MDXVAnno diCristoMDXV. IndizioneIII.LeoneX papa 3.MassimilianoI re de' Romani 23.Funesto principio ebbe l'anno presente, perchè nello stesso primo giorno di gennaio mancò di vitaLodovico XII redi Francia per infermità, comunemente creduta cagionata dal recente matrimoniocolla sorella del re d'Inghilterra di età d'anni diciotto, quando egli era giunto ai cinquanta quattro anni, e prometteva ben più lunga vita. Fu assai compianta la di lui perdita, perchè s'era acquistato il titolo di padre de' suoi popoli, elogio il più glorioso d'ogni altro, ma che per disavventura miriamo assai raro in tutti i tempi. Ora favorito dalla prospera, ed ora battuto dall'avversa fortuna, era non di meno in tal maniera risorto, che di gran cose tuttavia promettea, se la morte non avesse troncato il filo di sua vita e delle sue speranze. Ma si consolarono in breve i Franzesi, perchè a lui succedetteFrancesco Iconte di Angolemme, il più prossimo del regal sangue maschile secondo le leggi o le consuetudini di quel regno; giacchè Lodovico non lasciò dopo di sè se non due femmine, cioèClaudia, sposata ad esso Francesco nel dì 18 maggio dell'anno precedente, eRenea, ch'era stata bensì in un trattato del dì 24 di marzo dello stesso anno promessa aCarlo, nipote diMassimiliano re de' Romani, che fu poi il glorioso Carlo V Augusto, ma divenne col tempo moglie diErcole II d'Esteprincipe e susseguentemente duca di Ferrara. Si trovava il nuovo re Francesco in età di soli ventidue anni, principe di gran mente, pieno di spiriti guerrieri, e sommamente avido di gloria. Con gli altri suoi titoli unì egli tosto ancor quello di duca di Milano, con tutto che sui principii occultasse la voglia di ricuperar quel ducato, affine di assodar prima gli interessi suoi co' potentati vicini. Confermò la lega colre d'Inghilterra, e poscia collarepubblica veneta; ma nulla di pace potè ottenere nè daMassimiliano Cesare, nè daFerdinando il Cattolicore d'Aragona, nè dagliSvizzeri, e meno dapapa Leone, il quale andava barcheggiando in questi tempi, sempre nondimeno con animo contrario a' Franzesi, qualora volessero tentar di nuovo la conquista dello Stato di Milano. In effetto essi re de' Romani e di Aragona, il duca di Milano,gli Svizzeri e Fiorentini contrassero lega fra loro in questi tempi colla mira di opporsi ai Franzesi, lasciato luogo d'entrarvi al papa, il quale volea giocare a carte sicure. Avea nondimeno esso pontefice nel dì 9 di dicembre del precedente anno fatta una particular lega coi medesimi Svizzeri[Du-Mont, Corp. Diplomat.], confidando più in essi che in altra potenza per la difesa del ducato di Milano. Inoltre fu da lui procurato nell'anno antecedente un accasamento nobilissimo aGiulianosuo fratello, con avergli ottenuta per moglie[Guichenon, Hist. de Maison de Savoye.]Filibertafiglia diFilippo duca di Savoia, e prossima parente, dice lo scrittor della Lega di Cambrai, ma dovea dire sorella diLuisamadre del sopraddetto re di FranciaFrancesco I. Tale era ne' tempi presenti la potenza de' sommi pontefici, che niuno de' gran principi si sdegnava di far parentado con loro. Nel mese di febbraio si effettuò questo matrimonio, e sì suntuoso e magnifico fu il ricevimento di questa principessa in Roma, che il papa vi spese più di cento cinquanta mila ducati d'oro, come si ricava dalle lettere del Bembo. Altre grandi feste s'erano fatte in Torino, dove lo sposo si fermò per un mese; e similmente in Firenze, dove ognuno o per amore o per timore gareggiava ad onorare ed esaltare la casa de Medici.Ardeva intanto di voglia il re Francesco di calare in Italia, e cominciò a non essere più un segreto questo suo disegno: tanto grande era la massa di gente armata ch'egli facea. L'autore della Lega di Cambrai scrive, aver egli accresciuto il numero delle lancie, ossia degli uomini d'arme, sino a quattromila; il che, secondo esso storico, facea quasi venti mila combattenti a cavallo. Merita esame questa asserzione, perchè non era molto in uso che un uomo d'arme conducesse seco cinque cavalli e quattro armati di suo seguito. Scrive l'Anonimo Padovano ch'esso re inviò ilsignor diLautreccon cinquecento lancie e cinque mila fanti a' confini della Guascogna, per opporsi ai tentativi del re Cattolico; e ilTremogliain Borgogna con un altro corpo di gente, eGian-Jacopo Trivulziocon quattrocento lancie in Provenza, per vegliare ai movimenti degli Svizzeri, a' quali premeva troppo la conservazion dello Stato di Milano, dacchè aveano imparato a succiar tutto il sangue de' popoli di quella contrada. Oltre ad otto mila fanti e tre mila guastatori suoi sudditi, avea parimente il re Francesco presi al suo soldo diciotto oppur ventidue mila fanti tedeschi sotto varii capitani; ePietro Navarrocelebre capitano, che s'era ritirato dal servigio del re Cattolico, avea arrolati altri dieci mila fanti, che l'autor della Lega fa tutti Biscaini, ma, l'Anonimo Padovano scrive, essere stati sei mila Guasconi e quattro mila Italiani. Per la impresa d'Italia scelse due mila e cinquecento uomini d'arme e tre mila cavalli leggeri da unirsi alla copiosissima fanteria. Il primo buon colpo che fece sulle prime il re Francesco, fu di tirar dalla suaOttaviano Fregosodoge di Genova, il quale, avendo fin qui finto un grande attacamento ai collegati, e trovando vacillante il suo Stato per la nemicizia degli Adorni e dei Fieschi, s'accordò segretamente con esso re Cristianissimo. Ma troppo frettolosamente fu fatto da lui questo passo; imperocchè trapelato il suo maneggio, e già scesi in Lombardia sei mila Svizzeri che si unirono alle milizie del duca di Milano,Prospero Colonnagenerale del duca marciò alla volta di Genova, avendo seco gli Adorni e i Fieschi. Avea bene il Fregoso ammassati cinque mila fanti per sua difesa; ma, diffidando di potersi sostenere con sì lievi forze, ricorse al papa suo gran protettore, il quale, prestando fede alle di lui proteste, non tardò a spedire un suo oratore al Colonna con ordine d'intimargli di non proceder oltre contra del Fregoso, minacciando, in caso di contravvenzione (oh questa è bella!), le penespirituali e temporali. Fu cagione una tal sinfonia che il Colonna, per non irritare il papa, venisse ad una convenzione col Fregoso, per cui questi si obbligò di non favorire i Franzesi; e sborsata gran quantità di danaro, che sempre era l'unico mezzo per quetare gli Svizzeri, fu lasciato in pace. Ciò fatto, volò il Colonna in Piemonte, per contrastare il passo ai Franzesi, quali già erano con grandi forze giunti in Delfinato e in Provenza, ed aveano anche preparata in Marsilia un'armata navale.In questi tempi non istava in ozio larepubblica veneta, incoraggita dall'imminente venuta de' Franzesi suoi collegati. Rinforzata il più che potè la sua armata, giacchè era non lieve gara e mal animo fra l'AlvianoeRenzo da Ceri, perchè l'ultimo facea continue querele, quasi che l'altro l'avesse tradito con abbandonarlo, allorchè avvenne l'assedio di Bergamo, prese la risoluzion di separarli. Dichiarato dunque Renzo generale della fanteria, l'inviò segretamente con molte schiere alla volta di Crema, dove in tre giorni felicemente arrivò. Intanto ilvicerè Cardona, formato un esercito di mille lancie, di ottocento cavalli leggieri e di otto mila ottimi fanti, con un buon treno d'artiglieria s'incamminò a Vicenza, dove soggiornava l'Alviano, il quale, non volendo aspettare questa visita, si ritirò tosto alle Brentelle: laonde entrarono gli Spagnuoli in quella misera città, correndo il mese di giugno, e vi commisero dei gran rubamenti. Quanto frumento quivi si trovò, fu inviato a Verona; quanto ancora poterono estrarne dal Polesine di Rovigo, lo condussero a quella città. Terribile era l'apparato delle armi in questi tempi. Trovavasi alle porte d'Italia una potente armata di Franzesi, più potente di gran lunga per la presenza di un re guerriero ed armato. All'incontro, sino al numero di trenta mila era cresciuto l'esercito degli Svizzeri, che conProspero Colonnae colle truppe duchesche unito andò a postarsi a Susa, a Pinerolo e ad altri siti.per dove poteano tentar di sboccare i Franzesi. Fu d'uopo alduca Massimilianodi mandare un corpo di milizie a Cremona, per tenere in frenoRenzo da Ceri, il quale da Crema facea frequenti scorrerie sino alle porte d'essa città. In questo mentre giunse a PiacenzaLorenzo de Medici, nipote del papa, e generale de' Fiorentini, con cinquecento lancie, altrettanti cavalli leggieri e sei mila fanti spediti da Firenze. Pervenuto parimente a BolognaGiuliano de Medicifratello del pontefice con tre mila cavalli ed altrettanti fanti, gente papalina, inviò tosto alla guardia di Verona ducento uomini d'arme. Anche ilvicerè Cardonacoll'esercito suo andò ad unirsi co' Fiorentini a Piacenza. Era sul principio d'agosto, e allora fu che si pubblicò in Roma, Napoli ed altre città la lega conchiusa fra ilpapa(stato fin qui fluttuante ed ascoso),Massimiliano re dei Romani,Ferdinando red'Aragona,Firenze,MilanoeSvizzeri. Nulla di questo potè ritenere i passi dell'ardente re Cristianissimo, e molto meno un'ambasciata delre inglese, che cercò di dissuaderlo da questa impresa. Spedì egli per mare il signor della Clieta, ossia Aymar di Prie, con ducento cavalli e cinque mila fanti, che, giunto a Savona, subito ebbe ubbidienza da quella città. A questa nuova, l'astutoOttaviano Fregosospedì tosto chiedendo soccorso al duca di Milano e alla lega. E perchè questo non venne, fingendo di non potersi difendere, ammise nel porto e nella città i Franzesi, inalberando le loro insegne, con prendere da lì a poco guarnigione del re di Francia. Rinforzato poi questo picciolo esercito dalle genti del Fregoso, passò ad Alessandria e a Tortona, e senza difficoltà se ne impadronì, tuttochè il vicerè avesse mandato un buon numero di fanti e cavalli al Castellazzo. Anche Asti venne dipoi alle loro mani.Erasi già partito da EsteBartolomeo d'Alvianocoll'esercito veneto, ed entrato nel serraglio di Mantova. Appena gli arrivò la nuova dello sbarco fatto daiFranzesi a Genova, che passò sul Cremonese, dove diede il sacco a più terre, e massimamente alla ricca terra di Castello Lione. Quindi, accostatosi a Cremona, senza spargimento di sangue l'occupò, e ne prese il possesso a nome del re di Francia. Secondo l'Anonimo Padovano, corse allora voce che il duca di Misano, chiuso nel castello di quella città, lenza lasciarsi vedere, costernato da sì brutti principii, e dal timore di peggio, uscisse di sè. Ma in simili contrattempi facile è che nascano nel volgo siffatte immaginazioni. Immense difficoltà provava intanto l'armata franzese a trovar la via per penetrare in Italia, essendo presi i più importanti passi dalla Svizzera che vantava di voler fare prodezze incredibili per frastornare i disegni dei Franzesi. Un gran pezzo è che quelle barriere d'alti monti e di scoscesi valloni si credono posti dalla natura per impedir con facilità l'ingresso in Italia, purchè vi stia un'armata alla guardia. Pure tante volte s'è veduto, ed anche ai dì nostri, che non basta un sì orrido baluardo a trattener gli oltramontani, purchè superiori di forze, che non vengano a visitarci. Ciò anche allora avvenne. Il maresciallo Trivulzio, pratico di quelle aspre montagne, tanto andò girando, che, adocchiato il sito dove è il castello, dell'Argentiera, e dove nasce la Stura che va a Cuneo, siccome ancora il Colle dell'Agnello: quivi fissò che potesse trovarsi il varco nel Piemonte. Il Giovio egregiamente descrive le immense fatiche durate da' Franzesi per passare, ed anche con artiglierie, per quella parte, per cui giunsero alle pianure di Saluzzo; mentre gli Svizzeri, accampati tanto lungi verso Susa, li stavano aspettando per farne un sognato macello. Era andatoProspero Colonnagenerale del duca di Milano con molte squadre a Villafranca, sette miglia lungi da Saluzzo, e con varii uffiziali se ne stava nel dì 15 d'agosto saporitamente desinando, quando all'improvviso ecco con una marcia sforzata giugnere colà ilPalissacoll'Aubignye circa mille cavalli, che fece prigione lui,Cesare Feramosca, Pietro Marganoed altri capitani illustri, e svaligiò la gente loro. Non piccolo sfregio recò alla riputazion del Colonna l'essersi lasciato cogliere in quella positura, per non aver tenute spie e guardie avanzate, con altre precauzioni usate da' saggi condottieri d'armate. Fama fu che il bottino fatto da essi Franzesi ascendesse a cento cinquanta mila scudi. Calò intanto per varie strade l'esercito franzese, e andò a riunirsi a Torino, dove ilre Francescofu magnificamente accolto daCarlo III ducadi Savoia.Già gli Svizzeri aveano veduto andar a monte tutte le loro speranze e braverie; e, riflettendo poscia allo scacco patito dalla cavalleria di Prospero Colonna, in cui confidavano, per essere eglino senza cavalli; e sentendo che l'Alviano, passato l'Adda, s'era impossessato di Lodi; e che veniva il corpo de' Franzesi e Genovesi da un'altra parte: dopo aver dato il sacco a Chivasso (e fu detto anche a Vercelli), si ritirarono verso il Milanese. Tuttavia si fermava a Piacenza l'esercito spagnuolo col pontificio e fiorentino; ma con poca armonia, perchèpapa Leone, che navigava sempre con due bussole, avea spedito un suo familiare al re Cristianissimo, per iscusare il movimento delle sue armi, e le lettere sue intercette dal vicerè Cardona aveano fatto nascere molta diffidenza fra loro. Nulla di meno mostrava esso Cardona di voler pure uscir in campagna, per unirsi cogli Svizzeri; se non che l'Alviano dalla parte di Lodi coi Veneziani, e il signor della Clieta colle brigate sue e dei Genovesi da un'altra parte pareano disposti ad impedir la meditata unione. Impazientati gli Svizzeri per questa dilazione, spedirono il cardinale di Sion, che non dimenticò doglianze e minaccie per muovere quelle armi. Di belle parole e promesse non gli fu avaro il vicerè; e poi, fattigli contare settanta mila ducati d'oro, e datigli cinquecento cavalli sotto ilcomando diLodovico Orsinoconte di Pitigliano, il rimandò contento al campo svizzero. Erasi interpostoCarlo duca di Savoia, per trattare accordo fra essi Svizzeri e il Cristianissimo, e buona piega avea già preso l'affare; ma, giunto il cardinale col danaro suddetto, ruppero gli Svizzeri il trattato, risoluti di volere rimettere al filo delle spade il destino dello Stato di Milano. Raggruppò di nuovo il duca di Savoia il negoziato, e già era concluso l'accordo, quando giunsero all'armata svizzera altre venti bandiere di lor nazione, che lo sturbarono affatto. Però ilre Francesco, che tutto regolava secondo i consigli delTrivulzio, venne da Vercelli a Novara, e, d'essa impadronito, dopo aver lasciata gente all'assedio del castello, passò il Tesino, e s'impossessò anche di Pavia. In questo mentre il vicerè Cardona e Lorenzo de Medici mostrarono gran voglia di passare il Po, per congiugnersi agli Svizzeri. Ma, appena fatto un passo innanzi, ne fecero quattro addietro; e meno poi vi pensarono, dacchè il re di Francia venne a Marignano, cioè fra loro e gli Svizzeri, che s'erano ridotti a Milano. Di là passò il re a San Donato verso Milano, e quivi fermò il suo campo. Bolliva la discordia fra essi Svizzeri, inclinando gli uni alla concordia ed altri alla guerra; e parea che la vincesse il partito de' primi, quando il suddetto cardinale di Sion (cioèMatteo Schiner) da Como corse a Milano, e raunatili, incitò, come infuriato ognuno ad un fatto d'arme: azione che non so se alcuno crederà convenevole ad un vescovo e cardinale. Gli storici nostri, cioè il Guicciardino e il Giovio, gareggiando in eloquenza con gli antichi, gli mettono in bocca un'ornata orazione, cioè parole, ragioni e figure, che quel porporato mai non s'avvisò di aver detto. La verità nondimeno si è, avere l'impetuoso suo ragionamento fatta tal commozione in quella feroce gente, che cominciarono tutti a gridare:Alle armi; e in quello stesso giorno (era il dì 13 di settembre) formati tre squadroni,si avviarono impetuosamente alla volta di Marignano, ossia di San Donato, e con tanta allegrezza e grida, come se avessero già in pugno la vittoria. Fu creduto che fossero trentacinque mila combattenti.Alle ore venti arrivati colà con alquanti piccioli cannoni da campagna, attaccarono il fatto d'armi co' Franzesi, i quali, preventivamente avvisati di questa visita, erano anch'essi in ordine di battaglia. Altri dicono che furono colti quasi alla sprovvista. Atroce fu il combattimento, molta la strage di qua e di là, più nondimeno de' Franzesi, che aveano anche perduti alcuni pezzi d'artiglieria, ma poi li ricuperarono. Ma perchè fu cominciata la mischia assai tardi, sopraggiunse la notte, che costrinse colla oscurità cadauna delle parti a desistere dal menar le mani, stando poi tutti fermi ne' loro posti, e in vicinanza tale, che per tutta la notte si andarono regalando di obbrobriose parole; specialmente i Tedeschi con gli Svizzeri per odio particolar delle nazioni: scena curiosa, e di cui si penerà a trovar somigliante esempio. Non prese sonno il re co' suoi generali in tutta quella notte, ma sempre a cavallo attese a far ripari, a mettere in buon sito i cannoni, e a ordinar le schiere. Data fu la vanguardia alsignor della Palissacon settecento lancie e dieci mila fanti tedeschi. Il corpo di battaglia colle reali bandiere era guidato dal re con ottocento uomini d'arme, dieci mila fanti tedeschi, e cinque altri mila guasconi, e molta artiglieria, comandata dalduca di Borbone. Gian-Jacopo Trivulzioebbe in cura la retroguardia con cinquecento lancie, e cinque mila fanti italiani. I cavalli leggieri guidati daisignor della Clietae dalBastardo di Savoiaaveano ordine di accorrere dove bisognasse soccorso. All'apparir del dì 14 di settembre, trombe, tamburi e artiglierie diedero il segno della orribil battaglia, col diventar quella campagna la casa del diavolo. Combatteano come feroci leonigli Svizzeri; ma perchè la vanguardia franzese cominciò a rinculare, il re si spinse avanti con tutti i suoi, e fece maraviglie di sua persona. Allora fu più che mai sanguinoso il combattimento; nè già stava in ozio la retroguardia assalita dal capitano Aisper. Quand'ecco arrivare l'Alviano con cinquantasei gentiluomini e ducento dei suoi più bravi cavalieri, ed entrar nel conflitto con gran furore. Lieve certo era questo soccorso, perchè l'Alviano avea lasciato il resto dell'armata opporsi al vicerè, caso che egli si movesse per unirsi con gli Svizzeri. Ma perciocchè con alte grida questi pochi intonarono:Marco, Marco, quanto ciò accrebbe animo ai Franzesi, altrettanto ne scemò agli Svizzeri, credendo ognuno che tutta l'armata veneta fosse venuta a quella terribil danza. Il perchè gli Svizzeri, cinque mila de' quali non aveano voluto combattere, per essere di coloro che s'erano dianzi accordati col re, veggendo di non poter rompere l'armata franzese, e tanti dalla lor parte morti e feriti, cominciarono a dar indietro, come disordinati, e a sonare a raccolta. Poi stretti insieme s'inviarono alla volta di Milano, e il cardinale lor gran condottiero, avendo perduta la voce, fu più veloce degli altri a fuggire. Il re, per consiglio de' suoi generali, non volle che fossero inseguiti, per timore che sopraggiugnessero gli Spagnuoli, e trovassero in tanto scompiglio e stanchezza i suoi. Non si speri mai un esatto numero dei morti nelle battaglie, perchè ognuno a misura delle sue passioni l'ingrandisce o sminuisce. Fu, secondo l'Anonimo Padovano, creduto che vi restassero dieci mila Svizzeri e cinque mila dell'armata franzese con assai riguardevoli uffiziali. Poi a Milano gli Svizzeri, per avere un pretesto di tornare con onore a casa, fecero istanza di una gran somma di danaro al duca di Milano, e, non potendola ottenere, s'avviarono verso Como. Fu spedito dietro ad essi Mercurio Bua con mille stradiotti ed altrettanticavalli franzesi, che ne fece moltissimi freddi. Il resto, passati i monti, si ridusse alle lor case con volto ben diverso da quello con cui s'erano partiti.Nel dì 14 del suddetto settembre Milano mandò al re ambasciatori colle chiavi di quella città, e fu convenuto che quel popolo pagasse trecento mila scudi in tre paghe. Non volle ilre Francescoentrare in Milano, ma passò a Pavia, perchè il castello, in cui s'era chiuso con buon presidio e gran copia di munizioni da guerra e provvisione di viveri,Massimiliano Sforza duca, ricusò di rendersi. Tutte le altre città vennero alla divozione del re, a riserva del suddetto fortissimo castello, e di quel di Cremona.Pietro Navarrofu destinato con cinque mila fanti all'assedio del primo; e ilBastardo di Savoiacon altrettanta gente all'espugnazione dell'altro. All'avviso di questi avvenimenti,papa Leone, che già avea decretato di voler essere amico solamente de' fortunati, non perdè tempo a far muovere trattato di concordia col re Cristianissimo per mezzo diCarlo ducadi Savoia. Probabilmente avea egli ancora prevenuto esso duca di quel che fosse da fare, caso che andassero in decadenza gli affari della lega. Trovò il duca tutta la buona disposizione nel re per la riverenza ch'egli professava alla santa Sede; e fu non solo conchiuso accordo, ma anche lega fra loro, in cui il papa non dimenticò i vantaggi della protezione de' Fiorentini. Una delle condizioni fu che esso papa restituisse al re Parma e Piacenza, e che il re in ricompensa desse uno Stato in Francia aGiulianofratello del pontefice, e pensione al medesimo, e un'altra pensione aLorenzodi lui nipote. Ora ilvicerè Cardona, che, insospettito da gran tempo del papa, si era ritirato colle sue genti nel Modenese, dacchè ebbe inteso ratificata da lui nel dì 15 d'ottobre la lega col re, se ne tornò pacificamente a Napoli; e passando per Roma, di grandi doglianze fece col papa, il quale in suo cuor sene rise. Passarono appena ventidue giorni, dappoichè fu dato principio all'assedio del castello di Milano, che Massimiliano Sforza diede orecchio alle proposizioni di un accomodamento col re, fattegli dalduca di Borbonegovernatore di Milano. Fu convenuto ch'egli cedesse al re non solamente quell'importante castello e quel di Cremona, ma eziandio tutte le sue ragioni sul ducato, e andasse a vivere in Francia con pensione annua di trenta mila ducati d'oro. Tralascio altri punti di quella capitolazione. Nel dì 5 d'ottobre uscì del suddetto castello di Milano il codardo duca, dimentico affatto del valor dell'avolo suo, e s'inviò alla volta della Francia, con restare in Italia un perpetuo disonore al suo nome, e non minore aGirolamo Moronesuo onnipotente consigliere, che seppe indurlo a sì vergognoso sacrifizio.Nel dì 13 del medesimo mese anche il castello di Cremona venne in poter de' Franzesi. Ci restavano i Veneziani che doveano partecipare di così prospera fortuna della lor lega. Mentre il re, intento ai preparamenti, per fare una superba entrata, in Milano, differiva il dar loro un rinforzo di gente,Bartolomeo di Alvianolor generale accampato a Ghedi sul Bresciano, facendo continue scorrerie, ebbe la sorte di ricuperar Bergamo, il cui popolo, tolti dentro ducento cavalli veneti, inalberò le bandiere di San Marco. Ma mentre egli facea tutte le disposizioni per passare all'assedio di Brescia, città guernita di tre mila fanti spagnuoli, mille tedeschi e cinquecento cavalli, caduto infermo, passò egli prima, cioè nel dì 7 di ottobre, all'altra vita con sommo dispiacere del senato veneto rimasto privo in tanto bisogno di un sì valoroso, ma non sempre saggio, capitano. Aveano anche in diversa forma i Veneziani perduto un altro egregio condottier d'armi, cioèRenzo da Ceri, il quale, non si potendo accomodare allo star dipendente dall'Alviano, avea più fiate loro chiesta, e non mai impetrata,licenza: laonde sul principio di settembre all'improvviso con cento de' suoi si ritirò da Crema, e andò a prendere servigio nell'esercito del papa, da cui avea ricevuto un mondo di promesse. IntantoGabriello EmoeDomenico Contarino, legati dell'armata veneta, si impadronirono a forza d'armi dell'insigne fortezza di Peschiera, posta allo sboccare del Mincio dal lago di Garda. Anche la terra d'Asola del Bresciano, posseduta allora daFrancesco marchese di Mantova, venne alle lor mani per sollevazione fatta da quel popolo contro i soldati di presidio. Finalmente ilBastardo di SavoiaeTeodoro Trivulziofurono spediti in aiuto de' Veneziani con cinquecento lancie e sei mila fanti tedeschi. Uniti questi all'esercito veneto, impresero l'assedio di Brescia, e, piantati ventidue pezzi di artiglieria, ne cominciarono a battere furiosamente le mura. Ma che? una mattina fecero i capitani spagnuoli sì vigorosa sortita, che, oltre all'uccisione di cinque cento uomini di quei che erano alla custodia delle batterie, condussero in città undici cannoni. Ne menavano anche il resto, se non accorreva gran gente contra di loro. Due nondimeno ne gittarono nella fossa, ed altri lasciarono inchiodati. Per questa sventura si ritirò il campo veneto a Santa Eufemia, dove più giorni stette, finchè cessassero le pioggie, e si provvedesse al bisogno. Il re di Francia, che onoratamente procedeva ne' suoi impegni, non ebbe difficoltà di accordare a' Veneziani per condottiero di quella impresa il famosoGian-Jacopo Trivulzio, ordinandogli che avesse a cuore il loro servigio, come se si trattasse di affare della sua corona. Lo scrittor moderno della Lega di Cambrai scrive dato quest'ordine aTeodoro Trivulzio; ma è certo che fu al maresciallo. Seco ancora andòPietro Navarrocon quattro mila fanti guasconi, e con ordine di cassare i fanti tedeschi, perchè s'erano protestati di non voler combattere contro quei della lor nazione, fu dato principiodi nuovo all'assedio di Brescia. Fecero bensì le bombarde uno squarcio nelle mura; ma il terrapieno era tale, che non fu fatta breccia capace di assalto. Prese il Navarro l'assunto di lavorar colle mine, ma trovò de' contramminatori. Ciò non ostante, si volle venire ad un tentativo. Costò molto sangue agli aggressori: e perchè si trovarono fosse ed altri ripari nel di dentro, bisognò anche per questa seconda volta ritirarsi. Queste traversie, e il verno che sopravveniva, costrinsero il campo gallo-veneto a convertire l'assedio in blocco. Male ancora procederono gli affari verso Verona. Dentro v'eraMarcantonio Colonna, che, uscito di là, diede una rotta aGianpaolo Manfronecapitano de' Veneziani. Prese anche Lignago, con farvi prigioni alquanti nobili veneti.Così camminavano le cose della guerra in Lombardia, quandopapa Leone, che avea parecchi interessi spettanti alla santa Sede e alla sua propria casa da smaltire col re; e, quel che è più, non amava che esso re venisse armato a Roma a fargli un atto d'ossequio, per timore ch'egli turbasse la quiete dei Fiorentini, o volesse poi entrare nel regno di Napoli; maneggiò un parlamento da farsi fra amendue in Bologna. Adunque concertate le cose, comparve il pontefice in quella città nel dì otto di dicembre, e nell'undecimo giorno seguente vi arrivò anche ilre Francesco, accompagnato da quattro mila cavalli, al quale fu compartito ogni possibil onore. Nei privati ragionamenti fra loro furono dibattute molte controversie, abolita la prammatica sanzione, e stabilita una bella lega d'offesa e difesa. Non dimenticò il re in questa occasioneAlfonso d'Esteduca di Ferrara, principe che era già stato ad inchinare la maestà sua, e seco s'era trattenuto più d'un mese. Cioè fece di forti istanze al papa per la restituzione di Modena e Reggio, città ingiustamente a lui tolte ed occupate finora, benchè tante promesse avesse fatto il papadi renderle, e acciò spezialmente fosse tenuto per Reggio in vigore de' patti, dei quali parlammo all'anno precedente. Finalmente si convenne che il pontefice le renderebbe fra due mesi, purchè il duca gli rifacesse i quaranta mila ducati da lui sborsati a Massimiliano Cesare per Modena. Non mancò Alfonso di offerire nel debito tempo il pagamento al papa, passato dipoi a Firenze; e, siccome ho diffusamente narrato altrove[Antichità Estensi, P. II, pag. 320.], ne seguì anche autentico strumento. Ma papa Leone non volea que' danari; volea burlare il re e il duca, e così fu. Non solamente non restituì quelle città, ma cominciò anche a pensare, come potesse torgli Ferrara per la strabocchevol brama di ingrandire colle spoglie altruiLorenzosuo nipote. Tornossene il re di Francia a Milano, e figurandosi oramai sicure le sue conquiste per la lega fedelmente mantenuta da' Veneziani, e per l'altra che avea ultimamente stabilita col pontefice, lasciato governatore di MilanoCarlo duca di Borbone, sul fine di gennaio dell'anno prossimo se ne ritornò in Francia. Il papa anch'egli, lasciata Bologna, andò a passare il verno in Firenze sua patria, dove con segni inestimabili d'onore e di divozione fu accolto da que' cittadini.
Funesto principio ebbe l'anno presente, perchè nello stesso primo giorno di gennaio mancò di vitaLodovico XII redi Francia per infermità, comunemente creduta cagionata dal recente matrimoniocolla sorella del re d'Inghilterra di età d'anni diciotto, quando egli era giunto ai cinquanta quattro anni, e prometteva ben più lunga vita. Fu assai compianta la di lui perdita, perchè s'era acquistato il titolo di padre de' suoi popoli, elogio il più glorioso d'ogni altro, ma che per disavventura miriamo assai raro in tutti i tempi. Ora favorito dalla prospera, ed ora battuto dall'avversa fortuna, era non di meno in tal maniera risorto, che di gran cose tuttavia promettea, se la morte non avesse troncato il filo di sua vita e delle sue speranze. Ma si consolarono in breve i Franzesi, perchè a lui succedetteFrancesco Iconte di Angolemme, il più prossimo del regal sangue maschile secondo le leggi o le consuetudini di quel regno; giacchè Lodovico non lasciò dopo di sè se non due femmine, cioèClaudia, sposata ad esso Francesco nel dì 18 maggio dell'anno precedente, eRenea, ch'era stata bensì in un trattato del dì 24 di marzo dello stesso anno promessa aCarlo, nipote diMassimiliano re de' Romani, che fu poi il glorioso Carlo V Augusto, ma divenne col tempo moglie diErcole II d'Esteprincipe e susseguentemente duca di Ferrara. Si trovava il nuovo re Francesco in età di soli ventidue anni, principe di gran mente, pieno di spiriti guerrieri, e sommamente avido di gloria. Con gli altri suoi titoli unì egli tosto ancor quello di duca di Milano, con tutto che sui principii occultasse la voglia di ricuperar quel ducato, affine di assodar prima gli interessi suoi co' potentati vicini. Confermò la lega colre d'Inghilterra, e poscia collarepubblica veneta; ma nulla di pace potè ottenere nè daMassimiliano Cesare, nè daFerdinando il Cattolicore d'Aragona, nè dagliSvizzeri, e meno dapapa Leone, il quale andava barcheggiando in questi tempi, sempre nondimeno con animo contrario a' Franzesi, qualora volessero tentar di nuovo la conquista dello Stato di Milano. In effetto essi re de' Romani e di Aragona, il duca di Milano,gli Svizzeri e Fiorentini contrassero lega fra loro in questi tempi colla mira di opporsi ai Franzesi, lasciato luogo d'entrarvi al papa, il quale volea giocare a carte sicure. Avea nondimeno esso pontefice nel dì 9 di dicembre del precedente anno fatta una particular lega coi medesimi Svizzeri[Du-Mont, Corp. Diplomat.], confidando più in essi che in altra potenza per la difesa del ducato di Milano. Inoltre fu da lui procurato nell'anno antecedente un accasamento nobilissimo aGiulianosuo fratello, con avergli ottenuta per moglie[Guichenon, Hist. de Maison de Savoye.]Filibertafiglia diFilippo duca di Savoia, e prossima parente, dice lo scrittor della Lega di Cambrai, ma dovea dire sorella diLuisamadre del sopraddetto re di FranciaFrancesco I. Tale era ne' tempi presenti la potenza de' sommi pontefici, che niuno de' gran principi si sdegnava di far parentado con loro. Nel mese di febbraio si effettuò questo matrimonio, e sì suntuoso e magnifico fu il ricevimento di questa principessa in Roma, che il papa vi spese più di cento cinquanta mila ducati d'oro, come si ricava dalle lettere del Bembo. Altre grandi feste s'erano fatte in Torino, dove lo sposo si fermò per un mese; e similmente in Firenze, dove ognuno o per amore o per timore gareggiava ad onorare ed esaltare la casa de Medici.
Ardeva intanto di voglia il re Francesco di calare in Italia, e cominciò a non essere più un segreto questo suo disegno: tanto grande era la massa di gente armata ch'egli facea. L'autore della Lega di Cambrai scrive, aver egli accresciuto il numero delle lancie, ossia degli uomini d'arme, sino a quattromila; il che, secondo esso storico, facea quasi venti mila combattenti a cavallo. Merita esame questa asserzione, perchè non era molto in uso che un uomo d'arme conducesse seco cinque cavalli e quattro armati di suo seguito. Scrive l'Anonimo Padovano ch'esso re inviò ilsignor diLautreccon cinquecento lancie e cinque mila fanti a' confini della Guascogna, per opporsi ai tentativi del re Cattolico; e ilTremogliain Borgogna con un altro corpo di gente, eGian-Jacopo Trivulziocon quattrocento lancie in Provenza, per vegliare ai movimenti degli Svizzeri, a' quali premeva troppo la conservazion dello Stato di Milano, dacchè aveano imparato a succiar tutto il sangue de' popoli di quella contrada. Oltre ad otto mila fanti e tre mila guastatori suoi sudditi, avea parimente il re Francesco presi al suo soldo diciotto oppur ventidue mila fanti tedeschi sotto varii capitani; ePietro Navarrocelebre capitano, che s'era ritirato dal servigio del re Cattolico, avea arrolati altri dieci mila fanti, che l'autor della Lega fa tutti Biscaini, ma, l'Anonimo Padovano scrive, essere stati sei mila Guasconi e quattro mila Italiani. Per la impresa d'Italia scelse due mila e cinquecento uomini d'arme e tre mila cavalli leggeri da unirsi alla copiosissima fanteria. Il primo buon colpo che fece sulle prime il re Francesco, fu di tirar dalla suaOttaviano Fregosodoge di Genova, il quale, avendo fin qui finto un grande attacamento ai collegati, e trovando vacillante il suo Stato per la nemicizia degli Adorni e dei Fieschi, s'accordò segretamente con esso re Cristianissimo. Ma troppo frettolosamente fu fatto da lui questo passo; imperocchè trapelato il suo maneggio, e già scesi in Lombardia sei mila Svizzeri che si unirono alle milizie del duca di Milano,Prospero Colonnagenerale del duca marciò alla volta di Genova, avendo seco gli Adorni e i Fieschi. Avea bene il Fregoso ammassati cinque mila fanti per sua difesa; ma, diffidando di potersi sostenere con sì lievi forze, ricorse al papa suo gran protettore, il quale, prestando fede alle di lui proteste, non tardò a spedire un suo oratore al Colonna con ordine d'intimargli di non proceder oltre contra del Fregoso, minacciando, in caso di contravvenzione (oh questa è bella!), le penespirituali e temporali. Fu cagione una tal sinfonia che il Colonna, per non irritare il papa, venisse ad una convenzione col Fregoso, per cui questi si obbligò di non favorire i Franzesi; e sborsata gran quantità di danaro, che sempre era l'unico mezzo per quetare gli Svizzeri, fu lasciato in pace. Ciò fatto, volò il Colonna in Piemonte, per contrastare il passo ai Franzesi, quali già erano con grandi forze giunti in Delfinato e in Provenza, ed aveano anche preparata in Marsilia un'armata navale.
In questi tempi non istava in ozio larepubblica veneta, incoraggita dall'imminente venuta de' Franzesi suoi collegati. Rinforzata il più che potè la sua armata, giacchè era non lieve gara e mal animo fra l'AlvianoeRenzo da Ceri, perchè l'ultimo facea continue querele, quasi che l'altro l'avesse tradito con abbandonarlo, allorchè avvenne l'assedio di Bergamo, prese la risoluzion di separarli. Dichiarato dunque Renzo generale della fanteria, l'inviò segretamente con molte schiere alla volta di Crema, dove in tre giorni felicemente arrivò. Intanto ilvicerè Cardona, formato un esercito di mille lancie, di ottocento cavalli leggieri e di otto mila ottimi fanti, con un buon treno d'artiglieria s'incamminò a Vicenza, dove soggiornava l'Alviano, il quale, non volendo aspettare questa visita, si ritirò tosto alle Brentelle: laonde entrarono gli Spagnuoli in quella misera città, correndo il mese di giugno, e vi commisero dei gran rubamenti. Quanto frumento quivi si trovò, fu inviato a Verona; quanto ancora poterono estrarne dal Polesine di Rovigo, lo condussero a quella città. Terribile era l'apparato delle armi in questi tempi. Trovavasi alle porte d'Italia una potente armata di Franzesi, più potente di gran lunga per la presenza di un re guerriero ed armato. All'incontro, sino al numero di trenta mila era cresciuto l'esercito degli Svizzeri, che conProspero Colonnae colle truppe duchesche unito andò a postarsi a Susa, a Pinerolo e ad altri siti.per dove poteano tentar di sboccare i Franzesi. Fu d'uopo alduca Massimilianodi mandare un corpo di milizie a Cremona, per tenere in frenoRenzo da Ceri, il quale da Crema facea frequenti scorrerie sino alle porte d'essa città. In questo mentre giunse a PiacenzaLorenzo de Medici, nipote del papa, e generale de' Fiorentini, con cinquecento lancie, altrettanti cavalli leggieri e sei mila fanti spediti da Firenze. Pervenuto parimente a BolognaGiuliano de Medicifratello del pontefice con tre mila cavalli ed altrettanti fanti, gente papalina, inviò tosto alla guardia di Verona ducento uomini d'arme. Anche ilvicerè Cardonacoll'esercito suo andò ad unirsi co' Fiorentini a Piacenza. Era sul principio d'agosto, e allora fu che si pubblicò in Roma, Napoli ed altre città la lega conchiusa fra ilpapa(stato fin qui fluttuante ed ascoso),Massimiliano re dei Romani,Ferdinando red'Aragona,Firenze,MilanoeSvizzeri. Nulla di questo potè ritenere i passi dell'ardente re Cristianissimo, e molto meno un'ambasciata delre inglese, che cercò di dissuaderlo da questa impresa. Spedì egli per mare il signor della Clieta, ossia Aymar di Prie, con ducento cavalli e cinque mila fanti, che, giunto a Savona, subito ebbe ubbidienza da quella città. A questa nuova, l'astutoOttaviano Fregosospedì tosto chiedendo soccorso al duca di Milano e alla lega. E perchè questo non venne, fingendo di non potersi difendere, ammise nel porto e nella città i Franzesi, inalberando le loro insegne, con prendere da lì a poco guarnigione del re di Francia. Rinforzato poi questo picciolo esercito dalle genti del Fregoso, passò ad Alessandria e a Tortona, e senza difficoltà se ne impadronì, tuttochè il vicerè avesse mandato un buon numero di fanti e cavalli al Castellazzo. Anche Asti venne dipoi alle loro mani.
Erasi già partito da EsteBartolomeo d'Alvianocoll'esercito veneto, ed entrato nel serraglio di Mantova. Appena gli arrivò la nuova dello sbarco fatto daiFranzesi a Genova, che passò sul Cremonese, dove diede il sacco a più terre, e massimamente alla ricca terra di Castello Lione. Quindi, accostatosi a Cremona, senza spargimento di sangue l'occupò, e ne prese il possesso a nome del re di Francia. Secondo l'Anonimo Padovano, corse allora voce che il duca di Misano, chiuso nel castello di quella città, lenza lasciarsi vedere, costernato da sì brutti principii, e dal timore di peggio, uscisse di sè. Ma in simili contrattempi facile è che nascano nel volgo siffatte immaginazioni. Immense difficoltà provava intanto l'armata franzese a trovar la via per penetrare in Italia, essendo presi i più importanti passi dalla Svizzera che vantava di voler fare prodezze incredibili per frastornare i disegni dei Franzesi. Un gran pezzo è che quelle barriere d'alti monti e di scoscesi valloni si credono posti dalla natura per impedir con facilità l'ingresso in Italia, purchè vi stia un'armata alla guardia. Pure tante volte s'è veduto, ed anche ai dì nostri, che non basta un sì orrido baluardo a trattener gli oltramontani, purchè superiori di forze, che non vengano a visitarci. Ciò anche allora avvenne. Il maresciallo Trivulzio, pratico di quelle aspre montagne, tanto andò girando, che, adocchiato il sito dove è il castello, dell'Argentiera, e dove nasce la Stura che va a Cuneo, siccome ancora il Colle dell'Agnello: quivi fissò che potesse trovarsi il varco nel Piemonte. Il Giovio egregiamente descrive le immense fatiche durate da' Franzesi per passare, ed anche con artiglierie, per quella parte, per cui giunsero alle pianure di Saluzzo; mentre gli Svizzeri, accampati tanto lungi verso Susa, li stavano aspettando per farne un sognato macello. Era andatoProspero Colonnagenerale del duca di Milano con molte squadre a Villafranca, sette miglia lungi da Saluzzo, e con varii uffiziali se ne stava nel dì 15 d'agosto saporitamente desinando, quando all'improvviso ecco con una marcia sforzata giugnere colà ilPalissacoll'Aubignye circa mille cavalli, che fece prigione lui,Cesare Feramosca, Pietro Marganoed altri capitani illustri, e svaligiò la gente loro. Non piccolo sfregio recò alla riputazion del Colonna l'essersi lasciato cogliere in quella positura, per non aver tenute spie e guardie avanzate, con altre precauzioni usate da' saggi condottieri d'armate. Fama fu che il bottino fatto da essi Franzesi ascendesse a cento cinquanta mila scudi. Calò intanto per varie strade l'esercito franzese, e andò a riunirsi a Torino, dove ilre Francescofu magnificamente accolto daCarlo III ducadi Savoia.
Già gli Svizzeri aveano veduto andar a monte tutte le loro speranze e braverie; e, riflettendo poscia allo scacco patito dalla cavalleria di Prospero Colonna, in cui confidavano, per essere eglino senza cavalli; e sentendo che l'Alviano, passato l'Adda, s'era impossessato di Lodi; e che veniva il corpo de' Franzesi e Genovesi da un'altra parte: dopo aver dato il sacco a Chivasso (e fu detto anche a Vercelli), si ritirarono verso il Milanese. Tuttavia si fermava a Piacenza l'esercito spagnuolo col pontificio e fiorentino; ma con poca armonia, perchèpapa Leone, che navigava sempre con due bussole, avea spedito un suo familiare al re Cristianissimo, per iscusare il movimento delle sue armi, e le lettere sue intercette dal vicerè Cardona aveano fatto nascere molta diffidenza fra loro. Nulla di meno mostrava esso Cardona di voler pure uscir in campagna, per unirsi cogli Svizzeri; se non che l'Alviano dalla parte di Lodi coi Veneziani, e il signor della Clieta colle brigate sue e dei Genovesi da un'altra parte pareano disposti ad impedir la meditata unione. Impazientati gli Svizzeri per questa dilazione, spedirono il cardinale di Sion, che non dimenticò doglianze e minaccie per muovere quelle armi. Di belle parole e promesse non gli fu avaro il vicerè; e poi, fattigli contare settanta mila ducati d'oro, e datigli cinquecento cavalli sotto ilcomando diLodovico Orsinoconte di Pitigliano, il rimandò contento al campo svizzero. Erasi interpostoCarlo duca di Savoia, per trattare accordo fra essi Svizzeri e il Cristianissimo, e buona piega avea già preso l'affare; ma, giunto il cardinale col danaro suddetto, ruppero gli Svizzeri il trattato, risoluti di volere rimettere al filo delle spade il destino dello Stato di Milano. Raggruppò di nuovo il duca di Savoia il negoziato, e già era concluso l'accordo, quando giunsero all'armata svizzera altre venti bandiere di lor nazione, che lo sturbarono affatto. Però ilre Francesco, che tutto regolava secondo i consigli delTrivulzio, venne da Vercelli a Novara, e, d'essa impadronito, dopo aver lasciata gente all'assedio del castello, passò il Tesino, e s'impossessò anche di Pavia. In questo mentre il vicerè Cardona e Lorenzo de Medici mostrarono gran voglia di passare il Po, per congiugnersi agli Svizzeri. Ma, appena fatto un passo innanzi, ne fecero quattro addietro; e meno poi vi pensarono, dacchè il re di Francia venne a Marignano, cioè fra loro e gli Svizzeri, che s'erano ridotti a Milano. Di là passò il re a San Donato verso Milano, e quivi fermò il suo campo. Bolliva la discordia fra essi Svizzeri, inclinando gli uni alla concordia ed altri alla guerra; e parea che la vincesse il partito de' primi, quando il suddetto cardinale di Sion (cioèMatteo Schiner) da Como corse a Milano, e raunatili, incitò, come infuriato ognuno ad un fatto d'arme: azione che non so se alcuno crederà convenevole ad un vescovo e cardinale. Gli storici nostri, cioè il Guicciardino e il Giovio, gareggiando in eloquenza con gli antichi, gli mettono in bocca un'ornata orazione, cioè parole, ragioni e figure, che quel porporato mai non s'avvisò di aver detto. La verità nondimeno si è, avere l'impetuoso suo ragionamento fatta tal commozione in quella feroce gente, che cominciarono tutti a gridare:Alle armi; e in quello stesso giorno (era il dì 13 di settembre) formati tre squadroni,si avviarono impetuosamente alla volta di Marignano, ossia di San Donato, e con tanta allegrezza e grida, come se avessero già in pugno la vittoria. Fu creduto che fossero trentacinque mila combattenti.
Alle ore venti arrivati colà con alquanti piccioli cannoni da campagna, attaccarono il fatto d'armi co' Franzesi, i quali, preventivamente avvisati di questa visita, erano anch'essi in ordine di battaglia. Altri dicono che furono colti quasi alla sprovvista. Atroce fu il combattimento, molta la strage di qua e di là, più nondimeno de' Franzesi, che aveano anche perduti alcuni pezzi d'artiglieria, ma poi li ricuperarono. Ma perchè fu cominciata la mischia assai tardi, sopraggiunse la notte, che costrinse colla oscurità cadauna delle parti a desistere dal menar le mani, stando poi tutti fermi ne' loro posti, e in vicinanza tale, che per tutta la notte si andarono regalando di obbrobriose parole; specialmente i Tedeschi con gli Svizzeri per odio particolar delle nazioni: scena curiosa, e di cui si penerà a trovar somigliante esempio. Non prese sonno il re co' suoi generali in tutta quella notte, ma sempre a cavallo attese a far ripari, a mettere in buon sito i cannoni, e a ordinar le schiere. Data fu la vanguardia alsignor della Palissacon settecento lancie e dieci mila fanti tedeschi. Il corpo di battaglia colle reali bandiere era guidato dal re con ottocento uomini d'arme, dieci mila fanti tedeschi, e cinque altri mila guasconi, e molta artiglieria, comandata dalduca di Borbone. Gian-Jacopo Trivulzioebbe in cura la retroguardia con cinquecento lancie, e cinque mila fanti italiani. I cavalli leggieri guidati daisignor della Clietae dalBastardo di Savoiaaveano ordine di accorrere dove bisognasse soccorso. All'apparir del dì 14 di settembre, trombe, tamburi e artiglierie diedero il segno della orribil battaglia, col diventar quella campagna la casa del diavolo. Combatteano come feroci leonigli Svizzeri; ma perchè la vanguardia franzese cominciò a rinculare, il re si spinse avanti con tutti i suoi, e fece maraviglie di sua persona. Allora fu più che mai sanguinoso il combattimento; nè già stava in ozio la retroguardia assalita dal capitano Aisper. Quand'ecco arrivare l'Alviano con cinquantasei gentiluomini e ducento dei suoi più bravi cavalieri, ed entrar nel conflitto con gran furore. Lieve certo era questo soccorso, perchè l'Alviano avea lasciato il resto dell'armata opporsi al vicerè, caso che egli si movesse per unirsi con gli Svizzeri. Ma perciocchè con alte grida questi pochi intonarono:Marco, Marco, quanto ciò accrebbe animo ai Franzesi, altrettanto ne scemò agli Svizzeri, credendo ognuno che tutta l'armata veneta fosse venuta a quella terribil danza. Il perchè gli Svizzeri, cinque mila de' quali non aveano voluto combattere, per essere di coloro che s'erano dianzi accordati col re, veggendo di non poter rompere l'armata franzese, e tanti dalla lor parte morti e feriti, cominciarono a dar indietro, come disordinati, e a sonare a raccolta. Poi stretti insieme s'inviarono alla volta di Milano, e il cardinale lor gran condottiero, avendo perduta la voce, fu più veloce degli altri a fuggire. Il re, per consiglio de' suoi generali, non volle che fossero inseguiti, per timore che sopraggiugnessero gli Spagnuoli, e trovassero in tanto scompiglio e stanchezza i suoi. Non si speri mai un esatto numero dei morti nelle battaglie, perchè ognuno a misura delle sue passioni l'ingrandisce o sminuisce. Fu, secondo l'Anonimo Padovano, creduto che vi restassero dieci mila Svizzeri e cinque mila dell'armata franzese con assai riguardevoli uffiziali. Poi a Milano gli Svizzeri, per avere un pretesto di tornare con onore a casa, fecero istanza di una gran somma di danaro al duca di Milano, e, non potendola ottenere, s'avviarono verso Como. Fu spedito dietro ad essi Mercurio Bua con mille stradiotti ed altrettanticavalli franzesi, che ne fece moltissimi freddi. Il resto, passati i monti, si ridusse alle lor case con volto ben diverso da quello con cui s'erano partiti.
Nel dì 14 del suddetto settembre Milano mandò al re ambasciatori colle chiavi di quella città, e fu convenuto che quel popolo pagasse trecento mila scudi in tre paghe. Non volle ilre Francescoentrare in Milano, ma passò a Pavia, perchè il castello, in cui s'era chiuso con buon presidio e gran copia di munizioni da guerra e provvisione di viveri,Massimiliano Sforza duca, ricusò di rendersi. Tutte le altre città vennero alla divozione del re, a riserva del suddetto fortissimo castello, e di quel di Cremona.Pietro Navarrofu destinato con cinque mila fanti all'assedio del primo; e ilBastardo di Savoiacon altrettanta gente all'espugnazione dell'altro. All'avviso di questi avvenimenti,papa Leone, che già avea decretato di voler essere amico solamente de' fortunati, non perdè tempo a far muovere trattato di concordia col re Cristianissimo per mezzo diCarlo ducadi Savoia. Probabilmente avea egli ancora prevenuto esso duca di quel che fosse da fare, caso che andassero in decadenza gli affari della lega. Trovò il duca tutta la buona disposizione nel re per la riverenza ch'egli professava alla santa Sede; e fu non solo conchiuso accordo, ma anche lega fra loro, in cui il papa non dimenticò i vantaggi della protezione de' Fiorentini. Una delle condizioni fu che esso papa restituisse al re Parma e Piacenza, e che il re in ricompensa desse uno Stato in Francia aGiulianofratello del pontefice, e pensione al medesimo, e un'altra pensione aLorenzodi lui nipote. Ora ilvicerè Cardona, che, insospettito da gran tempo del papa, si era ritirato colle sue genti nel Modenese, dacchè ebbe inteso ratificata da lui nel dì 15 d'ottobre la lega col re, se ne tornò pacificamente a Napoli; e passando per Roma, di grandi doglianze fece col papa, il quale in suo cuor sene rise. Passarono appena ventidue giorni, dappoichè fu dato principio all'assedio del castello di Milano, che Massimiliano Sforza diede orecchio alle proposizioni di un accomodamento col re, fattegli dalduca di Borbonegovernatore di Milano. Fu convenuto ch'egli cedesse al re non solamente quell'importante castello e quel di Cremona, ma eziandio tutte le sue ragioni sul ducato, e andasse a vivere in Francia con pensione annua di trenta mila ducati d'oro. Tralascio altri punti di quella capitolazione. Nel dì 5 d'ottobre uscì del suddetto castello di Milano il codardo duca, dimentico affatto del valor dell'avolo suo, e s'inviò alla volta della Francia, con restare in Italia un perpetuo disonore al suo nome, e non minore aGirolamo Moronesuo onnipotente consigliere, che seppe indurlo a sì vergognoso sacrifizio.
Nel dì 13 del medesimo mese anche il castello di Cremona venne in poter de' Franzesi. Ci restavano i Veneziani che doveano partecipare di così prospera fortuna della lor lega. Mentre il re, intento ai preparamenti, per fare una superba entrata, in Milano, differiva il dar loro un rinforzo di gente,Bartolomeo di Alvianolor generale accampato a Ghedi sul Bresciano, facendo continue scorrerie, ebbe la sorte di ricuperar Bergamo, il cui popolo, tolti dentro ducento cavalli veneti, inalberò le bandiere di San Marco. Ma mentre egli facea tutte le disposizioni per passare all'assedio di Brescia, città guernita di tre mila fanti spagnuoli, mille tedeschi e cinquecento cavalli, caduto infermo, passò egli prima, cioè nel dì 7 di ottobre, all'altra vita con sommo dispiacere del senato veneto rimasto privo in tanto bisogno di un sì valoroso, ma non sempre saggio, capitano. Aveano anche in diversa forma i Veneziani perduto un altro egregio condottier d'armi, cioèRenzo da Ceri, il quale, non si potendo accomodare allo star dipendente dall'Alviano, avea più fiate loro chiesta, e non mai impetrata,licenza: laonde sul principio di settembre all'improvviso con cento de' suoi si ritirò da Crema, e andò a prendere servigio nell'esercito del papa, da cui avea ricevuto un mondo di promesse. IntantoGabriello EmoeDomenico Contarino, legati dell'armata veneta, si impadronirono a forza d'armi dell'insigne fortezza di Peschiera, posta allo sboccare del Mincio dal lago di Garda. Anche la terra d'Asola del Bresciano, posseduta allora daFrancesco marchese di Mantova, venne alle lor mani per sollevazione fatta da quel popolo contro i soldati di presidio. Finalmente ilBastardo di SavoiaeTeodoro Trivulziofurono spediti in aiuto de' Veneziani con cinquecento lancie e sei mila fanti tedeschi. Uniti questi all'esercito veneto, impresero l'assedio di Brescia, e, piantati ventidue pezzi di artiglieria, ne cominciarono a battere furiosamente le mura. Ma che? una mattina fecero i capitani spagnuoli sì vigorosa sortita, che, oltre all'uccisione di cinque cento uomini di quei che erano alla custodia delle batterie, condussero in città undici cannoni. Ne menavano anche il resto, se non accorreva gran gente contra di loro. Due nondimeno ne gittarono nella fossa, ed altri lasciarono inchiodati. Per questa sventura si ritirò il campo veneto a Santa Eufemia, dove più giorni stette, finchè cessassero le pioggie, e si provvedesse al bisogno. Il re di Francia, che onoratamente procedeva ne' suoi impegni, non ebbe difficoltà di accordare a' Veneziani per condottiero di quella impresa il famosoGian-Jacopo Trivulzio, ordinandogli che avesse a cuore il loro servigio, come se si trattasse di affare della sua corona. Lo scrittor moderno della Lega di Cambrai scrive dato quest'ordine aTeodoro Trivulzio; ma è certo che fu al maresciallo. Seco ancora andòPietro Navarrocon quattro mila fanti guasconi, e con ordine di cassare i fanti tedeschi, perchè s'erano protestati di non voler combattere contro quei della lor nazione, fu dato principiodi nuovo all'assedio di Brescia. Fecero bensì le bombarde uno squarcio nelle mura; ma il terrapieno era tale, che non fu fatta breccia capace di assalto. Prese il Navarro l'assunto di lavorar colle mine, ma trovò de' contramminatori. Ciò non ostante, si volle venire ad un tentativo. Costò molto sangue agli aggressori: e perchè si trovarono fosse ed altri ripari nel di dentro, bisognò anche per questa seconda volta ritirarsi. Queste traversie, e il verno che sopravveniva, costrinsero il campo gallo-veneto a convertire l'assedio in blocco. Male ancora procederono gli affari verso Verona. Dentro v'eraMarcantonio Colonna, che, uscito di là, diede una rotta aGianpaolo Manfronecapitano de' Veneziani. Prese anche Lignago, con farvi prigioni alquanti nobili veneti.
Così camminavano le cose della guerra in Lombardia, quandopapa Leone, che avea parecchi interessi spettanti alla santa Sede e alla sua propria casa da smaltire col re; e, quel che è più, non amava che esso re venisse armato a Roma a fargli un atto d'ossequio, per timore ch'egli turbasse la quiete dei Fiorentini, o volesse poi entrare nel regno di Napoli; maneggiò un parlamento da farsi fra amendue in Bologna. Adunque concertate le cose, comparve il pontefice in quella città nel dì otto di dicembre, e nell'undecimo giorno seguente vi arrivò anche ilre Francesco, accompagnato da quattro mila cavalli, al quale fu compartito ogni possibil onore. Nei privati ragionamenti fra loro furono dibattute molte controversie, abolita la prammatica sanzione, e stabilita una bella lega d'offesa e difesa. Non dimenticò il re in questa occasioneAlfonso d'Esteduca di Ferrara, principe che era già stato ad inchinare la maestà sua, e seco s'era trattenuto più d'un mese. Cioè fece di forti istanze al papa per la restituzione di Modena e Reggio, città ingiustamente a lui tolte ed occupate finora, benchè tante promesse avesse fatto il papadi renderle, e acciò spezialmente fosse tenuto per Reggio in vigore de' patti, dei quali parlammo all'anno precedente. Finalmente si convenne che il pontefice le renderebbe fra due mesi, purchè il duca gli rifacesse i quaranta mila ducati da lui sborsati a Massimiliano Cesare per Modena. Non mancò Alfonso di offerire nel debito tempo il pagamento al papa, passato dipoi a Firenze; e, siccome ho diffusamente narrato altrove[Antichità Estensi, P. II, pag. 320.], ne seguì anche autentico strumento. Ma papa Leone non volea que' danari; volea burlare il re e il duca, e così fu. Non solamente non restituì quelle città, ma cominciò anche a pensare, come potesse torgli Ferrara per la strabocchevol brama di ingrandire colle spoglie altruiLorenzosuo nipote. Tornossene il re di Francia a Milano, e figurandosi oramai sicure le sue conquiste per la lega fedelmente mantenuta da' Veneziani, e per l'altra che avea ultimamente stabilita col pontefice, lasciato governatore di MilanoCarlo duca di Borbone, sul fine di gennaio dell'anno prossimo se ne ritornò in Francia. Il papa anch'egli, lasciata Bologna, andò a passare il verno in Firenze sua patria, dove con segni inestimabili d'onore e di divozione fu accolto da que' cittadini.