MDXXXII

MDXXXIIAnno diCristoMDXXXII. IndizioneV.Clemente VIIpapa 10.Carlo Vimperadore 14.Terribili movimenti di guerra furono nell'anno presente fuori d'Italia, nè io mi fermerò a descriverli, siccome avventure non appartenenti all'assunto mio. Solamente dunque accennerò che Solimano, gran sultano de' Turchi, avea allestito un potentissimo esercito, per invadere il resto dell'Ungheria, e vendicarsi dell'affronto sofferto, allorchè fu obbligato a sciogliere l'assedio di Vienna. Fama correa ch'egli conducesse in campo cinquecento mila combattenti. Di grandi iperboli forma la fama, ed anche la storia, allorchè si tratta d'eserciti barbarici. Carlo Augusto e Ferdinando suo fratello, re de' Romani, d'Ungheria e di Boemia, raunarono anch'essi delle grandi forze per opporsi ai Barbari di lui disegni. Per conto anche dell'Italia furono colà spediti soccorsi. Fu chiamato per assumere il comando di quel possente esercitoAntonio da Leva, quel condottiere che, quantunque sì mal concio per la podagra, tanti segni di prudenza militare avea dato in Italia nelle precedenti guerre. Seco andò ancora ilconte Guido Rangone, già passato al servigio di Cesare, ed amendue si applicarono a ben provveder di difesa la città di Vienna, minacciata di nuovo dal tiranno d'Oriente. Dopo due giorni pervennero colàGabriello Martinengogenerale dell'artiglieria,Alfonso marchese del Vastogenerale della fanteria,Pietro Maria de' Rossiconte di San Secondo,Fabrizio Maramaldo, Filippo Torniello, Giam-Batista Castaldo, Marzio e Pietro Colonnesi, e finalmentedon Ferrante Gonzagagenerale della cavalleria leggera, con altri capitani, conducendo tutti delle truppe spagnuole od italiane. Anche ilduca di Ferraravi mandò due compagnie di cavalli leggieri. Colà similmente fu inviato dal papaIppolito cardinale de Medici, giovane bizzarro, più voglioso di comandare ad eserciti, che di portar la porpora, con trecento archibusieri e molta nobiltà italiana. All'avviso di sì florido apparato d'armi cristiane, Solimano, che s'era già inoltrato perfino nelle attinenze dell'Austria, credette più sano consiglio non solo il non procedere innanzi, ma il ritirarsi; e benchè seguissero alcuni incontri, niun di essi fu di molto rilievo. Spettacolo non di meno degno di gran compassione, fu lo avere il Barbaro condotti seco a Belgrado circa trenta mila contadini ungheri in ischiavitù. Fu inviato il prodeAndrea Doria, ammiraglio imperiale, colla sua flotta in Levante a danneggiare i Turchi, e gli riuscì di prendere a forza d'armi le città di Corone e di Patrasso, e di spargere un gran terrore per tutte quelle contrade. Cessata dunque la apprensione tanto in Germania che in Italia delle minaccie turchesche, l'Augusto Carlo, ritenuti solamente i necessarii presidii, licenziò le restanti milizie, e si preparò per calar di nuovo in Italia.Le mire di esso imperadore erano di tornare ad imbarcarsi a Genova, per indi passare in Ispagna. Ma, non essendogli ignoto il mal animo dei re di Francia e d'Inghilterra contra di lui, con avereglino infin trattato di muovergli guerra, allorchè speravano di vederlo impegnato col Turco, propose per tempo un abboccamento conpapa Clemente, affin di stabilire una lega in Italia, capace di assicurare lo Stato di Milano da ogni tentativo de' Franzesi. Allorchè giunse l'Augusto monarca a Conegliano nel Friuli, fu a ricordargli l'ossequio suoAlfonso ducadi Ferrara, accompagnato da ducento cavalli. Arrivò poi la maestà sua nel dì 7 di novembre a Mantova, dove per molti giorni si fermò, onorata con tornei, danze, caccie ed altri divertimenti dalduca Federigo. Ivi creò poetaLodovico Ariosto. Avea egli forse bisogno di quella carta per esser tale? Circa questi tempi venne fatto al pontefice d'insignorirsi con inganno della città d'Ancona. S'era quel popolo da gran tempo sottratto all'ubbidienza da' papi, e si reggeva a repubblica. Finse Clemente VII dei disegni di Solimano contra di essa città, e indusse quella cittadinanza a fabbricare un forte bastione alla porta di Sinigaglia. Ciò fatto, spedì loro avviso che infallibilmente era per iscaricarsi addosso a loro un grosso nembo di Turchi, e mandò ad essi in aiutoLuigi Gonzaga, detto Rodomonte, con trecento fanti. Buonamente riceverono gli Anconitani questo soccorso. Ma una notte il Gonzaga, impadronitosi della porta e del bastione, introdusse altri capitani ed altra gente, di modo che fatti prigioni i pubblici rettori, e tagliata la testa a sei di essi, tornò quella città sotto il dominio della Chiesa romana. Furono poi spogliati dell'armi que' cittadini, e il papa ordinò che si fabbricasse una fortezza nel monte di San Ciriaco. Essendo giù calato in Italia l'imperadore, secondo il concertopapa Clementenel dì 18 di novembre si mise in viaggio alla volta di Bologna, dove arrivò nel dì 8 di dicembre. A quella città giunse dipoiCarlo V, dopo essere stato a Modena, dove dal duca di Ferrara avea ricevuto uno splendido trattamento. Seco eraAlessandrode Medici, ito già ad inchinarlo in Mantova. Il Panvinio, che scrisse andato parimente il papa a visitar l'imperadore in Mantova, non ben esaminò questa partita. Grande onore fu fatto a Cesare da' Bolognesi e dalla corte del papa. Nel dì 19 del mese suddetto pervenne per Po a FerraraFrancesco Sforzaduca di Milano insieme col duca d'Albania, e dopo qualche giorno passò anch'egli a Bologna, per intervenire ai negoziati che ivi si aveano a tenere, e si pubblicarono solamente nell'anno seguente.Quanto alle cose di Firenze, tuttochè quel popolo conoscesse come estinto lo antico suo libero governo, pure fin qui se n'era conservata qualche apparenza colla creazione de' magistrati. Ma il pontefice, che volea fissare il chiodo alla grandezza e sicurezza della sua casa, attese in quest'anno a stabilir sodamente il principato assoluto delduca Alessandroin quella città. Nè gli mancavano adulatori e parziali, e di coloro eziandio che giudicavano con buona intenzione essere ciò il meglio per un popolo sempre sedizioso e quasi diviso ne' tempi addietro ed amante di novità. Fu dunque creato un magistrato, in cui spezialmente ebbero autoritàFrancesco Guicciardinilo storico eBraccio Valori, bene informati de' voleri del papa; e questi decretarono che da lì innanzi cessasse il nome della signoria, e che Alessandro de Medici fosse fatto duca della repubblica, con autorità piena, quanto si può dare ad un principe, per succedere in questo grado anche i suoi figli e discendenti legittimi. E, mancando questi, passasse il governo nella stirpe di Lorenzo di Pier Francesco de Medici. Perciò nel dì primo di maggio ad Alessandro fu dato il grado di signore, di duca e di assoluto principe, con pubblica solennità, fra i viva del popolo e col rimbombo delle artiglierie, le quali senza palle ferivano il cuore di chiunque deplorava la perdita dell'antica libertà. Così fecero gli antichi Romani, allorchè la lor signoria passò inmano di Cesare e d'Augusto; e, ad imitazion loro, anche i Fiorentini si andarono accomodando al giogo imposto ad essi dall'altrui violenza. Formò il duca Alessandro da lì innanzi una guardia di mille soldati per sua sicurezza. Fu anche disegnata una fortezza per tenere in freno quel popolo, a cui già erano state tolte le armi. Per attestato del Giovio, immaginò più d'uno che se iVenezianiavessero voluto congiungere la loro armata navale, consistente in sessanta galee, con quella diAndrea Doria, composta di quarantotto galee e di trentacinque navi da trasporto, sarebbe stato agevole non solo il rompere la flotta turchesca, in cui si contavano settanta galee mal provvedute di milizie e di attrezzi, ma anche il conquistare la città di Costantinopoli. E ciò perchè il Doria, oltre alle sopraddette conquiste, s'era anche impadronito delle fortezze dei Dardanelli, e Solimano avea lasciata Costantinopoli spogliata di ogni presidio. Ma costa pur poco il far dei castelli in aria. I Veneziani, molto ben persuasi che i giuramenti e la fede si debbono mantenere anche agl'infedeli e barbari stessi, stettero saldi in voler osservare i capitoli della pace tanti anni prima stabilita col Turco.Dacchè saltò fuori l'eresia di Lutero, che aprì il varco a tante altre eresie nel Settentrione, con uno scisma il più deplorabile che mai abbia patito la Chiesa di Dio, tutti i buoni cominciarono a desiderare un concilio generale che riformasse i gravi abusi introdotti nella stessa Chiesa. Specialmente se ne faceva istanza in Germania, con rappresentare i molti aggravii, de' quali si doleva forte la loro nazione. Ne faceano istanza anche i protestanti, ma con condizioni disconvenevoli all'autorità della Chiesa cattolica. Egli è ben lecito il credere, che se di buona ora si fosse convocato, secondo il costume inveterato della religion cristiana, un sì fatto concilio, e si fosse provveduto a' tanti disordini che allora correano, e a' quali rimediò poscia il troppo tardi,ma pure una volta raunato, concilio di Trento, non sarebbe stato sì grande lo squarcio della religione che tuttavia sussiste.Papa Leone Xapplicato alle guerre, nulla ne fece. Se avesse goduto più lunga vita il buonpapa Adriano VI, l'avrebbe fatto. Succeduto a luiClemente VII, fu distratto anch'egli dalle sue politiche e guerriere applicazioni; e quantunque l'Augusto Carlo Vne facesse più istanze, e massimamente in quest'anno col medesimo papa in Bologna, pure nulla mai si conchiuse. Pensano il Guicciardini ed altri che Clemente vi abborrisse per timore che ne scapitasse la corte romana, e che troppo si venisse a tagliare; e quando anche consentiva, proponeva di tenere esso concilio in Roma, o Bologna, o Piacenza, città del suo dominio, acciocchè sempre restasse a lui la briglia in mano. Ma ch'egli non nutrisse questa avversione, e che s'interponessero varie altre difficoltà alla convenzion d'esso concilio, si può vedere nella celebre Storia del concilio di Trento, composta dal cardinale Pallavicino. Comunque fosse, certo è che, vivente esso pontefice, il concilio generale restò confinato ne' soli desiderii di chi compiagnea le piaghe della religione e della Chiesa, e che a man salva seguitarono, anzi crebbero, i precedenti sconcerti in danno della religione cristiana.In questo medesimo anno sul fine di agosto seguì un grave scandalo in Parma. Gran tempo era che gli ecclesiastici per quasi tutte le provincie erano caricati di decime: gravezze giuste, allorchè si trattava di adoperare il danaro in difesa della cristianità contra de' Turchi o degli eretici; ma non già tali, qualora avea da servire l'aggravio del clero alle guerre private de' papi e de' monarchi cristiani. Davasi poi in appalto la riscossione di queste decime a varie persone, le quali, volendo anch'esse profittare, usavano rigori eccessivi, con esigere ancora i frutti delle decime non pagate. Informato dunque Vincenzo Cavina, canonico imolese,e commissario del papa, che a' suoi coadiutori in Parma era stato impedito l'attaccare i cedoloni al duomo per l'esazion delle decime di due anni, e di tutti i frutti, se n'andò tutto in collera a quella città. Ma, in voler esporre essi cedoloni, saltarono fuori i preti, e con esso loro si unì il popolo. Essendo egli fuggito nel palazzo, fu gittata a terra la porta, e il misero a furia di popolo restò da tante ferite trucidato, che non appariva in lui forma d'uomo. Egli è da credere che per tale eccesso fosse posto a Parma l'interdetto, siccome nel dì 17 d'ottobre del 1530 il papa l'avea posto in Ferrara, perchè renitente era il clero a pagar le decime, gastigando in questa maniera gli innocenti secolari per li mancamenti dei cherici. In Modena poi nello stesso anno nel dì 3 di marzo predicando fra Francesco da Castelcaro de' Minori osservanti nel duomo, pubblicò un breve, scritto dal Signor nostro Gesù Cristo a tutti i Cristiani:Datum in paradiso terrestri, a creationis mundi die sexto, pontificatus nostri anno aeterno, confirmatum et sigillatum die Parasceves in montes Calvariae, ec. In questo breve il Signore approva e conferma con autorità divina la regola di essi frati minori osservanti, conchiudendo infine colla seguente clausola:Nulli ergo omnino hominum liceat hanc paginam nostrae confirmationis, ec. Tommasino Lancilotto ebbe la fortuna d'impetrar copia di questo mirabil breve da quel buon religioso, e come una gemma l'inserì nel suo Diario manuscritto della città di Modena.O tempora! o mores!

Terribili movimenti di guerra furono nell'anno presente fuori d'Italia, nè io mi fermerò a descriverli, siccome avventure non appartenenti all'assunto mio. Solamente dunque accennerò che Solimano, gran sultano de' Turchi, avea allestito un potentissimo esercito, per invadere il resto dell'Ungheria, e vendicarsi dell'affronto sofferto, allorchè fu obbligato a sciogliere l'assedio di Vienna. Fama correa ch'egli conducesse in campo cinquecento mila combattenti. Di grandi iperboli forma la fama, ed anche la storia, allorchè si tratta d'eserciti barbarici. Carlo Augusto e Ferdinando suo fratello, re de' Romani, d'Ungheria e di Boemia, raunarono anch'essi delle grandi forze per opporsi ai Barbari di lui disegni. Per conto anche dell'Italia furono colà spediti soccorsi. Fu chiamato per assumere il comando di quel possente esercitoAntonio da Leva, quel condottiere che, quantunque sì mal concio per la podagra, tanti segni di prudenza militare avea dato in Italia nelle precedenti guerre. Seco andò ancora ilconte Guido Rangone, già passato al servigio di Cesare, ed amendue si applicarono a ben provveder di difesa la città di Vienna, minacciata di nuovo dal tiranno d'Oriente. Dopo due giorni pervennero colàGabriello Martinengogenerale dell'artiglieria,Alfonso marchese del Vastogenerale della fanteria,Pietro Maria de' Rossiconte di San Secondo,Fabrizio Maramaldo, Filippo Torniello, Giam-Batista Castaldo, Marzio e Pietro Colonnesi, e finalmentedon Ferrante Gonzagagenerale della cavalleria leggera, con altri capitani, conducendo tutti delle truppe spagnuole od italiane. Anche ilduca di Ferraravi mandò due compagnie di cavalli leggieri. Colà similmente fu inviato dal papaIppolito cardinale de Medici, giovane bizzarro, più voglioso di comandare ad eserciti, che di portar la porpora, con trecento archibusieri e molta nobiltà italiana. All'avviso di sì florido apparato d'armi cristiane, Solimano, che s'era già inoltrato perfino nelle attinenze dell'Austria, credette più sano consiglio non solo il non procedere innanzi, ma il ritirarsi; e benchè seguissero alcuni incontri, niun di essi fu di molto rilievo. Spettacolo non di meno degno di gran compassione, fu lo avere il Barbaro condotti seco a Belgrado circa trenta mila contadini ungheri in ischiavitù. Fu inviato il prodeAndrea Doria, ammiraglio imperiale, colla sua flotta in Levante a danneggiare i Turchi, e gli riuscì di prendere a forza d'armi le città di Corone e di Patrasso, e di spargere un gran terrore per tutte quelle contrade. Cessata dunque la apprensione tanto in Germania che in Italia delle minaccie turchesche, l'Augusto Carlo, ritenuti solamente i necessarii presidii, licenziò le restanti milizie, e si preparò per calar di nuovo in Italia.

Le mire di esso imperadore erano di tornare ad imbarcarsi a Genova, per indi passare in Ispagna. Ma, non essendogli ignoto il mal animo dei re di Francia e d'Inghilterra contra di lui, con avereglino infin trattato di muovergli guerra, allorchè speravano di vederlo impegnato col Turco, propose per tempo un abboccamento conpapa Clemente, affin di stabilire una lega in Italia, capace di assicurare lo Stato di Milano da ogni tentativo de' Franzesi. Allorchè giunse l'Augusto monarca a Conegliano nel Friuli, fu a ricordargli l'ossequio suoAlfonso ducadi Ferrara, accompagnato da ducento cavalli. Arrivò poi la maestà sua nel dì 7 di novembre a Mantova, dove per molti giorni si fermò, onorata con tornei, danze, caccie ed altri divertimenti dalduca Federigo. Ivi creò poetaLodovico Ariosto. Avea egli forse bisogno di quella carta per esser tale? Circa questi tempi venne fatto al pontefice d'insignorirsi con inganno della città d'Ancona. S'era quel popolo da gran tempo sottratto all'ubbidienza da' papi, e si reggeva a repubblica. Finse Clemente VII dei disegni di Solimano contra di essa città, e indusse quella cittadinanza a fabbricare un forte bastione alla porta di Sinigaglia. Ciò fatto, spedì loro avviso che infallibilmente era per iscaricarsi addosso a loro un grosso nembo di Turchi, e mandò ad essi in aiutoLuigi Gonzaga, detto Rodomonte, con trecento fanti. Buonamente riceverono gli Anconitani questo soccorso. Ma una notte il Gonzaga, impadronitosi della porta e del bastione, introdusse altri capitani ed altra gente, di modo che fatti prigioni i pubblici rettori, e tagliata la testa a sei di essi, tornò quella città sotto il dominio della Chiesa romana. Furono poi spogliati dell'armi que' cittadini, e il papa ordinò che si fabbricasse una fortezza nel monte di San Ciriaco. Essendo giù calato in Italia l'imperadore, secondo il concertopapa Clementenel dì 18 di novembre si mise in viaggio alla volta di Bologna, dove arrivò nel dì 8 di dicembre. A quella città giunse dipoiCarlo V, dopo essere stato a Modena, dove dal duca di Ferrara avea ricevuto uno splendido trattamento. Seco eraAlessandrode Medici, ito già ad inchinarlo in Mantova. Il Panvinio, che scrisse andato parimente il papa a visitar l'imperadore in Mantova, non ben esaminò questa partita. Grande onore fu fatto a Cesare da' Bolognesi e dalla corte del papa. Nel dì 19 del mese suddetto pervenne per Po a FerraraFrancesco Sforzaduca di Milano insieme col duca d'Albania, e dopo qualche giorno passò anch'egli a Bologna, per intervenire ai negoziati che ivi si aveano a tenere, e si pubblicarono solamente nell'anno seguente.

Quanto alle cose di Firenze, tuttochè quel popolo conoscesse come estinto lo antico suo libero governo, pure fin qui se n'era conservata qualche apparenza colla creazione de' magistrati. Ma il pontefice, che volea fissare il chiodo alla grandezza e sicurezza della sua casa, attese in quest'anno a stabilir sodamente il principato assoluto delduca Alessandroin quella città. Nè gli mancavano adulatori e parziali, e di coloro eziandio che giudicavano con buona intenzione essere ciò il meglio per un popolo sempre sedizioso e quasi diviso ne' tempi addietro ed amante di novità. Fu dunque creato un magistrato, in cui spezialmente ebbero autoritàFrancesco Guicciardinilo storico eBraccio Valori, bene informati de' voleri del papa; e questi decretarono che da lì innanzi cessasse il nome della signoria, e che Alessandro de Medici fosse fatto duca della repubblica, con autorità piena, quanto si può dare ad un principe, per succedere in questo grado anche i suoi figli e discendenti legittimi. E, mancando questi, passasse il governo nella stirpe di Lorenzo di Pier Francesco de Medici. Perciò nel dì primo di maggio ad Alessandro fu dato il grado di signore, di duca e di assoluto principe, con pubblica solennità, fra i viva del popolo e col rimbombo delle artiglierie, le quali senza palle ferivano il cuore di chiunque deplorava la perdita dell'antica libertà. Così fecero gli antichi Romani, allorchè la lor signoria passò inmano di Cesare e d'Augusto; e, ad imitazion loro, anche i Fiorentini si andarono accomodando al giogo imposto ad essi dall'altrui violenza. Formò il duca Alessandro da lì innanzi una guardia di mille soldati per sua sicurezza. Fu anche disegnata una fortezza per tenere in freno quel popolo, a cui già erano state tolte le armi. Per attestato del Giovio, immaginò più d'uno che se iVenezianiavessero voluto congiungere la loro armata navale, consistente in sessanta galee, con quella diAndrea Doria, composta di quarantotto galee e di trentacinque navi da trasporto, sarebbe stato agevole non solo il rompere la flotta turchesca, in cui si contavano settanta galee mal provvedute di milizie e di attrezzi, ma anche il conquistare la città di Costantinopoli. E ciò perchè il Doria, oltre alle sopraddette conquiste, s'era anche impadronito delle fortezze dei Dardanelli, e Solimano avea lasciata Costantinopoli spogliata di ogni presidio. Ma costa pur poco il far dei castelli in aria. I Veneziani, molto ben persuasi che i giuramenti e la fede si debbono mantenere anche agl'infedeli e barbari stessi, stettero saldi in voler osservare i capitoli della pace tanti anni prima stabilita col Turco.

Dacchè saltò fuori l'eresia di Lutero, che aprì il varco a tante altre eresie nel Settentrione, con uno scisma il più deplorabile che mai abbia patito la Chiesa di Dio, tutti i buoni cominciarono a desiderare un concilio generale che riformasse i gravi abusi introdotti nella stessa Chiesa. Specialmente se ne faceva istanza in Germania, con rappresentare i molti aggravii, de' quali si doleva forte la loro nazione. Ne faceano istanza anche i protestanti, ma con condizioni disconvenevoli all'autorità della Chiesa cattolica. Egli è ben lecito il credere, che se di buona ora si fosse convocato, secondo il costume inveterato della religion cristiana, un sì fatto concilio, e si fosse provveduto a' tanti disordini che allora correano, e a' quali rimediò poscia il troppo tardi,ma pure una volta raunato, concilio di Trento, non sarebbe stato sì grande lo squarcio della religione che tuttavia sussiste.Papa Leone Xapplicato alle guerre, nulla ne fece. Se avesse goduto più lunga vita il buonpapa Adriano VI, l'avrebbe fatto. Succeduto a luiClemente VII, fu distratto anch'egli dalle sue politiche e guerriere applicazioni; e quantunque l'Augusto Carlo Vne facesse più istanze, e massimamente in quest'anno col medesimo papa in Bologna, pure nulla mai si conchiuse. Pensano il Guicciardini ed altri che Clemente vi abborrisse per timore che ne scapitasse la corte romana, e che troppo si venisse a tagliare; e quando anche consentiva, proponeva di tenere esso concilio in Roma, o Bologna, o Piacenza, città del suo dominio, acciocchè sempre restasse a lui la briglia in mano. Ma ch'egli non nutrisse questa avversione, e che s'interponessero varie altre difficoltà alla convenzion d'esso concilio, si può vedere nella celebre Storia del concilio di Trento, composta dal cardinale Pallavicino. Comunque fosse, certo è che, vivente esso pontefice, il concilio generale restò confinato ne' soli desiderii di chi compiagnea le piaghe della religione e della Chiesa, e che a man salva seguitarono, anzi crebbero, i precedenti sconcerti in danno della religione cristiana.

In questo medesimo anno sul fine di agosto seguì un grave scandalo in Parma. Gran tempo era che gli ecclesiastici per quasi tutte le provincie erano caricati di decime: gravezze giuste, allorchè si trattava di adoperare il danaro in difesa della cristianità contra de' Turchi o degli eretici; ma non già tali, qualora avea da servire l'aggravio del clero alle guerre private de' papi e de' monarchi cristiani. Davasi poi in appalto la riscossione di queste decime a varie persone, le quali, volendo anch'esse profittare, usavano rigori eccessivi, con esigere ancora i frutti delle decime non pagate. Informato dunque Vincenzo Cavina, canonico imolese,e commissario del papa, che a' suoi coadiutori in Parma era stato impedito l'attaccare i cedoloni al duomo per l'esazion delle decime di due anni, e di tutti i frutti, se n'andò tutto in collera a quella città. Ma, in voler esporre essi cedoloni, saltarono fuori i preti, e con esso loro si unì il popolo. Essendo egli fuggito nel palazzo, fu gittata a terra la porta, e il misero a furia di popolo restò da tante ferite trucidato, che non appariva in lui forma d'uomo. Egli è da credere che per tale eccesso fosse posto a Parma l'interdetto, siccome nel dì 17 d'ottobre del 1530 il papa l'avea posto in Ferrara, perchè renitente era il clero a pagar le decime, gastigando in questa maniera gli innocenti secolari per li mancamenti dei cherici. In Modena poi nello stesso anno nel dì 3 di marzo predicando fra Francesco da Castelcaro de' Minori osservanti nel duomo, pubblicò un breve, scritto dal Signor nostro Gesù Cristo a tutti i Cristiani:Datum in paradiso terrestri, a creationis mundi die sexto, pontificatus nostri anno aeterno, confirmatum et sigillatum die Parasceves in montes Calvariae, ec. In questo breve il Signore approva e conferma con autorità divina la regola di essi frati minori osservanti, conchiudendo infine colla seguente clausola:Nulli ergo omnino hominum liceat hanc paginam nostrae confirmationis, ec. Tommasino Lancilotto ebbe la fortuna d'impetrar copia di questo mirabil breve da quel buon religioso, e come una gemma l'inserì nel suo Diario manuscritto della città di Modena.O tempora! o mores!


Back to IndexNext