MDXXXI

MDXXXIAnno diCristoMDXXXI. IndizioneIV.Clemente VIIpapa 9.Carlo Vimperadore 13.Malveduta era dai sovrani dell'Europa l'unione inCarlo Vdella dignità imperiale colla potente monarchia di Spagna. Oltracciò, i Tedeschi, allorchè esso Augusto dimorava in Ispagna, mormoravano per tanta di lui lontananza; e un'egual sinfonia s'udiva fra gli Spagnuoli, quand'egli si tratteneva in Germania. Il perchè egli prese la risoluzion di quetare in qualche maniera le gelosie e doglianze altrui, col far conoscere non durevole l'unione di quelle due monarchie. Adunque nel dì 5 di gennaio del presente anno in Colonia col consenso degli elettori dichiarò re de' RomaniFerdinandosuo fratello, re d'Ungheria e Boemia, il quale poscia nel dì 11 d'esso mese fu solennemente coronato in Francoforte. Benchè avesse l'Augusto Carlo proferito nell'anno precedente il suo laudo intorno alle differenze del papa col duca di Ferrara, pure per varii riguardi, cioè per le segrete mine dei ministri pontifizii, ne andò differendo la pubblicazione. Seguì finalmente questa nel dì 21 d'aprile dell'anno presente, in cuifurono dichiarate nulle le pretensioni romane sopra Modena, Reggio e Rubiera, terre chiaramente appartenenti al sacro romano imperio, e non già porzioni dell'esarcato di Ravenna, come contro la chiara verità allora si pretendeva; e ne fu confermato il dominio al duca Alfonso suddetto. Venne anche obbligato il papa a dargli l'investitura del ducato di Ferrara, come Stato spettante alla Chiesa romana. In esso laudo essendo stato condannato il duca a pagare cento mila ducati d'oro alla camera apostolica, non tardò egli a spedire a Roma i suoi ministri coll'esibizion di danaro. Ma Clemente, a cui non dovea parer giusto se non quello ch'era conforme a' suoi desiderii, non solamente rifiutò quell'oro, ma neppure volle accettare il laudo. Troppo a lui scottava il restar separate dallo Stato ecclesiastico le città di Parma e Piacenza; e tanto più se fosse vero ch'egli meditasse di fare un dono di tutte quelle città alla sua famiglia. Confessa il Giovio che per tal cagione il papa, per altro gran simulatore, non sapea nascondere il suo sdegno contro di Cesare, e che si andava lisciando la barba ora coll'una, ora coll'altra mano, allorchè tornava in campo questo laudo, assai mostrando la voglia di vendicarsene, quando avesse potuto. E certamente da lì innanzi parve assai rivolto il suo cuore ai Franzesi, con fare nondimeno tutto il possibile, perchè l'imperadore non restituisse Modena al duca. Ma, informato esso Augusto come per parte d'esso principe era stato soddisfatto al dovere coll'esibito pagamento, nel dì 12 di ottobre fece rilasciare al duca Alfonso il possesso d'essa città e di Reggio, con restar vive le amarezze dell'ostinato papa contra di questo principe, il quale fu sempre da lì innanzi costretto a star con somma vigilanza, e a tener buoni presidii, per guardarsi dalle già sperimentate insidie de' ministri pontifizii.Per attestato di Gasparo Hedione[Hedione, nelle Giunte alla Storia del Sabellico.],avea nell'anno precedenteCarlo IIIduca di Savoia, principe di gran senno e valore, assediata la città di Ginevra, divenuta fin d'allora, e molto più poi, nido di eresiarchi. Seco era copiosa nobiltà, e il vescovo di essa città, che n'era stato cacciato. Sotto vi stette quasi un anno; ma essendo venuti in soccorso dei Ginevrini i cantoni svizzeri di Berna, Friburgo e Zurigo, fu necessitato esso duca a far pace. Per quanto si ricava dal Rinaldi[Raynaldus, Annal. Eccles.]all'anno presente, avea il papa conceduto al prelodato duca Carlo per questo bisogno non solamente le decime degli ecclesiastici, ma anche di potersi valere delle argenterie delle chiese. Ed essendochè in quest'anno lo stesso principe era minacciato di guerra dai cantoni eretici, s'interessò il papa alla difesa, promettendogli soccorso di danaro, e scrivendo ai potentati cattolici, per trarli in aiuto di lui. Il Guichenone, storico il più accreditato della real casa di Savoia, lasciò nella penna sì fatti avvenimenti. Già dicemmo che fra tanti pensieri di papa Clemente teneva il primato quello dell'innalzamento e della sicurezza della sua famiglia. Al nuovo ascendente di essa perchè potea pregiudicare la nimicizia dei Senesi, operò egli colle forze degli Spagnuoli, che colà si introducesse un governo favorevole alle sue voglie. Con ordini segreti ancora comandò ai Fiorentini di mandare un'ambasceria in Fiandra, per supplicare l'imperadore d'inviare al governo del loro Stato ilduca Alessandro de Medici, tuttavia dimorante in quella corte, e destinato genero d'esso Augusto colla promessa diMargheritasua figlia naturale, di età non per anche nubile. Se di buona voglia il popolo fiorentino ubbidisse, nol saprei dire. Furono benignamente bensì esauditi da quel monarca. Venne dunque Alessandro, e nel dì 5 di luglio entrò in Firenze, accolto coi festosi suoni delle bombarde, e andò a riposare nel palazzo de' Medici. Seco eraGiovanni Antonio Mussetolaambasciatorecesareo, il quale nel dì seguente nella gran sala sfoderò il decreto imperiale in favor del duca Alessandro, con intonare all'assemblea de' magistrati, che quanto di male non avea fatto nè facea l'invittissimo Carlo a Firenze, e quanti privilegii lasciava al loro popolo, tutto doveano riconoscere dal medesimo Alessandro, il quale aveva trovata tanta grazia negli occhi dell'Augusto sovrano. Letta fu la dichiarazione o diploma, ed accettata con giuramento da tutti, e successivamente si fecero fuochi ed altri segni di giubilo per tutta la città. Ma perciocchè tanto in esso diploma, quanto nella concione del Mussetola, non s'udì mai il nome di libertà, per concerto fatto col papa, perciò si guardavano l'un l'altro in volto i Fiorentini. Molti v'erano, a' quali cadeano lagrime d'allegrezza, perchè scorgeano trovato un ripiego, per quetare e frenar le discordie di quel popolo, stato sempre involto in gare e sedizioni in addietro. Ma i più spargevano lagrime di rabbia, al mirare in quel dì spenta la loro antica libertà. Convenne poi nel seguente ottobre inviare oratori all'imperadore per ringraziarlo dell'incomparabil dono loro fatto nel dare per capo alla repubblica un sì singolar personaggio, come era il duca Alessandro. Dove terminasse poi questo titolo di capo, lo vedremo all'anno seguente. Era in questi tempi marchese di MonferratoBonifaziofiglio diGuglielmo, giovane di grande aspettazione, specialmente addestrato in tutti le arti cavalleresche. Andando egli un giorno a caccia sopra un generoso cavallo, a tutta carriera seguitava non so qual fiera. Cadde il cavallo, e con tal empito balzò di sella l'infelice principe, che si ruppe il collo, e restò morto sulla terra. Gran pianto fu per questo fra i sudditi suoi, che lo amavano a dismisura. Dovette scartabellar poco il conte Loschi, allorchè scrisse che questo principe era morto nel 1518, correndo colla lancia all'incontro di un altro di pari età sopra un feroce corsiero. ViveaalloraGian-Giorgiosuo zio paterno, che portava l'abito ecclesiastico, godendo una pingue abbazia, non so se di Bremide o di Lucedio. Rinunziò quel benefizio, ed assunse il governo di Monferrato. Restavano tuttavia in quella nobilissima famiglia due principesse figlie delmarchese Guglielmo, e sorelle del defunto Bonifazio, cioèMargheritaedAnna. Tanti maneggi feceFederigo ducadi Mantova, che gli riuscì in quest'anno di ottenere in moglie la prima. Con gran solennità si celebrarono quelle nozze in Casale di Sant'Evasio; maggiori poi furono le feste in Mantova, allorchè vi comparve questa principessa, da cui quanto bene riportasse la casa Gonzaga, non istaremo molto a vederlo.

Malveduta era dai sovrani dell'Europa l'unione inCarlo Vdella dignità imperiale colla potente monarchia di Spagna. Oltracciò, i Tedeschi, allorchè esso Augusto dimorava in Ispagna, mormoravano per tanta di lui lontananza; e un'egual sinfonia s'udiva fra gli Spagnuoli, quand'egli si tratteneva in Germania. Il perchè egli prese la risoluzion di quetare in qualche maniera le gelosie e doglianze altrui, col far conoscere non durevole l'unione di quelle due monarchie. Adunque nel dì 5 di gennaio del presente anno in Colonia col consenso degli elettori dichiarò re de' RomaniFerdinandosuo fratello, re d'Ungheria e Boemia, il quale poscia nel dì 11 d'esso mese fu solennemente coronato in Francoforte. Benchè avesse l'Augusto Carlo proferito nell'anno precedente il suo laudo intorno alle differenze del papa col duca di Ferrara, pure per varii riguardi, cioè per le segrete mine dei ministri pontifizii, ne andò differendo la pubblicazione. Seguì finalmente questa nel dì 21 d'aprile dell'anno presente, in cuifurono dichiarate nulle le pretensioni romane sopra Modena, Reggio e Rubiera, terre chiaramente appartenenti al sacro romano imperio, e non già porzioni dell'esarcato di Ravenna, come contro la chiara verità allora si pretendeva; e ne fu confermato il dominio al duca Alfonso suddetto. Venne anche obbligato il papa a dargli l'investitura del ducato di Ferrara, come Stato spettante alla Chiesa romana. In esso laudo essendo stato condannato il duca a pagare cento mila ducati d'oro alla camera apostolica, non tardò egli a spedire a Roma i suoi ministri coll'esibizion di danaro. Ma Clemente, a cui non dovea parer giusto se non quello ch'era conforme a' suoi desiderii, non solamente rifiutò quell'oro, ma neppure volle accettare il laudo. Troppo a lui scottava il restar separate dallo Stato ecclesiastico le città di Parma e Piacenza; e tanto più se fosse vero ch'egli meditasse di fare un dono di tutte quelle città alla sua famiglia. Confessa il Giovio che per tal cagione il papa, per altro gran simulatore, non sapea nascondere il suo sdegno contro di Cesare, e che si andava lisciando la barba ora coll'una, ora coll'altra mano, allorchè tornava in campo questo laudo, assai mostrando la voglia di vendicarsene, quando avesse potuto. E certamente da lì innanzi parve assai rivolto il suo cuore ai Franzesi, con fare nondimeno tutto il possibile, perchè l'imperadore non restituisse Modena al duca. Ma, informato esso Augusto come per parte d'esso principe era stato soddisfatto al dovere coll'esibito pagamento, nel dì 12 di ottobre fece rilasciare al duca Alfonso il possesso d'essa città e di Reggio, con restar vive le amarezze dell'ostinato papa contra di questo principe, il quale fu sempre da lì innanzi costretto a star con somma vigilanza, e a tener buoni presidii, per guardarsi dalle già sperimentate insidie de' ministri pontifizii.

Per attestato di Gasparo Hedione[Hedione, nelle Giunte alla Storia del Sabellico.],avea nell'anno precedenteCarlo IIIduca di Savoia, principe di gran senno e valore, assediata la città di Ginevra, divenuta fin d'allora, e molto più poi, nido di eresiarchi. Seco era copiosa nobiltà, e il vescovo di essa città, che n'era stato cacciato. Sotto vi stette quasi un anno; ma essendo venuti in soccorso dei Ginevrini i cantoni svizzeri di Berna, Friburgo e Zurigo, fu necessitato esso duca a far pace. Per quanto si ricava dal Rinaldi[Raynaldus, Annal. Eccles.]all'anno presente, avea il papa conceduto al prelodato duca Carlo per questo bisogno non solamente le decime degli ecclesiastici, ma anche di potersi valere delle argenterie delle chiese. Ed essendochè in quest'anno lo stesso principe era minacciato di guerra dai cantoni eretici, s'interessò il papa alla difesa, promettendogli soccorso di danaro, e scrivendo ai potentati cattolici, per trarli in aiuto di lui. Il Guichenone, storico il più accreditato della real casa di Savoia, lasciò nella penna sì fatti avvenimenti. Già dicemmo che fra tanti pensieri di papa Clemente teneva il primato quello dell'innalzamento e della sicurezza della sua famiglia. Al nuovo ascendente di essa perchè potea pregiudicare la nimicizia dei Senesi, operò egli colle forze degli Spagnuoli, che colà si introducesse un governo favorevole alle sue voglie. Con ordini segreti ancora comandò ai Fiorentini di mandare un'ambasceria in Fiandra, per supplicare l'imperadore d'inviare al governo del loro Stato ilduca Alessandro de Medici, tuttavia dimorante in quella corte, e destinato genero d'esso Augusto colla promessa diMargheritasua figlia naturale, di età non per anche nubile. Se di buona voglia il popolo fiorentino ubbidisse, nol saprei dire. Furono benignamente bensì esauditi da quel monarca. Venne dunque Alessandro, e nel dì 5 di luglio entrò in Firenze, accolto coi festosi suoni delle bombarde, e andò a riposare nel palazzo de' Medici. Seco eraGiovanni Antonio Mussetolaambasciatorecesareo, il quale nel dì seguente nella gran sala sfoderò il decreto imperiale in favor del duca Alessandro, con intonare all'assemblea de' magistrati, che quanto di male non avea fatto nè facea l'invittissimo Carlo a Firenze, e quanti privilegii lasciava al loro popolo, tutto doveano riconoscere dal medesimo Alessandro, il quale aveva trovata tanta grazia negli occhi dell'Augusto sovrano. Letta fu la dichiarazione o diploma, ed accettata con giuramento da tutti, e successivamente si fecero fuochi ed altri segni di giubilo per tutta la città. Ma perciocchè tanto in esso diploma, quanto nella concione del Mussetola, non s'udì mai il nome di libertà, per concerto fatto col papa, perciò si guardavano l'un l'altro in volto i Fiorentini. Molti v'erano, a' quali cadeano lagrime d'allegrezza, perchè scorgeano trovato un ripiego, per quetare e frenar le discordie di quel popolo, stato sempre involto in gare e sedizioni in addietro. Ma i più spargevano lagrime di rabbia, al mirare in quel dì spenta la loro antica libertà. Convenne poi nel seguente ottobre inviare oratori all'imperadore per ringraziarlo dell'incomparabil dono loro fatto nel dare per capo alla repubblica un sì singolar personaggio, come era il duca Alessandro. Dove terminasse poi questo titolo di capo, lo vedremo all'anno seguente. Era in questi tempi marchese di MonferratoBonifaziofiglio diGuglielmo, giovane di grande aspettazione, specialmente addestrato in tutti le arti cavalleresche. Andando egli un giorno a caccia sopra un generoso cavallo, a tutta carriera seguitava non so qual fiera. Cadde il cavallo, e con tal empito balzò di sella l'infelice principe, che si ruppe il collo, e restò morto sulla terra. Gran pianto fu per questo fra i sudditi suoi, che lo amavano a dismisura. Dovette scartabellar poco il conte Loschi, allorchè scrisse che questo principe era morto nel 1518, correndo colla lancia all'incontro di un altro di pari età sopra un feroce corsiero. ViveaalloraGian-Giorgiosuo zio paterno, che portava l'abito ecclesiastico, godendo una pingue abbazia, non so se di Bremide o di Lucedio. Rinunziò quel benefizio, ed assunse il governo di Monferrato. Restavano tuttavia in quella nobilissima famiglia due principesse figlie delmarchese Guglielmo, e sorelle del defunto Bonifazio, cioèMargheritaedAnna. Tanti maneggi feceFederigo ducadi Mantova, che gli riuscì in quest'anno di ottenere in moglie la prima. Con gran solennità si celebrarono quelle nozze in Casale di Sant'Evasio; maggiori poi furono le feste in Mantova, allorchè vi comparve questa principessa, da cui quanto bene riportasse la casa Gonzaga, non istaremo molto a vederlo.


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