MDXXVIIIAnno diCristoMDXXVIII. IndizioneI.Clemente VIIpapa 6.Carlo Vimperadore 10.Dacchè fu giunto in luogo di libertà, cioè in Orvieto ilpontefice Clemente, non tardò ilduca d'Urbinocogli altri uffiziali dell'esercito della lega a portarsi colà, per seco rallegrarsi e per tirarlo nella lega stabilita con tante potenze dai suoi cardinali. Il trovarono irresoluto, e per quanto dicessero, nol poterono muovere a prendere partito alcuno. Così avesse egli fatto ne' tempi precedenti. Verso lametà poi di gennaio inviò ilvescovo sipontinoa Venezia a fare istanza a quel Senato che restituissero Ravenna e Cervia, e pagassero cento mila ducati d'oro per sale occupato in Cervia, con altre domande che il fecero conoscere mal soddisfatto di quella repubblica. Non mancarono scuse a' Veneziani per non effettuar prontamente ciò che il pontefice desiderava, mettendo anch'essi in campo le tante somme di danaro da loro impiegate per procurargli la libertà; e poi mandaronoGasparo Contarino, uomo di singolar prudenza, a significar meglio le loro intenzioni al papa stesso. S'era fermato non poco tempo ilLautrecin Parma e Piacenza, dalle quali città ricavò circa quaranta mila ducati d'oro. Venne a Reggio, dove intese la liberazion seguita di papa Clemente. Passò anche a Bologna, e prese ivi un lungo riposo, sull'espettazione sempre che si potesse conchiuder pace fra ilre Francesco Ie l'imperador Carlo V. Ma, scioltosi in nulla ogni trattato, gli oratori di Francia e d'Inghilterra nel dì 25 di gennaio nella città di Burgos in Ispagna intimarono la guerra ad esso Augusto; e tanto essi che quei de'Veneziani, Fiorentinieduca di Milanopresero congedo da quella corte, senza poter non di meno ottenerlo, perchè ritenuti contro il diritto delle genti. Ora il Lautrec certificato di questo, si mosse coll'esercito suo alla volta del regno di Napoli, e non volendo passar l'Apennino, s'inviò per la via della Marca colà. Fu creduto che in tutto l'esercito de' collegati fossero sessanta mila soldati. Si può detrarne un terzo. Ed è poi spropositata cosa il dirsi da Odorico Rinaldi che vi si contassero ottanta mila fanti e venti mila cavalli. Nel dì 10 di febbraio giunto al fiume Tronto, che divide il regno di Napoli dagli Stati della Chiesa, senza impedimento alcuno lo passò, ed espugnata per forza Civitella, terra assai ricca e popolata, ne permise il sacco a' suoi soldati: iniquo costume, tante volte da noi vedutopraticato dalla milizia di que' tempi, per rallegrare e maggiormente animare alle imprese quella gente che si picca di esercitare il più onorato mestier del mondo, quando a pruova di fatti erano tanti ladri ed assassini. Teramo e Giulia Nuova si arrenderono aPietro Navarro, e coll'aiuto della parte angioina anche la grossa e potente città dell'Aquila venne in poter de' Franzesi, e parimente Celano, Montefiore, e, in una parola tutto l'Abbruzzo ultra. Il che non so se sia vero, mentre s'ha da altri che essa città si ribellò sul fine di quest'anno agl'imperiali.Forse si sarebbe volto il Lautrec verso la capitale del regno, se non avesse inteso che s'era finalmente, cioè nel dì 17 di febbrio, mossa da Roma l'armata imperiale sotto ilprincipe d'Oranges, la quale il Guicciardini e l'Anonimo Padovano fanno ascendere a dodici in tredici mila Tedeschi, Spagnuoli ed Italiani. Ma costoro non s'erano voluti partire di là, se non tiravano tutte le lor paghe; e convenne che il papa sborsasse, oltre al già pattuito contante, anche venti mila ducati d'oro. Uscita che fu quella mala gente fuori della desolata città di Roma, v'entròNapoleone Orsinoabbate di Farfa con altri suoi consorti, che un'impresa veramente gloriosa vi fecero, con ammazzar quanti Spagnuoli e Tedeschi erano restati ivi malati. In questo mentre il Lautrec s'impadronì della città di Chieti, capitale dell'Abbruzzo citra, e poi di Sermona e d'altre terre; e mandò anche gente a mettersi in possesso della importante dogana di Foggia e di Nocera. Essendo venuto verso Troia l'esercito imperiale, anche il Lautrec s'inviò all'incontro d'esso nel dì 12 di marzo, aspettando continuamente che seco s'andassero ad unire le genti delmarchese di Saluzzo, de'Venezianie de'Fiorentini. Parevano disposte amendue le armate a far giornata; ma nulla di questo avvenne. Spedito dal Lautrec Pietro Navarro a Melfi, città presidiata da secento soldatie copiosa quantità di villani, la prese per forza, la saccheggiò, con uccisione di circa tre mila persone. Questo acquisto si tirò dietro l'altro di Barletta, di Trani, e delle terre circostanti, e parimente della rocca di Venosa e di Ascoli. Secondo l'Anonimo Padovano, fu anche presa in questi tempi dai Franzesi Manfredonia, città opulenta e di molto popolo, e messa a sacco, con ricavarne un grosso bottino. La stessa crudeltà, per attestato del medesimo storico, fu esercitata nella presa di Troia. Così venne in lor potere la maggior parte della Puglia e alquanto della Calabria, a riserva di Otranto, Brindisi ed altri luoghi forti. Sì fatti progressi cagion furono che il vicerè donUgo di Moncadasi ritirasse colle sue genti sotto le mura di Napoli, dopo aver presidiata Gaeta con due mila fanti. Nè qui si fermò la fortuna de' Franzesi. Anche Capoa, Nola, la Cerra, Aversa e il circonvicino paese si sottomisero alla lor potenza. Nel qual tempo parimente la flotta de' Veneziani s'impossessò di Trani e di Monopoli, con disegno di conquistar anche Otranto, Brindisi e Putignano, terre tutte che, secondo i patti, aveano da toccare alla repubblica veneta. Sul fine di aprile andò poi il Lautrec ad accamparsi sotto Napoli.Non erano intanto minori i guai della Lombardia. Perciocchè, non bastando la fame, la peste e la guerra a desolare ed affliggere gl'infelici popoli, insorse una febbre pestilenziale, differente dalla peste, e chiamatamal mazzucco, pel cui empito ed ardore, molti divenendo furiosi, si andavano a gittar giù dalle finestre, oppure ne' pozzi e ne' fiumi, senza che i medici vi trovassero rimedio alcuno. Durò questo flagello, a cui tenne poi dietro la peste, più di un anno, e morirono per l'Italia infinite persone. Nella sola città di Padova quattro mila tra nobili ed ignobili furono portati alla sepoltura. Corse lo stesso malore per le città di Vicenza, Verona, Ferrara, Mantova ed altre. Ma niuna delle città fu da paragonareper conto delle miserie alla nobilissima città di Milano. Tante insopportabili angherie avea posto in addietroAntonio da Leva, governatore imperiale, a quel popolo, per poterne spremere danari da dar le paghe ai soldati (giacchè un soldo non colava da Spagna), con obbligar anche gli abitanti, privi di vitto per loro, ad alimentar le milizie, che moltissimi d'essi per disperazione se n'erano fuggiti, abbandonando tutto. Perciò quella doviziosa e sì popolata città, che da tanti secoli fu l'onore dell'Insubria, sembrava oramai uno scheletro di città, essendo nata l'erba per quasi tutte le strade e piazze; stando aperto notte e dì il più delle botteghe senza le usate merci; vuote senza numero le case e i palagi; i templi stessi privi d'ogni ornamento, e i monisteri ridotti a pochi miserabili religiosi, che non poteano reggere alle continue insolenze delle affamate truppe. La maggior parte poi del territorio fra Adda e Ticino, e tante grosse terre e ville, parte abbruciate, parte abbandonate dagli abitatori, senza trovarsi in alcuni luoghi nè uomini, nè bestie, e senza più coltivarsi que' fertili terreni, divenuti perciò un continuato bosco. E tanto più era disperata quella parte di popolo che restava in Milano, perchè i collegati, stando in Lodi ed altri siti, impedivano il passaggio dei viveri all'afflitta città. Queste son le glorie de' principi, che senza aver danaro si mettono a far guerre; e, per soddisfare alla mal nata ambizione, nulla curano la total rovina degli infelici popoli e paesi suoi, non che degli altrui. Dove si andassero i tanti tesori che venivano allora dalle Indie Occidentali alla corte di Spagna, io non vel so dire. In questi tempiGian-Giacomo de Medicicastellano di Musso andò verso il fine d'aprile a mettere il campo al castello di Lecco, secondato dai Veneziani. Arrivò colà spedito da MilanoFilippo Torniello, che il fece ritirar con poco garbo. Ma l'astuto castellano trattò da lì innanzi per via di lettere con Girolamo Morone, divenutogran consigliere anche delprincipe di Oranges; e questi indusse non meno esso principe che Antonio da Leva ad investirlo di Lecco, acciocchè da lì innanzi, abbandonato il servigio della lega, servisse colle sue forze all'imperadore. Ciò fu eseguito; ed egli tosto inviò a Milano una gran copia di grano, che fu di mirabil soccorso alle necessità di que' soldati ed abitanti.Era noto all'imperator Carloil bisogno e pericolo dello Stato di Milano, e più quello del regno di Napoli. Perciò, fatto raunare in Germania un corpo di quattordici mila Tedeschi sotto il comando diArrigo duca di Brunsvich, principe di molta sperienza ed autorità nella disciplina militare, lo spedì per via di Trento verso Italia. Corse per questo in Verona, e Vicenza e Padova tanto terrore, che i popoli coi lor bestiami e col loro meglio fuggirono ai luoghi forti, come se avessero alle spalle i nemici. Non potendo quell'armata passare per la Chiusa, voltatasi per la valle di Caurino, circa il dì 8 di maggio pervenne alla riviera di Garda, dove cominciò a imporre taglie, e a bruciar ville. Dopo aver presa Peschiera, si diede a saccheggiar il Bresciano e Bergamasco, con immensi danni e bruciamenti di quelle contrade. Verso il fine d'esso mese avendoAntonio da Levaintelligenza con alcuni capi di squadre de' Veneziani che erano in Pavia, uria mattina, secondo il concerto, spinse la cavalleria spagnuola entro quella città per una porta ch'era senza guardia. Ai cavalli tenne dietro la fanteria, e presero la piazza. Fecero ben testa e gran battaglia i cavalli leggieri veneti, ma con restar infine svaligiati, e i loro condottieri prigioni. Con questa facilità il Leva ricuperò una città che tanto tempo, fatiche e sangue era costata alla lega per acquistarla. E giacchè fra il Ticino e l'Adda altro non restava che Lodi, occupato dagli Sforzeschi, persuase esso Leva al duca di Brunsvich di espugnar quella città, prima di passare al soccorso diNapoli. Colà dunque si dirizzarono con tutte le lor forze, e dacchè le batterie ebbero rovinata gran quantità di muro, passarono all'assalto. Ma furono così ben ricevuti daGiam-Paolo Sforzagovernatore della città, che non vi tornarono la seconda volta. Si applicarono perciò a vincer colla fame la città, mal provveduta di viveri, e a tale estremità la ridussero, che, se durava alquanto più l'assedio, conveniva a que' di dentro di cedere. Ma eccoti entrare nell'esercito cesareo il mal mazzucco, ossia febbre pestilenziale, che in men di otto giorni si trovarono morti più di due mila soldati, ed altrettanti ammalati. Bastò questo spettacolo, perchè la lor gente cominciasse, senza poterla ritenere, a fuggir verso Lamagna: laonde fu costretto il resto di quella sì diminuita armata a ritirarsi a Marignano, da dove poi anche il duca suddetto si partì, prendendo la via di Como e di Germania, massimamente perchè vi concorse il consiglio di Antonio da Leva, a cui non piaceva di aver compagni nel governo. Dopo questi fatti essendosi ingrossati in Lombardia i Franzesi per l'arrivo di dodici mila Svizzeri e mille lancie, ilsignor di San Polocomandante d'essi, e ilduca d'Urbinogenerale de' Veneziani deliberarono di tentar l'acquisto di Pavia, dove stavano in guardia due mila fanti sottoPietro da BiragoePietro Bottigella. Nel dì 9 di settembre si accamparono, e si diedero a bersagliarne le mura. Fatta ivi colle bombarde sufficiente breccia, nel dì 19 d'esso mese per forza d'armi e con grande uccisione sboccarono nella città, e misero a sacco quel poco che vi era restato negli antecedenti saccheggi. Il castello si arrendè fra poco con oneste condizioni per quel presidio. Crebbero perciò i guai di Milano. Spedì bensì quel popolo disavventurato alcuni de' nobili primarii in Ispagna, per rappresentare all'imperador Carlo Vle tante loro miserie; ma altro non ne riportarono che buone parole o promesse di pace. E perciocchèAntonio da Leva, loro perpetuo sanguisuga, dopo aver torchiato cotanto le lor borse, non trovava più verso a pagar le truppe, gli fu suggerita una diabolica invenzione: cioè di proibir, sotto pena della confiscazion de' beni, che niun potesse tener farina e far pane in casa. Poscia, affittata la rigorosa gabella del pane, ne ricavò tanto danaro, che diede le paghe alla sua gente.Fra l'armata del Lautrec, accampato sotto Napoli, e gl'imperiali chiusi in essa città, seguivano intanto continue scaramuccie. Accadde che verso il fine d'aprile quattro grosse navi cariche di frumenti e d'altre provvissioni da bocca venivano a Napoli per soccorso di quella gran città.Andrea Doriacapitano delle galee di Francia diede ad esse la caccia; ma non potendole sottomettere per mancanza di soldati, mandòFilippino Doriaa chiedere aiuto al Lautrec, il quale gli spedì immantinente mille de' suoi migliori fanti. Anche ilvicerè Moncada, conoscendo l'importanza di quelle navi, e il loro pericolo, in cinque galee entrò egli stesso con mille e cinquecento fanti, e col fiore dei suoi uffiziali, senza saper cosa alcuna del soccorso inviato dal Lautrec. Si attaccò nel dì 28 del mese suddetto in mare una fiera battaglia che per gran tempo fu dubbiosa; ma infine restò la vittoria ai due valorosi Doria. Vi perderono la vita lo stessovicerè, Cesare FeramoscaossiaFiera Mosca, Jaches di Altamura, con altri assaissimi; e rimasero prigioniil marchese del Vasto, Ascanio e Camillo Colonnesi, il principe di Salerno, ed altri molti capitani e gentiluomini. Una sola galea degl'imperiali si salvò; le navi cariche vennero poi tutte in potere d'Andrea Doria, colpo che quanto fu di dolore ai difensori di Napoli, altrettanto rallegrò l'esercito della lega. Comuni allora furono i pronostici che Napoli non si potrebbe sostenere. Non mi fermerò io a narrar gli altri avvenimenti dell'assedio di quella gran città, e della guerra che nel medesimo tempo si feceper tutto il regno, con essere applicati anche i Veneziani a ridurre in lor potere Otranto, Brindisi ed altre terre marittime. A me basterà di dire che la peste era in Napoli; e questa si comunicò al campo de' Franzesi, ossia della lega, per cui terminarono il corso di loro vita ilnunzio del papaeLuigi Pisanolegato veneto con altri signori. Cadde per la sua ostinazione in quell'assedio dipoi malato anche ilLautrec, e finì di vivere nel dì 15 di agosto, con restare il comando almarchese di Saluzzo. Era perciò in gran confusione quell'armata, con declinare ogni di più per la mortalità della gente. Al che s'aggiunse un altro non lieve disastro, perchè Andrea Doria destinato a guardar il mare, affinchè non entrassero viveri in Napoli, essendo terminata la sua ferma col re Cristianissimo, passò al servigio dell'imperadore: avvenimento che sconcertò forte i disegni e le speranze de' capitani franzesi. Il perchè dal marchese di Saluzzo verso il fine d'agosto fu presa la risoluzione di levar il campo per ritirarsi ad Aversa. Ma gl'imperiali che stavano all'erta, usciti di Napoli, con tanto furore piombarono addosso alla retroguardia, che la misero in rotta, e fecero prigionePietro Navarrocon altri. Il che inteso dal popolo d'Aversa, diede all'armi, e, chiuse le porte, tagliò a pezzi quanti Franzesi v'erano prima entrati. Così l'Anonimo Padovano, il qual soggiunse che, sopraggiunto il grosso degl'imperiali, seguì un combattimento colla rotta de' collegati, i capitani de' quali per la maggior parte rimasero prigioni, e fra gli altri lo stessomarchese di Saluzzo, che poi morì; ed avere i villani fatto gran macello di quella gente sbandata in vendetta delle molte offese e ruberie lor fatte in addietro. Ma il Guicciardini scrive che, chiusa quella parte de' collegati in Aversa, per non veder maniera di difendersi, andò ilconte Guido Rangonea parlarecol principe di Oranges; e mentre capitolava, con avere accordato che tutti i capitani restasseroprigioni, e i soldati se ne andassero senza armi, bandiere e cavalli, entrarono improvvisamente i cesarei in Aversa, e diedero un terribil sacco all'infelice città. Per questo il Rangone pretese di non essere prigione, e fu poi rilasciato dal marchese del Vasto, dappoichè questi fu ritornato in libertà. Ecco dove andò a terminare lo sforzo dell'armata della lega contra di Napoli dopo tanti progressi, dopo tante apparenze di conquistare tutto quel regno, nel quale non per questo cessarono le turbolenze e i guai. PerocchèRenzo da Cericon alcuni degli Orsini si fortificarono in Barletta, e i Veneziani sotto la condotta diCacciadiavoli Contarinooccupavano varii luoghi in Puglia e Calabria, con essere tornati quasi tutti gli altri alla divozione di Cesare. Ma ilprincipe d'Oranges, sì per mostrare severità, come per cavar danari da pagar le sue milizie, non tardò a far processi e confischi contra di que' baroni che in tal congiuntura si erano mostrati aderenti a' Franzesi. Fece inoltre decapitare nella pubblica piazza di Napoli alquanti di que' nobili. Gli altri fuggirono, o si riscattarono con grossi pagamenti di danaro, trattando di ciò con quel gran faccendiere diGirolamo Morone, a cui in ricompensa delle sue fatiche donato fu il ducato di Boviano.Mutazioni parimente nel presente anno seguirono in Genova. Già dicemmo che il valorosoAndrea Doriaera passato al servigio dell'imperadore, avendo abbandonato quel di Francia, ossia perchè non corressero le paghe promesse, o perchè il re Cristianissimo non mostrasse di lui quella stima che meritava; o piuttosto perchè esso re volesse in sua mano ilmarchese del Vasto, Ascanio Colonna, ed altri da lui fatti prigioni, a' quali s'era esso Doria obbligato di restituire la libertà, pagata che a lui fosse la taglia. Fu inoltre creduto che l'amor della patria, signoreggiata allora dai Franzesi, e il desiderio di stabilir ivi in più convenevol grado la sua famiglia, il movessead abbracciare il partito di Carlo V, il quale per maneggio del Vasto non mancò di accordargli delle vantaggiose condizioni. Ora Andrea Doria, avendo ottenuta da esso Cesare la facoltà di rimettere Genova in libertà, e sapendo che in essa città, per ragion della peste, erano pochi soldati, nè si facea l'occorrente guardia; nel dì 12 di settembre presentatosi al porto, giacchè se n'erano ritirate le galee di Francia, animosamente v'entrò con soli cinquecento fanti: il che bastò perchè il popolo si sollevasse gridando:Libertà, eTeodoro Trivulzioregio governatore si ritirasse nel castelletto, che fu immediatamente assediato. Mandarono appresso i Genovesi gran gente ad assediar Savona, che i Franzesi aveano staccata dalla suggezion di Genova: il che appunto più d'ogni altro motivo gli avea renduti odiosi ai Genovesi. A nulla servì l'avere il Trivulzio fatte istanze per soccorso alsignor di San Paoloe alduca di Urbino. Vi fu bene spedito un corpo di gente, ma non sufficiente al bisogno, ed anche troppo tardi; laonde sul fine di settembre non men Savona che il castelletto si arrenderono ad essi Genovesi, i quali non perderono tempo a rendere inutile il porto di Savona con empierlo di sassi, e spianavano da' fondamenti il castelletto. Per avere il Doria restituita la libertà alla sua patria, gran gloria a lui ne venne, confessando gli scrittori genovesi ch'egli avrebbe potuto, se avesse voluto, farsene signore. Col tempo poi parve che quel popolo dimenticasse sì fatto benefizio. Fu ivi stabilito un saggio governo; e per togliere le divisioni e fazioni tra' nobili e popolari, che tanto aveano afflitta quella nobilissima città, a ventotto delle più chiare ed illustri famiglie (escluse l'Adorna e la Fregosa) si aggregarono le altre, che erano ammesse agli onori e magistrati: dal che è poi venuto che ivi sieno tanti Doria, Spinola, Grimaldi, Fieschi, ec. Mandarono bensì dopo qualche tempo i Franzesi segretamente alcune schiere d'armati per sorprendere AndreaDoria, abitante nel suo bel palazzo fuori di Genova; ma egli per la porta di dietro in una barchetta si salvò. Scaricossi la vendetta solamente sopra quel palazzo, che fu posto a sacco.Per confessione ancora del Guicciardini,papa Clemente VII, poco avendo profittato de' flagelli a lui mandati da Dio, dacchè fu in libertà, avea ripigliate le sue astuzie e cupidità. Ricuperò egli Imola e Rimini. Partito poscia da Orvieto, fermossi qualche giorno in Viterbo, ed indi se ne andò a Roma, dove pubblicò rigorosi bandi, chiamando chiunque era fuggito, affinchè tornassero ad abitarvi. E perciocchè l'odio suo contra diAlfonsoduca di Ferrara, invece di rallentarsi, era cresciuto, in quest'anno ancora ricorse alle insidie per torgli le sue terre, e per fare anche di peggio, se gli fosse potuto riuscire. In Reggio si scoprì un maneggio diGirolamo Pio, governatore di quella città pel duca, colvescovo di Casalecommissario dell'armi del papa in Parma e Piacenza, coll'accordo già fatto d'introdurre in quella città presidio pontificio[Anonimo Padov. Panciroli, Histor. Regiens. MS. Vita di Alfonso MSSta. Guicciard., Istor. MS. di Ferrara. Varchi, Istor.]. Dal conte Albertino Boschetti fu scoperta la trama, e convinto il reo, perdè la testa. Venne appresso un altro tentativo, fatto daUberto Gambara, gran manipolatore di sì belle azioni, per sorprendere con ducento cavalli ed altrettanti archibugieri il duca nel dover egli passare da Modena a Ferrara. Per accidente non si partì egli nel dì destinato: il che servì a scoprire le tese reti, che restarono senza la preda. Scoperta fu anche un'altra congiura ordita dal medesimo Gambara per far uccidere il duca di Ferrara, che si trovava allora malmenata dalla peste. Di questo procedere disonorato e contro il precedente accordo fece far molte doglianze Alfonso al pontefice, il quale si scusò col dire che nulla sapea di quelle mene; ma nol persuase al pubblico, e tanto meno dappoichèniun risentimento ne fece coi suoi ministri. Era ito nel precedente annodon Ercole, primogenito d'esso duca, con copioso accompagnamento a Parigi, per isposareRenea, figlia diLodovico XIIre di Francia, e sorella della già defuntaClaudia regina, moglie delre Francesco I. Con somma magnificenza furono celebrate quelle nozze; e la regal principessa col consorte, dichiarato duca di Sciartres e Montargis, e visconte di Caen, Follese e Baiusa, giunse a Reggio, poscia a Modena nel dì 12 di novembre, e di là passata a Ferrara, vi fece la sua solenne entrata nell'ultimo d'esso mese. Delle suntuosissime feste fatte in tale occasione in Modena, e più in Ferrara, è da vedere il Faustini[Faustino, Storia di Ferrara.], e ne ho parlato anch'io altrove[Antichità Estensi, Par. II.]. Secondo l'Anonimo Padovano,furono fatte tante allegrezze, ch'è meglio tacere, che dirne poco. Ma che è questo in comparazione di tante calamità e sciagure di fame, di peste e di guerra, che inondarono tutte le altre provincie d'Italia nell'anno presente?
Dacchè fu giunto in luogo di libertà, cioè in Orvieto ilpontefice Clemente, non tardò ilduca d'Urbinocogli altri uffiziali dell'esercito della lega a portarsi colà, per seco rallegrarsi e per tirarlo nella lega stabilita con tante potenze dai suoi cardinali. Il trovarono irresoluto, e per quanto dicessero, nol poterono muovere a prendere partito alcuno. Così avesse egli fatto ne' tempi precedenti. Verso lametà poi di gennaio inviò ilvescovo sipontinoa Venezia a fare istanza a quel Senato che restituissero Ravenna e Cervia, e pagassero cento mila ducati d'oro per sale occupato in Cervia, con altre domande che il fecero conoscere mal soddisfatto di quella repubblica. Non mancarono scuse a' Veneziani per non effettuar prontamente ciò che il pontefice desiderava, mettendo anch'essi in campo le tante somme di danaro da loro impiegate per procurargli la libertà; e poi mandaronoGasparo Contarino, uomo di singolar prudenza, a significar meglio le loro intenzioni al papa stesso. S'era fermato non poco tempo ilLautrecin Parma e Piacenza, dalle quali città ricavò circa quaranta mila ducati d'oro. Venne a Reggio, dove intese la liberazion seguita di papa Clemente. Passò anche a Bologna, e prese ivi un lungo riposo, sull'espettazione sempre che si potesse conchiuder pace fra ilre Francesco Ie l'imperador Carlo V. Ma, scioltosi in nulla ogni trattato, gli oratori di Francia e d'Inghilterra nel dì 25 di gennaio nella città di Burgos in Ispagna intimarono la guerra ad esso Augusto; e tanto essi che quei de'Veneziani, Fiorentinieduca di Milanopresero congedo da quella corte, senza poter non di meno ottenerlo, perchè ritenuti contro il diritto delle genti. Ora il Lautrec certificato di questo, si mosse coll'esercito suo alla volta del regno di Napoli, e non volendo passar l'Apennino, s'inviò per la via della Marca colà. Fu creduto che in tutto l'esercito de' collegati fossero sessanta mila soldati. Si può detrarne un terzo. Ed è poi spropositata cosa il dirsi da Odorico Rinaldi che vi si contassero ottanta mila fanti e venti mila cavalli. Nel dì 10 di febbraio giunto al fiume Tronto, che divide il regno di Napoli dagli Stati della Chiesa, senza impedimento alcuno lo passò, ed espugnata per forza Civitella, terra assai ricca e popolata, ne permise il sacco a' suoi soldati: iniquo costume, tante volte da noi vedutopraticato dalla milizia di que' tempi, per rallegrare e maggiormente animare alle imprese quella gente che si picca di esercitare il più onorato mestier del mondo, quando a pruova di fatti erano tanti ladri ed assassini. Teramo e Giulia Nuova si arrenderono aPietro Navarro, e coll'aiuto della parte angioina anche la grossa e potente città dell'Aquila venne in poter de' Franzesi, e parimente Celano, Montefiore, e, in una parola tutto l'Abbruzzo ultra. Il che non so se sia vero, mentre s'ha da altri che essa città si ribellò sul fine di quest'anno agl'imperiali.
Forse si sarebbe volto il Lautrec verso la capitale del regno, se non avesse inteso che s'era finalmente, cioè nel dì 17 di febbrio, mossa da Roma l'armata imperiale sotto ilprincipe d'Oranges, la quale il Guicciardini e l'Anonimo Padovano fanno ascendere a dodici in tredici mila Tedeschi, Spagnuoli ed Italiani. Ma costoro non s'erano voluti partire di là, se non tiravano tutte le lor paghe; e convenne che il papa sborsasse, oltre al già pattuito contante, anche venti mila ducati d'oro. Uscita che fu quella mala gente fuori della desolata città di Roma, v'entròNapoleone Orsinoabbate di Farfa con altri suoi consorti, che un'impresa veramente gloriosa vi fecero, con ammazzar quanti Spagnuoli e Tedeschi erano restati ivi malati. In questo mentre il Lautrec s'impadronì della città di Chieti, capitale dell'Abbruzzo citra, e poi di Sermona e d'altre terre; e mandò anche gente a mettersi in possesso della importante dogana di Foggia e di Nocera. Essendo venuto verso Troia l'esercito imperiale, anche il Lautrec s'inviò all'incontro d'esso nel dì 12 di marzo, aspettando continuamente che seco s'andassero ad unire le genti delmarchese di Saluzzo, de'Venezianie de'Fiorentini. Parevano disposte amendue le armate a far giornata; ma nulla di questo avvenne. Spedito dal Lautrec Pietro Navarro a Melfi, città presidiata da secento soldatie copiosa quantità di villani, la prese per forza, la saccheggiò, con uccisione di circa tre mila persone. Questo acquisto si tirò dietro l'altro di Barletta, di Trani, e delle terre circostanti, e parimente della rocca di Venosa e di Ascoli. Secondo l'Anonimo Padovano, fu anche presa in questi tempi dai Franzesi Manfredonia, città opulenta e di molto popolo, e messa a sacco, con ricavarne un grosso bottino. La stessa crudeltà, per attestato del medesimo storico, fu esercitata nella presa di Troia. Così venne in lor potere la maggior parte della Puglia e alquanto della Calabria, a riserva di Otranto, Brindisi ed altri luoghi forti. Sì fatti progressi cagion furono che il vicerè donUgo di Moncadasi ritirasse colle sue genti sotto le mura di Napoli, dopo aver presidiata Gaeta con due mila fanti. Nè qui si fermò la fortuna de' Franzesi. Anche Capoa, Nola, la Cerra, Aversa e il circonvicino paese si sottomisero alla lor potenza. Nel qual tempo parimente la flotta de' Veneziani s'impossessò di Trani e di Monopoli, con disegno di conquistar anche Otranto, Brindisi e Putignano, terre tutte che, secondo i patti, aveano da toccare alla repubblica veneta. Sul fine di aprile andò poi il Lautrec ad accamparsi sotto Napoli.
Non erano intanto minori i guai della Lombardia. Perciocchè, non bastando la fame, la peste e la guerra a desolare ed affliggere gl'infelici popoli, insorse una febbre pestilenziale, differente dalla peste, e chiamatamal mazzucco, pel cui empito ed ardore, molti divenendo furiosi, si andavano a gittar giù dalle finestre, oppure ne' pozzi e ne' fiumi, senza che i medici vi trovassero rimedio alcuno. Durò questo flagello, a cui tenne poi dietro la peste, più di un anno, e morirono per l'Italia infinite persone. Nella sola città di Padova quattro mila tra nobili ed ignobili furono portati alla sepoltura. Corse lo stesso malore per le città di Vicenza, Verona, Ferrara, Mantova ed altre. Ma niuna delle città fu da paragonareper conto delle miserie alla nobilissima città di Milano. Tante insopportabili angherie avea posto in addietroAntonio da Leva, governatore imperiale, a quel popolo, per poterne spremere danari da dar le paghe ai soldati (giacchè un soldo non colava da Spagna), con obbligar anche gli abitanti, privi di vitto per loro, ad alimentar le milizie, che moltissimi d'essi per disperazione se n'erano fuggiti, abbandonando tutto. Perciò quella doviziosa e sì popolata città, che da tanti secoli fu l'onore dell'Insubria, sembrava oramai uno scheletro di città, essendo nata l'erba per quasi tutte le strade e piazze; stando aperto notte e dì il più delle botteghe senza le usate merci; vuote senza numero le case e i palagi; i templi stessi privi d'ogni ornamento, e i monisteri ridotti a pochi miserabili religiosi, che non poteano reggere alle continue insolenze delle affamate truppe. La maggior parte poi del territorio fra Adda e Ticino, e tante grosse terre e ville, parte abbruciate, parte abbandonate dagli abitatori, senza trovarsi in alcuni luoghi nè uomini, nè bestie, e senza più coltivarsi que' fertili terreni, divenuti perciò un continuato bosco. E tanto più era disperata quella parte di popolo che restava in Milano, perchè i collegati, stando in Lodi ed altri siti, impedivano il passaggio dei viveri all'afflitta città. Queste son le glorie de' principi, che senza aver danaro si mettono a far guerre; e, per soddisfare alla mal nata ambizione, nulla curano la total rovina degli infelici popoli e paesi suoi, non che degli altrui. Dove si andassero i tanti tesori che venivano allora dalle Indie Occidentali alla corte di Spagna, io non vel so dire. In questi tempiGian-Giacomo de Medicicastellano di Musso andò verso il fine d'aprile a mettere il campo al castello di Lecco, secondato dai Veneziani. Arrivò colà spedito da MilanoFilippo Torniello, che il fece ritirar con poco garbo. Ma l'astuto castellano trattò da lì innanzi per via di lettere con Girolamo Morone, divenutogran consigliere anche delprincipe di Oranges; e questi indusse non meno esso principe che Antonio da Leva ad investirlo di Lecco, acciocchè da lì innanzi, abbandonato il servigio della lega, servisse colle sue forze all'imperadore. Ciò fu eseguito; ed egli tosto inviò a Milano una gran copia di grano, che fu di mirabil soccorso alle necessità di que' soldati ed abitanti.
Era noto all'imperator Carloil bisogno e pericolo dello Stato di Milano, e più quello del regno di Napoli. Perciò, fatto raunare in Germania un corpo di quattordici mila Tedeschi sotto il comando diArrigo duca di Brunsvich, principe di molta sperienza ed autorità nella disciplina militare, lo spedì per via di Trento verso Italia. Corse per questo in Verona, e Vicenza e Padova tanto terrore, che i popoli coi lor bestiami e col loro meglio fuggirono ai luoghi forti, come se avessero alle spalle i nemici. Non potendo quell'armata passare per la Chiusa, voltatasi per la valle di Caurino, circa il dì 8 di maggio pervenne alla riviera di Garda, dove cominciò a imporre taglie, e a bruciar ville. Dopo aver presa Peschiera, si diede a saccheggiar il Bresciano e Bergamasco, con immensi danni e bruciamenti di quelle contrade. Verso il fine d'esso mese avendoAntonio da Levaintelligenza con alcuni capi di squadre de' Veneziani che erano in Pavia, uria mattina, secondo il concerto, spinse la cavalleria spagnuola entro quella città per una porta ch'era senza guardia. Ai cavalli tenne dietro la fanteria, e presero la piazza. Fecero ben testa e gran battaglia i cavalli leggieri veneti, ma con restar infine svaligiati, e i loro condottieri prigioni. Con questa facilità il Leva ricuperò una città che tanto tempo, fatiche e sangue era costata alla lega per acquistarla. E giacchè fra il Ticino e l'Adda altro non restava che Lodi, occupato dagli Sforzeschi, persuase esso Leva al duca di Brunsvich di espugnar quella città, prima di passare al soccorso diNapoli. Colà dunque si dirizzarono con tutte le lor forze, e dacchè le batterie ebbero rovinata gran quantità di muro, passarono all'assalto. Ma furono così ben ricevuti daGiam-Paolo Sforzagovernatore della città, che non vi tornarono la seconda volta. Si applicarono perciò a vincer colla fame la città, mal provveduta di viveri, e a tale estremità la ridussero, che, se durava alquanto più l'assedio, conveniva a que' di dentro di cedere. Ma eccoti entrare nell'esercito cesareo il mal mazzucco, ossia febbre pestilenziale, che in men di otto giorni si trovarono morti più di due mila soldati, ed altrettanti ammalati. Bastò questo spettacolo, perchè la lor gente cominciasse, senza poterla ritenere, a fuggir verso Lamagna: laonde fu costretto il resto di quella sì diminuita armata a ritirarsi a Marignano, da dove poi anche il duca suddetto si partì, prendendo la via di Como e di Germania, massimamente perchè vi concorse il consiglio di Antonio da Leva, a cui non piaceva di aver compagni nel governo. Dopo questi fatti essendosi ingrossati in Lombardia i Franzesi per l'arrivo di dodici mila Svizzeri e mille lancie, ilsignor di San Polocomandante d'essi, e ilduca d'Urbinogenerale de' Veneziani deliberarono di tentar l'acquisto di Pavia, dove stavano in guardia due mila fanti sottoPietro da BiragoePietro Bottigella. Nel dì 9 di settembre si accamparono, e si diedero a bersagliarne le mura. Fatta ivi colle bombarde sufficiente breccia, nel dì 19 d'esso mese per forza d'armi e con grande uccisione sboccarono nella città, e misero a sacco quel poco che vi era restato negli antecedenti saccheggi. Il castello si arrendè fra poco con oneste condizioni per quel presidio. Crebbero perciò i guai di Milano. Spedì bensì quel popolo disavventurato alcuni de' nobili primarii in Ispagna, per rappresentare all'imperador Carlo Vle tante loro miserie; ma altro non ne riportarono che buone parole o promesse di pace. E perciocchèAntonio da Leva, loro perpetuo sanguisuga, dopo aver torchiato cotanto le lor borse, non trovava più verso a pagar le truppe, gli fu suggerita una diabolica invenzione: cioè di proibir, sotto pena della confiscazion de' beni, che niun potesse tener farina e far pane in casa. Poscia, affittata la rigorosa gabella del pane, ne ricavò tanto danaro, che diede le paghe alla sua gente.
Fra l'armata del Lautrec, accampato sotto Napoli, e gl'imperiali chiusi in essa città, seguivano intanto continue scaramuccie. Accadde che verso il fine d'aprile quattro grosse navi cariche di frumenti e d'altre provvissioni da bocca venivano a Napoli per soccorso di quella gran città.Andrea Doriacapitano delle galee di Francia diede ad esse la caccia; ma non potendole sottomettere per mancanza di soldati, mandòFilippino Doriaa chiedere aiuto al Lautrec, il quale gli spedì immantinente mille de' suoi migliori fanti. Anche ilvicerè Moncada, conoscendo l'importanza di quelle navi, e il loro pericolo, in cinque galee entrò egli stesso con mille e cinquecento fanti, e col fiore dei suoi uffiziali, senza saper cosa alcuna del soccorso inviato dal Lautrec. Si attaccò nel dì 28 del mese suddetto in mare una fiera battaglia che per gran tempo fu dubbiosa; ma infine restò la vittoria ai due valorosi Doria. Vi perderono la vita lo stessovicerè, Cesare FeramoscaossiaFiera Mosca, Jaches di Altamura, con altri assaissimi; e rimasero prigioniil marchese del Vasto, Ascanio e Camillo Colonnesi, il principe di Salerno, ed altri molti capitani e gentiluomini. Una sola galea degl'imperiali si salvò; le navi cariche vennero poi tutte in potere d'Andrea Doria, colpo che quanto fu di dolore ai difensori di Napoli, altrettanto rallegrò l'esercito della lega. Comuni allora furono i pronostici che Napoli non si potrebbe sostenere. Non mi fermerò io a narrar gli altri avvenimenti dell'assedio di quella gran città, e della guerra che nel medesimo tempo si feceper tutto il regno, con essere applicati anche i Veneziani a ridurre in lor potere Otranto, Brindisi ed altre terre marittime. A me basterà di dire che la peste era in Napoli; e questa si comunicò al campo de' Franzesi, ossia della lega, per cui terminarono il corso di loro vita ilnunzio del papaeLuigi Pisanolegato veneto con altri signori. Cadde per la sua ostinazione in quell'assedio dipoi malato anche ilLautrec, e finì di vivere nel dì 15 di agosto, con restare il comando almarchese di Saluzzo. Era perciò in gran confusione quell'armata, con declinare ogni di più per la mortalità della gente. Al che s'aggiunse un altro non lieve disastro, perchè Andrea Doria destinato a guardar il mare, affinchè non entrassero viveri in Napoli, essendo terminata la sua ferma col re Cristianissimo, passò al servigio dell'imperadore: avvenimento che sconcertò forte i disegni e le speranze de' capitani franzesi. Il perchè dal marchese di Saluzzo verso il fine d'agosto fu presa la risoluzione di levar il campo per ritirarsi ad Aversa. Ma gl'imperiali che stavano all'erta, usciti di Napoli, con tanto furore piombarono addosso alla retroguardia, che la misero in rotta, e fecero prigionePietro Navarrocon altri. Il che inteso dal popolo d'Aversa, diede all'armi, e, chiuse le porte, tagliò a pezzi quanti Franzesi v'erano prima entrati. Così l'Anonimo Padovano, il qual soggiunse che, sopraggiunto il grosso degl'imperiali, seguì un combattimento colla rotta de' collegati, i capitani de' quali per la maggior parte rimasero prigioni, e fra gli altri lo stessomarchese di Saluzzo, che poi morì; ed avere i villani fatto gran macello di quella gente sbandata in vendetta delle molte offese e ruberie lor fatte in addietro. Ma il Guicciardini scrive che, chiusa quella parte de' collegati in Aversa, per non veder maniera di difendersi, andò ilconte Guido Rangonea parlarecol principe di Oranges; e mentre capitolava, con avere accordato che tutti i capitani restasseroprigioni, e i soldati se ne andassero senza armi, bandiere e cavalli, entrarono improvvisamente i cesarei in Aversa, e diedero un terribil sacco all'infelice città. Per questo il Rangone pretese di non essere prigione, e fu poi rilasciato dal marchese del Vasto, dappoichè questi fu ritornato in libertà. Ecco dove andò a terminare lo sforzo dell'armata della lega contra di Napoli dopo tanti progressi, dopo tante apparenze di conquistare tutto quel regno, nel quale non per questo cessarono le turbolenze e i guai. PerocchèRenzo da Cericon alcuni degli Orsini si fortificarono in Barletta, e i Veneziani sotto la condotta diCacciadiavoli Contarinooccupavano varii luoghi in Puglia e Calabria, con essere tornati quasi tutti gli altri alla divozione di Cesare. Ma ilprincipe d'Oranges, sì per mostrare severità, come per cavar danari da pagar le sue milizie, non tardò a far processi e confischi contra di que' baroni che in tal congiuntura si erano mostrati aderenti a' Franzesi. Fece inoltre decapitare nella pubblica piazza di Napoli alquanti di que' nobili. Gli altri fuggirono, o si riscattarono con grossi pagamenti di danaro, trattando di ciò con quel gran faccendiere diGirolamo Morone, a cui in ricompensa delle sue fatiche donato fu il ducato di Boviano.
Mutazioni parimente nel presente anno seguirono in Genova. Già dicemmo che il valorosoAndrea Doriaera passato al servigio dell'imperadore, avendo abbandonato quel di Francia, ossia perchè non corressero le paghe promesse, o perchè il re Cristianissimo non mostrasse di lui quella stima che meritava; o piuttosto perchè esso re volesse in sua mano ilmarchese del Vasto, Ascanio Colonna, ed altri da lui fatti prigioni, a' quali s'era esso Doria obbligato di restituire la libertà, pagata che a lui fosse la taglia. Fu inoltre creduto che l'amor della patria, signoreggiata allora dai Franzesi, e il desiderio di stabilir ivi in più convenevol grado la sua famiglia, il movessead abbracciare il partito di Carlo V, il quale per maneggio del Vasto non mancò di accordargli delle vantaggiose condizioni. Ora Andrea Doria, avendo ottenuta da esso Cesare la facoltà di rimettere Genova in libertà, e sapendo che in essa città, per ragion della peste, erano pochi soldati, nè si facea l'occorrente guardia; nel dì 12 di settembre presentatosi al porto, giacchè se n'erano ritirate le galee di Francia, animosamente v'entrò con soli cinquecento fanti: il che bastò perchè il popolo si sollevasse gridando:Libertà, eTeodoro Trivulzioregio governatore si ritirasse nel castelletto, che fu immediatamente assediato. Mandarono appresso i Genovesi gran gente ad assediar Savona, che i Franzesi aveano staccata dalla suggezion di Genova: il che appunto più d'ogni altro motivo gli avea renduti odiosi ai Genovesi. A nulla servì l'avere il Trivulzio fatte istanze per soccorso alsignor di San Paoloe alduca di Urbino. Vi fu bene spedito un corpo di gente, ma non sufficiente al bisogno, ed anche troppo tardi; laonde sul fine di settembre non men Savona che il castelletto si arrenderono ad essi Genovesi, i quali non perderono tempo a rendere inutile il porto di Savona con empierlo di sassi, e spianavano da' fondamenti il castelletto. Per avere il Doria restituita la libertà alla sua patria, gran gloria a lui ne venne, confessando gli scrittori genovesi ch'egli avrebbe potuto, se avesse voluto, farsene signore. Col tempo poi parve che quel popolo dimenticasse sì fatto benefizio. Fu ivi stabilito un saggio governo; e per togliere le divisioni e fazioni tra' nobili e popolari, che tanto aveano afflitta quella nobilissima città, a ventotto delle più chiare ed illustri famiglie (escluse l'Adorna e la Fregosa) si aggregarono le altre, che erano ammesse agli onori e magistrati: dal che è poi venuto che ivi sieno tanti Doria, Spinola, Grimaldi, Fieschi, ec. Mandarono bensì dopo qualche tempo i Franzesi segretamente alcune schiere d'armati per sorprendere AndreaDoria, abitante nel suo bel palazzo fuori di Genova; ma egli per la porta di dietro in una barchetta si salvò. Scaricossi la vendetta solamente sopra quel palazzo, che fu posto a sacco.
Per confessione ancora del Guicciardini,papa Clemente VII, poco avendo profittato de' flagelli a lui mandati da Dio, dacchè fu in libertà, avea ripigliate le sue astuzie e cupidità. Ricuperò egli Imola e Rimini. Partito poscia da Orvieto, fermossi qualche giorno in Viterbo, ed indi se ne andò a Roma, dove pubblicò rigorosi bandi, chiamando chiunque era fuggito, affinchè tornassero ad abitarvi. E perciocchè l'odio suo contra diAlfonsoduca di Ferrara, invece di rallentarsi, era cresciuto, in quest'anno ancora ricorse alle insidie per torgli le sue terre, e per fare anche di peggio, se gli fosse potuto riuscire. In Reggio si scoprì un maneggio diGirolamo Pio, governatore di quella città pel duca, colvescovo di Casalecommissario dell'armi del papa in Parma e Piacenza, coll'accordo già fatto d'introdurre in quella città presidio pontificio[Anonimo Padov. Panciroli, Histor. Regiens. MS. Vita di Alfonso MSSta. Guicciard., Istor. MS. di Ferrara. Varchi, Istor.]. Dal conte Albertino Boschetti fu scoperta la trama, e convinto il reo, perdè la testa. Venne appresso un altro tentativo, fatto daUberto Gambara, gran manipolatore di sì belle azioni, per sorprendere con ducento cavalli ed altrettanti archibugieri il duca nel dover egli passare da Modena a Ferrara. Per accidente non si partì egli nel dì destinato: il che servì a scoprire le tese reti, che restarono senza la preda. Scoperta fu anche un'altra congiura ordita dal medesimo Gambara per far uccidere il duca di Ferrara, che si trovava allora malmenata dalla peste. Di questo procedere disonorato e contro il precedente accordo fece far molte doglianze Alfonso al pontefice, il quale si scusò col dire che nulla sapea di quelle mene; ma nol persuase al pubblico, e tanto meno dappoichèniun risentimento ne fece coi suoi ministri. Era ito nel precedente annodon Ercole, primogenito d'esso duca, con copioso accompagnamento a Parigi, per isposareRenea, figlia diLodovico XIIre di Francia, e sorella della già defuntaClaudia regina, moglie delre Francesco I. Con somma magnificenza furono celebrate quelle nozze; e la regal principessa col consorte, dichiarato duca di Sciartres e Montargis, e visconte di Caen, Follese e Baiusa, giunse a Reggio, poscia a Modena nel dì 12 di novembre, e di là passata a Ferrara, vi fece la sua solenne entrata nell'ultimo d'esso mese. Delle suntuosissime feste fatte in tale occasione in Modena, e più in Ferrara, è da vedere il Faustini[Faustino, Storia di Ferrara.], e ne ho parlato anch'io altrove[Antichità Estensi, Par. II.]. Secondo l'Anonimo Padovano,furono fatte tante allegrezze, ch'è meglio tacere, che dirne poco. Ma che è questo in comparazione di tante calamità e sciagure di fame, di peste e di guerra, che inondarono tutte le altre provincie d'Italia nell'anno presente?