MDXVI

MDXVIAnno diCristoMDXVI. IndizioneIV.Leone Xpapa 4.Massimiliano Ire de' Rom. 24.Rimasero nell'anno precedente sconcertati non poco i magnifici disegni delpontefice Leone, per provveder la sua casa di un nicchio principesco, perchè fu forzato a restituire Parma e Piacenza al re Cristianissimo. Avea anche tentato di ottenere daMassimiliano Cesarel'investitura di Modena e Reggio pel fratello, oppure pel nipote; ma da varii motivi ne restò impedita Ingrazia. Peggio accadde nell'anno presente.Giuliano de Medicisuo fratello, soprammodo cortese, edi religione, d'onoratezza e d'altre belle doti fornito, erasi gravemente infermato nel precedente dicembre, e continuò il suo male fino al dì 17 di marzo, in cui terminò il suo vivere e le speranze di maggior grandezza, essendo prima tornato a Roma il pontefice. Sicchè non avendo egli lasciata dopo di sè prole alcuna, rivolse papa Leone i pensieri suoi al soloLorenzosuo nipote, capace di propagar la casa de Medici[Guicciardino. Ammirat. Nardi. Raynaldus, Annal. Eccl. Anonimo Padovano.]. Gran tempo era che andava studiando ragioni, e cercando colori per togliere il ducato d'Urbino aFrancesco Maria della Rovere; e prima d'ora avrebbe avuto esecuzione l'intento suo, se il predetto Giuliano, a cui pensava egli di conferir quegli Stati, non vi avesse ripugnato per la gratitudine da lui professata a quel principe a cagion di molti benefizii da lui ricevuti. Passato che fu all'altra vita Giuliano, non avendo più il papa alcun rispetto o ritegno, e per nulla valutando il tanto bene che la sua casa avea riportato da quel medesimo duca, perchè stimolato dal nipote Lorenzo, e daAlfonsina Orsinasua madre, donna sommamente ambiziosa, accumulò in un processo alcuni veri o apparenti reati del suddetto duca, il principal de' quali consisteva nell'avere ricusato di andar colle genti ad unirsi nell'anno precedente all'armata pontifizia contro i Franzesi. Nè lasciò indietro il grave eccesso dell'uccisione delcardinal Alidosio, ancorchè il duca dapapa Giulio IIne avesse riportata assoluzione o grazia. Mosse dipoi l'armi sue e quelle de' Fiorentini, per cacciar colla forza da quegli Stati esso duca, il quale, assai conoscendo di non poter solo far argine a questa piena, si appigliò al partito di cedere al tempo e di ritirarsi a Pesaro; e, neppur quivi tenendosi sicuro, passò a Mantova col figliuolo e colla moglie, figlia di quel marchese. Avea ben lasciati presidii nelle fortezze di Pesaro, Sinigaglia, San Leo e Rocca di Maiuolo;ma queste l'una dietro all'altra si andarono rendendo aRenzo da Cerie agli altri uffiziali del papa, con infinito dispiacere di tutti que' popoli, che non si può dire quanto amassero quel principe per l'incorrotta sua giustizia ed ottimo governo. Allora fu che scappò fuori la fiera sentenza che dichiarava decaduto da quegli Stati esso duca; e quando la gente si credea guadagnato per la Chiesa quei ducato, venne ognuno a sapere che la festa era stata fatta perLorenzo de Medici, il quale dal pontefice zio fu creato duca d'Urbino, e signore di Pesaro e Sinigaglia. Al re di Francia, che in Bologna avea molto perorato in favore del suddetto Francesco Maria duca di Urbino, riuscì molesta non poco l'occupazione del di lui ducato; nel qual tempo ancora andò esso re scoprendo che occulti maneggi si facessero negli Svizzeri, presso il re d'Inghilterra, ed altri potentati dal medesimo papa.Non men de' suoi due predecessori, nudriva il re Francesco un focoso desiderio di conquistar anche il regno di Napoli, per li secreti stimoli dell'ambizione che in alcuni monarchi non sa mai conoscere nè dire: basta. Si astenne da quella impresa, benchè ideata appena dopo lo acquisto di Milano, per le insinuazioni di papa Leone, che il pregò di sospendere fino alla morte diFerdinando il Cattolicore d'Aragona, la qual si credeva per una lunga malattia imminente. Infatti compiè la carriera del suo vivere quel regnante nel dì 15 di gennaio del presente anno, con lasciare una fama perenne di principe che nella finezza della politica mondana non ebbe pari, c che, assistito dalla fortuna, e daIsabella reginasavissimi di Castiglia, seppe conquistare i regni di Granata e di Napoli, e finalmente quello di Navarra, e cooperò al sempre memorabile scoprimento delle Indie Occidentali. A lui succedette ne' regni suddetti o in quei delle Due Sicilie l'arciducae Carlo, già dichiarato re di Castiglia, e nipote diMassimiliano Cesare. Non sìtosto giunse questo avviso al re Francesco, che tutto si ringalluzzì, quasi contando per sua preda il regno di Napoli, e immaginando che al giovane re Carlo, non peranche ben assodato nel nuovo dominio, mancherebbe voglia o possanza di contrastargli quell'acquisto. Ma questa determinazione l'avea egli fatta senza domandarne licenza al re de' Romani, il quale, conchiusa dianzi lega col re d'Inghilterra, col re Cattolico e con alquanti Cantoni degli Svizzeri, mettea insieme un esercito per venire al soccorso di Brescia e Verona. Era già ridotta a tale estremità Brescia, che, per mancanza di viveri e di paghe, potea star poco a rendersi. Spedì Massimiliano per la via di Lodrone circa sei mila fanti tedeschi, con ogni sorta di munizioni da bocca e da guerra, che, giunti al castello d'Anfo, se ne impadronirono tosto per la viltà di Orsatto Giustiniano, a cui fu poi tagliato il capo in Venezia. Mandò ilTrivulziomille cavalli e cinque mila fanti sotto il comando diGiano da Campofregosoper frastornare la calata de' Tedeschi. Ma dopo un breve combattimento quel corpo di gente vergognosamente voltò le spalle. Fu cagion questo colpo che il Trivulzio si ritirò nel dì 22 di gennaio a Ghedi, e mandò poi la gente a' quartieri d'inverno, e che Brescia restò ben provveduta di vettovaglie. Per le preghiere de' Veneziani il re, invece di Gian-Giacomo Trivulzio spedì poscia loro ilsignor di Lautrec e Teodoro Trivulzio, con cinquecento lancie e quattro mila fanti, i quali, venuta la primavera, tornarono a strignere Brescia, e diedero anche una rotta a un corpo di Tedeschi che veniva portando buona somma di contanti per pagare il presidio di quella città.Sul principio di marzo arrivò a TrentoMassimiliano Cesare, seco guidando ilmarchese di Brandeburgo, ilduca di Bavieraed altri gran signori, con dieci mila fanti svizzeri ed altrettanti alemanni, e con tre mila cavalli, tutti ben in ordine. Calato poscia al piano, e passato l'Adige,giunto che fu a Lacise, andò ad unirsi con luiMarcantonio Colonnacolle sue genti: laonde fu creduto che quell'esercito ascendesse a sei mila cavalli e a venticinque migliaia di fanti. Tante forze impressero un giusto terrore ne' Franzesi e Veneziani, i quali presero il partito di menar le cose al più che potessero in lungo, con isperanza che, mancando la moneta al re de' Romani (e questa gli mancava spesso), si discioglierebbe quella sua armata. Rinforzarono i Veneziani gagliardamente Padova, Trivigi ed altre fortezze. Ma Massimiliano mirava a ponente; sennonchè, applicate le artiglierie al forte castello di Peschiera, lo costrinse alla resa. Ritiratisi i Franzesi e Veneti a Cremona, colà comparve ilduca di Borbonecol resto di sue forze; e contuttochè si credesse che la loro armata ascendesse a due mila e cinquecento lancie e a due mila cavalli leggieri e a diciotto mila fanti, colui paura s'era cacciata in corpo ai Franzesi, che già meditavano di tornarsene di là dai monti. Probabilmente non era sì grande il nerbo della lor gente. Comunque fosse, volle la lor fortuna che Massimiliano si perdesse intorno al castello d'Asola, doveAndrea Grittilegato veneto avea spinto cento uomini d'armi e cinquecento fanti, e v'era per governatoreFrancesco Contarino. Dieci giorni durò l'assedio, e senza frutto. Se avesse Massimiliano, seguitando il parer di Marcantonio Colonna, sollecitamente tenuto dietro ai Franzesi che si andavano ritirando, opinion fu che, trovandoli sì impauriti, gli avrebbe veduti inviarsi verso casa. Ma diede lor tempo, con fermarsi intorno ad Asola, che ripigliassero coraggio, e che potesse arrivar loro un rinforzo d'alcune migliaia di Svizzeri, assoldate dal re Cristianissimo. Pertanto passò ben Massimiliano l'Adda, e andò anche in vicinanza di Milano; nel qual tempo il Colonna s'impadronì di Lodi, dove non potè impedire che non fosse usata gran crudeltà contro i Franzesi e Guelfi. Ma essendosi posto con tutti i suoi e coi Veneti il ducadi Borbone entro essa città di Milano, risoluto di difenderla (al qual fine barbaramente diede fuoco a tutti i borghi), ed essendo sopravvenuti gli Svizzeri suddetti in aiuto suo, rimasero arenati i disegni e le Speranze di Massimiliano. E massimamente perchè i suoi Svizzeri chiedevano paghe, e la cassa cesarea era fallita, di modo che seguì qualche loro ammutinamento. Crebbe poi maggiormente la paura in Cesare, e il sospetto di qualche tradimento dalla parte d'essi Svizzeri (gente che già s'era guadagnato questo discredito), perchè fu intercetta lettera finta daGian-Jacopo Trivulzioai capitani di quelli Svizzeri, in cui scriveva che fra due giorni eseguissero quanto era con loro convenuto: stratagemma usato in tante altre occasioni di guerra. Per questi accidenti Massimiliano, dappoichè, accostatosi a Milano, vide che niun movimento si facea da quel popolo, siccome gli era stato fatto credere, con poco suo onore si ritirò a Lodi, e spartì in varii siti l'armata, aspettando pure che venissero di Germania e Borgogna sessanta mila ducati a lui promessi. Ne cavò dai poveri Bergamaschi quindici mila, picciolo refrigerio a tanta sete. Anche gli Svizzeri che erano al soldo di Francia fecero in questo mentre inghiottir degli amari bocconi al duca di Borbone; perciocchè, avendo egli determinato di uscir di Milano per andare a dar battaglia ai nemici, quella brava gente protestò di non voler combattere contra de' proprii nazionali suoi parenti ed amici. Essendo poi cresciuta la domestichezza d'essi Svizzeri con quei dell'armata cesarea, entrò anche il duca in gravi sospetti della lor fede, e giudicò meglio di licenziarli; e però carichi di doni li rimandò alle lor case. Ecco qual fosse allora il concetto di quella gente venale.Erasi anche Massimiliano Cesare staccato dal suo esercito, con ridursi in fine a Trento; e quantunque inviasse promesse di tornar presto, ed anche di mandar nuova somma di danaro,tuttavia, non bastando questa a pagare gli stipendii decorsi, non fu maniera che si potessero ritenere i suoi Svizzeri dal tornare per la Valtellina alle lor montagne, dappoichè ebbero dato il sacco a quante castella trovarono per istrada. Altrettanto fece dipoi ilmarchese di Brandeburgocon passare in Lamagna.Marcantonio Colonna, che co' suoi s'era condotto sul Bergamasco, veggendo il disfacimento di tanta armata, s'affrettò per tornarsene a Verona; ma ebbe sempre alla codaMercurio Buacon gli stradiotti veneziani, eBaldassare Signorellocon ducento cavalli, di maniera che allo arrivo colà si trovò spelato più d'un poco. E questo fine ebbe in poco tempo la impresa d'un re de' Romani e un sì poderoso esercito: se con gloria di quel sovrano, lo deciderà chi legge. Fu in questi tempi cheCarlo duca di Borbonepassò in Francia, dimettendo il governo di Milano, o perchè dimandò il congedo, o perchè fu forzato a domandarlo per sospetti nati contra di lui. Succedette in quel governoOdetto di Fois signore di Lautrec. Appena poi fu fuori di Lombardia la nemica gente tedesca, che esso signor di Lautrec con cinquecento lancie e cinque mila fanti franzesi, eAndrea Gritticoll'armata veneta si presentarono di nuovo, nel dì 16 di maggio, davanti Brescia, dove non si contava più di secento fanti spagnuoli e quattrocento cavalli di presidio; e con quarantotto pezzi d'artiglieria cominciarono a diroccare le mura. Diedero un feroce assalto di due ore alla Garzetta, ma non ne riportarono se non morti e ferite. Continuato poscia il fracasso delle batterie, quel comandante sprovvisto di gente e di viveri, nè sperante soccorso, capitolò la resa, qualora in termine di otto giorni non venisse soccorso, con dare a questo fine gli ostaggi. Tentò veramente Massimiliano di spingere a quella volta molte brigate di fanti, raccolte il meglio che si potè in quella strettezza di tempo; ma queste, trovati i passi ben guerniti di gagliardipresidii, speditivi dal Lautrec e dal Gritti, se ne ritornarono placidamente indietro. Pertanto nel dì 26 di maggio (altri dicono nel dì 24) uscì di Brescia la guarnigione spagnuola, ossia tedesca, con bandiere spiegate, con tre pezzi di artiglieria e tutto il bagaglio, e con loro molti Bresciani del partito cesareo, fra i quali spezialmente la famiglia Gambara. Entrò il vittorioso esercito in quello stesso dì nella città, dove si fecero infinite allegrezze da quel popolo divoto al nome veneto; nè minori furono le fatte dipoi a Venezia per sì importante acquisto. Il Belcaire, che animosamente nega essersi adoperata la forza sotto Brescia, e dà qui una mentita al Giovio, e dovea parimente darla al Guicciardini, s'ingannò forte. Più di lui ne sapeva anche l'Anonimo Padovano, che si trovò presente a queste guerre.Sul principio di giugno ilsignor di Lautrec, per le forti istanze dei Veneziani, passò sul Veronese, per formare l'assedio di quella città. Le genti sue unite colle venete formavano un'armata di mille e ducento uomini d'arme, di due mila cavalli leggieri e dodici mila fanti. Ma alla difesa di Verona stavaMarcantonio Colonna, divenuto generale di Cesare, con grandi forze, perchè provveduto, secondo l'Anonimo Padovano, di tre mila cavalli leggieri, sei mila fanti tedeschi e mille e cinquecento spagnuoli. Venuto ordine dal senato veneto che si mettesse a sacco quel paese per levare la sussistenza alla città, orrendo spettacolo fu il vedere non solamente i soldati, ma ancora gran gente del Trivisano, Padovano, Vicentino e Bresciano, concorsa a questo inumano e pur delizioso mestiere, che tutti si diedero a tagliar le biade e a saccheggiare e bruciar anche le case dei poveri contadini. Erano per questo in somma disperazione i miseri Veronesi, dentro oppressi da contribuzioni, gravezze e insolenze innumerabili de' soldati, e fuori privati delle loro sostanze colla desolazion di tutto il territorio. Infinitaroba e gran copia di bestiame aveano gl'infelici lor villani salvata in Val Polesella; ma eccoti passar l'Adige Franzesi e Veneti, che, penetrati colà, fecero un netto d'ogni cosa. Rallentò poscia questo flagello, perchè giunsero alla Chiusa, e se ne impossessarono sei mila fanti tedeschi (altri dicono otto, ed altri nove mila) spediti in soccorso a Verona. Corse anche voce che quindici mila Svizzeri pagati dal re d'Inghilterra avessero fra poco a calar nello Stato di Milano. Non vi volle di più perchè il Lautrec, preso da spavento, contro il volere de' Veneziani, si ritirasse a Peschiera ricuperata sul Mincio, da dove poi le sue genti faceano continue scorrerie fino alle porte di Verona. Passarono intanto le fanterie tedesche, poco danaro non di meno e poca vettovaglia portando all'afflitta città di Verona; il che fatto, per la maggior parte se ne tornarono al loro paese. Aspettò il Colonna tre mila Svizzeri, inviati anch'essi in aiuto suo, e giunti che furono, con tre mila cavalli e dieci mila fanti passò a Soave, dove si fermò otto giorni, con dar tempo e sicurezza a que' popoli di fare i raccolti di quel poco che loro era restato, e tutto poi fece condurre in Verona. Pensava di far lo stesso verso il Mantovano; ma, tumultuando gli Svizzeri e Tedeschi per mancanza di paghe, fu costretto a licenziar tutti gli ultimamente venuti, parte de' quali passò poi al servigio de' Veneziani. Andarono in questi tempi i Franzesi sul Mirandolese, con disegno di cacciar da quella forte terraGian-Francesco Pico, il quale già v'era rientrato con farne uscire il nipoteGaleotto. Finì tutto il lor movimento in saccheggi, non solo di quel paese, ma di tutto quel tratto del Mantovano, per dove passarono andando e venendo. Nè già vantavano miglior legge i loro nemici. Marcantonio Colonna, sul principio di luglio, partito segretamente di notte da Verona con sette mila fanti tedeschi e cinquecento cavalli, all'improvviso giunse a Vicenza, e perforza entratovi, tutta la mise a sacco, asportandone spezialmente la seta, che era il maggior capitale di quel tante volte spogliato popolo. Queste erano le sacrileghe maniere d'allora per soddisfare in qualche guisa i non pagati soldati.Crescevano intanto le angherie, le taglie e la carestia nell'infelice popolo di Verona, indarno servendo i conforti del Colonna, perchè fatti bisognavano, e non parole. Informati dunque i Veneziani del miserabile stato di quella città, cotante istanze fecero, che ilsignor di Lautrecs'indusse di nuovo a rinnovarne l'assedio. Volle egli prima d'ogni altra cosa impadronirsi della Chiusa, per impedir ai soccorsi che potessero venir di Lamagna; poscia nel dì 20 d'agosto si avvicinò col campo a quell'afflitta città, e da più parti cominciò a batterla colle artiglierie. Maravigliosa fu la difesa del Colonnese per li ripari che continuamente formava di dentro, e per le sortite che con danno degli assedianti facea al di fuori. Mancò la polve da fuoco ai Gallo-Veneti, e già n'era giunta da Venezia a Lignago una gran condotta sopra carri. Non si sa se per malizia, o per altro accidente, le si attaccò il fuoco, e vi perirono non solamente cento e ottanta vasi d'essa polve, ma anche tutte le carra, molti uomini, buoi, ed altre cose condotte per bisogno di quell'impresa. Fu, ciò non ostante, provveduto e proseguito con vigore l'assedio, ed anche più la difesa, con immortal gloria diMarcantonio Colonna, che a tutte le breccie, a tutti gli assalti accorrendo, sempre mirabilmente provvide, e, benchè ne riportasse un dì un'archibugiata, seppe con sì bel modo e segretezza farsi curare, che nella guarnigione niun disordine insorse. Durò questa danza fino a mezzo ottobre, finattantochè giunse nuova che da Trento veniva un grosso soccorso a Verona: il che tanto terrore mise nel campo gallo-veneto, che tutti chi qua e chi là ordinatamente si misero in salvo. Però, passati per la montagna di Perona circaottocento cavalli tedeschi, carichi di vettovaglie e munizioni, felicemente arrivarono a Verona. Oltre a ciò ben circa cinque mila Tedeschi espugnarono la Chiusa, con tagliare a pezzi il presidio veneto; ed aperto quel passo, spinsero poi gran quantità d'altri viveri sopra zatte per l'Adige alla medesima città, che recarono gran sollievo non meno ai soldati che agl'infelici cittadini. Non si potea dar pace il senato veneto al vedere saltar fuori ogni dì nuove remore alla ricuperazion di Verona; e tanto più s'impazientavano, perchè gagliardamente si trattava in Brusselles pace fraMassimiliano Cesare,Francesco re di FranciaeCarlo re di Spagna, non sapendo qual destino potesse toccare alla tuttavia pertinace città. Non cessavano di spronare il Lautrec a ripigliar l'impresa; e perchè egli allegava la mancanza delle paghe all'esercito suo, astretti furono i Veneziani anche a questa esorbitante spesa, per cui si ridusse la lor costanza a mettere all'incanto le dignità, gli uffizii e magistrati non men di Venezia che di terra ferma, e a vendere od impegnare gli stabili della repubblica.E continuarono bensì la guerra, con impedir la venuta d'altri soccorsi a Verona, ma senza per questo poterla costrignere alla resa. Gravissimo danno patì in tale occasione la città e il territorio di Brescia, perchè gli convenne alimentar nobilmente l'esercito franzese con ispesa di più di cinquecento ducati d'oro per giorno. Con tante vicende e guai terminò ancora l'anno presente, in cui non si dee tacere un gravissimo pericolo incorso dapapa Leone, e narrato dal contemporaneo Anonimo Padovano nella sua Storia manuscritta. Era ito esso pontefice nel mese d'aprile per diporto a Civita (mi immagino che sia Cività Lavinia), quando poco discosto di là diciotto fuste di Mori, smontati in terra ferma, fecero una larga scorreria, con ridurre in ischiavitù gran quantità di gente. Intenzion loro, per quanto apparve, era di cogliere lo stesso papa, probabilmente da qualche scelleratoinformati che egli praticava in quelle parti. Spaventato il pontefice, ebbe tempo di scappare piucchè in fretta a Roma. Che orrore! che terribili conseguenze, se riusciva a quei Barbari un sì gran colpo! Dolenti essi, per non aver colto quanto speravano, voltarono le prore all'isola della Elba, ch'era del signor di Piombino, e spogliatala di ogni bene, se ne tornarono in Africa. Delle leghe fatte in quest'anno parleremo all'anno seguente.

Rimasero nell'anno precedente sconcertati non poco i magnifici disegni delpontefice Leone, per provveder la sua casa di un nicchio principesco, perchè fu forzato a restituire Parma e Piacenza al re Cristianissimo. Avea anche tentato di ottenere daMassimiliano Cesarel'investitura di Modena e Reggio pel fratello, oppure pel nipote; ma da varii motivi ne restò impedita Ingrazia. Peggio accadde nell'anno presente.Giuliano de Medicisuo fratello, soprammodo cortese, edi religione, d'onoratezza e d'altre belle doti fornito, erasi gravemente infermato nel precedente dicembre, e continuò il suo male fino al dì 17 di marzo, in cui terminò il suo vivere e le speranze di maggior grandezza, essendo prima tornato a Roma il pontefice. Sicchè non avendo egli lasciata dopo di sè prole alcuna, rivolse papa Leone i pensieri suoi al soloLorenzosuo nipote, capace di propagar la casa de Medici[Guicciardino. Ammirat. Nardi. Raynaldus, Annal. Eccl. Anonimo Padovano.]. Gran tempo era che andava studiando ragioni, e cercando colori per togliere il ducato d'Urbino aFrancesco Maria della Rovere; e prima d'ora avrebbe avuto esecuzione l'intento suo, se il predetto Giuliano, a cui pensava egli di conferir quegli Stati, non vi avesse ripugnato per la gratitudine da lui professata a quel principe a cagion di molti benefizii da lui ricevuti. Passato che fu all'altra vita Giuliano, non avendo più il papa alcun rispetto o ritegno, e per nulla valutando il tanto bene che la sua casa avea riportato da quel medesimo duca, perchè stimolato dal nipote Lorenzo, e daAlfonsina Orsinasua madre, donna sommamente ambiziosa, accumulò in un processo alcuni veri o apparenti reati del suddetto duca, il principal de' quali consisteva nell'avere ricusato di andar colle genti ad unirsi nell'anno precedente all'armata pontifizia contro i Franzesi. Nè lasciò indietro il grave eccesso dell'uccisione delcardinal Alidosio, ancorchè il duca dapapa Giulio IIne avesse riportata assoluzione o grazia. Mosse dipoi l'armi sue e quelle de' Fiorentini, per cacciar colla forza da quegli Stati esso duca, il quale, assai conoscendo di non poter solo far argine a questa piena, si appigliò al partito di cedere al tempo e di ritirarsi a Pesaro; e, neppur quivi tenendosi sicuro, passò a Mantova col figliuolo e colla moglie, figlia di quel marchese. Avea ben lasciati presidii nelle fortezze di Pesaro, Sinigaglia, San Leo e Rocca di Maiuolo;ma queste l'una dietro all'altra si andarono rendendo aRenzo da Cerie agli altri uffiziali del papa, con infinito dispiacere di tutti que' popoli, che non si può dire quanto amassero quel principe per l'incorrotta sua giustizia ed ottimo governo. Allora fu che scappò fuori la fiera sentenza che dichiarava decaduto da quegli Stati esso duca; e quando la gente si credea guadagnato per la Chiesa quei ducato, venne ognuno a sapere che la festa era stata fatta perLorenzo de Medici, il quale dal pontefice zio fu creato duca d'Urbino, e signore di Pesaro e Sinigaglia. Al re di Francia, che in Bologna avea molto perorato in favore del suddetto Francesco Maria duca di Urbino, riuscì molesta non poco l'occupazione del di lui ducato; nel qual tempo ancora andò esso re scoprendo che occulti maneggi si facessero negli Svizzeri, presso il re d'Inghilterra, ed altri potentati dal medesimo papa.

Non men de' suoi due predecessori, nudriva il re Francesco un focoso desiderio di conquistar anche il regno di Napoli, per li secreti stimoli dell'ambizione che in alcuni monarchi non sa mai conoscere nè dire: basta. Si astenne da quella impresa, benchè ideata appena dopo lo acquisto di Milano, per le insinuazioni di papa Leone, che il pregò di sospendere fino alla morte diFerdinando il Cattolicore d'Aragona, la qual si credeva per una lunga malattia imminente. Infatti compiè la carriera del suo vivere quel regnante nel dì 15 di gennaio del presente anno, con lasciare una fama perenne di principe che nella finezza della politica mondana non ebbe pari, c che, assistito dalla fortuna, e daIsabella reginasavissimi di Castiglia, seppe conquistare i regni di Granata e di Napoli, e finalmente quello di Navarra, e cooperò al sempre memorabile scoprimento delle Indie Occidentali. A lui succedette ne' regni suddetti o in quei delle Due Sicilie l'arciducae Carlo, già dichiarato re di Castiglia, e nipote diMassimiliano Cesare. Non sìtosto giunse questo avviso al re Francesco, che tutto si ringalluzzì, quasi contando per sua preda il regno di Napoli, e immaginando che al giovane re Carlo, non peranche ben assodato nel nuovo dominio, mancherebbe voglia o possanza di contrastargli quell'acquisto. Ma questa determinazione l'avea egli fatta senza domandarne licenza al re de' Romani, il quale, conchiusa dianzi lega col re d'Inghilterra, col re Cattolico e con alquanti Cantoni degli Svizzeri, mettea insieme un esercito per venire al soccorso di Brescia e Verona. Era già ridotta a tale estremità Brescia, che, per mancanza di viveri e di paghe, potea star poco a rendersi. Spedì Massimiliano per la via di Lodrone circa sei mila fanti tedeschi, con ogni sorta di munizioni da bocca e da guerra, che, giunti al castello d'Anfo, se ne impadronirono tosto per la viltà di Orsatto Giustiniano, a cui fu poi tagliato il capo in Venezia. Mandò ilTrivulziomille cavalli e cinque mila fanti sotto il comando diGiano da Campofregosoper frastornare la calata de' Tedeschi. Ma dopo un breve combattimento quel corpo di gente vergognosamente voltò le spalle. Fu cagion questo colpo che il Trivulzio si ritirò nel dì 22 di gennaio a Ghedi, e mandò poi la gente a' quartieri d'inverno, e che Brescia restò ben provveduta di vettovaglie. Per le preghiere de' Veneziani il re, invece di Gian-Giacomo Trivulzio spedì poscia loro ilsignor di Lautrec e Teodoro Trivulzio, con cinquecento lancie e quattro mila fanti, i quali, venuta la primavera, tornarono a strignere Brescia, e diedero anche una rotta a un corpo di Tedeschi che veniva portando buona somma di contanti per pagare il presidio di quella città.

Sul principio di marzo arrivò a TrentoMassimiliano Cesare, seco guidando ilmarchese di Brandeburgo, ilduca di Bavieraed altri gran signori, con dieci mila fanti svizzeri ed altrettanti alemanni, e con tre mila cavalli, tutti ben in ordine. Calato poscia al piano, e passato l'Adige,giunto che fu a Lacise, andò ad unirsi con luiMarcantonio Colonnacolle sue genti: laonde fu creduto che quell'esercito ascendesse a sei mila cavalli e a venticinque migliaia di fanti. Tante forze impressero un giusto terrore ne' Franzesi e Veneziani, i quali presero il partito di menar le cose al più che potessero in lungo, con isperanza che, mancando la moneta al re de' Romani (e questa gli mancava spesso), si discioglierebbe quella sua armata. Rinforzarono i Veneziani gagliardamente Padova, Trivigi ed altre fortezze. Ma Massimiliano mirava a ponente; sennonchè, applicate le artiglierie al forte castello di Peschiera, lo costrinse alla resa. Ritiratisi i Franzesi e Veneti a Cremona, colà comparve ilduca di Borbonecol resto di sue forze; e contuttochè si credesse che la loro armata ascendesse a due mila e cinquecento lancie e a due mila cavalli leggieri e a diciotto mila fanti, colui paura s'era cacciata in corpo ai Franzesi, che già meditavano di tornarsene di là dai monti. Probabilmente non era sì grande il nerbo della lor gente. Comunque fosse, volle la lor fortuna che Massimiliano si perdesse intorno al castello d'Asola, doveAndrea Grittilegato veneto avea spinto cento uomini d'armi e cinquecento fanti, e v'era per governatoreFrancesco Contarino. Dieci giorni durò l'assedio, e senza frutto. Se avesse Massimiliano, seguitando il parer di Marcantonio Colonna, sollecitamente tenuto dietro ai Franzesi che si andavano ritirando, opinion fu che, trovandoli sì impauriti, gli avrebbe veduti inviarsi verso casa. Ma diede lor tempo, con fermarsi intorno ad Asola, che ripigliassero coraggio, e che potesse arrivar loro un rinforzo d'alcune migliaia di Svizzeri, assoldate dal re Cristianissimo. Pertanto passò ben Massimiliano l'Adda, e andò anche in vicinanza di Milano; nel qual tempo il Colonna s'impadronì di Lodi, dove non potè impedire che non fosse usata gran crudeltà contro i Franzesi e Guelfi. Ma essendosi posto con tutti i suoi e coi Veneti il ducadi Borbone entro essa città di Milano, risoluto di difenderla (al qual fine barbaramente diede fuoco a tutti i borghi), ed essendo sopravvenuti gli Svizzeri suddetti in aiuto suo, rimasero arenati i disegni e le Speranze di Massimiliano. E massimamente perchè i suoi Svizzeri chiedevano paghe, e la cassa cesarea era fallita, di modo che seguì qualche loro ammutinamento. Crebbe poi maggiormente la paura in Cesare, e il sospetto di qualche tradimento dalla parte d'essi Svizzeri (gente che già s'era guadagnato questo discredito), perchè fu intercetta lettera finta daGian-Jacopo Trivulzioai capitani di quelli Svizzeri, in cui scriveva che fra due giorni eseguissero quanto era con loro convenuto: stratagemma usato in tante altre occasioni di guerra. Per questi accidenti Massimiliano, dappoichè, accostatosi a Milano, vide che niun movimento si facea da quel popolo, siccome gli era stato fatto credere, con poco suo onore si ritirò a Lodi, e spartì in varii siti l'armata, aspettando pure che venissero di Germania e Borgogna sessanta mila ducati a lui promessi. Ne cavò dai poveri Bergamaschi quindici mila, picciolo refrigerio a tanta sete. Anche gli Svizzeri che erano al soldo di Francia fecero in questo mentre inghiottir degli amari bocconi al duca di Borbone; perciocchè, avendo egli determinato di uscir di Milano per andare a dar battaglia ai nemici, quella brava gente protestò di non voler combattere contra de' proprii nazionali suoi parenti ed amici. Essendo poi cresciuta la domestichezza d'essi Svizzeri con quei dell'armata cesarea, entrò anche il duca in gravi sospetti della lor fede, e giudicò meglio di licenziarli; e però carichi di doni li rimandò alle lor case. Ecco qual fosse allora il concetto di quella gente venale.

Erasi anche Massimiliano Cesare staccato dal suo esercito, con ridursi in fine a Trento; e quantunque inviasse promesse di tornar presto, ed anche di mandar nuova somma di danaro,tuttavia, non bastando questa a pagare gli stipendii decorsi, non fu maniera che si potessero ritenere i suoi Svizzeri dal tornare per la Valtellina alle lor montagne, dappoichè ebbero dato il sacco a quante castella trovarono per istrada. Altrettanto fece dipoi ilmarchese di Brandeburgocon passare in Lamagna.Marcantonio Colonna, che co' suoi s'era condotto sul Bergamasco, veggendo il disfacimento di tanta armata, s'affrettò per tornarsene a Verona; ma ebbe sempre alla codaMercurio Buacon gli stradiotti veneziani, eBaldassare Signorellocon ducento cavalli, di maniera che allo arrivo colà si trovò spelato più d'un poco. E questo fine ebbe in poco tempo la impresa d'un re de' Romani e un sì poderoso esercito: se con gloria di quel sovrano, lo deciderà chi legge. Fu in questi tempi cheCarlo duca di Borbonepassò in Francia, dimettendo il governo di Milano, o perchè dimandò il congedo, o perchè fu forzato a domandarlo per sospetti nati contra di lui. Succedette in quel governoOdetto di Fois signore di Lautrec. Appena poi fu fuori di Lombardia la nemica gente tedesca, che esso signor di Lautrec con cinquecento lancie e cinque mila fanti franzesi, eAndrea Gritticoll'armata veneta si presentarono di nuovo, nel dì 16 di maggio, davanti Brescia, dove non si contava più di secento fanti spagnuoli e quattrocento cavalli di presidio; e con quarantotto pezzi d'artiglieria cominciarono a diroccare le mura. Diedero un feroce assalto di due ore alla Garzetta, ma non ne riportarono se non morti e ferite. Continuato poscia il fracasso delle batterie, quel comandante sprovvisto di gente e di viveri, nè sperante soccorso, capitolò la resa, qualora in termine di otto giorni non venisse soccorso, con dare a questo fine gli ostaggi. Tentò veramente Massimiliano di spingere a quella volta molte brigate di fanti, raccolte il meglio che si potè in quella strettezza di tempo; ma queste, trovati i passi ben guerniti di gagliardipresidii, speditivi dal Lautrec e dal Gritti, se ne ritornarono placidamente indietro. Pertanto nel dì 26 di maggio (altri dicono nel dì 24) uscì di Brescia la guarnigione spagnuola, ossia tedesca, con bandiere spiegate, con tre pezzi di artiglieria e tutto il bagaglio, e con loro molti Bresciani del partito cesareo, fra i quali spezialmente la famiglia Gambara. Entrò il vittorioso esercito in quello stesso dì nella città, dove si fecero infinite allegrezze da quel popolo divoto al nome veneto; nè minori furono le fatte dipoi a Venezia per sì importante acquisto. Il Belcaire, che animosamente nega essersi adoperata la forza sotto Brescia, e dà qui una mentita al Giovio, e dovea parimente darla al Guicciardini, s'ingannò forte. Più di lui ne sapeva anche l'Anonimo Padovano, che si trovò presente a queste guerre.

Sul principio di giugno ilsignor di Lautrec, per le forti istanze dei Veneziani, passò sul Veronese, per formare l'assedio di quella città. Le genti sue unite colle venete formavano un'armata di mille e ducento uomini d'arme, di due mila cavalli leggieri e dodici mila fanti. Ma alla difesa di Verona stavaMarcantonio Colonna, divenuto generale di Cesare, con grandi forze, perchè provveduto, secondo l'Anonimo Padovano, di tre mila cavalli leggieri, sei mila fanti tedeschi e mille e cinquecento spagnuoli. Venuto ordine dal senato veneto che si mettesse a sacco quel paese per levare la sussistenza alla città, orrendo spettacolo fu il vedere non solamente i soldati, ma ancora gran gente del Trivisano, Padovano, Vicentino e Bresciano, concorsa a questo inumano e pur delizioso mestiere, che tutti si diedero a tagliar le biade e a saccheggiare e bruciar anche le case dei poveri contadini. Erano per questo in somma disperazione i miseri Veronesi, dentro oppressi da contribuzioni, gravezze e insolenze innumerabili de' soldati, e fuori privati delle loro sostanze colla desolazion di tutto il territorio. Infinitaroba e gran copia di bestiame aveano gl'infelici lor villani salvata in Val Polesella; ma eccoti passar l'Adige Franzesi e Veneti, che, penetrati colà, fecero un netto d'ogni cosa. Rallentò poscia questo flagello, perchè giunsero alla Chiusa, e se ne impossessarono sei mila fanti tedeschi (altri dicono otto, ed altri nove mila) spediti in soccorso a Verona. Corse anche voce che quindici mila Svizzeri pagati dal re d'Inghilterra avessero fra poco a calar nello Stato di Milano. Non vi volle di più perchè il Lautrec, preso da spavento, contro il volere de' Veneziani, si ritirasse a Peschiera ricuperata sul Mincio, da dove poi le sue genti faceano continue scorrerie fino alle porte di Verona. Passarono intanto le fanterie tedesche, poco danaro non di meno e poca vettovaglia portando all'afflitta città di Verona; il che fatto, per la maggior parte se ne tornarono al loro paese. Aspettò il Colonna tre mila Svizzeri, inviati anch'essi in aiuto suo, e giunti che furono, con tre mila cavalli e dieci mila fanti passò a Soave, dove si fermò otto giorni, con dar tempo e sicurezza a que' popoli di fare i raccolti di quel poco che loro era restato, e tutto poi fece condurre in Verona. Pensava di far lo stesso verso il Mantovano; ma, tumultuando gli Svizzeri e Tedeschi per mancanza di paghe, fu costretto a licenziar tutti gli ultimamente venuti, parte de' quali passò poi al servigio de' Veneziani. Andarono in questi tempi i Franzesi sul Mirandolese, con disegno di cacciar da quella forte terraGian-Francesco Pico, il quale già v'era rientrato con farne uscire il nipoteGaleotto. Finì tutto il lor movimento in saccheggi, non solo di quel paese, ma di tutto quel tratto del Mantovano, per dove passarono andando e venendo. Nè già vantavano miglior legge i loro nemici. Marcantonio Colonna, sul principio di luglio, partito segretamente di notte da Verona con sette mila fanti tedeschi e cinquecento cavalli, all'improvviso giunse a Vicenza, e perforza entratovi, tutta la mise a sacco, asportandone spezialmente la seta, che era il maggior capitale di quel tante volte spogliato popolo. Queste erano le sacrileghe maniere d'allora per soddisfare in qualche guisa i non pagati soldati.

Crescevano intanto le angherie, le taglie e la carestia nell'infelice popolo di Verona, indarno servendo i conforti del Colonna, perchè fatti bisognavano, e non parole. Informati dunque i Veneziani del miserabile stato di quella città, cotante istanze fecero, che ilsignor di Lautrecs'indusse di nuovo a rinnovarne l'assedio. Volle egli prima d'ogni altra cosa impadronirsi della Chiusa, per impedir ai soccorsi che potessero venir di Lamagna; poscia nel dì 20 d'agosto si avvicinò col campo a quell'afflitta città, e da più parti cominciò a batterla colle artiglierie. Maravigliosa fu la difesa del Colonnese per li ripari che continuamente formava di dentro, e per le sortite che con danno degli assedianti facea al di fuori. Mancò la polve da fuoco ai Gallo-Veneti, e già n'era giunta da Venezia a Lignago una gran condotta sopra carri. Non si sa se per malizia, o per altro accidente, le si attaccò il fuoco, e vi perirono non solamente cento e ottanta vasi d'essa polve, ma anche tutte le carra, molti uomini, buoi, ed altre cose condotte per bisogno di quell'impresa. Fu, ciò non ostante, provveduto e proseguito con vigore l'assedio, ed anche più la difesa, con immortal gloria diMarcantonio Colonna, che a tutte le breccie, a tutti gli assalti accorrendo, sempre mirabilmente provvide, e, benchè ne riportasse un dì un'archibugiata, seppe con sì bel modo e segretezza farsi curare, che nella guarnigione niun disordine insorse. Durò questa danza fino a mezzo ottobre, finattantochè giunse nuova che da Trento veniva un grosso soccorso a Verona: il che tanto terrore mise nel campo gallo-veneto, che tutti chi qua e chi là ordinatamente si misero in salvo. Però, passati per la montagna di Perona circaottocento cavalli tedeschi, carichi di vettovaglie e munizioni, felicemente arrivarono a Verona. Oltre a ciò ben circa cinque mila Tedeschi espugnarono la Chiusa, con tagliare a pezzi il presidio veneto; ed aperto quel passo, spinsero poi gran quantità d'altri viveri sopra zatte per l'Adige alla medesima città, che recarono gran sollievo non meno ai soldati che agl'infelici cittadini. Non si potea dar pace il senato veneto al vedere saltar fuori ogni dì nuove remore alla ricuperazion di Verona; e tanto più s'impazientavano, perchè gagliardamente si trattava in Brusselles pace fraMassimiliano Cesare,Francesco re di FranciaeCarlo re di Spagna, non sapendo qual destino potesse toccare alla tuttavia pertinace città. Non cessavano di spronare il Lautrec a ripigliar l'impresa; e perchè egli allegava la mancanza delle paghe all'esercito suo, astretti furono i Veneziani anche a questa esorbitante spesa, per cui si ridusse la lor costanza a mettere all'incanto le dignità, gli uffizii e magistrati non men di Venezia che di terra ferma, e a vendere od impegnare gli stabili della repubblica.

E continuarono bensì la guerra, con impedir la venuta d'altri soccorsi a Verona, ma senza per questo poterla costrignere alla resa. Gravissimo danno patì in tale occasione la città e il territorio di Brescia, perchè gli convenne alimentar nobilmente l'esercito franzese con ispesa di più di cinquecento ducati d'oro per giorno. Con tante vicende e guai terminò ancora l'anno presente, in cui non si dee tacere un gravissimo pericolo incorso dapapa Leone, e narrato dal contemporaneo Anonimo Padovano nella sua Storia manuscritta. Era ito esso pontefice nel mese d'aprile per diporto a Civita (mi immagino che sia Cività Lavinia), quando poco discosto di là diciotto fuste di Mori, smontati in terra ferma, fecero una larga scorreria, con ridurre in ischiavitù gran quantità di gente. Intenzion loro, per quanto apparve, era di cogliere lo stesso papa, probabilmente da qualche scelleratoinformati che egli praticava in quelle parti. Spaventato il pontefice, ebbe tempo di scappare piucchè in fretta a Roma. Che orrore! che terribili conseguenze, se riusciva a quei Barbari un sì gran colpo! Dolenti essi, per non aver colto quanto speravano, voltarono le prore all'isola della Elba, ch'era del signor di Piombino, e spogliatala di ogni bene, se ne tornarono in Africa. Delle leghe fatte in quest'anno parleremo all'anno seguente.


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