto per tal cagione accaddero, e i maggiori che ai dì nostri son succeduti. Lo stesso cardinal Pallavicino, tuttochè sì impegnato a sostener la gloria di questo pontefice, qui l'abbandona, piuttosto impugnando che difedendo la di lui risoluzione. In somma nel concistoro de' porporati, dove per lo più suol prevalere la tema riverenziale verso chi può tanto favorire o disfavorire, la vinse il pontefice, ePier-Luigi Farnesenell'agosto di quest'anno fu dichiarato duca di Parma e Piacenza, nè tardò egli punto a prenderne il possesso.

Tanto in Lombardia che nella Lunigianae Toscana si provò in quest'anno un grande flagello, per le soldatesche cassate dopo la pace nello Stato di Milano. Non sapendo coloro come vivere (ed erano la maggior parte Spagnuoli), in varie truppe si scaricarono sopra gli Stati della Chiesa e del duca di Ferrara. Cacciati di là, si ridussero addosso ai marchesi Malaspina nella Lunigiana, svaligiando case e consumando tutto, dovunque giugnevano. Passarono dipoi sul Lucchese, e finalmente s'andarono a posar sul Sanese, dove per molti mesi levarono il pelo e il contrappelo a quel contado. Guai se qualche accreditato capitano si fosse messo alla lor testa: sarebbono corse ad ingrassar quelle brigate migliaia di soldati italiani, tornati a digiunare alle lor case, e sarebbe rinata una di quelle formidabili compagne o compagnie di masnadieri che vedemmo in Italia nel secolo decimoquarto. Sorsero in questi tempi strepitose brighe nella stessa Siena, città in cui la discordia non fu mai cosa forestiera. Don Giovanni di Luna, che quivi era da parte dell'imperadore, invece di smorzare il fuoco, per la sua poca prudenza maggiormente lo accrebbe. Ne seguì infine una fiera sedizion civile, per cui lo stesso don Giovanni cogli Spagnuoli fu obbligato ad andarsene con Dio. Mancò di vita in quest'anno a dì 11 di novembrePietro Landodoge di Venezia, e in suo luogo fu eletto nel dì 24 d'esso meseFrancesco Donato, già procurator di San Marco, e persona di gran saviezza e dottrina.


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