MDXLVIII

MDXLVIIIAnno diCristoMDXLVIII. IndizioneVI.Paolo IIIpapa 15.Carlo Vimperadore 30.Fu impiegato tutto quest'anno in maneggi politici, e in proposizioni di leghe e di guerre, ma senza che se ne risentisse la pubblica quiete. S'era già sconcertata non poco la buona armonia fra ilpontefice Paolo e Carlo imperadore, sì per la seguita translazion del concilio di Trento a Bologna, malveduta e impugnata da esso Augusto, e per l'uccision di Pier-Luigi Farnese, e per l'occupazion di Piacenza fatta dall'armi imperiali, approvata di poi solennemente dall'imperadore stesso: il che riempiva di sdegno l'animo del pontefice, al mirar tolta alla Chiesa, e insieme alla casa Farnese, una sì riguardevol città. E tanto più, perchè anche Parma si trovava in grave pericolo, tendendo parimente a quell'acquistodon Ferrante Gonzagacon orditure segrete e colle minaccie della forza. Perciò si diede esso pontefice a manipolar una lega conArrigo IIre bellicoso di Francia, calcolando che le di lui forze, colla comodità specialmente di Torino e d'altre piazze tuttavia occupate dalle di lui armi in Piemonte, potessero abbassare la troppo cresciuta potenza di Cesare in Italia, e forzarlo alla restituzion di Piacenza. Questa medesima lega era desiderata dai Franzesi; ma camminando essi con gran cautela, al vedere il decrepito papa non lontano dall'abbandonar colla vita gl'impegni politici, richiedevano che il sacro collegio s'obbligasse a continuar la lega, ed in essa si tirassero altri principi d'Italia, e che Parma fosseceduta adOrazio Farneseduca di Castro, fratello delduca Ottavio, e genero, siccome dicemmo, del re Cristianissimo. Ma nè i Veneziani, nè il duca di Ferrara si vollero impacciare in sì pericoloso labirinto, e molto meno v'accudirono i saggi porporati. Perciò s'andò consumando il tempo in varii trattati, e nulla infine ne risultò. Intanto l'imperadore continuava le calde sue istanze perchè si restituisse in Trento il concilio; al che troppo renitente si scopriva il pontefice, colla comune credenza ch'egli temesse in città non suddita a sè la forza de' prelati spagnuoli e tedeschi, capace di restrignere l'autorità pontificia, e formar decreti disgustosi alla corte romana per conto della disciplina ecclesiastica. Ad ogni infermo fa paura il chirurgo che ha da tagliare. Queste discordie fra il pontefice e l'imperadore cagion furono che esso Augusto, trovandosi alla dieta in Augusta, e bramando pure di quetar in qualche maniera i torbidi della religione e de' popoli nella Germania, fece stendere una scrittura, contenente ciò che fossero obbligati i protestanti di credere ed insegnare, fino a tanto che il concilio generale determinasse la pura dottrina della Chiesa; e nel dì 15 di maggio la pubblicò. Fu essa nominata l'Interim di Carlo V: decreto che egualmente si trovò poi riprovato ed impugnato dai cattolici e dai protestanti. A questi dispiacque, perchè i principali punti della religion cattolica erano ivi stabiliti, e perciò contra d'esso si scatenarono. Ai Cattolici, perchè nell'Interimfurono permessi a' protestanti certi usi, non già incompatibili colla dottrina cattolica, ma contrarii alla presente disciplina della Chiesa. E sopra tutto il pontefice proruppe in gravi doglianze, perchè l'imperadore si fosse presa la libertà di far delle determinazioni in materia di religione, risiedendo questa autorità ne' soli sommi pastori della Chiesa, e non già nei principi secolari.Trovandosi intanto l'Augusto Carlostanco sotto la mole di tanti affari, ecolla sanità infievolita per le passate fatiche e per la podagra, prese la risoluzione di far venire di Spagna in Italia e Germania ilprincipe don Filipposuo figlio. Nello stesso tempo con dispensa del sommo pontefice accordò l'infantadonna Mariasua primogenita in moglie all'arciduca Massimiliano, figlio delre Ferdinandosuo fratello, che era allora in età di circa venti anni. E per provvedere la Spagna di un autorevole vicerè, durante l'assenza del principe suo figlio, spedì colà lo stesso Massimiliano con bell'accompagnamento nel mese di giugno, e furono poi con gran magnificenza solennizzate le sue nozze in Madrid nel settembre di quest'anno. In questo mentre si unirono a Roses in Catalogna le galee d'Andrea Doria, di Spagna, Napoli e Sicilia, con varie navi, che in tutto formavano una numerosa e potente flotta, dove il principe don Filippo, dopo aver lasciato il governo dei regni al cugino Massimiliano, imbarcatosi nel dì primo di novembre, sciolse le vele alla volta dell'Italia sotto la direzione delduca d'Alva, capitan generale e maggiordomo maggiore dell'Augusto suo padre, inviato a questo fine in Ispagna. Sbarcò nel dì 22 (l'Adriani scrive nel dì 25) del suddetto mese in Genova, accolto con immensi onori da quel popolo, ed alloggiato nel palazzo del suddetto Doria.Cosimo duca di Firenze, attentissimo in tutto a conservare ed accrescere la protezion di Cesare, inviò colà a visitarlodon Francescosuo primogenito, che gli portò, se crediamo al Segni, dei regali del valore di cento mila scudi. Vi comparve ancora ilduca Ottavio Farnese, inviato dal papa, per pregarlo d'impiegarsi nella restituzion di Piacenza. Dopo molti giorni di riposo passò dipoi il regal principe a Pavia, ed indi a Milano, due miglia lungi dalla qual città con isplendido corteggio di prelati e di nobiltà, fu a fargli una visitaCarlo duca di Savoia. In tal congiuntura fece il popolo di Milano sfoggi di incredibil magnificenza per l'accoglimentodi questo sole nascente, a cui sapeano di dover essere sudditi col tempo. Venne in quest'annoArrigo II re di Franciacon quattrocento uomini d'armi, e cinque mila fanti in Piemonte, per visitar le fortezze occupate dall'armi sue. Pretende l'Adriani impreso quel viaggio dal re, perchè Ottavio Farnese, per vendicarsi didon Ferrante Gonzagadopo l'occupazion di Piacenza, avesse mandati dei sicarii per farlo uccidere, che poi furono scoperti a tempo e giustiziati: sperando il re, siccome consapevole della trama, che, tolto di vita il Gonzaga, potessero insorgere dei torbidi nello Stato di Milano. Vana immaginazione di quello storico, perciocchè nel dì 10 di settembre accadde la morte di Pier-Luigi Farnese, e il re nel luglio e agosto precedente era venuto a Torino; ed avendo colà chiamatoErcole II duca di Ferrara, questi con licenza dell'imperadore nel dì 15 d'agosto si mosse con bella comitiva, andò a Torino, e nel dì 2 di settembre si restituì a Ferrara. Erano le premure del re di tirar seco in lega questo principe, ma il trovò troppo alieno dall'inimicarsi il troppo potente imperadore. Tanto bensì operò essore Cristianissimo, che indusse il duca medesimo a concedere in moglie Anna sua primogenita aFrancesco di Lorena ducadi Umala, figlio delduca di Guisasuo favorito. Senza far altra novità, e con solamente lasciar dei sospetti in Italia, se ne ritornò esso monarca in Francia nel dì 25 di settembre. Perciò don Ferrante attese a fortificar Milano, e le altre città e fortezze di quello Stato; ed altrettanto fece in Toscana il duca Cosimo, a cui per gran somma di danaro da Cesare fu dato Piombino, e da lì a poco ancora ritolto. Furono parimente in quest'anno fieri rumori in Siena, città, doveab antiquocozzavano fra loro due fazioni, volendo cadauna o primeggiar nel governo, o usurparlo tutto. I ministri dell'imperadore, che davano in questi tempi legge all'Italia, non tralasciarono di profittar della lor pazza discordia;e però a don Diego di Mendozza venne fatto d'introdur quattrocento fanti spagnuoli di guardia, dando principio ad una specie di dominio di quella città.

Fu impiegato tutto quest'anno in maneggi politici, e in proposizioni di leghe e di guerre, ma senza che se ne risentisse la pubblica quiete. S'era già sconcertata non poco la buona armonia fra ilpontefice Paolo e Carlo imperadore, sì per la seguita translazion del concilio di Trento a Bologna, malveduta e impugnata da esso Augusto, e per l'uccision di Pier-Luigi Farnese, e per l'occupazion di Piacenza fatta dall'armi imperiali, approvata di poi solennemente dall'imperadore stesso: il che riempiva di sdegno l'animo del pontefice, al mirar tolta alla Chiesa, e insieme alla casa Farnese, una sì riguardevol città. E tanto più, perchè anche Parma si trovava in grave pericolo, tendendo parimente a quell'acquistodon Ferrante Gonzagacon orditure segrete e colle minaccie della forza. Perciò si diede esso pontefice a manipolar una lega conArrigo IIre bellicoso di Francia, calcolando che le di lui forze, colla comodità specialmente di Torino e d'altre piazze tuttavia occupate dalle di lui armi in Piemonte, potessero abbassare la troppo cresciuta potenza di Cesare in Italia, e forzarlo alla restituzion di Piacenza. Questa medesima lega era desiderata dai Franzesi; ma camminando essi con gran cautela, al vedere il decrepito papa non lontano dall'abbandonar colla vita gl'impegni politici, richiedevano che il sacro collegio s'obbligasse a continuar la lega, ed in essa si tirassero altri principi d'Italia, e che Parma fosseceduta adOrazio Farneseduca di Castro, fratello delduca Ottavio, e genero, siccome dicemmo, del re Cristianissimo. Ma nè i Veneziani, nè il duca di Ferrara si vollero impacciare in sì pericoloso labirinto, e molto meno v'accudirono i saggi porporati. Perciò s'andò consumando il tempo in varii trattati, e nulla infine ne risultò. Intanto l'imperadore continuava le calde sue istanze perchè si restituisse in Trento il concilio; al che troppo renitente si scopriva il pontefice, colla comune credenza ch'egli temesse in città non suddita a sè la forza de' prelati spagnuoli e tedeschi, capace di restrignere l'autorità pontificia, e formar decreti disgustosi alla corte romana per conto della disciplina ecclesiastica. Ad ogni infermo fa paura il chirurgo che ha da tagliare. Queste discordie fra il pontefice e l'imperadore cagion furono che esso Augusto, trovandosi alla dieta in Augusta, e bramando pure di quetar in qualche maniera i torbidi della religione e de' popoli nella Germania, fece stendere una scrittura, contenente ciò che fossero obbligati i protestanti di credere ed insegnare, fino a tanto che il concilio generale determinasse la pura dottrina della Chiesa; e nel dì 15 di maggio la pubblicò. Fu essa nominata l'Interim di Carlo V: decreto che egualmente si trovò poi riprovato ed impugnato dai cattolici e dai protestanti. A questi dispiacque, perchè i principali punti della religion cattolica erano ivi stabiliti, e perciò contra d'esso si scatenarono. Ai Cattolici, perchè nell'Interimfurono permessi a' protestanti certi usi, non già incompatibili colla dottrina cattolica, ma contrarii alla presente disciplina della Chiesa. E sopra tutto il pontefice proruppe in gravi doglianze, perchè l'imperadore si fosse presa la libertà di far delle determinazioni in materia di religione, risiedendo questa autorità ne' soli sommi pastori della Chiesa, e non già nei principi secolari.

Trovandosi intanto l'Augusto Carlostanco sotto la mole di tanti affari, ecolla sanità infievolita per le passate fatiche e per la podagra, prese la risoluzione di far venire di Spagna in Italia e Germania ilprincipe don Filipposuo figlio. Nello stesso tempo con dispensa del sommo pontefice accordò l'infantadonna Mariasua primogenita in moglie all'arciduca Massimiliano, figlio delre Ferdinandosuo fratello, che era allora in età di circa venti anni. E per provvedere la Spagna di un autorevole vicerè, durante l'assenza del principe suo figlio, spedì colà lo stesso Massimiliano con bell'accompagnamento nel mese di giugno, e furono poi con gran magnificenza solennizzate le sue nozze in Madrid nel settembre di quest'anno. In questo mentre si unirono a Roses in Catalogna le galee d'Andrea Doria, di Spagna, Napoli e Sicilia, con varie navi, che in tutto formavano una numerosa e potente flotta, dove il principe don Filippo, dopo aver lasciato il governo dei regni al cugino Massimiliano, imbarcatosi nel dì primo di novembre, sciolse le vele alla volta dell'Italia sotto la direzione delduca d'Alva, capitan generale e maggiordomo maggiore dell'Augusto suo padre, inviato a questo fine in Ispagna. Sbarcò nel dì 22 (l'Adriani scrive nel dì 25) del suddetto mese in Genova, accolto con immensi onori da quel popolo, ed alloggiato nel palazzo del suddetto Doria.Cosimo duca di Firenze, attentissimo in tutto a conservare ed accrescere la protezion di Cesare, inviò colà a visitarlodon Francescosuo primogenito, che gli portò, se crediamo al Segni, dei regali del valore di cento mila scudi. Vi comparve ancora ilduca Ottavio Farnese, inviato dal papa, per pregarlo d'impiegarsi nella restituzion di Piacenza. Dopo molti giorni di riposo passò dipoi il regal principe a Pavia, ed indi a Milano, due miglia lungi dalla qual città con isplendido corteggio di prelati e di nobiltà, fu a fargli una visitaCarlo duca di Savoia. In tal congiuntura fece il popolo di Milano sfoggi di incredibil magnificenza per l'accoglimentodi questo sole nascente, a cui sapeano di dover essere sudditi col tempo. Venne in quest'annoArrigo II re di Franciacon quattrocento uomini d'armi, e cinque mila fanti in Piemonte, per visitar le fortezze occupate dall'armi sue. Pretende l'Adriani impreso quel viaggio dal re, perchè Ottavio Farnese, per vendicarsi didon Ferrante Gonzagadopo l'occupazion di Piacenza, avesse mandati dei sicarii per farlo uccidere, che poi furono scoperti a tempo e giustiziati: sperando il re, siccome consapevole della trama, che, tolto di vita il Gonzaga, potessero insorgere dei torbidi nello Stato di Milano. Vana immaginazione di quello storico, perciocchè nel dì 10 di settembre accadde la morte di Pier-Luigi Farnese, e il re nel luglio e agosto precedente era venuto a Torino; ed avendo colà chiamatoErcole II duca di Ferrara, questi con licenza dell'imperadore nel dì 15 d'agosto si mosse con bella comitiva, andò a Torino, e nel dì 2 di settembre si restituì a Ferrara. Erano le premure del re di tirar seco in lega questo principe, ma il trovò troppo alieno dall'inimicarsi il troppo potente imperadore. Tanto bensì operò essore Cristianissimo, che indusse il duca medesimo a concedere in moglie Anna sua primogenita aFrancesco di Lorena ducadi Umala, figlio delduca di Guisasuo favorito. Senza far altra novità, e con solamente lasciar dei sospetti in Italia, se ne ritornò esso monarca in Francia nel dì 25 di settembre. Perciò don Ferrante attese a fortificar Milano, e le altre città e fortezze di quello Stato; ed altrettanto fece in Toscana il duca Cosimo, a cui per gran somma di danaro da Cesare fu dato Piombino, e da lì a poco ancora ritolto. Furono parimente in quest'anno fieri rumori in Siena, città, doveab antiquocozzavano fra loro due fazioni, volendo cadauna o primeggiar nel governo, o usurparlo tutto. I ministri dell'imperadore, che davano in questi tempi legge all'Italia, non tralasciarono di profittar della lor pazza discordia;e però a don Diego di Mendozza venne fatto d'introdur quattrocento fanti spagnuoli di guardia, dando principio ad una specie di dominio di quella città.


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