MDXLVIIAnno diCristoMDXLVII. Indiz.V.Paolo IIIpapa 14.Carlo Vimperadore 29.Con una strepitosa scena in Genova si diede principio all'anno presente[Foglietta. Adriani. Campana. Mascardi.]. Dacchè fu rimessa in quella potente città per cura filiale diAndrea Doriala libertà, e riserbato quasi tutto ai nobili il governo d'essa, quivi si godeva un'invidiabil pace e tranquillità. Ma era gran tempo cheGian-Luigi de' Fieschi, conte di Lavagna e signore di molte castella, siccome giovane di grand'animo e di pensieri turbolenti, andava macchinando novitàin pregiudizio delle patria sua, con essere fin giunto a desiderar e sperare di acquistarne la signoria, o piuttosto di ridurla sotto il comando del re di Francia. Mirava egli con occhio di livore e con occulta rabbia lo stato e la fortuna del suddetto Andrea Doria, parendogli che sotto nome di libertà egli facesse da padrone in Genova, e che l'imperadore coll'essere dichiarato protettore della città, e col tenere al suo soldo esso Doria, anche più del Doria quivi signoreggiasse. Soprattutto gli stava sul cuore, come pungente spina, Giannettino Doria, nipote ed occhio dritto d'esso Andrea, che forse non cedeva a suo zio nella scienza dell'arte nautica militare; e benchè giovane, già s'era acquistato gran grido in varie azioni di valore, perchè in lui considerava un successore nell'odiata autorità e dignità di Andrea; e tanto più perchè in lui abbondava l'alterigia, cioè il potente segreto per farsi odiare. Dopo aver dunque Gian-Luigi in molto tempo, e con intelligenza dei ministri franzesi e diPier-Luigi ducadi Piacenza e Parma, segretamente introdotte in Genova alcune centinaia de' più arditi uomini delle sue castella, scelse la notte precedente al dì 2 di gennaio di quest'anno per effettuare il suo perverso disegno. Chiamati seco a scena molti de' suoi amici nobili popolari, e svelata ad essi l'intenzion sua, gli ebbe quasi tutti seguaci all'impresa. Uscì egli poscia alle dieci ore della notte colla gente armata, e non tardò ad impadronirsi della porta dell'Arco, con ispedire dipoi Girolamo ed Ottobuono suoi fratelli a far lo stesso di quella di San Tommaso. Era la principal sua mira di occupar la darsena, e di ridurre in suo potere le venti galee di Andrea Doria; e gli venne fatto, ma con risvegliarsi allora un gran tumulto e strepito di voci de' remiganti e marinari che in esse si trovavano. Nello stesso tempo gli altri si fecero colla forza padroni della suddetta porta di San Tommaso, divisando appresso di quindi passare al palazzodello stesso Andrea Doria, posto fuori della città, per quivi uccidere lui e Giannettino. Ma intanto, svegliato dallo strepitoso rumor della darsena esso Giannettino, credendo nata rissa o sollevazione fra i galeotti, vestitosi in fretta, con un sol famiglio, che gli portava innanzi la torcia, venne alla porta di San Tommaso, e imperiosamente chiesto d'entrare, per sua mala ventura v'entrò, perchè immantenente fu da' congiurati con più colpi steso morto a terra. Maraviglia fu che non corressero dippoi al palazzo di Andrea Doria, per levare anche a lui la vita. Stava egli in letto, stanco sotto il peso di ottanta anni, e maltrattato dalle gotte, quando gli venne avviso, che la città era sossopra, e udirsi gridare:Libertà e Fieschi, perchè molti della vil plebe s'erano uniti coi congiurati per isperanza di dare il sacco alle case de' nobili. Però, come potè, posto sopra una mula si sottrasse al pericolo, ritirandosi alla Masone, castello degli Spinoli.Poco parea che mancasse al compimento dell'opera, nè altro si aspettava, se non che Gian-Luigi tornasse per insignorirsi del palazzo pubblico. Ma Gian-Luigi era sparito per una di quelle vicende che non di rado sconcertano le misure anche de' più saggi. Nel voler egli passare sopra una tavola alla capitana delle galee, questa si mosse, ed egli, siccome armato di tutto punto, piombando nell'acqua, nè potendo sorgere, quivi lasciò miseramente la vita. Per questo accidente s'invilirono tutti i suoi, e venuta in chiaro la morte sua, quel senato ripigliò coraggio; e quantunque Girolamo fratello dello estinto continuasse a fare il bravo, pure sul far del giorno si trovò abbandonato dalla plebaglia, di maniera che ebbe per grazia di potersi ritirare a Montobbio, dove attese a fortificarsi: con che tornò la quiete in Genova. Cagion fu questa effimera rivoluzione che trecento schiavi turchi, presa una galea del Doria, su quella si salvarono in Africa. Fuggirono ancora tutti i forzati, dopo aver dato ilsacco a tutti gli armamenti ed arredi delle galee. Furono poi confiscate tutte le castella di Gian-Luigi, diroccato il magnifico suo palazzo; Girolamo suo fratello ed altri congiurati presi in Montobbio condannati all'ultimo supplizio. Gran rumore fece per l'Italia questo fatto. Chiara cosa fu che i ministri di Francia aveano tenuta mano a questa congiura, e comunemente si credette che Pier-Luigi Farnese per varii suoi dissapori e motivi politici fosse in ciò d'accordo col Fieschi, con avergli anche promesso degli aiuti. Alessandro Sardi[Sardi, Istoria MS.], allora vivente, attesta cheRenca di Francia duchessa di Ferrara, senza consenso delduca Ercole IIsuo marito, siccome cognata del re Francesco, fu partecipe di questo maneggio, e per mezzo del duca di Piacenza e Parma avea promesso al Fiesco di mandargli i Franzesi che la servivano. E perciocchè non si sapea credere che Pier-Luigi, senza chepapa Paolosuo padre fosse consapevole ed approvatore del fatto, avesse dato braccio alla congiura; a tanto più perchè fra esso papa edAndrea Doriaerano dianzi seguite non poche amarezze, perciò non si potè cavar di testa ai sospettosi imperiali che anche lo stesso pontefice in quella tresca si fosse meschiato, benchè niuna concludente pruova ne potessero mai trovare.Nel dì 28 dello stesso gennaio del presente anno diede fine alla carriera del suo vivereArrigo VIII red'Inghilterra, con lasciar erede il figlioOdoardodi età di soli nove anni, e il nome suo in obbrobrio presso tutta la posterità, per aver governati i suoi popoli più da tiranno che da re, con tanti aggravii loro imposti, con tanta crudeltà esercitata verso le maggiori e più illustri persone del regno, con tante scene della sfrenata sua libidine, e massimamente per essere divenuto traditore e persecutor della Chiesa cattolica, dopo aver conseguito il glorioso titolo di difensore della medesimaPoco stette a pagar lo stesso tributo alla naturaFrancesco I redi Francia in età di cinquantatrè anni, essendo accaduta la sua morte nel di 31 di marzo. La sua intemperanza ne' piaceri carnali, avendogli cagionata una pericolosa fistola nella bassa parte deretana, gli abbreviò la vita: principe peraltro ornato di belle doti, amante delle scienze e de' professori di esse, padre e restitutor delle lettere nella sua nazione. AdArrigo IIsuo primogenito, che a lui succedette, secondo l'esempio d'altri monarchi, i quali solamente imparano a viver bene quando s'ha da abbandonare la vita presente, lasciò per ricordo, essere cosa da saggio figliuolo l'imitar le virtù, e non già i vizii del padre. Specialmente ancora gli raccomandò di non aggravar di soverchio i popoli colle contribuzioni: dal che egli non s'era giammai guardato, per appagar l'ambizione sua e l'odio conceputo contro di Carlo imperadore, odio ch'egli forse portò al sepolcro, giacchè prima di morire avea mandati ducento mila scudi aGian-Federigo Sassonee allangravio assiano, nemici o ribelli d'esso Cesare. Se questa passione per memoria della prigionia sofferta in Ispagna, e per ragione ancora di Stato, l'ereditasse eziandio Arrigo II suo figlio, giovane di spiriti molto guerrieri, staremo poco ad avvedercene. Intanto solenni funerali fece egli al defunto padre, e con ogni sorta di feste si vide celebrato l'ingresso suo in Parigi conCaterina de Medici, divenuta ormai regina di Francia. Quanto agli affari di Cesare in Germania, brevemente dirò, che rinforzato di genteGian-Federigo ducadi Sassonia, di buona ora spinse le sue armi contra delduca Maurizio, padrone allora di Lipsia e di Dresda; e il mise a mal partito; perlochè avendo esso Maurizio fatte replicate istanze d'aiuto all'imperadore, questi, benchè infermo per la podagra, fu forzato ad uscire in campagna per tagliare il corso a maggiori progressi di Gian-Federigo, al quale riuscì in questi tempidi muovere a ribellione la Boemia contra delre Ferdinandosignore di quel regno, e di dare una rotta adAlberto, uno de'marchesi di Brandeburgo. Alla armata cesarea comandava in capo ilduca di Alvo. Perchè Giovachino marchese di Brandeburgo ed elettore abbracciò in questi tempi il partito dello imperadore, maggiormente si animò esso duca a proseguir la marcia contro del Sassone verso la metà di aprile. Mirabile poi e sopra modo ardita fu l'azion degli Spagnuoli, che trovando le opposte rive dell'Elba, fiume grossissimo, di gente e di artiglierie guernite da Gian-Federigo, pure passarono; e, cacciati i nemici, diedero campo all'esercito imperiale di formar un ponte e di trasferirsi di là. Ritiravasi il Sassone in ordinanza colle sue truppe, ma inseguito dalla cavalleria cesarea, suo malgrado, si preparò alla battaglia. Fu questa ben calda nel dì 24 d'aprile, ma infine andarono in rotta le genti del Sassone, ed egli, fatto prigione dal conte Ippolito Porto da Vicenza, fu condotto davanti all'imperadore, che gli rimproverò l'alterigia sua in trattar dianzi lui solamente col titolo diCarlo di Gante, che si fa nominar l'imperadore. Reo di morte venne da lì a qualche tempo giudicato Gian-Federigo; tante nondimeno preghiere dei principi s'interposero, implorando la clemenza di Cesare, ch'egli, mosso ancora dal desiderio di cavar dalle mani degli uffiziali di Gian-Federigo le due fortezze di Vittemberga e Gotta, s'indusse a donargli la vita, con patto che rinunziasse l'elettorato a Cesare, e i suoi Stati (a riserva di una porzione, cioè della Turingia) al duca Maurizio. Restò egli, ciò non ostante, come prigione presso l'imperadore. Per la depressione di questo primo campione della lega protestante, ancheFilippo langravio d Assiatrattò per mezzo di varii intercessori, e specialmente del suddetto duca Maurizio, di tornare in grazia dell'Augusto Carlo. Con varie condizioni questa gli fu accordata; ma,presentatosi egli ai piedi del vittorioso monarca, si vide ritenuto prigione; la qual durezza costò poscia ben caro al troppo severo monarca.Si studiò nell'anno presente, per ordine del medesimo Augusto, e a persuasione delcardinale Teatinodi casa Caraffa arcivescovo,don Pietro di Toledovicerè di Napoli d'introdurre in quella metropoli e regno il tribunale dell'inquisizione[Summonte. Sardi. Adriani. Campana ed altri.]; al che troppo abborrimento avea mostrato sempre il popolo napoletano, e massimamente la nobiltà, che giudicava d'essere tolta con tal novità di mira dal vicerè, mostratosi in tante altre occasioni suo poco amorevole, per non dir nemico, affin di gastigare sotto l'ombra della religione chi non era in sua grazia. A' tempi ancora di Ferdinando il Cattolico tentata fu la introduzion del medesimo tribunale. Il timor di una sollevazione, e l'aver fra le altre ragioni rappresentato i Napoletani, che essendo troppo familiari in quella nazione i giuramenti falsi, niun più sarebbe da lì innanzi stato sicuro dell'onore e della vita, fece desistere lo accorto re da sì pericolosa impresa. Ma, persistendo il Toledo in questo proposito, e nulla curando i privilegii di quella regal città, finalmente nel di 16 di maggio si mise in armi il popolo con alquanti nobili, e cominciò a menar le mani contro gli Spagnuoli usciti del castello in ordinanza, ed all'incontro il castello a tempestar colle palle le case de' cittadini. A questo rumore volarono a Napoli circa tre mila banditi e fuorusciti, che si unirono col popolo. Dopo di ciò furono eletti dalla città due inviati, cioè don Ferrante Sanseverino principe di Salerno, e don Placido di Sangro, affinchè si portassero alla corte per informar l'imperadore, e supplicarlo di richiamare il vicerè, e di non permettere le novità dell'odiata inquisizione fra loro. Al principedi Salerno era stato predetto, che se andava, male gliene avverrebbe. Ma egli, anteponendo l'amor della patria ad ogni suo rischio, andò. Furono prevenuti questi inviati da persona spedita con più diligenza dal vicerè. Arrivati che furono anch'essi alla corte, al principe, senza poter vedere la faccia dell'imperatore, fu ordinato di fermarsi. Il Sangro bensì ebbe udienza, ma non riportò a Napoli se non la secca risposta che la città ubbidisse. Venne intanto spedito dadon Ferrante Gonzagaal vicerè un rinforzo di mille Spagnuoli sopra le galee del principe Doria: altri ottocento dalla Sicilia, ed alcune brigate di fanti assoldati in Roma dadon Diego Mendozzaambasciatore cesareo. Costoro nel dì 21 di luglio, per discordia insorta fra essi ed alcuni popolari, diedero all'armi, uccissero alquanti Napoletani, saccheggiarono alcune case e monasteri, ed occuparono Santa Maria Nuova, luogo atto a prevalere contro la città. Mentre il popolo coi fuorusciti di Napoli e colle artiglierie si preparava per espugnar quel sito, arrivò il Sangro dalla corte, che intimò ad ognuno l'ubbidire. Non avea il popolo capo alcuno di autorità; e siccome è assomigliato ai flutti del mare, che presto vengono e presto sen vanno, si quetò, e spedì suoi deputati al vicerè per fare scusa e chiedere perdono. Nel dì 12 d'agosto fu pubblicato lo indulto generale, col condannar nondimeno la città al pagamento di cento mila ducati d'oro, nè più si parlò d'inquisizione; ma dal perdono rimasero esclusi alquanti nobili e popolari, che colla fuga si sottrassero alla pena, lasciando i loro beni in preda del fisco. Tornato dipoi a Napoli il principe di Salerno, come pecora segnata, fu da lì innanzi perseguitato dal vicerè; tanto che in fine fu costretto a fuggirsene; e, dichiarato ribello, dopo molte peripezie, finì, siccome diremo, sua vita in Francia nel 1568, con aver prima abbracciata l'eresia degli Ugonotti.Insorsero in quest'anno varie dispute nel concilio di Trento, perchè quei padri tanto per lo strepito delle vicine guerre, che per l'influenza di gravi malattie quindi insorte, erano malcontenti di quel soggiorno. Altri motivi segreti ancora si pretende che avessepapa Paoloper mutare il luogo a quella adunanza; e perciò andò loro l'ordine che trasferissero il concilio a Bologna, siccome fecero di fatto. Sommamente dispiacque a Cesare questa precipitosa risoluzione, e fra gli altri suoi aperti risentimenti comandò che i prelati de' suoi dominii non si movessero di Trento. Era anche per altro esso Augusto di mal umore verso il pontefice, perchè questi sul fine dell'anno precedente avea richiamate dalla Germania le milizie pontificie in tempo che Cesare maggiormente abbisognava per proseguir la guerra contra de' protestanti. Crebbero inoltre i dissapori all'osservare come il pontefice tenesse pratiche di stretta confidenza coi Franzesi, avendo egli anche ultimamente ottenuta per moglie diOrazio Farnesesuo nipote una figlia naturale del novello re di Francia, con gran dote, obbligandosi egli, all'incontro, di comperargli in Francia uno Stato che rendesse annualmente almeno dodici mila ducati d'oro. Ma soprattutto covava l'imperadore un tarlo di sdegno e di vendetta contro diPier-Luigi Farnesefiglio del papa, e nuovo duca di Piacenza e Parma, non solamente perchè riputato, se non promotore, almeno complice dell'attentato di Gian-Luigi Fiesco contra di Genova, ma ancora perchè si scorgeva in lui un continuo e stretto attaccamento ai Franzesi. Cosa producessero questi mali umori, poco si starà a conoscerlo per la congiura tramata ed eseguita contro di lui nell'anno presente. Dacchè fu egli messo in possesso del ducato di Piacenza e Parma, fermò la sua stanza nella prima di quelle città, dove si applicò a fabbricare una nuova cittadella che in questi tempi si trovava ridotta quasi a compimento, non lasciando intanto diabbellire in varie forme la città di Parma[Adriani. Angeli, Storia di Parma. Mambrin Roseo. Gesellini, Vita di Ferrante Gonzaga.]. Hanno dimenticato gli scrittori di tramandare ai posteri le virtù di esso Pietro Luigi. All'incontro, se noi vogliamo credere al Varchi, questo personaggio era uomo scelleratissimo, brutto di volto, ma più deforme d'animo, immerso nella più nefanda libidine e in altri enormi vizii. Anzi termina esso Varchi la sua Storia colla scandalosa pittura di una di lui azione la più sconcia ed orrida che mai si possa udire, e di cui forse non si troverà altro pari esempio. Poteva il Varchi e doveva risparmiare ancor questo. E volesse Dio che ci fossero bastevoli argomenti per poterlo ora mettere in dubbio; ma dacchè non osarono di contraddire alla fama di sì nero delitto gli scrittori allora viventi, quantunque ne mormorassero forte gli stessi protestanti; e dacchè il Belcaire vescovo di Metz, che scriveva allora le sue storie, asserisca la notorietà della libidine d'esso Pier-Luigi, con accennar anche quel mostruosissimo fatto accaduto nel 1557, io altro non soggiugnerò intorno ad esso. Dirò bensì, non apparire ch'egli per la carnale sua concupiscenza si tirasse addosso l'odio della ricca e numerosa nobiltà piacentina, non parendo mai verisimile il venir egli rappresentato dal Segni per istorpio di mani e di piedi, sicchè bisognava aiutarlo fino al mangiare, e tuttavia perduto negli affari della sensualità.Altronde adunque venne contra di Pier-Luigi il mal talento di que' cittadini; imperocchè, avendo egli trovato i nobili d'essa Piacenza avvezzi a vivere con soverchia libertà sotto il governo ecclesiastico, e ad abitar per lo più ne' loro feudi, dove, non men che nella città, conculcavano la plebe, tosto si diede a metter loro la briglia, senza considerare se il rigore oppure la piacevolezza convenisse meglio alla novità del suo governo. A questo fine levò l'armi ai nobili,limitò i loro privilegii, e sotto pena ancora di confisco gli obbligò ad abitar nella città, affinchè s'aumentassero le rendite delle sue gabelle; tagliò eziandio non poco dell'autorità di quel senato, e furono cominciati gran processi contra de' delinquenti presenti e passati. Oltre a ciò levò, Corte Maggiore a Girolamo marchese Pallavicino, e divulgossi ancora che era per ispogliare Agostino Landi di Bardi e Compiano: novità che lo facevano bensì amare dal basso popolo, ma odiare assaissimo dalla nobiltà. Non si guardò egli dall'inimicarsidon Ferrante Gonzagagovernator di Milano, con occupare un castello di lui, e impedirgli la tenuta del marchesato di Soragna; perlochè il Gonzaga fece quanti mali ufficii potè contro di lui alla corte dell'imperadore. Convennero dunque i suddetti Girolamo Pallavicino ed Agostino Landi, con Camillo marchese Pallavicino, Giovanni Anguissola e Gian-Luigi gonfaloniere, tutti della primaria nobiltà di Piacenza, di levar di vita il Farnese. Fu poi, per quanto credo, inventato che i lor cognomi erano indicati nella parola PLAC, abbreviata nelle monete d'esso duca. Speravano essi appoggio dopo il fatto da don Ferrante; ma l'Adriani e il Gosellini, che ben si può presumere assai informati di quegli affari, scrivono essere stato con Ferrante quegli che promosse ed attizzò la congiura; e venne in questo tempo a Cremona (seppur non fu a Lodi) non gente militare, per trovarsi più a tiro della disegnata impresa. Quel ch'è certo, nel dì 10 di settembre i cinque suddetti congiurati, con alcuni lor confidenti al numero di trentasette persone, portanti armi coperte sotto i panni, presa l'ora che il duca ebbe pranzato, e che i suoi ministri stavano a tavola, quando uno e quando l'altro entrarono nella vecchia cittadella, dove abitava il duca, lasciandoli passar liberamente la guardia degli Svizzeri. Per quanto viene scritto, più d'un avviso era venuto a Pier-Luigi da Milano e dal papa stessoche si macchinava contra di lui, e che si guardasse; ma non seppe egli profittarne. Era salito l'Anguissola con due compagni nell'anticamera del duca, e mentre gli altri attesero ad impadronirsi della porta della cittadella e della sala con uccidere alcuni Svizzeri e Tedeschi, egli, entrato co' suoi due nella camera del duca, che ragionava allora con Cesare Fogliano, con poche pugnalate lo stese morto a terra, senza trovare resistenza alcuna, perchè, a cagion della sua intemperante passata vita, avea Pier-Luigi degl'impedimenti alle giunture, ed immobile ricevè la morte.All'udire che nella cittadella era tanto rumore, non meno i nobili che il popolo diedero di piglio all'armi, e corsero a quella volta. Altrettanto fece Alessandro da Terni, capitano delle milizie del duca, con animo d'entrare in essa fortezza. Ma avendo i congiurati alzato il ponte, ed essendosi ben armati con rompere l'armeria ducale, e con assicurarsi della famiglia dell'ucciso principe, convenne fermarsi. In questo mentre Agostino Landi rappresentò al popolo la morte del duca, e fatto calar dalle mura nella fossa il di lui cadavero legato con una fune, acciocchè se ne accertassero, e gridando:Libertà, libertà, imperio, ed asserendo che don Ferrante in breve arriverebbe colle sue truppe, ognuno s'andò ritirando, ed Alessandro da Terni colle sue genti s'inviò alla volta di Parma. Avvisato infatti il Gonzaga con due spari d'artiglieria, spedì incontanente cinquecento fanti, che entrarono nella cittadella, e nel dì 12 di settembre comparve anche egli con altra gente, e prese il possesso della città a nome dell'imperadore, promettendo ai cittadini di ridurre le gravezze al primo stato, di restituir gli onori al senato, e la libertà ai feudatarii, annullare i processi, e di rendere i beni confiscati: con che tornò la quiete in quella nobil città. Ciò fatto, il Gonzaga spedì truppe ad impadronirsi di Borgo San Donnino, e di Borgo di Val di Taro, e diCastel Guelfo. Tentò ancora la città di Parma, e Roccabianca e Fontanellato; ma i Parmigiani, avendo dipoi acclamato per loro ducaOttavio Farnese, figlio dell'estinto Pier-Luigi, si tennero forti alla divozione di lui. Trovavasipapa Paoloin Perugia, allorchè gli fu recata la funesta nuova, accolta da lui con inesplicabil dolore, e insieme con fieri interni rimproveri, al veder così confusa l'ambizion sua e il tanto suo amore ai congiunti di sangue. Tuttavia da saggio non perdè tempo a spedire il nipote Ottavio con Alessandro Vitelli a Parma, e a spignervi di mano in mano quante soldatesche potè, raccolte dall'Umbria e dalla Romagna. Ciò sostenne Parma, e seguì in appresso una sospension d'armi fra il duca Ottavio e don Ferrante. E questo misero fine ebbe Pier-Luigi Farnese, che quantunque lasciasse dopo di sè un brutto nome, pure ebbe la gloria o fortuna di lasciar quattro figli ben diversi da lui, cioè il suddettoduca Ottavio, che riuscì principe di gran valore e saviezza;Alessandro, uno dei più insigni cardinali del sacro collegio;Orazio duca di Castro, destinato genero diArrigo II redi Francia per lo sposalizio diDianafiglia naturale dello stesso re; eRanuccio, che il buon papa, dimentico della riforma della Chiesa, non avea avuto scrupolo di eleggere arcivescovo di Napoli, e crear cardinale nell'anno precedente, ancorchè egli non avesse che quindici in sedici anni. Lasciò inoltre Pier-Luigi una figlia per nomeVittoria, che il papa diede per moglie aGuidubaldo ducad'Urbino, generale in questi tempi della repubblica di Venezia. Ma della morte del Farnese ebbe ben a dolersi l'Italia, perchè cagion fu di riaccendere nuove guerre non solamente qui, ma anche oltramonti, siccome vedremo. Nè si dee tacere che in quest'anno a dì 12 d'agosto (avvenimento assai raro) cadde nel Mugello, distretto di Firenze, per tutta la notte si dirotta ed impetuosa pioggia, che tutti i fiumicelli divennero orgogliosi torrenti,con inondar le campagne, ed allagare non poca parte della città di Firenze. Vi perì molta gente; case, mulini, gualchiere, ponti ed alberi infiniti non ressero alla furia dell'acque; talchè gli uomini di quel secolo niuna pari disavventura avevano mai veduta o provata nei tempi loro.
Con una strepitosa scena in Genova si diede principio all'anno presente[Foglietta. Adriani. Campana. Mascardi.]. Dacchè fu rimessa in quella potente città per cura filiale diAndrea Doriala libertà, e riserbato quasi tutto ai nobili il governo d'essa, quivi si godeva un'invidiabil pace e tranquillità. Ma era gran tempo cheGian-Luigi de' Fieschi, conte di Lavagna e signore di molte castella, siccome giovane di grand'animo e di pensieri turbolenti, andava macchinando novitàin pregiudizio delle patria sua, con essere fin giunto a desiderar e sperare di acquistarne la signoria, o piuttosto di ridurla sotto il comando del re di Francia. Mirava egli con occhio di livore e con occulta rabbia lo stato e la fortuna del suddetto Andrea Doria, parendogli che sotto nome di libertà egli facesse da padrone in Genova, e che l'imperadore coll'essere dichiarato protettore della città, e col tenere al suo soldo esso Doria, anche più del Doria quivi signoreggiasse. Soprattutto gli stava sul cuore, come pungente spina, Giannettino Doria, nipote ed occhio dritto d'esso Andrea, che forse non cedeva a suo zio nella scienza dell'arte nautica militare; e benchè giovane, già s'era acquistato gran grido in varie azioni di valore, perchè in lui considerava un successore nell'odiata autorità e dignità di Andrea; e tanto più perchè in lui abbondava l'alterigia, cioè il potente segreto per farsi odiare. Dopo aver dunque Gian-Luigi in molto tempo, e con intelligenza dei ministri franzesi e diPier-Luigi ducadi Piacenza e Parma, segretamente introdotte in Genova alcune centinaia de' più arditi uomini delle sue castella, scelse la notte precedente al dì 2 di gennaio di quest'anno per effettuare il suo perverso disegno. Chiamati seco a scena molti de' suoi amici nobili popolari, e svelata ad essi l'intenzion sua, gli ebbe quasi tutti seguaci all'impresa. Uscì egli poscia alle dieci ore della notte colla gente armata, e non tardò ad impadronirsi della porta dell'Arco, con ispedire dipoi Girolamo ed Ottobuono suoi fratelli a far lo stesso di quella di San Tommaso. Era la principal sua mira di occupar la darsena, e di ridurre in suo potere le venti galee di Andrea Doria; e gli venne fatto, ma con risvegliarsi allora un gran tumulto e strepito di voci de' remiganti e marinari che in esse si trovavano. Nello stesso tempo gli altri si fecero colla forza padroni della suddetta porta di San Tommaso, divisando appresso di quindi passare al palazzodello stesso Andrea Doria, posto fuori della città, per quivi uccidere lui e Giannettino. Ma intanto, svegliato dallo strepitoso rumor della darsena esso Giannettino, credendo nata rissa o sollevazione fra i galeotti, vestitosi in fretta, con un sol famiglio, che gli portava innanzi la torcia, venne alla porta di San Tommaso, e imperiosamente chiesto d'entrare, per sua mala ventura v'entrò, perchè immantenente fu da' congiurati con più colpi steso morto a terra. Maraviglia fu che non corressero dippoi al palazzo di Andrea Doria, per levare anche a lui la vita. Stava egli in letto, stanco sotto il peso di ottanta anni, e maltrattato dalle gotte, quando gli venne avviso, che la città era sossopra, e udirsi gridare:Libertà e Fieschi, perchè molti della vil plebe s'erano uniti coi congiurati per isperanza di dare il sacco alle case de' nobili. Però, come potè, posto sopra una mula si sottrasse al pericolo, ritirandosi alla Masone, castello degli Spinoli.
Poco parea che mancasse al compimento dell'opera, nè altro si aspettava, se non che Gian-Luigi tornasse per insignorirsi del palazzo pubblico. Ma Gian-Luigi era sparito per una di quelle vicende che non di rado sconcertano le misure anche de' più saggi. Nel voler egli passare sopra una tavola alla capitana delle galee, questa si mosse, ed egli, siccome armato di tutto punto, piombando nell'acqua, nè potendo sorgere, quivi lasciò miseramente la vita. Per questo accidente s'invilirono tutti i suoi, e venuta in chiaro la morte sua, quel senato ripigliò coraggio; e quantunque Girolamo fratello dello estinto continuasse a fare il bravo, pure sul far del giorno si trovò abbandonato dalla plebaglia, di maniera che ebbe per grazia di potersi ritirare a Montobbio, dove attese a fortificarsi: con che tornò la quiete in Genova. Cagion fu questa effimera rivoluzione che trecento schiavi turchi, presa una galea del Doria, su quella si salvarono in Africa. Fuggirono ancora tutti i forzati, dopo aver dato ilsacco a tutti gli armamenti ed arredi delle galee. Furono poi confiscate tutte le castella di Gian-Luigi, diroccato il magnifico suo palazzo; Girolamo suo fratello ed altri congiurati presi in Montobbio condannati all'ultimo supplizio. Gran rumore fece per l'Italia questo fatto. Chiara cosa fu che i ministri di Francia aveano tenuta mano a questa congiura, e comunemente si credette che Pier-Luigi Farnese per varii suoi dissapori e motivi politici fosse in ciò d'accordo col Fieschi, con avergli anche promesso degli aiuti. Alessandro Sardi[Sardi, Istoria MS.], allora vivente, attesta cheRenca di Francia duchessa di Ferrara, senza consenso delduca Ercole IIsuo marito, siccome cognata del re Francesco, fu partecipe di questo maneggio, e per mezzo del duca di Piacenza e Parma avea promesso al Fiesco di mandargli i Franzesi che la servivano. E perciocchè non si sapea credere che Pier-Luigi, senza chepapa Paolosuo padre fosse consapevole ed approvatore del fatto, avesse dato braccio alla congiura; a tanto più perchè fra esso papa edAndrea Doriaerano dianzi seguite non poche amarezze, perciò non si potè cavar di testa ai sospettosi imperiali che anche lo stesso pontefice in quella tresca si fosse meschiato, benchè niuna concludente pruova ne potessero mai trovare.
Nel dì 28 dello stesso gennaio del presente anno diede fine alla carriera del suo vivereArrigo VIII red'Inghilterra, con lasciar erede il figlioOdoardodi età di soli nove anni, e il nome suo in obbrobrio presso tutta la posterità, per aver governati i suoi popoli più da tiranno che da re, con tanti aggravii loro imposti, con tanta crudeltà esercitata verso le maggiori e più illustri persone del regno, con tante scene della sfrenata sua libidine, e massimamente per essere divenuto traditore e persecutor della Chiesa cattolica, dopo aver conseguito il glorioso titolo di difensore della medesimaPoco stette a pagar lo stesso tributo alla naturaFrancesco I redi Francia in età di cinquantatrè anni, essendo accaduta la sua morte nel di 31 di marzo. La sua intemperanza ne' piaceri carnali, avendogli cagionata una pericolosa fistola nella bassa parte deretana, gli abbreviò la vita: principe peraltro ornato di belle doti, amante delle scienze e de' professori di esse, padre e restitutor delle lettere nella sua nazione. AdArrigo IIsuo primogenito, che a lui succedette, secondo l'esempio d'altri monarchi, i quali solamente imparano a viver bene quando s'ha da abbandonare la vita presente, lasciò per ricordo, essere cosa da saggio figliuolo l'imitar le virtù, e non già i vizii del padre. Specialmente ancora gli raccomandò di non aggravar di soverchio i popoli colle contribuzioni: dal che egli non s'era giammai guardato, per appagar l'ambizione sua e l'odio conceputo contro di Carlo imperadore, odio ch'egli forse portò al sepolcro, giacchè prima di morire avea mandati ducento mila scudi aGian-Federigo Sassonee allangravio assiano, nemici o ribelli d'esso Cesare. Se questa passione per memoria della prigionia sofferta in Ispagna, e per ragione ancora di Stato, l'ereditasse eziandio Arrigo II suo figlio, giovane di spiriti molto guerrieri, staremo poco ad avvedercene. Intanto solenni funerali fece egli al defunto padre, e con ogni sorta di feste si vide celebrato l'ingresso suo in Parigi conCaterina de Medici, divenuta ormai regina di Francia. Quanto agli affari di Cesare in Germania, brevemente dirò, che rinforzato di genteGian-Federigo ducadi Sassonia, di buona ora spinse le sue armi contra delduca Maurizio, padrone allora di Lipsia e di Dresda; e il mise a mal partito; perlochè avendo esso Maurizio fatte replicate istanze d'aiuto all'imperadore, questi, benchè infermo per la podagra, fu forzato ad uscire in campagna per tagliare il corso a maggiori progressi di Gian-Federigo, al quale riuscì in questi tempidi muovere a ribellione la Boemia contra delre Ferdinandosignore di quel regno, e di dare una rotta adAlberto, uno de'marchesi di Brandeburgo. Alla armata cesarea comandava in capo ilduca di Alvo. Perchè Giovachino marchese di Brandeburgo ed elettore abbracciò in questi tempi il partito dello imperadore, maggiormente si animò esso duca a proseguir la marcia contro del Sassone verso la metà di aprile. Mirabile poi e sopra modo ardita fu l'azion degli Spagnuoli, che trovando le opposte rive dell'Elba, fiume grossissimo, di gente e di artiglierie guernite da Gian-Federigo, pure passarono; e, cacciati i nemici, diedero campo all'esercito imperiale di formar un ponte e di trasferirsi di là. Ritiravasi il Sassone in ordinanza colle sue truppe, ma inseguito dalla cavalleria cesarea, suo malgrado, si preparò alla battaglia. Fu questa ben calda nel dì 24 d'aprile, ma infine andarono in rotta le genti del Sassone, ed egli, fatto prigione dal conte Ippolito Porto da Vicenza, fu condotto davanti all'imperadore, che gli rimproverò l'alterigia sua in trattar dianzi lui solamente col titolo diCarlo di Gante, che si fa nominar l'imperadore. Reo di morte venne da lì a qualche tempo giudicato Gian-Federigo; tante nondimeno preghiere dei principi s'interposero, implorando la clemenza di Cesare, ch'egli, mosso ancora dal desiderio di cavar dalle mani degli uffiziali di Gian-Federigo le due fortezze di Vittemberga e Gotta, s'indusse a donargli la vita, con patto che rinunziasse l'elettorato a Cesare, e i suoi Stati (a riserva di una porzione, cioè della Turingia) al duca Maurizio. Restò egli, ciò non ostante, come prigione presso l'imperadore. Per la depressione di questo primo campione della lega protestante, ancheFilippo langravio d Assiatrattò per mezzo di varii intercessori, e specialmente del suddetto duca Maurizio, di tornare in grazia dell'Augusto Carlo. Con varie condizioni questa gli fu accordata; ma,presentatosi egli ai piedi del vittorioso monarca, si vide ritenuto prigione; la qual durezza costò poscia ben caro al troppo severo monarca.
Si studiò nell'anno presente, per ordine del medesimo Augusto, e a persuasione delcardinale Teatinodi casa Caraffa arcivescovo,don Pietro di Toledovicerè di Napoli d'introdurre in quella metropoli e regno il tribunale dell'inquisizione[Summonte. Sardi. Adriani. Campana ed altri.]; al che troppo abborrimento avea mostrato sempre il popolo napoletano, e massimamente la nobiltà, che giudicava d'essere tolta con tal novità di mira dal vicerè, mostratosi in tante altre occasioni suo poco amorevole, per non dir nemico, affin di gastigare sotto l'ombra della religione chi non era in sua grazia. A' tempi ancora di Ferdinando il Cattolico tentata fu la introduzion del medesimo tribunale. Il timor di una sollevazione, e l'aver fra le altre ragioni rappresentato i Napoletani, che essendo troppo familiari in quella nazione i giuramenti falsi, niun più sarebbe da lì innanzi stato sicuro dell'onore e della vita, fece desistere lo accorto re da sì pericolosa impresa. Ma, persistendo il Toledo in questo proposito, e nulla curando i privilegii di quella regal città, finalmente nel di 16 di maggio si mise in armi il popolo con alquanti nobili, e cominciò a menar le mani contro gli Spagnuoli usciti del castello in ordinanza, ed all'incontro il castello a tempestar colle palle le case de' cittadini. A questo rumore volarono a Napoli circa tre mila banditi e fuorusciti, che si unirono col popolo. Dopo di ciò furono eletti dalla città due inviati, cioè don Ferrante Sanseverino principe di Salerno, e don Placido di Sangro, affinchè si portassero alla corte per informar l'imperadore, e supplicarlo di richiamare il vicerè, e di non permettere le novità dell'odiata inquisizione fra loro. Al principedi Salerno era stato predetto, che se andava, male gliene avverrebbe. Ma egli, anteponendo l'amor della patria ad ogni suo rischio, andò. Furono prevenuti questi inviati da persona spedita con più diligenza dal vicerè. Arrivati che furono anch'essi alla corte, al principe, senza poter vedere la faccia dell'imperatore, fu ordinato di fermarsi. Il Sangro bensì ebbe udienza, ma non riportò a Napoli se non la secca risposta che la città ubbidisse. Venne intanto spedito dadon Ferrante Gonzagaal vicerè un rinforzo di mille Spagnuoli sopra le galee del principe Doria: altri ottocento dalla Sicilia, ed alcune brigate di fanti assoldati in Roma dadon Diego Mendozzaambasciatore cesareo. Costoro nel dì 21 di luglio, per discordia insorta fra essi ed alcuni popolari, diedero all'armi, uccissero alquanti Napoletani, saccheggiarono alcune case e monasteri, ed occuparono Santa Maria Nuova, luogo atto a prevalere contro la città. Mentre il popolo coi fuorusciti di Napoli e colle artiglierie si preparava per espugnar quel sito, arrivò il Sangro dalla corte, che intimò ad ognuno l'ubbidire. Non avea il popolo capo alcuno di autorità; e siccome è assomigliato ai flutti del mare, che presto vengono e presto sen vanno, si quetò, e spedì suoi deputati al vicerè per fare scusa e chiedere perdono. Nel dì 12 d'agosto fu pubblicato lo indulto generale, col condannar nondimeno la città al pagamento di cento mila ducati d'oro, nè più si parlò d'inquisizione; ma dal perdono rimasero esclusi alquanti nobili e popolari, che colla fuga si sottrassero alla pena, lasciando i loro beni in preda del fisco. Tornato dipoi a Napoli il principe di Salerno, come pecora segnata, fu da lì innanzi perseguitato dal vicerè; tanto che in fine fu costretto a fuggirsene; e, dichiarato ribello, dopo molte peripezie, finì, siccome diremo, sua vita in Francia nel 1568, con aver prima abbracciata l'eresia degli Ugonotti.
Insorsero in quest'anno varie dispute nel concilio di Trento, perchè quei padri tanto per lo strepito delle vicine guerre, che per l'influenza di gravi malattie quindi insorte, erano malcontenti di quel soggiorno. Altri motivi segreti ancora si pretende che avessepapa Paoloper mutare il luogo a quella adunanza; e perciò andò loro l'ordine che trasferissero il concilio a Bologna, siccome fecero di fatto. Sommamente dispiacque a Cesare questa precipitosa risoluzione, e fra gli altri suoi aperti risentimenti comandò che i prelati de' suoi dominii non si movessero di Trento. Era anche per altro esso Augusto di mal umore verso il pontefice, perchè questi sul fine dell'anno precedente avea richiamate dalla Germania le milizie pontificie in tempo che Cesare maggiormente abbisognava per proseguir la guerra contra de' protestanti. Crebbero inoltre i dissapori all'osservare come il pontefice tenesse pratiche di stretta confidenza coi Franzesi, avendo egli anche ultimamente ottenuta per moglie diOrazio Farnesesuo nipote una figlia naturale del novello re di Francia, con gran dote, obbligandosi egli, all'incontro, di comperargli in Francia uno Stato che rendesse annualmente almeno dodici mila ducati d'oro. Ma soprattutto covava l'imperadore un tarlo di sdegno e di vendetta contro diPier-Luigi Farnesefiglio del papa, e nuovo duca di Piacenza e Parma, non solamente perchè riputato, se non promotore, almeno complice dell'attentato di Gian-Luigi Fiesco contra di Genova, ma ancora perchè si scorgeva in lui un continuo e stretto attaccamento ai Franzesi. Cosa producessero questi mali umori, poco si starà a conoscerlo per la congiura tramata ed eseguita contro di lui nell'anno presente. Dacchè fu egli messo in possesso del ducato di Piacenza e Parma, fermò la sua stanza nella prima di quelle città, dove si applicò a fabbricare una nuova cittadella che in questi tempi si trovava ridotta quasi a compimento, non lasciando intanto diabbellire in varie forme la città di Parma[Adriani. Angeli, Storia di Parma. Mambrin Roseo. Gesellini, Vita di Ferrante Gonzaga.]. Hanno dimenticato gli scrittori di tramandare ai posteri le virtù di esso Pietro Luigi. All'incontro, se noi vogliamo credere al Varchi, questo personaggio era uomo scelleratissimo, brutto di volto, ma più deforme d'animo, immerso nella più nefanda libidine e in altri enormi vizii. Anzi termina esso Varchi la sua Storia colla scandalosa pittura di una di lui azione la più sconcia ed orrida che mai si possa udire, e di cui forse non si troverà altro pari esempio. Poteva il Varchi e doveva risparmiare ancor questo. E volesse Dio che ci fossero bastevoli argomenti per poterlo ora mettere in dubbio; ma dacchè non osarono di contraddire alla fama di sì nero delitto gli scrittori allora viventi, quantunque ne mormorassero forte gli stessi protestanti; e dacchè il Belcaire vescovo di Metz, che scriveva allora le sue storie, asserisca la notorietà della libidine d'esso Pier-Luigi, con accennar anche quel mostruosissimo fatto accaduto nel 1557, io altro non soggiugnerò intorno ad esso. Dirò bensì, non apparire ch'egli per la carnale sua concupiscenza si tirasse addosso l'odio della ricca e numerosa nobiltà piacentina, non parendo mai verisimile il venir egli rappresentato dal Segni per istorpio di mani e di piedi, sicchè bisognava aiutarlo fino al mangiare, e tuttavia perduto negli affari della sensualità.
Altronde adunque venne contra di Pier-Luigi il mal talento di que' cittadini; imperocchè, avendo egli trovato i nobili d'essa Piacenza avvezzi a vivere con soverchia libertà sotto il governo ecclesiastico, e ad abitar per lo più ne' loro feudi, dove, non men che nella città, conculcavano la plebe, tosto si diede a metter loro la briglia, senza considerare se il rigore oppure la piacevolezza convenisse meglio alla novità del suo governo. A questo fine levò l'armi ai nobili,limitò i loro privilegii, e sotto pena ancora di confisco gli obbligò ad abitar nella città, affinchè s'aumentassero le rendite delle sue gabelle; tagliò eziandio non poco dell'autorità di quel senato, e furono cominciati gran processi contra de' delinquenti presenti e passati. Oltre a ciò levò, Corte Maggiore a Girolamo marchese Pallavicino, e divulgossi ancora che era per ispogliare Agostino Landi di Bardi e Compiano: novità che lo facevano bensì amare dal basso popolo, ma odiare assaissimo dalla nobiltà. Non si guardò egli dall'inimicarsidon Ferrante Gonzagagovernator di Milano, con occupare un castello di lui, e impedirgli la tenuta del marchesato di Soragna; perlochè il Gonzaga fece quanti mali ufficii potè contro di lui alla corte dell'imperadore. Convennero dunque i suddetti Girolamo Pallavicino ed Agostino Landi, con Camillo marchese Pallavicino, Giovanni Anguissola e Gian-Luigi gonfaloniere, tutti della primaria nobiltà di Piacenza, di levar di vita il Farnese. Fu poi, per quanto credo, inventato che i lor cognomi erano indicati nella parola PLAC, abbreviata nelle monete d'esso duca. Speravano essi appoggio dopo il fatto da don Ferrante; ma l'Adriani e il Gosellini, che ben si può presumere assai informati di quegli affari, scrivono essere stato con Ferrante quegli che promosse ed attizzò la congiura; e venne in questo tempo a Cremona (seppur non fu a Lodi) non gente militare, per trovarsi più a tiro della disegnata impresa. Quel ch'è certo, nel dì 10 di settembre i cinque suddetti congiurati, con alcuni lor confidenti al numero di trentasette persone, portanti armi coperte sotto i panni, presa l'ora che il duca ebbe pranzato, e che i suoi ministri stavano a tavola, quando uno e quando l'altro entrarono nella vecchia cittadella, dove abitava il duca, lasciandoli passar liberamente la guardia degli Svizzeri. Per quanto viene scritto, più d'un avviso era venuto a Pier-Luigi da Milano e dal papa stessoche si macchinava contra di lui, e che si guardasse; ma non seppe egli profittarne. Era salito l'Anguissola con due compagni nell'anticamera del duca, e mentre gli altri attesero ad impadronirsi della porta della cittadella e della sala con uccidere alcuni Svizzeri e Tedeschi, egli, entrato co' suoi due nella camera del duca, che ragionava allora con Cesare Fogliano, con poche pugnalate lo stese morto a terra, senza trovare resistenza alcuna, perchè, a cagion della sua intemperante passata vita, avea Pier-Luigi degl'impedimenti alle giunture, ed immobile ricevè la morte.
All'udire che nella cittadella era tanto rumore, non meno i nobili che il popolo diedero di piglio all'armi, e corsero a quella volta. Altrettanto fece Alessandro da Terni, capitano delle milizie del duca, con animo d'entrare in essa fortezza. Ma avendo i congiurati alzato il ponte, ed essendosi ben armati con rompere l'armeria ducale, e con assicurarsi della famiglia dell'ucciso principe, convenne fermarsi. In questo mentre Agostino Landi rappresentò al popolo la morte del duca, e fatto calar dalle mura nella fossa il di lui cadavero legato con una fune, acciocchè se ne accertassero, e gridando:Libertà, libertà, imperio, ed asserendo che don Ferrante in breve arriverebbe colle sue truppe, ognuno s'andò ritirando, ed Alessandro da Terni colle sue genti s'inviò alla volta di Parma. Avvisato infatti il Gonzaga con due spari d'artiglieria, spedì incontanente cinquecento fanti, che entrarono nella cittadella, e nel dì 12 di settembre comparve anche egli con altra gente, e prese il possesso della città a nome dell'imperadore, promettendo ai cittadini di ridurre le gravezze al primo stato, di restituir gli onori al senato, e la libertà ai feudatarii, annullare i processi, e di rendere i beni confiscati: con che tornò la quiete in quella nobil città. Ciò fatto, il Gonzaga spedì truppe ad impadronirsi di Borgo San Donnino, e di Borgo di Val di Taro, e diCastel Guelfo. Tentò ancora la città di Parma, e Roccabianca e Fontanellato; ma i Parmigiani, avendo dipoi acclamato per loro ducaOttavio Farnese, figlio dell'estinto Pier-Luigi, si tennero forti alla divozione di lui. Trovavasipapa Paoloin Perugia, allorchè gli fu recata la funesta nuova, accolta da lui con inesplicabil dolore, e insieme con fieri interni rimproveri, al veder così confusa l'ambizion sua e il tanto suo amore ai congiunti di sangue. Tuttavia da saggio non perdè tempo a spedire il nipote Ottavio con Alessandro Vitelli a Parma, e a spignervi di mano in mano quante soldatesche potè, raccolte dall'Umbria e dalla Romagna. Ciò sostenne Parma, e seguì in appresso una sospension d'armi fra il duca Ottavio e don Ferrante. E questo misero fine ebbe Pier-Luigi Farnese, che quantunque lasciasse dopo di sè un brutto nome, pure ebbe la gloria o fortuna di lasciar quattro figli ben diversi da lui, cioè il suddettoduca Ottavio, che riuscì principe di gran valore e saviezza;Alessandro, uno dei più insigni cardinali del sacro collegio;Orazio duca di Castro, destinato genero diArrigo II redi Francia per lo sposalizio diDianafiglia naturale dello stesso re; eRanuccio, che il buon papa, dimentico della riforma della Chiesa, non avea avuto scrupolo di eleggere arcivescovo di Napoli, e crear cardinale nell'anno precedente, ancorchè egli non avesse che quindici in sedici anni. Lasciò inoltre Pier-Luigi una figlia per nomeVittoria, che il papa diede per moglie aGuidubaldo ducad'Urbino, generale in questi tempi della repubblica di Venezia. Ma della morte del Farnese ebbe ben a dolersi l'Italia, perchè cagion fu di riaccendere nuove guerre non solamente qui, ma anche oltramonti, siccome vedremo. Nè si dee tacere che in quest'anno a dì 12 d'agosto (avvenimento assai raro) cadde nel Mugello, distretto di Firenze, per tutta la notte si dirotta ed impetuosa pioggia, che tutti i fiumicelli divennero orgogliosi torrenti,con inondar le campagne, ed allagare non poca parte della città di Firenze. Vi perì molta gente; case, mulini, gualchiere, ponti ed alberi infiniti non ressero alla furia dell'acque; talchè gli uomini di quel secolo niuna pari disavventura avevano mai veduta o provata nei tempi loro.