MDXXXIV

MDXXXIVAnno diCristoMDXXXIV. Indiz.VII.Paolo IIIpapa 1.Carlo Vimperadore 16.Fu in quest'anno chepapa Clementeproferì la sentenza sua contra diArrigo VIIIre d'Inghilterra, a cagione del suo divorzio daCaterina d'Austriasua legittima consorte: il che fece maggiormente peggiorare gli affari della religione cattolica in quel regno sotto un re perduto dietro alle femmine e crudele. Da molti fu lodata la costanza del pontefice in questa controversia; ma abbondarono ancora altri che biasimarono cotal risoluzione, perchè riuscì troppo funesta alla Chiesa di Dio. Gran terrore nel presente anno si sparse per l'Italia, e massimamente in Roma, per cagione di Ariadeno Barbarossa, gran corsaro, e generale dell'armata navale del sultano dei TurchiSolimano. Venendo costui di Levante con formidabil quantità di navi armate, passò per lo stretto di Messina, e, dopo aver saccheggiati varii luoghi in quelle coste, arrivò a Capri, vicino a Napoli. Fu ben creduto che s'egli avesse assalita essa città di Napoli, oppure Roma, l'avrebbe sottomessa: tanta era la costernazione di que' popoli. Diede costui il sacco a Procida, Fondi, Terracina ed altri luoghi, menando poi seco in ischiavitù gran copia di poveri cristiani. Dimorava in Fondi Giulia Gonzaga, moglie di Vespasiano Colonna duca di Traietto e conte di essa città di Fondi. Voce correa che in bellezza ella superasse tutte le altre donne d'Italia. Ne giunse la fama sino al Barbarossa, il quale perciò si mise in pensiero di far quella caccia per voglia di presentare al gran signore una sì vaga preda. Gli andò fallito il colpo. Mentre egli con due mila Turchi sbarcati era dietro una notte a scalare le mura di Fondi, svegliata la giovane duchessa, e conosciuto il pericolo, coi piè nudi ebbe tempo di fuggire, e di salvarsi il meglio che potè fuori della terra, lasciando scornato il barbaro cacciatore, il quale infierì poscia contro i poveri abitanti. Che Giulia cadesse fuggendo in mano de' banditi, fu una frangia fatta dagli scioperati maligni a questo avvenimento. Poco appresso il crudel corsaro indirizzò le prore verso Tunisi, di cui e del suo regno seppe poi a forza d'inganni insignorirsi. Gran rumore avea fatto in addietro, e maggior lo fece in quest'anno, quanto avvenne aLuigi Gritti. Era egli figlio diAndrea Gritti dogein questi tempi della repubblica veneta. Essendo egli tornato a Costantinopoli, dove era nato, allorchè il padre vi stette come bailo, talmente s'insinuò nella grazia di Solimano, che divenne suo confidente e generale nella spedizion da lui fatta contra diFerdinando rede' Romani in favor diGiovanni red'Ungheria: il che fu di non lieve scandalo fra i Cristiani. Ma trovandosi egli nell'autunnodell'anno presente nella Transilvania, per aver crudelmente ordinata la morte diAmerico vescovodi Varadino, quei popoli, amanti dell'infelice ucciso prelato, sì Ungheri che Transilvani, raunato un potente esercito, volarono ad assediarlo in Cibach nel mese d'ottobre. Andò a finir quella festa nella morte di esso Gritti, che restò vittima del lor furore insieme con tutti i giannizzeri ed altri Turchi del suo seguito. Non si sa ch'egli avesse mai abiurata la religione cristiana. Solamente si sospettò ch'egli fosse per fare un dì questo salto; ma il Giovio lasciò difesa, per quanto si potè, la di lui memoria.Desiderava il papa, e con esso lui tutti i principi d'Italia, cheFrancesco Sforza ducadi Milano, accasandosi con qualche principessa, tentasse di lasciar successione nella sua casa, affinchè quel ducato, per mancanza di figli, non ricadesse in mano dell'imperadore, secondo i patti. Per quetare tanta gelosia, lo stessoAugusto Carlogli procurò una ragguardevole alleanza, con dargli in moglieCristiernafiglia delre di Danimarcae nipote sua. Fu condotta questa real principessa nel mese d'aprile a Milano, città che, quasi dimentica di tante passate sciagure, fece mirabili feste di apparati, d'archi trionfali e d'altri spettacoli in sì gioiosa occasione. Vi entrò essa con incredibile accompagnamento di nobiltà e di popolo sotto ricco baldacchino, avendo ai lati suoiErcole Gonzaga cardinaleeAntonio da Levagenerale di Cesare. Dopo essere stata al duomo, passò al castello, dove le venne incontro il duca, appena reggendosi col bastone in piedi, che in quel palazzo da lì a poco colle sacre funzioni della Chiesa solennemente la sposò. Riuscì di consolazione a tutta l'Italia questo matrimonio, per la speranza di vederne frutti a suo tempo; ma questi mai non si videro, ridendosi i saggi di questo tentativo, come di un matrimonio da commedia, perchè troppo era mal ridotta la sanità di quello sfortunatoprincipe. Neppur molto contento della sua cominciò ad esserepapa Clemente, perchè lo stomaco infiacchito non soddisfaceva al consueto suo uffizio. Questi sentori della nostra mortalità diedero a lui motivo di sollecitare in Firenze la fabbrica di una fortezza, per cui si venisse sempre più ad assicurare lo Stato delduca Alessandrosuo nipote. Indusse ancora ilduca di Ferrara, benchè odiato da lui, a fare sloggiar dai suoi Stati tutti i Fiorentini fuorusciti che colà si erano rifugiati. Dianzi ancora gli avea fatti cacciar da Roma, Venezia, Genova ed Ancona. Nel giugno sopraggiunse ad esso papa una lenta e leggiera febbre con qualche dolor colico, di cui andò talvolta migliorando, ma poi ricadendo. Comparve nel seguente luglio una cometa, ed ecco subito gli speculativi invasati dalla ridicola opinione che tali fenomeni predicano morti ed altre disavventure ai principi della terra, correre a credere disegnata in cielo la mancanza del pontefice. Il Varchi ancora lasciò scritto che da un santo monaco della riviera di Genova era stato predetto a papa Clemente VII non solamente il pontificato, ma anche il tempo della morte, cioè nell'anno stesso in cui fosse mancato di vita quel monaco; e che il pontefice, nel tornare da Marsilia, cercatone conto, il trovò poco fa defunto: laonde immaginò non lontano il suo fine. Può essere che ancor questa fosse una diceria o inventata da qualche cervello visionario dopo la morte di lui, o nata nel volgo ignorante e facile a sognare; perchè per altro la sconcertata sanità di Clemente bastò senza rivelazione a fargli comprendere che si appressava il passaggio alla altra vita.Crebbero pertanto i suoi malori, di modo che nel settembre egli terminò la carriera del suo vivere. Grande imbroglio ch'è nella storia l'accertare i punti minuti della cronologia. Il Segni il fa mancato di vita nel dì 24 di settembre. Fra Paolo carmelita, che in questi tempiscriveva i suoi Annali, mette la sua morte nel dì 26 d'esso mese. Con lui va d'accordo il Giovio, anch'esso contemporaneo, mentre la dice avvenutasexto kalendas octobris, cioè nel dì 26 di settembre. Ma altri il fanno passato a rendere conto a Dio nel dì 25 del mese suddetto, come il Guicciardini e Paolo Gualtieri nei suoi Diarii manuscritti, citati dal Rinaldi, dove dice, chenel dì 25 di settembre alle ore diciotto e mezza, egli spirò, e fu seppellito nel seguente dì 26. A questo giorno riferiscono la morte sua eziandio il Panvinio, il Ciacconio, l'Ammirati ed altri, i quali non di meno si può credere che seguissero il Guicciardini. Io non mi sento di faticare per decidere questo punto, quantunque a me paia più certo il dì 25, giacchè a noi basta di sapere che cessò di vivere papa Clemente in questi tempi: pontefice, a cui certamente non mancò il concetto d'ingegno politico, di molla accortezza e gravità, e che sapea ben maneggiar affari, simulare e dissimulare secondo i bisogni, e che dai politici d'allora tenuto sempre fu per uomo di doppia fede. Per fare da principe, secondo il rito de' mondani, la natura e la sperienza l'aveano fornito di molti aiuti. Ma se cercate in lui le virtù di pontefice vicario di Cristo, e qual bene egli facesse alla Chiesa in que' gran torbidi della religione, e quali abusi e disordini egli levasse, benchè da essi prendesse origine e pretesto il terribile scisma che tuttavia divide tanti popoli della vera Chiesa di Dio; non sarà sì facile il trovarlo. Troverete bensì, che egli si servì del pontificato, delle sue forze e de' suoi proventi per suscitare o mantener guerre; che fra gli altri disordini costarono un orrido sacco a Roma stessa, e un gran vilipendio alla sacratissima sua dignità. Molto più se ne servì egli per ispogliare della libertà Firenze sua patria, e per ingrandire, non dirò in forme oneste e discrete (che queste non è vietato), ma con insigni principati e parentadi sublimi la propria casa. Sequesto si accordi coll'intenzion di Dio, allorchè uno è intronizzato nella sedia di san Pietro, chiunque sa misurar le cose divine ed umane, non ha bisogno ch'io gliel dica. Certo è ch'egli morì odiato dalla corte per la sua stitichezza ed avarizia, quando poi scialacquava tanto nei volontarii suoi impegni di guerre; e più odiato dal popolo romano, perchè alla sua politica venivano attribuiti tutti i guai di quella città. A noi non è permesso l'entrare ne' giudizii occulti di Dio; ma i viventi d'allora non lasciarono d'osservare quasi un gastigo venuto dall'alto il miserabil fine di due suoi nipoti bastardi, cioè d'Ippolito cardinalee diAlessandro ducadi Firenze, per la grandezza dei quali cotanto egli avea mosso e cielo e terra. Imperciocchè esso cardinale e vicecancelliere arricchito da Clemente suo zio con tanti vescovati e benefizii, per invidia continua che portava ad Alessandro, tentò fino i tradimenti per occupargli la signoria, e terminò poi miseramente i suoi giorni nel seguente anno. Alessandro, perduto nelle disonestà e in altri vizii, qual fine facesse, lo diremo a suo luogo: di modo che in pochi anni dopo la morte di Clemente si vide schiantata la di lui linea maschile, e diroccati amendue quegl'idoli dell'ambizione sua.Prima di morire avea papa Clemente consigliato il cardinal suo nipote di promuovere al pontificato ilcardinale Alessandro Farnesedecano del sacro collegio; e però egli unitosi conGiovanni cardinal di Lorena, capo della fazione franzese, durò poca fatica ad assicurar la elezione di lui. Concorrevano nel Farnese molte degne qualità, perchè nato di antica e nobil casa, che ne' secoli addietro s'era acquistata gran riputazione nell'armi, e possedeva molte nobili castella. Era esso Alessandro, per li meriti di Giulia sua sorella, o parente, stato creato cardinale da Alessandro VI nel 1493. Oltracciò, si distingueva il Farnese per la sua letteratura, per la lunga sperienzadelle cose del mondo, e per la sua prudenza, mansuetudine ed affabilità. Aggiugnevasi l'età di sessantasette anni, e l'aver egli industriosamente fatto credere, per quanto potea, debole la sua complessione e sanità: il che trasse più facilmente a lui i voti degli altri porporati, inclinati sempre a desiderar scene nuove per la speranza di fare anch'eglino un dì la propria. Nè all'assunzione sua servì punto di remora l'avere egli un frutto dell'umana fragilità, cioèPier Luigisuo figlio, perchè in quel corrotto secolo non si guardava sì per minuto a tali deformità, come, la Dio mercè, si fa da gran tempo nella Chiesa di Dio. Fu dunque eletto papa il Farnese con universal consentimento del sacro collegio, e prese il nome diPaolo III. È da stupire come neppur vadano d'accordo gli scrittori nell'assegnare il dì dell'elezion sua. Il Ciacconio scrive che ciò avvenneVI idus octobris, cioè nel di 10 di ottobre. Altrettanto hanno gli Annali manoscritti di Ferrara e Andrea Morosino. Il vescovo Spondano negli Annali Ecclesiastici la mettetertio idus octobris, cioè nel di 13, e di questo stesso giorno parla anche il Segni. L'Oldoino la riferiscedie XI, seu verius ex MSto tabularii capitolini, die XIII octobris. Secondo il Varchi,nella notte susseguente ai quattordici giorni d'ottobrefu eletto papa il Farnese. Ma che questa elezione seguisse verso un'ora o due della notte susseguente aldì 12 d'ottobre, si dee credere, asserendolo il Panvinio e fra Paolo carmelitano, che in questi tempi scriveva i suoi Annali, e soprattutto il Rinaldi annalista pontificio, che cita i Diarii vaticani e gli Atti concistoriali. Gran festa fecero i Romani per l'assunzion di Paolo III, perchè lor nobile cittadino, giacchè per tanto tempo erano seduti nella cattedra di san Pietro solamente papi d'altre nazioni. Nè già mancarono turbolenze nello Stato ecclesiastico dopo la morte di papa Clemente VII. Imperciocchè nel dì ultimo di settembreRidolfo, figlio del fuMalatestaBaglionePerugino, essendo bandito dalla patria, ammassate alquante schiere di fanti e cavalli, andò ad impossessarsi di un borgo di Perugia; ma uscito il presidio papalino, dopo un lungo conflitto, restò obbligato il Baglione a ritirarsi. Nella notte poi del dì seguente, entrato che fu egli di nuovo nel borgo di San Pietro, ecco aprirgli quella porta i suoi parziali, co' quali avea intelligenza, e impadronirsi della città suddetta. Qui non si fermò il suo furore. Diede il Baglione alle fiamme il palazzo del vice-legato, cioè delvescovo di Terracina; e scoperto dove egli era fuggito, il fece prendere coi due suoi auditori, col cancelliere e con alcuni de' priori. Furono essi posti alla tortura, affinchè rivelassero i lor danari, e nel dì seguente condotti nudi nella pubblica piazza, ad ognuno di essi fu reciso il capo. Con tali iniquità si fece egli signore di Perugia. AncheMattia, figliuolo del viventeErcole Varano, s'era mosso di Lombardia nel dì primo d'ottobre con una gran frotta d'armati in varie barche, inviandosi per mare con disegno di ricuperar Camerino, il cui ducato pretendeva appartenere a sè stesso. Ebbe egli a combattere colla furia del mare, e dopo aver perduto i più del suo seguito, altro non guadagnò, che di salvar la vita tornando all'imboccatura del Po.Dacchè si partì da questa vita papa Clemente,Alfonso Iduca di Ferrara si figurava oramai di godere il resto dei suoi giorni in pace, perchè libero da un pontefice che con tante insidie e con odio sì continuato l'avea tenuto fin qui sempre in allarme. E tanto più sperò tornata la calma, per essere stato assunto al pontificato ilcardinal Farnese, personaggio fornito di miglior cuore e di massime più rette che il suo predecessore. Disegnava egli d'inviare a Romadon Ercolesuo primogenito per congratularsi col novello pontefice, e trattare con lui quell'accordo che non avea potuto ottenere da papa Clemente. Ma nel dì 28 di settembre cadde malato, e tanto andòcrescendo l'infermità sua, che nel dì 31 d'ottobre il condusse al fine de' suoi giorni: principe glorioso nel mondo, che in senno e valore ebbe pochi pari al suo tempo. E di queste sue doti abbisognò ben egli per potersi sostenere contra di tre potentissimi papi, che pieni di mondane passioni ardevano di voglia di spogliar la nobilissima casa d'Este degli antichi suoi dominii. Ma perchè di questo egregio principe, la cui vita fu scritta dal vescovo Giovio, ne ho parlalo io abbastanza nelle Antichità Estensi, nulla di più ne dirò qui. A lui succedette nel ducatoErcole IIsuo primogenito, signore di gran saviezza e d'ottimo cuore, che un buon governo fece anch'egli goder da lì innanzi ai sudditi suoi. Era in questi tempi governata la città di Camerino daCaterina Cibò, vedova del fuGiovanni Maria Varano, duca d'essa città, a nome diGiuliasua figliuola, creduta legittima erede di quello stato. Perchè il sopraccennatoMattia Varano, oppureErcolesuo padre, pretendeva a sè dovuto quel ducato, e coll'aiuto di non pochi fuorusciti teneva in continui timori e pericoli essa Caterina, questa trattò conFrancesco Maria duca d'Urbinodi dar per moglie aGuidubaldodi lui figliuolo primogenito la suddetta Giulia sua figlia. Colà dunque si portò esso Guidubaldo, e, dopo avere sposata quella principessa, si applicò in tutte le guise a fortificare e rendere come inespugnabile Camerino. Non doveano poi mancar delle buone ragioni alla menzionata Giulia su quel ducato, giacchè Clemente VII l'avea confermato al di lei padre e ai successori, ed era papa di tal animo e polso, che non avrebbe permesso alla figlia di continuare in quel dominio, senza che l'assistesse qualche legittimo titolo.Non l'intese così il novellopontefice Paolo III. Per l'influsso che correva in que' tempi, bramando anch'egli di fabbricare inPier LuigiFarnese suo figlio un gran principe, trovò che quel ducato era decaduto alla Chiesa romana. Però,pubblicati i monitorii contro di Caterina e di Giulia, venne alla sentenza e alle scomuniche. Fece quanto potè Francesco Maria duca d'Urbino per placare il papa, esibendosi di stare a ragione per questo. Passi, parole e suppliche furono impiegate indarno. Fin d'allora si pensò che quel paese sarebbe stato meglio in mano di Pier Luigi. Pertanto fu spedito da esso ponteficeGian-Batista Savellocoll'esercito pontificio ad assediar Camerino. Scarseggiava quella città di viveri. Di mano in mano il duca d'Urbino ne andò inviando al figlio con potente scorta, di maniera che tra per questo, e per le sortite che di tanto in tanto faceva il duca Guidubaldo, quell'assedio dopo qualche mese dell'anno vegnente svanì. Di più non fece il papa per allora, perchè v'interposero i loro uffizii i Veneziani, e molto più l'imperadore. Oltracciò, Francesco Maria di lui padre fu dichiarato generale della lega contra il Turco; laonde convenne aspettar tempo più opportuno per iscacciarne Guidubaldo; e questo venne poscia, siccome vedremo. Terminò in quest'annoFrancesco Guicciardinila rinomata sua Storia d'Italia, che se non è molto dilettevole al volgo, gode almeno il privilegio di piacere a tutti gli uomini sensati, per la finezza dei suoi giudizii, e per la professione sua di non adular chicchessia, e neppure i papi, de' quali fu per tanti anni ministro. Truovasi in questi tempi assai lodato papa Paolo, perchè, invitato dai ministri dell'imperadore di confermar la lega precedente, rispose di voler essere padre comune di tutti, e di nutrir solamente pensieri di pace, non già di guerra. Che ai pontefici per difesa de' proprii Stati, e contro i nemici del nome cristiano, o del cattolicismo convenga lo sfoderar la spada, niun ci sarà che lo nieghi. Per altri motivi o fini, se ne potrà disputare. Intanto non volle perdere tempo esso pontefice a creare nel dì 18 di dicembre cardinaleAlessandro Farnesesuo nipote, cioè figlio di Pier Luigi, giunto all'età di quattordicio quindici anni, che riuscì poscia un insigne porporato.

Fu in quest'anno chepapa Clementeproferì la sentenza sua contra diArrigo VIIIre d'Inghilterra, a cagione del suo divorzio daCaterina d'Austriasua legittima consorte: il che fece maggiormente peggiorare gli affari della religione cattolica in quel regno sotto un re perduto dietro alle femmine e crudele. Da molti fu lodata la costanza del pontefice in questa controversia; ma abbondarono ancora altri che biasimarono cotal risoluzione, perchè riuscì troppo funesta alla Chiesa di Dio. Gran terrore nel presente anno si sparse per l'Italia, e massimamente in Roma, per cagione di Ariadeno Barbarossa, gran corsaro, e generale dell'armata navale del sultano dei TurchiSolimano. Venendo costui di Levante con formidabil quantità di navi armate, passò per lo stretto di Messina, e, dopo aver saccheggiati varii luoghi in quelle coste, arrivò a Capri, vicino a Napoli. Fu ben creduto che s'egli avesse assalita essa città di Napoli, oppure Roma, l'avrebbe sottomessa: tanta era la costernazione di que' popoli. Diede costui il sacco a Procida, Fondi, Terracina ed altri luoghi, menando poi seco in ischiavitù gran copia di poveri cristiani. Dimorava in Fondi Giulia Gonzaga, moglie di Vespasiano Colonna duca di Traietto e conte di essa città di Fondi. Voce correa che in bellezza ella superasse tutte le altre donne d'Italia. Ne giunse la fama sino al Barbarossa, il quale perciò si mise in pensiero di far quella caccia per voglia di presentare al gran signore una sì vaga preda. Gli andò fallito il colpo. Mentre egli con due mila Turchi sbarcati era dietro una notte a scalare le mura di Fondi, svegliata la giovane duchessa, e conosciuto il pericolo, coi piè nudi ebbe tempo di fuggire, e di salvarsi il meglio che potè fuori della terra, lasciando scornato il barbaro cacciatore, il quale infierì poscia contro i poveri abitanti. Che Giulia cadesse fuggendo in mano de' banditi, fu una frangia fatta dagli scioperati maligni a questo avvenimento. Poco appresso il crudel corsaro indirizzò le prore verso Tunisi, di cui e del suo regno seppe poi a forza d'inganni insignorirsi. Gran rumore avea fatto in addietro, e maggior lo fece in quest'anno, quanto avvenne aLuigi Gritti. Era egli figlio diAndrea Gritti dogein questi tempi della repubblica veneta. Essendo egli tornato a Costantinopoli, dove era nato, allorchè il padre vi stette come bailo, talmente s'insinuò nella grazia di Solimano, che divenne suo confidente e generale nella spedizion da lui fatta contra diFerdinando rede' Romani in favor diGiovanni red'Ungheria: il che fu di non lieve scandalo fra i Cristiani. Ma trovandosi egli nell'autunnodell'anno presente nella Transilvania, per aver crudelmente ordinata la morte diAmerico vescovodi Varadino, quei popoli, amanti dell'infelice ucciso prelato, sì Ungheri che Transilvani, raunato un potente esercito, volarono ad assediarlo in Cibach nel mese d'ottobre. Andò a finir quella festa nella morte di esso Gritti, che restò vittima del lor furore insieme con tutti i giannizzeri ed altri Turchi del suo seguito. Non si sa ch'egli avesse mai abiurata la religione cristiana. Solamente si sospettò ch'egli fosse per fare un dì questo salto; ma il Giovio lasciò difesa, per quanto si potè, la di lui memoria.

Desiderava il papa, e con esso lui tutti i principi d'Italia, cheFrancesco Sforza ducadi Milano, accasandosi con qualche principessa, tentasse di lasciar successione nella sua casa, affinchè quel ducato, per mancanza di figli, non ricadesse in mano dell'imperadore, secondo i patti. Per quetare tanta gelosia, lo stessoAugusto Carlogli procurò una ragguardevole alleanza, con dargli in moglieCristiernafiglia delre di Danimarcae nipote sua. Fu condotta questa real principessa nel mese d'aprile a Milano, città che, quasi dimentica di tante passate sciagure, fece mirabili feste di apparati, d'archi trionfali e d'altri spettacoli in sì gioiosa occasione. Vi entrò essa con incredibile accompagnamento di nobiltà e di popolo sotto ricco baldacchino, avendo ai lati suoiErcole Gonzaga cardinaleeAntonio da Levagenerale di Cesare. Dopo essere stata al duomo, passò al castello, dove le venne incontro il duca, appena reggendosi col bastone in piedi, che in quel palazzo da lì a poco colle sacre funzioni della Chiesa solennemente la sposò. Riuscì di consolazione a tutta l'Italia questo matrimonio, per la speranza di vederne frutti a suo tempo; ma questi mai non si videro, ridendosi i saggi di questo tentativo, come di un matrimonio da commedia, perchè troppo era mal ridotta la sanità di quello sfortunatoprincipe. Neppur molto contento della sua cominciò ad esserepapa Clemente, perchè lo stomaco infiacchito non soddisfaceva al consueto suo uffizio. Questi sentori della nostra mortalità diedero a lui motivo di sollecitare in Firenze la fabbrica di una fortezza, per cui si venisse sempre più ad assicurare lo Stato delduca Alessandrosuo nipote. Indusse ancora ilduca di Ferrara, benchè odiato da lui, a fare sloggiar dai suoi Stati tutti i Fiorentini fuorusciti che colà si erano rifugiati. Dianzi ancora gli avea fatti cacciar da Roma, Venezia, Genova ed Ancona. Nel giugno sopraggiunse ad esso papa una lenta e leggiera febbre con qualche dolor colico, di cui andò talvolta migliorando, ma poi ricadendo. Comparve nel seguente luglio una cometa, ed ecco subito gli speculativi invasati dalla ridicola opinione che tali fenomeni predicano morti ed altre disavventure ai principi della terra, correre a credere disegnata in cielo la mancanza del pontefice. Il Varchi ancora lasciò scritto che da un santo monaco della riviera di Genova era stato predetto a papa Clemente VII non solamente il pontificato, ma anche il tempo della morte, cioè nell'anno stesso in cui fosse mancato di vita quel monaco; e che il pontefice, nel tornare da Marsilia, cercatone conto, il trovò poco fa defunto: laonde immaginò non lontano il suo fine. Può essere che ancor questa fosse una diceria o inventata da qualche cervello visionario dopo la morte di lui, o nata nel volgo ignorante e facile a sognare; perchè per altro la sconcertata sanità di Clemente bastò senza rivelazione a fargli comprendere che si appressava il passaggio alla altra vita.

Crebbero pertanto i suoi malori, di modo che nel settembre egli terminò la carriera del suo vivere. Grande imbroglio ch'è nella storia l'accertare i punti minuti della cronologia. Il Segni il fa mancato di vita nel dì 24 di settembre. Fra Paolo carmelita, che in questi tempiscriveva i suoi Annali, mette la sua morte nel dì 26 d'esso mese. Con lui va d'accordo il Giovio, anch'esso contemporaneo, mentre la dice avvenutasexto kalendas octobris, cioè nel dì 26 di settembre. Ma altri il fanno passato a rendere conto a Dio nel dì 25 del mese suddetto, come il Guicciardini e Paolo Gualtieri nei suoi Diarii manuscritti, citati dal Rinaldi, dove dice, chenel dì 25 di settembre alle ore diciotto e mezza, egli spirò, e fu seppellito nel seguente dì 26. A questo giorno riferiscono la morte sua eziandio il Panvinio, il Ciacconio, l'Ammirati ed altri, i quali non di meno si può credere che seguissero il Guicciardini. Io non mi sento di faticare per decidere questo punto, quantunque a me paia più certo il dì 25, giacchè a noi basta di sapere che cessò di vivere papa Clemente in questi tempi: pontefice, a cui certamente non mancò il concetto d'ingegno politico, di molla accortezza e gravità, e che sapea ben maneggiar affari, simulare e dissimulare secondo i bisogni, e che dai politici d'allora tenuto sempre fu per uomo di doppia fede. Per fare da principe, secondo il rito de' mondani, la natura e la sperienza l'aveano fornito di molti aiuti. Ma se cercate in lui le virtù di pontefice vicario di Cristo, e qual bene egli facesse alla Chiesa in que' gran torbidi della religione, e quali abusi e disordini egli levasse, benchè da essi prendesse origine e pretesto il terribile scisma che tuttavia divide tanti popoli della vera Chiesa di Dio; non sarà sì facile il trovarlo. Troverete bensì, che egli si servì del pontificato, delle sue forze e de' suoi proventi per suscitare o mantener guerre; che fra gli altri disordini costarono un orrido sacco a Roma stessa, e un gran vilipendio alla sacratissima sua dignità. Molto più se ne servì egli per ispogliare della libertà Firenze sua patria, e per ingrandire, non dirò in forme oneste e discrete (che queste non è vietato), ma con insigni principati e parentadi sublimi la propria casa. Sequesto si accordi coll'intenzion di Dio, allorchè uno è intronizzato nella sedia di san Pietro, chiunque sa misurar le cose divine ed umane, non ha bisogno ch'io gliel dica. Certo è ch'egli morì odiato dalla corte per la sua stitichezza ed avarizia, quando poi scialacquava tanto nei volontarii suoi impegni di guerre; e più odiato dal popolo romano, perchè alla sua politica venivano attribuiti tutti i guai di quella città. A noi non è permesso l'entrare ne' giudizii occulti di Dio; ma i viventi d'allora non lasciarono d'osservare quasi un gastigo venuto dall'alto il miserabil fine di due suoi nipoti bastardi, cioè d'Ippolito cardinalee diAlessandro ducadi Firenze, per la grandezza dei quali cotanto egli avea mosso e cielo e terra. Imperciocchè esso cardinale e vicecancelliere arricchito da Clemente suo zio con tanti vescovati e benefizii, per invidia continua che portava ad Alessandro, tentò fino i tradimenti per occupargli la signoria, e terminò poi miseramente i suoi giorni nel seguente anno. Alessandro, perduto nelle disonestà e in altri vizii, qual fine facesse, lo diremo a suo luogo: di modo che in pochi anni dopo la morte di Clemente si vide schiantata la di lui linea maschile, e diroccati amendue quegl'idoli dell'ambizione sua.

Prima di morire avea papa Clemente consigliato il cardinal suo nipote di promuovere al pontificato ilcardinale Alessandro Farnesedecano del sacro collegio; e però egli unitosi conGiovanni cardinal di Lorena, capo della fazione franzese, durò poca fatica ad assicurar la elezione di lui. Concorrevano nel Farnese molte degne qualità, perchè nato di antica e nobil casa, che ne' secoli addietro s'era acquistata gran riputazione nell'armi, e possedeva molte nobili castella. Era esso Alessandro, per li meriti di Giulia sua sorella, o parente, stato creato cardinale da Alessandro VI nel 1493. Oltracciò, si distingueva il Farnese per la sua letteratura, per la lunga sperienzadelle cose del mondo, e per la sua prudenza, mansuetudine ed affabilità. Aggiugnevasi l'età di sessantasette anni, e l'aver egli industriosamente fatto credere, per quanto potea, debole la sua complessione e sanità: il che trasse più facilmente a lui i voti degli altri porporati, inclinati sempre a desiderar scene nuove per la speranza di fare anch'eglino un dì la propria. Nè all'assunzione sua servì punto di remora l'avere egli un frutto dell'umana fragilità, cioèPier Luigisuo figlio, perchè in quel corrotto secolo non si guardava sì per minuto a tali deformità, come, la Dio mercè, si fa da gran tempo nella Chiesa di Dio. Fu dunque eletto papa il Farnese con universal consentimento del sacro collegio, e prese il nome diPaolo III. È da stupire come neppur vadano d'accordo gli scrittori nell'assegnare il dì dell'elezion sua. Il Ciacconio scrive che ciò avvenneVI idus octobris, cioè nel di 10 di ottobre. Altrettanto hanno gli Annali manoscritti di Ferrara e Andrea Morosino. Il vescovo Spondano negli Annali Ecclesiastici la mettetertio idus octobris, cioè nel di 13, e di questo stesso giorno parla anche il Segni. L'Oldoino la riferiscedie XI, seu verius ex MSto tabularii capitolini, die XIII octobris. Secondo il Varchi,nella notte susseguente ai quattordici giorni d'ottobrefu eletto papa il Farnese. Ma che questa elezione seguisse verso un'ora o due della notte susseguente aldì 12 d'ottobre, si dee credere, asserendolo il Panvinio e fra Paolo carmelitano, che in questi tempi scriveva i suoi Annali, e soprattutto il Rinaldi annalista pontificio, che cita i Diarii vaticani e gli Atti concistoriali. Gran festa fecero i Romani per l'assunzion di Paolo III, perchè lor nobile cittadino, giacchè per tanto tempo erano seduti nella cattedra di san Pietro solamente papi d'altre nazioni. Nè già mancarono turbolenze nello Stato ecclesiastico dopo la morte di papa Clemente VII. Imperciocchè nel dì ultimo di settembreRidolfo, figlio del fuMalatestaBaglionePerugino, essendo bandito dalla patria, ammassate alquante schiere di fanti e cavalli, andò ad impossessarsi di un borgo di Perugia; ma uscito il presidio papalino, dopo un lungo conflitto, restò obbligato il Baglione a ritirarsi. Nella notte poi del dì seguente, entrato che fu egli di nuovo nel borgo di San Pietro, ecco aprirgli quella porta i suoi parziali, co' quali avea intelligenza, e impadronirsi della città suddetta. Qui non si fermò il suo furore. Diede il Baglione alle fiamme il palazzo del vice-legato, cioè delvescovo di Terracina; e scoperto dove egli era fuggito, il fece prendere coi due suoi auditori, col cancelliere e con alcuni de' priori. Furono essi posti alla tortura, affinchè rivelassero i lor danari, e nel dì seguente condotti nudi nella pubblica piazza, ad ognuno di essi fu reciso il capo. Con tali iniquità si fece egli signore di Perugia. AncheMattia, figliuolo del viventeErcole Varano, s'era mosso di Lombardia nel dì primo d'ottobre con una gran frotta d'armati in varie barche, inviandosi per mare con disegno di ricuperar Camerino, il cui ducato pretendeva appartenere a sè stesso. Ebbe egli a combattere colla furia del mare, e dopo aver perduto i più del suo seguito, altro non guadagnò, che di salvar la vita tornando all'imboccatura del Po.

Dacchè si partì da questa vita papa Clemente,Alfonso Iduca di Ferrara si figurava oramai di godere il resto dei suoi giorni in pace, perchè libero da un pontefice che con tante insidie e con odio sì continuato l'avea tenuto fin qui sempre in allarme. E tanto più sperò tornata la calma, per essere stato assunto al pontificato ilcardinal Farnese, personaggio fornito di miglior cuore e di massime più rette che il suo predecessore. Disegnava egli d'inviare a Romadon Ercolesuo primogenito per congratularsi col novello pontefice, e trattare con lui quell'accordo che non avea potuto ottenere da papa Clemente. Ma nel dì 28 di settembre cadde malato, e tanto andòcrescendo l'infermità sua, che nel dì 31 d'ottobre il condusse al fine de' suoi giorni: principe glorioso nel mondo, che in senno e valore ebbe pochi pari al suo tempo. E di queste sue doti abbisognò ben egli per potersi sostenere contra di tre potentissimi papi, che pieni di mondane passioni ardevano di voglia di spogliar la nobilissima casa d'Este degli antichi suoi dominii. Ma perchè di questo egregio principe, la cui vita fu scritta dal vescovo Giovio, ne ho parlalo io abbastanza nelle Antichità Estensi, nulla di più ne dirò qui. A lui succedette nel ducatoErcole IIsuo primogenito, signore di gran saviezza e d'ottimo cuore, che un buon governo fece anch'egli goder da lì innanzi ai sudditi suoi. Era in questi tempi governata la città di Camerino daCaterina Cibò, vedova del fuGiovanni Maria Varano, duca d'essa città, a nome diGiuliasua figliuola, creduta legittima erede di quello stato. Perchè il sopraccennatoMattia Varano, oppureErcolesuo padre, pretendeva a sè dovuto quel ducato, e coll'aiuto di non pochi fuorusciti teneva in continui timori e pericoli essa Caterina, questa trattò conFrancesco Maria duca d'Urbinodi dar per moglie aGuidubaldodi lui figliuolo primogenito la suddetta Giulia sua figlia. Colà dunque si portò esso Guidubaldo, e, dopo avere sposata quella principessa, si applicò in tutte le guise a fortificare e rendere come inespugnabile Camerino. Non doveano poi mancar delle buone ragioni alla menzionata Giulia su quel ducato, giacchè Clemente VII l'avea confermato al di lei padre e ai successori, ed era papa di tal animo e polso, che non avrebbe permesso alla figlia di continuare in quel dominio, senza che l'assistesse qualche legittimo titolo.

Non l'intese così il novellopontefice Paolo III. Per l'influsso che correva in que' tempi, bramando anch'egli di fabbricare inPier LuigiFarnese suo figlio un gran principe, trovò che quel ducato era decaduto alla Chiesa romana. Però,pubblicati i monitorii contro di Caterina e di Giulia, venne alla sentenza e alle scomuniche. Fece quanto potè Francesco Maria duca d'Urbino per placare il papa, esibendosi di stare a ragione per questo. Passi, parole e suppliche furono impiegate indarno. Fin d'allora si pensò che quel paese sarebbe stato meglio in mano di Pier Luigi. Pertanto fu spedito da esso ponteficeGian-Batista Savellocoll'esercito pontificio ad assediar Camerino. Scarseggiava quella città di viveri. Di mano in mano il duca d'Urbino ne andò inviando al figlio con potente scorta, di maniera che tra per questo, e per le sortite che di tanto in tanto faceva il duca Guidubaldo, quell'assedio dopo qualche mese dell'anno vegnente svanì. Di più non fece il papa per allora, perchè v'interposero i loro uffizii i Veneziani, e molto più l'imperadore. Oltracciò, Francesco Maria di lui padre fu dichiarato generale della lega contra il Turco; laonde convenne aspettar tempo più opportuno per iscacciarne Guidubaldo; e questo venne poscia, siccome vedremo. Terminò in quest'annoFrancesco Guicciardinila rinomata sua Storia d'Italia, che se non è molto dilettevole al volgo, gode almeno il privilegio di piacere a tutti gli uomini sensati, per la finezza dei suoi giudizii, e per la professione sua di non adular chicchessia, e neppure i papi, de' quali fu per tanti anni ministro. Truovasi in questi tempi assai lodato papa Paolo, perchè, invitato dai ministri dell'imperadore di confermar la lega precedente, rispose di voler essere padre comune di tutti, e di nutrir solamente pensieri di pace, non già di guerra. Che ai pontefici per difesa de' proprii Stati, e contro i nemici del nome cristiano, o del cattolicismo convenga lo sfoderar la spada, niun ci sarà che lo nieghi. Per altri motivi o fini, se ne potrà disputare. Intanto non volle perdere tempo esso pontefice a creare nel dì 18 di dicembre cardinaleAlessandro Farnesesuo nipote, cioè figlio di Pier Luigi, giunto all'età di quattordicio quindici anni, che riuscì poscia un insigne porporato.


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