MDXXXV

MDXXXVAnno diCristoMDXXXV. IndizioneVIII.Paolo IIIpapa 2.Carlo Vimperadore 17.Più lungamente non potè sofferire ilpontefice Paolol'usurpazion di Perugia fatta daRidolfo Baglione, meritevole ancora di gravissimo gastigo per le crudeltà usate contra il vescovo di Terracina ed altri suoi concittadini. Però nel presente anno mandò il campo a Perugia. Non avea forze il Baglione per resistere; dubitava molto ancora de' cittadini, l'odio de' quali si era egli comperato colla sua barbarie: però cedendo uscì della città, e se n'andò con Dio. Fece poscia il pontefice diroccar sino a' fondamenti le mura di Spello anticamente città, di Bettona, della Bastia e d'altre terre ch'erano già di Ridolfo; e tornò la pace in quelle contrade. Svegliossi in quest'anno una fiera tempesta contra diAlessandro de Mediciduca di Firenze. Moltissimi erano i nobili fiorentini fuorusciti o confinati, ed altri ancora che volontariamente, a cagione di vari disgusti, s'erano ritirati da quella città, fra i quali specialmenteFilippo Strozzico' suoi figli, che era il più ricco e potente cittadino di essa. Tutti portando odio al suddetto Alessandro, si ridussero a Roma, ed unironsi co' cardinali lor nazionali, cioèSalviati, Ridolfi e Gaddi, per rimettere, se poteano, la libertà nella lor patria. Entrò nel loro partito anche lo stessoIppolito cardinale de Medici: tanta era l'invidia e il suo mal animo contro del duca Alessandro. Tenuti fra loro varii consigli, determinarono d'inviare in Ispagna all'imperador Carlole loro doglianze per l'aspro governo che facea il duca, per la sua sfrenata libidine, e per aver egli contravvenuto a quanto lo stesso Cesare aveva ordinato nel 1530 intorno a Firenze, accordando la conservazion della libertà e i privilegii di repubblica: laddove Alessandrone avea affatto usurpata la signoria. Trovarono questi deputati l'imperadore in Barcellona nel mese di maggio; ebbero udienza; ma fu rimesso l'esame delle lor querele, allorchè l'Augusto Carlo, tutto in quel tempo applicato all'impresa di Tunisi, sarebbe poi venuto a Napoli, come già egli meditava. Non erano ignoti al duca Alessandro questi maneggi, e anch'egli si studiava di sventar le mine degli emuli e nemici suoi. Fu poi risoluto che il suddetto Ippolito cardinal de Medici andasse in persona a trovar l'imperadore in Africa; ma questo porporato, amatore grandissimo d'ogni maniera di virtù, ma superbo a maraviglia, trovandosi ad Itri vicino a Fondi, preso da lenta febbre, nel dì 10 d'agosto miseramente morì, e con voce comune di veleno. Dai più fu creduto il duca Alessandro autore di sua morte. Il Varchi aggiugne che ne fu incolpato lo stesso papa Paolo, con addurre i fondamenti di tal conghiettura. Ma chi così dubitò, fece gran torto a questo pontefice, i cui costumi tali sempre furono, che non lasciarono fondamento alcuno a sospetti di sì nere iniquità. Inclinava troppo il Varchi alla maldicenza.Dissi poco fa rivolti i pensieri del magnanimo Carlo V in questi tempi all'impresa di Tunisi, e quantunque sì strepitosa spedizione propriamente non appartenga al mio suggetto, pure non posso dispensarmi dal darne un po' d'idea; e tanto più perchè a quella gloriosa azione ebbero gran parte i capitani e combattenti italiani. Dopo la morte diOruccio redi Algeri, aveaAriadeno Barbarossasuo fratello, e gran corsaro, occupato quel regno. Crebbero poi le forze di costui, perchè creato ammiraglio dal gran signore Solimano, e accresciuta a dismisura la sua armata navale colla giunta de' legni turcheschi, era divenuto il terrore del Mediterraneo. Già vedemmo all'anno precedente quai terribili insulti e paure egli facesse all'Italia. Essendo guerra fra due fratelli pretendenti al regno di Tunisi, tanto seppe fare l'accorto Barbarossa,che finì le lor controversie, con impadronirsi egli di Tunisi, città di gran popolazione, e capitale di tutto il suo regno, con discacciarne Muleasse, che quivi allora signoreggiava. Ciò fatto, colla formidabil sua potenza si disponeva all'acquisto di tutta l'Africa, minacciando non solamente Orano, città degli Spagnuoli in quelle coste, ma anche i circonvicini paesi, con paventar gravi mali da costui anche i lidi dell'Italia, Francia e Spagna. Ora, essendo ricorso Muleasse con varie vantaggiose condizioni all'invittissimo imperadore Carlo, questi, sì per desiderio di dar nella testa al troppo crescente Ariadeno, come anche per vaghezza di gloria (e gloria veramente pura e legittima, che tale è allorchè i monarchi cristiani prendono l'armi per difendere i popoli fedeli dagli infedeli e dai corsari, e non già per perseguitarsi e scannarsi fra loro), determinò di portar la guerra addosso a Tunisi. Gran preparamenti di navi e galee fece egli non meno in Ispagna che in Italia e Fiandra. Molti legni ebbe dal re di Portogallo e dai Genovesi, e dieci galee dal pontefice, che erano comandate daVirginio Orsino. Ammiraglio di sì gran flotta, piena di valorosi combattenti spagnuoli, tedeschi, italiani, fu creato il valorosoAndrea Doria, principe di Melfi; e sopra la medesima imbarcatosi il generoso imperadore colmarchese del Vasto, colprincipe di Salerno, colduca d'Alvae gran copia d'altri insigni baroni, arrivò circa il principio di luglio alla Goletta, isola e fortezza sommamente forte in faccia al porto di Tunisi.Con immenso valore fu espugnato quel sito dai cristiani, e sbaragliata la grossa armata navale del Barbarossa, restando presi più di cento de' suoi legni. Arrivò a tempo al soccorso dell'armata cristianadon Ferrante Gonzagacon assai navi cariche di vettovaglie, provenienti dalla Sicilia; perchè già il biscotto era muffito. Prese poi posto l'esercito cesareo intorno alla città di Tunisi, e seguirono varie scaramucce, ma col peggio semprede' Mori, Turchi ed Arabi, che sopra ottanta mila erano accorsi alla difesa. Crebbe perciò lo spavento fra essi, talmente che un dì il Barbarossa, tutto infuocato di rabbia, determinò di far perire qualunque schiavo cristiano che si trovasse in Tunisi, o per vendetta, o per sospetto di qualche lor commozione o tradimento. Li fece a questo fine rinchiudere tutti in un sito della rocca. Il Giovio ed il Segni li fanno sei mila; altri quindici mila; e Pietro Messia li fa giugnere fino a ventidue mila. Trattenuto fu il Barbaro da sì enorme crudeltà da Sinam Ebreo che era il suo braccio dritto. Ma in questo mentre due rinegati cristiani, che sapeano la sentenza data dal tiranno, mossi a compassione di alcuni schiavi loro amici, sciolsero le lor catene; e questi poi con somma fretta aiutarono a scatenar tutta la folla degli altri miseri cristiani. Ruppero essi le porte dell'armeria, e prese l'armi, ed uccisi quanti Mori si vollero loro opporre, s'impadronirono della rocca, da cui cominciarono a far segni ai cristiani di fuori, ma senza essere intesi. Cagion fu questo inaspettato colpo che il Barbarossa disperato se ne fuggisse a Bona, e poscia ad Algeri. Entrò il vittorioso imperadore nel dì 21 di luglio coll'esercito in Tunisi; e non seppe negare, o non potè impedire a' suoi il sacco della città per un giorno. Molti di que' Mori e Turchi vi rimasero tagliati a pezzi colle altre iniquità consuete in simili casi; ma per conto del bottino, questo riuscì troppo inferiore alle speranze. Perì in questa congiuntura un'insigne biblioteca d'antichi libri arabi, che meritavano d'essere conservati. Conoscendo poi l'imperadore l'impossibilità di conservare in suo dominio quella gran città e il suo regno, la rilasciò a Muleasse (fuorchè la Goletta) con obbligo di riconoscerla in feudo dai re di Spagna, e di pagare un annuo censo, con altre condizioni favorevoli alla religion cristiana, che il Maomettano senza fatica accettò e giurò, ben sapendo chenulla poi durerebbe col tempo, siccome avvenne.Andrea Doriaspedito a Bona, la prese e smantellò, a riserva della rocca, dove lasciò buon presidio.Dopo sì gloriosa impresa il trionfante Augusto, licenziate le navi spagnuole e portoghesi, dirizzò le vele alla volta della Sicilia, e sbarcò a Trapani. Indi passò a Palermo, e poscia a Messina; e lasciato don Ferrante Gonzaga vicerè di Sicilia, pervenne a Napoli, dove fece la sua magnifica entrata nel dì 30 di novembre. Maravigliose furono le feste, gli archi trionfali ed altri spettacoli, co' quali solennizzarono tutte quelle città l'arrivo dell'invittissimo monarca. Nel dì 4 di dicembre comparve a NapoliErcole II ducadi Ferrara ad inchinare la maestà sua, che l'accolse con singolar degnazione. Parimente portatisi colà i fuorusciti fiorentini, ed ottenuta udienza, esposero tutte le loro querele contra delduca Alessandro de Medici. Il Varchi con una studiata aringa, in cui immaginò quanto di male intorno al duca dovea o potea dire il capo d'essi all'imperadore, non lasciò indietro alcuna delle iniquità vere o pretese di lui. Sospese l'Augusto Carlo ogni risoluzione, finchè fosse venuto alla corte anche il duca Alessandro, il quale nel dì 21 di dicembre si mosse da Firenze per passare colà. In questo mentre avvenne la morte diFrancesco Sforza ducadi Milano, che diede incentivo a nuovi incendii di guerra. Dopo avere lo sfortunato principe sofferta una lunga e molesta infermità, finalmente gli convenne soccombere alla legge universale dell'umanità nel dì 24 di ottobre, senza lasciar dopo di sè prole alcuna, e con dichiarar erede l'imperadore. In esso Francesco finì la linea legittima della celebre casa Sforza.Antonio da Levaprese tosto colladuchessa Cristiernail governo di quel ducato, finchè si sapessero le intenzioni dell'Augusto Carlo V. Pretendeva di succedere in quegli StatiGian-Paolo Sforza, marchese di Caravaggio, figlio naturale diLodovico il Moro, siccome chiamatonelle investiture dopo i legittimi. Ma partitosi egli da Milano per passare a Roma ad implorare i buoni uffizii del papa presso l'imperadore, allorchè giunse a Firenze, nel pranzare fu sorpreso da un maligno accidente, per cui finì i suoi giorni. Fu poi dichiarato Antonio da Leva governatore cesareo del ducato di Milano. Intanto l'odio implacabile che si era allignato in cuore diFrancesco I redi Francia contra dell'imperadore, non gli lasciava aver posa, nè riguardo alcuno alla religione. Fra le sue glorie certo non si conterà l'aver egli, che pur si gloriava del titolo di Cristianissimo, commossi e sostenuti i principi protestanti contra di Cesare, con giugnere, siccome vedremo, a far lega fino coi Turchi. Durava tuttavia in lui la brama di ricuperare il ducato di Milano, ancorchè ne' precedenti trattati avesse rinunziato a cotal pretensione. Vi ha chi scrive, che per la morte del duca di Milano si svegliasse il suo prurito di portar di nuovo la guerra in Italia, e che cominciasse sul fine di quest'anno a muoverla aCarlo duca di Savoia, per aver poi libero il passo in Lombardia. Le ragioni o pretesti, che egli adoperò per giustificare la sua rottura con quel principe, sono diversamente riferiti da varii storici. Cioè, che Nizza e Monaco erano state impegnate alla casa di Savoia (sarebbe da vedere se Monaco fosse allora in potere del duca), nè questi le volea restituire al re, tuttochè gli fosse esibito il rimborso. Che il duca avesse ottenuta la città d'Asti, che da tanto tempo apparteneva alla Francia, con altre ragioni ch'io tralascio. Ora il Guichenon, storico della real casa di Savoia, il quale si può credere meglio informato di questi affari, sostiene[Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye.], avere il re di Francia richiesta la restituzion di Nizza, e di alcuni luoghi del marchesato di Saluzzo, con altre doglianze contra del duca, alle quali egli contrappose, ma indarno, delle forti ragioni. La verità si è, che il re non sapea digerire l'attaccamentodel duca all'imperadore, l'aver negato il congresso dipapa Clemente VIIcol re a Nizza, ed inviato il suo primogenito ad allevarsi nella corte di Spagna, che in questo medesimo anno fu rapito dalla morte. Se crediamo al menzionato scrittore, fin dal mese di febbraio dell'anno presente il re dichiarò la guerra ad esso duca; e siccome teneva in pronto una potente armata, con disegno d'invadere lo Stato di Milano, così gli riuscì facile di spogliarlo della Savoia, e d'altri paesi di là dall'Alpi, prima che terminasse quest'anno. Spedì il duca Carlo ambasciatori a Napoli ad informar l'imperadore di queste novità funeste, e ne riportò solamente buone parole e promesse, giacchè per ora egli non poteva di più.

Più lungamente non potè sofferire ilpontefice Paolol'usurpazion di Perugia fatta daRidolfo Baglione, meritevole ancora di gravissimo gastigo per le crudeltà usate contra il vescovo di Terracina ed altri suoi concittadini. Però nel presente anno mandò il campo a Perugia. Non avea forze il Baglione per resistere; dubitava molto ancora de' cittadini, l'odio de' quali si era egli comperato colla sua barbarie: però cedendo uscì della città, e se n'andò con Dio. Fece poscia il pontefice diroccar sino a' fondamenti le mura di Spello anticamente città, di Bettona, della Bastia e d'altre terre ch'erano già di Ridolfo; e tornò la pace in quelle contrade. Svegliossi in quest'anno una fiera tempesta contra diAlessandro de Mediciduca di Firenze. Moltissimi erano i nobili fiorentini fuorusciti o confinati, ed altri ancora che volontariamente, a cagione di vari disgusti, s'erano ritirati da quella città, fra i quali specialmenteFilippo Strozzico' suoi figli, che era il più ricco e potente cittadino di essa. Tutti portando odio al suddetto Alessandro, si ridussero a Roma, ed unironsi co' cardinali lor nazionali, cioèSalviati, Ridolfi e Gaddi, per rimettere, se poteano, la libertà nella lor patria. Entrò nel loro partito anche lo stessoIppolito cardinale de Medici: tanta era l'invidia e il suo mal animo contro del duca Alessandro. Tenuti fra loro varii consigli, determinarono d'inviare in Ispagna all'imperador Carlole loro doglianze per l'aspro governo che facea il duca, per la sua sfrenata libidine, e per aver egli contravvenuto a quanto lo stesso Cesare aveva ordinato nel 1530 intorno a Firenze, accordando la conservazion della libertà e i privilegii di repubblica: laddove Alessandrone avea affatto usurpata la signoria. Trovarono questi deputati l'imperadore in Barcellona nel mese di maggio; ebbero udienza; ma fu rimesso l'esame delle lor querele, allorchè l'Augusto Carlo, tutto in quel tempo applicato all'impresa di Tunisi, sarebbe poi venuto a Napoli, come già egli meditava. Non erano ignoti al duca Alessandro questi maneggi, e anch'egli si studiava di sventar le mine degli emuli e nemici suoi. Fu poi risoluto che il suddetto Ippolito cardinal de Medici andasse in persona a trovar l'imperadore in Africa; ma questo porporato, amatore grandissimo d'ogni maniera di virtù, ma superbo a maraviglia, trovandosi ad Itri vicino a Fondi, preso da lenta febbre, nel dì 10 d'agosto miseramente morì, e con voce comune di veleno. Dai più fu creduto il duca Alessandro autore di sua morte. Il Varchi aggiugne che ne fu incolpato lo stesso papa Paolo, con addurre i fondamenti di tal conghiettura. Ma chi così dubitò, fece gran torto a questo pontefice, i cui costumi tali sempre furono, che non lasciarono fondamento alcuno a sospetti di sì nere iniquità. Inclinava troppo il Varchi alla maldicenza.

Dissi poco fa rivolti i pensieri del magnanimo Carlo V in questi tempi all'impresa di Tunisi, e quantunque sì strepitosa spedizione propriamente non appartenga al mio suggetto, pure non posso dispensarmi dal darne un po' d'idea; e tanto più perchè a quella gloriosa azione ebbero gran parte i capitani e combattenti italiani. Dopo la morte diOruccio redi Algeri, aveaAriadeno Barbarossasuo fratello, e gran corsaro, occupato quel regno. Crebbero poi le forze di costui, perchè creato ammiraglio dal gran signore Solimano, e accresciuta a dismisura la sua armata navale colla giunta de' legni turcheschi, era divenuto il terrore del Mediterraneo. Già vedemmo all'anno precedente quai terribili insulti e paure egli facesse all'Italia. Essendo guerra fra due fratelli pretendenti al regno di Tunisi, tanto seppe fare l'accorto Barbarossa,che finì le lor controversie, con impadronirsi egli di Tunisi, città di gran popolazione, e capitale di tutto il suo regno, con discacciarne Muleasse, che quivi allora signoreggiava. Ciò fatto, colla formidabil sua potenza si disponeva all'acquisto di tutta l'Africa, minacciando non solamente Orano, città degli Spagnuoli in quelle coste, ma anche i circonvicini paesi, con paventar gravi mali da costui anche i lidi dell'Italia, Francia e Spagna. Ora, essendo ricorso Muleasse con varie vantaggiose condizioni all'invittissimo imperadore Carlo, questi, sì per desiderio di dar nella testa al troppo crescente Ariadeno, come anche per vaghezza di gloria (e gloria veramente pura e legittima, che tale è allorchè i monarchi cristiani prendono l'armi per difendere i popoli fedeli dagli infedeli e dai corsari, e non già per perseguitarsi e scannarsi fra loro), determinò di portar la guerra addosso a Tunisi. Gran preparamenti di navi e galee fece egli non meno in Ispagna che in Italia e Fiandra. Molti legni ebbe dal re di Portogallo e dai Genovesi, e dieci galee dal pontefice, che erano comandate daVirginio Orsino. Ammiraglio di sì gran flotta, piena di valorosi combattenti spagnuoli, tedeschi, italiani, fu creato il valorosoAndrea Doria, principe di Melfi; e sopra la medesima imbarcatosi il generoso imperadore colmarchese del Vasto, colprincipe di Salerno, colduca d'Alvae gran copia d'altri insigni baroni, arrivò circa il principio di luglio alla Goletta, isola e fortezza sommamente forte in faccia al porto di Tunisi.

Con immenso valore fu espugnato quel sito dai cristiani, e sbaragliata la grossa armata navale del Barbarossa, restando presi più di cento de' suoi legni. Arrivò a tempo al soccorso dell'armata cristianadon Ferrante Gonzagacon assai navi cariche di vettovaglie, provenienti dalla Sicilia; perchè già il biscotto era muffito. Prese poi posto l'esercito cesareo intorno alla città di Tunisi, e seguirono varie scaramucce, ma col peggio semprede' Mori, Turchi ed Arabi, che sopra ottanta mila erano accorsi alla difesa. Crebbe perciò lo spavento fra essi, talmente che un dì il Barbarossa, tutto infuocato di rabbia, determinò di far perire qualunque schiavo cristiano che si trovasse in Tunisi, o per vendetta, o per sospetto di qualche lor commozione o tradimento. Li fece a questo fine rinchiudere tutti in un sito della rocca. Il Giovio ed il Segni li fanno sei mila; altri quindici mila; e Pietro Messia li fa giugnere fino a ventidue mila. Trattenuto fu il Barbaro da sì enorme crudeltà da Sinam Ebreo che era il suo braccio dritto. Ma in questo mentre due rinegati cristiani, che sapeano la sentenza data dal tiranno, mossi a compassione di alcuni schiavi loro amici, sciolsero le lor catene; e questi poi con somma fretta aiutarono a scatenar tutta la folla degli altri miseri cristiani. Ruppero essi le porte dell'armeria, e prese l'armi, ed uccisi quanti Mori si vollero loro opporre, s'impadronirono della rocca, da cui cominciarono a far segni ai cristiani di fuori, ma senza essere intesi. Cagion fu questo inaspettato colpo che il Barbarossa disperato se ne fuggisse a Bona, e poscia ad Algeri. Entrò il vittorioso imperadore nel dì 21 di luglio coll'esercito in Tunisi; e non seppe negare, o non potè impedire a' suoi il sacco della città per un giorno. Molti di que' Mori e Turchi vi rimasero tagliati a pezzi colle altre iniquità consuete in simili casi; ma per conto del bottino, questo riuscì troppo inferiore alle speranze. Perì in questa congiuntura un'insigne biblioteca d'antichi libri arabi, che meritavano d'essere conservati. Conoscendo poi l'imperadore l'impossibilità di conservare in suo dominio quella gran città e il suo regno, la rilasciò a Muleasse (fuorchè la Goletta) con obbligo di riconoscerla in feudo dai re di Spagna, e di pagare un annuo censo, con altre condizioni favorevoli alla religion cristiana, che il Maomettano senza fatica accettò e giurò, ben sapendo chenulla poi durerebbe col tempo, siccome avvenne.Andrea Doriaspedito a Bona, la prese e smantellò, a riserva della rocca, dove lasciò buon presidio.

Dopo sì gloriosa impresa il trionfante Augusto, licenziate le navi spagnuole e portoghesi, dirizzò le vele alla volta della Sicilia, e sbarcò a Trapani. Indi passò a Palermo, e poscia a Messina; e lasciato don Ferrante Gonzaga vicerè di Sicilia, pervenne a Napoli, dove fece la sua magnifica entrata nel dì 30 di novembre. Maravigliose furono le feste, gli archi trionfali ed altri spettacoli, co' quali solennizzarono tutte quelle città l'arrivo dell'invittissimo monarca. Nel dì 4 di dicembre comparve a NapoliErcole II ducadi Ferrara ad inchinare la maestà sua, che l'accolse con singolar degnazione. Parimente portatisi colà i fuorusciti fiorentini, ed ottenuta udienza, esposero tutte le loro querele contra delduca Alessandro de Medici. Il Varchi con una studiata aringa, in cui immaginò quanto di male intorno al duca dovea o potea dire il capo d'essi all'imperadore, non lasciò indietro alcuna delle iniquità vere o pretese di lui. Sospese l'Augusto Carlo ogni risoluzione, finchè fosse venuto alla corte anche il duca Alessandro, il quale nel dì 21 di dicembre si mosse da Firenze per passare colà. In questo mentre avvenne la morte diFrancesco Sforza ducadi Milano, che diede incentivo a nuovi incendii di guerra. Dopo avere lo sfortunato principe sofferta una lunga e molesta infermità, finalmente gli convenne soccombere alla legge universale dell'umanità nel dì 24 di ottobre, senza lasciar dopo di sè prole alcuna, e con dichiarar erede l'imperadore. In esso Francesco finì la linea legittima della celebre casa Sforza.Antonio da Levaprese tosto colladuchessa Cristiernail governo di quel ducato, finchè si sapessero le intenzioni dell'Augusto Carlo V. Pretendeva di succedere in quegli StatiGian-Paolo Sforza, marchese di Caravaggio, figlio naturale diLodovico il Moro, siccome chiamatonelle investiture dopo i legittimi. Ma partitosi egli da Milano per passare a Roma ad implorare i buoni uffizii del papa presso l'imperadore, allorchè giunse a Firenze, nel pranzare fu sorpreso da un maligno accidente, per cui finì i suoi giorni. Fu poi dichiarato Antonio da Leva governatore cesareo del ducato di Milano. Intanto l'odio implacabile che si era allignato in cuore diFrancesco I redi Francia contra dell'imperadore, non gli lasciava aver posa, nè riguardo alcuno alla religione. Fra le sue glorie certo non si conterà l'aver egli, che pur si gloriava del titolo di Cristianissimo, commossi e sostenuti i principi protestanti contra di Cesare, con giugnere, siccome vedremo, a far lega fino coi Turchi. Durava tuttavia in lui la brama di ricuperare il ducato di Milano, ancorchè ne' precedenti trattati avesse rinunziato a cotal pretensione. Vi ha chi scrive, che per la morte del duca di Milano si svegliasse il suo prurito di portar di nuovo la guerra in Italia, e che cominciasse sul fine di quest'anno a muoverla aCarlo duca di Savoia, per aver poi libero il passo in Lombardia. Le ragioni o pretesti, che egli adoperò per giustificare la sua rottura con quel principe, sono diversamente riferiti da varii storici. Cioè, che Nizza e Monaco erano state impegnate alla casa di Savoia (sarebbe da vedere se Monaco fosse allora in potere del duca), nè questi le volea restituire al re, tuttochè gli fosse esibito il rimborso. Che il duca avesse ottenuta la città d'Asti, che da tanto tempo apparteneva alla Francia, con altre ragioni ch'io tralascio. Ora il Guichenon, storico della real casa di Savoia, il quale si può credere meglio informato di questi affari, sostiene[Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye.], avere il re di Francia richiesta la restituzion di Nizza, e di alcuni luoghi del marchesato di Saluzzo, con altre doglianze contra del duca, alle quali egli contrappose, ma indarno, delle forti ragioni. La verità si è, che il re non sapea digerire l'attaccamentodel duca all'imperadore, l'aver negato il congresso dipapa Clemente VIIcol re a Nizza, ed inviato il suo primogenito ad allevarsi nella corte di Spagna, che in questo medesimo anno fu rapito dalla morte. Se crediamo al menzionato scrittore, fin dal mese di febbraio dell'anno presente il re dichiarò la guerra ad esso duca; e siccome teneva in pronto una potente armata, con disegno d'invadere lo Stato di Milano, così gli riuscì facile di spogliarlo della Savoia, e d'altri paesi di là dall'Alpi, prima che terminasse quest'anno. Spedì il duca Carlo ambasciatori a Napoli ad informar l'imperadore di queste novità funeste, e ne riportò solamente buone parole e promesse, giacchè per ora egli non poteva di più.


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