MDXXVII

MDXXVIIAnno diCristoMDXXVII. IndizioneXV.ClementeVII papa 5.CarloV imperadore 9.Siam giunti ad un anno de' più funesti e lagrimevoli che s'abbia mai avutol'Italia. Sul fine dell'anno precedente e sul principio di questo seguitò a farsi una guerra arrabbiata e come turchesca fra le milizie del papa e quelle de' Colonnesi, sostenute dalle cesaree del regno di Napoli, perchè tutto si metteva a ferro e fuoco. Fu in questi tempi preso e messo in castello Sant'Angelo l'abbate di Farfa, cioèNapoleonede' primi di casa Orsina, giovane provveduto più di temerità che di prudenza; e fu divulgato ch'egli si fosse inteso colvicerè Lanoiadi dargli una porta di Roma, e si giunse fino a dire ch'egli avesse tramato contro la sacra persona dello stesso pontefice. Andò il vicerè all'assedio di Frosinone, e vi stette sotto alquanti giorni; ma, inoltratosiRenzo da CericolVitellie coll'esercito pontificio, gli toccò una spelazzata, per cui fu obbligato a ritirarsi. Fra i grandiosi disegni del papa, uno de' primarii era di portar la guerra in regno di Napoli, e a questo fine aveva egli chiamato a RomaRenato conte di Vaudemont, erede degli oramai rancidi diritti degli Angioini. Montato questi sulla flotta pontificia e veneta, con cui s'aveano ad unire anche le navi franzesi, sul principio di marzo fece vela verso il litorale di Napoli. S'impadronì di Castellamare, di Stabbia, della Torre del Greco, e di Sorrento; e, dopo aver saccheggiato altri luoghi, si spinse addosso a Salerno, e l'ebbe con poca fatica. L'Anonimo Padovano riferisce con altri questa occupazione ai primi giorni d'aprile; il Guicciardini molto prima. Era quella città ricchissima; tutta fu messa a sacco; e chi del popolo non ebbe tempo a salvarsi colla fuga, fu prigione, ed obbligato poi a riscattarsi con esorbitanti taglie. Oltre a ciò in Abbruzzo riuscì ai maneggi de' pontifizii di far ribellare la città dell'Aquila; e Renzo da Ceri, dopo aver preso Tagliacozzo, si inviava alla volta di Sora. Pareano in questa maniera ben incamminati gli affari del papa, ma nella sostanza prendevano ogni dì più cattiva piega. Mancava danaro per pagar le milizie; sommamentesi scarseggiava in Roma stessa di vettovaglie; e però una gran diserzione entrò nell'armata papale, di modo che Renzo disperato se ne tornò a Roma, nè altro maggior progresso fecero l'armi del pontefice. E intanto dalla parte della Lombardia s'era alzato un gran temporale, che di buon'ora cominciò a far tremare papa Clemente, e del pari tutti i suoi aderenti e sudditi.Certamente in questi tempi andava continuamente fra tanti venti ondeggiando il politico capo e l'animo pauroso d'esso pontefice, inclinando ora alla speranza, ora al timore, e scrivendo ora lettere di fuoco, ed ora altre tutte sommesse a Cesare e ad altri principi. Più volte egli mosse od ascoltò parole di accordo col vicerè Lanoia; ma opponendosi sempre a tutto potere gli oratori del re Cristianissimo e de' Veneziani, e insistendo egli sempre in volere lo sterminio de' Colonnesi, andava in fumo ogni trattato. Tuttavia s'era il papa indotto una volta ad un aggiustamento anche poco decoroso, ed altro non vi mancava che la di lui sottoscrizione, allorchè sopravvenne la nuova d'essere stati cacciati da Frosinone gl'Imperiali: per la qual vittoria insperanzito di più felici successi, troncò quel negoziato. Con tutto ciò, dacchè s'intese la mossa delduca di Borboneverso gli Stati della Chiesa e di Firenze, allora, accomodandosi alle correnti vicende, acconsentì finalmente ad una tregua di otto mesi coll'imperadore, e a restituire ai Colonnesi le loro terre: risoluzione che parve saggia per conto suo, ma che a' suoi collegati riuscì sommamente dispiacevole e molesta, e a lui poscia e a Roma infinitamente dannosa. Imperciocchè, credendosi egli, in vigore di questa concordia, assicurato da ogni pericolo, disarmò, licenziata la maggior parte delle sue soldatesche, e spezialmente le bande nere del fuGiovanni de Medici, gente tutta veterana e valorosa. Scrive il Rinaldi[Raynaldus, Annal. Eccles.]che non si parlò in esso accordo dei Colonnesi: il che non par verisimile. Secondo l'Anonimo Padovano, circa il dì 25 di marzo fu stipulata la tregua suddetta, e infatti entrò in quel dì in Roma ilvicerè Lanoia. Ma in essa città comparve ancora un uomo vestito di sacco, soprannominatoBrandano, che alle apparenze sembrava un pazzo, ed era Sanese di patria[Sansovino, Storia. Johannes Coclaeus contra Lutherum. Storie Sanesi. Guicciardino ed altri.]. Andava egli pubblicamente, a guisa di Giona, predicando per tutta Roma che soprastava ai Romani un gran flagello, e che perciò facessero penitenza ed emendassero i loro troppi vizii e peccati, per placar Dio gravemente sdegnato contra di loro, senza risparmiare lo stesso papa e i cardinali. Era perciò appellato il pazzo di Cristo. Non piacendo la musica di costui al governo, fu mandato il buon uomo a predicare in una prigione; ma dacchè furono succedute le disgrazie di Roma, ed egli ebbe ricuperata la libertà, tenuto fu per profeta, senza che le sue voci avessero prodotto alcun profitto quand'era tempo. La verità nondimeno si è, che Brandano fu un fanatico pieno d'alterigia. Odiava certo i mali costumi di allora, e gli staffilava con zelo, ma zelo spropositato. A fare un santo altro ci vuole che un sacco, un Crocifisso e un declamar contro i vizii.Tornando ora in Lombardia, dove lasciammo accampato verso Piacenza Giorgio Fransperg co' suoi Tedeschi, andòCarlo duca di Borbonecirca la metà di gennaio, ad unirsi con quella gente a Fiorenzuola, menando seco cinquecento uomini d'arme, molti cavalli leggieri, quattro o cinque mila Spagnuoli di gente eletta, e circa due mila fanti italiani. L'Anonimo Padovano scrive, aver egli condotto seco quattro mila Tedeschi e due mila cavalli, che congiunti col Fransperg formarono un possente esercito. Quivi tennero dei gran consigli; e, per quanto si potè scorgere, fin d'allorapresero la risoluzione di passare a Firenze e a Roma, con disegno di saccheggiar quelle città e qualunque altro luogo nel loro passaggio, non solo per soddisfare al presente lor bisogno, ma ancora per arricchire in questa maniera; giacchè gran tempo era che non sapeano cosa fossero paghe, nè restava loro speranza d'averne in avvenire. Conviene aggiugnere che Giorgio Fransperg era un luterano, e la maggior parte dei suoi aderenti a quella setta; laonde è da credere che recassero fin di Germania il desio di far qualche brutto tiro all'odiato da essi pontefice romano. Anzi fu comun parere che il medesimo Fransperg seco portasse sempre un capestro di seta e d'oro, vantandosi di voler con quello strangolare il papa. Pertanto eccoti muoversi arditamente questo bestiale esercito nel dì 22 di febbraio, e venire a Borgo San Donnino, senza far caso di trovarsi privo di danaro, di vettovaglie, di munizioni ed attrezzi da guerra, e del dover passare fra tante terre nimiche, e coll'avere ai fianchi o innanzi un'armata, più anche poderosa che non era la loro. Infatti le genti ecclesiastiche colmarchese di Saluzzoe conFederigo da Bozzololasciato ilconte Guido Rangonein Parma, con ordine di accorrere alla difesa di Modena, andarono con celerità ad assicurar la città di Bologna. Dopo avere i Borboneschi dato il sacco a varii luoghi del Parmigiano e Reggiano, ancorchè il duca di Ferrara, padrone di Reggio[Panciroli, Histor. Regiens. MS.], nei sei giorni che coloro stettero sul Reggiano, non mancasse di mandar loro regali e viveri, nel dì 5 di marzo vennero a riposarsi a Buomporto del Modenese. Andò il Borbone ad abboccarsi al Finale col duca di Ferrara, ed ebbero insieme degli stretti ragionamenti. Il Guicciardini, che certo non vi si trovò presente, immaginò che ilduca Alfonsoconfortasse il Borbone o continuare il viaggio alla volta di Firenze e di Roma.La verità è, che Alfonso, a cui l'imperadore avea promessa la tenuta di Carpi, dianzi suo per la metà, giacchè per l'altra metà n'era decadutoAlberto Pioa cagione de' suoi tradimenti, trattò col Borbone d'esserne messo in possesso, siccome infatti impetrò collo sborso di molto danaro, ed obbligazione di maggior somma in altre rate. Pertanto, consegnata quella nobil terra ad esso Alfonso, gli Spagnuoli, ch'ivi erano di presidio, e non pochi, andarono ad accrescere l'armata borbonesca. Passò questa dipoi a San Giovanni sul Bolognese, fermandosi quivi per quattro giorni, con far delle scorrerie fino alle porte di Bologna, e rodendo tutto quel di vettovaglia che trovavano. Anche il duca di Ferrara continuamente andò loro inviando munizioni da bocca e da guerra: del che gli fu poi fatto un delitto dapapa Clemente, quasichè ad un generale e vassallo di Cesare, come egli era, disconvenisse l'aiutar nei bisogni l'esercito del suo sovrano; e tanto più perchè gli dovea essere, secondo l'accordo, bonificato tutto nel debito contratto per Carpi; ed insieme per tal via veniva a restar salvo da' saccheggi il distretto di Ferrara. Fu colpito in questi tempi il capitano Fransperg da un accidente apopletico, per cui fu condotto a Ferrara ad implorare il soccorso de' medici.Cotanto si andò poi fermando sul Bolognese il Borbone, che arrivò la nuova della tregua stabilita fra il papa e il vicerè di Napoli. Questa fu cagione che iVeneziani, per sospetto che il Borbone si potesse volgere ai lor danni, richiamassero di là da Po ilduca d'Urbinocolle sue genti: il che riempiè di terrore i lor sudditi. Ma il Borbone, essendogli stato intimato da uomini spediti dal papa e dal vicerè che si ritirasse dagli Stati della Chiesa, non sì tosto ebbe comunicato quest'ordine ai capitani dell'esercito, che si fece una sollevazione, e fu in pericolo la vita sua. Spedito a Ferrara ilmarchese del Vasto, s'ingegnò di ricavareda quel duca il resto del danaro promesso per la signoria di Carpi, con cui si quetò il tumulto. Rispose intanto il Borbone al vicerè di non essere obbligato a quel vergognoso accordo, e che l'armata priva di paghe non potea tornare indietro. Sopraggiunto poscia un altro messo, spedito da esso vicerè, che mostrò copia dell'autorità a lui data dall'imperadore di far pace e tregua, come a lui piacesse, e comandò a tutti gli uffiziali sotto gravissime pene di non procedere innanzi: altro effetto non produsse, se non cheAlfonso marchese del Vasto, con alcuni altri signori napoletani si partì da quell'arrabbiato esercito con gran dolore del Borbone e degli Spagnuoli. Sul principio d'aprile si mosse il Borbone verso la Romagna, avendo prima i collegati inviate buone guarnigioni ad Imola, Forlì e Ravenna; e presa la terra di Brisighella, ivi trovò di grandi ricchezze, perchè quel popolo bellicoso nelle antecedenti guerre era intervenuto al sacco di varie terre e città. Tutto andò in mano di que' masnadieri, e la terra data fu alle fiamme. Lo stesso crudel trattamento patì la bella terra di Meldola e Russi, con altre di quelle contrade. In questo mentre ilvicerè Lanoia, ossia che veramente gli premesse di mantener la fede data al papa, o che fingesse tal premura, venne a Firenze; e, dopo avere stabilito accordo con quella repubblica, disegnava ancora di passare al campo del Borbone, per fermarlo. Ma, avvisato che, se compariva colà, non era sicura la sua vita, se ne tornò dopo molti giorni, senza far altro, indietro. Scrive nulla di meno il Giovio, ed anche il Nardi, che si abboccarono insieme, con essere poi stato costretto il vicerè dalle furiose grida de' soldati a salvarsi. Allora i Fiorentini chiamarono in Toscana i collegati, che, per varie vie andati colà, assicurarono ben Firenze da maggiori insulti, ma nulla operarono per impedire al Borbone di valicar l'Apennino tra Faenza e Forlì per la Galiata, e di giugnere nel Fiorentinosu quel di Bibiena, con fermarsi ai confini di Siena, saccheggiando e bruciando il contado di Firenze, mentre i Sanesi gli davano favore e vettovaglie a tutto potere. Alduca d'Urbinoriuscì in questa congiuntura, e non prima, di cavare dalle mani dei Fiorentini le fortezze di San Leo e di Maiuolo nel Montefeltro. Nè mancò chi l'accusasse di pensieri segreti contrarii al bisogno del papa, per gli aggravii a lui inferiti negli anni addietro dalla casa de Medici.Ora trovandosi i Fiorentini in mezzo a sì fiero incendio, assassinati nel distretto dai nemici crudeli borbonisti, e non men gravati dagli amici, a' quali doveano somministrar danaro e vitto, quando la lor città pativa una grave carestia: sparlavano forte del papa, attribuendo a lui non men essi, che poscia i Romani, per attestato dell'Anonimo Padovano, la cagione di tanti mali d'Italia per la cupidigia di spogliare gli Estensi di Ferrara, e di continuar la sua tirannia in Firenze. Perciò un giorno mossero la città a sedizione, per iscacciarne i Medici e ricuperare la libertà. Chiamati accorsero a tempo ilduca d'UrbinoeMichele marchese di Saluzzo. Pertanto veggendo il duca di Borbone che possibil non era di mettere il piede in Firenze, difesa da tante genti della lega, nel dì 26 d'aprile si mise in marcia con tutto l'esercito alla volta di Roma. Quanti armati egli conducesse, neppure allora, secondo il solito, ben si seppe. I più portarono opinione che fossero venti mila Tedeschi, otto mila Spagnuoli e tre mila Italiani utili, con poca cavalleria, cioè con secento cavalli, e senza artiglieria e senza carriaggi. Altri sminuiscono quell'armata; ma certo è che gran copia di malviventi italiani seco si congiunse per la speranza di grosso bottino. A questo avviso fu spedito ilconte Guido Rangone, generale delle armi papaline, per una diversa strada verso Roma con cinque mila fanti e tutti i suoi cavalieri. Ma, oltre all'essergli poi scritto da Roma, abbisognarquella città solamente di sei in ottocento archibugieri, le genti sue non aveano tanti interni stimoli alle marcie sforzate, come l'esercito del Borbone, spinto dalla fame, avido della preda e disperato. Erano rotte e fangose al maggior segno le strade: pure sembrava che coloro volassero. Saccheggiarono Acquapendente, San Lorenzo alle Grotte, Ronciglione ed altri luoghi. Mandato innanzi il capitano Zucchero co' suoi pochi cavalli, aiutato da' fuorusciti, entrò in Viterbo, e vi preparò tanta vettovaglia, che giunta l'armata, colà prese un buon ristoro. Veggendosi in questo mentre il pontefice a mal partito, lasciata andare la tregua già stabilita col Lanoia, tregua che fu la sua rovina, di nuovo conchiuse lega co'Venezianieduca di Milano, ma lega che nulla il preservò dall'imminente calamità. Della difesa di Roma era incaricatoRenzo da Ceri, che tumultuariamente avendo raccolta quanta gente potè, lor diede l'armi: gente nondimeno la maggior parte inesperta a quel mestiere, perchè presa dalle stalle de' cardinali e dalle botteghe degli artigiani; e il popolo di Roma d'allora non era quello degli antichi tempi. L'Anonimo Padovano scrive che Renzo, fatte le mostre, si trovò avere, computato il popolo romano, dieci mila ottimi fanti e cinquecento cavalli, e li mandava ogni giorno ad assalire l'esercito borbonesco. Verisimilmente non gli fecero gran paura, nè male.Arrivò il Borbone nel dì 5 di maggio sui prati di Roma; e perciocchè, dall'un canto, sapea che l'esercito della lega, venendo alle spalle, cominciava ad appressarsi, e, dall'altro, non vedea maniera di far sussistere l'armata, priva affatto di vettovaglia e in paese prima spazzato, spinto dalla necessità e dalla disperazione, nel dì seguente 6 di maggio determinò di vincere o di morire. Però sull'apparir del giorno andò ad assalire il borgo di San Pietro, dove Renzo da Ceri, Camillo Orsini, Orazio Baglionee molti nobili romani fecero gran difesa. Ma eccoti sopraggiugnere una folta nebbia, per cagione di cui le artiglierie di castello Sant'Angelo, che prima faceano gran danno ai Borboneschi, cessarono di tirare. Con tale occasione accostossi il Borbone verso la porta di Santo Spirito, ed essendo la muraglia bassa, appoggiatevi molte scale, fu de' primi a salir per esse, ma non già ad arrivar sulle mura, perchè, colto nell'anguinaglia da una palla d'archibugio o de' suoi o de' nemici soldati, andando colle gambe all'aria, poco stette a spirar la scellerata sua anima, senza godere alcun frutto dell'infame suo attentato. Entrarono bensì i suoi soldati: il che riferito apapa Clemente, che tuttavia stava nel palazzo Vaticano, tosto si ritirò in castello Sant'Angelo coi cardinali e prelati del suo seguito; nè poi si arrischiò a fuggire, come avrebbe potuto, secondo alcuni; quando altri scrivono che i Colonnesi con dieci mila armati erano nei contorni, acciocchè egli non potesse mettersi in salvo. Perciò, ivi rinserrato, fu costretto ad essere spettatore di quella tanto lagrimevol tragedia. Presero nello stesso tempo gli arrabbiati masnadieri non solamente Trastevere, ma anche la città, entrando per ponte Sisto: tanto era il disordine de' suoi soldati e dei Romani, e sì poca era stata la precauzione de' capitani. Esigerebbe ora più carte la descrizione dell'orrida disavventura di Roma. A me basterà di dire in compendio che all'ingresso di quella furibonda canaglia rimasero uccisi ben quattro mila fra soldati e cittadini romani. Il Giovio dice fin sette mila. In quella notte poi e per più dì susseguenti ad altro non attesero quei cani che al saccheggio della infelice città. E siccome essa era piena di ricchezze per le corti di tanti cardinali, principi ed ambasciatori, così immenso fu il bottino, con ascendere a più milioni d'oro. Nè minor crudeltà usarono in tal congiuntura gli spietati Spagnuoli cattolici, che i Tedeschi luterani. Non contenti di spogliar palagi, case, e tutti ancora isacri luoghi, con bruciar anche dove trovavano resistenza, fecero prigioni quanti cardinali, vescovi, prelati, cortigiani e nobili romani caddero nelle lor mani, e ad essi imposero indicibili taglie di danaro, tormentandone eziandio moltissimi, affinchè rivelassero gli ascosi e non ascosi tesori: crudel trattamento, da cui non andò esente neppure uno degli abbati, priori e capi de' monisteri. E chi s'era riscattato dagli Spagnuoli, se sopraggiugnevano i Tedeschi, era di nuovo taglieggiato e sottoposto a tormenti. Si aggiunse a tanta barbarie lo sfogo ancora della libidine, restando esposte ad ogni ludibrio non men le matrone romane e le lor figlie, che le stesse vergini sacre; giacchè niun freno avendo quella bestial ciurmaglia per la morte dell'empio lor generale, non lasciò intatto alcun monistero o tempio alcuno dalle violenze. Oltre a tutti i vasi ed arredi sacri delle chiese, che andarono in preda, si videro da que' miscredenti conculcate le sacre reliquie, e gittate per le strade le sacratissime ostie, e per maggior dileggio della religione, passeggiavano per Roma soldati abbigliati non solamente con vesti sfarzose e collane d'oro, ma anche con abiti sacri; e giunsero alcuni a vestirsi da cardinali, e insino a contraffare il papa con ischerni senza numero. E tal fu l'inesplicabil miseria di Roma, che con ragion venne creduto aver fatto peggio in quella metropoli l'esercito dello iniquo Borbone, che i Goti e Vandali nel secolo quinto dell'era cristiana. Giusti ed adorabili sempre sono i giudizii di Dio; e certamente i saggi d'allora, fra i qualiTommaso da Vio cardinal Gaetano, e Giovanni Fischero vescovo Roffense, poscia cardinale e martire, non lasciarono di riguardar sì strepitose calamità per flagello inviato da Dio alla non poco allora corrotta corte romana.Chiuso intanto in castello l'afflitto pontefice, facendo delle meditazioni dolorose sopra gli amari frutti de' suoi bellicosi impegni, rade volte convenevoli achi è ascritto all'ecclesiastica milizia, stava pure egli sperando che giugnesse l'esercito della lega per liberarlo. Infatti, appena erano entrati in Roma i nemici, che arrivò a quelle mura ilconte Guido Rangone; ma non si attentò colle sue forze tanto inferiori ad assalire quel furioso e potente esercito, benchè allora sbandato e perduto dietro alle prede: il che fu poi disapprovato da alcuni, cioè da coloro che facilmente giudicano delle cose altrui in lontananza, senza saper tutte le circostanze presenti dei fatti. Dall'altra parte, marciava assai lentamente ilduca d'Urbinocolle genti della lega, e solamente nel dì 16 di maggio arrivò ad Orvieto, dove tornato anche il Rangone, si tenne consiglio di guerra. Gagliardamente insisterono ilmarchese di Saluzzo, Federigo da Bozzolo e Luigi Pisanilegato veneto, perchè si tentasse di cavare il papa di prigione, con venir anche a giornata, se occorreva; e il conte Guido Rangone fece conoscere con molte ragioni facile e riuscibile l'impresa. Mostrava parimente il duca di voler lo stesso, ma poi sfoderava non poche difficoltà; e commissario de' Fiorentini ripugnava, rappresentando, che se si slontanava l'esercito, Firenze si rivolterebbe contra de' Medici. In queste dispute si consumò gran tempo, e intanto gl'imperiali in Roma elessero per loro generaleFiliberto principe d'Oranges, parente dell'imperadore, il quale non tardò a far de' terribili trincieramenti intorno al castello Sant'Angelo, obbligando al lavoro tanto i plebei che molti nobili romani. Spogliarono ancora la città di quasi tutte le vettovaglie, per ridurle in borgo: il che a tal disperazione condusse quel popolo, che alcuni si precipitarono in Tevere, ed altri col ferro, o col laccio si abbreviarono la vita. Nel dì 10 di maggio arrivarono a Romadon Ugo di Moncadae ilcardinal Pompeo Colonnacoi principali di sua casa, che colla loro autorità misero fine se non a tutte, almeno a molte delle enormità di queicristiani peggiori de' Turchi. Varie mutazioni e novità poi si trasse dietro la prigionia del pontefice. Imperciocchè nel dì 16 di maggio si mosse a rumore la città di Firenze, e facilmente quel popolo, senza che v'intervenisse morte d'alcuno, congedòAlessandroedIppolitode Medici co'cardinali di Cortona, Cibò e Salviati, che dianzi governavano dispoticamente quella città a nome del papa: con che rimessa l'antica libertà, fu riassunto il popolar governo. Ma non si guardarono di far molte insolenze alle armi e alle immagini de' Medici: il che maggiormente dipoi irritò contra di loropapa Clemente VII. Parimente i Veneziani, tuttochè collegati col pontefice, si impossessarono della città di Ravenna, di cui gran tempo erano stati padroni prima della lega di Cambrai; ed appresso, ammazzato il castellano di quella fortezza, anche d'essa si fecero padroni. Poco stettero dipoi ad occupar Cervia con tutti que' sali, che erano del papa, col motivo di difenderla a nome della Chiesa. Al qual tempo parimenteSigismondo Malatestaentrò in Rimini, città lungamente già dominata da' suoi maggiori. In mezzo a tanti rumori stette un pezzoAlfonso ducadi Ferrara perplesso; ma finalmente determinò di profittare anch'egli di tal congiuntura, per ricuperare la sua città di Modena, ingiustamente a lui tolta e detenuta dai papi. Però, come ha l'Anonimo Padovano, mossosi sul principio di giugno con ducento lancie, sei mila fanti e gran copia d'artiglierie, venne a mettere il campo a questa città. Dentro alla difesa era stato lasciato dalconte Guido Rangoniilconte Lodovicosuo fratello, ma con soli cinquecento fanti, il qual tosto pensò d'inondare i contorni della città; e l'avrebbe fatto, se i cittadini non si fossero opposti. Il perchè, conoscendo egli il popolo affezionato al nome estense, e in pericolo sè stesso, capitolò nel dì 5 del mese suddetto di potersene andare a Bologna colla sua gente, famiglia e mobili. Entrò il ducanel dì seguente nella città, accolto con segni di somma allegrezza da' cittadini, a' quali, da magnanimo come era, perdonò tutto il passato, senza far vendetta di alcuno, avendo solamente confiscati i beni del conte Guido Rangone, e toltogli il castello di Spilamberto, che poi dopo qualche tempo, per intercession del re di Francia, gli fu restituito. Gran feste per tre giorni furono fatte a cagion di tale acquisto in essa Modena, Ferrara e Reggio, e per tutto il suo Stato.Nello stesso dì 6 di giugno seguì cambiamento di cose in Roma; perciocchè, avendo i collegati conosciuto troppo pericolosa impresa il voler assalire gli imperiali, dall'Isola, dove si erano già inoltrati, si ritirarono verso Viterbo. Servì loro anche di scusa la gran diserzione accaduta nell'esercito per mancanza delle vettovaglie, essendo allora generale la fame per tutta Italia, e i lor cavalli smunti e deboli per carestia di fieni: laddove gl'imperiali, oltre all'aver preso in Roma chinee, ronzini e somieri senza numero, aveano anche messi insieme tre mila cavalli da guerra, ed armi senza numero, di modo che l'esercito loro non parea più quello che poc'anzi era venuto in Lombardia. Perciò il papa, a cui mancava oramai tutto il vivere, non tardò più ad accettar le dure condizioni che gli erano esibite dagl'insaziabili capitani imperiali. Fu fatto questo accordo nello stesso dì che Modena tornò in potere del suo legittimo principe, per mezzo dell'arcivescovo di Capoa, con obbligarsi il papa di pagare presentemente cento mila ducati d'oro, cinquanta altri mila fra venti giorni, e ducento cinquanta mila in termine di due mesi; di consegnare castello Sant'Angelo a Cesare, come in deposito; e così ancora le rocche d'Ostia, di Cività Vecchia e di Città Castellana; e inoltre di cedere ad esso imperadore Piacenza, Parma e Modena, la qual ultima avea già mutato padrone: che il papa coi tredici cardinali restasse prigione, finchè fossero pagati i primi cento cinquantamila ducati d'oro, dopo di che fosse condotto a Napoli o a Gaeta, per aspettar le risoluzioni diCarlo V, con altre condizioni, fra le quali era la liberazion dei Colonnesi dalle censure. Entrò dunque il presidio cesareo in castello San'Angelo, e da lì innanzi il papa e i cardinali ebbero miglior tavola, ma non già la libertà. Cività Castellana era in poter dei collegati.Andrea Doriaricusò di poi, consegnar Cività Vecchia. Nè Parma e Piacenza, preventivamente avvisate dal papa, si vollero rendere agli Spagnuoli. Intanto, ossia che il fetore di tanti uomini e cavalli uccisi in Roma facesse nascere una terribil epidemia, oppure che la vera peste nel gran bollor di tante armi penetrasse colà: certo è che nella barbarica armata comandata dal principe d'Oranges entrò la moria, che cominciò a far molta strage: laonde, tra per questo malore e per altri accidenti, si fece il conto che in meno di due anni non restò in vita neppur uno de' tanti assassini dell'infelice città di Roma, e passarono in altre mani le immense loro ricchezze. Penetrò anche la peste suddetta in castello Sant'Angelo con pericolo della vita del pontefice, perchè d'essa morirono alcuni de' suoi cortigiani.Non si potè ben sapere seCarlo Augusto, dimorante allora in Ispagna, avesse o serrati gli occhi, o acconsentito al viaggio e alle funeste imprese del duca di Borbone; e su questo fu disputato non poco dai politici; pretendendo anzi alcuni, che se il Borbone sopravviveva, siccome disgustato dell'imperadore, meditasse di torgli il regno di Napoli. Sappiamo solamente che alla nuova del sacco di Roma, e della prigionia del papa, egli si vestì da scorruccio, ne mostrò gran doglia, e fece cessar le feste ed allegrezze già cominciate per la nascita d'un figlio, che fu poiFilippo II; così asserendo il Mariana e il Messia contro a quel che ne scrive il Guicciardini. E potrebbe essere che egli allora non fingesse, e che poi, mutato parere, pensasse a far mercatanziae guadagno delle disgrazie del papa, perchè certamente non mostrò da lì innanzi qual calore che conveniva ad un monarca cattolico per farlo rimettere in libertà. Anzi fu creduto ch'egli desiderasse che il papa fosse condotto in Ispagna. Facili troppo sono le dicerie in tempo massimamente di grandi sconcerti. All'incontro, ire di Franciaedi Inghilterra, mostrando in apparenza un piissimo zelo pel soccorso del pontefice, ma infatti mirando di mal occhio la troppo cresciuta potenza e prepotenza di Cesare in Italia, e premendo al re Francesco di riavere i suoi figliuoli dalle mani di esso imperadore, formarono lega fra loro, per rinforzar la guerra in Italia contra di lui. In questa lega entrarono anche iVeneziani, e dipoi ilduca di Milanoe icardinaliche erano in libertà, a nome del sacro collegio, e iFiorentini, con patto che il ducato di Milano dovesse lasciarsi libero aFrancesco Sforza duca. Mentre si faceano oltramonti questi maneggi e preparamenti di guerra, in Lombardia non cessavano, anzi crescevano i guai. Era restato governator di MilanoAntonio da Levacon tre mila fanti tedeschi, quattro mila spagnuoli e settecento lancie. Un soldo non v'era da pagar questa gente; però sbardellatamente viveano alle spese de' miseri Milanesi, già talmente rovinati, che neppur aveano da mangiare per loro stessi. Richiamò il senato veneto da Roma le sue genti colduca d'Urbino, per unirsi colduca di Milano, e andar poscia a dare il guasto alle biade mature de' Milanesi. A questo fine passarono a Lodi verso il principio di luglio. Preveduto il loro disegno, il Leva andò a postarsi a Marignano: il che sconcertò le loro idee. In questi tempiGian-Giacomo de Medici, castellano di Musso, che nulla avea che fare coi Medici di Firenze, ed era comunemente appellato il Mcdeghino, condotto dalla lega, prese il castello di Monguzzo tra Como e Lecco. Spedito colà ilconte Lodovico da Barbiano, ossia da Belgioioso, nonsolo nol ricuperò, ma vi perdè quattro cannoni e molti fanti. Venne poi esso castellano con quattro mila fanti e cinquecento cavalli nel Milanese, dove recò infiniti danni. Antonio da Leva, segretamente uscito una notte da Milano, sul far del giorno con tal empito assalì il Medeghino, che in poco tempo lo ruppe, e la maggior parte di quella gente restò morta o presa. Poscia, andato un dì l'esercito collegato a devastare il Milanese, cadde in un'imboscata fatta da esso Leva, e dopo lunga battaglia diede alle gambe con morte di più di mille e cinquecento soldati.Dopo avere ilre Cristianissimoassoldati dieci mila Svizzeri, ed unito nel suo regno un potente esercito, lo spinse in Italia sotto il comando diOdetto di Fois, signor di Lautrec, a noi noto per le precedenti guerre. Condusse ancora al suo soldo il valorosoAndrea Doriacon otto galee. Il primo che calò in Italia per via di Saluzzo, fu ilconte Pietro Navarro, celebre capitano, il quale con tre mila fanti ito a Savona, tosto se ne impadronì, e si mise a fortificarla. Similmente con grossa armata comparve di qua dai monti il Lautrec, e giunto ad Asti, per avere inteso cheLodovico conte di Lodrone, posto alla guardia d'Alessandria con tremila Tedeschi, avea mandata buona parte di sua gente al Bosco, per riscuotere le taglie, gli fu addosso; e, piantate le artiglierie, cominciò a bersagliar quel castello. Per otto giorni fece il Lodrone una gagliarda difesa; ma infine si arrendè quel castello, e fu messo a sacco, con restare il Lodrone e gli abitanti anche essi prigionieri. Il Guicciardini scrive diversamente; cioè che il Lodrone era in Alessandria, e la moglie co' figli nel Bosco, che generosamente furono a lui mandati dal Lautrec. Nei medesimi tempi fu stretta la città di Genova per terra da Pietro Navarro e daCesare Fregoso, e per mare da Andrea Doria almirante di Francia. Perchè la carestia, universale allora in Italia, affliggeva forte quellanobile e popolata città, le speranze del popolo erano poste in sette galee ed alquante navi cariche di grano, che colla ricchissima caracca Giustiniana erano per viaggio. Ma colte queste dal Doria in Portofino, ed assediate, vennero in sua mano. Altre perdite fecero i Genovesi; laonde presero la risoluzione di darsi ai Franzesi. Si ritirò il dogeAntoniotto Adornonel castelletto; e la città senza uccision di gente, e col solo saccheggio del palazzo Adorno, ottenute vantaggiose condizioni, tornò sotto il dominio di Francia. Mandò il Lautrec per governatore colà Teodoro Trivulzio; e ciò fu sul fine di agosto. Andò egli poscia a mettere il campo ad Alessandria, alla cui guardia era il conteGiam-Batista di Lodronecon mille e cinquecento Tedeschi, a cui poco prima s'era unito con altri mille fanti il conteAlberico da Belgioioso. Grande strepito e guasto faceano le artiglierie in quelle mura, ma non minor difesa e ripari per molti giorni fecero gli assediati, finchè, temendo questi le mine di Pietro Navarro, e perduta la speranza del soccorso, arrenderono la città, salvo l'avere e le persone, con obbligo di uscir dallo Stato di Milano, e di non militare per sei mesi in favor dell'imperatore. Voleva il Lautrec mettere presidio in Alessandria, ma gli oratori del duca di Milano e de' Veneziani tanto dissero, che lasciò mettervelo al duca, con restar perciò indispettito contra di lui. Questi progressi dell'armata franzese fecero conoscere adAntonio da Levail pericolo, in cui si trovava, non restandogli più che cinque mila fanti e due mila cavalli. Pensò di ritirarsi a Pavia; ma, saputo che non vi era da vivere, mandò colà il conte Lodovico da Barbiano con due mila fanti e cinquecento cavalli, ed egli, restando in Milano, seguitò a scorticar più di prima quegl'infelici cittadini.Passò dipoi il Lautrec a Basignana il Po, e venne alla sua ubbidienza Novara con tutte le castella di quel distretto. Passato anche il Ticino, si trasferìotto miglia vicino a Milano, dove si unì colle genti venete e sforzesche. Poscia andò ad accamparsi sotto Pavia, cominciando con gran flagello di artiglierie a diroccar le mura di quella città, che dal suddetto conte di Belgioioso valorosamente veniva difesa. Vasta breccia era fatta, e i miseri Pavesi si raccomandavano al conte che non li lasciasse esposti alla crudeltà de' Franzesi. Il conte, che voleva tirare il più in lungo che potesse la resa, gli andava confortando; e quando poi s'accorse che i nemici s'allestivano per venire all'assalto, spedì nel dì 4 d'ottobre uffiziali al Lautrec per capitolare la resa. Mentre se ne stendevano le condizioni, ecco che gl'inferociti soldati, mal sofferendo di vedersi torre di bocca la preda, tanto i Guasconi dall'una parte, che gli Svizzeri dall'altra, seguitati appresso dai Tedeschi ed italiani, furiosamente per le rovine della breccia entrarono nella sfortunata città con tal rabbia, che in meno d'un'ora uccisero più di due mila persone tra soldati e terrazzani: spettacolo orrido e miserando. Poi tutta la città fu saccomanata, fatti prigioni tutti i benestanti, e costretti con esorbitanti taglie a riscattarsi. Niun rispetto s'ebbe a' luoghi sacri, e le donne rimasero vittima della libidine di que' diavoli, a riserva di quelle che prima si erano rifuggite ne' monisteri delle sacre vergini, ai quali, per cura di alcuni capitani, non fu inferita molestia. Ecco le terribili conseguenze delle guerre d'allora. Bruciarono ancora i Guasconi un'intera contrada, e peggio avrebbero fatto, se il Lautrec, mosso a compassione, non avesse costretto l'esercito tutto ad uscire della desolata città di Pavia. Non restava più se non Milano e Como da sottomettere, e il duca di Milano e il legato veneto, quasi colle ginocchia in terra, si raccomandarono al Lautrec, perchè seguitasse l'impresa, mostrando la facilità di vederne presto il fine. Ma perchè era venuto al campo ilcardinal Cibòper sollecitare il Lautrecalla liberazione del papa, tuttavia tenuto sotto buona guardia dagli Spagnuoli, a tali istanze si arrendè esso Lautrec. Licenziati gli Svizzeri, che ricusarono di andare a Roma, s'avviò a Piacenza, dove si fermò, per trattar lega conAlfonso ducadi Ferrara, e conFederigo marchese di Mantova. Si ridusse dunque a Ferrara il cardinale suddetto con tutti i plenipotenziarii della lega, per muovere il duca, il quale, tratto dall'ossequio che professava all'imperadore, e dall'antecedente suo impegno, ripugnava ad unirsi coi di lui nemici. Tuttavia, per le minaccie a lui fatte che gli si scaricherebbe addosso tutto l'esercito franzese, entrò anch'egli nella stessa lega con condizioni molto onorevoli, una delle quali fu che ilre Cristianissimodarebbe in moglie adonno Ercoledi lui primogenitoRenea di Francia, figlia delre Lodovico XII, e cognata del medesimo re Francesco. Furono anche promesse molte cose a nome del papa, ma niuna d'esse gli fu poi mantenuta. Lo strumento di essa lega, stipulato nel dì 15 di novembre fu da me dato alla luce[Antichità Estensi. Par. 2.]. Nel dì 7 di dicembre anche Federigo Gonzaga marchese di Mantova sottoscrisse la medesima lega come apparisce dall'atto pubblico, rapportato dal Du-Mont[Du-Mont, Corps Diplomat.]. Allontanato che fu da Milano ilLautrec, Antonio da Leva, che poco stimava l'esercito veneto e sforzesco, uscito di Milano, costrinse nel dì 28 d'ottobre Biagrasso alla resa, dove erano cinquecento fanti; e sopraggiuntoGiano da Campofregosocol soccorso, gli diede una rotta, con acquistar le di lui artiglierie. Queste poi, nell'essere condotte a Milano, gli furono tolte dalconte di Gaiazzo, giovane ferocissimo, passato nel dì innanzi al servigio de' Veneziani. Biagrasso fu poscia ricuperato dai Franzesi. Riuscì ancora aFilippo Torniello, per ordine d'esso Leva, d'entrar nel castello di Novara, che tuttavia si tenea per l'imperadore, e con cinquecento fantiitaliani sotto il suo comando di cacciar dalla città lo smilzo presidio ivi lasciato dal duca di Milano.Torniamo ora agli affari di Roma. Per compimento delle miserie e della rovina di quella afflittissima città, già dicemmo esservi sopraggiunta la peste, che ogni dì facea strage grande di soldati e di Romani. Essendo entrata anche in castello Sant'Angelo nel mese d'agosto, il papa e i cardinali, quivi racchiusi e posti in sì gran pericolo, cominciarono con grande istanza a pregar i capitani cesarei di aver loro misericordia. Perciò, se dice il vero l'Anonimo Padovano, ottennero nel dì 15 del suddetto mese d'essere condotti in Belvedere, dove furono posti di guardia mille Spagnuoli. Il resto di quell'inumano esercito, per salvarsi dal contagio, si slargò ad Otricoli, Terni, Narni, Spoleti ed altri luoghi, a molti de' quali, dopo averne esatte grandissime taglie, diedero anche il sacco. Perchè la rocca di Spoleti fece resistenza, la presero per forza, e misero a fil di spada quel presidio. Seguirono poi varii piccioli fatti, e spezialmente su quel di Terni, fra essi e l'esercito collegato, che s'era ridotto di qua da Perugia città, a cui in questi tempi toccò una burrasca. Perciocchè entratovi una notte con aiuto d'essi collegatiOrazio Baglione, vi ucciseGentile Baglione, già messovi dal papa, con altri di quella stessa famiglia e de' suoi aderenti. A molte case fu dato il sacco, e il popolo arse e spianò da' fondamenti il palazzo del suddetto Gentile, restando poi signore di Perugia il medesimo Orazio. Anche in Siena fu gran sollevazione del popolo contra dei nobili, circa trenta de' quali rimasero uccisi. Vi accorse da Spoleti ilprincipe d'Oranges, quetò il tumulto, e lasciò ivi di guardia mille fanti. Mentre queste cose succedeano,papa Clementecoi tredici cardinali continuava a star come prigione, e a cercar le vie di riacquistare la libertà, senza poterle trovare. Il danaro pattuito non compariva,e sempre s'incontravano nuovi ostacoli ne' negoziati, perchè l'AugustoCarlo Vmostrava ben voglia e zelo per la sua liberazione, ma con esigere cauzioni che il papa non fosse da lì innanzi contra di lui. Intanto il Lautrec, dopo tante belle parole d'essere inviato in aiuto di lui, facea un passo innanzi e due indietro, perchè avvisato che si trattava alla gagliarda di pace fra l'imperadore e il suo re. Finalmente essendo morto ilvicerè Lanoia, e subentrato nel governo di NapoliUgo di Moncada, questi fu chiamato a Roma, per trattare della liberazion del pontefice. Con esso Moncada si unironoGirolamo Moronee ilcardinal Pompeo Colonna, segretamente guadagnati dal papa; e tanto si operò, che fu stabilito l'accordo nel dì ultimo d'ottobre, con obbligarsi il papa di non essere contrario a Cesare per le cose di Milano e di Napoli, e di pagare allora e poi in varie rate un'immensa quantità di danaro. Per supplire al presente bisogno si ridusseClemente VIIa crear per danari alcuni cardinali (al che in addietro non s'era mai voluto indurre), persone, dice il Guicciardini, la maggior parte indegne di tanto onore. Inoltre, concedè nel regno di Napoli decime e facoltà di alienar beni di chiesa, e diede per ostaggi due cardinali. Era stabilito il dì 9 di dicembre per uscir di castello, dove il Guicciardini dice ch'egli era, e non già in Belvedere. Ma Clemente, diffidando sempre degli Spagnuoli, la notte precedente, travestito da mercatante o da ortolano, se ne uscì, e raccolto in Prati daLuigi Gonzaga, fu condotto sino a Montefiascone, e poscia ad Orvieto, senza che neppur uno de' cardinali l'accompagnasse, e con tal meschinità, che non era da meno de' pontefici de' primi tempi, che viveano senza pompa, esposti ogni dì alle scuri degli Augusti pagani. E così passò l'anno presente: anno degno d'indelebil memoria per l'infame sacco di Roma, per la prigionia del papa, per tante desolazioni di guerra esaccheggi, e per altri innumerabili malanni che unitamente si scaricarono sopra quasi tutta l'Italia, in maniera tale che veramente fu creduto non essersi mai veduto un cumulo di tanti mali in Italia, dacchè nacque il mondo. Perciochè, oltre ai suddetti mali la peste infierì in Napoli, Roma, Firenze ed altri luoghi. I fiumi, usciti per le copiose pioggie dai lor letti, inondarono le campagne; e queste, anche senza essere oppresse dai fiumi, per le suddette soverchie pioggie, o per altre naturali cagioni, diedero un miserabile raccolto universalmente per l'Italia. Il perchè, secondo l'attestato dell'Anonimo Padovano, mancavano di vita i poveri, per non aver di che vivere e per non trovar chi loro ne desse. Per tutte le città, dic'egli, castella e ville si vedeano infiniti poveri con tutte le lor famiglie andar mendicando, e gridando misericordia e sovvenimento. Più non si potea andare per le chiese, piazze e strade: tanto era il numero de' poveri con volti macilenti, squallidi, e tali, che avrebbono mosse a pietà le pietre. E la notte per le strade s'udivano sì orrende voci ed urli, che spaventavano ogni persona. E intanto nulla mancava a tante ciurme di soldati desolatori delle contrade italiane; e l'immenso danaro di Roma andava ad ingrassare soldati eretici, o gente piena di ogni vizio e priva di religione.

Siam giunti ad un anno de' più funesti e lagrimevoli che s'abbia mai avutol'Italia. Sul fine dell'anno precedente e sul principio di questo seguitò a farsi una guerra arrabbiata e come turchesca fra le milizie del papa e quelle de' Colonnesi, sostenute dalle cesaree del regno di Napoli, perchè tutto si metteva a ferro e fuoco. Fu in questi tempi preso e messo in castello Sant'Angelo l'abbate di Farfa, cioèNapoleonede' primi di casa Orsina, giovane provveduto più di temerità che di prudenza; e fu divulgato ch'egli si fosse inteso colvicerè Lanoiadi dargli una porta di Roma, e si giunse fino a dire ch'egli avesse tramato contro la sacra persona dello stesso pontefice. Andò il vicerè all'assedio di Frosinone, e vi stette sotto alquanti giorni; ma, inoltratosiRenzo da CericolVitellie coll'esercito pontificio, gli toccò una spelazzata, per cui fu obbligato a ritirarsi. Fra i grandiosi disegni del papa, uno de' primarii era di portar la guerra in regno di Napoli, e a questo fine aveva egli chiamato a RomaRenato conte di Vaudemont, erede degli oramai rancidi diritti degli Angioini. Montato questi sulla flotta pontificia e veneta, con cui s'aveano ad unire anche le navi franzesi, sul principio di marzo fece vela verso il litorale di Napoli. S'impadronì di Castellamare, di Stabbia, della Torre del Greco, e di Sorrento; e, dopo aver saccheggiato altri luoghi, si spinse addosso a Salerno, e l'ebbe con poca fatica. L'Anonimo Padovano riferisce con altri questa occupazione ai primi giorni d'aprile; il Guicciardini molto prima. Era quella città ricchissima; tutta fu messa a sacco; e chi del popolo non ebbe tempo a salvarsi colla fuga, fu prigione, ed obbligato poi a riscattarsi con esorbitanti taglie. Oltre a ciò in Abbruzzo riuscì ai maneggi de' pontifizii di far ribellare la città dell'Aquila; e Renzo da Ceri, dopo aver preso Tagliacozzo, si inviava alla volta di Sora. Pareano in questa maniera ben incamminati gli affari del papa, ma nella sostanza prendevano ogni dì più cattiva piega. Mancava danaro per pagar le milizie; sommamentesi scarseggiava in Roma stessa di vettovaglie; e però una gran diserzione entrò nell'armata papale, di modo che Renzo disperato se ne tornò a Roma, nè altro maggior progresso fecero l'armi del pontefice. E intanto dalla parte della Lombardia s'era alzato un gran temporale, che di buon'ora cominciò a far tremare papa Clemente, e del pari tutti i suoi aderenti e sudditi.

Certamente in questi tempi andava continuamente fra tanti venti ondeggiando il politico capo e l'animo pauroso d'esso pontefice, inclinando ora alla speranza, ora al timore, e scrivendo ora lettere di fuoco, ed ora altre tutte sommesse a Cesare e ad altri principi. Più volte egli mosse od ascoltò parole di accordo col vicerè Lanoia; ma opponendosi sempre a tutto potere gli oratori del re Cristianissimo e de' Veneziani, e insistendo egli sempre in volere lo sterminio de' Colonnesi, andava in fumo ogni trattato. Tuttavia s'era il papa indotto una volta ad un aggiustamento anche poco decoroso, ed altro non vi mancava che la di lui sottoscrizione, allorchè sopravvenne la nuova d'essere stati cacciati da Frosinone gl'Imperiali: per la qual vittoria insperanzito di più felici successi, troncò quel negoziato. Con tutto ciò, dacchè s'intese la mossa delduca di Borboneverso gli Stati della Chiesa e di Firenze, allora, accomodandosi alle correnti vicende, acconsentì finalmente ad una tregua di otto mesi coll'imperadore, e a restituire ai Colonnesi le loro terre: risoluzione che parve saggia per conto suo, ma che a' suoi collegati riuscì sommamente dispiacevole e molesta, e a lui poscia e a Roma infinitamente dannosa. Imperciocchè, credendosi egli, in vigore di questa concordia, assicurato da ogni pericolo, disarmò, licenziata la maggior parte delle sue soldatesche, e spezialmente le bande nere del fuGiovanni de Medici, gente tutta veterana e valorosa. Scrive il Rinaldi[Raynaldus, Annal. Eccles.]che non si parlò in esso accordo dei Colonnesi: il che non par verisimile. Secondo l'Anonimo Padovano, circa il dì 25 di marzo fu stipulata la tregua suddetta, e infatti entrò in quel dì in Roma ilvicerè Lanoia. Ma in essa città comparve ancora un uomo vestito di sacco, soprannominatoBrandano, che alle apparenze sembrava un pazzo, ed era Sanese di patria[Sansovino, Storia. Johannes Coclaeus contra Lutherum. Storie Sanesi. Guicciardino ed altri.]. Andava egli pubblicamente, a guisa di Giona, predicando per tutta Roma che soprastava ai Romani un gran flagello, e che perciò facessero penitenza ed emendassero i loro troppi vizii e peccati, per placar Dio gravemente sdegnato contra di loro, senza risparmiare lo stesso papa e i cardinali. Era perciò appellato il pazzo di Cristo. Non piacendo la musica di costui al governo, fu mandato il buon uomo a predicare in una prigione; ma dacchè furono succedute le disgrazie di Roma, ed egli ebbe ricuperata la libertà, tenuto fu per profeta, senza che le sue voci avessero prodotto alcun profitto quand'era tempo. La verità nondimeno si è, che Brandano fu un fanatico pieno d'alterigia. Odiava certo i mali costumi di allora, e gli staffilava con zelo, ma zelo spropositato. A fare un santo altro ci vuole che un sacco, un Crocifisso e un declamar contro i vizii.

Tornando ora in Lombardia, dove lasciammo accampato verso Piacenza Giorgio Fransperg co' suoi Tedeschi, andòCarlo duca di Borbonecirca la metà di gennaio, ad unirsi con quella gente a Fiorenzuola, menando seco cinquecento uomini d'arme, molti cavalli leggieri, quattro o cinque mila Spagnuoli di gente eletta, e circa due mila fanti italiani. L'Anonimo Padovano scrive, aver egli condotto seco quattro mila Tedeschi e due mila cavalli, che congiunti col Fransperg formarono un possente esercito. Quivi tennero dei gran consigli; e, per quanto si potè scorgere, fin d'allorapresero la risoluzione di passare a Firenze e a Roma, con disegno di saccheggiar quelle città e qualunque altro luogo nel loro passaggio, non solo per soddisfare al presente lor bisogno, ma ancora per arricchire in questa maniera; giacchè gran tempo era che non sapeano cosa fossero paghe, nè restava loro speranza d'averne in avvenire. Conviene aggiugnere che Giorgio Fransperg era un luterano, e la maggior parte dei suoi aderenti a quella setta; laonde è da credere che recassero fin di Germania il desio di far qualche brutto tiro all'odiato da essi pontefice romano. Anzi fu comun parere che il medesimo Fransperg seco portasse sempre un capestro di seta e d'oro, vantandosi di voler con quello strangolare il papa. Pertanto eccoti muoversi arditamente questo bestiale esercito nel dì 22 di febbraio, e venire a Borgo San Donnino, senza far caso di trovarsi privo di danaro, di vettovaglie, di munizioni ed attrezzi da guerra, e del dover passare fra tante terre nimiche, e coll'avere ai fianchi o innanzi un'armata, più anche poderosa che non era la loro. Infatti le genti ecclesiastiche colmarchese di Saluzzoe conFederigo da Bozzololasciato ilconte Guido Rangonein Parma, con ordine di accorrere alla difesa di Modena, andarono con celerità ad assicurar la città di Bologna. Dopo avere i Borboneschi dato il sacco a varii luoghi del Parmigiano e Reggiano, ancorchè il duca di Ferrara, padrone di Reggio[Panciroli, Histor. Regiens. MS.], nei sei giorni che coloro stettero sul Reggiano, non mancasse di mandar loro regali e viveri, nel dì 5 di marzo vennero a riposarsi a Buomporto del Modenese. Andò il Borbone ad abboccarsi al Finale col duca di Ferrara, ed ebbero insieme degli stretti ragionamenti. Il Guicciardini, che certo non vi si trovò presente, immaginò che ilduca Alfonsoconfortasse il Borbone o continuare il viaggio alla volta di Firenze e di Roma.La verità è, che Alfonso, a cui l'imperadore avea promessa la tenuta di Carpi, dianzi suo per la metà, giacchè per l'altra metà n'era decadutoAlberto Pioa cagione de' suoi tradimenti, trattò col Borbone d'esserne messo in possesso, siccome infatti impetrò collo sborso di molto danaro, ed obbligazione di maggior somma in altre rate. Pertanto, consegnata quella nobil terra ad esso Alfonso, gli Spagnuoli, ch'ivi erano di presidio, e non pochi, andarono ad accrescere l'armata borbonesca. Passò questa dipoi a San Giovanni sul Bolognese, fermandosi quivi per quattro giorni, con far delle scorrerie fino alle porte di Bologna, e rodendo tutto quel di vettovaglia che trovavano. Anche il duca di Ferrara continuamente andò loro inviando munizioni da bocca e da guerra: del che gli fu poi fatto un delitto dapapa Clemente, quasichè ad un generale e vassallo di Cesare, come egli era, disconvenisse l'aiutar nei bisogni l'esercito del suo sovrano; e tanto più perchè gli dovea essere, secondo l'accordo, bonificato tutto nel debito contratto per Carpi; ed insieme per tal via veniva a restar salvo da' saccheggi il distretto di Ferrara. Fu colpito in questi tempi il capitano Fransperg da un accidente apopletico, per cui fu condotto a Ferrara ad implorare il soccorso de' medici.

Cotanto si andò poi fermando sul Bolognese il Borbone, che arrivò la nuova della tregua stabilita fra il papa e il vicerè di Napoli. Questa fu cagione che iVeneziani, per sospetto che il Borbone si potesse volgere ai lor danni, richiamassero di là da Po ilduca d'Urbinocolle sue genti: il che riempiè di terrore i lor sudditi. Ma il Borbone, essendogli stato intimato da uomini spediti dal papa e dal vicerè che si ritirasse dagli Stati della Chiesa, non sì tosto ebbe comunicato quest'ordine ai capitani dell'esercito, che si fece una sollevazione, e fu in pericolo la vita sua. Spedito a Ferrara ilmarchese del Vasto, s'ingegnò di ricavareda quel duca il resto del danaro promesso per la signoria di Carpi, con cui si quetò il tumulto. Rispose intanto il Borbone al vicerè di non essere obbligato a quel vergognoso accordo, e che l'armata priva di paghe non potea tornare indietro. Sopraggiunto poscia un altro messo, spedito da esso vicerè, che mostrò copia dell'autorità a lui data dall'imperadore di far pace e tregua, come a lui piacesse, e comandò a tutti gli uffiziali sotto gravissime pene di non procedere innanzi: altro effetto non produsse, se non cheAlfonso marchese del Vasto, con alcuni altri signori napoletani si partì da quell'arrabbiato esercito con gran dolore del Borbone e degli Spagnuoli. Sul principio d'aprile si mosse il Borbone verso la Romagna, avendo prima i collegati inviate buone guarnigioni ad Imola, Forlì e Ravenna; e presa la terra di Brisighella, ivi trovò di grandi ricchezze, perchè quel popolo bellicoso nelle antecedenti guerre era intervenuto al sacco di varie terre e città. Tutto andò in mano di que' masnadieri, e la terra data fu alle fiamme. Lo stesso crudel trattamento patì la bella terra di Meldola e Russi, con altre di quelle contrade. In questo mentre ilvicerè Lanoia, ossia che veramente gli premesse di mantener la fede data al papa, o che fingesse tal premura, venne a Firenze; e, dopo avere stabilito accordo con quella repubblica, disegnava ancora di passare al campo del Borbone, per fermarlo. Ma, avvisato che, se compariva colà, non era sicura la sua vita, se ne tornò dopo molti giorni, senza far altro, indietro. Scrive nulla di meno il Giovio, ed anche il Nardi, che si abboccarono insieme, con essere poi stato costretto il vicerè dalle furiose grida de' soldati a salvarsi. Allora i Fiorentini chiamarono in Toscana i collegati, che, per varie vie andati colà, assicurarono ben Firenze da maggiori insulti, ma nulla operarono per impedire al Borbone di valicar l'Apennino tra Faenza e Forlì per la Galiata, e di giugnere nel Fiorentinosu quel di Bibiena, con fermarsi ai confini di Siena, saccheggiando e bruciando il contado di Firenze, mentre i Sanesi gli davano favore e vettovaglie a tutto potere. Alduca d'Urbinoriuscì in questa congiuntura, e non prima, di cavare dalle mani dei Fiorentini le fortezze di San Leo e di Maiuolo nel Montefeltro. Nè mancò chi l'accusasse di pensieri segreti contrarii al bisogno del papa, per gli aggravii a lui inferiti negli anni addietro dalla casa de Medici.

Ora trovandosi i Fiorentini in mezzo a sì fiero incendio, assassinati nel distretto dai nemici crudeli borbonisti, e non men gravati dagli amici, a' quali doveano somministrar danaro e vitto, quando la lor città pativa una grave carestia: sparlavano forte del papa, attribuendo a lui non men essi, che poscia i Romani, per attestato dell'Anonimo Padovano, la cagione di tanti mali d'Italia per la cupidigia di spogliare gli Estensi di Ferrara, e di continuar la sua tirannia in Firenze. Perciò un giorno mossero la città a sedizione, per iscacciarne i Medici e ricuperare la libertà. Chiamati accorsero a tempo ilduca d'UrbinoeMichele marchese di Saluzzo. Pertanto veggendo il duca di Borbone che possibil non era di mettere il piede in Firenze, difesa da tante genti della lega, nel dì 26 d'aprile si mise in marcia con tutto l'esercito alla volta di Roma. Quanti armati egli conducesse, neppure allora, secondo il solito, ben si seppe. I più portarono opinione che fossero venti mila Tedeschi, otto mila Spagnuoli e tre mila Italiani utili, con poca cavalleria, cioè con secento cavalli, e senza artiglieria e senza carriaggi. Altri sminuiscono quell'armata; ma certo è che gran copia di malviventi italiani seco si congiunse per la speranza di grosso bottino. A questo avviso fu spedito ilconte Guido Rangone, generale delle armi papaline, per una diversa strada verso Roma con cinque mila fanti e tutti i suoi cavalieri. Ma, oltre all'essergli poi scritto da Roma, abbisognarquella città solamente di sei in ottocento archibugieri, le genti sue non aveano tanti interni stimoli alle marcie sforzate, come l'esercito del Borbone, spinto dalla fame, avido della preda e disperato. Erano rotte e fangose al maggior segno le strade: pure sembrava che coloro volassero. Saccheggiarono Acquapendente, San Lorenzo alle Grotte, Ronciglione ed altri luoghi. Mandato innanzi il capitano Zucchero co' suoi pochi cavalli, aiutato da' fuorusciti, entrò in Viterbo, e vi preparò tanta vettovaglia, che giunta l'armata, colà prese un buon ristoro. Veggendosi in questo mentre il pontefice a mal partito, lasciata andare la tregua già stabilita col Lanoia, tregua che fu la sua rovina, di nuovo conchiuse lega co'Venezianieduca di Milano, ma lega che nulla il preservò dall'imminente calamità. Della difesa di Roma era incaricatoRenzo da Ceri, che tumultuariamente avendo raccolta quanta gente potè, lor diede l'armi: gente nondimeno la maggior parte inesperta a quel mestiere, perchè presa dalle stalle de' cardinali e dalle botteghe degli artigiani; e il popolo di Roma d'allora non era quello degli antichi tempi. L'Anonimo Padovano scrive che Renzo, fatte le mostre, si trovò avere, computato il popolo romano, dieci mila ottimi fanti e cinquecento cavalli, e li mandava ogni giorno ad assalire l'esercito borbonesco. Verisimilmente non gli fecero gran paura, nè male.

Arrivò il Borbone nel dì 5 di maggio sui prati di Roma; e perciocchè, dall'un canto, sapea che l'esercito della lega, venendo alle spalle, cominciava ad appressarsi, e, dall'altro, non vedea maniera di far sussistere l'armata, priva affatto di vettovaglia e in paese prima spazzato, spinto dalla necessità e dalla disperazione, nel dì seguente 6 di maggio determinò di vincere o di morire. Però sull'apparir del giorno andò ad assalire il borgo di San Pietro, dove Renzo da Ceri, Camillo Orsini, Orazio Baglionee molti nobili romani fecero gran difesa. Ma eccoti sopraggiugnere una folta nebbia, per cagione di cui le artiglierie di castello Sant'Angelo, che prima faceano gran danno ai Borboneschi, cessarono di tirare. Con tale occasione accostossi il Borbone verso la porta di Santo Spirito, ed essendo la muraglia bassa, appoggiatevi molte scale, fu de' primi a salir per esse, ma non già ad arrivar sulle mura, perchè, colto nell'anguinaglia da una palla d'archibugio o de' suoi o de' nemici soldati, andando colle gambe all'aria, poco stette a spirar la scellerata sua anima, senza godere alcun frutto dell'infame suo attentato. Entrarono bensì i suoi soldati: il che riferito apapa Clemente, che tuttavia stava nel palazzo Vaticano, tosto si ritirò in castello Sant'Angelo coi cardinali e prelati del suo seguito; nè poi si arrischiò a fuggire, come avrebbe potuto, secondo alcuni; quando altri scrivono che i Colonnesi con dieci mila armati erano nei contorni, acciocchè egli non potesse mettersi in salvo. Perciò, ivi rinserrato, fu costretto ad essere spettatore di quella tanto lagrimevol tragedia. Presero nello stesso tempo gli arrabbiati masnadieri non solamente Trastevere, ma anche la città, entrando per ponte Sisto: tanto era il disordine de' suoi soldati e dei Romani, e sì poca era stata la precauzione de' capitani. Esigerebbe ora più carte la descrizione dell'orrida disavventura di Roma. A me basterà di dire in compendio che all'ingresso di quella furibonda canaglia rimasero uccisi ben quattro mila fra soldati e cittadini romani. Il Giovio dice fin sette mila. In quella notte poi e per più dì susseguenti ad altro non attesero quei cani che al saccheggio della infelice città. E siccome essa era piena di ricchezze per le corti di tanti cardinali, principi ed ambasciatori, così immenso fu il bottino, con ascendere a più milioni d'oro. Nè minor crudeltà usarono in tal congiuntura gli spietati Spagnuoli cattolici, che i Tedeschi luterani. Non contenti di spogliar palagi, case, e tutti ancora isacri luoghi, con bruciar anche dove trovavano resistenza, fecero prigioni quanti cardinali, vescovi, prelati, cortigiani e nobili romani caddero nelle lor mani, e ad essi imposero indicibili taglie di danaro, tormentandone eziandio moltissimi, affinchè rivelassero gli ascosi e non ascosi tesori: crudel trattamento, da cui non andò esente neppure uno degli abbati, priori e capi de' monisteri. E chi s'era riscattato dagli Spagnuoli, se sopraggiugnevano i Tedeschi, era di nuovo taglieggiato e sottoposto a tormenti. Si aggiunse a tanta barbarie lo sfogo ancora della libidine, restando esposte ad ogni ludibrio non men le matrone romane e le lor figlie, che le stesse vergini sacre; giacchè niun freno avendo quella bestial ciurmaglia per la morte dell'empio lor generale, non lasciò intatto alcun monistero o tempio alcuno dalle violenze. Oltre a tutti i vasi ed arredi sacri delle chiese, che andarono in preda, si videro da que' miscredenti conculcate le sacre reliquie, e gittate per le strade le sacratissime ostie, e per maggior dileggio della religione, passeggiavano per Roma soldati abbigliati non solamente con vesti sfarzose e collane d'oro, ma anche con abiti sacri; e giunsero alcuni a vestirsi da cardinali, e insino a contraffare il papa con ischerni senza numero. E tal fu l'inesplicabil miseria di Roma, che con ragion venne creduto aver fatto peggio in quella metropoli l'esercito dello iniquo Borbone, che i Goti e Vandali nel secolo quinto dell'era cristiana. Giusti ed adorabili sempre sono i giudizii di Dio; e certamente i saggi d'allora, fra i qualiTommaso da Vio cardinal Gaetano, e Giovanni Fischero vescovo Roffense, poscia cardinale e martire, non lasciarono di riguardar sì strepitose calamità per flagello inviato da Dio alla non poco allora corrotta corte romana.

Chiuso intanto in castello l'afflitto pontefice, facendo delle meditazioni dolorose sopra gli amari frutti de' suoi bellicosi impegni, rade volte convenevoli achi è ascritto all'ecclesiastica milizia, stava pure egli sperando che giugnesse l'esercito della lega per liberarlo. Infatti, appena erano entrati in Roma i nemici, che arrivò a quelle mura ilconte Guido Rangone; ma non si attentò colle sue forze tanto inferiori ad assalire quel furioso e potente esercito, benchè allora sbandato e perduto dietro alle prede: il che fu poi disapprovato da alcuni, cioè da coloro che facilmente giudicano delle cose altrui in lontananza, senza saper tutte le circostanze presenti dei fatti. Dall'altra parte, marciava assai lentamente ilduca d'Urbinocolle genti della lega, e solamente nel dì 16 di maggio arrivò ad Orvieto, dove tornato anche il Rangone, si tenne consiglio di guerra. Gagliardamente insisterono ilmarchese di Saluzzo, Federigo da Bozzolo e Luigi Pisanilegato veneto, perchè si tentasse di cavare il papa di prigione, con venir anche a giornata, se occorreva; e il conte Guido Rangone fece conoscere con molte ragioni facile e riuscibile l'impresa. Mostrava parimente il duca di voler lo stesso, ma poi sfoderava non poche difficoltà; e commissario de' Fiorentini ripugnava, rappresentando, che se si slontanava l'esercito, Firenze si rivolterebbe contra de' Medici. In queste dispute si consumò gran tempo, e intanto gl'imperiali in Roma elessero per loro generaleFiliberto principe d'Oranges, parente dell'imperadore, il quale non tardò a far de' terribili trincieramenti intorno al castello Sant'Angelo, obbligando al lavoro tanto i plebei che molti nobili romani. Spogliarono ancora la città di quasi tutte le vettovaglie, per ridurle in borgo: il che a tal disperazione condusse quel popolo, che alcuni si precipitarono in Tevere, ed altri col ferro, o col laccio si abbreviarono la vita. Nel dì 10 di maggio arrivarono a Romadon Ugo di Moncadae ilcardinal Pompeo Colonnacoi principali di sua casa, che colla loro autorità misero fine se non a tutte, almeno a molte delle enormità di queicristiani peggiori de' Turchi. Varie mutazioni e novità poi si trasse dietro la prigionia del pontefice. Imperciocchè nel dì 16 di maggio si mosse a rumore la città di Firenze, e facilmente quel popolo, senza che v'intervenisse morte d'alcuno, congedòAlessandroedIppolitode Medici co'cardinali di Cortona, Cibò e Salviati, che dianzi governavano dispoticamente quella città a nome del papa: con che rimessa l'antica libertà, fu riassunto il popolar governo. Ma non si guardarono di far molte insolenze alle armi e alle immagini de' Medici: il che maggiormente dipoi irritò contra di loropapa Clemente VII. Parimente i Veneziani, tuttochè collegati col pontefice, si impossessarono della città di Ravenna, di cui gran tempo erano stati padroni prima della lega di Cambrai; ed appresso, ammazzato il castellano di quella fortezza, anche d'essa si fecero padroni. Poco stettero dipoi ad occupar Cervia con tutti que' sali, che erano del papa, col motivo di difenderla a nome della Chiesa. Al qual tempo parimenteSigismondo Malatestaentrò in Rimini, città lungamente già dominata da' suoi maggiori. In mezzo a tanti rumori stette un pezzoAlfonso ducadi Ferrara perplesso; ma finalmente determinò di profittare anch'egli di tal congiuntura, per ricuperare la sua città di Modena, ingiustamente a lui tolta e detenuta dai papi. Però, come ha l'Anonimo Padovano, mossosi sul principio di giugno con ducento lancie, sei mila fanti e gran copia d'artiglierie, venne a mettere il campo a questa città. Dentro alla difesa era stato lasciato dalconte Guido Rangoniilconte Lodovicosuo fratello, ma con soli cinquecento fanti, il qual tosto pensò d'inondare i contorni della città; e l'avrebbe fatto, se i cittadini non si fossero opposti. Il perchè, conoscendo egli il popolo affezionato al nome estense, e in pericolo sè stesso, capitolò nel dì 5 del mese suddetto di potersene andare a Bologna colla sua gente, famiglia e mobili. Entrò il ducanel dì seguente nella città, accolto con segni di somma allegrezza da' cittadini, a' quali, da magnanimo come era, perdonò tutto il passato, senza far vendetta di alcuno, avendo solamente confiscati i beni del conte Guido Rangone, e toltogli il castello di Spilamberto, che poi dopo qualche tempo, per intercession del re di Francia, gli fu restituito. Gran feste per tre giorni furono fatte a cagion di tale acquisto in essa Modena, Ferrara e Reggio, e per tutto il suo Stato.

Nello stesso dì 6 di giugno seguì cambiamento di cose in Roma; perciocchè, avendo i collegati conosciuto troppo pericolosa impresa il voler assalire gli imperiali, dall'Isola, dove si erano già inoltrati, si ritirarono verso Viterbo. Servì loro anche di scusa la gran diserzione accaduta nell'esercito per mancanza delle vettovaglie, essendo allora generale la fame per tutta Italia, e i lor cavalli smunti e deboli per carestia di fieni: laddove gl'imperiali, oltre all'aver preso in Roma chinee, ronzini e somieri senza numero, aveano anche messi insieme tre mila cavalli da guerra, ed armi senza numero, di modo che l'esercito loro non parea più quello che poc'anzi era venuto in Lombardia. Perciò il papa, a cui mancava oramai tutto il vivere, non tardò più ad accettar le dure condizioni che gli erano esibite dagl'insaziabili capitani imperiali. Fu fatto questo accordo nello stesso dì che Modena tornò in potere del suo legittimo principe, per mezzo dell'arcivescovo di Capoa, con obbligarsi il papa di pagare presentemente cento mila ducati d'oro, cinquanta altri mila fra venti giorni, e ducento cinquanta mila in termine di due mesi; di consegnare castello Sant'Angelo a Cesare, come in deposito; e così ancora le rocche d'Ostia, di Cività Vecchia e di Città Castellana; e inoltre di cedere ad esso imperadore Piacenza, Parma e Modena, la qual ultima avea già mutato padrone: che il papa coi tredici cardinali restasse prigione, finchè fossero pagati i primi cento cinquantamila ducati d'oro, dopo di che fosse condotto a Napoli o a Gaeta, per aspettar le risoluzioni diCarlo V, con altre condizioni, fra le quali era la liberazion dei Colonnesi dalle censure. Entrò dunque il presidio cesareo in castello San'Angelo, e da lì innanzi il papa e i cardinali ebbero miglior tavola, ma non già la libertà. Cività Castellana era in poter dei collegati.Andrea Doriaricusò di poi, consegnar Cività Vecchia. Nè Parma e Piacenza, preventivamente avvisate dal papa, si vollero rendere agli Spagnuoli. Intanto, ossia che il fetore di tanti uomini e cavalli uccisi in Roma facesse nascere una terribil epidemia, oppure che la vera peste nel gran bollor di tante armi penetrasse colà: certo è che nella barbarica armata comandata dal principe d'Oranges entrò la moria, che cominciò a far molta strage: laonde, tra per questo malore e per altri accidenti, si fece il conto che in meno di due anni non restò in vita neppur uno de' tanti assassini dell'infelice città di Roma, e passarono in altre mani le immense loro ricchezze. Penetrò anche la peste suddetta in castello Sant'Angelo con pericolo della vita del pontefice, perchè d'essa morirono alcuni de' suoi cortigiani.

Non si potè ben sapere seCarlo Augusto, dimorante allora in Ispagna, avesse o serrati gli occhi, o acconsentito al viaggio e alle funeste imprese del duca di Borbone; e su questo fu disputato non poco dai politici; pretendendo anzi alcuni, che se il Borbone sopravviveva, siccome disgustato dell'imperadore, meditasse di torgli il regno di Napoli. Sappiamo solamente che alla nuova del sacco di Roma, e della prigionia del papa, egli si vestì da scorruccio, ne mostrò gran doglia, e fece cessar le feste ed allegrezze già cominciate per la nascita d'un figlio, che fu poiFilippo II; così asserendo il Mariana e il Messia contro a quel che ne scrive il Guicciardini. E potrebbe essere che egli allora non fingesse, e che poi, mutato parere, pensasse a far mercatanziae guadagno delle disgrazie del papa, perchè certamente non mostrò da lì innanzi qual calore che conveniva ad un monarca cattolico per farlo rimettere in libertà. Anzi fu creduto ch'egli desiderasse che il papa fosse condotto in Ispagna. Facili troppo sono le dicerie in tempo massimamente di grandi sconcerti. All'incontro, ire di Franciaedi Inghilterra, mostrando in apparenza un piissimo zelo pel soccorso del pontefice, ma infatti mirando di mal occhio la troppo cresciuta potenza e prepotenza di Cesare in Italia, e premendo al re Francesco di riavere i suoi figliuoli dalle mani di esso imperadore, formarono lega fra loro, per rinforzar la guerra in Italia contra di lui. In questa lega entrarono anche iVeneziani, e dipoi ilduca di Milanoe icardinaliche erano in libertà, a nome del sacro collegio, e iFiorentini, con patto che il ducato di Milano dovesse lasciarsi libero aFrancesco Sforza duca. Mentre si faceano oltramonti questi maneggi e preparamenti di guerra, in Lombardia non cessavano, anzi crescevano i guai. Era restato governator di MilanoAntonio da Levacon tre mila fanti tedeschi, quattro mila spagnuoli e settecento lancie. Un soldo non v'era da pagar questa gente; però sbardellatamente viveano alle spese de' miseri Milanesi, già talmente rovinati, che neppur aveano da mangiare per loro stessi. Richiamò il senato veneto da Roma le sue genti colduca d'Urbino, per unirsi colduca di Milano, e andar poscia a dare il guasto alle biade mature de' Milanesi. A questo fine passarono a Lodi verso il principio di luglio. Preveduto il loro disegno, il Leva andò a postarsi a Marignano: il che sconcertò le loro idee. In questi tempiGian-Giacomo de Medici, castellano di Musso, che nulla avea che fare coi Medici di Firenze, ed era comunemente appellato il Mcdeghino, condotto dalla lega, prese il castello di Monguzzo tra Como e Lecco. Spedito colà ilconte Lodovico da Barbiano, ossia da Belgioioso, nonsolo nol ricuperò, ma vi perdè quattro cannoni e molti fanti. Venne poi esso castellano con quattro mila fanti e cinquecento cavalli nel Milanese, dove recò infiniti danni. Antonio da Leva, segretamente uscito una notte da Milano, sul far del giorno con tal empito assalì il Medeghino, che in poco tempo lo ruppe, e la maggior parte di quella gente restò morta o presa. Poscia, andato un dì l'esercito collegato a devastare il Milanese, cadde in un'imboscata fatta da esso Leva, e dopo lunga battaglia diede alle gambe con morte di più di mille e cinquecento soldati.

Dopo avere ilre Cristianissimoassoldati dieci mila Svizzeri, ed unito nel suo regno un potente esercito, lo spinse in Italia sotto il comando diOdetto di Fois, signor di Lautrec, a noi noto per le precedenti guerre. Condusse ancora al suo soldo il valorosoAndrea Doriacon otto galee. Il primo che calò in Italia per via di Saluzzo, fu ilconte Pietro Navarro, celebre capitano, il quale con tre mila fanti ito a Savona, tosto se ne impadronì, e si mise a fortificarla. Similmente con grossa armata comparve di qua dai monti il Lautrec, e giunto ad Asti, per avere inteso cheLodovico conte di Lodrone, posto alla guardia d'Alessandria con tremila Tedeschi, avea mandata buona parte di sua gente al Bosco, per riscuotere le taglie, gli fu addosso; e, piantate le artiglierie, cominciò a bersagliar quel castello. Per otto giorni fece il Lodrone una gagliarda difesa; ma infine si arrendè quel castello, e fu messo a sacco, con restare il Lodrone e gli abitanti anche essi prigionieri. Il Guicciardini scrive diversamente; cioè che il Lodrone era in Alessandria, e la moglie co' figli nel Bosco, che generosamente furono a lui mandati dal Lautrec. Nei medesimi tempi fu stretta la città di Genova per terra da Pietro Navarro e daCesare Fregoso, e per mare da Andrea Doria almirante di Francia. Perchè la carestia, universale allora in Italia, affliggeva forte quellanobile e popolata città, le speranze del popolo erano poste in sette galee ed alquante navi cariche di grano, che colla ricchissima caracca Giustiniana erano per viaggio. Ma colte queste dal Doria in Portofino, ed assediate, vennero in sua mano. Altre perdite fecero i Genovesi; laonde presero la risoluzione di darsi ai Franzesi. Si ritirò il dogeAntoniotto Adornonel castelletto; e la città senza uccision di gente, e col solo saccheggio del palazzo Adorno, ottenute vantaggiose condizioni, tornò sotto il dominio di Francia. Mandò il Lautrec per governatore colà Teodoro Trivulzio; e ciò fu sul fine di agosto. Andò egli poscia a mettere il campo ad Alessandria, alla cui guardia era il conteGiam-Batista di Lodronecon mille e cinquecento Tedeschi, a cui poco prima s'era unito con altri mille fanti il conteAlberico da Belgioioso. Grande strepito e guasto faceano le artiglierie in quelle mura, ma non minor difesa e ripari per molti giorni fecero gli assediati, finchè, temendo questi le mine di Pietro Navarro, e perduta la speranza del soccorso, arrenderono la città, salvo l'avere e le persone, con obbligo di uscir dallo Stato di Milano, e di non militare per sei mesi in favor dell'imperatore. Voleva il Lautrec mettere presidio in Alessandria, ma gli oratori del duca di Milano e de' Veneziani tanto dissero, che lasciò mettervelo al duca, con restar perciò indispettito contra di lui. Questi progressi dell'armata franzese fecero conoscere adAntonio da Levail pericolo, in cui si trovava, non restandogli più che cinque mila fanti e due mila cavalli. Pensò di ritirarsi a Pavia; ma, saputo che non vi era da vivere, mandò colà il conte Lodovico da Barbiano con due mila fanti e cinquecento cavalli, ed egli, restando in Milano, seguitò a scorticar più di prima quegl'infelici cittadini.

Passò dipoi il Lautrec a Basignana il Po, e venne alla sua ubbidienza Novara con tutte le castella di quel distretto. Passato anche il Ticino, si trasferìotto miglia vicino a Milano, dove si unì colle genti venete e sforzesche. Poscia andò ad accamparsi sotto Pavia, cominciando con gran flagello di artiglierie a diroccar le mura di quella città, che dal suddetto conte di Belgioioso valorosamente veniva difesa. Vasta breccia era fatta, e i miseri Pavesi si raccomandavano al conte che non li lasciasse esposti alla crudeltà de' Franzesi. Il conte, che voleva tirare il più in lungo che potesse la resa, gli andava confortando; e quando poi s'accorse che i nemici s'allestivano per venire all'assalto, spedì nel dì 4 d'ottobre uffiziali al Lautrec per capitolare la resa. Mentre se ne stendevano le condizioni, ecco che gl'inferociti soldati, mal sofferendo di vedersi torre di bocca la preda, tanto i Guasconi dall'una parte, che gli Svizzeri dall'altra, seguitati appresso dai Tedeschi ed italiani, furiosamente per le rovine della breccia entrarono nella sfortunata città con tal rabbia, che in meno d'un'ora uccisero più di due mila persone tra soldati e terrazzani: spettacolo orrido e miserando. Poi tutta la città fu saccomanata, fatti prigioni tutti i benestanti, e costretti con esorbitanti taglie a riscattarsi. Niun rispetto s'ebbe a' luoghi sacri, e le donne rimasero vittima della libidine di que' diavoli, a riserva di quelle che prima si erano rifuggite ne' monisteri delle sacre vergini, ai quali, per cura di alcuni capitani, non fu inferita molestia. Ecco le terribili conseguenze delle guerre d'allora. Bruciarono ancora i Guasconi un'intera contrada, e peggio avrebbero fatto, se il Lautrec, mosso a compassione, non avesse costretto l'esercito tutto ad uscire della desolata città di Pavia. Non restava più se non Milano e Como da sottomettere, e il duca di Milano e il legato veneto, quasi colle ginocchia in terra, si raccomandarono al Lautrec, perchè seguitasse l'impresa, mostrando la facilità di vederne presto il fine. Ma perchè era venuto al campo ilcardinal Cibòper sollecitare il Lautrecalla liberazione del papa, tuttavia tenuto sotto buona guardia dagli Spagnuoli, a tali istanze si arrendè esso Lautrec. Licenziati gli Svizzeri, che ricusarono di andare a Roma, s'avviò a Piacenza, dove si fermò, per trattar lega conAlfonso ducadi Ferrara, e conFederigo marchese di Mantova. Si ridusse dunque a Ferrara il cardinale suddetto con tutti i plenipotenziarii della lega, per muovere il duca, il quale, tratto dall'ossequio che professava all'imperadore, e dall'antecedente suo impegno, ripugnava ad unirsi coi di lui nemici. Tuttavia, per le minaccie a lui fatte che gli si scaricherebbe addosso tutto l'esercito franzese, entrò anch'egli nella stessa lega con condizioni molto onorevoli, una delle quali fu che ilre Cristianissimodarebbe in moglie adonno Ercoledi lui primogenitoRenea di Francia, figlia delre Lodovico XII, e cognata del medesimo re Francesco. Furono anche promesse molte cose a nome del papa, ma niuna d'esse gli fu poi mantenuta. Lo strumento di essa lega, stipulato nel dì 15 di novembre fu da me dato alla luce[Antichità Estensi. Par. 2.]. Nel dì 7 di dicembre anche Federigo Gonzaga marchese di Mantova sottoscrisse la medesima lega come apparisce dall'atto pubblico, rapportato dal Du-Mont[Du-Mont, Corps Diplomat.]. Allontanato che fu da Milano ilLautrec, Antonio da Leva, che poco stimava l'esercito veneto e sforzesco, uscito di Milano, costrinse nel dì 28 d'ottobre Biagrasso alla resa, dove erano cinquecento fanti; e sopraggiuntoGiano da Campofregosocol soccorso, gli diede una rotta, con acquistar le di lui artiglierie. Queste poi, nell'essere condotte a Milano, gli furono tolte dalconte di Gaiazzo, giovane ferocissimo, passato nel dì innanzi al servigio de' Veneziani. Biagrasso fu poscia ricuperato dai Franzesi. Riuscì ancora aFilippo Torniello, per ordine d'esso Leva, d'entrar nel castello di Novara, che tuttavia si tenea per l'imperadore, e con cinquecento fantiitaliani sotto il suo comando di cacciar dalla città lo smilzo presidio ivi lasciato dal duca di Milano.

Torniamo ora agli affari di Roma. Per compimento delle miserie e della rovina di quella afflittissima città, già dicemmo esservi sopraggiunta la peste, che ogni dì facea strage grande di soldati e di Romani. Essendo entrata anche in castello Sant'Angelo nel mese d'agosto, il papa e i cardinali, quivi racchiusi e posti in sì gran pericolo, cominciarono con grande istanza a pregar i capitani cesarei di aver loro misericordia. Perciò, se dice il vero l'Anonimo Padovano, ottennero nel dì 15 del suddetto mese d'essere condotti in Belvedere, dove furono posti di guardia mille Spagnuoli. Il resto di quell'inumano esercito, per salvarsi dal contagio, si slargò ad Otricoli, Terni, Narni, Spoleti ed altri luoghi, a molti de' quali, dopo averne esatte grandissime taglie, diedero anche il sacco. Perchè la rocca di Spoleti fece resistenza, la presero per forza, e misero a fil di spada quel presidio. Seguirono poi varii piccioli fatti, e spezialmente su quel di Terni, fra essi e l'esercito collegato, che s'era ridotto di qua da Perugia città, a cui in questi tempi toccò una burrasca. Perciocchè entratovi una notte con aiuto d'essi collegatiOrazio Baglione, vi ucciseGentile Baglione, già messovi dal papa, con altri di quella stessa famiglia e de' suoi aderenti. A molte case fu dato il sacco, e il popolo arse e spianò da' fondamenti il palazzo del suddetto Gentile, restando poi signore di Perugia il medesimo Orazio. Anche in Siena fu gran sollevazione del popolo contra dei nobili, circa trenta de' quali rimasero uccisi. Vi accorse da Spoleti ilprincipe d'Oranges, quetò il tumulto, e lasciò ivi di guardia mille fanti. Mentre queste cose succedeano,papa Clementecoi tredici cardinali continuava a star come prigione, e a cercar le vie di riacquistare la libertà, senza poterle trovare. Il danaro pattuito non compariva,e sempre s'incontravano nuovi ostacoli ne' negoziati, perchè l'AugustoCarlo Vmostrava ben voglia e zelo per la sua liberazione, ma con esigere cauzioni che il papa non fosse da lì innanzi contra di lui. Intanto il Lautrec, dopo tante belle parole d'essere inviato in aiuto di lui, facea un passo innanzi e due indietro, perchè avvisato che si trattava alla gagliarda di pace fra l'imperadore e il suo re. Finalmente essendo morto ilvicerè Lanoia, e subentrato nel governo di NapoliUgo di Moncada, questi fu chiamato a Roma, per trattare della liberazion del pontefice. Con esso Moncada si unironoGirolamo Moronee ilcardinal Pompeo Colonna, segretamente guadagnati dal papa; e tanto si operò, che fu stabilito l'accordo nel dì ultimo d'ottobre, con obbligarsi il papa di non essere contrario a Cesare per le cose di Milano e di Napoli, e di pagare allora e poi in varie rate un'immensa quantità di danaro. Per supplire al presente bisogno si ridusseClemente VIIa crear per danari alcuni cardinali (al che in addietro non s'era mai voluto indurre), persone, dice il Guicciardini, la maggior parte indegne di tanto onore. Inoltre, concedè nel regno di Napoli decime e facoltà di alienar beni di chiesa, e diede per ostaggi due cardinali. Era stabilito il dì 9 di dicembre per uscir di castello, dove il Guicciardini dice ch'egli era, e non già in Belvedere. Ma Clemente, diffidando sempre degli Spagnuoli, la notte precedente, travestito da mercatante o da ortolano, se ne uscì, e raccolto in Prati daLuigi Gonzaga, fu condotto sino a Montefiascone, e poscia ad Orvieto, senza che neppur uno de' cardinali l'accompagnasse, e con tal meschinità, che non era da meno de' pontefici de' primi tempi, che viveano senza pompa, esposti ogni dì alle scuri degli Augusti pagani. E così passò l'anno presente: anno degno d'indelebil memoria per l'infame sacco di Roma, per la prigionia del papa, per tante desolazioni di guerra esaccheggi, e per altri innumerabili malanni che unitamente si scaricarono sopra quasi tutta l'Italia, in maniera tale che veramente fu creduto non essersi mai veduto un cumulo di tanti mali in Italia, dacchè nacque il mondo. Perciochè, oltre ai suddetti mali la peste infierì in Napoli, Roma, Firenze ed altri luoghi. I fiumi, usciti per le copiose pioggie dai lor letti, inondarono le campagne; e queste, anche senza essere oppresse dai fiumi, per le suddette soverchie pioggie, o per altre naturali cagioni, diedero un miserabile raccolto universalmente per l'Italia. Il perchè, secondo l'attestato dell'Anonimo Padovano, mancavano di vita i poveri, per non aver di che vivere e per non trovar chi loro ne desse. Per tutte le città, dic'egli, castella e ville si vedeano infiniti poveri con tutte le lor famiglie andar mendicando, e gridando misericordia e sovvenimento. Più non si potea andare per le chiese, piazze e strade: tanto era il numero de' poveri con volti macilenti, squallidi, e tali, che avrebbono mosse a pietà le pietre. E la notte per le strade s'udivano sì orrende voci ed urli, che spaventavano ogni persona. E intanto nulla mancava a tante ciurme di soldati desolatori delle contrade italiane; e l'immenso danaro di Roma andava ad ingrassare soldati eretici, o gente piena di ogni vizio e priva di religione.


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