MDXXIX

MDXXIXAnno diCristoMDXXIX. IndizioneII.Clemente VIIpapa 7.Carlo Vimperadore 11.Sul principio di quest'anno fu preso da una breve, ma pericolosa, malattiapapa Clemente, nel qual tempo, cioè a dì 10 di gennaio, creò cardinaleIppolitofiglio naturale diGiuliano de Medici; e, come è l'uso in simili casi, corse anche la voce di sua morte a Firenze, voce accolta con giubilo interno ed esterno di quasi tutti que' cittadini, consapevoli del di lui sdegno contra di loro, e della sua voglia di vendicarsi. Ma riuscì al pontefice di superar quel brutto golfo, con ritornar presto ai suoi soliti giri politici, trattando nel medesimo tempo coll'imperadore e col re di Francia, intento a cavar donde potesse maggiori vantaggi.A non lievi agitazioni era tuttavia sottoposto il regno di Napoli, perchè la città dell'Aquila s'era ribellata a Cesare; Barletta la tenevaRenzo da Ceriper li Franzesi; Trani, Putignano e Monopoli erano in man de' Veneziani; e il monte di Sant'Angelo, Nardò e Castro tuttavia ubbidivano ad essi Franzesi. Accostandosi la primavera, spedì ilprincipe d'Orangescontro l'AquilaAlfonso marchese del Vasto, già rimesso in libertà, che durò poca fatica a ricuperarla, e a far pagare ben caro a tutto quel popolo i delitti di pochi, avendogli messa una taglia di cento mila ducati d'oro. Andò poscia il marchese nel mese di marzo a mettere il campo a Monopoli. Così valorosamente difesero i Veneziani quella terra, ch'egli con grave danno de' suoi fu obbligato sul fine di maggio a ritirarsi. Altre azioni di guerra furono poi fatte in quelle contrade colla desolazion della Puglia. Fra le altre terre di que' contorni Molfetta, presa da Cacciadiavoli Contarino, restò messa a sacco, e sì barbaramente maltrattata ed arsa, che di peggio non avrebbe fatto un crudelissimo nemico della fede di Cristo. Certamente se il re di Francia avesse voluto o potuto applicarvi, avrebbe tenuto in grandi imbrogli quel regno. Ma egli, oltre all'aver in piedi un trattato di pace coll'imperatore, si trovava affaccendato in affari più importanti di caccie e d'amori. Per conto della Lombardia, ivi con più caldo seguitava la guerra. Sul fine del precedente anno erano giunti presso Genova (perchè nella città non furono ammessi) due mila Spagnuoli, tutti mal in ordine, senza scarpe in piedi, senza calzoni, gente bruttissima ed orridissima a vederla, ma che per altro portava seco la bravura: pregio che tuttavia ritien quella nazione. Tentò ilsignor di San Pologeneral dei Franzesi d'impedir l'unione di costoro conAntonio da Leva; ma ilconte Lodovico di Barbiano, spedito a riceverli, seppe sì destramente condurli, che felicemente arrivarono a Milano. Per disgrazia di quelpopolo, battuto da tante tribolazioni, aveano costoro nome di soldati, ma si trovarono eccellenti ladri; perchè di notte e di dì per le porte, per le finestre, per li tetti entravano nelle case, ne asportavano quel poco ch'era rimasto ai poveri Milanesi; e ciò perchè modo di pagarli non appariva, ed essi erano spogliati di ogni bene: con somma vergogna di un imperadore re di Spagna, che nulla pensava a pagar le sue genti, e sapea le incredibili miserie de' Milanesi, nè provvedeva.Impadronironsi i Franzesi circa questi tempi di Novara, ma non del castello, siccome ancora di Vigevano, Sant'Angelo, Mortara ed altri luoghi. Tenuto fu nel mese di maggio un gran consiglio dal suddetto San Polo coi capitani veneti e sforzeschi, per far l'assedio di Milano. Trovossi alle rassegne che non v'erano sufficienti forze, e però fu risoluto di prendere, se si potea, colla fame quella gran città. Postossi il San Polo a Biagrasso, ilduca d'Urbinogenerale dei Veneziani coi suoi e con parte delle genti sforzesche a Cassano: daddove colle scorrerie infestavano tutto il paese, acciocchè vettovaglia non entrasse in Milano. Intanto il San Polo, ossia che gli venisse di Francia l'ordine, o ch'egli concepisse quel disegno, determinò di passar colle sue milizie a Genova, con isperanza di poter ricuperare quella città, giacchèAndrea Doriacolle sue galee era stato chiamato dall'imperadore in Ispagna. A questo fine passò egli a Landriano, e, mandata innanzi la vanguardia, nel dì 21 di giugno prese riposo in quel luogo. Avvisato della divisione dei FranzesiAntonio da Leva, dopo aver animati i suoi colla sicurezza della vittoria, sull'imbrunir della notte li mosse incamiciati a quella volta, facendosi egli portare in una sedia da quattro uomini, per essere storpio e rovinato dalla podagra. Con silenzio e senza suono alcuno di trombe o tamburi arrivò quella seguente mattina addosso ai Franzesi, che feceroben per qualche tempo resistenza, e massimamente due mila Italiani comandati daGian-Girolamo da Castiglionee dalconte Claudio Rangone. Ma infine diedero tutti a gambe. Restò prigione lo stesso signor di San Polo, ferito in due luoghi, coi suddetti Rangone e Castiglione ed altri capi d'importanza, e furono presi molti cavalli, carriaggi ed artiglierie. Ilconte Guido Rangone, che tanto prima s'era messo al servigio del re di Francia, nè si trovò al conflitto, perchè mandato innanzi colla vanguardia, si salvò, riducendosi a Parma ed indi a Lodi. Così scrive il Guicciardini. Abbiamo, all'incontro, dal Varchi ch'esso conte Guido, giovane di grandissima espettazione, dopo aver guadagnato più ferite nel viso, animosamente menando le mani, restò prigione. Invece di Guido verisimilmente il Varchi volle dir Claudio. Tornossene il vittorioso esercito imperiale tutto carico di bottino e di gloria a Milano. Fu poi mandatoFilippo Torniellocon trecento fanti a ricuperar Novara: il che egli felicemente eseguì, entrato che fu nel castello, con iscacciarne il presidio franzese. Gli occorse nondimeno un accidente curioso, che mentre egli cacciava fuori della città i nemici, un capo di squadra ch'era nel castello, sciolti i prigioni, con essi ribellò il medesimo castello. Fu nondimeno fatta loro tanta paura colle artiglierie, che lo renderono, e fu loro permesso di andarsene, siccome gli avea promesso il Torniello. Studiossi ancora in varie maniere Antonio da Leva di fare sloggiare dal suo accampamento il duca d'Urbino; ma non gli venne mai fatto; siccome neppure d'impedire che i Veneziani e i Sforzeschi di tanto in tanto facessero delle scorrerie fino alle porte dell'infelice e desolata città di Milano.La declinazione intanto in Italia dei Franzesi quella fu che fece determinare il papa ad unirsi coll'Augusto, preponderando nel di lui cuore alla memoria dei patiti affronti la sete specialmente di vendicarsi de' Fiorentini: al che si conoscevapiù a proposito la potenza crescente di Cesare, che la troppo sminuita del re Cristianissimo. Perciò nel dì 29 di giugno dell'anno presente[Du-Mont, Corp. Diplomat.]fu conchiusa in Barcellona una lega fra essoponteficeel'imperadore, con cui questi si obbligò di rimettere in Firenze nella primiera sua grandezza la casa de Medici; di dareMargherita d'Austriasua figlia naturale adAlessandro, creduto figliuolo naturale diLorenzo de Medicie di una schiava per nome Anna, benchè il Segni scriva che altri avessero avuto commercio con quella vil donna: siccome ancora di rimettere il papa in possesso di Modena, Reggio e Rubiera, senza pregiudizio delle ragioni del romano imperio, e di Cervia e Ravenna occupate da' Veneziani. Nè questo bastò. Promise ancora Carlo V di assistere Clemente VII a spogliar la casa d'Este del ducato di Ferrara, sotto l'iniquo pretesto di fellonia e ribellione del duca Alfonso. Le altre particolarità d'essa lega le tralascio, bastando solamente aggiugnere che gli affari del ducato di Milano e diFrancesco Sforzarestarono come prima dubbiosi e pendenti più dalla volontà dell'imperadore che dalle decisioni della giustizia. Bolliva più che mai in cuore delre Francesco Iil desiderio di liberare i suoi figli, lasciati per ostaggio in mano del suddetto Augusto. Una spinta ancora gli diede la già detta confederazione di esso pontefice. Però anch'egli nel dì 5 di agosto di quest'anno s'indusse a stabilire in Cambrai un accordo assai svantaggioso con esso imperadore: cioè per riavere i figli, si obbligò di pagare allo stesso Augusto due milioni di scudi d'oro del sole. Fece anche una cessione di quanto egli possedeva nello Stato di Milano e nel regno di Napoli, e dei diritti della corona di Francia sopra la Fiandra ed Artesia, con altre condizioni che all'assunto mio non sta l'esprimerle. Di queste paci crederà taluno che l'Italia allora avesse da esultare, come se dopotante tempeste fosse giunto il sospirato tempo sereno. Ma non fu così. Perciocchè durata tuttavia la discordia fra Cesare e i Veneziani uniti col duca di Milano; e il papa non tardò molto a far muovere, secondo gli ordini dell'imperadore, ilprincipe d'Orangescontra dei Fiorentini. Arrivò questo signore a dì 19 d'agosto a Terni, e s'inoltrò poi a Spello, menando seco, per quanto scrive l'Anonimo Padovano, otto mila fanti fra tedeschi e spagnuoli, co' quali s'unirono dieci mila fanti assoldati dal pontefice sotto valorosi capitani. S'era ne' mesi innanzi ritirato dal servigio del papaMalatesta Baglione, con passare a quel de' Fiorentini, e impossessarsi della città di Perugia sua patria. Mise anche presidio in Macerata, Montefalco ed Assisi. Prima di passar oltre, il principe d'Oranges avea preso que' luoghi, e dato il sacco a Spello. Indi si applicò a trattare col Baglione per isnidarlo da Perugia. Capitolò egli infatti nel dì 9 di settembre che fossero salvi i suoi beni, e che potesse ritirarsi sul Fiorentino colle genti sue, e colle altre a lui date da' Fiorentini stessi. Andò poscia il principe a Cortona, che gli si rendè a patti. Passò a Castiglione Aretino; e mentre que' cittadini trattavano la resa, i suoi soldati entrati nella terra la misero tutta a sacco. Ritiratisi poi vergognosamente i Fiorentini da Arezzo, quella città fece buon accordo con gl'imperiali. Circa il fine di ottobre giunse l'Oranges ad accamparsi in vicinanza di Firenze.Benchè si possa perdonar molto all'amore della libertà, che in popoli avvezzi ad essa suol essere un mirabil incentivo ad arrischiar tutto e a sofferir tutto per difenderla: pure sembra che non convenisse alla prudenza de' Fiorentini, tanto inferiori di forze, quello ostinarsi cotanto contro le pretensioni del papa, spalleggiato dall'armi cesaree. Quali fossero gl'interni disegni di lui, niuno nè può rendere conto. Certo è ch'esso pontefice nell'esterno, cioè nellesue parole, altra intenzione non mostrava[Nardi. Guicciardini. Varchi. Segni.], se non che tornassero i Medici nel medesimo stato di onore e di balìa che godevano prima d'essere licenziati o cacciati nel tempo della sua prigionia, salva restando la libertà al popolo; se pur sembrava libertà in addietro quel dipendere il principal governo dal volere dei Medici. Per attestato del Segni, erano assai ragionevoli le condizioni proposte dapapa Clemente. Ma prevalendo nel loro consiglio il mal animo di molti contro la casa de Medici, e la sconsigliata temerità d'altri lor pari, benchè si trovassero abbandonati dal re di Francia, e si vedessero venir contro tante forze del pontefice e dell'imperadore, non vollero dar orecchio a trattato alcuno di concordia, sperando nel benefizio del tempo che potea produrre favorevoli accidenti. Imbarcatosi intanto l'Augusto Carloin Barcellona sulla capitana diAndrea Doria, con ventotto galee, sessanta barche e molti altri navigli, su' quali conduceva sei mila fanti e mille cavalli, sbarcò felicemente a Genova nel dì 12 d'agosto, dove ricevette immensi onori da quel popolo. Presentatisi davanti a lui gli ambasciatori de' Fiorentini, altro non ne riportarono che un amorevol consiglio di ricorrere al papa e di seco acconciarsi. Spedirono dunque a Roma, ma senza sufficiente mandato, lusingandosi che nel papa l'amor della patria non fosse spento dal troppo amore de' suoi, e ch'egli non volesse infine la lor perdizione. Sicchè tutto si dispose per la difesa della città e libertà, avendo eglino presi al loro soldo tredici mila fanti e secento cavalli, che poi ai fatti erano molto meno. Trattava fra questo tempo il papa la pace fraCesaree iVenezianie ilduca di Milano, che, conoscente de' suoi pericoli, anch'egli facea maneggi coll'imperadore. VoleaCarlo Vin sue mani Alessandria e Pavia, e fu proposto di metterle in deposito in quelle del papa. Ossia che all'imperadore nonpiacesse il ripiego, o che lo stesso duca ricalcitrasse, furono spedite le milizie ultimamente arrivate di Spagna ad Alessandria, città che non fece resistenza alle lor forze. Partitosi dipoi l'imperadore nel dì 30 d'agosto da Genova, arrivò a Piacenza, dove comparveAntonio da Levaad informarlo dei correnti affari, e fu risoluto di far l'assedio di Pavia. Gran danni intanto e progressi facea il sultano dei Turchi Solimano in Ungheria, con essere giunto fino a mettere l'assedio a Vienna, città che fu mirabilmente difesa. Pure quasichè meritassero le cose d'Italia più stima che i tentativi del nemico comune, si andò facendo in Trento una massa di dodici mila fanti tedeschi, e di mille e cinquecento cavalli borgognoni (il Guicciardini li fa assai meno) per calare in Lombardia: il che diede non poca apprensione a' Veneziani, e li costrinse ad assicurar le loro città con gagliardi presidii. Calarono infatti costoro verso il fine di agosto, e giunti a Peschiera, cominciarono a recar gravissimi danni al territorio veneto. Ilduca d'Urbinocon grossa banda di genti di arme li andava tenendo stretti il più che potea. Intanto costò poca fatica ad Antonio da Leva il ricuperar Pavia, perchè Annibale Piccinardo, senza aspettar colpo di batteria od assalto, premendogli più di salvar la sua roba che la città, s'accomodò presto a renderla.Uno de' principali motivi dell'Augusto Carlodi venire in Italia era, per quanto egli poi dimostrò, quello di rimettere la pace dappertutto. Minore nondimeno non fu quello di ricevere dalle mani del romano pontefice le corone ferrea ed imperiale: il che, come dirò, seguì poi non già in Milano o in Monza, nè in Roma, come sempre si usò ne' secoli addietro, ma bensì in Bologna. A questa illustre città, specialmente per cooperare alla pace suddetta, ma non universale, perchè bramoso di soggiogar Firenze, passòpapa Clementesul fine d'ottobre, accolto con gran magnificenza del popolo; eprese alloggio nel pubblico palazzo del legato e degli anziani. Si mosse anche da Piacenza l'imperadoreper venire colà. Conosceva ben egli quanto indebita fosse la passion del pontefice contra diAlfonso ducadi Ferrara. Tuttavia, per gl'impegni seco presi, si credette in obbligo di mostrar l'animo alieno da questo principe. Se vero è ciò che ha il Guicciardini, avendogli il duca spediti ambasciatori, allorchè la maestà sua arrivò in Italia, non li volle ricevere; ma per pratiche fatte, gli accolse dipoi. Pensava ancora di prendere la strada di Mantova, affine di non passare per Reggio e Modena, città del duca; ma cotanto si adoperò Alfonso, che esso Augusto mutò parere. Ai confini di Reggio se gli presentò davanti con tutta umiltà il duca, ed ebbe poi l'onore di cavalcare al suo fianco per tutto il viaggio, con informarlo di quanto occorreva pel sistema d'Italia e per li suoi interessi: con che non solo confermò, ma accrebbe nell'animo dell'Augusto sovrano la stima e il concetto di principe egualmente valoroso che saggio. Nel dì primo di novembre entrò lo imperadore in Modena, e nel dì 5 di esso mese in Bologna, dove con grandioso apparato e pompa fu introdotto da quel popolo; e nel medesimo palazzo dove era il pontefice, anch'egli fu alloggiato, affinchè con facilità potessero trattar insieme de' pubblici e de' privati affari. Questo sontuoso ingresso di Cesare in Bologna si truova esattamente descritto dall'Anonimo Padovano; ma all'istituto mio non convien dirne di più. Cominciaronsi dunque fra questi due primi luminari della cristianità stretti e quotidiani colloquii, per dar sesto alle turbolenze che da tanto tempo desolavano l'Italia. PerFrancesco Maria Sforzaduca di Milano, sì malconcio di salute, che appena si reggeva in piedi, fece il papa quanti buoni uffizii potè, e, fattolo venire a Bologna nel dì 22 di novembre, con tal fortuna maneggiò i di lui affari, che l'accordò col magnanimo imperadorenel dì 23 di dicembre. Fu dunque convenuto che coll'investitura imperiale resterebbe il duca signore dello Stato di Milano, con obbligarsi, in isconto delle spese fatte, di pagare a Cesare in un anno quattrocento mila ducati d'oro, ed altri cinquecento mila in dieci anni avvenire, restando in mano di esso Augusto il castello di Milano e Como, da restituirsi al duca come fossero fatti i pagamenti del primo anno. Nondimeno Pavia fu assegnata adAntonio da Leva, da godere sua vita natural durante. Grande allegrezza avrebbono fatto i popoli dello smunto ducato di Milano per tal concordia, che pareva il fine de' loro immensi guai, se il duca, per mettere insieme tanto oro, non fosse stato costretto a maggiormente affliggerli con gravissimi taglioni ed imposte. Avvenne in questi tempi che l'esercito cesareo, già ridottosi in Ghiaradadda, e intento a divorar quelle terre, per non saper come vivere, appena intese o trattarsi o conchiuso l'accomodamento delle differenze del duca coll'imperadore, che, alzate le bandiere, volò alla volta di Milano, con intimare a quel popolo, che se in termine di quindici dì non soddisfaceva per le paghe loro da tanto tempo dovute, saccheggierebbero la città, e farebbono prigion ciascheduno, e che intanto si somministrassero loro gli alimenti. Rimasero di sasso gl'infelici Milanesi a queste minaccie, arrivate in tempo che speravano di respirare. Contuttociò, mostrando di fare ogni sforzo per raunar danaro, spedirono nel medesimo tempo i loro oratori all'imperadore, esponendogli le lor miserie, e il pericolo che lor soprastava. Provvide egli immantenente al disordine, coll'inviar gli Spagnuoli e i Tedeschi ad unirsi coll'esercito di Toscana, e facendo cassare il resto di quelle truppe, cosicchè nello Stato di Milano non rimasero se non i soldati di presidio nelle fortezze.Similmente si concordarono, per non poter di meno, anche iVenezianicoll'imperadore, con obbligo di restituire a lui tutte le terre da loro occupate nel regno di Napoli, e al pontefice Ravenna e Cervia; siccome ancora di pagare ad esso augusto per vecchie e nuove ragioni trecento mila ducati d'oro in varie rate, con altri patti che non importa di riferire. Nè si dee tacere che sul fine di novembre giunto a Bologna ancheFederigo marchese di Mantovacon nobile accompagnamento, fu molto ben veduto ed accarezzato dall'Augusto Carlo. Nel presente anno terminò l'Anonimo Padovano la sua Cronica, che manuscritta si conserva presso di me, nel cui fine sono le seguenti parole:Qui finiscono i ragionamenti domestici delle guerre d'Italia, cominciando dall'anno 1508 fino al 1529, esposti e narrati da chi s'è trovato presente al più delle sopradette faccende. Fu ad inchinare eziandio il pontefice e l'imperadore,Francesco Maria ducad'Urbino; e in considerazione de' Veneziani, dei quali era generale, ricevè buona accoglienza. Era allora la città, per altro assai grande, di Bologna sì piena di gran signori e di nobiltà forestiera, che sembrava una fiera continua, e si faceva alle pugna per ritrovare albergo. Gran solennità ivi fu fatta nel giorno del Natale del Signore, avendo i Bolognesi fabbricato un mirabil ponte di legno, per cui dal palazzo discese tutta quella gran corte alla basilica di San Petronio. Stabilissi poi nel dì 25 di dicembre una lega perpetua[Du-Mont, Corp. Diplomat.]per la sicurezza della tranquillità d'Italia frapapa Clemente VII, l'imperador Carlo V, Ferdinando re d Ungheria, la repubblica di Veneziae ilduca di Milano, in cui furono ancora compresi ilduca di Savoia, imarchesi di Monferratoe diMantova, e lasciato luogo alduca di Ferraradi entrarvi, quando seguisse accordo fra il papa, l'imperadore e lui. Ma di questa tranquillità non godeva Firenze assediata, o piuttosto bloccata, dall'esercito imperiale e pontifizio, che, secondo l'uso delleguerre, infiniti danni inferiva a quel distretto. Maggiormente poi crebbero i guai in quelle contrade, dacchè il pontefice, fattosi principalmente promotor della pace in Lombardia, acciocchè l'Augusto Carlo potesse con più vigore continuar la guerra contra di Firenze patria sua, ottenne che dallo stato di Milano passassero in Toscana circa otto mila cesarei, con venticinque pezzi d'artiglieria. Colà dunque si ridusse tutto il furor delle armi con quell'esito che diremo all'anno seguente.

Sul principio di quest'anno fu preso da una breve, ma pericolosa, malattiapapa Clemente, nel qual tempo, cioè a dì 10 di gennaio, creò cardinaleIppolitofiglio naturale diGiuliano de Medici; e, come è l'uso in simili casi, corse anche la voce di sua morte a Firenze, voce accolta con giubilo interno ed esterno di quasi tutti que' cittadini, consapevoli del di lui sdegno contra di loro, e della sua voglia di vendicarsi. Ma riuscì al pontefice di superar quel brutto golfo, con ritornar presto ai suoi soliti giri politici, trattando nel medesimo tempo coll'imperadore e col re di Francia, intento a cavar donde potesse maggiori vantaggi.A non lievi agitazioni era tuttavia sottoposto il regno di Napoli, perchè la città dell'Aquila s'era ribellata a Cesare; Barletta la tenevaRenzo da Ceriper li Franzesi; Trani, Putignano e Monopoli erano in man de' Veneziani; e il monte di Sant'Angelo, Nardò e Castro tuttavia ubbidivano ad essi Franzesi. Accostandosi la primavera, spedì ilprincipe d'Orangescontro l'AquilaAlfonso marchese del Vasto, già rimesso in libertà, che durò poca fatica a ricuperarla, e a far pagare ben caro a tutto quel popolo i delitti di pochi, avendogli messa una taglia di cento mila ducati d'oro. Andò poscia il marchese nel mese di marzo a mettere il campo a Monopoli. Così valorosamente difesero i Veneziani quella terra, ch'egli con grave danno de' suoi fu obbligato sul fine di maggio a ritirarsi. Altre azioni di guerra furono poi fatte in quelle contrade colla desolazion della Puglia. Fra le altre terre di que' contorni Molfetta, presa da Cacciadiavoli Contarino, restò messa a sacco, e sì barbaramente maltrattata ed arsa, che di peggio non avrebbe fatto un crudelissimo nemico della fede di Cristo. Certamente se il re di Francia avesse voluto o potuto applicarvi, avrebbe tenuto in grandi imbrogli quel regno. Ma egli, oltre all'aver in piedi un trattato di pace coll'imperatore, si trovava affaccendato in affari più importanti di caccie e d'amori. Per conto della Lombardia, ivi con più caldo seguitava la guerra. Sul fine del precedente anno erano giunti presso Genova (perchè nella città non furono ammessi) due mila Spagnuoli, tutti mal in ordine, senza scarpe in piedi, senza calzoni, gente bruttissima ed orridissima a vederla, ma che per altro portava seco la bravura: pregio che tuttavia ritien quella nazione. Tentò ilsignor di San Pologeneral dei Franzesi d'impedir l'unione di costoro conAntonio da Leva; ma ilconte Lodovico di Barbiano, spedito a riceverli, seppe sì destramente condurli, che felicemente arrivarono a Milano. Per disgrazia di quelpopolo, battuto da tante tribolazioni, aveano costoro nome di soldati, ma si trovarono eccellenti ladri; perchè di notte e di dì per le porte, per le finestre, per li tetti entravano nelle case, ne asportavano quel poco ch'era rimasto ai poveri Milanesi; e ciò perchè modo di pagarli non appariva, ed essi erano spogliati di ogni bene: con somma vergogna di un imperadore re di Spagna, che nulla pensava a pagar le sue genti, e sapea le incredibili miserie de' Milanesi, nè provvedeva.

Impadronironsi i Franzesi circa questi tempi di Novara, ma non del castello, siccome ancora di Vigevano, Sant'Angelo, Mortara ed altri luoghi. Tenuto fu nel mese di maggio un gran consiglio dal suddetto San Polo coi capitani veneti e sforzeschi, per far l'assedio di Milano. Trovossi alle rassegne che non v'erano sufficienti forze, e però fu risoluto di prendere, se si potea, colla fame quella gran città. Postossi il San Polo a Biagrasso, ilduca d'Urbinogenerale dei Veneziani coi suoi e con parte delle genti sforzesche a Cassano: daddove colle scorrerie infestavano tutto il paese, acciocchè vettovaglia non entrasse in Milano. Intanto il San Polo, ossia che gli venisse di Francia l'ordine, o ch'egli concepisse quel disegno, determinò di passar colle sue milizie a Genova, con isperanza di poter ricuperare quella città, giacchèAndrea Doriacolle sue galee era stato chiamato dall'imperadore in Ispagna. A questo fine passò egli a Landriano, e, mandata innanzi la vanguardia, nel dì 21 di giugno prese riposo in quel luogo. Avvisato della divisione dei FranzesiAntonio da Leva, dopo aver animati i suoi colla sicurezza della vittoria, sull'imbrunir della notte li mosse incamiciati a quella volta, facendosi egli portare in una sedia da quattro uomini, per essere storpio e rovinato dalla podagra. Con silenzio e senza suono alcuno di trombe o tamburi arrivò quella seguente mattina addosso ai Franzesi, che feceroben per qualche tempo resistenza, e massimamente due mila Italiani comandati daGian-Girolamo da Castiglionee dalconte Claudio Rangone. Ma infine diedero tutti a gambe. Restò prigione lo stesso signor di San Polo, ferito in due luoghi, coi suddetti Rangone e Castiglione ed altri capi d'importanza, e furono presi molti cavalli, carriaggi ed artiglierie. Ilconte Guido Rangone, che tanto prima s'era messo al servigio del re di Francia, nè si trovò al conflitto, perchè mandato innanzi colla vanguardia, si salvò, riducendosi a Parma ed indi a Lodi. Così scrive il Guicciardini. Abbiamo, all'incontro, dal Varchi ch'esso conte Guido, giovane di grandissima espettazione, dopo aver guadagnato più ferite nel viso, animosamente menando le mani, restò prigione. Invece di Guido verisimilmente il Varchi volle dir Claudio. Tornossene il vittorioso esercito imperiale tutto carico di bottino e di gloria a Milano. Fu poi mandatoFilippo Torniellocon trecento fanti a ricuperar Novara: il che egli felicemente eseguì, entrato che fu nel castello, con iscacciarne il presidio franzese. Gli occorse nondimeno un accidente curioso, che mentre egli cacciava fuori della città i nemici, un capo di squadra ch'era nel castello, sciolti i prigioni, con essi ribellò il medesimo castello. Fu nondimeno fatta loro tanta paura colle artiglierie, che lo renderono, e fu loro permesso di andarsene, siccome gli avea promesso il Torniello. Studiossi ancora in varie maniere Antonio da Leva di fare sloggiare dal suo accampamento il duca d'Urbino; ma non gli venne mai fatto; siccome neppure d'impedire che i Veneziani e i Sforzeschi di tanto in tanto facessero delle scorrerie fino alle porte dell'infelice e desolata città di Milano.

La declinazione intanto in Italia dei Franzesi quella fu che fece determinare il papa ad unirsi coll'Augusto, preponderando nel di lui cuore alla memoria dei patiti affronti la sete specialmente di vendicarsi de' Fiorentini: al che si conoscevapiù a proposito la potenza crescente di Cesare, che la troppo sminuita del re Cristianissimo. Perciò nel dì 29 di giugno dell'anno presente[Du-Mont, Corp. Diplomat.]fu conchiusa in Barcellona una lega fra essoponteficeel'imperadore, con cui questi si obbligò di rimettere in Firenze nella primiera sua grandezza la casa de Medici; di dareMargherita d'Austriasua figlia naturale adAlessandro, creduto figliuolo naturale diLorenzo de Medicie di una schiava per nome Anna, benchè il Segni scriva che altri avessero avuto commercio con quella vil donna: siccome ancora di rimettere il papa in possesso di Modena, Reggio e Rubiera, senza pregiudizio delle ragioni del romano imperio, e di Cervia e Ravenna occupate da' Veneziani. Nè questo bastò. Promise ancora Carlo V di assistere Clemente VII a spogliar la casa d'Este del ducato di Ferrara, sotto l'iniquo pretesto di fellonia e ribellione del duca Alfonso. Le altre particolarità d'essa lega le tralascio, bastando solamente aggiugnere che gli affari del ducato di Milano e diFrancesco Sforzarestarono come prima dubbiosi e pendenti più dalla volontà dell'imperadore che dalle decisioni della giustizia. Bolliva più che mai in cuore delre Francesco Iil desiderio di liberare i suoi figli, lasciati per ostaggio in mano del suddetto Augusto. Una spinta ancora gli diede la già detta confederazione di esso pontefice. Però anch'egli nel dì 5 di agosto di quest'anno s'indusse a stabilire in Cambrai un accordo assai svantaggioso con esso imperadore: cioè per riavere i figli, si obbligò di pagare allo stesso Augusto due milioni di scudi d'oro del sole. Fece anche una cessione di quanto egli possedeva nello Stato di Milano e nel regno di Napoli, e dei diritti della corona di Francia sopra la Fiandra ed Artesia, con altre condizioni che all'assunto mio non sta l'esprimerle. Di queste paci crederà taluno che l'Italia allora avesse da esultare, come se dopotante tempeste fosse giunto il sospirato tempo sereno. Ma non fu così. Perciocchè durata tuttavia la discordia fra Cesare e i Veneziani uniti col duca di Milano; e il papa non tardò molto a far muovere, secondo gli ordini dell'imperadore, ilprincipe d'Orangescontra dei Fiorentini. Arrivò questo signore a dì 19 d'agosto a Terni, e s'inoltrò poi a Spello, menando seco, per quanto scrive l'Anonimo Padovano, otto mila fanti fra tedeschi e spagnuoli, co' quali s'unirono dieci mila fanti assoldati dal pontefice sotto valorosi capitani. S'era ne' mesi innanzi ritirato dal servigio del papaMalatesta Baglione, con passare a quel de' Fiorentini, e impossessarsi della città di Perugia sua patria. Mise anche presidio in Macerata, Montefalco ed Assisi. Prima di passar oltre, il principe d'Oranges avea preso que' luoghi, e dato il sacco a Spello. Indi si applicò a trattare col Baglione per isnidarlo da Perugia. Capitolò egli infatti nel dì 9 di settembre che fossero salvi i suoi beni, e che potesse ritirarsi sul Fiorentino colle genti sue, e colle altre a lui date da' Fiorentini stessi. Andò poscia il principe a Cortona, che gli si rendè a patti. Passò a Castiglione Aretino; e mentre que' cittadini trattavano la resa, i suoi soldati entrati nella terra la misero tutta a sacco. Ritiratisi poi vergognosamente i Fiorentini da Arezzo, quella città fece buon accordo con gl'imperiali. Circa il fine di ottobre giunse l'Oranges ad accamparsi in vicinanza di Firenze.

Benchè si possa perdonar molto all'amore della libertà, che in popoli avvezzi ad essa suol essere un mirabil incentivo ad arrischiar tutto e a sofferir tutto per difenderla: pure sembra che non convenisse alla prudenza de' Fiorentini, tanto inferiori di forze, quello ostinarsi cotanto contro le pretensioni del papa, spalleggiato dall'armi cesaree. Quali fossero gl'interni disegni di lui, niuno nè può rendere conto. Certo è ch'esso pontefice nell'esterno, cioè nellesue parole, altra intenzione non mostrava[Nardi. Guicciardini. Varchi. Segni.], se non che tornassero i Medici nel medesimo stato di onore e di balìa che godevano prima d'essere licenziati o cacciati nel tempo della sua prigionia, salva restando la libertà al popolo; se pur sembrava libertà in addietro quel dipendere il principal governo dal volere dei Medici. Per attestato del Segni, erano assai ragionevoli le condizioni proposte dapapa Clemente. Ma prevalendo nel loro consiglio il mal animo di molti contro la casa de Medici, e la sconsigliata temerità d'altri lor pari, benchè si trovassero abbandonati dal re di Francia, e si vedessero venir contro tante forze del pontefice e dell'imperadore, non vollero dar orecchio a trattato alcuno di concordia, sperando nel benefizio del tempo che potea produrre favorevoli accidenti. Imbarcatosi intanto l'Augusto Carloin Barcellona sulla capitana diAndrea Doria, con ventotto galee, sessanta barche e molti altri navigli, su' quali conduceva sei mila fanti e mille cavalli, sbarcò felicemente a Genova nel dì 12 d'agosto, dove ricevette immensi onori da quel popolo. Presentatisi davanti a lui gli ambasciatori de' Fiorentini, altro non ne riportarono che un amorevol consiglio di ricorrere al papa e di seco acconciarsi. Spedirono dunque a Roma, ma senza sufficiente mandato, lusingandosi che nel papa l'amor della patria non fosse spento dal troppo amore de' suoi, e ch'egli non volesse infine la lor perdizione. Sicchè tutto si dispose per la difesa della città e libertà, avendo eglino presi al loro soldo tredici mila fanti e secento cavalli, che poi ai fatti erano molto meno. Trattava fra questo tempo il papa la pace fraCesaree iVenezianie ilduca di Milano, che, conoscente de' suoi pericoli, anch'egli facea maneggi coll'imperadore. VoleaCarlo Vin sue mani Alessandria e Pavia, e fu proposto di metterle in deposito in quelle del papa. Ossia che all'imperadore nonpiacesse il ripiego, o che lo stesso duca ricalcitrasse, furono spedite le milizie ultimamente arrivate di Spagna ad Alessandria, città che non fece resistenza alle lor forze. Partitosi dipoi l'imperadore nel dì 30 d'agosto da Genova, arrivò a Piacenza, dove comparveAntonio da Levaad informarlo dei correnti affari, e fu risoluto di far l'assedio di Pavia. Gran danni intanto e progressi facea il sultano dei Turchi Solimano in Ungheria, con essere giunto fino a mettere l'assedio a Vienna, città che fu mirabilmente difesa. Pure quasichè meritassero le cose d'Italia più stima che i tentativi del nemico comune, si andò facendo in Trento una massa di dodici mila fanti tedeschi, e di mille e cinquecento cavalli borgognoni (il Guicciardini li fa assai meno) per calare in Lombardia: il che diede non poca apprensione a' Veneziani, e li costrinse ad assicurar le loro città con gagliardi presidii. Calarono infatti costoro verso il fine di agosto, e giunti a Peschiera, cominciarono a recar gravissimi danni al territorio veneto. Ilduca d'Urbinocon grossa banda di genti di arme li andava tenendo stretti il più che potea. Intanto costò poca fatica ad Antonio da Leva il ricuperar Pavia, perchè Annibale Piccinardo, senza aspettar colpo di batteria od assalto, premendogli più di salvar la sua roba che la città, s'accomodò presto a renderla.

Uno de' principali motivi dell'Augusto Carlodi venire in Italia era, per quanto egli poi dimostrò, quello di rimettere la pace dappertutto. Minore nondimeno non fu quello di ricevere dalle mani del romano pontefice le corone ferrea ed imperiale: il che, come dirò, seguì poi non già in Milano o in Monza, nè in Roma, come sempre si usò ne' secoli addietro, ma bensì in Bologna. A questa illustre città, specialmente per cooperare alla pace suddetta, ma non universale, perchè bramoso di soggiogar Firenze, passòpapa Clementesul fine d'ottobre, accolto con gran magnificenza del popolo; eprese alloggio nel pubblico palazzo del legato e degli anziani. Si mosse anche da Piacenza l'imperadoreper venire colà. Conosceva ben egli quanto indebita fosse la passion del pontefice contra diAlfonso ducadi Ferrara. Tuttavia, per gl'impegni seco presi, si credette in obbligo di mostrar l'animo alieno da questo principe. Se vero è ciò che ha il Guicciardini, avendogli il duca spediti ambasciatori, allorchè la maestà sua arrivò in Italia, non li volle ricevere; ma per pratiche fatte, gli accolse dipoi. Pensava ancora di prendere la strada di Mantova, affine di non passare per Reggio e Modena, città del duca; ma cotanto si adoperò Alfonso, che esso Augusto mutò parere. Ai confini di Reggio se gli presentò davanti con tutta umiltà il duca, ed ebbe poi l'onore di cavalcare al suo fianco per tutto il viaggio, con informarlo di quanto occorreva pel sistema d'Italia e per li suoi interessi: con che non solo confermò, ma accrebbe nell'animo dell'Augusto sovrano la stima e il concetto di principe egualmente valoroso che saggio. Nel dì primo di novembre entrò lo imperadore in Modena, e nel dì 5 di esso mese in Bologna, dove con grandioso apparato e pompa fu introdotto da quel popolo; e nel medesimo palazzo dove era il pontefice, anch'egli fu alloggiato, affinchè con facilità potessero trattar insieme de' pubblici e de' privati affari. Questo sontuoso ingresso di Cesare in Bologna si truova esattamente descritto dall'Anonimo Padovano; ma all'istituto mio non convien dirne di più. Cominciaronsi dunque fra questi due primi luminari della cristianità stretti e quotidiani colloquii, per dar sesto alle turbolenze che da tanto tempo desolavano l'Italia. PerFrancesco Maria Sforzaduca di Milano, sì malconcio di salute, che appena si reggeva in piedi, fece il papa quanti buoni uffizii potè, e, fattolo venire a Bologna nel dì 22 di novembre, con tal fortuna maneggiò i di lui affari, che l'accordò col magnanimo imperadorenel dì 23 di dicembre. Fu dunque convenuto che coll'investitura imperiale resterebbe il duca signore dello Stato di Milano, con obbligarsi, in isconto delle spese fatte, di pagare a Cesare in un anno quattrocento mila ducati d'oro, ed altri cinquecento mila in dieci anni avvenire, restando in mano di esso Augusto il castello di Milano e Como, da restituirsi al duca come fossero fatti i pagamenti del primo anno. Nondimeno Pavia fu assegnata adAntonio da Leva, da godere sua vita natural durante. Grande allegrezza avrebbono fatto i popoli dello smunto ducato di Milano per tal concordia, che pareva il fine de' loro immensi guai, se il duca, per mettere insieme tanto oro, non fosse stato costretto a maggiormente affliggerli con gravissimi taglioni ed imposte. Avvenne in questi tempi che l'esercito cesareo, già ridottosi in Ghiaradadda, e intento a divorar quelle terre, per non saper come vivere, appena intese o trattarsi o conchiuso l'accomodamento delle differenze del duca coll'imperadore, che, alzate le bandiere, volò alla volta di Milano, con intimare a quel popolo, che se in termine di quindici dì non soddisfaceva per le paghe loro da tanto tempo dovute, saccheggierebbero la città, e farebbono prigion ciascheduno, e che intanto si somministrassero loro gli alimenti. Rimasero di sasso gl'infelici Milanesi a queste minaccie, arrivate in tempo che speravano di respirare. Contuttociò, mostrando di fare ogni sforzo per raunar danaro, spedirono nel medesimo tempo i loro oratori all'imperadore, esponendogli le lor miserie, e il pericolo che lor soprastava. Provvide egli immantenente al disordine, coll'inviar gli Spagnuoli e i Tedeschi ad unirsi coll'esercito di Toscana, e facendo cassare il resto di quelle truppe, cosicchè nello Stato di Milano non rimasero se non i soldati di presidio nelle fortezze.

Similmente si concordarono, per non poter di meno, anche iVenezianicoll'imperadore, con obbligo di restituire a lui tutte le terre da loro occupate nel regno di Napoli, e al pontefice Ravenna e Cervia; siccome ancora di pagare ad esso augusto per vecchie e nuove ragioni trecento mila ducati d'oro in varie rate, con altri patti che non importa di riferire. Nè si dee tacere che sul fine di novembre giunto a Bologna ancheFederigo marchese di Mantovacon nobile accompagnamento, fu molto ben veduto ed accarezzato dall'Augusto Carlo. Nel presente anno terminò l'Anonimo Padovano la sua Cronica, che manuscritta si conserva presso di me, nel cui fine sono le seguenti parole:Qui finiscono i ragionamenti domestici delle guerre d'Italia, cominciando dall'anno 1508 fino al 1529, esposti e narrati da chi s'è trovato presente al più delle sopradette faccende. Fu ad inchinare eziandio il pontefice e l'imperadore,Francesco Maria ducad'Urbino; e in considerazione de' Veneziani, dei quali era generale, ricevè buona accoglienza. Era allora la città, per altro assai grande, di Bologna sì piena di gran signori e di nobiltà forestiera, che sembrava una fiera continua, e si faceva alle pugna per ritrovare albergo. Gran solennità ivi fu fatta nel giorno del Natale del Signore, avendo i Bolognesi fabbricato un mirabil ponte di legno, per cui dal palazzo discese tutta quella gran corte alla basilica di San Petronio. Stabilissi poi nel dì 25 di dicembre una lega perpetua[Du-Mont, Corp. Diplomat.]per la sicurezza della tranquillità d'Italia frapapa Clemente VII, l'imperador Carlo V, Ferdinando re d Ungheria, la repubblica di Veneziae ilduca di Milano, in cui furono ancora compresi ilduca di Savoia, imarchesi di Monferratoe diMantova, e lasciato luogo alduca di Ferraradi entrarvi, quando seguisse accordo fra il papa, l'imperadore e lui. Ma di questa tranquillità non godeva Firenze assediata, o piuttosto bloccata, dall'esercito imperiale e pontifizio, che, secondo l'uso delleguerre, infiniti danni inferiva a quel distretto. Maggiormente poi crebbero i guai in quelle contrade, dacchè il pontefice, fattosi principalmente promotor della pace in Lombardia, acciocchè l'Augusto Carlo potesse con più vigore continuar la guerra contra di Firenze patria sua, ottenne che dallo stato di Milano passassero in Toscana circa otto mila cesarei, con venticinque pezzi d'artiglieria. Colà dunque si ridusse tutto il furor delle armi con quell'esito che diremo all'anno seguente.


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