MDXXXVI

MDXXXVIAnno diCristoMDXXXVI. Indiz.IX.Paolo IIIpapa 3.Carlo Vimperadore 18.DacchèAlessandro de Mediciduca di Firenze, coll'accompagnamento di trecento cavalieri, tutti ben all'ordine, fu giunto a Napoli, ed ebbe soddisfatto agli atti del suo ossequio verso l'imperadore, gli furono comunicate le accuse de' fuorusciti fiorentini, alle quali diede quella risposta che a lui parve più propria. Ma ossia che l'efficacia del danaro applicato ai ministri cesarei producesse que' buoni effetti che suol produrre dappertutto, oppure che l'imperadore, trovandosi in procinto d'una nuova guerra in Italia, conoscesse più profittevole a' suoi interessi l'avere in Firenze un solo dominante, dipendente da' suoi cenni, che una unione di molte teste, quasi sempre disunite fra loro, e inclinate piuttosto in favor de' Franzesi, come veramente erano i Fiorentini: certo è ch'egli sentenziò in favore del duca, e il riconobbe per signor di Firenze. Inoltre gli diede per moglie le tante volte promessaMargheritasua figlia naturale, con certi patti, co' quali trasse da lui buona somma di danari, da impiegare nell'imminente guerra.Decretò ancora, che fosse lecito ai Fiorentini fuorusciti di ritornare alla lor patria, e di goder dei lor beni e degli uffizii soliti a dispensarsi agli altri cittadini. Ma i più d'essi o per timore o per rabbia non si sentirono voglia di prevalersi di tal grazia. Nel dì ultimo di febbraio furono celebrate quelle nozze con gran pompa, e dopo alcuni giorni di solazzo se ne tornò il duca trionfante a Firenze. I movimenti de' Franzesi contro il duca di Savoia non permisero all'Augusto Carlo di trattenersi più lungamente a Napoli; e però si mosse alla volta di Roma, colla guardia di settecento uomini d'arme e di sei mila fanti spagnuoli veterani, con far la sua entrata in quella gran città nel dì 5 d'aprile, accolto con sommo onore e magnificenza dalla corte del papa e dal popolo romano. Se stiamo al giudicio del Varchi,papa Paolomostrò veramente d'aver animo romano, perchè ebbe ardire d'accogliere senza forze forestiere un imperadore armato e vittorioso; quasichè l'alto grado di pontefice, e pontefice amante della pace, e l'animo grande e cattolico di quell'Augusto non fossero una più poderosa e sicura guardia del papa, che qualche migliaio di soldati venali. Il Segni nondimeno scrive che tutto il popolo romano era armato, ed avere il pontefice assoldati tre mila fanti per sua guardia. Furono a stretti e lunghi colloquii il papa e l'imperadore; e tenuto poi il concistoro, in cui furono ammessi anche gli oratori del re Cristianissimo, l'imperadore risentitamente si dolse dell'iniquità del re di Francia, il quale si mettea sotto i piedi tutti i trattati ed accordi precedenti, ed avea mossa un'indebita guerra alduca di Savoiasuo zio, e volea turbar la cristianità colla rovina di tanti popoli innocenti. Studiossi il buon papa di calmar lo sdegno di Cesare, con esibirsi mediatore di pace. E siccome egli bramava di buon cuore essa pace, perchè lontano dalle massime turbolenti di alcuni suoi predecessori, ne trattò posciacoi ministri franzesi. Avea l'imperadore esibito, o esibì dipoi, d'investire ilduca d'Angolemme, terzogenito del re di Francia, del ducato di Milano. Aggiunse che meglio sarebbe un personal duello per risparmiare il sangue di tanti cristiani. Ma ilre Francescoostinato ne' suoi voleri, richiedendo Milano pelduca d'Orleanssuo secondogenito, marito diCaterina de Medici, mandò poi a monte le buone disposizioni di Cesare (se pur questi parlava di cuore), e certamente frastornò lo zelo e l'amorevole interposizione di papa Paolo.Appena fu salito nella cattedra di san Pietro esso pontefice, che diede a conoscere al sacro collegio la sincera sua brama e risoluzione di convocare un concilio generale[Raynaldus, Annal. Eccl.], e nel concistoro tenuto a dì 17 di ottobre (il cardinal Pallavicino scrive[Pallavicino, Storia del Concil. di Trento.]nel dì 13 di novembre) del 1534 ne insinuò la necessità con sua lode, giacchèLeon Xnon vi pensò,Adriano VInon potè, eClemente VIInon ne trattò mai daddovero. Non avendo questo pontefice fin qui potuto eseguire così santa intenzione, colla venuta a Roma dell'imperadore, trovato ancora lui uniforme di desiderio e di parere, tenne concistoro nel dì 18 d'aprile (il Pallavicino ha il dì 8 d'esso mese), ed ivi pubblicò il decreto della convocazion del concilio. Fu poi per un tempo disturbato questo importante affare dalla mortal guerra che si svegliò fra i suddetti due emuli monarchi. Ma non per questo lasciò papa Paolo di far quanto era in sua mano, acciocchè si recasse questo gran bene alla Chiesa; anzi nel dì 29 di maggio dell'anno presente nel concistoro ne intimò il principio in Mantova pel maggio dell'anno susseguente. Tanto inoltre era il suo buon genio, che fin dai primi momenti del suo pontificato, e molto più di poi, ordinò che si cominciasse a riformar la corte e curia di Roma, e a notare gli abusi e disordini cheesigevano correzione. Lasciarono scritto molti storici che l'Augusto Carlonon si fermò che quattro giorni in Roma, e, secondo essi, dovette partirne nel dì 9 di aprile. Ma siamo assicurati dal Panvinio, dal cardinal Pallavicino e dell'annalista pontificio Rinaldi, ch'egli vi dimorò sino al dì 18 d'esso mese, nel quale si mise in viaggio alla volta della Toscana. Prima nondimeno che partisse, attento il pontefice ai vantaggi del figlioPier-Luigie de' nipoti, procacciò loro da esso imperadore stabili e pensioni d'annua rendita di trentasei mila scudi d'oro. Magnifico accoglimento con archi trionfali e grandi feste all'Augusto Carlo fu fatto in Siena, arrivato colà nel dì 23 di aprile. Maggiormente poi in Firenze, dove egli entrò nel dì 29 d'esso mese, e si trattenne fino il dì 4 di maggio, godendo di que' solazzi e della bellezza della città. Di là passò poi a Lucca, trovandola ben governata da' proprii cittadini; ed ivi stette sino il dì 10 di maggio. Dovunque passò, riscosse danari, abbisognandone per le meditate imprese. Finalmente per la via di Pontremoli calò in Lombardia. Fu poi condotta da NapoliMargheritasua figlia di età di tredici anni, a Firenze; e con sommo tripudio ed allegrezza entrò essa in quella città nel dì ultimo di maggio. Seguitò appresso il dì delle nozze; ma perchè in quel giorno accadde una non lieve eclisse del sole, trasse da ciò la gente augurio d'infelicità a quel matrimonio.Dacchè fu venuta la primavera, l'esercito franzese, senza trovare ostacolo veruno, passate l'Alpi, calò alle pianure del Piemonte sotto il comando diFilippo Sciabotammiraglio di Francia, con cui si unìFrancesco marchese di Saluzzo. Non avendo forzeCarlo duca di Savoiaper trattener questo torrente, mandò la moglie e il figlio co' più preziosi mobili a Milano, ed egli si fermò a Vercelli. Vennero in poter de' Franzesi Torino, Pinerolo, Fossano, Chieri ed altri luoghi. Poche forze allora si trovavano nelloStato di Milano; contuttociòAntonio da Levagovernatore, raunate quelle milizie che potè, ed unito col duca di Savoia, si spinse avanti per impedire i maggiori progressi de' nemici, e mise un buon presidio in Vercelli. S'erano anche mossi i Veneziani, co' quali avea l'imperadore nel precedente anno contratta lega, ma solamente per la difesa dello Stato di Milano. Questa nondimeno non fu la cagione che frenasse il corso dell'armata franzese; ma bensì la premura del pontefice di trattar di pace, per cui avea scritte efficaci lettere al re di Francia, con fargliela anche credere assai facile, perchè l'imperadore ne dava colle parole buona intenzione: il che fu creduto dai politici una simulazione per guadagnar tempo, e per potersi mettere in istato di far guerra; che di questa più che della pace era riputato sitibondo per isperanza d'ingoiare la Francia. Su queste apparenze di poter conseguir co' maneggi quello che coi troppo dispendiosi e pericolosi impegni di guerra si andava cercando, ilre Francescoaddormentato, non solamente spedì in Italia ilcardinal di Lorenaper trattare d'accordo con esso Augusto, ma eziandio ordinò all'ammiraglio di non procedere innanzi, e richiamollo in Francia con parte dello esercito. Lasciò egli buona guarnigione in Torino, città che fu mirabilmente fortificata e provveduta di munizioni da bocca e da guerra;Gian-Paolo Orsinonella città d'Alba, ed altri capitani in altre fortezze; e poi se ne andò a trovare il re. Allorchè l'imperadore arrivò a Siena, vi giunse ancora il cardinal di Lorena, e con lui trattò più volte di concordia, accompagnandolo pel viaggio; ma infine altro non raccolse che parole. Pervenuto l'imperadore ad Asti, ed indi a Savigliano, dove ilduca di SavoiaedAntonio da Levafurono ad inchinarlo, tenne varii consigli, ne' quali, contro il parere de' più, prevalse il sentimento suo di portar la guerra nel cuor della Francia, per vendicarsi del re Cristianissimo.Intanto Antonio da Leva assediò Fossano e lo costrinse alla resa, e ilmarchese di Saluzzoabbandonò il partito franzese. Aspettò l'Augusto Carlo che fossero giunte le grosse leve fatte da lui in Germania, ed unito che fu l'esercito tutto, si trovò, secondo i conti del Belcaire, ascendere a venticinque mila fanti tedeschi, otto mila spagnuoli, maggior numero d'italiani, con mille e ducento uomini d'armi. Altri gli diedero ventiquattro mila Tedeschi, quattordici mila Spagnuoli, dodici mila Italiani, con tre mila cavalli tra uomini d'armi e cavalli leggieri: voci ordinariamente insussistenti. Quel ch'è certo, una potente e fioritissima armata ebbe Cesare, in cui si contarono iduchi di Savoia, BavieraeBrunsvich, ed altri principi e baroni. Suoi generali eranoAntonio da Leva, Alfonso marchese del Vasto, don Ferrante Gonzaga, ilduca d'Alva, con gran copia d'altri condottieri.Adunque per tre parti dell'Alpi si inviò sul principio di luglio sì poderoso esercito verso la Provenza, secondato per mare dalla flotta diAndrea Doria. Restò in Piemonte con un corpo di otto o dieci mila personeGian-Giacomo signoredi Musso, e poi marchese di Marignano, soprannominato o cognominato il Medeghino, acciocchè, congiunto col marchese di Saluzzo, assediasse Torino. Nello stesso tempo fu mossa guerra in Fiandra dall'armi cesaree al re di Francia. All'assunto mio basterà di accennare che con tante forze l'Augusto Carlo, entrato in Provenza, nulla operò di memorabile. Circa un mese si perdè nella valle d'Aix, tentò in vano di formar lo assedio di Marsilia, nè alcun fatto d'armi considerabile avvenne in quella spedizione. Intanto il gran caldo fece guerra alle sue truppe, alle quali mancavano bene spesso le vettovaglie. Sopravvenne poi l'autunno colle pioggie e col fango, e coll'avviso che ilre di Franciasi accostava con un esercito di quaranta mila combattenti, giacchè venti mila Svizzerierano giunti al suo campo: laonde l'imperadore non volle maggiormente differire il ritornarsene in Italia. Ci ritornò, ma col rimprovero d'aver cantato il trionfo prima della vittoria, e coll'armata sua disfatta, perchè almen la metà delle sue truppe vi perì per gli stenti, per le malattie e per gli altri disordini. Seco ancora portò il rammarico di aver perduto sotto Marsilia il valoroso suo generale spagnuoloAntonio da Leva, morto d'infermità di corpo e di passion di animo per l'infelice successo dell'armi cesaree in Francia, essendo stato creduto ch'egli fosse il promotore di quella, quasi dissi, vergognosa impresa. Al re di Francia costò la guerra suddetta infinite spese e gravissimo danno a' suoi popoli di Provenza. Quel nondimeno che gli trapassò il cuore fu l'inaspettata morte deldelfino, cioè diFrancescosuo primogenito, giovinetto di mirabil espettazione, che, venuto all'armata, in quattro dì di malattia si sbrigò da questa vita. Nel bollore di quella doglia corse l'usuale sospetto di veleno, e ne fu imputato ilconte Sebastiano Montecuccolisuo coppiere, onorato gentiluomo di Modena, a cui di complessione delicatissima, come attesta Alessandro Sardi, scrittore contemporaneo,[Sardi, Ist. ms.]colla forza d'incredibili tormenti fu estorta la falsa confessione della morte procurata a quel principe ad istigazione di Antonio da Leva e dell'imperadore stesso: perlochè venne poi condannato l'innocente cavaliere ad un'orribil morte. Non vi fu saggio che non conoscesse la falsità e indegnità di quella imputazione, di cui non era mai degno l'animo generoso di un Carlo V. Mentre si facea questa danza in Provenza, ilconte Guido RangoneModenese, decretato dal re di Francia generale delle armi sue in Italia, nel mese di luglio ridottosi alla Mirandola, quivi raunò un corpo di dieci mila fanti italiani e di settecento cavalli, sotto il comando di varii prodi capitani. Teneva ordine esso Rangonedi tentar Genova in tempo cheAndrea Doriacol suo stuolo di galee era passato in Francia. Mossosi egli nel dì 16 d'agosto, arrivato che fu a Tortona, l'ebbe in suo potere. Marciò poscia a Genova, e fatta la chiamata a nome del re di Francia, trovò quel popolo ben disposto a difendersi. Nella notte seguente con una scalata diede l'assalto alle mura, sperando pure qualche favorevol movimento nella città; ma niun si mosse; e però, conoscendo egli che con sì poche forze era impossibile il vincere una tanto popolata città, se ne andò in Piemonte. Prese Carignano, Chieri, Carmagnola e Cherasco; ed indi passato Pinerolo, spedìCesare Fregosoa Raconigi, che se ne impadronì a forza d'armi. Vi fu messo a fil di spada il presidio imperiale, e rimasero prigionieriAnnibale Brancaccioe ilconte Alessandro Crivello. Era da molto tempo la città di Torino assediata daFrancesco marchesedi Saluzzo, e daGian-Giacomo de Medici. Lo arrivo del conte Guido fece sciogliere quell'assedio; e perchè egli avea trovata gran copia di artiglierie e di viveri in Carignano, tutto fece condurre a Torino. Gran disattenzione fu quella del Varchi, allorchè arrivò a scrivere che i soldati del Rangone dopo il tentativo di Genovase ne tornarono senz'ordine alcuno verso la Mirandola, dove si dissolverono e sbandarono del tutto. In questo ne seppe ben più di lui il Segni, per tacer d'altri storici.Mal soddisfatto di sè medesimo venne l'imperador Carlo Vper mare a Genova, e colà si portarono ad inchinarlo varii principi d'Italia, e primo fra essiFederigo ducadi Mantova, per promuovere le ragioni diMargheritasua moglie sopra il Monferrato. Dopo aver fatto ventilar quella causa, nel dì 3 di novembre proferì, quanto al possesso, la sentenza in favore del duca di Mantova. Su quello Stato avea delle pretensioni il marchese di Saluzzo. Molte più ne aveaCarlo ducadi Savoia a cagion d'una donazione fattaalduca AmedeodaGian-Giacomo marchesedi Monferrato. Verisimilmente per guadagnarsi il favore dell'Augusto sovrano avea il primo abbandonati i Franzesi, e il secondo tanto prima avea coltivata in varie forme la di lui buona grazia. Dopo la perdita della maggior parte de' suoi Stati s'era ritirato esso duca a Nizza, dove si fortificò. Si dolse egli non poco del suddetto decreto cesareo; perchè, quantunque restassero vive le sue ragioni, da conoscersi poi in giudizio: pure intendeva che vantaggio fosse quello di chi possiede le cose controverse. Tanto più s'afflisse egli, dacchè seppe che l'imperadore imbarcatosi avea nel dì 15 di novembre spiegate le vele verso la Spagna, senza prendersi cura di ricuperar quegli Stati ch'egli pel suo attaccamento allo stesso Augusto, avea perduto. Venne poscia il duca di Mantova con un commissario cesareo per prendere il possesso di Casale di Sant'Evasio. Ma mentre egli si stava preparando per farvi una magnifica entrata, introdussero alcuni suoi malevoli di notte in quella città mille fanti e trecento cavalli franzesi, che diedero il sacco a tutti i fautori della duchessa di Mantova. Ciò riferito alMarchese del Vasto, che in luogo di Antonio da Leva era stato creato capitan generale dello Stato di Milano, e dimorava allora in Asti, vi accorse nel dì 24 di novembre con molte sue brigate, ed entrato nella rocca, che tuttavia si teneva, assalì i Franzesi verso la città, e dopo un sanguinoso conflitto li sconfisse, con saccheggiar poscia chiunque loro avea prestato favore. Fu solennemente nel dì 29 del suddetto mese dato al duca Federigo il possesso col titolo di marchese di Monferrato. Fin quiMassimiliano Stampa, alla cui fede il defunto ducaFrancesco Sforzaavea raccomandato l'inespugnabil castello di Milano, non s'era potuto indurre a consegnarlo all'imperadore. Nel sopraddetto novembre si lasciò egli vincere, e n'ebbe per ricompensa cinquanta mila scudi d'oro,e fu dichiarato marchese di Soncino. Merita ancoraLorenzo, ossiaRenzo signore di Ceri, dell'insigne casa Orsina, da noi veduto sì valoroso condottier di armi in tante passate guerre, che si faccia menzion della sua morte accaduta nel dì 20 di gennaio dell'anno presente, per essergli caduto addosso il cavallo, mentre era alla caccia. Secondo l'annalista Spondano, nell'anno precedente venuto a Ferrara l'eresiarca Giovanni Calvino, sotto abito finto, talmente infettò Renea figlia delre Lodovico XII, e duchessa di Ferrara, degli errori suoi, che non si potè mai trarle di cuore il bevuto veleno. Ma nel presente anno, veggendosi scoperto questo lupo, se ne fuggì a Ginevra. Vengo assicurato da chi ha veduto gli atti della inquisizion di Ferrara, che sì pestifero mobile fu fatto prigione; ma nel mentre che era condotto da Ferrara a Bologna, da gente armata fu messo in libertà. Onde fosse venuto il colpo, ognun facilmente l'immaginò.

DacchèAlessandro de Mediciduca di Firenze, coll'accompagnamento di trecento cavalieri, tutti ben all'ordine, fu giunto a Napoli, ed ebbe soddisfatto agli atti del suo ossequio verso l'imperadore, gli furono comunicate le accuse de' fuorusciti fiorentini, alle quali diede quella risposta che a lui parve più propria. Ma ossia che l'efficacia del danaro applicato ai ministri cesarei producesse que' buoni effetti che suol produrre dappertutto, oppure che l'imperadore, trovandosi in procinto d'una nuova guerra in Italia, conoscesse più profittevole a' suoi interessi l'avere in Firenze un solo dominante, dipendente da' suoi cenni, che una unione di molte teste, quasi sempre disunite fra loro, e inclinate piuttosto in favor de' Franzesi, come veramente erano i Fiorentini: certo è ch'egli sentenziò in favore del duca, e il riconobbe per signor di Firenze. Inoltre gli diede per moglie le tante volte promessaMargheritasua figlia naturale, con certi patti, co' quali trasse da lui buona somma di danari, da impiegare nell'imminente guerra.Decretò ancora, che fosse lecito ai Fiorentini fuorusciti di ritornare alla lor patria, e di goder dei lor beni e degli uffizii soliti a dispensarsi agli altri cittadini. Ma i più d'essi o per timore o per rabbia non si sentirono voglia di prevalersi di tal grazia. Nel dì ultimo di febbraio furono celebrate quelle nozze con gran pompa, e dopo alcuni giorni di solazzo se ne tornò il duca trionfante a Firenze. I movimenti de' Franzesi contro il duca di Savoia non permisero all'Augusto Carlo di trattenersi più lungamente a Napoli; e però si mosse alla volta di Roma, colla guardia di settecento uomini d'arme e di sei mila fanti spagnuoli veterani, con far la sua entrata in quella gran città nel dì 5 d'aprile, accolto con sommo onore e magnificenza dalla corte del papa e dal popolo romano. Se stiamo al giudicio del Varchi,papa Paolomostrò veramente d'aver animo romano, perchè ebbe ardire d'accogliere senza forze forestiere un imperadore armato e vittorioso; quasichè l'alto grado di pontefice, e pontefice amante della pace, e l'animo grande e cattolico di quell'Augusto non fossero una più poderosa e sicura guardia del papa, che qualche migliaio di soldati venali. Il Segni nondimeno scrive che tutto il popolo romano era armato, ed avere il pontefice assoldati tre mila fanti per sua guardia. Furono a stretti e lunghi colloquii il papa e l'imperadore; e tenuto poi il concistoro, in cui furono ammessi anche gli oratori del re Cristianissimo, l'imperadore risentitamente si dolse dell'iniquità del re di Francia, il quale si mettea sotto i piedi tutti i trattati ed accordi precedenti, ed avea mossa un'indebita guerra alduca di Savoiasuo zio, e volea turbar la cristianità colla rovina di tanti popoli innocenti. Studiossi il buon papa di calmar lo sdegno di Cesare, con esibirsi mediatore di pace. E siccome egli bramava di buon cuore essa pace, perchè lontano dalle massime turbolenti di alcuni suoi predecessori, ne trattò posciacoi ministri franzesi. Avea l'imperadore esibito, o esibì dipoi, d'investire ilduca d'Angolemme, terzogenito del re di Francia, del ducato di Milano. Aggiunse che meglio sarebbe un personal duello per risparmiare il sangue di tanti cristiani. Ma ilre Francescoostinato ne' suoi voleri, richiedendo Milano pelduca d'Orleanssuo secondogenito, marito diCaterina de Medici, mandò poi a monte le buone disposizioni di Cesare (se pur questi parlava di cuore), e certamente frastornò lo zelo e l'amorevole interposizione di papa Paolo.

Appena fu salito nella cattedra di san Pietro esso pontefice, che diede a conoscere al sacro collegio la sincera sua brama e risoluzione di convocare un concilio generale[Raynaldus, Annal. Eccl.], e nel concistoro tenuto a dì 17 di ottobre (il cardinal Pallavicino scrive[Pallavicino, Storia del Concil. di Trento.]nel dì 13 di novembre) del 1534 ne insinuò la necessità con sua lode, giacchèLeon Xnon vi pensò,Adriano VInon potè, eClemente VIInon ne trattò mai daddovero. Non avendo questo pontefice fin qui potuto eseguire così santa intenzione, colla venuta a Roma dell'imperadore, trovato ancora lui uniforme di desiderio e di parere, tenne concistoro nel dì 18 d'aprile (il Pallavicino ha il dì 8 d'esso mese), ed ivi pubblicò il decreto della convocazion del concilio. Fu poi per un tempo disturbato questo importante affare dalla mortal guerra che si svegliò fra i suddetti due emuli monarchi. Ma non per questo lasciò papa Paolo di far quanto era in sua mano, acciocchè si recasse questo gran bene alla Chiesa; anzi nel dì 29 di maggio dell'anno presente nel concistoro ne intimò il principio in Mantova pel maggio dell'anno susseguente. Tanto inoltre era il suo buon genio, che fin dai primi momenti del suo pontificato, e molto più di poi, ordinò che si cominciasse a riformar la corte e curia di Roma, e a notare gli abusi e disordini cheesigevano correzione. Lasciarono scritto molti storici che l'Augusto Carlonon si fermò che quattro giorni in Roma, e, secondo essi, dovette partirne nel dì 9 di aprile. Ma siamo assicurati dal Panvinio, dal cardinal Pallavicino e dell'annalista pontificio Rinaldi, ch'egli vi dimorò sino al dì 18 d'esso mese, nel quale si mise in viaggio alla volta della Toscana. Prima nondimeno che partisse, attento il pontefice ai vantaggi del figlioPier-Luigie de' nipoti, procacciò loro da esso imperadore stabili e pensioni d'annua rendita di trentasei mila scudi d'oro. Magnifico accoglimento con archi trionfali e grandi feste all'Augusto Carlo fu fatto in Siena, arrivato colà nel dì 23 di aprile. Maggiormente poi in Firenze, dove egli entrò nel dì 29 d'esso mese, e si trattenne fino il dì 4 di maggio, godendo di que' solazzi e della bellezza della città. Di là passò poi a Lucca, trovandola ben governata da' proprii cittadini; ed ivi stette sino il dì 10 di maggio. Dovunque passò, riscosse danari, abbisognandone per le meditate imprese. Finalmente per la via di Pontremoli calò in Lombardia. Fu poi condotta da NapoliMargheritasua figlia di età di tredici anni, a Firenze; e con sommo tripudio ed allegrezza entrò essa in quella città nel dì ultimo di maggio. Seguitò appresso il dì delle nozze; ma perchè in quel giorno accadde una non lieve eclisse del sole, trasse da ciò la gente augurio d'infelicità a quel matrimonio.

Dacchè fu venuta la primavera, l'esercito franzese, senza trovare ostacolo veruno, passate l'Alpi, calò alle pianure del Piemonte sotto il comando diFilippo Sciabotammiraglio di Francia, con cui si unìFrancesco marchese di Saluzzo. Non avendo forzeCarlo duca di Savoiaper trattener questo torrente, mandò la moglie e il figlio co' più preziosi mobili a Milano, ed egli si fermò a Vercelli. Vennero in poter de' Franzesi Torino, Pinerolo, Fossano, Chieri ed altri luoghi. Poche forze allora si trovavano nelloStato di Milano; contuttociòAntonio da Levagovernatore, raunate quelle milizie che potè, ed unito col duca di Savoia, si spinse avanti per impedire i maggiori progressi de' nemici, e mise un buon presidio in Vercelli. S'erano anche mossi i Veneziani, co' quali avea l'imperadore nel precedente anno contratta lega, ma solamente per la difesa dello Stato di Milano. Questa nondimeno non fu la cagione che frenasse il corso dell'armata franzese; ma bensì la premura del pontefice di trattar di pace, per cui avea scritte efficaci lettere al re di Francia, con fargliela anche credere assai facile, perchè l'imperadore ne dava colle parole buona intenzione: il che fu creduto dai politici una simulazione per guadagnar tempo, e per potersi mettere in istato di far guerra; che di questa più che della pace era riputato sitibondo per isperanza d'ingoiare la Francia. Su queste apparenze di poter conseguir co' maneggi quello che coi troppo dispendiosi e pericolosi impegni di guerra si andava cercando, ilre Francescoaddormentato, non solamente spedì in Italia ilcardinal di Lorenaper trattare d'accordo con esso Augusto, ma eziandio ordinò all'ammiraglio di non procedere innanzi, e richiamollo in Francia con parte dello esercito. Lasciò egli buona guarnigione in Torino, città che fu mirabilmente fortificata e provveduta di munizioni da bocca e da guerra;Gian-Paolo Orsinonella città d'Alba, ed altri capitani in altre fortezze; e poi se ne andò a trovare il re. Allorchè l'imperadore arrivò a Siena, vi giunse ancora il cardinal di Lorena, e con lui trattò più volte di concordia, accompagnandolo pel viaggio; ma infine altro non raccolse che parole. Pervenuto l'imperadore ad Asti, ed indi a Savigliano, dove ilduca di SavoiaedAntonio da Levafurono ad inchinarlo, tenne varii consigli, ne' quali, contro il parere de' più, prevalse il sentimento suo di portar la guerra nel cuor della Francia, per vendicarsi del re Cristianissimo.Intanto Antonio da Leva assediò Fossano e lo costrinse alla resa, e ilmarchese di Saluzzoabbandonò il partito franzese. Aspettò l'Augusto Carlo che fossero giunte le grosse leve fatte da lui in Germania, ed unito che fu l'esercito tutto, si trovò, secondo i conti del Belcaire, ascendere a venticinque mila fanti tedeschi, otto mila spagnuoli, maggior numero d'italiani, con mille e ducento uomini d'armi. Altri gli diedero ventiquattro mila Tedeschi, quattordici mila Spagnuoli, dodici mila Italiani, con tre mila cavalli tra uomini d'armi e cavalli leggieri: voci ordinariamente insussistenti. Quel ch'è certo, una potente e fioritissima armata ebbe Cesare, in cui si contarono iduchi di Savoia, BavieraeBrunsvich, ed altri principi e baroni. Suoi generali eranoAntonio da Leva, Alfonso marchese del Vasto, don Ferrante Gonzaga, ilduca d'Alva, con gran copia d'altri condottieri.

Adunque per tre parti dell'Alpi si inviò sul principio di luglio sì poderoso esercito verso la Provenza, secondato per mare dalla flotta diAndrea Doria. Restò in Piemonte con un corpo di otto o dieci mila personeGian-Giacomo signoredi Musso, e poi marchese di Marignano, soprannominato o cognominato il Medeghino, acciocchè, congiunto col marchese di Saluzzo, assediasse Torino. Nello stesso tempo fu mossa guerra in Fiandra dall'armi cesaree al re di Francia. All'assunto mio basterà di accennare che con tante forze l'Augusto Carlo, entrato in Provenza, nulla operò di memorabile. Circa un mese si perdè nella valle d'Aix, tentò in vano di formar lo assedio di Marsilia, nè alcun fatto d'armi considerabile avvenne in quella spedizione. Intanto il gran caldo fece guerra alle sue truppe, alle quali mancavano bene spesso le vettovaglie. Sopravvenne poi l'autunno colle pioggie e col fango, e coll'avviso che ilre di Franciasi accostava con un esercito di quaranta mila combattenti, giacchè venti mila Svizzerierano giunti al suo campo: laonde l'imperadore non volle maggiormente differire il ritornarsene in Italia. Ci ritornò, ma col rimprovero d'aver cantato il trionfo prima della vittoria, e coll'armata sua disfatta, perchè almen la metà delle sue truppe vi perì per gli stenti, per le malattie e per gli altri disordini. Seco ancora portò il rammarico di aver perduto sotto Marsilia il valoroso suo generale spagnuoloAntonio da Leva, morto d'infermità di corpo e di passion di animo per l'infelice successo dell'armi cesaree in Francia, essendo stato creduto ch'egli fosse il promotore di quella, quasi dissi, vergognosa impresa. Al re di Francia costò la guerra suddetta infinite spese e gravissimo danno a' suoi popoli di Provenza. Quel nondimeno che gli trapassò il cuore fu l'inaspettata morte deldelfino, cioè diFrancescosuo primogenito, giovinetto di mirabil espettazione, che, venuto all'armata, in quattro dì di malattia si sbrigò da questa vita. Nel bollore di quella doglia corse l'usuale sospetto di veleno, e ne fu imputato ilconte Sebastiano Montecuccolisuo coppiere, onorato gentiluomo di Modena, a cui di complessione delicatissima, come attesta Alessandro Sardi, scrittore contemporaneo,[Sardi, Ist. ms.]colla forza d'incredibili tormenti fu estorta la falsa confessione della morte procurata a quel principe ad istigazione di Antonio da Leva e dell'imperadore stesso: perlochè venne poi condannato l'innocente cavaliere ad un'orribil morte. Non vi fu saggio che non conoscesse la falsità e indegnità di quella imputazione, di cui non era mai degno l'animo generoso di un Carlo V. Mentre si facea questa danza in Provenza, ilconte Guido RangoneModenese, decretato dal re di Francia generale delle armi sue in Italia, nel mese di luglio ridottosi alla Mirandola, quivi raunò un corpo di dieci mila fanti italiani e di settecento cavalli, sotto il comando di varii prodi capitani. Teneva ordine esso Rangonedi tentar Genova in tempo cheAndrea Doriacol suo stuolo di galee era passato in Francia. Mossosi egli nel dì 16 d'agosto, arrivato che fu a Tortona, l'ebbe in suo potere. Marciò poscia a Genova, e fatta la chiamata a nome del re di Francia, trovò quel popolo ben disposto a difendersi. Nella notte seguente con una scalata diede l'assalto alle mura, sperando pure qualche favorevol movimento nella città; ma niun si mosse; e però, conoscendo egli che con sì poche forze era impossibile il vincere una tanto popolata città, se ne andò in Piemonte. Prese Carignano, Chieri, Carmagnola e Cherasco; ed indi passato Pinerolo, spedìCesare Fregosoa Raconigi, che se ne impadronì a forza d'armi. Vi fu messo a fil di spada il presidio imperiale, e rimasero prigionieriAnnibale Brancaccioe ilconte Alessandro Crivello. Era da molto tempo la città di Torino assediata daFrancesco marchesedi Saluzzo, e daGian-Giacomo de Medici. Lo arrivo del conte Guido fece sciogliere quell'assedio; e perchè egli avea trovata gran copia di artiglierie e di viveri in Carignano, tutto fece condurre a Torino. Gran disattenzione fu quella del Varchi, allorchè arrivò a scrivere che i soldati del Rangone dopo il tentativo di Genovase ne tornarono senz'ordine alcuno verso la Mirandola, dove si dissolverono e sbandarono del tutto. In questo ne seppe ben più di lui il Segni, per tacer d'altri storici.

Mal soddisfatto di sè medesimo venne l'imperador Carlo Vper mare a Genova, e colà si portarono ad inchinarlo varii principi d'Italia, e primo fra essiFederigo ducadi Mantova, per promuovere le ragioni diMargheritasua moglie sopra il Monferrato. Dopo aver fatto ventilar quella causa, nel dì 3 di novembre proferì, quanto al possesso, la sentenza in favore del duca di Mantova. Su quello Stato avea delle pretensioni il marchese di Saluzzo. Molte più ne aveaCarlo ducadi Savoia a cagion d'una donazione fattaalduca AmedeodaGian-Giacomo marchesedi Monferrato. Verisimilmente per guadagnarsi il favore dell'Augusto sovrano avea il primo abbandonati i Franzesi, e il secondo tanto prima avea coltivata in varie forme la di lui buona grazia. Dopo la perdita della maggior parte de' suoi Stati s'era ritirato esso duca a Nizza, dove si fortificò. Si dolse egli non poco del suddetto decreto cesareo; perchè, quantunque restassero vive le sue ragioni, da conoscersi poi in giudizio: pure intendeva che vantaggio fosse quello di chi possiede le cose controverse. Tanto più s'afflisse egli, dacchè seppe che l'imperadore imbarcatosi avea nel dì 15 di novembre spiegate le vele verso la Spagna, senza prendersi cura di ricuperar quegli Stati ch'egli pel suo attaccamento allo stesso Augusto, avea perduto. Venne poscia il duca di Mantova con un commissario cesareo per prendere il possesso di Casale di Sant'Evasio. Ma mentre egli si stava preparando per farvi una magnifica entrata, introdussero alcuni suoi malevoli di notte in quella città mille fanti e trecento cavalli franzesi, che diedero il sacco a tutti i fautori della duchessa di Mantova. Ciò riferito alMarchese del Vasto, che in luogo di Antonio da Leva era stato creato capitan generale dello Stato di Milano, e dimorava allora in Asti, vi accorse nel dì 24 di novembre con molte sue brigate, ed entrato nella rocca, che tuttavia si teneva, assalì i Franzesi verso la città, e dopo un sanguinoso conflitto li sconfisse, con saccheggiar poscia chiunque loro avea prestato favore. Fu solennemente nel dì 29 del suddetto mese dato al duca Federigo il possesso col titolo di marchese di Monferrato. Fin quiMassimiliano Stampa, alla cui fede il defunto ducaFrancesco Sforzaavea raccomandato l'inespugnabil castello di Milano, non s'era potuto indurre a consegnarlo all'imperadore. Nel sopraddetto novembre si lasciò egli vincere, e n'ebbe per ricompensa cinquanta mila scudi d'oro,e fu dichiarato marchese di Soncino. Merita ancoraLorenzo, ossiaRenzo signore di Ceri, dell'insigne casa Orsina, da noi veduto sì valoroso condottier di armi in tante passate guerre, che si faccia menzion della sua morte accaduta nel dì 20 di gennaio dell'anno presente, per essergli caduto addosso il cavallo, mentre era alla caccia. Secondo l'annalista Spondano, nell'anno precedente venuto a Ferrara l'eresiarca Giovanni Calvino, sotto abito finto, talmente infettò Renea figlia delre Lodovico XII, e duchessa di Ferrara, degli errori suoi, che non si potè mai trarle di cuore il bevuto veleno. Ma nel presente anno, veggendosi scoperto questo lupo, se ne fuggì a Ginevra. Vengo assicurato da chi ha veduto gli atti della inquisizion di Ferrara, che sì pestifero mobile fu fatto prigione; ma nel mentre che era condotto da Ferrara a Bologna, da gente armata fu messo in libertà. Onde fosse venuto il colpo, ognun facilmente l'immaginò.


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