MDXLVI

MDXLVIAnno diCristoMDXLVI. IndizioneIV.Paolo IIIpapa 13.Carlo Vimperadore 28.Poche novità l'Italia somministrò in quest'anno alla storia a cagion della pace che si godeva dappertutto. Era stato fin qui governatore e capitan generale dello Stato di MilanoAlfonso d'Avalosmarchese di Pescara, personaggio egualmente rinomato pel suo valore che per altre sue belle dotied azioni. Ma non erano già soddisfatti del suo governo i popoli, perchè caricati di molti aggravii, e di tanto in tanto costretti a soffrir non poche violenze: il perchè ne andarono varie doglianze alla corte dell'imperadore. Non avrebbono forse queste fatto breccia nell'animo dell'Augusto sovrano, se ad esse non si fosse aggiunto l'accusa che le rendite di quel ducato non si sapea in quali borse andassero a terminare. Ossia, che di ciò informato il marchese ottenesse nel precedente anno licenza di passare alla corte cesarea, oppure che fosse chiamato colà: certo è, ch'egli vi andò, e poi se ne tornò in Italia malcontento, stante l'ordine di Cesare, che gli rivedessero i conti. Ma venne la morte a liberarlo da ogni vessazione nell'ultimo giorno di marzo, mentre egli si trovava in Vigevano, con lasciar dopo di sè il nome di capitano molto illustre. Al governo di Milano fu susseguentemente destinatodon Ferrante Gonzaga, che non tardò a venir di Sicilia, dove egli era stato vicerè, per prendere il possesso della novella carica; e ciò con soddisfazione de' Milanesi, lusingandosi i più d'essi di godere miglior trattamento sotto di lui. Ma andarono falliti i loro conti; perchè, siccome osserva il Segni, l'imperadore lasciava la briglia sul collo a' governatori delle provincia, comportando ogni lor fallo, purchè fossero fedeli. E però si cangiò bensì il governator di Milano, ma peggiorò la mala sorte de' Milanesi, le querele dei quali niuna impression fecero da lì innanzi nell'animo di Carlo V. Seguitava intanto la guerra fra i re di Francia e d'Inghilterra. Finalmente, conoscendo l'ultimo di essi qual impegno di spese portasse il voler sostenere contro dei Franzesi l'occupata città di Bologna di qua dal mare: diede orecchio a' trattati di pace, di cui gran voglia nello stesso tempo avea ilre Francesco. Fu questa conchiusa nel dì 7 di giugno dell'anno presente, con obbligarsi il re Cristianissimo di pagare all'Inglese in termine diotto anni più di due milioni di scudi di oro: sborsati i quali, se gli dovea restituire Bologna di Piccardia. Dimorava l'imperadore in questi tempi in Germania, mal soffrendo la lega formata in Smalcaldia dai principi e comuni protestanti; perciocchè questa, sebben sembrava unicamente fatta per mantenere la falsa religione introdotta da Lutero (che appunto in quest'anno nel dì 7 di febbraio per improvvisa morte tolto fu dal mondo) pure covava nell'interno de' maggiori disegni contro la potenza dell'imperadore. Capi d'essa luterana lega eranoGian-Federigo ducaed elettor di Sassonia, eFilippo langraviod'Assia. Perciò l'Augusto Carlogiudicò di non dover più differire il farsi rendere ragione di questo attentato, con darsi ad ammassare un potente esercito. Perchè appunto anche gl'Italiani ebbero parte in quella danza, sarà a me permesso dirne qualche cosa.Si studiò l'imperadore in questa occasione di trarre seco in lega ilpontefice Paolo. S'era questi con sua gran lode, siccome padre comune, astenuto in addietro da ogni parzialità e lega nelle guerre fra i monarchi cattolici. Ora che si trattava di procurar vantaggi alla vera religione, volentieri acconsentì ad unirsi coll'imperadore. Nel dì 22 di giugno si pubblicarono i capitoli d'essa lega, per cui il papa s'impegnò d'inviare in soccorso dell'imperadore dodici mila fanti e cinquecento cavalli, e di fornire nello spazio di un mese ducento mila scudi d'oro. Sollecitamente fece il pontefice questo armamento, con dichiararne generale ilduca Ottavio Farnesesuo nipote, e legato ilcardinal Farnesesuo parimente nipote. Comandante della cavalleria italiana fuGiam-Batista Savello, della fanteriaAlessandro Vitelli, e sotto d'essi militavano assai colonnelli e capitani italiani di molto credito nell'armi. Anche i duchi di Ferrara e di Firenze vi spedirono colà delle schiere armate, e più di cinquecento nobili italiani volontarii concorseroa far quella campagna. Trasse ancora l'imperador Carlo altra gente d'Italia, comandata daCarlo di Lanoiaprincipe di Sulmona, e daEmmanuele Filibertoprincipe di Piemonte. Erano eziandio nell'armata del medesimo Augusto generale dell'artiglieriaGian-Giacomo de Medicimarchese di Marignano, e consiglieri di guerradon Francesco d'Este, Pirro Colonna e Giam-Battista Gastaldo. Ma perciocchè lentamente procedeva l'unione dell'esercito imperiale, dovendo venir dai Paesi Bassi, dall'Italia e da altri luoghi molti d'esse soldatesche; l'elettore e il langravio, già messi al bando dell'imperio, più sollecitamente uscirono in campagna con un'armata, che alcuni, forse ampollosi, fanno ascendere ad ottanta mila fanti e a dieci, anzi a quindici mila cavalli, e s'inviarono verso Ratisbona, dove stava assai sprovvisto l'imperadore, con disegno o di farlo prigione o di cacciarlo di Germania. La protezion di Dio salvò Carlo V in tal congiuntura, non avendo que' ribelli saputo prevalersi del vento in poppa. Nulla servì loro l'aver prese le chiuse del Tirolo, affinchè non passassero gl'Italiani. Questi passarono, e nulla giovò ai luterani l'essersi impadroniti di Donavert. Ebbe tempo l'imperadore di provveder Ratisbona con gagliardo presidio, e di preoccupar la forte città d'Ingolstad, dove coll'esercito suo, ingrossato di molto, andò ad accamparsi a fronte della contraria superiore armata, ma senza voler mai venire a battaglia, benchè più volte provocato dagli orgogliosi nemici. Intanto al campo cesareo, superate molte difficoltà, venne a congiugnersi un grosso corpo di soldatesche fiamminghe.Mauriziocattolicoduca di Sassonia, nemico di quell'elettore, colle milizie tedesche ed unghere, dategli daFerdinando re dei Romani, ostilmente entrò nell'elettorato di Sassonia. Diede più percosse a quei popoli, e s'impossessò di un tratto grande di quel paese. Questo colpo, la mancanza de' viveri e la costanza dell'AugustoCarlo, costrinse l'armata protestante sul fine di novembre a levare il campo, e a ritirarsi alla sordina come in rotta. Allora fu che l'imperadore, tuttochè afflitto da varii incomodi di sanità, inoltratosi col poderoso suo esercito, tal terrore indusse nel paese nemico, che vide venire, prima che terminasse l'anno, oppure nel verno seguente, supplichevoli a' suoi piediFederigo conte Palatino, Ulderico ducadi Vitemberg, e i cittadini d'Ulma, d'Augusta, di Francoforte, di Argentina e di altri luoghi. Dopo questi vantaggi, pei quali rimasero molto infievoliti l'elettor sassone e il langravio d'Assia, si ritirò esso Augusto a' quartieri d'inverno, seco riportando gloria singolare non men di valore che di clemenza, per non aver negato il perdono a chiunque davanti a lui si umiliò. Fu continuato con vigore in quest'anno il concilio di Trento, ed ivi si stabilirono varii punti di domma, e parimente si attese a riformar gli abusi della disciplina ecclesiastica. Mancarono in quest'anno di vita due insigni cardinali, la memoria de' quali può sperare l'immortalità, cioèPietro BemboVeneziano, eJacopo SadoletoModenese, che negli scritti loro lasciarono ai posteri chiare testimonianze d'un raro ingegno e sapere.

Poche novità l'Italia somministrò in quest'anno alla storia a cagion della pace che si godeva dappertutto. Era stato fin qui governatore e capitan generale dello Stato di MilanoAlfonso d'Avalosmarchese di Pescara, personaggio egualmente rinomato pel suo valore che per altre sue belle dotied azioni. Ma non erano già soddisfatti del suo governo i popoli, perchè caricati di molti aggravii, e di tanto in tanto costretti a soffrir non poche violenze: il perchè ne andarono varie doglianze alla corte dell'imperadore. Non avrebbono forse queste fatto breccia nell'animo dell'Augusto sovrano, se ad esse non si fosse aggiunto l'accusa che le rendite di quel ducato non si sapea in quali borse andassero a terminare. Ossia, che di ciò informato il marchese ottenesse nel precedente anno licenza di passare alla corte cesarea, oppure che fosse chiamato colà: certo è, ch'egli vi andò, e poi se ne tornò in Italia malcontento, stante l'ordine di Cesare, che gli rivedessero i conti. Ma venne la morte a liberarlo da ogni vessazione nell'ultimo giorno di marzo, mentre egli si trovava in Vigevano, con lasciar dopo di sè il nome di capitano molto illustre. Al governo di Milano fu susseguentemente destinatodon Ferrante Gonzaga, che non tardò a venir di Sicilia, dove egli era stato vicerè, per prendere il possesso della novella carica; e ciò con soddisfazione de' Milanesi, lusingandosi i più d'essi di godere miglior trattamento sotto di lui. Ma andarono falliti i loro conti; perchè, siccome osserva il Segni, l'imperadore lasciava la briglia sul collo a' governatori delle provincia, comportando ogni lor fallo, purchè fossero fedeli. E però si cangiò bensì il governator di Milano, ma peggiorò la mala sorte de' Milanesi, le querele dei quali niuna impression fecero da lì innanzi nell'animo di Carlo V. Seguitava intanto la guerra fra i re di Francia e d'Inghilterra. Finalmente, conoscendo l'ultimo di essi qual impegno di spese portasse il voler sostenere contro dei Franzesi l'occupata città di Bologna di qua dal mare: diede orecchio a' trattati di pace, di cui gran voglia nello stesso tempo avea ilre Francesco. Fu questa conchiusa nel dì 7 di giugno dell'anno presente, con obbligarsi il re Cristianissimo di pagare all'Inglese in termine diotto anni più di due milioni di scudi di oro: sborsati i quali, se gli dovea restituire Bologna di Piccardia. Dimorava l'imperadore in questi tempi in Germania, mal soffrendo la lega formata in Smalcaldia dai principi e comuni protestanti; perciocchè questa, sebben sembrava unicamente fatta per mantenere la falsa religione introdotta da Lutero (che appunto in quest'anno nel dì 7 di febbraio per improvvisa morte tolto fu dal mondo) pure covava nell'interno de' maggiori disegni contro la potenza dell'imperadore. Capi d'essa luterana lega eranoGian-Federigo ducaed elettor di Sassonia, eFilippo langraviod'Assia. Perciò l'Augusto Carlogiudicò di non dover più differire il farsi rendere ragione di questo attentato, con darsi ad ammassare un potente esercito. Perchè appunto anche gl'Italiani ebbero parte in quella danza, sarà a me permesso dirne qualche cosa.

Si studiò l'imperadore in questa occasione di trarre seco in lega ilpontefice Paolo. S'era questi con sua gran lode, siccome padre comune, astenuto in addietro da ogni parzialità e lega nelle guerre fra i monarchi cattolici. Ora che si trattava di procurar vantaggi alla vera religione, volentieri acconsentì ad unirsi coll'imperadore. Nel dì 22 di giugno si pubblicarono i capitoli d'essa lega, per cui il papa s'impegnò d'inviare in soccorso dell'imperadore dodici mila fanti e cinquecento cavalli, e di fornire nello spazio di un mese ducento mila scudi d'oro. Sollecitamente fece il pontefice questo armamento, con dichiararne generale ilduca Ottavio Farnesesuo nipote, e legato ilcardinal Farnesesuo parimente nipote. Comandante della cavalleria italiana fuGiam-Batista Savello, della fanteriaAlessandro Vitelli, e sotto d'essi militavano assai colonnelli e capitani italiani di molto credito nell'armi. Anche i duchi di Ferrara e di Firenze vi spedirono colà delle schiere armate, e più di cinquecento nobili italiani volontarii concorseroa far quella campagna. Trasse ancora l'imperador Carlo altra gente d'Italia, comandata daCarlo di Lanoiaprincipe di Sulmona, e daEmmanuele Filibertoprincipe di Piemonte. Erano eziandio nell'armata del medesimo Augusto generale dell'artiglieriaGian-Giacomo de Medicimarchese di Marignano, e consiglieri di guerradon Francesco d'Este, Pirro Colonna e Giam-Battista Gastaldo. Ma perciocchè lentamente procedeva l'unione dell'esercito imperiale, dovendo venir dai Paesi Bassi, dall'Italia e da altri luoghi molti d'esse soldatesche; l'elettore e il langravio, già messi al bando dell'imperio, più sollecitamente uscirono in campagna con un'armata, che alcuni, forse ampollosi, fanno ascendere ad ottanta mila fanti e a dieci, anzi a quindici mila cavalli, e s'inviarono verso Ratisbona, dove stava assai sprovvisto l'imperadore, con disegno o di farlo prigione o di cacciarlo di Germania. La protezion di Dio salvò Carlo V in tal congiuntura, non avendo que' ribelli saputo prevalersi del vento in poppa. Nulla servì loro l'aver prese le chiuse del Tirolo, affinchè non passassero gl'Italiani. Questi passarono, e nulla giovò ai luterani l'essersi impadroniti di Donavert. Ebbe tempo l'imperadore di provveder Ratisbona con gagliardo presidio, e di preoccupar la forte città d'Ingolstad, dove coll'esercito suo, ingrossato di molto, andò ad accamparsi a fronte della contraria superiore armata, ma senza voler mai venire a battaglia, benchè più volte provocato dagli orgogliosi nemici. Intanto al campo cesareo, superate molte difficoltà, venne a congiugnersi un grosso corpo di soldatesche fiamminghe.Mauriziocattolicoduca di Sassonia, nemico di quell'elettore, colle milizie tedesche ed unghere, dategli daFerdinando re dei Romani, ostilmente entrò nell'elettorato di Sassonia. Diede più percosse a quei popoli, e s'impossessò di un tratto grande di quel paese. Questo colpo, la mancanza de' viveri e la costanza dell'AugustoCarlo, costrinse l'armata protestante sul fine di novembre a levare il campo, e a ritirarsi alla sordina come in rotta. Allora fu che l'imperadore, tuttochè afflitto da varii incomodi di sanità, inoltratosi col poderoso suo esercito, tal terrore indusse nel paese nemico, che vide venire, prima che terminasse l'anno, oppure nel verno seguente, supplichevoli a' suoi piediFederigo conte Palatino, Ulderico ducadi Vitemberg, e i cittadini d'Ulma, d'Augusta, di Francoforte, di Argentina e di altri luoghi. Dopo questi vantaggi, pei quali rimasero molto infievoliti l'elettor sassone e il langravio d'Assia, si ritirò esso Augusto a' quartieri d'inverno, seco riportando gloria singolare non men di valore che di clemenza, per non aver negato il perdono a chiunque davanti a lui si umiliò. Fu continuato con vigore in quest'anno il concilio di Trento, ed ivi si stabilirono varii punti di domma, e parimente si attese a riformar gli abusi della disciplina ecclesiastica. Mancarono in quest'anno di vita due insigni cardinali, la memoria de' quali può sperare l'immortalità, cioèPietro BemboVeneziano, eJacopo SadoletoModenese, che negli scritti loro lasciarono ai posteri chiare testimonianze d'un raro ingegno e sapere.


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