MDXXVIAnno diCristoMDXXVI. IndizioneXIV.Clemente VIIpapa 4.Carlo Vimperadore 8.Tale impressione fece nell'animo diCarlo Augustola lega della Francia coll'Inghilterra, e la notizia che tutti i principi d'Italia potessero unirsi contra di lui, che finalmente s'indusse alla liberazione delre Francesco, ma con ingordissime condizioni di suo vantaggio. Neppure il re fu restio ad accettar qualsivoglia proposizione a lui fatta, purchè potesse uscir di prigione, fin d'allora pensando che costava poco il promettere tutto, ed anche il giurare, posciachè l'effettuar le promesse resterebbe poi in sua mano, dacchè fosse in libertà. Però nel dì 17 di gennaio dell'anno presente, e non già di febbraio, come ha il Guicciardini, e il Belcaire suo gran copiatore, seguì in Madrid la pace fra quei due monarchi, con aver ceduto[Du-Mont, Corp. Diplomat.]il re a Cesare tutti i suoi diritti sopra il regno di Napoli, Milano, Genova, Fiandra ed altri luoghi, e con obbligo di cedergli il ducato della Borgogna con altri Stati, per tacere tante altre condizioni, tutte gravosissime al re Cristianissimo. Il gran cancelliereMercurio Gattinara, siccome quegli, che detestava sì fatto accordo, ben prevedendo quel che poscia ne avvenne, con tutto il comando e l'indegnazion di Cesare, non volle mai sottoscriverlo, allegando non convenire all'uffizio suo l'approvar risoluzioni perniciose alla corona. Il tempo comprovò poi vero il suo giudizio. Fu poi nel principio di marzo condotto il re ai confini del suo regno, e rimesso in libertà, e consegnati per ostaggio a Carlo V ilDelfinoe il secondogenito del Cristianissimo, finchè fosse entro un tempo discreto datapiena esecuzione al concordato, con obbligarsi il re di tornare personalmente in prigione, quando non si eseguisse. Questa pace, per cui si lasciava alla discrezion di Cesare non solamente lo Stato di Milano, ma il resto ancora d'Italia, sommamente conturbò le potenze italiane, e, sopra gli altri,papa Clementee larepubblica veneta. E tanto più, perchè continuava l'assedio del castello di Milano con apparenza di non potersi ivi sostenere il duca gran tempo per la mancanza de' viveri; nel qual tempo il popolo di Milano era straziato da insopportabili aggravii ed avanie degli Spagnuoli, e giunse anche a far sollevazione, ma senza trovare chi lo dirigesse ed animasse a proseguir nell'impresa. Perciò il papa, per varii motivi disgustato dei cesarei, e spezialmente per aver eglino mandata gente sul Piacentino e Parmigiano, e i Veneziani furono solleciti a spedir persone in Francia, per intendere qual fosse la mente del re intorno al mantenere o no lo stipulato accordo, con ordine di stringere seco lega, qualora egli recedesse dalla concordia. Infatti il re, dacchè fu libero, si guardò di ratificarla, e cominciò a proporre di dar danaro in grosse somme all'imperadore, piuttosto che cedergli la Borgogna: al che l'Augusto Carlo non volle acconsentire.Pertanto nel 22 di maggio (e non già nel dì 17) in Cugnach si conchiuse una lega fra ilpapa, ilre di Francia, larepubblica veneta, quella diFirenzeeFrancesco Sforza, per muovere concordemente l'armi contra dell'imperadore, sostenere esso Sforza nel ducato di Milano, invadere il regno di Napoli, e mutare il governo di Genova, con altri punti che si leggono nello strumento di essa lega presso il Du-Mont. In essa niun luogo fu lasciato alduca di Ferrara; anzi il papa vi fece mettere parole generali d'essere aiutato a ricuperar gli Stati della Chiesa. Con abuso non lieve della religione si chiamò questala lega santa; e fu in vigor di essa assoluto ilre Francescodai giuramentie dalle promesse fatte all'imperadore. Quindi il pontefice spedì a Piacenza il conteGuido Rangone, governator generale dell'esercito della Chiesa, con cinque mila fanti, e le sue genti d'armi, e posciaVitellio VitelliconGiovanni de Medici, e colle soldatesche de' Fiorentini. I Veneziani anch'essi ordinarono aFrancesco Maria ducad'Urbino, lor generale, di passare a Chiari sul Bresciano. Era comune la loro intenzione di soccorrere l'assediato castello di Milano. Con forti ragioni avea il Sadoleto, come costa dalla sua Vita, dissuaso il pontefice da questa guerra, per attendere a pacificar le discordie de' principi cristiani, e per opporsi ai progressi de' Turchi. Ma il papa, troppo politico, tanto pensava a farla da principe temporale, che dimenticava i doveri dell'uffizio pastorale. In questo tempoCarlo Augusto, non consapevole peranche della lega suddetta, inviò a Romadon Ugo di Moncadacon proposizioni molto vantaggiose per la pace. Nulla volle il papa accettare, per non mancare alla fede data nella lega. Ma nè l'armi del papa si moveano da Piacenza, nè le venete osavano di passar l'Adda, perchè il duca di Urbino faceva istanza, che seco si unisse un corpo di Svizzeri, che la lega avea bensì mandato ad assoldare, ma che mai non calava in Lombardia. Il che diede tempo agl'imperiali di sorprendere il popolo di Milano, che, forzato a pagare cinquanta mila ducati d'oro, più d'una volta avea disordinatamente prese l'armi, e di costrignere molti nobili e i lor capitani ad uscire di città, e a calmare il tumulto: il che accadde circa il dì 20 di giugno. Furono altresì tolte le armi ai cittadini, e poi tanta barbarie usata con essi, rubandoli, bastonandoli, ferendoli, che alcuni di loro per disperazione si uccisero, e parecchi, abbandonato quanto aveano, se ne fuggirono: con che si ridusse quella nobil città all'estrema miseria. IntantoLodovico Vistarino, gentiluomo di Lodi, per liberar la sua patria dalla crudeltà di mille e cinquecento Napoletani,dimoranti ivi di presidio, se la intese col duca d'Urbino, da cui nella notte del dì 24 di giugno fu spedito colàMalatesta Baglionecon tre o quattro mila fanti veneti; e questi s'impadronì della città di Lodi, e da lì a pochi giorni anche del castello, essendo stato ripulsato ilmarchese del Vasto, venuto per ricuperarla. Perciò allora si unirono colle genti venete anche le pontifizie, e fu creduto che insieme ascendessero quasi a sedici mila fanti e quattro mila cavalli. Ma perchè buona parte di essi era gente nuova, e tumultuariamente raccolta, non si arrischiava il duca d'Urbino a tentar cose grandi; e massimamente perchè si credea cheAntonio da Levae il marchese del Vasto, generali dell'imperadore, avessero circa quindici mila fanti, ottocento lancie e cinquecento cavalli leggieri, gente divisa parte in Milano, e gli altri in Cremona e Pavia. Con tutto ciò l'esercito collegato, che era giunto a Marignano, nel dì 5 di luglio andò a postarsi in vicinanza di Milano, con disegno di assalire i borghi, e con isperanza di entrarvi. Entrò bensì in quella città ilduca di Borbone, che, venuto per mare con ottocento fanti spagnuoli, e affrettato dalle lettere di Antonio da Leva, con quella gente arrivò colà.Adunque nel dì 7 del mese suddetto si accostò l'armata de' collegati per dare l'assalto; ma, trovato alla difesa chi non avea paura, si convertì l'assalto in lievi scaramuccie, e nel dì seguente vergognosamente se ne tornò quell'esercito a Marignano. Non si seppe intendere se in sì fatta ritirata, comunemente creduta di molta ignominia, si nascondesse qualche mistero di politica e di mala fede, oppure se il duca d'Urbino vi si fosse condotto con ragioni ben fondate dell'arte militare. Certo è che i Veneziani ne furono, o almen se ne mostrarono, molto malcontenti, e più il pontefice, che in questi tempi cominciò ad essere travagliato dagli Spagnuoli, dalla parte di Napoli, ed era anche minacciato dai Colonnesi. Eppureesso papa, unito ai Fiorentini, si applicò a far mutare colla forza il governo di Siena. Colà fu spedito il loro disordinato esercito, che fece infine mostra del suo valore, non già col menar le mani, ma col menare i piedi; perciocchè, essendo usciti nel dì 25 di luglio i Sanesi, e impadronitisi delle artiglierie nemiche, tosto diedero a gambe gli assedianti, con lasciare a' nemici vettovaglie, carriaggi e diecisette pezzi d'artiglierie. Crescevano intanto sempre più i guai della infelice e desolata città di Milano, con patetici colori descritti dal Guicciardini, il quale osserva introdotto circa questi tempi dagli Spagnuoli il barbarico costume di mal trattare e divorare non meno i nemici che gli amici: esempio seguito anche dagl'Italiani. Eppure l'esercito collegato se ne stava ozioso a Marignano, senza pensare a liberar quel disperato popolo, nè a soccorrere il povero duca, chiuso nel castello, e ridotto agli estremi per mancanza di vettovaglie. Nè comparivano mai le migliaia di Svizzeri che ilre di Franciaavea fatto assoldare, per inviarli in Lombardia. Tuttavia, essendo venute a Marignano circa trecento bocche inutili uscite del castello di Milano, alle quali non era stata fatta opposizione, che accertarono il duca d'Urbino della estremità grande in cui si trovavano gli assediati; ed essendo anche giunti ad essa armata cinque mila Svizzeri degli assoldati dal papa, essoducacolconte Guido Rangonegenerale del papa giudicò necessario alla sua riputazione di tentare il soccorso del suddetto castello. Però nel dì 22 di luglio mosse l'esercito; e, dopo avere spedito ilconte Claudio Rangonee ilconte Lorenzo Cibòad occupare la nobil terra di Monza, s'avvicinò a Milano, ma senza mai tentare di far guerra ai borghi, o di soccorrere l'agonizzante castello. In questo mentre, cioè nel dì 24 di esso mese, ilduca Francesco, non potendo più reggere, conchiuse un accordo colduca di Borbone, con varii capitoli, de' quali niuno gli fu mantenuto, fuorchè la libertàdi ritirarsi con tutti i suoi, e se ne andò a Lodi, città che liberamente fu dai collegati rimessa in sua mano; nella quale occasione egli confermò i capitoli della lega col papa e co' Veneziani. Stava tuttavia alla divozion di esso duca il castello di Cremona: nata la speranza che si potesse ottener colla forza anche la città, fu spedito colà nel dì 6 d'agostoMalatesta Baglionecon sufficienti forze di gente e d'artiglierie. Fece egli giocar le batterie, diede varii assalti, e tutto indarno; di maniera che il duca d'Urbino, giacchè erano giunti al campo della santa lega i tredici mila Svizzeri, tanto tempo aspettati, passò colà in persona con altre milizie. Strinse egli e tormentò sì fattamente quella città, che il comandante imperiale nel dì 25 di agosto capitolò di rendersi, se per tutto il mese suddetto non gli veniva soccorso.Poco felicemente camminavano gli affari delponteficein Lombardia, e peggio poi in Roma. Imperocchè si trattò di pace fra esso papa da una parte, e donUgo di Moncada, reggente allora di Napoli per la lontananza del vicerè, e iColonnesidall'altra.Vespasiano Colonna, di cui molto si fidava Clemente VII, fu il mezzano che conchiuse l'accordo nel dì 22 d'agosto, per cui doveano i Colonnesi restituire Anagni, e ritirare le lor genti nel regno di Napoli. Riposando su questa capitolazione l'incauto pontefice, licenziò quasi tutte le sue milizie. Ma nella notte precedente del dì 20 di settembre eccoti segretamente arrivare lo stesso Moncada, allievo ben degno del fu iniquo duca Valentino, edAscanio Colonnae il suddetto Vespasiano con ottocento cavalli e tre mila fanti, che presero tre porte di Roma. Era con esso loroPompeo Colonna cardinale, uomo di poca religione e di smisurata ambizione, sì vago del pontificato, che fu creduto che avesse cospirato alla morte violenta del pontefice, per occupar egli dipoi la sedia di san Pietro. Il papa nel palazzo Vaticano, implorando l'aiuto di Dio e degli uomini, nonsi volea muovere. Tanto dissero i cardinali, che si rifugiò in castello Sant'Angelo nel medesimo tempo che que' masnadieri diedero il sacco non solamente al palazzo pontifizio, ma anche alla basilica vaticana, alla terza parte del borgo nuovo, e a quanti cardinali e prelati trovarono in borgo, e agli ambasciatori della lega, con perpetua infamia del nome cristiano. In una lettera di Girolamo Negro[Lettere dei principi.]è descritta questa tragica scena. Ed ecco il primo amaro frutto delle leghe e guerre di papaClemente VII; eppure Dio l'aveva riserbato a più dura lezione e disciplina. Perchè il castello era sprovveduto di vettovaglie, avendo don Ugo proposto una tregua, non durò fatica il papa a condiscendere, obbligandosi fra le altre condizioni di richiamar le milizie sue dalla Lombardia. Questo avvenimento disturbò tutti i disegni dell'esercito collegato in Lombardia, che già si era fortemente rinforzato per l'arrivo delmarchese di Saluzzocon cinquecento lancie e quattro mila fanti franzesi, ed aspettava a momenti anche due mila Grigioni, con disegno di strignere da due parti Milano. Ed ancorchè il papa, che non sapea digerire la tregua fatta, nel ritirar le sue truppe, lasciasse in quell'esercito quattro mila fanti sotto il comando diGiovanni de Medici, col pretesto che fossero gente pagata dal re di Francia; pure niun'altra considerabile azione fu fatta da essi collegati. Si rendè intanto la città di Cremona, e ne fu dato possesso alduca Francesco; ed anche Pizzighittone venne alle sue mani. Ciò fatto, ritornarono i collegati a bloccare Milano: il che moltiplicò i guai di quella infelice città. Non potè lungamente astenersi papa Clemente dal rompere la tregua: tanto era il suo sdegno contra de' Colonnesi, e il desiderio della vendetta. Privò del cappello ilcardinale Colonna, fece spianare in Roma le case de' Colonnesi; e giacchè di Lombardia era giunto a Roma parte delle sue soldatesche, ordinò aVitelloossiaPaolo Vitellidi passare ai danni de' Colonnesi, di bruciare e spianar le loro terre. Ma poca contentezza, anzi non poco biasimo riportò da quella spedizione e dalle sue vendette l'ira pontificia.Calò circa il principio di novembre a Trento Giorgio Fransperg, che colla industria e danaro suo e più colle promesse di gran preda, avea raunati tredici in quattordici mila fanti Tedeschi. Venne poi questo sì grosso corpo di gente a Salò e circa il fine di novembre verso Borgo forte, per passare ivi il Po. Ilduca di Urbinogli andava inseguendo, per cogliere il tempo d'assalirli. Il trovarsi coloro senza cavalli e artiglierie, facea credere sicura la vittoria. Scrive nondimeno l'Anonimo Padovano che con essi Tedeschi erano cinquecento cavalli sotto il governo del capitano Zucchero. Ma allorchè in vicinanza di BorgoforteGiovanni de Medicico' cavalli leggieri andò a pizzicar la loro coda, eccoti, contra la espettazion d'ognuno, un colpo di falconetto che gli fracassò un ginocchio; per la qual ferita portato a Mantova, fra pochi giorni, cioè nel dì 30 di esso mese, cessò di vivere: giovane di circa ventotto anni, di mirabil senno, e insieme di non minor ardire, mancando in lui chi si sperava che avesse a divenire l'onor d'Italia nell'arte della guerra. Fu egli padre diCosimo I, che vedremo a suo tempo duca e poi gran duca di Toscana. L'essersi avveduti i collegati che non mancava artiglieria a quella gente, li fece dopo breve battaglia desistere da altri tentativi; laonde coloro passarono il Po, e marciarono dipoi alla volta di Piacenza. Seppesi poscia cheAlfonso ducadi Ferrara, il quale maneggiava da gran tempo i suoi affari conCarlo Augusto, pregato da que' Tedeschi, e intento a far conoscere il suo buon animo ad esso imperadore, avea loro inviato dodici tra falconetti e mezze colubrine, con assai munizioni da guerra. Nè si dee tralasciare che papa Clemente, il quale non possedea la virtù di saper perdonare, nèdi reprimere i suoi odii, niun orecchio avea fin qui voluto dare alle istanze di esso duca Alfonso per riavere la sua città di Modena, anzi avea con insidie cercato di spogliarlo anche di Ferrara: finalmente, pel tanto picchiare de' suoi consiglieri, s'indusse a proporre un accordo con lui, non già per grandezza d'animo, ma quasi per necessità in sì scabrosi tempi. Si proponeva di dichiararlo capitan generale della lega, di dar per moglie adonno Ercolesuo primogenitoCaterina de Medici, che fu poi regina di Francia, e di restituirgli Modena, pagando egli ducento mila scudi d'oro. Appoggiata questa proposizione aFrancesco Guicciardini, non fu a tempo. Il duca onoratamente fece sapere, essere già acconciati gli affari suoi coll'imperadore, nè poter esso prendere con onor suo contrarie risoluzioni. Infatti, Carlo augusto sul fin di settembre gli avea confermata l'investitura de' suoi Stati, fra' quali Modena e Reggio, e dichiarato lui capitan generale delle sue armi in Italia, e stabiliti gli sponsali del suddetto donno Ercole conMargherita, sua figlia naturale, che vedremo poi duchessa di Firenze, e di Parma e Piacenza. Si pentì ben Clemente delle passate sue durezze con questo principe, e ne ebbe dei vivi rimproveri da' suoi collegati.Nel novembre di quest'anno spedìCarlo Vin Italia ilvicerè Lanoiacon una flotta, su cui venivano quattro mila fanti spagnuoli, e non già quattordici mila, come con troppa apertura di bocca ha il Giustiniano Genovese. Arrivata questa a Codimonte, il prodeAndrea Doria, che era allora a' servigi del papa,Pietro Navarro, che guidava le galee di Francia e le galee de' Veneziani (avea questa armata dianzi tenuta Genova per molto tempo come bloccata), andarono ad assalirla. In quella battaglia perdè il vicerè una nave, e col resto assai maltrattato si ridusse poi in regno di Napoli, dove, unito coi Colonnesi, cominciò a dar grande apprensione al papa. In somma fu ben l'anno presente fecondo di guai edisastri per tutta l'Italia, dove, secondo il minuto conto che ne fece l'Anonimo Padovano, si contarono circa cento mila soldati in varie parti, con infinite estorsioni ed inesplicabile aggravio de' popoli, e specialmente della misera città di Milano e di quello Stato, le cui miserie, descritte da varii autori, quasi non si possono leggere senza lagrime. Pel gran bisogno di danaro finse il Borbone di voler far decapitare il già imprigionatoGirolamo Morone. Questi si riscattò con venti mila ducati d'oro, e poco stette col suo ingegno a divenire il confidente del medesimo Borbone. Negli stessi tempi cominciò la città di Napoli ad essere flagellata da un'orrida peste, che continuò poscia ne' tre seguenti anni, con gravissima strage di quella sì popolata metropoli. Si aggiunse anche la carestia a questi malori. Ma ciò che fu più degno di pianto, è da dir l'irruzione fatta in quest'anno nell'Ungheria da Solimano sultano de' Turchi; la gran rotta da lui data a que' popoli cristiani colla morte del re loroLodovico, e la presa della real città di Buda e di tanti altri paesi. Grandi furono le dicerie per questo contra dipapa Clemente, imputando i più, ed anche lo stesso Carlo Augusto in iscrivendo ai cardinali, queste calamità ad esso pontefice; giacchè egli, invece di accudire a resistere ai Turchi in difesa del Cristianesimo, avea voluto far guerra ai Cristiani, spendendo immensi tesori in mantenere un'armata in Lombardia, un'altra ne' suoi Stati per guerreggiar co' Sanesi e Colonnesi, e una flotta in mare per mutare il governo di Genova. Ma qual rovina maggiore procedesse da questi politici impegni del pontefice, pur troppo lo vedremo all'anno seguente.
Tale impressione fece nell'animo diCarlo Augustola lega della Francia coll'Inghilterra, e la notizia che tutti i principi d'Italia potessero unirsi contra di lui, che finalmente s'indusse alla liberazione delre Francesco, ma con ingordissime condizioni di suo vantaggio. Neppure il re fu restio ad accettar qualsivoglia proposizione a lui fatta, purchè potesse uscir di prigione, fin d'allora pensando che costava poco il promettere tutto, ed anche il giurare, posciachè l'effettuar le promesse resterebbe poi in sua mano, dacchè fosse in libertà. Però nel dì 17 di gennaio dell'anno presente, e non già di febbraio, come ha il Guicciardini, e il Belcaire suo gran copiatore, seguì in Madrid la pace fra quei due monarchi, con aver ceduto[Du-Mont, Corp. Diplomat.]il re a Cesare tutti i suoi diritti sopra il regno di Napoli, Milano, Genova, Fiandra ed altri luoghi, e con obbligo di cedergli il ducato della Borgogna con altri Stati, per tacere tante altre condizioni, tutte gravosissime al re Cristianissimo. Il gran cancelliereMercurio Gattinara, siccome quegli, che detestava sì fatto accordo, ben prevedendo quel che poscia ne avvenne, con tutto il comando e l'indegnazion di Cesare, non volle mai sottoscriverlo, allegando non convenire all'uffizio suo l'approvar risoluzioni perniciose alla corona. Il tempo comprovò poi vero il suo giudizio. Fu poi nel principio di marzo condotto il re ai confini del suo regno, e rimesso in libertà, e consegnati per ostaggio a Carlo V ilDelfinoe il secondogenito del Cristianissimo, finchè fosse entro un tempo discreto datapiena esecuzione al concordato, con obbligarsi il re di tornare personalmente in prigione, quando non si eseguisse. Questa pace, per cui si lasciava alla discrezion di Cesare non solamente lo Stato di Milano, ma il resto ancora d'Italia, sommamente conturbò le potenze italiane, e, sopra gli altri,papa Clementee larepubblica veneta. E tanto più, perchè continuava l'assedio del castello di Milano con apparenza di non potersi ivi sostenere il duca gran tempo per la mancanza de' viveri; nel qual tempo il popolo di Milano era straziato da insopportabili aggravii ed avanie degli Spagnuoli, e giunse anche a far sollevazione, ma senza trovare chi lo dirigesse ed animasse a proseguir nell'impresa. Perciò il papa, per varii motivi disgustato dei cesarei, e spezialmente per aver eglino mandata gente sul Piacentino e Parmigiano, e i Veneziani furono solleciti a spedir persone in Francia, per intendere qual fosse la mente del re intorno al mantenere o no lo stipulato accordo, con ordine di stringere seco lega, qualora egli recedesse dalla concordia. Infatti il re, dacchè fu libero, si guardò di ratificarla, e cominciò a proporre di dar danaro in grosse somme all'imperadore, piuttosto che cedergli la Borgogna: al che l'Augusto Carlo non volle acconsentire.
Pertanto nel 22 di maggio (e non già nel dì 17) in Cugnach si conchiuse una lega fra ilpapa, ilre di Francia, larepubblica veneta, quella diFirenzeeFrancesco Sforza, per muovere concordemente l'armi contra dell'imperadore, sostenere esso Sforza nel ducato di Milano, invadere il regno di Napoli, e mutare il governo di Genova, con altri punti che si leggono nello strumento di essa lega presso il Du-Mont. In essa niun luogo fu lasciato alduca di Ferrara; anzi il papa vi fece mettere parole generali d'essere aiutato a ricuperar gli Stati della Chiesa. Con abuso non lieve della religione si chiamò questala lega santa; e fu in vigor di essa assoluto ilre Francescodai giuramentie dalle promesse fatte all'imperadore. Quindi il pontefice spedì a Piacenza il conteGuido Rangone, governator generale dell'esercito della Chiesa, con cinque mila fanti, e le sue genti d'armi, e posciaVitellio VitelliconGiovanni de Medici, e colle soldatesche de' Fiorentini. I Veneziani anch'essi ordinarono aFrancesco Maria ducad'Urbino, lor generale, di passare a Chiari sul Bresciano. Era comune la loro intenzione di soccorrere l'assediato castello di Milano. Con forti ragioni avea il Sadoleto, come costa dalla sua Vita, dissuaso il pontefice da questa guerra, per attendere a pacificar le discordie de' principi cristiani, e per opporsi ai progressi de' Turchi. Ma il papa, troppo politico, tanto pensava a farla da principe temporale, che dimenticava i doveri dell'uffizio pastorale. In questo tempoCarlo Augusto, non consapevole peranche della lega suddetta, inviò a Romadon Ugo di Moncadacon proposizioni molto vantaggiose per la pace. Nulla volle il papa accettare, per non mancare alla fede data nella lega. Ma nè l'armi del papa si moveano da Piacenza, nè le venete osavano di passar l'Adda, perchè il duca di Urbino faceva istanza, che seco si unisse un corpo di Svizzeri, che la lega avea bensì mandato ad assoldare, ma che mai non calava in Lombardia. Il che diede tempo agl'imperiali di sorprendere il popolo di Milano, che, forzato a pagare cinquanta mila ducati d'oro, più d'una volta avea disordinatamente prese l'armi, e di costrignere molti nobili e i lor capitani ad uscire di città, e a calmare il tumulto: il che accadde circa il dì 20 di giugno. Furono altresì tolte le armi ai cittadini, e poi tanta barbarie usata con essi, rubandoli, bastonandoli, ferendoli, che alcuni di loro per disperazione si uccisero, e parecchi, abbandonato quanto aveano, se ne fuggirono: con che si ridusse quella nobil città all'estrema miseria. IntantoLodovico Vistarino, gentiluomo di Lodi, per liberar la sua patria dalla crudeltà di mille e cinquecento Napoletani,dimoranti ivi di presidio, se la intese col duca d'Urbino, da cui nella notte del dì 24 di giugno fu spedito colàMalatesta Baglionecon tre o quattro mila fanti veneti; e questi s'impadronì della città di Lodi, e da lì a pochi giorni anche del castello, essendo stato ripulsato ilmarchese del Vasto, venuto per ricuperarla. Perciò allora si unirono colle genti venete anche le pontifizie, e fu creduto che insieme ascendessero quasi a sedici mila fanti e quattro mila cavalli. Ma perchè buona parte di essi era gente nuova, e tumultuariamente raccolta, non si arrischiava il duca d'Urbino a tentar cose grandi; e massimamente perchè si credea cheAntonio da Levae il marchese del Vasto, generali dell'imperadore, avessero circa quindici mila fanti, ottocento lancie e cinquecento cavalli leggieri, gente divisa parte in Milano, e gli altri in Cremona e Pavia. Con tutto ciò l'esercito collegato, che era giunto a Marignano, nel dì 5 di luglio andò a postarsi in vicinanza di Milano, con disegno di assalire i borghi, e con isperanza di entrarvi. Entrò bensì in quella città ilduca di Borbone, che, venuto per mare con ottocento fanti spagnuoli, e affrettato dalle lettere di Antonio da Leva, con quella gente arrivò colà.
Adunque nel dì 7 del mese suddetto si accostò l'armata de' collegati per dare l'assalto; ma, trovato alla difesa chi non avea paura, si convertì l'assalto in lievi scaramuccie, e nel dì seguente vergognosamente se ne tornò quell'esercito a Marignano. Non si seppe intendere se in sì fatta ritirata, comunemente creduta di molta ignominia, si nascondesse qualche mistero di politica e di mala fede, oppure se il duca d'Urbino vi si fosse condotto con ragioni ben fondate dell'arte militare. Certo è che i Veneziani ne furono, o almen se ne mostrarono, molto malcontenti, e più il pontefice, che in questi tempi cominciò ad essere travagliato dagli Spagnuoli, dalla parte di Napoli, ed era anche minacciato dai Colonnesi. Eppureesso papa, unito ai Fiorentini, si applicò a far mutare colla forza il governo di Siena. Colà fu spedito il loro disordinato esercito, che fece infine mostra del suo valore, non già col menar le mani, ma col menare i piedi; perciocchè, essendo usciti nel dì 25 di luglio i Sanesi, e impadronitisi delle artiglierie nemiche, tosto diedero a gambe gli assedianti, con lasciare a' nemici vettovaglie, carriaggi e diecisette pezzi d'artiglierie. Crescevano intanto sempre più i guai della infelice e desolata città di Milano, con patetici colori descritti dal Guicciardini, il quale osserva introdotto circa questi tempi dagli Spagnuoli il barbarico costume di mal trattare e divorare non meno i nemici che gli amici: esempio seguito anche dagl'Italiani. Eppure l'esercito collegato se ne stava ozioso a Marignano, senza pensare a liberar quel disperato popolo, nè a soccorrere il povero duca, chiuso nel castello, e ridotto agli estremi per mancanza di vettovaglie. Nè comparivano mai le migliaia di Svizzeri che ilre di Franciaavea fatto assoldare, per inviarli in Lombardia. Tuttavia, essendo venute a Marignano circa trecento bocche inutili uscite del castello di Milano, alle quali non era stata fatta opposizione, che accertarono il duca d'Urbino della estremità grande in cui si trovavano gli assediati; ed essendo anche giunti ad essa armata cinque mila Svizzeri degli assoldati dal papa, essoducacolconte Guido Rangonegenerale del papa giudicò necessario alla sua riputazione di tentare il soccorso del suddetto castello. Però nel dì 22 di luglio mosse l'esercito; e, dopo avere spedito ilconte Claudio Rangonee ilconte Lorenzo Cibòad occupare la nobil terra di Monza, s'avvicinò a Milano, ma senza mai tentare di far guerra ai borghi, o di soccorrere l'agonizzante castello. In questo mentre, cioè nel dì 24 di esso mese, ilduca Francesco, non potendo più reggere, conchiuse un accordo colduca di Borbone, con varii capitoli, de' quali niuno gli fu mantenuto, fuorchè la libertàdi ritirarsi con tutti i suoi, e se ne andò a Lodi, città che liberamente fu dai collegati rimessa in sua mano; nella quale occasione egli confermò i capitoli della lega col papa e co' Veneziani. Stava tuttavia alla divozion di esso duca il castello di Cremona: nata la speranza che si potesse ottener colla forza anche la città, fu spedito colà nel dì 6 d'agostoMalatesta Baglionecon sufficienti forze di gente e d'artiglierie. Fece egli giocar le batterie, diede varii assalti, e tutto indarno; di maniera che il duca d'Urbino, giacchè erano giunti al campo della santa lega i tredici mila Svizzeri, tanto tempo aspettati, passò colà in persona con altre milizie. Strinse egli e tormentò sì fattamente quella città, che il comandante imperiale nel dì 25 di agosto capitolò di rendersi, se per tutto il mese suddetto non gli veniva soccorso.
Poco felicemente camminavano gli affari delponteficein Lombardia, e peggio poi in Roma. Imperocchè si trattò di pace fra esso papa da una parte, e donUgo di Moncada, reggente allora di Napoli per la lontananza del vicerè, e iColonnesidall'altra.Vespasiano Colonna, di cui molto si fidava Clemente VII, fu il mezzano che conchiuse l'accordo nel dì 22 d'agosto, per cui doveano i Colonnesi restituire Anagni, e ritirare le lor genti nel regno di Napoli. Riposando su questa capitolazione l'incauto pontefice, licenziò quasi tutte le sue milizie. Ma nella notte precedente del dì 20 di settembre eccoti segretamente arrivare lo stesso Moncada, allievo ben degno del fu iniquo duca Valentino, edAscanio Colonnae il suddetto Vespasiano con ottocento cavalli e tre mila fanti, che presero tre porte di Roma. Era con esso loroPompeo Colonna cardinale, uomo di poca religione e di smisurata ambizione, sì vago del pontificato, che fu creduto che avesse cospirato alla morte violenta del pontefice, per occupar egli dipoi la sedia di san Pietro. Il papa nel palazzo Vaticano, implorando l'aiuto di Dio e degli uomini, nonsi volea muovere. Tanto dissero i cardinali, che si rifugiò in castello Sant'Angelo nel medesimo tempo che que' masnadieri diedero il sacco non solamente al palazzo pontifizio, ma anche alla basilica vaticana, alla terza parte del borgo nuovo, e a quanti cardinali e prelati trovarono in borgo, e agli ambasciatori della lega, con perpetua infamia del nome cristiano. In una lettera di Girolamo Negro[Lettere dei principi.]è descritta questa tragica scena. Ed ecco il primo amaro frutto delle leghe e guerre di papaClemente VII; eppure Dio l'aveva riserbato a più dura lezione e disciplina. Perchè il castello era sprovveduto di vettovaglie, avendo don Ugo proposto una tregua, non durò fatica il papa a condiscendere, obbligandosi fra le altre condizioni di richiamar le milizie sue dalla Lombardia. Questo avvenimento disturbò tutti i disegni dell'esercito collegato in Lombardia, che già si era fortemente rinforzato per l'arrivo delmarchese di Saluzzocon cinquecento lancie e quattro mila fanti franzesi, ed aspettava a momenti anche due mila Grigioni, con disegno di strignere da due parti Milano. Ed ancorchè il papa, che non sapea digerire la tregua fatta, nel ritirar le sue truppe, lasciasse in quell'esercito quattro mila fanti sotto il comando diGiovanni de Medici, col pretesto che fossero gente pagata dal re di Francia; pure niun'altra considerabile azione fu fatta da essi collegati. Si rendè intanto la città di Cremona, e ne fu dato possesso alduca Francesco; ed anche Pizzighittone venne alle sue mani. Ciò fatto, ritornarono i collegati a bloccare Milano: il che moltiplicò i guai di quella infelice città. Non potè lungamente astenersi papa Clemente dal rompere la tregua: tanto era il suo sdegno contra de' Colonnesi, e il desiderio della vendetta. Privò del cappello ilcardinale Colonna, fece spianare in Roma le case de' Colonnesi; e giacchè di Lombardia era giunto a Roma parte delle sue soldatesche, ordinò aVitelloossiaPaolo Vitellidi passare ai danni de' Colonnesi, di bruciare e spianar le loro terre. Ma poca contentezza, anzi non poco biasimo riportò da quella spedizione e dalle sue vendette l'ira pontificia.
Calò circa il principio di novembre a Trento Giorgio Fransperg, che colla industria e danaro suo e più colle promesse di gran preda, avea raunati tredici in quattordici mila fanti Tedeschi. Venne poi questo sì grosso corpo di gente a Salò e circa il fine di novembre verso Borgo forte, per passare ivi il Po. Ilduca di Urbinogli andava inseguendo, per cogliere il tempo d'assalirli. Il trovarsi coloro senza cavalli e artiglierie, facea credere sicura la vittoria. Scrive nondimeno l'Anonimo Padovano che con essi Tedeschi erano cinquecento cavalli sotto il governo del capitano Zucchero. Ma allorchè in vicinanza di BorgoforteGiovanni de Medicico' cavalli leggieri andò a pizzicar la loro coda, eccoti, contra la espettazion d'ognuno, un colpo di falconetto che gli fracassò un ginocchio; per la qual ferita portato a Mantova, fra pochi giorni, cioè nel dì 30 di esso mese, cessò di vivere: giovane di circa ventotto anni, di mirabil senno, e insieme di non minor ardire, mancando in lui chi si sperava che avesse a divenire l'onor d'Italia nell'arte della guerra. Fu egli padre diCosimo I, che vedremo a suo tempo duca e poi gran duca di Toscana. L'essersi avveduti i collegati che non mancava artiglieria a quella gente, li fece dopo breve battaglia desistere da altri tentativi; laonde coloro passarono il Po, e marciarono dipoi alla volta di Piacenza. Seppesi poscia cheAlfonso ducadi Ferrara, il quale maneggiava da gran tempo i suoi affari conCarlo Augusto, pregato da que' Tedeschi, e intento a far conoscere il suo buon animo ad esso imperadore, avea loro inviato dodici tra falconetti e mezze colubrine, con assai munizioni da guerra. Nè si dee tralasciare che papa Clemente, il quale non possedea la virtù di saper perdonare, nèdi reprimere i suoi odii, niun orecchio avea fin qui voluto dare alle istanze di esso duca Alfonso per riavere la sua città di Modena, anzi avea con insidie cercato di spogliarlo anche di Ferrara: finalmente, pel tanto picchiare de' suoi consiglieri, s'indusse a proporre un accordo con lui, non già per grandezza d'animo, ma quasi per necessità in sì scabrosi tempi. Si proponeva di dichiararlo capitan generale della lega, di dar per moglie adonno Ercolesuo primogenitoCaterina de Medici, che fu poi regina di Francia, e di restituirgli Modena, pagando egli ducento mila scudi d'oro. Appoggiata questa proposizione aFrancesco Guicciardini, non fu a tempo. Il duca onoratamente fece sapere, essere già acconciati gli affari suoi coll'imperadore, nè poter esso prendere con onor suo contrarie risoluzioni. Infatti, Carlo augusto sul fin di settembre gli avea confermata l'investitura de' suoi Stati, fra' quali Modena e Reggio, e dichiarato lui capitan generale delle sue armi in Italia, e stabiliti gli sponsali del suddetto donno Ercole conMargherita, sua figlia naturale, che vedremo poi duchessa di Firenze, e di Parma e Piacenza. Si pentì ben Clemente delle passate sue durezze con questo principe, e ne ebbe dei vivi rimproveri da' suoi collegati.
Nel novembre di quest'anno spedìCarlo Vin Italia ilvicerè Lanoiacon una flotta, su cui venivano quattro mila fanti spagnuoli, e non già quattordici mila, come con troppa apertura di bocca ha il Giustiniano Genovese. Arrivata questa a Codimonte, il prodeAndrea Doria, che era allora a' servigi del papa,Pietro Navarro, che guidava le galee di Francia e le galee de' Veneziani (avea questa armata dianzi tenuta Genova per molto tempo come bloccata), andarono ad assalirla. In quella battaglia perdè il vicerè una nave, e col resto assai maltrattato si ridusse poi in regno di Napoli, dove, unito coi Colonnesi, cominciò a dar grande apprensione al papa. In somma fu ben l'anno presente fecondo di guai edisastri per tutta l'Italia, dove, secondo il minuto conto che ne fece l'Anonimo Padovano, si contarono circa cento mila soldati in varie parti, con infinite estorsioni ed inesplicabile aggravio de' popoli, e specialmente della misera città di Milano e di quello Stato, le cui miserie, descritte da varii autori, quasi non si possono leggere senza lagrime. Pel gran bisogno di danaro finse il Borbone di voler far decapitare il già imprigionatoGirolamo Morone. Questi si riscattò con venti mila ducati d'oro, e poco stette col suo ingegno a divenire il confidente del medesimo Borbone. Negli stessi tempi cominciò la città di Napoli ad essere flagellata da un'orrida peste, che continuò poscia ne' tre seguenti anni, con gravissima strage di quella sì popolata metropoli. Si aggiunse anche la carestia a questi malori. Ma ciò che fu più degno di pianto, è da dir l'irruzione fatta in quest'anno nell'Ungheria da Solimano sultano de' Turchi; la gran rotta da lui data a que' popoli cristiani colla morte del re loroLodovico, e la presa della real città di Buda e di tanti altri paesi. Grandi furono le dicerie per questo contra dipapa Clemente, imputando i più, ed anche lo stesso Carlo Augusto in iscrivendo ai cardinali, queste calamità ad esso pontefice; giacchè egli, invece di accudire a resistere ai Turchi in difesa del Cristianesimo, avea voluto far guerra ai Cristiani, spendendo immensi tesori in mantenere un'armata in Lombardia, un'altra ne' suoi Stati per guerreggiar co' Sanesi e Colonnesi, e una flotta in mare per mutare il governo di Genova. Ma qual rovina maggiore procedesse da questi politici impegni del pontefice, pur troppo lo vedremo all'anno seguente.