MDXXXIII

MDXXXIIIAnno diCristoMDXXXIII. IndizioneVI.Clemente VIIpapa 11.Carlo Vimperadore 15.Mentre si trattenevano nel verno di quest'anno in Bolognapapa Clementee l'Augusto Carlo, continui ragionamenti e congressi seguirono fra loro. Tre principalmente furono i punti che si dibatterono:cioè quello del concilio, intorno al quale altro io non intendo di parlare. Il secondo era che, sapendo l'imperadore come il pontefice avea de' segreti maneggi per collocareCaterina de Medici, figlia legittima diLorenzo de Mediciil giovane, già duca d'Urbino, nè piacendogli questo attaccamento del pontefice alla corona di Francia, per sospetto che, in occasione del progettato matrimonio, si manipolasse qualche trama in favor de' Franzesi e in danno de' suoi Stati in Italia; gran premura fece perchè Caterina si desse per moglie aFrancesco Sforza ducadi Milano. Ma s'andò sempre schermendo il papa, in guisa che rimasero vane le batterie di Cesare sopra questo punto. Il terzo e più importante era di formare una lega in Italia, per assicurarsi che niuna potenza straniera ne turbasse la quiete, e che specialmente non fosse molestata Genova, nè il duca di Milano. Furono invitati a questa lega i Veneziani; ma concorsero in loro delle ragioni di non far nuove leghe, esibendosi di mantener le vecchie. Anche al duca di Ferrara furono fatte somiglianti istanze; ed egli opponeva, che avendo il pontefice rigettata ogni concordia con lui, era obbligato a tener buoni presidii per difendere il proprio, senza poter pensare a spendere per la difesa altrui. Fece quanto potè l'imperadore per troncare la discordia suddetta; ma avea che fare con unponteficeche solamente s'induceva a perdonare a chi era più potente di lui. Però altro non potè carpire da papa Clemente se non la promessa di non offendere il duca per diciotto mesi avvenire. Pertanto si conchiuse la lega suddetta fra il pontefice, l'imperador Carlo, Ferdinando rede' Romani, ilduca di Milano, ilduca di Ferrara, Genovesi, SanesieLucchesi; e a tutti proporzionatamente venne assegnata la quota della contribuzione, per mantenere un esercito, di cui fosse capitan generaleAntonio da Leva. Compresi furono in essa anche ilduca di Savoiae quel diMantova, e tacitamente ancora iFiorentini. Fu poi essa solennemente pubblicata nella festa di San Mattia di febbraio.Ebbe Clemente VII la consolazione in questi tempi di veder comparire in Bologna un'ambasciata diGiovanni re di Portogallo, che gli portò anche una lettera del re di Etiopia, appellatoDavide, il quale mostrava desiderio di unire quella vasta cristianità meridionale alla Chiesa romana. A nome d'esso re venne ancheFrancesco Alvarezprete portoghese, quel medesimo di cui abbiamo una gustosa Relazione de' paesi e costumi di que' popoli cristiani, che oggidì niuna comunicazione hanno cogli Europei, perchè stretti dai Turchi, dai Gallani e da altri infedeli. Era creduto allora che il prete Janni, mentovato da Marco Polo, altro non fosse che il suddetto re dell'Etiopia. Le lettere d'esso re David, della regina moglie e del principe figlio, siccome ancora l'ubbidienza da essi prestata al romano pontefice, si leggono negli Annali Ecclesiastici del Rinaldi. Ma così bell'apparato andò poi a finire in nulla; e a' nostri tempi non solo unione alcuna non passa fra la Chiesa romana e quei cristiani, macchiati di qualche eresia, ma v'ha pubblica nemicizia. Terminati i sopraddetti affari l'Augusto Carlo V, nell'ultimo giorno di febbraio, prese congedo dal papa, e s'inviò a Pavia, dove giunto, si fermò alcuni giorni conAntonio da Leva. Di là passato a Genova, ed imbarcatosi sulle galee di Andrea Doria, fece poi vela alla volta di Spagna, portando seco de' non lievi sospetti dell'animo del papa verso di sè. Nel dì 10 di marzo anche il pontefice mosso da Bologna, per la Romagna e Marca si trasferì a Roma. Già si è detto che l'amore del nepotismo era il mobile principale nel cuor di questo politico pontefice. L'ingrandimento procurato alduca Alessandrosuo nipote, colla depression della repubblica fiorentina, non pareva a lui durevole. Per ben assicurarlo avea già ricavata parola da Cesare che sarebbedata in moglie ad AlessandroMargheritafiglia naturale di esso Augusto, la quale appunto in quest'anno, essendo in età di dodici anni, fu mandata da Carlo suo padre a Napoli, per essere educata dalla moglie didon Francesco di Toledovicerè, e passando per Firenze, vi si fermò per otto giorni, onorata con assaissime feste e tripudii. Glorioso era per la casa de Medici questo parentado; ma un più cospicuo ne maneggiava intanto l'indefesso pontefice, con istudiarsi di dare in moglie adArrigosecondogenito delre Francesco Ie duca d'Orleans,Caterinafiglia legittima, siccome dissi, diLorenzo de Medici, già duca d'Urbino. Oltre al grande cuore che si accresceva con questi due sì riguardevoli matrimonii alla famiglia sua, considerava il papa di fortificare talmente, coll'appoggio di così possenti monarchi, lo Stato del duca Alessandro, che non potesse mai traballare.Affin dunque d'effettuare questo insigne negozio, determinò, senza verun riguardo all'alta sua dignità, di passar fino a Nizza, e, secondo il concerto fatto, di abboccarsi ivi colre Cristianissimo, palliando questo viaggio, secondo l'attestato del Guicciardini, con dire di voler trattare del bene della cristianità, e di mettere nella buona via ilre d'Inghilterra. Pertanto, mandata innanzi la nipote Caterina a Nizza, si mosse da Roma nel dì 9 di settembre, e andò ad imbarcarsi a Porto Pisano sulle galee di Francia e di Andrea Doria. È perciocchè alduca di Savoiaper timore di Cesare non piacque il congresso disegnato in Nizza fra papa Clemente e il re Francesco, passò esso pontefice a Marsilia, dove approdò nel dì 11 di ottobre. È da stupire come il Varchi, allora vivente, scrivesse seguito il loro abboccamento in Nizza. Splendidissimo fu il suo ingresso in Marsilia, e crebbe la magnificenza allorchè colà pervennero il re Cristianissimo, laregina Leonorae i tre principi loro figli e le figlie, con incredibil concorso di prelati e baroni di tutto il regno. Vien descrittaquella memorabil funzione dal carmelitano fra Paolo ne' suoi Annali manoscritti, e in parte dall'annalista pontifizio Rinaldi e dal Giovio. La conclusione fu che ivi si celebrarono con somma pompa le nozze di Caterina de Medici, per la cui dote si obbligò il pontefice di pagare cento mila scudi d'oro in contanti, oltre alla cessione degli Stati posseduti in Francia dalla madre di Caterina, i quali rendeano circa dieci mila ducati d'oro l'anno. Si legge presso il Du-Mont lo strumento di esso matrimonio, stipulato nel dì 27 d'ottobre dell'anno presente. Grandiosi spettacoli, sontuosi conviti ed altri splendidi divertimenti per trenta giorni tennero ivi in gran festa quella corte e città; e quattro cardinali furono creati ad istanza del re Cristianissimo. Finalmente, partitosi il papa da Marsilia nel dì 12 di novembre, solamente nel dì 10 di dicembre entrò in Roma, tutto contento di sè medesimo, per aver condotta la famiglia sua tanto inferiore ad imparentarsi coi monarchi primarii della cristianità. Comune voce fu, siccome abbiamo dal Guicciardini, dal Belcaire e dal Varchi, che trattasse il re di Francia dell'acquisto del ducato di Milano: al che inclinasse anche il pontefice, per darlo alduca d'Orleans, divenuto marito della nipote. Ma queste verisimilmente furono dicerie di que' che fanno con gran facilità gl'interpreti dei gabinetti de' principi; perchè il solo papa trattò sempre secretamente col re degli affari, e questi rimasero sigillati nel cuor loro e de' soli loro fidati ministri. E quando pur fosse vero, più tempo non restò al pontefice per eseguir siffatti disegni.Si è fatta menzione altrove dell'abbate di Farfa, cioè diNapoleone Orsino, uomo facinoroso, condottier d'armati, e famoso più per le sue iniquità che pel suo valore. Costui nell'anno presente, volendo ricuperare le castella di sua giurisdizione, fece una massa de' suoi amici e soldati in Narni e Spoleti, e con essi andò a impossessarsidegli Stati paterni. Ebbero fortuna di salvarsi a RomaGirolamoeFrancescosuoi fratelli, lasciando in preda tutti i lor preziosi mobili all'invasore, il quale, non contento di questo, si diede a scorrere tutto il circonvicino paese con ruberie, e con far prigione chiunque potea pagar le taglie. A lui ancora riuscì di aver nelle mani Girolamo suo fratello, e di carcerarlo in Vicovaro. Per queste violenze fece ricorso apapa Clementesua matrigna, cioèFelicefiglia diGiulio II, e già moglie diGian-Giordano Orsino, ed impetrò ch'egli spedisse l'esercito pontificio contro d'esso abbate di Farfa. V'ha chi scrive cheLuigi Gonzaga, soprannominato Rodomonte, nello assedio di Viscovaro, colpito da una archibusata, ivi lasciò la vita, e in suo luogo al comando succedetteGiulio Acquaviva ducad'Atri, il quale stabilì tra i fratelli un accordo. Ma, se non falla Alessandro Sardi nella sua Storia manoscritta, si trova vivente questo medesimo Gonzaga nelle guerre di Piemonte dell'anno 1537. Ritirossi l'abbate di Farfa a Venezia, e di là passò in Francia, ed allorchè papa Clemente fu in Marsilia, coll'interposizione del re Cristianissimo ottenne il perdono dalla santità sua. Tornato poscia a Roma, perchè contro il suo volere data fu in moglie una sua sorella ad un principe napoletano, mentre essa era condotta a Napoli, con alquanti suoi sgherri andò per rapirla. Se ne avvide Girolamo suo fratello, che accompagnava la sposa con trenta uomini a cavallo; e andatogli incontro, con molte ferite gli tolse la vita, continuando poscia il suo viaggio a Napoli. Gran tempo era che in Ferrara veniva magnificamente trattata dal duca AlfonsoIsabellagià regina di Napoli conGiuliasua figlia. Tanto si adoperò esso duca, che conchiuse il matrimonio di questa sventurata principessa infante conGian-Giorgionovello marchese di Monferrato: e lo sposalizio fu fatto nella città suddetta a dì 29 di marzo. S'inviò essa a dì 3 diaprile alla volta di Casale; ma nel dì 30 d'esso mese Gian-Giorgio, sorpreso da un parossismo, terminò le allegrezze nuziali e la vita; e, secondo gli Annali manoscritti di Ferrara, che ciò raccontano,si scoprì che era morto di veleno. Altri nondimeno scrissero che da gran tempo languiva la sua sanità, e però è facile che mancasse di morte naturale: al che forse contribuì anche il suo matrimonio. Mancò in questo principe quel ramo della nobilissima imperial casa Paleologa, che già vedemmo portato da Costantinopoli al possesso del Monferrato; e non avendo egli lasciata successione maschile, i ministri cesarei presero il possesso di quel florido paese, finchè l'imperador giudicasse a chi ne appartenesse il dominio. Per la mancanza de' maschi, pretendevaCarlo duca di Savoiaquegli Stati. Ma perchè quell'insigne feudo dovea forse passar nelle femmine, fu poi, siccome dirò a suo tempo, decretato che ne fosse eredeMargheritadi lui nipote, moglie diFederigo ducadi Mantova: con che venne la casa Gonzaga ad acquistare un dominio di maggior estensione che il proprio ducato. Ammalossi poi la suddettaregina Isabelladi passione per le disavventure della figlia, e nel dì 18 di maggio terminò i suoi giorni in Ferrara. Un orrido fatto ancora avvenuto nel presente anno merita luogo in questi Annali. Era tornato in possesso della Mirandola ilconte Gian-Francesco Picofiglio di un fratello del fuGiovanni Pico, cioè di chi fu appellato la Fenice degl'ingegni, ed avea acquistata anch'egli fama di letterato e filosofo distintissimo ai suoi tempi, siccome ne fan fede le Opere sue stampate. Sopra quella nobil terra avea delle non ingiuste pretensioniGaleotto contedella Concordia, figlio di un fratello di esso Gian-Francesco, cioè di quelconte Lodovico Picoche in guerra fu ucciso nell'anno 1509. Nella notte del dì 15 di ottobre si mosse Galeotto dalla Concordia con quaranta uomini suoi, che seco portarono molte scale,Ossia che nelle fosse della Mirandola trovasse preparata una barchetta, o che ancor questa seco la portassero, certo è che superate le fosse, ed applicate le scale, senza rumore salirono le mura, e, dopo, aver uccise tre o quattro guardie che dormivano, passarono fino alla camera di Gian-Francesco. Rottane la porta, il trovarono che, udito lo strepito, si era andato ad inginocchiare davanti una immagine di Cristo crocefisso. Ivi crudelmente il trucidarono: fine miserabile, non degno veramente d'uomo sì eccellente, il quale siccome ad un raro sapere avea accoppiata una non minor pietà, così avea imparato a tener ben contento del governo suo quel popolo. La stessa barbarie fu esercitata contra diAlbertodi lui figlio, giovane di grande espettazione. Fu salvata la vita per misericordia aPaolo, altro di lui figlio; ma contro altri di quella famiglia, e fin contro le donne inferocì l'iniquo Galeotto. Con questa facilità s'impadronì egli di quella quasi inespugnabile terra o città, e il popolo nel giorno seguente, non potendo di meno, il riconobbe pel loro signore.

Mentre si trattenevano nel verno di quest'anno in Bolognapapa Clementee l'Augusto Carlo, continui ragionamenti e congressi seguirono fra loro. Tre principalmente furono i punti che si dibatterono:cioè quello del concilio, intorno al quale altro io non intendo di parlare. Il secondo era che, sapendo l'imperadore come il pontefice avea de' segreti maneggi per collocareCaterina de Medici, figlia legittima diLorenzo de Mediciil giovane, già duca d'Urbino, nè piacendogli questo attaccamento del pontefice alla corona di Francia, per sospetto che, in occasione del progettato matrimonio, si manipolasse qualche trama in favor de' Franzesi e in danno de' suoi Stati in Italia; gran premura fece perchè Caterina si desse per moglie aFrancesco Sforza ducadi Milano. Ma s'andò sempre schermendo il papa, in guisa che rimasero vane le batterie di Cesare sopra questo punto. Il terzo e più importante era di formare una lega in Italia, per assicurarsi che niuna potenza straniera ne turbasse la quiete, e che specialmente non fosse molestata Genova, nè il duca di Milano. Furono invitati a questa lega i Veneziani; ma concorsero in loro delle ragioni di non far nuove leghe, esibendosi di mantener le vecchie. Anche al duca di Ferrara furono fatte somiglianti istanze; ed egli opponeva, che avendo il pontefice rigettata ogni concordia con lui, era obbligato a tener buoni presidii per difendere il proprio, senza poter pensare a spendere per la difesa altrui. Fece quanto potè l'imperadore per troncare la discordia suddetta; ma avea che fare con unponteficeche solamente s'induceva a perdonare a chi era più potente di lui. Però altro non potè carpire da papa Clemente se non la promessa di non offendere il duca per diciotto mesi avvenire. Pertanto si conchiuse la lega suddetta fra il pontefice, l'imperador Carlo, Ferdinando rede' Romani, ilduca di Milano, ilduca di Ferrara, Genovesi, SanesieLucchesi; e a tutti proporzionatamente venne assegnata la quota della contribuzione, per mantenere un esercito, di cui fosse capitan generaleAntonio da Leva. Compresi furono in essa anche ilduca di Savoiae quel diMantova, e tacitamente ancora iFiorentini. Fu poi essa solennemente pubblicata nella festa di San Mattia di febbraio.

Ebbe Clemente VII la consolazione in questi tempi di veder comparire in Bologna un'ambasciata diGiovanni re di Portogallo, che gli portò anche una lettera del re di Etiopia, appellatoDavide, il quale mostrava desiderio di unire quella vasta cristianità meridionale alla Chiesa romana. A nome d'esso re venne ancheFrancesco Alvarezprete portoghese, quel medesimo di cui abbiamo una gustosa Relazione de' paesi e costumi di que' popoli cristiani, che oggidì niuna comunicazione hanno cogli Europei, perchè stretti dai Turchi, dai Gallani e da altri infedeli. Era creduto allora che il prete Janni, mentovato da Marco Polo, altro non fosse che il suddetto re dell'Etiopia. Le lettere d'esso re David, della regina moglie e del principe figlio, siccome ancora l'ubbidienza da essi prestata al romano pontefice, si leggono negli Annali Ecclesiastici del Rinaldi. Ma così bell'apparato andò poi a finire in nulla; e a' nostri tempi non solo unione alcuna non passa fra la Chiesa romana e quei cristiani, macchiati di qualche eresia, ma v'ha pubblica nemicizia. Terminati i sopraddetti affari l'Augusto Carlo V, nell'ultimo giorno di febbraio, prese congedo dal papa, e s'inviò a Pavia, dove giunto, si fermò alcuni giorni conAntonio da Leva. Di là passato a Genova, ed imbarcatosi sulle galee di Andrea Doria, fece poi vela alla volta di Spagna, portando seco de' non lievi sospetti dell'animo del papa verso di sè. Nel dì 10 di marzo anche il pontefice mosso da Bologna, per la Romagna e Marca si trasferì a Roma. Già si è detto che l'amore del nepotismo era il mobile principale nel cuor di questo politico pontefice. L'ingrandimento procurato alduca Alessandrosuo nipote, colla depression della repubblica fiorentina, non pareva a lui durevole. Per ben assicurarlo avea già ricavata parola da Cesare che sarebbedata in moglie ad AlessandroMargheritafiglia naturale di esso Augusto, la quale appunto in quest'anno, essendo in età di dodici anni, fu mandata da Carlo suo padre a Napoli, per essere educata dalla moglie didon Francesco di Toledovicerè, e passando per Firenze, vi si fermò per otto giorni, onorata con assaissime feste e tripudii. Glorioso era per la casa de Medici questo parentado; ma un più cospicuo ne maneggiava intanto l'indefesso pontefice, con istudiarsi di dare in moglie adArrigosecondogenito delre Francesco Ie duca d'Orleans,Caterinafiglia legittima, siccome dissi, diLorenzo de Medici, già duca d'Urbino. Oltre al grande cuore che si accresceva con questi due sì riguardevoli matrimonii alla famiglia sua, considerava il papa di fortificare talmente, coll'appoggio di così possenti monarchi, lo Stato del duca Alessandro, che non potesse mai traballare.

Affin dunque d'effettuare questo insigne negozio, determinò, senza verun riguardo all'alta sua dignità, di passar fino a Nizza, e, secondo il concerto fatto, di abboccarsi ivi colre Cristianissimo, palliando questo viaggio, secondo l'attestato del Guicciardini, con dire di voler trattare del bene della cristianità, e di mettere nella buona via ilre d'Inghilterra. Pertanto, mandata innanzi la nipote Caterina a Nizza, si mosse da Roma nel dì 9 di settembre, e andò ad imbarcarsi a Porto Pisano sulle galee di Francia e di Andrea Doria. È perciocchè alduca di Savoiaper timore di Cesare non piacque il congresso disegnato in Nizza fra papa Clemente e il re Francesco, passò esso pontefice a Marsilia, dove approdò nel dì 11 di ottobre. È da stupire come il Varchi, allora vivente, scrivesse seguito il loro abboccamento in Nizza. Splendidissimo fu il suo ingresso in Marsilia, e crebbe la magnificenza allorchè colà pervennero il re Cristianissimo, laregina Leonorae i tre principi loro figli e le figlie, con incredibil concorso di prelati e baroni di tutto il regno. Vien descrittaquella memorabil funzione dal carmelitano fra Paolo ne' suoi Annali manoscritti, e in parte dall'annalista pontifizio Rinaldi e dal Giovio. La conclusione fu che ivi si celebrarono con somma pompa le nozze di Caterina de Medici, per la cui dote si obbligò il pontefice di pagare cento mila scudi d'oro in contanti, oltre alla cessione degli Stati posseduti in Francia dalla madre di Caterina, i quali rendeano circa dieci mila ducati d'oro l'anno. Si legge presso il Du-Mont lo strumento di esso matrimonio, stipulato nel dì 27 d'ottobre dell'anno presente. Grandiosi spettacoli, sontuosi conviti ed altri splendidi divertimenti per trenta giorni tennero ivi in gran festa quella corte e città; e quattro cardinali furono creati ad istanza del re Cristianissimo. Finalmente, partitosi il papa da Marsilia nel dì 12 di novembre, solamente nel dì 10 di dicembre entrò in Roma, tutto contento di sè medesimo, per aver condotta la famiglia sua tanto inferiore ad imparentarsi coi monarchi primarii della cristianità. Comune voce fu, siccome abbiamo dal Guicciardini, dal Belcaire e dal Varchi, che trattasse il re di Francia dell'acquisto del ducato di Milano: al che inclinasse anche il pontefice, per darlo alduca d'Orleans, divenuto marito della nipote. Ma queste verisimilmente furono dicerie di que' che fanno con gran facilità gl'interpreti dei gabinetti de' principi; perchè il solo papa trattò sempre secretamente col re degli affari, e questi rimasero sigillati nel cuor loro e de' soli loro fidati ministri. E quando pur fosse vero, più tempo non restò al pontefice per eseguir siffatti disegni.

Si è fatta menzione altrove dell'abbate di Farfa, cioè diNapoleone Orsino, uomo facinoroso, condottier d'armati, e famoso più per le sue iniquità che pel suo valore. Costui nell'anno presente, volendo ricuperare le castella di sua giurisdizione, fece una massa de' suoi amici e soldati in Narni e Spoleti, e con essi andò a impossessarsidegli Stati paterni. Ebbero fortuna di salvarsi a RomaGirolamoeFrancescosuoi fratelli, lasciando in preda tutti i lor preziosi mobili all'invasore, il quale, non contento di questo, si diede a scorrere tutto il circonvicino paese con ruberie, e con far prigione chiunque potea pagar le taglie. A lui ancora riuscì di aver nelle mani Girolamo suo fratello, e di carcerarlo in Vicovaro. Per queste violenze fece ricorso apapa Clementesua matrigna, cioèFelicefiglia diGiulio II, e già moglie diGian-Giordano Orsino, ed impetrò ch'egli spedisse l'esercito pontificio contro d'esso abbate di Farfa. V'ha chi scrive cheLuigi Gonzaga, soprannominato Rodomonte, nello assedio di Viscovaro, colpito da una archibusata, ivi lasciò la vita, e in suo luogo al comando succedetteGiulio Acquaviva ducad'Atri, il quale stabilì tra i fratelli un accordo. Ma, se non falla Alessandro Sardi nella sua Storia manoscritta, si trova vivente questo medesimo Gonzaga nelle guerre di Piemonte dell'anno 1537. Ritirossi l'abbate di Farfa a Venezia, e di là passò in Francia, ed allorchè papa Clemente fu in Marsilia, coll'interposizione del re Cristianissimo ottenne il perdono dalla santità sua. Tornato poscia a Roma, perchè contro il suo volere data fu in moglie una sua sorella ad un principe napoletano, mentre essa era condotta a Napoli, con alquanti suoi sgherri andò per rapirla. Se ne avvide Girolamo suo fratello, che accompagnava la sposa con trenta uomini a cavallo; e andatogli incontro, con molte ferite gli tolse la vita, continuando poscia il suo viaggio a Napoli. Gran tempo era che in Ferrara veniva magnificamente trattata dal duca AlfonsoIsabellagià regina di Napoli conGiuliasua figlia. Tanto si adoperò esso duca, che conchiuse il matrimonio di questa sventurata principessa infante conGian-Giorgionovello marchese di Monferrato: e lo sposalizio fu fatto nella città suddetta a dì 29 di marzo. S'inviò essa a dì 3 diaprile alla volta di Casale; ma nel dì 30 d'esso mese Gian-Giorgio, sorpreso da un parossismo, terminò le allegrezze nuziali e la vita; e, secondo gli Annali manoscritti di Ferrara, che ciò raccontano,si scoprì che era morto di veleno. Altri nondimeno scrissero che da gran tempo languiva la sua sanità, e però è facile che mancasse di morte naturale: al che forse contribuì anche il suo matrimonio. Mancò in questo principe quel ramo della nobilissima imperial casa Paleologa, che già vedemmo portato da Costantinopoli al possesso del Monferrato; e non avendo egli lasciata successione maschile, i ministri cesarei presero il possesso di quel florido paese, finchè l'imperador giudicasse a chi ne appartenesse il dominio. Per la mancanza de' maschi, pretendevaCarlo duca di Savoiaquegli Stati. Ma perchè quell'insigne feudo dovea forse passar nelle femmine, fu poi, siccome dirò a suo tempo, decretato che ne fosse eredeMargheritadi lui nipote, moglie diFederigo ducadi Mantova: con che venne la casa Gonzaga ad acquistare un dominio di maggior estensione che il proprio ducato. Ammalossi poi la suddettaregina Isabelladi passione per le disavventure della figlia, e nel dì 18 di maggio terminò i suoi giorni in Ferrara. Un orrido fatto ancora avvenuto nel presente anno merita luogo in questi Annali. Era tornato in possesso della Mirandola ilconte Gian-Francesco Picofiglio di un fratello del fuGiovanni Pico, cioè di chi fu appellato la Fenice degl'ingegni, ed avea acquistata anch'egli fama di letterato e filosofo distintissimo ai suoi tempi, siccome ne fan fede le Opere sue stampate. Sopra quella nobil terra avea delle non ingiuste pretensioniGaleotto contedella Concordia, figlio di un fratello di esso Gian-Francesco, cioè di quelconte Lodovico Picoche in guerra fu ucciso nell'anno 1509. Nella notte del dì 15 di ottobre si mosse Galeotto dalla Concordia con quaranta uomini suoi, che seco portarono molte scale,Ossia che nelle fosse della Mirandola trovasse preparata una barchetta, o che ancor questa seco la portassero, certo è che superate le fosse, ed applicate le scale, senza rumore salirono le mura, e, dopo, aver uccise tre o quattro guardie che dormivano, passarono fino alla camera di Gian-Francesco. Rottane la porta, il trovarono che, udito lo strepito, si era andato ad inginocchiare davanti una immagine di Cristo crocefisso. Ivi crudelmente il trucidarono: fine miserabile, non degno veramente d'uomo sì eccellente, il quale siccome ad un raro sapere avea accoppiata una non minor pietà, così avea imparato a tener ben contento del governo suo quel popolo. La stessa barbarie fu esercitata contra diAlbertodi lui figlio, giovane di grande espettazione. Fu salvata la vita per misericordia aPaolo, altro di lui figlio; ma contro altri di quella famiglia, e fin contro le donne inferocì l'iniquo Galeotto. Con questa facilità s'impadronì egli di quella quasi inespugnabile terra o città, e il popolo nel giorno seguente, non potendo di meno, il riconobbe pel loro signore.


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