Aveano gl'infelici Genovesi il coltello alla gola; inutile fu il reclamare; necessario l'ubbidire. Concorsero dunque le famiglie più benestanti al pubblico bisogno coll'inviare alla zecca le loro argenterie; si trasse danaro contante da altri; convenne anche ricorrere al banco di San Giorgio, depositario del danaro non solo de' Genovesi, ma di molte altre nazioni; tanto che nel termine di cinque giorni fu pagato il primo milione. Più tempo vi volle per isborsare il secondo, non potendo la zecca battere se non partitamente sì gran copia d'argento. Con parte di quel danaro furono non solamente soddisfatti di molti mesi trascorsi gli uffiziali austriaci, ma anche riconosciuto dalla generosità dell'augusta sovrana con proporzionato regalo il buon servigio de' suoi uffiziali. Parte d'esso tesoro fu condotto a Milano da riporsiin quel castello. A conto ancora del pagamento suddetto andò la restituzion delle gioie e di altri arredi della casa de Medici, impegnati in Genova dal regnante Augusto. Nè si dee tacere che videsi ancor qui una delle umane vicende. Tanta cura degl'industriosi Genovesi per raunar ricchezze andò a finire in una sì trabocchevol tassa di contribuzioni, la quale, tuttochè imposta ad una città cotanto diviziosa, pure a molti può fare ribrezzo. Non sarebbe ad una città povera toccato un così indiscreto salasso. E vie più dovette riuscire sensibile a quella nobil repubblica, perchè accaduto dappoichè appena ella s'era rimessa dalla lunga febbre maligna della Corsica, in cui non oso dire quanti milioni essi dicono di avere impiegato, ma che certamente si può credere costata a lei un'immensità di danaro. Fama corse che il re di Sardegna si lagnasse, perchè nè pure una parola si fosse fatta di lui nella capitolazione, e nè pure si fosse pensato a lui nell'imposta di tanto danaro e nella occupazione di tanti magazzini. Pari doglianza fu detto che facesse l'ammiraglio inglese.Ciò che in sì improvvisa e deplorabil rivoluzione dicessero, almen sotto voce, gli afflitti e battuti Genovesi, non è giunto a mia notizia. Quel che è certo, entro e fuori d'Italia accompagnata fu la loro disavventura dal compatimento universale, e fino da chi dianzi non avea buon cuore per essi. Però dappertutto si scatenarono voci non men contra degli Spagnuoli che dei Franzesi, detestando i primi, perchè principalmente da lor venne il precipizio de' Genovesi; e gli altri, perchè mai non comparvero in Italia nell'anno presente quelle tante lor truppe che si spacciavano in moto sulle gazzette, e che avrebbero potuto esentare da sì gran tracollo gl'interessi proprii e quei de' loro collegati. Aggiugnevano i politici, che quand'anche il novello re di Spagna avesse preso idee diverse da quelle del padre, richiedeva nondimeno l'onor dellacorona che non si sacrificassero sì obbrobriosamente gli amici ed alleati; e in ogni caso poteva almeno e doveva il comune esercito procacciare, per mezzo di qualche capitolazione, condizioni men dure e dannose a chi avea da restare in abbandono. Finalmente diceano doversi incidere in marmo questo nuovo esempio, giacchè s'erano dimenticati i vecchi, per ricordo a' minori potentati del grave pericolo a cui si espongono in collegarsi co' maggiori; perchè facile è il trovar monarchi tanto applicati al proprio interesse, che fanno servir gli amici inferiori al loro vantaggio, con abbandonarli anche alla mala ventura, per risparmiare a sè stessi l'incomodo di sostenerli. Chi più si figurava di sapere gli arcani dei gabinetti, spacciò che fra la Spagna, Inghilterra e Vienna era già conchiuso un segreto accordo, per cui la Spagna dovea richiamar d'Italia le sue truppe; e gli Inglesi lasciar passare a Napoli dieci mila Spagnuoli; e l'imperadrice regina fermare a' confini del Tortonese i passi delle sue truppe: avere i primi soddisfatto all'impegno, ed aver mancato alla sua parte l'austriaca armata. Di qua poi essere avvenuto che la Spagna irritata poscia di nuovo s'unì colla Francia. Tutti sogni di gente sfaccendata. Nè pur tempo vi era stato per sì fatto maneggio e preteso accordo; e certo l'imperadrice regina, principessa generosa e d'animo virile, non era capace di obliar la propria dignità con tradire non solo gli Spagnuoli, ma anche i mediatori Inglesi, cioè i migliori de' suoi collegati. La comune credenza pertanto fu, che la Francia non pensò all'abbandono de' Genovesi; e se il suo maresciallo si lasciò trascinare dall'esempio degli Spagnuoli, non fu questo approvato dal re Cristianissimo. Quanto poscia alla corte del re Cattolico, si tenne per fermo, che sui principii cotanto prevalesse il partito contrario alla vedovaregina Elisabetta, che si giugnesse a quella precipitosa risoluzione a cui da lì a non molto succedette il pentimento,essendo riuscito al gabinetto di Francia di tener saldo nella lega il re novello di Spagna, ma dopo essere cotanto peggiorati in Italia i loro affari, e con dover tornare all'abici, qualora intendessero di calar un'altra volta in Italia. Per conto poi de' Genovesi poco servì a minorare i loro danni ed affanni l'altrui compatimento, e il cangiamento di massime nella corte del re di Spagna. Contuttociò dicevano essi di trovar qualche consolazione in pensando, che ognuno potea scorgere, non essere le loro disavventure una conseguenza di qualche loro ambizioso disegno, ma una necessità di difesa; nè potersi chiamar poco saggio il loro consiglio per l'aderenza presa con due corone potentissime, le quali sole poteano preservarli dai minacciati danni: giacchè a nulla aveano servito i tanti loro ricorsi e richiami alle corti di Vienna, Inghilterra ed Olanda.Ma lasciamo oramai i Genovesi, per seguitareCarlo Emmanuelere di Sardegna. Nè pur egli fu pigro a prendere la fortuna pel ciuffo. Colla maggior diligenza possibile fece egli calar le sue truppe per l'aspre montagne dell'Apennino sulla riviera di Ponente, a fin di tagliare la strada, se gli veniva fatto, ai fuggitivi Franzesi; e fama corse essere mancato poco che l'infantedon Filippoe ilduca di Modenanon fossero sorpresi nel viaggio. Ma la principal mira d'esso re erano Savona e il Finale, paesi dietro ai quali s'erano consumati tanti desiderii de' suoi antenati, e sui quali la real casa di Savoia manteneva antiche ragioni o pretensioni. Giunsero colà le sue milizie nel dì 8 di settembre; ed arrivò anche lo stesso re nel dì seguente a Savona, incontrato dal vescovo e dai magistrati della città, che andarono a presentargli le chiavi. Colà giunse ancora il generale Gorani, spedito con alcuni battaglioni austriaci, per darsi mano a sottomettere il castello assai forte d'essa Savona. Trovavasi alla difesa di quello un comandante di casa Adorno nobile genovese,il quale alla chiamata di rendersi diede quella risposta che conveniva ad un coraggioso e fedele uffiziale; e tanto più perchè fu fatta essa chiamata per parte del re di Sardegna. Raccontasi che egli dipoi, come se quella piazza avesse da essere il sepolcro suo, distribuì ai soldati varii effetti e danari di sua ragione, e nel testamento suo dichiarò eredi suoi le mogli e i figli di quegli uffiziali che morrebbono nella difesa: al che egli dipoi si accinse con tutto vigore. Si tardò ben molto a cominciare le ostilità contra di quel castello, perchè non poteano volare per le aspre montagne i mortai e l'artiglieria grossa che occorreva a quell'assedio. Passarono le brigate austriaco-sarde al Finale, e il forte di quella terra non si fece molto pregare a capitolar la resa, con restar prigione il presidio, e coll'avere gli uffiziali ottenuto buon trattamento per loro e per i loro equipaggi. Giunse colà nel dì 15 di settembre il re di Sardegna; allora fu che, non potendosi più ritenere l'antico abborrimento di quel popolo al giogo genovese, scoppiò in segni d'incredibil allegrezza, e con sommo applauso, ed applauso di cuore accolse il novello sovrano. Proseguì poscia esso re colle milizie il viaggio, occupando di mano in mano i posti e le terre che i Franzesi andavano abbandonando, finchè giunse a Ventimiglia, Villafranca e Montalbano, all'assedio de' quali luoghi egli fu forzato a dover fermare il piede. Dovunque passarono l'armi sue vincitrici, segni ne restarono della singolar sua moderazione e della savia sua maniera di trattare chiunque a lui si arrendeva. Non la voleva egli contra la borsa di que' popoli; esatta disciplina osservavano le sue truppe; solamente, per buona precauzione, levò l'armi al conquistato paese. Impiegò egli in quei viaggi e nella conquista della riviera di Ponente il resto di settembre e la metà d'ottobre; nè altro considerabil avvenimento si contò, se non che il generale austriaco Gorani, nel riconoscere il postodella Turbia, nel dì 12 d'esso ottobre perdè la vita; i Franzesi nel dì 18 ripassarono il Varo; il castello di Ventimiglia nel dì 23 si sottomise all'armi de' Piemontesi.Intanto la corte di Vienna, considerando il bell'ascendente dell'armi sue in Lombardia e nel Genovesato, e già cacciati di là da' monti i nemici tutti, vagheggiava il bel regno di Napoli, come un premio dovuto al valore e alla buona fortuna dell'armi sue nell'anno presente. Niun v'era de' ministri che, ricordevole delle tante pensioni e regali procedenti una volta da quel fruttuoso paese, non inculcasse venuto ormai il tempo di riacquistar giustamente ciò che s'era sì miseramente perduto negli anni addietro; avere l'imperadrice oziosi circa dieci mila cavalli, adagiati nel Modenese, Cremonese, Mantovano ed altri luoghi. Accresciuti questi da qualche quantità di fanteria, ecco un esercito capace di conquistare tutto quel regno; trovarsi il re di Napoli privo di gente, di danaro e di maniera per resistere; col solo presentarsi colà un esercito austriaco, altro scampo non restare a quel re, che di fuggirsene in Sicilia; e che la Sicilia stessa, qualora volessero dar mano gl'Inglesi, facilmente coronerebbe il trionfo dell'armi imperiali. Forti erano e ben gustate queste ragioni; e non è da dubitare che la corte cesarea ardesse di voglia di quell'impresa; al qual fine si videro anche sboccare in Italia alcune migliaia di fanti Croati e Schiavoni, gente mal in arnese, ma forte di corpo, reggimentata, e che sa, occorrendo, ben maneggiare i fucili e sciable. Ma altri furono in que' tempi i disegni dell'Inghilterra, cioè di quella potenza che avea come dipendenti, per non dire come servi, i suoi collegati, pel bisogno che tutti aveano delle sue sterline, cioè d'un danaro onde veniva il moto principale della macchina di quell'alleanza. Da che la Francia osò, se non di attaccare, almeno di secondare il fuoco nelle viscere dellaGran Bretagna colla sedizion della Scozia, in cui non si trattava di meno che di detronizzare il regnante reGiorgio II, lo spirito della vendetta, o sia la brama di rendere la pariglia al re Cristianissimo, fece gran breccia nella corte britannica. Fu dunque risoluto l'armamento d'una possente flotta, per portare la desolazione in qualche sito delle coste di Francia; e in oltre, giacchè più non restavano in Lombardia nemici da combattere, questo parea il tempo di portare la guerra anche dalla parte d'Italia nel cuor della Francia, acciocchè ella non si gloriasse di farla sempre in casa altrui. A questa determinazione ripugnava non poco il gabinetto imperiale tra per li noti infelici tentativi altre volte fatti o nella Provenza o nel Delfinato, e perchè si vedeva interrompere l'impresa di Napoli, dove certo si conosceva il guadagno; laddove poco o nulla v'era da sperare nella Provenza. Per lo contrario, l'Inghilterra non solo desiderava, ma comandava una tale spedizione; e per questo fine ancora mosse il re di Sardegna a contribuir buona parte della sua fanteria.Tali nondimeno divennero le forze austriache in Italia, tali i nuovi rinforzi inviati per accrescerle, che si figurò il ministero cesareo di poter accudire all'una impresa senza pregiudizio dell'altra; nè si può negare che ben pensati erano i suoi disegni. Ma ordinaria disavventura delle leghe è l'avere ogni contraente dei particolari interessi e desiderii che non s'accomodano con quei degli altri. In Londra v'erano delle segrete intenzioni contrarie a quelle di Vienna. Si voleva far del male alla Francia, è non già alla Spagna. Sempre fitto il re d'Inghilterra nella speranza d'una pace particolare col re Cattolico, fervorosamente maneggiata dall'austriaca regina di Portogallo, e creduta anche assai verisimile, per essersi scoperte nel novello re di Spagna delle massime ben diverse da quelle del re fu suo padre: con ogni riguardo procedeva verso gli Spagnuoli, astenendosi,per quanto mai poteva, dal recar loro danno, anzi da ogni menomo loro insulto; nemico in fine di solo nome, ma non già di fatti. Però la conquista del regno di Napoli, meditata in Vienna, che avrebbe infinitamente disgustata la corona di Spagna, si trovò ascosamente attraversata dagl'Inglesi, i quali fecero valere la necessità di entrare in Provenza colle maggiori forze possibili, per non soggiacere agl'inconvenienti patiti altre volte in sì fatte spedizioni, ed essere troppo pericoloso l'indebolir cotanto l'armata di Lombardia, coll'inviarne sì gran parte in sì lontane e divise contrade; e che costerebbe troppo il mantenere in tali circostanze quell'acquisto. Queste ed altre ragioni, delle quali il gabinetto di Vienna intendeva molto bene il perchè, fecero che l'imperadrice regina forzatamente desse bando ad ogni disegno sul regno di Napoli; e intanto il re Cattolico con varii convogli per mare spedì ad esso Napoli alcune migliaia delle sue truppe, le quali ebbero sempre la fortuna di non essere vedute dagl'Inglesi, nè di incontrarsi nelle lor navi, le quali pure padroneggiavano per tutto il mare Ligustico e Toscano.Fissata dunque la spedizione austriaco-sarda contro la Provenza, per cui tanto all'imperadrice che al re di Sardegna uno straordinario aiuto di costa in moneta fu somministrato dall'Inghilterra, esso re sardo, per disporla ed animarla come generalissimo, passò a Nizza già abbandonata dai Franzesi. Quivi ricevette egli l'avviso che s'era renduto alle sue armi Montalbano, e che poco appresso, cioè nel dì 4 di novembre, avea fatto altrettanto il castello di Villafranca. Giunse anche da lì a poche settimane la lieta nuova che la cittadella di Tortona era tornata in suo dominio nel dì 25 del mese suddetto, con aver quella guernigione spagnuola ottenuta ogni onorevol capitolazione; giacchè anche esso re in tutta questa guerra ogni maggior convenienza e rispetto osservò sempre versola corona di Spagna. Intanto sì dalla parte di Genova che di Lombardia andavano sfilando le soldatesche destinate per l'invasione della Provenza, facendosi la massa della gente a Nizza. Scelto per comandante di quell'armata il generaleconte di Broun, questi verso la metà di novembre giunse per mare a quella città, e cominciò a prendere le misure per effettuare il meditato disegno. Giacchè si calcolava di non trovare nè viveri nè foraggi in Provenza, l'ammiraglio inglese Medier, chiamato a consiglio, assunse il carico di condurre dai magazzini di Genova e della Sardegna il bisognevole, siccome ancora le artiglierie, attrezzi e munizioni da guerra. Sopraggiunse in questi tempi gagliarda febbre al re di Sardegna, che grande apprensione ed affanno cagionò in quell'armata, ma più in cuore dei sudditi suoi, i quali perciò con pubbliche preghiere implorarono da Dio la conservazione d'una vita sì cara. Dichiarossi poi nel dì 25 di novembre il vaiuolo, e questo di qualità non maligna, talchè, passato il convenevol tempo richiesto da sì fatta malattia, cessò ogni pericolo e timore. A cagione nondimeno della convalescenza fu conchiuso ch'esso re passerebbe il verno in quella città. Finalmente sul fine di novembre si trovò raunato l'esercito destinato ai danni della Provenza, che si fece ascendere a trentacinque mila combattenti tra fanti e cavalli, cioè due terzi di Austriaci, e l'altro di Piemontesi comandati dal tenente generalemarchese di Balbiano; perciò s'imprese il passaggio del fiume Varo.Credevasi di trovar quivi forte resistenza dalla parte de' Franzesi; ma non erano tali le forze di questi da poter punto frastornare i passi degli Austriaci e Savoiardi. S'erano già separate le milizie spagnuole dai Franzesi, e misteriosi parevano i loro movimenti, perchè ora sembrava che volessero prendere il cammino verso la Spagna, ed ora che pensassero a ritirarsi in Savoia. E veramente a quella volta tendevano i loro passi,quando arrivò in Tarascon al generalemarchese della Minaun corriere dell'ambasciatore Cattolico esistente in Parigi, da cui veniva avvertito di tener le truppe di suo comando unite con quelle di Francia, stante una nuova convenzione stabilita fra le due corone di Madrid e Versaglies. Servì un tale avviso, perchè il marchese non progredisse innanzi, per aspettare più accertati ordini dalla corte del suo sovrano. Non ascendevano dal canto loro i Franzesi a più di cinque o sei mila persone sotto il comando delmarchese di Mirepoixtenente generale, avendo pagato gli altri il disastroso ritorno dal Genovesato o con lunghe malattie o colla morte. Vero è che si trovarono alquanti corpi d'essi Franzesi qua e là postati al basso e all'alto del Varo, per contrastarne il passo a' nemici; due fortini ancora o ridotti teneano sulle sponde d'esso fiume; pure tra le batterie erette di qua dal fiume, che faceano buon giuoco, e pel cannone di tre vascelli e di altri legni minori inglesi che s'erano postati all'imboccatura del fiume stesso, animosamente in più colonne passarono gli Austriaco-Sardi, essendosi precipitosamente ritirati da tutti que' postamenti i Franzesi. Detto fu che solamente costasse quel passaggio ottanta persone, le quali ebbero anche la disgrazia di annegarsi. Fu dipoi formato un sodo ponte sul Varo; e volarono ordini perchè venissero le grosse artiglierie, per dar principio all'assedio d'Antibo, mira principale delgenerale Broun, che servirebbe di scala all'altro di Tolone.Trovarono gli aggressori in que' contorni abbandonate le case, e fuggiti col loro meglio i poveri abitanti. Ma per buona ventura vi restarono le cantine piene di vino, e vino, come ognun sa, sommamente generoso di quelle colline, onde ne avrebbe quel popolo, secondo il costume, ricavato un tesoro. Giacchè altro nemico da combattere non aveano trovato i Tedeschi, gli Svizzeri ed anche gl'Italiani, sfogarono il loro valore e sdegno contra di quelle botti, e per tre giorni ognuntrionfò di que' cari nemici. Era un bel vedere qua e là per terra migliaia di soldati che più non sapeano in qual parte del mondo si fossero: così ben conci erano dal tracannato liquore. Non sanno più i gran guerrieri del nostro tempo usare stratagemmi, nè studiano i libri vecchi, per impararne l'arte. Se quattro o cinque mila Franzesi, col muoversi di notte, avessero colto in quello stato i lor nemici, voglio dire quegli otri di vino, chi non vede qual brutto governo ne avrebbero potuto fare? il generale Broun per questo inaspettato accidente non sapea darsi pace, e vi rimediò come potè. Gli antichi preparavano buona cena alle truppe nemiche, per farne poi loro pagare lo scotto nella notte seguente. Tanto nulladimeno si affrettarono quei bravi bevitori a votar quelle botti, spandendo anche per le cantine il vino sopravanzato alla loro ingordigia, che ne fecero poi lunga penitenza, costretti sovente a bere acqua, per non trovare di meglio. Si stesero dipoi i loro staccamenti alle picciole città di Vences, Grasse ed altri luoghi, i vescovi delle quali città impiegarono con somma carità quanto aveano, per esentare i popoli da un duro trattamento. Trovarono un discreto nemico nel suddetto generale Broun, il quale portò poscia il suo quartiere generale sino a Cannes, sulla spiaggia del mare di là da Antibo, con bloccare quel porto, e dar principio alle ostilità contra del medesimo. Non trovando quelle soldatesche in alcun luogo opposizione alcuna, s'inoltrarono fino a Castellana, Draghignano ed altre lontane terre. Altro miglior partito non seppe trovare il re Cristianissimo, per mettere argine a questo torrente, che di ordinare la mossa di almen trenta mila combattenti delle truppe regolate esistenti in Fiandra, giacchè si conobbe insufficiente medicina a questo malore il formar de' nuovi reggimenti in Provenza. Uomini di nuova leva son per lo più soldati di nome, conigli di fatti. Un soccorso tale, che dovea far viaggio di più centinaia di miglia,per arrivare in Provenza, non frastornava punto i sonni e i passi dell'armata austriaca e savoiarda; la quale perciò nel dì 15 di dicembre giunse ad impadronirsi anche della città di Frejus, con istendere le contribuzioni per tutte quelle contrade. E perciocchè si trovò che le barche armate dell'isole di Sant'Onorato e di Santa Margherita infestavano non poco i convogli destinati pel campo di Cannes, ordinò il Broun che sopra molti legni venuti da Villafranca s'imbarcassero tre mila soldati, e facessero colà una discesa. Non indarno questa fu fatta. Capitolarono le picciole guernigioni dei due forti esistenti in quelle isole, e cederono il campo ai nuovi venuti. Molto dipoi costò ai Franzesi la ricupera di quei luoghi. Le speranze intanto di vincere il forte d'Antibo erano riposte nei grossi cannoni e mortai che si aspettavano da Genova; quando si sconcertarono tutte le misure per un inaspettato avvenimento, che sarà ben memorabile anche nei secoli avvenire.Da che piegarono il collo i rettori di Genova sotto l'armi fortunate dell'imperadrice regina colla capitolazione che di sopra accennammo, restò quella nobil città ondeggiante fra mille tetri ed inquieti pensieri. Le apparenze erano che in quel governo durasse l'antica libertà e signoria; perchè il doge, il senato e gli altri magistrati continuavano come prima nell'esercizio delle loro funzioni ed autorità; tenevano le guardie dei lor proprii soldati (soldati nondimeno dichiarati prima prigionieri di guerra dei Tedeschi) a Belvedere e alle porte, a riserva di quelle di San Tommaso e della Lanterna cedute agli Austriaci. Gli stessi Austriaci pareva che non turbassero i fatti della città, giacchè non permetteva il Botta che alcuno de' suoi soldati entrasse in quella senza sua licenza in iscritto. Ma in fine tutta questa libertà non era diversa da quella degli uccelletti che legati per un piede si lasciano svolazzare qua e là. Se non entravano a centinaiae migliaia di Tedeschi in città a farvi da padrone, poteano ben entrarvi, qualora ne venisse loro il talento; e non pochi ancora v'entravano, con pagar poscia i viveri meno del dovere, e con vilipendere ed ingiuriare toccando forte sul vivo i poveri abitanti. Intanto di circa otto mila Tedeschi non andati in Provenza, parte acquartierata in San Pier d'Arena teneva in ceppi la città, e parte stesa per la riviera di Levante s'era impadronita di Sarzana, della Spezia e di altri luoghi in quelle parti. Nella fortezza di Gavi, ceduta da' Genovesi, comandava la guernigione austriaca; e per tutta la riviera di Ponente altro più non restava che inalberasse le bandiere della repubblica, fuorchè l'assediato castello di Savona, avendo il re di Sardegna conquistate tutte l'altre terre e città, con farsi anche giurare fedeltà dai Finalini. Ed allorchè fu per marciare l'armata in Provenza, credette ben fatto il generale Botta di occupare all'improvviso il bastione di San Benigno, guernito di gran copia di bombe e cannoni, che sovrasta alla Lanterna, e domina non men la città che il borgo di San Pier d'Arena. In tal positura di cose si scorgeva da ognuno ridotta al verde la potenza e libertà de' Genovesi. Aggiungasi il guasto de' poderi e delle case, con una man di estorsioni ed avanie, che più di uno degli uffiziali e soldati austriaci, non mai sazii di conculcare i vinti, andavano commettendo per tutti i luoghi dei loro quartieri. Nè da Vienna altra indulgenza finora avea potuto ottenere l'inviato della repubblica, se non l'esenzione che il doge e i sei senatori si portassero colà. Pretesero i Tedeschi insussistenti e vane tutte le suddette accuse. Il peggio era, che dopo avere il senato smunte le case de più ricchi, intaccato il banco di San Giorgio, e battute in moneta le argenterie de' benestanti, col giugnere in fine a pagar anche buona parte del secondo milione di genovine, animato a questo sforzo dalle molte speranze date che sarebbe condonato il resto: non istetteromolto ad udirsi le richieste anche del terzo; e queste poi si andarono maggiormente inculcando, corteggiate dalle minaccie del commissario generale Cotech del saccheggio, e di ogni altro più aspro trattamento. La mirabil industria d'esso commissario avea saputo con tanta facilità, cioè con un solo tratto di penna, trovare illapis philosophorum; si credeva egli che in essa penna durerebbe per sempre quella virtù. Intanto quel governo, di consenso del marchese Botta, scelse quattro cavalieri per inviarli a Vienna a rappresentar l'impotenza d'un ulterior pagamento, sperando pure migliori influssi dall'imperiale e real clemenza e protezione, in braccio a cui s'erano gittati. Ma o sia che non venisse mai dalla corte l'approvazione di tal deputazione, o che venisse in contrario: mai non si poterono ottenere dal marchese i necessarii passaporti. Se poi s'ha da credere tutto quanto concordemente asseriscono i Genovesi, giunse il conte di Cotech ad intimare, oltre al suddetto terzo milione, anche il pagamento di altre gravi somme per li quartieri del verno e quieto vivere, e ducento mila fiorini per li magazzini delle truppe genovesi dichiarate prigioniere di guerra, i quali non vi erano, ma vi dovevano essere. Allegò il governo l'impossibilità a più contribuire; e perchè succederono le minaccie, fu risposto che il Cotech prendesse quante risoluzioni volesse, ma che queste in fine non potrebbero essere che ingiuste. Non andò molto, che il generale Botta parimente richiese cannoni e mortari alla repubblica, per inviarli in Provenza; e non volendoli questa dare di buon grado, egli spedì gente a levarli dai posti per quel trasporto.Questo era il deplorabile stato di Genova, cagione che già molti nobili e ricchi mercatanti aveano cangiato cielo, non sofferendo loro il cuore di mirare i mali presenti della patria, con paventarne ancora de' peggiori in avvenire. La troppo disgustosa voce del minacciato sacco, vera o falsa che fosse, disseminata oramaifra quel numeroso popolo, di troppo accrebbe il già prodotto fermento di odio, di rabbia, di disperazione. E tanto più crebbe, perchè, lamentandosi alcuni dell'aspro trattamento che provavano, scappò detto ad un uffiziale italiano nelle truppe cesaree, che si meritavano di peggio. Poi soggiunse:E vi spoglieremo di tutto, lasciandovi solamente gli occhi per poter piagnere.Meriterebbe d'essere cancellato dal ruolo de' cavalieri d'onore chi nudriva così barbari sentimenti, e si facea conoscere un tartaro, e non un cristiano. L'infima plebe imparò allora a lodare lo stato antecedente, perchè altro aspetto non aveva il presente che quello di sterminio e di schiavitù. Pure, non trovandosi chi osasse di alzare un dito, in soli segreti lamenti e combriccole andava a terminare il risentimento di ognuno: quand'ecco una scintilla va ad attaccare un grande impensato incendio. Era il dì 5 di dicembre, e strascinavano gli Alemanni un grosso mortaio da bombe, per inviarlo in Provenza. Sono assaissime strade di Genova vote al disotto, affinchè passino l'acque scendenti dalle montagne in tempo di pioggie, ed anche per le cloache. Al troppo peso di quel bronzo, nel passare pel quartiere di Portoria, si fondò la strada, onde restò incagliato il trasporto. La curiosità trasse colà non pochi del minuto popolo, che furono ben tosto sforzati a dar mano per sollevare il mortaio. E perchè mal volentieri facevano essi quel mestiere, perchè non pagati, e perchè parea loro cosa dura di faticare in danno della stessa lor patria: si avvisò uno de' Tedeschi di pagargli col regalo di alcune poche bastonate. Non sapea costui di che fuoco ed ardire sia impastato il popolo di Genova; ne fece immantenente la pruova. Il primo a scagliare contra di lui una buona sassata, fu un ragazzo, con dire prima ai compagni:La rompo?E all'esempio suo tutti gli altri diedero di piglio ai sassi, i quali ebbero la virtù di far fuggire i Tedeschi. Rinvenuti in sè queisoldati, tornarono poscia colle sciable nude per gastigar quella povera gente; ma ricevuti con più copiosa grandine di sassi, furono di nuovo obbligati a salvarsi colla fuga. Nulla di più avvenne in quel giorno. Nella notte quei che erano intervenuti a quella picciola commedia, andando per le strade, cominciarono a gridareall'armi, ripetendo sovente:Viva Maria: con che si raunò una gran brigata, tutta della feccia più vile della città. Deridevano gli Austriaci questo schiamazzo, insultandoli con gridare:Viva Maria Teresa. Presentossi poscia al palazzo pubblico la plebe, chiedendo armi con terribile strepito. Ordinò il governo che si chiudessero le porte, si raddoppiassero le guardie, si mettessero soldati fuori del rastrello con baionetta in canna. Nulla potendo ottenere, raddoppiarono le grida; e intanto sparso il romore per varii quartieri, maggiormente crebbe la folla de' sollevati, che tornata con più empito la seguente mattina, giorno 6 di dicembre, al palazzo, continuò a fare istanza d'armi, e tentò anche di scalar l'alte finestre dell'Armeria, ma con esserne rispinta. Nè mancò il governo di ragguagliare ilgenerale Bottadi questa novità. Giacchè era fallito questo colpo al popolo, si voltò alle guardie delle porte e sorprendendole s'impadronì dell'armi loro; sforzò le porte degli uffiziali militari; entrò in qualsivoglia bottega di armaiuoli, e quante armi trovò, tutte se le portò via, senza toccare il resto. Ma non v'era capo, ognun comandava, nè altro si mirava che confusione. Spediti dal governo alcuni de' cavalieri più accreditati fra il popolo, impegnarono indarno la loro eloquenza per frenarli. Andò poi l'infuriata gente alle porte di San Tommaso, credendosi di atterrire le guardie tedesche con una scarica di fucili e con altre grida. Chiusero gli Alemanni le porte, e si risero delle loro bravate. Ma non si rallentò per questo il coraggio del popolo, che corso a prendere un picciolo cannone, lo presentò a quelle porte perbatterle. Questo fu un farne un regalo agli Alemanni, i quali, aperte all'improvviso le porte, e spedita fuori una man di granatieri, nè pur lasciarono tempo di spararlo, e sel portarono via. Fuori anche d'esse porte sboccò nella città una banda di quindici o venti uomini di cavalleria tedeschi, che, dopo la scarica delle lor carabine, colle sciable alla mano corsero per Acquaverde e strada Balbi fin sulla piazza dell'Annunziata. Di più non vi volle per dissipare l'indisciplinata gente, che sparpagliata prese sulle prime qua e là la fuga. Ma attruppatisi poi alcuni di essi, ed uccisi con moschettate due dei cavalli nemici, fecero ritirare il resto più che di fretta. Da questo fatto argomentarono molti, che se il generale Botta avesse inviato delle buone schiere e squadre d'armati nella città, avrebbe potuto in quel tempo sopire il tumulto, perchè movimento contraddetto dal governo, nè secondato da persona alcuna di conto.Servì di scuola agli ammutinati il rischio corso a cagion dell'irruzione della poca cavalleria nemica per premunirsi; e però nella seguente notte barricò le principali strade con botti ed altra copia di legnami, e con replicati fossi. Era cresciuto a dismisura il popolaccio, e giacchè tutti i palazzi de' nobili si trovavano chiusi e ben custoditi, nè sito finora s'era trovato per farvi le loro sessioni, sforzarono il portone dei padri Gesuiti nella strada Balbi, ed impadronitisi di tutte quelle scuole e congregazioni, quivi piantarono il loro quartier generale. Fu creato un commissario generale, che scelse varii luogotenenti, ordinò pattuglie di giorno e di notte, per ovviare ai disordini, pubblicò editti rigorosi, che ognun dovesse accorrere alla difesa. In una parola assunse il governo e comando della città, senza nondimeno perdere il rispetto al doge e senato, se non che gli ordini del ceto nobile non erano attesi, e il magistrato popolare voleva essere ubbidito. Pretese dipoi quel popolo, che fosse nulla la capitolazione fatta dalgoverno con gli Austriaci, siccome fatta senza participazione e consenso del secondo e terzo ordine popolare, che a tenore delle leggi e convenzioni pubbliche si richiedeva. Avea comandato esso governo nobile che non si sonasse campana a martello, e intimato ai capitani delle popolatissime vicine valli del Bisagno e della Polcevera di non prendere l'armi. Se ubbidissero, staremo poco a vederlo. Intanto il generale marchese Botta avea spediti ordini pressanti alle milizie tedesche, sparse per le due riviere di Levante e Ponente, acciocchè accorressero a Genova. Prese eziandio altre precauzioni per sostenere le porte di San Tommaso, ed occupò varii postamenti, atti non meno all'offesa che alla difesa. Ma venuto il dì 7 di dicembre, ecco in armi tutto il gran quartiere di San Vincenzo ed il Bisagno, che si diedero mano con gli altri popolari. Andarono essi ad impossessarsi di tutte le artiglierie, poste nei lavori esteriori della città, e di una batteria detta di Santa Chiara. Con questi bronzi cominciarono a fulminare alcuni posti, dove erano i nemici, con farne anche prigioni alcuni. Al vedere sì stranamente cresciuto l'impegno, il generale Botta mandò a dire al governo che acquetasse il tumulto; e ricevuto per risposta dal palazzo di non aver forza da farlo, si esibì egli di andare al palazzo per comporre le cose; ma poscia non si attentò, o lo trattenne il decoro.Arrivò il giorno 8 di dicembre, giorno solenne spezialmente in Genova per la festa della Concezione di Maria Vergine, che quel popolo tiene per sua principal protettrice; ed allora fu che altro nerbo, altro regolamento prese il fin qui ammutinato minuto popolo della città e del Bisagno. Imperciocchè, unitosi con loro il secondo ordine dei mercatanti ed artisti, si cominciò a dar pane, vino e danaro; si provvidero le occorrenti munizioni ed armi; si stabilì un'ospedale per li feriti, e si presero altre saggie misure,che accrebbero il coraggio ad ogni amator della patria. Per la strada Balbi in quel giorno crebbero le ostilità delle artiglierie dall'una e dall'altra parte, quando consigliato il popolo a proporre un aggiustamento, espose un panno bianco. Venuto a parlamento un uffiziale tedesco, intese le loro proposizioni, consistenti in richiedere che fossero lasciate libere le porte; riposti al suo sito i cannoni asportati; cessata ogni ulterior pretensione di danaro, e di qualsivoglia altra, benchè menoma, esazione, con dare per questo sei uffiziali in ostaggio. Rapportate furono al generale Botta e al suo consiglio quelle dimande, l'ultima delle quali mosse ciascuno a sdegno o riso, considerata la viltà dei proponenti, e la trionfal maestà di chi udiva tali proposizioni. La risposta fu, che si voleva tempo a rispondere. Giudicò bene d'interporsi, per veder pure se si poteva amichevolmente terminar questa pugna, ilprincipe Doria, signore ben veduto dagli Austriaci, e insieme sommamente amato dal popolo per le sue belle doti e copiose limosine. Concorse anche per istanza e commission del governo a sì lodevol impresa il padre Visetti, rinomato sacro oratore della compagnia di Gesù, siccome persona molto stimata dal marchese generale Botta. Per quanto questi rappresentasse le triste conseguenze, che potea produrre la durezza de' Tedeschi contra di sì numeroso, ardito e disperato popolo, essendo egualmente pregiudiciale agl'interessi e alla gloria dell'imperadrice regina, il danno che sovrastava all'armata imperiale, e l'eccidio minacciato della città; non poterono fissare concordia alcuna. Si arrendeva il generale sul capitolo dell'esazione richiesta sopra il terzo milione, ma troppo abborriva il rilasciar le porte. Più volte andò il principe innanzi e indietro, con rapportar le risposte. Trovatosi il popolo risoluto in voler la libertà delle porte, parve che Il general Botta inchinasse a soddisfarlo, con trovarsi poi ch'egli intendeva di una porta, e non ditutte e due quelle di San Tommaso. Pretesero i Genovesi ch'esso generale tergiversasse o lavorasse di sottigliezze; ma certo egli si trovava in un mal passo, perchè, in qualunque maniera ch'egli avesse operato, mal intese sarebbero state le sue risoluzioni. Cioè se con cedere avesse calmata quella popolar commozione, gli sarebbe stato attribuito a delitto l'avere sacrificato l'onore dell'armi imperiali e l'interesse dell'imperadrice regina, condonando il milione promesso, e restituendo le porte senza licenza della corte. Se poi non cedeva, volendo più tosto aspettar la rovina che poi seguitò, sarebbe stato egualmente esposto al biasimo e alla censura il suo contegno. Dopo il fatto ognun la fa da giudice e spula sentenze; ma per giudicar bene, convien mettersi nel vero punto delle cose e delle circostanze prima del fatto.Continuarono anche nel dì 9 di dicembre i trattati, ma senza frutto, talmente che il principe Doria, dopo aver battute tante ragioni e fatiche, se ne lavò le mani, e si ritirò lungi da Genova. Nè miglior fortuna ebbe l'eloquenza del padre Visetti. E perchè il generale austriaco andava prendendo tempo alle risoluzioni, spendendo intanto speranze e buone parole, pretese il popolo genovese ciò fatto ad arte, tanto che arrivassero al suo campo le truppe richiamate dalle due riviere. Tutto questo accresceva l'impazienza e i moti dei Genovesi, per tentare colla forza la sospirata liberazione. Frequenti furono in tutti que' dì le pioggie; pure nulla poteva ritenerli dal fare ogni opportuno preparamento per quell'impresa; nè loro mancò qualche sperto ingegnere che suggerì i mezzi più adattati al bisogno. Si videro a folla uomini, donne, ragazzi, e massimamente i facchini, tutti a gara portare chi fascine, chi palle, chi polve da fuoco e granate, chi formar palizzate e gabbioni, e chi colle sole braccia strascinar per istrade sommamente erte cannoni, mortai e bombe. Ne trassero fino alle alture diPrea, o siaPietraminuta: il che parrebbe inverisimile, mirando quel sito. Parimente postò il popolo varie altre batterie di cannoni in siti che dominavano San Benigno, in strada Balbi, all'arsenale e altrove, dove maggiormente conveniva per offendere i nemici. Non mancavano armi, palle e polve ad alcuno. Mal digeriva il popolo le dilazioni che andava prendendo il generale suddetto, e tanto più perchè già si sentivano giunti in Bisagno circa settecento Tedeschi, ed esserne assai più in moto. Gli fu dunque dato un termine perentorio sino alle ore 16 del di 10 di dicembre. 0 sia che in quello spazio di tempo non venisse risposta, o che venisse quale non si voleva; o sia, come pretesero altri, che l'impaziente popolo la rompesse prima di quell'ora: certo è, ch'esso diede all'armi, da che si udì sonar campana a martello nella cattedrale di San Lorenzo, il cui esempio da tutte l'altre campane della città fu immediatamente imitato. In concordi altissime voci fu intonato il grido di battaglia, cioèviva Maria, il cui santo nome ispirava coraggio nei petti di ognuno. Cominciarono con gran fracasso le artiglierie a giocare contro la commenda di San Giovanni, ed atterrato quel campanile con altre rovine, fu obbligato quel presidio tedesco a rendersi prigioniere. La batteria superiore di Prea-minuta bersagliava le porte e l'altura de' Filippini, scagliando anche bombe e granate sulla piazza del principe Doria fuori della città dove erano schierate alcune centinaia di cavalleria nemica. Come stesse il cuore ai Tedeschi all'udir tante grida di quel numeroso infuriato popolo, e insieme il suono ferale di tante campane della città, di maggiore efficacia che quel dei tamburi, io nol so dire. La verità si è, che il generale marchese Botta, già credendo assai giustificata la sua risoluzione in sì brutto frangente, fece dar segno di tregua; e, cessato il fuoco, mandò pel padre Visetti a significare al governo che avrebbe ceduto le porte se gliene fosse fatta la dimanda. Accettò il governo, e fece il decretodi richiederle. Ma il popolo rispose di non voler più riconoscere per limosina ciò che non potea mancare alla propria industria e valore.Ricominciate dunque le offese, più che mai fieramente continuarono, finchè gli Austriaci forzati abbandonarono la porta ed altri posti vicini, siccome ancora la porta di Lanterna e il posto di San Benigno. Colà, subentrati i popolari, cominciarono dal parapetto delle mura a fare un fuoco continuo sopra i nemici, e caricato a cartocci il cannone, tolto loro dinanzi, più volte Io spararono, e non mai in fallo. Andarono a poco a poco rinculando i Tedeschi dalle alture e da tutti gli occupati posti, ed uniti poi con gli altri, abbandonarono anche la piazza del principe Doria, ad altro non pensando che a ritirarsi verso la Bocchetta e Lombardia. Fu scritto, che giunti alla chiesa de' trinitarii, arrivarono loro addosso i popolari, e trovandoli disordinati e intenti a fuggire, ne fecero macello. La verità si è, che niun combattimento vi succedette. Forse non furono più di venticinque i Tedeschi uccisi, non più di dodici gli uccisi Genovesi; e a pochissimi si ridusse il numero de' feriti. Andavano gli Alemanni accompagnati da varie bombe e da molte cannonate della città; ed avendo que' della Cava ravvisato il general Botta, appuntarono contro di lui un cannone, la cui palla a canto a lui sventrò il cavallo del cavalier Castiglioni, e una scheggia di un muro percosso andò a leggiermente ferire in una guancia lo stesso generale. Ritiraronsi dunque, venuta la notte, gli Austriaci con gran fretta e disordine verso la Bocchetta: posto che prudentemente il generale suddetto avea per tempo fatto preoccupare sull'incertezza di quell'avvenimento. E buon per loro, che i Polceverini non si mossero per inseguirli o tagliar loro la strada: ne potea loro succedere gran male. Fu creduto che quella brava gente non facesse in tal congiuntura insulto ai fuggitivi, perchè ubbidiente all'ordine delgoverno di non prendere l'armi. Si figurarono altri che il generale austriaco regalasse il capitano della Valle, e gli facesse credere seguito un aggiustamento: il che non sembra verisimile, stante l'essere appena cessato lo strepito di tante armi e cannoni, quando si vide per quella lunga salita andarsene frettolosa la piccola armata tedesca. Eransi rifugiati più di settecento Alemanni in tre palagi di Albaro; ma quivi bloccati dai Bisagnini, ed infestati da una frequente moschetteria, e poscia da un cannone tirato da Genova, furono costretti ad arrendersi, con venire nel dì 14 di dicembre condotti prigioni alla città. Altri poi ne furono presi in San Pier d'Arena e in altri luoghi, di modo che conto si fece che più di quattro mila Austriaci rimasero nelle forze de' Genovesi, e fra loro circa cento cinquanta uffiziali. Molti dei primi, perchè non si potè mai riscattarli, vennero meno di malattie e di stento. E perciocchè quegli uffiziali sparlavano, pretendendosi non obbligati alla parola data, perchè presi da gente vile e non decorata del cingolo della milizia, e molto più perchè gli ostaggi dati dai Genovesi furono mandati nel castello di Milano: vennero in Genova trasportate ad altro monistero le monache dello Spirito Santo, e nel chiostro d'esse rinserrati e posti a far orazioni e meditazioni quegli uffiziali sotto buona guardia. Quegli Alemanni che restarono in quelle focose azioni feriti riceverono nello spedale della città ogni più caritativo trattamento.Tale fu il fine della tragedia del dì 10 di dicembre, terminata la quale, il popolo vincitore nel dì seguente corse a San Pier d'Arena a raccogliere le spoglie della felice giornata. Vi si trovarono grossi magazzini di grano, di panni, di armi e di munizioni da guerra. Quivi ancora venne alle lor mani non lieve numero di Tedeschi feriti o malati; buona parte de' bagagli non solo dei poco dianzi fuggiti uffiziali, ma degli altri ancora che erano passati in Provenza. Furonoeziandio sorprese non poche barche nel porto cariche di grano e d'ogni altra provvisione per l'armata della suddetta Provenza. Parimente in Bisagno restarono preda di quel popolo gli equipaggi d'altri Alemanni. In una parola, ascese ben alto il valore del copiosissimo bottino, ma non giù a quei tanti milioni che la fama decantò: corse anche voce che fossero presi cinque muli carichi della pecunia dianzi pagata da' Genovesi; ma questo danaro non vi fu chi lo vedesse. Per sì fortunati successi tutta era in festa la città; ma non già que' forestieri, per qualche ragione aderenti agli Austriaci, che non poteano fuggire, perchè durante questa terribil crisi non ischivarono di essere svaligiati. Fu anche messa solennemente a sacco dal popolo la posta di Milano, ultimamente piantata in quella città. Fin dentro ai monisteri delle monache andò l'avido popolo a ricercare quanto vi aveano rifugiato i Tedeschi. All'incontro, l'inviato di Francia, a cui non si farà già torto in credere che soffiasse non poco in questo fuoco, ed impiegasse anche buona somma di danaro, spedì tosto per mare due felucche a Tolone o Marsiglia, dando cento doble a cadauno de' padroni d'esse, e promettendone altre cento a chi di loro il primo arrivasse colà, per ragguagliare ilmaresciallo duca di Bellisledi sì importante metamorfosi di cose. E se non allora, certamente poco dipoi spedì anche il governo di Genova lettere premurose al generale medesimo, e delle altre supplichevoli al re Cristianissimo, implorando soccorsi. Dopo il fatto declamarono forte i Tedeschi, perchè il loro generale non avesse tolte l'armi a quella città, non avesse occupato Belvedere e tutte le porte, ed avesse permesso ai ministri di Francia, Spagna e Napoli il continuar ivi la loro dimora. Ciò sarebbe stato contro la capitolazione; ma non importa. Così la discorrevano essi. Altri poi (e con buon fondamento) asseriscono, che se gli Austriaci avessero saputo trattar bene quelpopolo, e promettergli lo sgravio di alcuni dazi e gabelle, nulla era più facile che il far proclamare l'augusta imperadrice signora di quella nobil città. Ma, acciecati dal lieve guadagno presente, nulla pensarono all'avvenire.Con rapido volo intanto portò la fama per tutta la Riviera di Levante l'avviso della liberata città; avviso, che siccome riempiè di terrore le schiere austriache sparse in Sarzana, Chiavari, Spezia ed altri luoghi, così colmò di allegrezza quegli abitanti. La gente saggia d'essi paesi, per evitare ogni maggiore inconveniente, quella fu che amichevolmente persuase a quelle truppe di andarsene con Dio; e se ne andarono, ma col cuor palpitante, finchè giunsero di qua dall'Apennino. Loro furono somministrate vetture, e conceduto lo spazio d'otto giorni pel trasporto de' loro spedali e bagagli. Un gran dire fu per tutta Europa dell'avere i Genovesi con risoluzione sì coraggiosa spezzati i loro ceppi; ed anche chi non gli amava, li lodò. Fu poi comunemente preteso, che se il ministro austriaco con più moderazione fosse proceduto in questa contingenza, maggior gloria di clemenza sarebbe provenuta all'imperadrice regina, ed avrebbono le sue armi sfuggito questo disgustoso rovescio di fortuna. Non si potè cavar di testa agli Austriaci, e dura tuttavia, anzi durerà sempre in loro la ferma persuasione che il governo di Genova manipolasse lo scotimento del giogo, e sotto mano se l'intendesse col popolo; fingendo il contrario ne' pubblici atti. Non si può negare: molti giorni prima gran bollore appariva negli abitanti di Genova, e si tenevano varie combriccole: del che fu anche avvisata la corte di Vienna, senza che nè essa nè gli uffiziali dell'armata ne facessero alcun conto, per la soverchia idea delle proprie forze e dell'altrui debolezza. Pure altresì è vero che in una repubblica, composta di tanti nobili, ciascun de' quali ha degl'interessi ed affetti particolari, e fra' quali e il popolo nonpassa grande intrinsichezza, sembra che non si potesse ordire una tela di tante fila, senza che in qualche guisa ne traspirasse il concerto. Non è capace di segreto un popolo; di tutti i moti della medesima plebe il governo andò sempre ragguagliando il generale austriaco. Si sa ancora che niuno de' nobili pubblicamente s'unì col popolo, se non dopo la liberazione della città. Vero è che il governo comunicò al popolo la risposta data al generale di non poter pagare un soldo di più, e si fece correr voce di gravi soprastanti malanni; ma non per questo si mosse mai il governo contro gli Austriaci.Rimettendo io a migliori giudizii la decisione di questo punto, dirò solamente quel poco che da persone assennate e ben istruite di quegli affari ho inteso. Cioè: che i nobili del governo senza mai tramare rivolta alcuna, sempre onoratamente trattarono col comandante austriaco. Ma essere altresì vero che non era loro ignoto meditarsi dal popolo qualche rivoluzione. Questa poi scoppiò prima del tempo, e per l'accidente di quel mortaio, cioè quando non erano peranche all'ordine tutte le ruote. Quali poi fossero le conseguenze di quella strepitosa mutazion di cose, andiamo a vederlo. Avea bensì ilconte della Rocca, comandante l'assedio della cittadella di Savona, avanzati i lavori sotto la medesima; tuttavia non potè mai, se non all'entrar di dicembre, procedere con braccio forte: tanta difficoltà si provò a trar colà tutte le artiglierie e gli ordigni di guerra. Solamente dunque allora cominciò a battere in breccia quella fortezza: quando eccoti giugnere l'avviso delle novità occorse in Genova, città distante non più di trenta miglia. Conobbesi ben tosto che penserebbe quella repubblica al soccorso di Savona; e però ordine fu dato che dal Mondovì, da Asti e da altri luoghi del Piemonte colà frettolosamente passassero alcuni battaglioni di truppe regolate e molte migliaia di miliziotti,per rinforzare quell'assedio, ed accelerare un sì rilevante conquisto. In fatti non trascurarono i Genovesi di spignere a quella volta per mare un grosso convoglio di gente e di munizioni da bocca e da guerra, scortato da tre galere. Inviarono anche per terra un corpo di forse tre o quattro mila volontarii pagati nondimeno dal pubblico; ma inviarono tutto indarno. Veleggiavano per quel mare le navi inglesi, che avrebbero ingoiato il convoglio, forzato perciò a retrocedere; e per terra esso conte della Rocca con forze molto superiori venne incontro alle brigate genovesi di terra; laonde queste giudicarono meglio di riserbare ad altre occasioni la loro bravura. Continuarono pertanto le ostilità e gli assalti, ne' quali perì qualche centinaio di Piemontesi, talchè la guernigione del castello di Savona composta di mille e cento uomini, perduta ogni speranza di soccorso, dovette nel dì 19 di dicembre rendersi prigioniera e cedere la piazza: colpo ben sensibile ai Genovesi, sì per la qualità del luogo, dove il porto da essi interrito se risorgesse, siccome uno dei migliori e più sicuri porti del Mediterraneo, darebbe un gran tracollo al commercio della stessa Genova, e sì perchè la real casa di Savoia su quella città, per cessione fattane dai marchesi del Carretto, ha sempre mantenuto vive le sue ragioni; e queste, colla giunta del possesso, venivano ad acquistare un incredibil vigore. Trovossi in quella fortezza gran copia di cannoni di bronzo.Non provò già un'egual felicità l'impresa di Provenza. Sì perniciosa influenza ebbero le novità di Genova sopra i disegni degli Austriaco-Sardi in quelle contrade, che tutti andarono a voto. Da Genova aveano da venire i grossi cannoni e i mortai per vincere il forte d'Antibo, e procedere poscia alle offese di Tolone. Di là ancora si dovea muovere buona parte delle vettovaglie necessarie al campo, e delle munizioni da guerra. Ebbe il generaleconte di Brounun bel aspettare:s'era cangiato di troppo il sistema delle cose di Genova. Sicchè tutte le prodezze di quell'esercito si ridussero a fare degli inutili giocolini sotto Antibo, e a liberamente passeggiare per quella parte di Provenza, tanto per esigere contribuzioni, quanto per tirarne foraggi e viveri da far sussistere l'armata. Era giunta, siccome dissi, l'ala sinistra d'essi fino a Castellana, luogo comodo per far contribuire le diocesi di Digne, Sanez e Riez dell'alta Provenza. Niun ostacolo aveano trovato ai lor passi, giacchè ilmarchese di Mirepoix, troppo smilzo di truppe, andava saltellando qua e là alla difesa delle rive de' fiumi, ma senza voglia alcuna di affrontarsi co' nemici. Arrivò poscia al comando dell'armi franzesi in Provenza il marescialloduca di Bellisle, ed era in cammino a quella volta il gran distaccamento d'armati mosso dalla Fiandra, per somministrargli i mezzi di frenare il corso de' nemici, ed anche per obbligarli alla ritirata. Corrieri sopra corrieri spediva egli per affrettare il loro arrivo; ma più l'affrettavano i desiderii e le orazioni a Dio de' Provenzali, che o provavano di fatto o sentivano accostarsi l'oste nemica. Intanto ilgenerale Botta, tenendo forte la Rocchetta, piantò il suo quartier generale a Novi, e fu rinforzato di nuova gente; ma perciocchè da gran tempo andava egli chiedendo alla corte di Vienna la permissione di passare alla sua patria Pavia, per cagione d'alcuni suoi abituali incomodi di salute, maggiormente rinforzò le suppliche sue per ottenere questa licenza, e in fine l'ottenne.Nè si dee tacere che nel di 15 d'agosto dell'anno presente un colpo di apoplessia portò all'altra vitaGiuseppe Maria Gonzaga, duca di Guastalla, principe a cui furono sì familiari le alienazioni di mente, che stette sempre in mano della duchessaMaria Eleonora di Holsteinsua moglie, e de' ministri il governo di quel popolo: popolo ben trattato e felice in tal tempo, e popolo che sommamente deplorò la perdita di lui. Essendoegli mancato senza prole, terminò quell'illustre ramo della casa Gonzaga, e restò vacante il ducato di Guastalla, quello di Sabbioneta e il principato di Bozzolo. Al feudo della sola Guastalla era chiamato il conte di Paredes spagnuolo della nobil casa della Cerda, in vigore delle imperiali investiture, siccome discendente da una Gonzaga di quella linea. Sugli allodiali giuste e incontrastabili ragioni competevano al duca di Modena. Il bello fu che l'imperadrice regina fece prendere il possesso di tutti quegli Stati e beni, quasichè fossero dipendenze dello stato di Milano o del ducato di Mantova: del che fece querele il consiglio dell'imperadore consorte, con pretenderli spettanti alla sola giurisdizione sua. Fu intorno a questi tempi che gli Austriaci usarono una prepotenza, la qual certo non fece onore nè alla nazione alemanna, nè all'augusta imperadrice, a cui pure stava cotanto a cuore il pregio della giustizia e della clemenza. Cioè inviarono nel Ferrarese a fare un'esecuzione militare sugli allodiali della serenissima casa d'Este, benchè spettanti, in vigore di donazione paterna, in usufrutto alle principesseBenedettaedAmaliasorelle del duca di Modena, intimando per essi una grossa contribuzione di danari e di naturali, fiancheggiata dalle minaccie di vendere tutte le razze de' cavalli, bestie bovine, grani e foraggi di quelle tenute. Operarono essi nello Stato di Ferrara con autorità non minore, come se si trattasse di un paese di conquista, e ciò con detestabil dispregio della sovranità pontifizia. Per non vedere la rovina di que' beni, forza fu di accordar loro quanto vollero in gran somma di danaro. Impiegarono poscia il nunzio pontifizio ed anche l'inviato del re di Sardegna i lor caldi uffizii presso le loro cesaree maestà, rappresentando il grave torto fatto ad innocenti principesse, e l'obbligo di rifondere almeno il denaro indebitamente percetto. Si ha tuttavia da vedere il frutto delle loro istanze, e lo scarico dell'imperialecoscienza. Nè fu men grande l'altra prepotenza, con cui trattarono il ducato di Massa di Carrara, non di altro reo, se non perchè quella duchessaMaria Teresa Cibò, sovrano sola di tale Stato, era congiunta in matrimonio colprincipe ereditariodi Modena. Da esso popolo ancora colle minaccie di ogni più fiero trattamento estorsero una rigorosa contribuzione, tuttochè questa non fosse guerra d'imperio. In che libri mai (convien pur dirlo) studiano talvolta i potenti cristiani? Certo non sempre in quei del Vangelo. Ma ho fallato. Doveva io dir ciò non dei principi, che tutti oggidì son buoni, ma di que' ministri adulatori e senza religione, che tutto fanno lecito al principe, per maggiormente guadagnarsi l'affetto e la grazia di lui.Sullo spirare dell'anno presente gran romore ancora cagionò in Napoli l'affare della sacra inquisizione. Ognun sa quale avversione abbia sempre mantenuto e professato quel popolo a sì fatto tribunale. Ma perciocchè la conservazion della religione esige che vi sia pure chi abbia facoltà di frenare o gastigare chi nutrisce sentimenti e dottrine contrarie alla medesima; e questo diritto in Italia è radicato almeno ne' vescovi, aveano gli arcivescovi di Napoli col tacito consenso dei piissimi regnanti introdotta una spezie di inquisizione, con avere carceri apposta, consultori, notai e sigillo proprio, per formare segreti processi, e catturare i delinquenti. Quivi anche si leggeva scolpito in marmo il nome delsanto uffizio. Trovò lo zelantissimo e dignissimocardinale Spinelli, arcivescovo di quella metropoli così disposte le cose; ed anch'egli teneva in quelle carceri quattro delinquenti solenni, processati per materia di fede, da due dei quali fu anche fatta una semipubblica abiura. Però egli pretese di non aver fatta novità; ma fu poscia preteso il contrario dalla corte. Ne fece grave doglianza il popolo, commosso da chi più degli altri mirava di mal occhio come introdotta sotto altro verso l'inquisizione;laonde l'eletto d'esso popolo, con rappresentare al re turbate le leggi del regno, e vilipese le antiche e recenti grazie regali in questo particolare concedute ai suoi sudditi, ebbe maniera d'indurre il re a pubblicare un editto, in cui annullò e vietò tutto quell'apparato di novità, bandì due canonici, ed ordinò che da lì avanti la curia ecclesiastica procedesse solamente per la via ordinaria, e colla comunicazion de' processi alla secolare, con altri articoli che non importa riferire; ma con tali formalità, che si potea tenere come renduta inutile in questo particolare la giurisdizione episcopale. Giudicò bene la corte di Roma d'inviare a Napoli ilcardinale Landi, arcivescovo di Benevento, personaggio di sperimentata saviezza, per trattare di qualche temperamento all'editto. Qual esito avesse l'andata di lui, non si riseppe. Solamente fu detto, che affacciatisi alla di lui carrozza alcuni di quegli arditi popolari, gli minacciarono fin la perdita della vita, se non si partiva dalla città. Meritossi il re per quell'alto dal popolo un regalo di trecento mila ducati di quella moneta. Vuolsi anche aggiugnere, che durando i mali umori nella Corsica, nè potendo i Genovesi accudire a quegli interessi, perchè distratti da più importante impegno, le più forti case di quell'isola tumultuarono di nuovo, discontente del governo di Genova, quasichè non mantenesse le promesse de' capitoli stabiliti, e insieme disingannata che altre potenze non davano che parole: s'impadronirono della città e del castello di Calvi, della fortezza di San Fiorenzo e di altri luoghi. Avendo poscia chiamati ad una dieta generale i capi delle pievi, stabilirono una democrazia e reggenza, che da lì innanzi governasse il paese. Fu detto che dopo avere il popolo in Genova prese le redini, e ripigliata la libertà, implorasse l'aiuto dei Corsi, con promettere loro il godimento di qualsiasi antico privilegio. Ma fatta questa esposizione a gente che più non si fidava, niun buon effetto produsse. Atanti guai, che renderono quest'anno di troppo lagrimevole in Lombardia, si aggiunse il flagello dell'epidemia e mortalità de' buoi, che fece strage in Piemonte e Milanese, e passò anche nel Reggiano, Modenese e Carpignano, e toccò alquante ville del Bolognese e Ferrarese. Povere lasciò molte famiglie, e cessò dipoi nel verno. E tale fu il corso delle bellicose imprese ed avventure di quest'anno in Italia; alle quali si vuol aggiugnere, che nel dì 29 di giugno la santità dipapa Benedetto XIVcon gran solennità celebrò in Roma la canonizzazione di cinque santi. Fu anche dal medesimo pontefice, correndo il mese d'aprile approvato un nuovo ordine religioso, intitolato la congregazione de'Cherici Scalzi della passiondi Gesù Cristo il cui istituto è di promuovere la divozion de' fedeli verso la stessa passione con le missioni ed altri pii esercizii.Quanto alle guerre oltramontane, non potè nè pure il verno trattener l'armi franzesi da nuovi acquisti. Sul principio di febbraio, al dispetto de' freddi, delle pioggie e dei fanghi, il prode maresciallo di Franciaconte di Sassonia, raunato un esercito di quaranta mila persone, dopo aver preso alcuni forti, all'improvviso si presentò sotto la riguardevol città di Brusselles, e senza dimora eresse batterie e minacciò la scalata. Non passò il di 20 di detto mese, che quella numerosa guernigione di truppe olandesi rendè la città e sè stessa prigioniera di guerra. Gran treno d'artiglieria quivi si trovò. Immenso danno e tristezza cagionò nei dì 25 del seguente marzo a tutta la Francia un orribile incendio, succeduto (non si seppe se per poca cautela, o per malizia degli uomini) nel gran magazzino della compagnia dell'Indie, situato nel porto d'Oriente sulle coste marittime della Bretagna. A più e più milioni si fece montare il danno recato da quelle fiamme, tanto alla regia camera, che alla compagnia suddetta. D'altro in questi tempi non risonavano i caffè che di vicinapace, quando tutti questi aerei castelli svanirono al vedere che il re CristianissimoLuigi XVpartitosi da Versaglies nel dì 4 di maggio, entrò in Brusselles, e poscia in Malines, e mise in un gran moto le divisioni della sua potentissima armata. Conobbesi allora che guerra e non pace avea anche nell'anno presente a far gemere la Fiandra e l'Italia. Dove tendessero le mire de' Franzesi, si fece poi palese ad ognuno nel dì 20 del suddetto mese, essendosi presentato un gran corpo d'essi sotto la nobil ed importante città d'Anversa; ancorchè fosse preveduto questo colpo, tuttavia gli alleati, siccome troppo inferiori di forze, dovendo accudire a molti luoghi non l'aveano rinforzata di sufficiente nerbo di gente per sostenerla. V'entrarono dunque pacificamente i Franzesi, e tosto si applicarono a formar l'assedio di quella cittadella, guernita d'un presidio di due mila persone. Non son più quei tempi che gli assedii durano mesi ed anni. Ai Franzesi spezialmente, che han raffinata l'arte di prender le piazze, costa poco tempo il forzarle a capitolare. In fatti, nel dì ultimo di maggio il comandante della cittadella suddetta giudicò meglio di cederla agli assedianti, con ottener delle convenevoli condizioni, ma insieme con lasciare ai Franzesi anche i forti esistenti lungo la Schelda.Dopo sì glorioso acquisto se ne tornò il re Cristianissimo a Versaglies, per assistere al parto della delfina; e il principe di Conty, a cui fu confidato il supremo comando dell'armi in Fiandra, imprese nel dì 17 di giugno l'assedio della città di Mons. Incamminossi intanto verso la Fiandra il principeCarlo di Lorena, per assumere il comando dell'armata collegata, nel mentre che lentamente marciava dalla Germania un copioso corpo di milizie austriache a rinforzarla. Ma vi arrivò ben tardi, e non mai giunsero l'armi d'essi alleati a tal nerbo da poter impedire i progressi delle milizie franzesi. L'aver dovuto accorreregl'Inglesi, ed anche gli Olandesi, alla guerra bollente in Iscozia, sconcertò di troppo le lor misure in Fiandra, ed agevolò ai Franzesi il buon esito d'ogni loro impresa. In fatti, la sì forte città di Mons, dopo una vigorosa difesa nel dì 12 di luglio dovette soccombere alla forza dei Franzesi, e la guernigione di circa cinque mila collegati non potè esentarsi dal restar prigioniera di guerra. La medesima fortuna corse dipoi la fortezza di san Ghislain, al cui presidio nel dì 24 di luglio altra condizione non fu accordata che quella di Mons. Ciò fatto, passarono i Franzesi all'assedio di Charleroy, piazza che nel dì 2 d'agosto si trovò costretta a mutar padrone, con restar prigioni di guerra i suoi difensori. Inutili erano riusciti fin qui tutti i maneggi fatti dalle cesaree maestà per far dichiarare guerra dell'imperio la presente, avendo i principi e le città della Germania, fomentate spezialmente dal re di Prussia, ricusato di far sua la causa dell'augusta casa d'Austria. Nè la corte di Francia avea mancato di divertir la dieta Germanica dall'entrare in verun impegno, con assicurarla che dal canto suo non s'inferirebbe molestia alcuna alle terre dell'imperio. Questo contegno fece credere a molti che la nazion germanica coll'ultima mutazion di cose si fosse alquanto emancipata: il che da altri veniva riprovato, sul riflesso, che il lasciare la briglia al sempre maggiore ingrandimento della Francia era un preparar catene col tempo alla Germania stessa. In fatti, non ostante le lor belle promesse, allorchè i Franzesi s'avvidero di poter fare un bel colpo, non sentirono scrupolo a rompere i confini delle terre germaniche, e ad impossessarsi nel dì 21 di agosto di Huy, appartenente al principato di Liegi, e di fortificarlo, tuttochè sia da credere che assicurassero il cardinale principe di nulla voler usurpare del suo dominio. L'occupazione di quel posto avea per mira di obbligare l'esercito collegato a ripassar la Mosa per lapenuria de' viveri, siccome appunto avvenne. Allora fu che il maresciallo conte di Sassonia si appigliò a formare l'assedio di Namur, piazza fortissima, se pur alcuna di forte v'ha contro i Franzesi; e nel dì 11 di settembre cominciarono a far fuoco le batterie. Non era molto lungi di là l'esercito de' collegati; ma il maresciallo, che ben situato copriva l'assedio, non si sentiva voglia di accettare l'esibizion d'una battaglia. Fino al dì 20 del suddetto mese fece resistenza la città di Namur, e quella guernigione ne accordò la resa, per ritirarsi alla difesa del castello, sotto cui fu immediatamente aperta la trincea. Non andò molto che la breccia fatta consigliò a que' difensori nel dì 30 del settembre suddetto di prevenire i maggiori pericoli, con proporre la resa della piazza, ma senza potersi esentare dal rimaner prigioniera di guerra.Le apparenze erano, che, terminata sì felice impresa, prenderebbero riposo l'armi franzesi; e tanto più perchè in questi tempi rondava una potente flotta inglese, con animo di qualche irruzione sulle coste di Francia, alla difesa delle quali parea che avesse da accorrere parte della franzese armata. Così non fu. Il marescialloconte di Sassonia, dopo avere colla presa di Namur ridotti i Paesi Bassi austriaci in potere del re Cristianissimo, sentendosi molto superior di forze all'oste de' collegati, meditava pur qualche altro colpo di mano contra de' medesimi. Per coprire Liegi dagl'insulti de' Franzesi, s'era in varii siti ben postata l'armata d'essi alleati fra Mastricht e quella città. Spedì il maresciallo un forte distaccamento verso lo stesso Mastricht, affinchè se ilprincipe Carlo di Lorena, che in quelle vicinanze avea fissato il quartiere con grosso corpo di gente, volesse accorrere in difesa de' suoi, egli potesse assalirlo per fianco. Ciò fatto nel dì 7 d'ottobre a bandiere spiegate marciò contro l'ala sinistra de' collegati, comandata dalprincipe di Waldech, generaledegli Olandesi, in vicinanza di Liegi. Per più ore durò il fiero combattimento. Fu detto che due reggimenti di cavalleria olandese, come se bruciasse l'erba sotto i loro piedi, si ritirassero dal conflitto. Certo è che in fine gli alleati, senza potere ricevere soccorso dal principe di Lorena, piegarono, e ritirandosi, come poterono il meglio, lasciarono il campo di battaglia ai vincitori Franzesi. Si sparse voce che quattro mila collegati vi avessero perduta la vita, e che in mano de' Franzesi restassero molti cannoni, bandiere e stendardi, con grosso numero di prigionieri tra sani e feriti. Pretesero altri che non più di mille fossero da quella parte gli estinti; nè si seppe quanto costasse a' Franzesi la loro vittoria. Passarono poscia i vincitori, divisi in varie parti, a godere i quartieri del verno.Altra guerra fu nell'anno presente tra i Franzesi e gl'Inglesi. Riuscì a questi ultimi di torre agli altri, nell'America settentrionale, capo Bretone, posto di somma importanza, e riputato dagl'Inglesi d'incredibil utilità per la pesca di quei contorni. All'incontro i Franzesi, siccome accennammo nel precedente anno, colla spedizione del cattolico principe di GallesCarlo Odoardo Stuardo, aveano attaccato il fuoco nella Scozia, e con quella diversione facilitati a sè i progressi nei Paesi Bassi austriaci. Trovò quel principe fra que' popoli gran copia di aderenti alla real sua casa, che presero l'armi, e sparsero il terrore sino nel cuore dell'Inghilterra; perciocchè venne a lui fatto di dare una rotta alle truppe inglesi a Preston, e poi nel di 28 di gennaio a Falkirk, di prendere Carlisle, Inverness, e di fare altre conquiste nei confini della stessa Inghilterra. Per dubbio che qualche cattivo umore si potesse covare in Londra stessa, prese il reGiorgio IIla precauzione di tenere alla guardia d'essa città e della real corte un buon sussidio di soldatesche: ed inviò il suo secondogenitoGuglielmino Augusto duca di Cumberlandcon gagliarde forze contra delprincipe Stuardo. Varie furono le vicende di quella guerra; ma si venne a conoscere che gl'Inglesi non amavano di mutar regnante, e si mostravano zelanti della conservazion della real casa di Brunsvich. All'incontro non s'udiva che imbarco di soccorsi franzesi spediti di tanto in tanto al principe suddetto; e pur egli, a riserva di alquanti ufficiali irlandesi e di poche milizie franzesi, non ricevette mai rinforzo alcuno di gente bastante a continuare la buona fortuna dell'armi sue. Troppe navi inglesi battevano il mare, e custodivano le coste, per impedire ogni sbarco di truppe straniere. Andarono finalmente a fare naufragio tutte le speranze del principe Stuardo in un fatto d'armi accaduto nel dì 27 di aprile presso d'Inverness, dove l'esercito suo rimase disfatto. Peggiorarono poi da lì innanzi i di lui affari; molti anche della primaria nobiltà di Scozia ed anche lordi suoi seguaci, caddero in mano del duca di Cumberland, ed alquanti di loro lasciarono poi la vita sopra un catafalco in Londra. Le avventure dello sventurato principe per salvar la sua vita, mentre da tutte le parti si facea la caccia di sua persona, tali furono dipoi, che di più curiose non ne inventarono i romanzi. Contuttociò ebbe la fortuna di giugnere felicemente nelle spiagge di Francia sano e salvo nel mese di ottobre; e passato alla corte di Versaglies, si vide colle maggiori finezze ed onori accolto, come principe di gran valore e senno, dal re CristianissimoLuigi XV. Sbrigati che furono gl'Inglesi da questo fiero temporale, pensarono anch'essi alla vendetta; e a questo fine allestirono un possente stuolo di navi con più migliaia di truppe da sbarco. Non era un mistero questo lor disegno, e però si misero in buona guardia le coste della Francia. Sul fine appunto del mese di settembre comparve la flotta inglese alle vicinanze di Porto-Luigi in Bretagna, sperando di mettere a sacco il porto di Oriente, dove si conservano i magazzini dellacompagnia dell'Indie, ricchi di più milioni. Ne era già stato trasportato il meglio. Sbarcarono gl'Inglesi; fecero del danno alla compagnia; ma invece di superar quel porto, ne furono rispinti colla perdita di molta gente, e di alcuni pochi pezzi di cannone. Quattro lor navi ancora, rapite da vento furioso, andarono a trovar la loro rovina in quegli scogli. Tornarono essi da lì a non molto a fare un altro sbarco, e non ebbero miglior fortuna; se non che lasciarono in varii luoghi de' vivi monumenti della lor rabbia, collo aver dato alle fiamme alcune ville e conventi di religiosi nella suddetta provincia di Bretagna. Gran tesoro costò loro quella spedizione, e non ne riportarono che danno e pentimento.
Aveano gl'infelici Genovesi il coltello alla gola; inutile fu il reclamare; necessario l'ubbidire. Concorsero dunque le famiglie più benestanti al pubblico bisogno coll'inviare alla zecca le loro argenterie; si trasse danaro contante da altri; convenne anche ricorrere al banco di San Giorgio, depositario del danaro non solo de' Genovesi, ma di molte altre nazioni; tanto che nel termine di cinque giorni fu pagato il primo milione. Più tempo vi volle per isborsare il secondo, non potendo la zecca battere se non partitamente sì gran copia d'argento. Con parte di quel danaro furono non solamente soddisfatti di molti mesi trascorsi gli uffiziali austriaci, ma anche riconosciuto dalla generosità dell'augusta sovrana con proporzionato regalo il buon servigio de' suoi uffiziali. Parte d'esso tesoro fu condotto a Milano da riporsiin quel castello. A conto ancora del pagamento suddetto andò la restituzion delle gioie e di altri arredi della casa de Medici, impegnati in Genova dal regnante Augusto. Nè si dee tacere che videsi ancor qui una delle umane vicende. Tanta cura degl'industriosi Genovesi per raunar ricchezze andò a finire in una sì trabocchevol tassa di contribuzioni, la quale, tuttochè imposta ad una città cotanto diviziosa, pure a molti può fare ribrezzo. Non sarebbe ad una città povera toccato un così indiscreto salasso. E vie più dovette riuscire sensibile a quella nobil repubblica, perchè accaduto dappoichè appena ella s'era rimessa dalla lunga febbre maligna della Corsica, in cui non oso dire quanti milioni essi dicono di avere impiegato, ma che certamente si può credere costata a lei un'immensità di danaro. Fama corse che il re di Sardegna si lagnasse, perchè nè pure una parola si fosse fatta di lui nella capitolazione, e nè pure si fosse pensato a lui nell'imposta di tanto danaro e nella occupazione di tanti magazzini. Pari doglianza fu detto che facesse l'ammiraglio inglese.
Ciò che in sì improvvisa e deplorabil rivoluzione dicessero, almen sotto voce, gli afflitti e battuti Genovesi, non è giunto a mia notizia. Quel che è certo, entro e fuori d'Italia accompagnata fu la loro disavventura dal compatimento universale, e fino da chi dianzi non avea buon cuore per essi. Però dappertutto si scatenarono voci non men contra degli Spagnuoli che dei Franzesi, detestando i primi, perchè principalmente da lor venne il precipizio de' Genovesi; e gli altri, perchè mai non comparvero in Italia nell'anno presente quelle tante lor truppe che si spacciavano in moto sulle gazzette, e che avrebbero potuto esentare da sì gran tracollo gl'interessi proprii e quei de' loro collegati. Aggiugnevano i politici, che quand'anche il novello re di Spagna avesse preso idee diverse da quelle del padre, richiedeva nondimeno l'onor dellacorona che non si sacrificassero sì obbrobriosamente gli amici ed alleati; e in ogni caso poteva almeno e doveva il comune esercito procacciare, per mezzo di qualche capitolazione, condizioni men dure e dannose a chi avea da restare in abbandono. Finalmente diceano doversi incidere in marmo questo nuovo esempio, giacchè s'erano dimenticati i vecchi, per ricordo a' minori potentati del grave pericolo a cui si espongono in collegarsi co' maggiori; perchè facile è il trovar monarchi tanto applicati al proprio interesse, che fanno servir gli amici inferiori al loro vantaggio, con abbandonarli anche alla mala ventura, per risparmiare a sè stessi l'incomodo di sostenerli. Chi più si figurava di sapere gli arcani dei gabinetti, spacciò che fra la Spagna, Inghilterra e Vienna era già conchiuso un segreto accordo, per cui la Spagna dovea richiamar d'Italia le sue truppe; e gli Inglesi lasciar passare a Napoli dieci mila Spagnuoli; e l'imperadrice regina fermare a' confini del Tortonese i passi delle sue truppe: avere i primi soddisfatto all'impegno, ed aver mancato alla sua parte l'austriaca armata. Di qua poi essere avvenuto che la Spagna irritata poscia di nuovo s'unì colla Francia. Tutti sogni di gente sfaccendata. Nè pur tempo vi era stato per sì fatto maneggio e preteso accordo; e certo l'imperadrice regina, principessa generosa e d'animo virile, non era capace di obliar la propria dignità con tradire non solo gli Spagnuoli, ma anche i mediatori Inglesi, cioè i migliori de' suoi collegati. La comune credenza pertanto fu, che la Francia non pensò all'abbandono de' Genovesi; e se il suo maresciallo si lasciò trascinare dall'esempio degli Spagnuoli, non fu questo approvato dal re Cristianissimo. Quanto poscia alla corte del re Cattolico, si tenne per fermo, che sui principii cotanto prevalesse il partito contrario alla vedovaregina Elisabetta, che si giugnesse a quella precipitosa risoluzione a cui da lì a non molto succedette il pentimento,essendo riuscito al gabinetto di Francia di tener saldo nella lega il re novello di Spagna, ma dopo essere cotanto peggiorati in Italia i loro affari, e con dover tornare all'abici, qualora intendessero di calar un'altra volta in Italia. Per conto poi de' Genovesi poco servì a minorare i loro danni ed affanni l'altrui compatimento, e il cangiamento di massime nella corte del re di Spagna. Contuttociò dicevano essi di trovar qualche consolazione in pensando, che ognuno potea scorgere, non essere le loro disavventure una conseguenza di qualche loro ambizioso disegno, ma una necessità di difesa; nè potersi chiamar poco saggio il loro consiglio per l'aderenza presa con due corone potentissime, le quali sole poteano preservarli dai minacciati danni: giacchè a nulla aveano servito i tanti loro ricorsi e richiami alle corti di Vienna, Inghilterra ed Olanda.
Ma lasciamo oramai i Genovesi, per seguitareCarlo Emmanuelere di Sardegna. Nè pur egli fu pigro a prendere la fortuna pel ciuffo. Colla maggior diligenza possibile fece egli calar le sue truppe per l'aspre montagne dell'Apennino sulla riviera di Ponente, a fin di tagliare la strada, se gli veniva fatto, ai fuggitivi Franzesi; e fama corse essere mancato poco che l'infantedon Filippoe ilduca di Modenanon fossero sorpresi nel viaggio. Ma la principal mira d'esso re erano Savona e il Finale, paesi dietro ai quali s'erano consumati tanti desiderii de' suoi antenati, e sui quali la real casa di Savoia manteneva antiche ragioni o pretensioni. Giunsero colà le sue milizie nel dì 8 di settembre; ed arrivò anche lo stesso re nel dì seguente a Savona, incontrato dal vescovo e dai magistrati della città, che andarono a presentargli le chiavi. Colà giunse ancora il generale Gorani, spedito con alcuni battaglioni austriaci, per darsi mano a sottomettere il castello assai forte d'essa Savona. Trovavasi alla difesa di quello un comandante di casa Adorno nobile genovese,il quale alla chiamata di rendersi diede quella risposta che conveniva ad un coraggioso e fedele uffiziale; e tanto più perchè fu fatta essa chiamata per parte del re di Sardegna. Raccontasi che egli dipoi, come se quella piazza avesse da essere il sepolcro suo, distribuì ai soldati varii effetti e danari di sua ragione, e nel testamento suo dichiarò eredi suoi le mogli e i figli di quegli uffiziali che morrebbono nella difesa: al che egli dipoi si accinse con tutto vigore. Si tardò ben molto a cominciare le ostilità contra di quel castello, perchè non poteano volare per le aspre montagne i mortai e l'artiglieria grossa che occorreva a quell'assedio. Passarono le brigate austriaco-sarde al Finale, e il forte di quella terra non si fece molto pregare a capitolar la resa, con restar prigione il presidio, e coll'avere gli uffiziali ottenuto buon trattamento per loro e per i loro equipaggi. Giunse colà nel dì 15 di settembre il re di Sardegna; allora fu che, non potendosi più ritenere l'antico abborrimento di quel popolo al giogo genovese, scoppiò in segni d'incredibil allegrezza, e con sommo applauso, ed applauso di cuore accolse il novello sovrano. Proseguì poscia esso re colle milizie il viaggio, occupando di mano in mano i posti e le terre che i Franzesi andavano abbandonando, finchè giunse a Ventimiglia, Villafranca e Montalbano, all'assedio de' quali luoghi egli fu forzato a dover fermare il piede. Dovunque passarono l'armi sue vincitrici, segni ne restarono della singolar sua moderazione e della savia sua maniera di trattare chiunque a lui si arrendeva. Non la voleva egli contra la borsa di que' popoli; esatta disciplina osservavano le sue truppe; solamente, per buona precauzione, levò l'armi al conquistato paese. Impiegò egli in quei viaggi e nella conquista della riviera di Ponente il resto di settembre e la metà d'ottobre; nè altro considerabil avvenimento si contò, se non che il generale austriaco Gorani, nel riconoscere il postodella Turbia, nel dì 12 d'esso ottobre perdè la vita; i Franzesi nel dì 18 ripassarono il Varo; il castello di Ventimiglia nel dì 23 si sottomise all'armi de' Piemontesi.
Intanto la corte di Vienna, considerando il bell'ascendente dell'armi sue in Lombardia e nel Genovesato, e già cacciati di là da' monti i nemici tutti, vagheggiava il bel regno di Napoli, come un premio dovuto al valore e alla buona fortuna dell'armi sue nell'anno presente. Niun v'era de' ministri che, ricordevole delle tante pensioni e regali procedenti una volta da quel fruttuoso paese, non inculcasse venuto ormai il tempo di riacquistar giustamente ciò che s'era sì miseramente perduto negli anni addietro; avere l'imperadrice oziosi circa dieci mila cavalli, adagiati nel Modenese, Cremonese, Mantovano ed altri luoghi. Accresciuti questi da qualche quantità di fanteria, ecco un esercito capace di conquistare tutto quel regno; trovarsi il re di Napoli privo di gente, di danaro e di maniera per resistere; col solo presentarsi colà un esercito austriaco, altro scampo non restare a quel re, che di fuggirsene in Sicilia; e che la Sicilia stessa, qualora volessero dar mano gl'Inglesi, facilmente coronerebbe il trionfo dell'armi imperiali. Forti erano e ben gustate queste ragioni; e non è da dubitare che la corte cesarea ardesse di voglia di quell'impresa; al qual fine si videro anche sboccare in Italia alcune migliaia di fanti Croati e Schiavoni, gente mal in arnese, ma forte di corpo, reggimentata, e che sa, occorrendo, ben maneggiare i fucili e sciable. Ma altri furono in que' tempi i disegni dell'Inghilterra, cioè di quella potenza che avea come dipendenti, per non dire come servi, i suoi collegati, pel bisogno che tutti aveano delle sue sterline, cioè d'un danaro onde veniva il moto principale della macchina di quell'alleanza. Da che la Francia osò, se non di attaccare, almeno di secondare il fuoco nelle viscere dellaGran Bretagna colla sedizion della Scozia, in cui non si trattava di meno che di detronizzare il regnante reGiorgio II, lo spirito della vendetta, o sia la brama di rendere la pariglia al re Cristianissimo, fece gran breccia nella corte britannica. Fu dunque risoluto l'armamento d'una possente flotta, per portare la desolazione in qualche sito delle coste di Francia; e in oltre, giacchè più non restavano in Lombardia nemici da combattere, questo parea il tempo di portare la guerra anche dalla parte d'Italia nel cuor della Francia, acciocchè ella non si gloriasse di farla sempre in casa altrui. A questa determinazione ripugnava non poco il gabinetto imperiale tra per li noti infelici tentativi altre volte fatti o nella Provenza o nel Delfinato, e perchè si vedeva interrompere l'impresa di Napoli, dove certo si conosceva il guadagno; laddove poco o nulla v'era da sperare nella Provenza. Per lo contrario, l'Inghilterra non solo desiderava, ma comandava una tale spedizione; e per questo fine ancora mosse il re di Sardegna a contribuir buona parte della sua fanteria.
Tali nondimeno divennero le forze austriache in Italia, tali i nuovi rinforzi inviati per accrescerle, che si figurò il ministero cesareo di poter accudire all'una impresa senza pregiudizio dell'altra; nè si può negare che ben pensati erano i suoi disegni. Ma ordinaria disavventura delle leghe è l'avere ogni contraente dei particolari interessi e desiderii che non s'accomodano con quei degli altri. In Londra v'erano delle segrete intenzioni contrarie a quelle di Vienna. Si voleva far del male alla Francia, è non già alla Spagna. Sempre fitto il re d'Inghilterra nella speranza d'una pace particolare col re Cattolico, fervorosamente maneggiata dall'austriaca regina di Portogallo, e creduta anche assai verisimile, per essersi scoperte nel novello re di Spagna delle massime ben diverse da quelle del re fu suo padre: con ogni riguardo procedeva verso gli Spagnuoli, astenendosi,per quanto mai poteva, dal recar loro danno, anzi da ogni menomo loro insulto; nemico in fine di solo nome, ma non già di fatti. Però la conquista del regno di Napoli, meditata in Vienna, che avrebbe infinitamente disgustata la corona di Spagna, si trovò ascosamente attraversata dagl'Inglesi, i quali fecero valere la necessità di entrare in Provenza colle maggiori forze possibili, per non soggiacere agl'inconvenienti patiti altre volte in sì fatte spedizioni, ed essere troppo pericoloso l'indebolir cotanto l'armata di Lombardia, coll'inviarne sì gran parte in sì lontane e divise contrade; e che costerebbe troppo il mantenere in tali circostanze quell'acquisto. Queste ed altre ragioni, delle quali il gabinetto di Vienna intendeva molto bene il perchè, fecero che l'imperadrice regina forzatamente desse bando ad ogni disegno sul regno di Napoli; e intanto il re Cattolico con varii convogli per mare spedì ad esso Napoli alcune migliaia delle sue truppe, le quali ebbero sempre la fortuna di non essere vedute dagl'Inglesi, nè di incontrarsi nelle lor navi, le quali pure padroneggiavano per tutto il mare Ligustico e Toscano.
Fissata dunque la spedizione austriaco-sarda contro la Provenza, per cui tanto all'imperadrice che al re di Sardegna uno straordinario aiuto di costa in moneta fu somministrato dall'Inghilterra, esso re sardo, per disporla ed animarla come generalissimo, passò a Nizza già abbandonata dai Franzesi. Quivi ricevette egli l'avviso che s'era renduto alle sue armi Montalbano, e che poco appresso, cioè nel dì 4 di novembre, avea fatto altrettanto il castello di Villafranca. Giunse anche da lì a poche settimane la lieta nuova che la cittadella di Tortona era tornata in suo dominio nel dì 25 del mese suddetto, con aver quella guernigione spagnuola ottenuta ogni onorevol capitolazione; giacchè anche esso re in tutta questa guerra ogni maggior convenienza e rispetto osservò sempre versola corona di Spagna. Intanto sì dalla parte di Genova che di Lombardia andavano sfilando le soldatesche destinate per l'invasione della Provenza, facendosi la massa della gente a Nizza. Scelto per comandante di quell'armata il generaleconte di Broun, questi verso la metà di novembre giunse per mare a quella città, e cominciò a prendere le misure per effettuare il meditato disegno. Giacchè si calcolava di non trovare nè viveri nè foraggi in Provenza, l'ammiraglio inglese Medier, chiamato a consiglio, assunse il carico di condurre dai magazzini di Genova e della Sardegna il bisognevole, siccome ancora le artiglierie, attrezzi e munizioni da guerra. Sopraggiunse in questi tempi gagliarda febbre al re di Sardegna, che grande apprensione ed affanno cagionò in quell'armata, ma più in cuore dei sudditi suoi, i quali perciò con pubbliche preghiere implorarono da Dio la conservazione d'una vita sì cara. Dichiarossi poi nel dì 25 di novembre il vaiuolo, e questo di qualità non maligna, talchè, passato il convenevol tempo richiesto da sì fatta malattia, cessò ogni pericolo e timore. A cagione nondimeno della convalescenza fu conchiuso ch'esso re passerebbe il verno in quella città. Finalmente sul fine di novembre si trovò raunato l'esercito destinato ai danni della Provenza, che si fece ascendere a trentacinque mila combattenti tra fanti e cavalli, cioè due terzi di Austriaci, e l'altro di Piemontesi comandati dal tenente generalemarchese di Balbiano; perciò s'imprese il passaggio del fiume Varo.
Credevasi di trovar quivi forte resistenza dalla parte de' Franzesi; ma non erano tali le forze di questi da poter punto frastornare i passi degli Austriaci e Savoiardi. S'erano già separate le milizie spagnuole dai Franzesi, e misteriosi parevano i loro movimenti, perchè ora sembrava che volessero prendere il cammino verso la Spagna, ed ora che pensassero a ritirarsi in Savoia. E veramente a quella volta tendevano i loro passi,quando arrivò in Tarascon al generalemarchese della Minaun corriere dell'ambasciatore Cattolico esistente in Parigi, da cui veniva avvertito di tener le truppe di suo comando unite con quelle di Francia, stante una nuova convenzione stabilita fra le due corone di Madrid e Versaglies. Servì un tale avviso, perchè il marchese non progredisse innanzi, per aspettare più accertati ordini dalla corte del suo sovrano. Non ascendevano dal canto loro i Franzesi a più di cinque o sei mila persone sotto il comando delmarchese di Mirepoixtenente generale, avendo pagato gli altri il disastroso ritorno dal Genovesato o con lunghe malattie o colla morte. Vero è che si trovarono alquanti corpi d'essi Franzesi qua e là postati al basso e all'alto del Varo, per contrastarne il passo a' nemici; due fortini ancora o ridotti teneano sulle sponde d'esso fiume; pure tra le batterie erette di qua dal fiume, che faceano buon giuoco, e pel cannone di tre vascelli e di altri legni minori inglesi che s'erano postati all'imboccatura del fiume stesso, animosamente in più colonne passarono gli Austriaco-Sardi, essendosi precipitosamente ritirati da tutti que' postamenti i Franzesi. Detto fu che solamente costasse quel passaggio ottanta persone, le quali ebbero anche la disgrazia di annegarsi. Fu dipoi formato un sodo ponte sul Varo; e volarono ordini perchè venissero le grosse artiglierie, per dar principio all'assedio d'Antibo, mira principale delgenerale Broun, che servirebbe di scala all'altro di Tolone.
Trovarono gli aggressori in que' contorni abbandonate le case, e fuggiti col loro meglio i poveri abitanti. Ma per buona ventura vi restarono le cantine piene di vino, e vino, come ognun sa, sommamente generoso di quelle colline, onde ne avrebbe quel popolo, secondo il costume, ricavato un tesoro. Giacchè altro nemico da combattere non aveano trovato i Tedeschi, gli Svizzeri ed anche gl'Italiani, sfogarono il loro valore e sdegno contra di quelle botti, e per tre giorni ognuntrionfò di que' cari nemici. Era un bel vedere qua e là per terra migliaia di soldati che più non sapeano in qual parte del mondo si fossero: così ben conci erano dal tracannato liquore. Non sanno più i gran guerrieri del nostro tempo usare stratagemmi, nè studiano i libri vecchi, per impararne l'arte. Se quattro o cinque mila Franzesi, col muoversi di notte, avessero colto in quello stato i lor nemici, voglio dire quegli otri di vino, chi non vede qual brutto governo ne avrebbero potuto fare? il generale Broun per questo inaspettato accidente non sapea darsi pace, e vi rimediò come potè. Gli antichi preparavano buona cena alle truppe nemiche, per farne poi loro pagare lo scotto nella notte seguente. Tanto nulladimeno si affrettarono quei bravi bevitori a votar quelle botti, spandendo anche per le cantine il vino sopravanzato alla loro ingordigia, che ne fecero poi lunga penitenza, costretti sovente a bere acqua, per non trovare di meglio. Si stesero dipoi i loro staccamenti alle picciole città di Vences, Grasse ed altri luoghi, i vescovi delle quali città impiegarono con somma carità quanto aveano, per esentare i popoli da un duro trattamento. Trovarono un discreto nemico nel suddetto generale Broun, il quale portò poscia il suo quartiere generale sino a Cannes, sulla spiaggia del mare di là da Antibo, con bloccare quel porto, e dar principio alle ostilità contra del medesimo. Non trovando quelle soldatesche in alcun luogo opposizione alcuna, s'inoltrarono fino a Castellana, Draghignano ed altre lontane terre. Altro miglior partito non seppe trovare il re Cristianissimo, per mettere argine a questo torrente, che di ordinare la mossa di almen trenta mila combattenti delle truppe regolate esistenti in Fiandra, giacchè si conobbe insufficiente medicina a questo malore il formar de' nuovi reggimenti in Provenza. Uomini di nuova leva son per lo più soldati di nome, conigli di fatti. Un soccorso tale, che dovea far viaggio di più centinaia di miglia,per arrivare in Provenza, non frastornava punto i sonni e i passi dell'armata austriaca e savoiarda; la quale perciò nel dì 15 di dicembre giunse ad impadronirsi anche della città di Frejus, con istendere le contribuzioni per tutte quelle contrade. E perciocchè si trovò che le barche armate dell'isole di Sant'Onorato e di Santa Margherita infestavano non poco i convogli destinati pel campo di Cannes, ordinò il Broun che sopra molti legni venuti da Villafranca s'imbarcassero tre mila soldati, e facessero colà una discesa. Non indarno questa fu fatta. Capitolarono le picciole guernigioni dei due forti esistenti in quelle isole, e cederono il campo ai nuovi venuti. Molto dipoi costò ai Franzesi la ricupera di quei luoghi. Le speranze intanto di vincere il forte d'Antibo erano riposte nei grossi cannoni e mortai che si aspettavano da Genova; quando si sconcertarono tutte le misure per un inaspettato avvenimento, che sarà ben memorabile anche nei secoli avvenire.
Da che piegarono il collo i rettori di Genova sotto l'armi fortunate dell'imperadrice regina colla capitolazione che di sopra accennammo, restò quella nobil città ondeggiante fra mille tetri ed inquieti pensieri. Le apparenze erano che in quel governo durasse l'antica libertà e signoria; perchè il doge, il senato e gli altri magistrati continuavano come prima nell'esercizio delle loro funzioni ed autorità; tenevano le guardie dei lor proprii soldati (soldati nondimeno dichiarati prima prigionieri di guerra dei Tedeschi) a Belvedere e alle porte, a riserva di quelle di San Tommaso e della Lanterna cedute agli Austriaci. Gli stessi Austriaci pareva che non turbassero i fatti della città, giacchè non permetteva il Botta che alcuno de' suoi soldati entrasse in quella senza sua licenza in iscritto. Ma in fine tutta questa libertà non era diversa da quella degli uccelletti che legati per un piede si lasciano svolazzare qua e là. Se non entravano a centinaiae migliaia di Tedeschi in città a farvi da padrone, poteano ben entrarvi, qualora ne venisse loro il talento; e non pochi ancora v'entravano, con pagar poscia i viveri meno del dovere, e con vilipendere ed ingiuriare toccando forte sul vivo i poveri abitanti. Intanto di circa otto mila Tedeschi non andati in Provenza, parte acquartierata in San Pier d'Arena teneva in ceppi la città, e parte stesa per la riviera di Levante s'era impadronita di Sarzana, della Spezia e di altri luoghi in quelle parti. Nella fortezza di Gavi, ceduta da' Genovesi, comandava la guernigione austriaca; e per tutta la riviera di Ponente altro più non restava che inalberasse le bandiere della repubblica, fuorchè l'assediato castello di Savona, avendo il re di Sardegna conquistate tutte l'altre terre e città, con farsi anche giurare fedeltà dai Finalini. Ed allorchè fu per marciare l'armata in Provenza, credette ben fatto il generale Botta di occupare all'improvviso il bastione di San Benigno, guernito di gran copia di bombe e cannoni, che sovrasta alla Lanterna, e domina non men la città che il borgo di San Pier d'Arena. In tal positura di cose si scorgeva da ognuno ridotta al verde la potenza e libertà de' Genovesi. Aggiungasi il guasto de' poderi e delle case, con una man di estorsioni ed avanie, che più di uno degli uffiziali e soldati austriaci, non mai sazii di conculcare i vinti, andavano commettendo per tutti i luoghi dei loro quartieri. Nè da Vienna altra indulgenza finora avea potuto ottenere l'inviato della repubblica, se non l'esenzione che il doge e i sei senatori si portassero colà. Pretesero i Tedeschi insussistenti e vane tutte le suddette accuse. Il peggio era, che dopo avere il senato smunte le case de più ricchi, intaccato il banco di San Giorgio, e battute in moneta le argenterie de' benestanti, col giugnere in fine a pagar anche buona parte del secondo milione di genovine, animato a questo sforzo dalle molte speranze date che sarebbe condonato il resto: non istetteromolto ad udirsi le richieste anche del terzo; e queste poi si andarono maggiormente inculcando, corteggiate dalle minaccie del commissario generale Cotech del saccheggio, e di ogni altro più aspro trattamento. La mirabil industria d'esso commissario avea saputo con tanta facilità, cioè con un solo tratto di penna, trovare illapis philosophorum; si credeva egli che in essa penna durerebbe per sempre quella virtù. Intanto quel governo, di consenso del marchese Botta, scelse quattro cavalieri per inviarli a Vienna a rappresentar l'impotenza d'un ulterior pagamento, sperando pure migliori influssi dall'imperiale e real clemenza e protezione, in braccio a cui s'erano gittati. Ma o sia che non venisse mai dalla corte l'approvazione di tal deputazione, o che venisse in contrario: mai non si poterono ottenere dal marchese i necessarii passaporti. Se poi s'ha da credere tutto quanto concordemente asseriscono i Genovesi, giunse il conte di Cotech ad intimare, oltre al suddetto terzo milione, anche il pagamento di altre gravi somme per li quartieri del verno e quieto vivere, e ducento mila fiorini per li magazzini delle truppe genovesi dichiarate prigioniere di guerra, i quali non vi erano, ma vi dovevano essere. Allegò il governo l'impossibilità a più contribuire; e perchè succederono le minaccie, fu risposto che il Cotech prendesse quante risoluzioni volesse, ma che queste in fine non potrebbero essere che ingiuste. Non andò molto, che il generale Botta parimente richiese cannoni e mortari alla repubblica, per inviarli in Provenza; e non volendoli questa dare di buon grado, egli spedì gente a levarli dai posti per quel trasporto.
Questo era il deplorabile stato di Genova, cagione che già molti nobili e ricchi mercatanti aveano cangiato cielo, non sofferendo loro il cuore di mirare i mali presenti della patria, con paventarne ancora de' peggiori in avvenire. La troppo disgustosa voce del minacciato sacco, vera o falsa che fosse, disseminata oramaifra quel numeroso popolo, di troppo accrebbe il già prodotto fermento di odio, di rabbia, di disperazione. E tanto più crebbe, perchè, lamentandosi alcuni dell'aspro trattamento che provavano, scappò detto ad un uffiziale italiano nelle truppe cesaree, che si meritavano di peggio. Poi soggiunse:E vi spoglieremo di tutto, lasciandovi solamente gli occhi per poter piagnere.Meriterebbe d'essere cancellato dal ruolo de' cavalieri d'onore chi nudriva così barbari sentimenti, e si facea conoscere un tartaro, e non un cristiano. L'infima plebe imparò allora a lodare lo stato antecedente, perchè altro aspetto non aveva il presente che quello di sterminio e di schiavitù. Pure, non trovandosi chi osasse di alzare un dito, in soli segreti lamenti e combriccole andava a terminare il risentimento di ognuno: quand'ecco una scintilla va ad attaccare un grande impensato incendio. Era il dì 5 di dicembre, e strascinavano gli Alemanni un grosso mortaio da bombe, per inviarlo in Provenza. Sono assaissime strade di Genova vote al disotto, affinchè passino l'acque scendenti dalle montagne in tempo di pioggie, ed anche per le cloache. Al troppo peso di quel bronzo, nel passare pel quartiere di Portoria, si fondò la strada, onde restò incagliato il trasporto. La curiosità trasse colà non pochi del minuto popolo, che furono ben tosto sforzati a dar mano per sollevare il mortaio. E perchè mal volentieri facevano essi quel mestiere, perchè non pagati, e perchè parea loro cosa dura di faticare in danno della stessa lor patria: si avvisò uno de' Tedeschi di pagargli col regalo di alcune poche bastonate. Non sapea costui di che fuoco ed ardire sia impastato il popolo di Genova; ne fece immantenente la pruova. Il primo a scagliare contra di lui una buona sassata, fu un ragazzo, con dire prima ai compagni:La rompo?E all'esempio suo tutti gli altri diedero di piglio ai sassi, i quali ebbero la virtù di far fuggire i Tedeschi. Rinvenuti in sè queisoldati, tornarono poscia colle sciable nude per gastigar quella povera gente; ma ricevuti con più copiosa grandine di sassi, furono di nuovo obbligati a salvarsi colla fuga. Nulla di più avvenne in quel giorno. Nella notte quei che erano intervenuti a quella picciola commedia, andando per le strade, cominciarono a gridareall'armi, ripetendo sovente:Viva Maria: con che si raunò una gran brigata, tutta della feccia più vile della città. Deridevano gli Austriaci questo schiamazzo, insultandoli con gridare:Viva Maria Teresa. Presentossi poscia al palazzo pubblico la plebe, chiedendo armi con terribile strepito. Ordinò il governo che si chiudessero le porte, si raddoppiassero le guardie, si mettessero soldati fuori del rastrello con baionetta in canna. Nulla potendo ottenere, raddoppiarono le grida; e intanto sparso il romore per varii quartieri, maggiormente crebbe la folla de' sollevati, che tornata con più empito la seguente mattina, giorno 6 di dicembre, al palazzo, continuò a fare istanza d'armi, e tentò anche di scalar l'alte finestre dell'Armeria, ma con esserne rispinta. Nè mancò il governo di ragguagliare ilgenerale Bottadi questa novità. Giacchè era fallito questo colpo al popolo, si voltò alle guardie delle porte e sorprendendole s'impadronì dell'armi loro; sforzò le porte degli uffiziali militari; entrò in qualsivoglia bottega di armaiuoli, e quante armi trovò, tutte se le portò via, senza toccare il resto. Ma non v'era capo, ognun comandava, nè altro si mirava che confusione. Spediti dal governo alcuni de' cavalieri più accreditati fra il popolo, impegnarono indarno la loro eloquenza per frenarli. Andò poi l'infuriata gente alle porte di San Tommaso, credendosi di atterrire le guardie tedesche con una scarica di fucili e con altre grida. Chiusero gli Alemanni le porte, e si risero delle loro bravate. Ma non si rallentò per questo il coraggio del popolo, che corso a prendere un picciolo cannone, lo presentò a quelle porte perbatterle. Questo fu un farne un regalo agli Alemanni, i quali, aperte all'improvviso le porte, e spedita fuori una man di granatieri, nè pur lasciarono tempo di spararlo, e sel portarono via. Fuori anche d'esse porte sboccò nella città una banda di quindici o venti uomini di cavalleria tedeschi, che, dopo la scarica delle lor carabine, colle sciable alla mano corsero per Acquaverde e strada Balbi fin sulla piazza dell'Annunziata. Di più non vi volle per dissipare l'indisciplinata gente, che sparpagliata prese sulle prime qua e là la fuga. Ma attruppatisi poi alcuni di essi, ed uccisi con moschettate due dei cavalli nemici, fecero ritirare il resto più che di fretta. Da questo fatto argomentarono molti, che se il generale Botta avesse inviato delle buone schiere e squadre d'armati nella città, avrebbe potuto in quel tempo sopire il tumulto, perchè movimento contraddetto dal governo, nè secondato da persona alcuna di conto.
Servì di scuola agli ammutinati il rischio corso a cagion dell'irruzione della poca cavalleria nemica per premunirsi; e però nella seguente notte barricò le principali strade con botti ed altra copia di legnami, e con replicati fossi. Era cresciuto a dismisura il popolaccio, e giacchè tutti i palazzi de' nobili si trovavano chiusi e ben custoditi, nè sito finora s'era trovato per farvi le loro sessioni, sforzarono il portone dei padri Gesuiti nella strada Balbi, ed impadronitisi di tutte quelle scuole e congregazioni, quivi piantarono il loro quartier generale. Fu creato un commissario generale, che scelse varii luogotenenti, ordinò pattuglie di giorno e di notte, per ovviare ai disordini, pubblicò editti rigorosi, che ognun dovesse accorrere alla difesa. In una parola assunse il governo e comando della città, senza nondimeno perdere il rispetto al doge e senato, se non che gli ordini del ceto nobile non erano attesi, e il magistrato popolare voleva essere ubbidito. Pretese dipoi quel popolo, che fosse nulla la capitolazione fatta dalgoverno con gli Austriaci, siccome fatta senza participazione e consenso del secondo e terzo ordine popolare, che a tenore delle leggi e convenzioni pubbliche si richiedeva. Avea comandato esso governo nobile che non si sonasse campana a martello, e intimato ai capitani delle popolatissime vicine valli del Bisagno e della Polcevera di non prendere l'armi. Se ubbidissero, staremo poco a vederlo. Intanto il generale marchese Botta avea spediti ordini pressanti alle milizie tedesche, sparse per le due riviere di Levante e Ponente, acciocchè accorressero a Genova. Prese eziandio altre precauzioni per sostenere le porte di San Tommaso, ed occupò varii postamenti, atti non meno all'offesa che alla difesa. Ma venuto il dì 7 di dicembre, ecco in armi tutto il gran quartiere di San Vincenzo ed il Bisagno, che si diedero mano con gli altri popolari. Andarono essi ad impossessarsi di tutte le artiglierie, poste nei lavori esteriori della città, e di una batteria detta di Santa Chiara. Con questi bronzi cominciarono a fulminare alcuni posti, dove erano i nemici, con farne anche prigioni alcuni. Al vedere sì stranamente cresciuto l'impegno, il generale Botta mandò a dire al governo che acquetasse il tumulto; e ricevuto per risposta dal palazzo di non aver forza da farlo, si esibì egli di andare al palazzo per comporre le cose; ma poscia non si attentò, o lo trattenne il decoro.
Arrivò il giorno 8 di dicembre, giorno solenne spezialmente in Genova per la festa della Concezione di Maria Vergine, che quel popolo tiene per sua principal protettrice; ed allora fu che altro nerbo, altro regolamento prese il fin qui ammutinato minuto popolo della città e del Bisagno. Imperciocchè, unitosi con loro il secondo ordine dei mercatanti ed artisti, si cominciò a dar pane, vino e danaro; si provvidero le occorrenti munizioni ed armi; si stabilì un'ospedale per li feriti, e si presero altre saggie misure,che accrebbero il coraggio ad ogni amator della patria. Per la strada Balbi in quel giorno crebbero le ostilità delle artiglierie dall'una e dall'altra parte, quando consigliato il popolo a proporre un aggiustamento, espose un panno bianco. Venuto a parlamento un uffiziale tedesco, intese le loro proposizioni, consistenti in richiedere che fossero lasciate libere le porte; riposti al suo sito i cannoni asportati; cessata ogni ulterior pretensione di danaro, e di qualsivoglia altra, benchè menoma, esazione, con dare per questo sei uffiziali in ostaggio. Rapportate furono al generale Botta e al suo consiglio quelle dimande, l'ultima delle quali mosse ciascuno a sdegno o riso, considerata la viltà dei proponenti, e la trionfal maestà di chi udiva tali proposizioni. La risposta fu, che si voleva tempo a rispondere. Giudicò bene d'interporsi, per veder pure se si poteva amichevolmente terminar questa pugna, ilprincipe Doria, signore ben veduto dagli Austriaci, e insieme sommamente amato dal popolo per le sue belle doti e copiose limosine. Concorse anche per istanza e commission del governo a sì lodevol impresa il padre Visetti, rinomato sacro oratore della compagnia di Gesù, siccome persona molto stimata dal marchese generale Botta. Per quanto questi rappresentasse le triste conseguenze, che potea produrre la durezza de' Tedeschi contra di sì numeroso, ardito e disperato popolo, essendo egualmente pregiudiciale agl'interessi e alla gloria dell'imperadrice regina, il danno che sovrastava all'armata imperiale, e l'eccidio minacciato della città; non poterono fissare concordia alcuna. Si arrendeva il generale sul capitolo dell'esazione richiesta sopra il terzo milione, ma troppo abborriva il rilasciar le porte. Più volte andò il principe innanzi e indietro, con rapportar le risposte. Trovatosi il popolo risoluto in voler la libertà delle porte, parve che Il general Botta inchinasse a soddisfarlo, con trovarsi poi ch'egli intendeva di una porta, e non ditutte e due quelle di San Tommaso. Pretesero i Genovesi ch'esso generale tergiversasse o lavorasse di sottigliezze; ma certo egli si trovava in un mal passo, perchè, in qualunque maniera ch'egli avesse operato, mal intese sarebbero state le sue risoluzioni. Cioè se con cedere avesse calmata quella popolar commozione, gli sarebbe stato attribuito a delitto l'avere sacrificato l'onore dell'armi imperiali e l'interesse dell'imperadrice regina, condonando il milione promesso, e restituendo le porte senza licenza della corte. Se poi non cedeva, volendo più tosto aspettar la rovina che poi seguitò, sarebbe stato egualmente esposto al biasimo e alla censura il suo contegno. Dopo il fatto ognun la fa da giudice e spula sentenze; ma per giudicar bene, convien mettersi nel vero punto delle cose e delle circostanze prima del fatto.
Continuarono anche nel dì 9 di dicembre i trattati, ma senza frutto, talmente che il principe Doria, dopo aver battute tante ragioni e fatiche, se ne lavò le mani, e si ritirò lungi da Genova. Nè miglior fortuna ebbe l'eloquenza del padre Visetti. E perchè il generale austriaco andava prendendo tempo alle risoluzioni, spendendo intanto speranze e buone parole, pretese il popolo genovese ciò fatto ad arte, tanto che arrivassero al suo campo le truppe richiamate dalle due riviere. Tutto questo accresceva l'impazienza e i moti dei Genovesi, per tentare colla forza la sospirata liberazione. Frequenti furono in tutti que' dì le pioggie; pure nulla poteva ritenerli dal fare ogni opportuno preparamento per quell'impresa; nè loro mancò qualche sperto ingegnere che suggerì i mezzi più adattati al bisogno. Si videro a folla uomini, donne, ragazzi, e massimamente i facchini, tutti a gara portare chi fascine, chi palle, chi polve da fuoco e granate, chi formar palizzate e gabbioni, e chi colle sole braccia strascinar per istrade sommamente erte cannoni, mortai e bombe. Ne trassero fino alle alture diPrea, o siaPietraminuta: il che parrebbe inverisimile, mirando quel sito. Parimente postò il popolo varie altre batterie di cannoni in siti che dominavano San Benigno, in strada Balbi, all'arsenale e altrove, dove maggiormente conveniva per offendere i nemici. Non mancavano armi, palle e polve ad alcuno. Mal digeriva il popolo le dilazioni che andava prendendo il generale suddetto, e tanto più perchè già si sentivano giunti in Bisagno circa settecento Tedeschi, ed esserne assai più in moto. Gli fu dunque dato un termine perentorio sino alle ore 16 del di 10 di dicembre. 0 sia che in quello spazio di tempo non venisse risposta, o che venisse quale non si voleva; o sia, come pretesero altri, che l'impaziente popolo la rompesse prima di quell'ora: certo è, ch'esso diede all'armi, da che si udì sonar campana a martello nella cattedrale di San Lorenzo, il cui esempio da tutte l'altre campane della città fu immediatamente imitato. In concordi altissime voci fu intonato il grido di battaglia, cioèviva Maria, il cui santo nome ispirava coraggio nei petti di ognuno. Cominciarono con gran fracasso le artiglierie a giocare contro la commenda di San Giovanni, ed atterrato quel campanile con altre rovine, fu obbligato quel presidio tedesco a rendersi prigioniere. La batteria superiore di Prea-minuta bersagliava le porte e l'altura de' Filippini, scagliando anche bombe e granate sulla piazza del principe Doria fuori della città dove erano schierate alcune centinaia di cavalleria nemica. Come stesse il cuore ai Tedeschi all'udir tante grida di quel numeroso infuriato popolo, e insieme il suono ferale di tante campane della città, di maggiore efficacia che quel dei tamburi, io nol so dire. La verità si è, che il generale marchese Botta, già credendo assai giustificata la sua risoluzione in sì brutto frangente, fece dar segno di tregua; e, cessato il fuoco, mandò pel padre Visetti a significare al governo che avrebbe ceduto le porte se gliene fosse fatta la dimanda. Accettò il governo, e fece il decretodi richiederle. Ma il popolo rispose di non voler più riconoscere per limosina ciò che non potea mancare alla propria industria e valore.
Ricominciate dunque le offese, più che mai fieramente continuarono, finchè gli Austriaci forzati abbandonarono la porta ed altri posti vicini, siccome ancora la porta di Lanterna e il posto di San Benigno. Colà, subentrati i popolari, cominciarono dal parapetto delle mura a fare un fuoco continuo sopra i nemici, e caricato a cartocci il cannone, tolto loro dinanzi, più volte Io spararono, e non mai in fallo. Andarono a poco a poco rinculando i Tedeschi dalle alture e da tutti gli occupati posti, ed uniti poi con gli altri, abbandonarono anche la piazza del principe Doria, ad altro non pensando che a ritirarsi verso la Bocchetta e Lombardia. Fu scritto, che giunti alla chiesa de' trinitarii, arrivarono loro addosso i popolari, e trovandoli disordinati e intenti a fuggire, ne fecero macello. La verità si è, che niun combattimento vi succedette. Forse non furono più di venticinque i Tedeschi uccisi, non più di dodici gli uccisi Genovesi; e a pochissimi si ridusse il numero de' feriti. Andavano gli Alemanni accompagnati da varie bombe e da molte cannonate della città; ed avendo que' della Cava ravvisato il general Botta, appuntarono contro di lui un cannone, la cui palla a canto a lui sventrò il cavallo del cavalier Castiglioni, e una scheggia di un muro percosso andò a leggiermente ferire in una guancia lo stesso generale. Ritiraronsi dunque, venuta la notte, gli Austriaci con gran fretta e disordine verso la Bocchetta: posto che prudentemente il generale suddetto avea per tempo fatto preoccupare sull'incertezza di quell'avvenimento. E buon per loro, che i Polceverini non si mossero per inseguirli o tagliar loro la strada: ne potea loro succedere gran male. Fu creduto che quella brava gente non facesse in tal congiuntura insulto ai fuggitivi, perchè ubbidiente all'ordine delgoverno di non prendere l'armi. Si figurarono altri che il generale austriaco regalasse il capitano della Valle, e gli facesse credere seguito un aggiustamento: il che non sembra verisimile, stante l'essere appena cessato lo strepito di tante armi e cannoni, quando si vide per quella lunga salita andarsene frettolosa la piccola armata tedesca. Eransi rifugiati più di settecento Alemanni in tre palagi di Albaro; ma quivi bloccati dai Bisagnini, ed infestati da una frequente moschetteria, e poscia da un cannone tirato da Genova, furono costretti ad arrendersi, con venire nel dì 14 di dicembre condotti prigioni alla città. Altri poi ne furono presi in San Pier d'Arena e in altri luoghi, di modo che conto si fece che più di quattro mila Austriaci rimasero nelle forze de' Genovesi, e fra loro circa cento cinquanta uffiziali. Molti dei primi, perchè non si potè mai riscattarli, vennero meno di malattie e di stento. E perciocchè quegli uffiziali sparlavano, pretendendosi non obbligati alla parola data, perchè presi da gente vile e non decorata del cingolo della milizia, e molto più perchè gli ostaggi dati dai Genovesi furono mandati nel castello di Milano: vennero in Genova trasportate ad altro monistero le monache dello Spirito Santo, e nel chiostro d'esse rinserrati e posti a far orazioni e meditazioni quegli uffiziali sotto buona guardia. Quegli Alemanni che restarono in quelle focose azioni feriti riceverono nello spedale della città ogni più caritativo trattamento.
Tale fu il fine della tragedia del dì 10 di dicembre, terminata la quale, il popolo vincitore nel dì seguente corse a San Pier d'Arena a raccogliere le spoglie della felice giornata. Vi si trovarono grossi magazzini di grano, di panni, di armi e di munizioni da guerra. Quivi ancora venne alle lor mani non lieve numero di Tedeschi feriti o malati; buona parte de' bagagli non solo dei poco dianzi fuggiti uffiziali, ma degli altri ancora che erano passati in Provenza. Furonoeziandio sorprese non poche barche nel porto cariche di grano e d'ogni altra provvisione per l'armata della suddetta Provenza. Parimente in Bisagno restarono preda di quel popolo gli equipaggi d'altri Alemanni. In una parola, ascese ben alto il valore del copiosissimo bottino, ma non giù a quei tanti milioni che la fama decantò: corse anche voce che fossero presi cinque muli carichi della pecunia dianzi pagata da' Genovesi; ma questo danaro non vi fu chi lo vedesse. Per sì fortunati successi tutta era in festa la città; ma non già que' forestieri, per qualche ragione aderenti agli Austriaci, che non poteano fuggire, perchè durante questa terribil crisi non ischivarono di essere svaligiati. Fu anche messa solennemente a sacco dal popolo la posta di Milano, ultimamente piantata in quella città. Fin dentro ai monisteri delle monache andò l'avido popolo a ricercare quanto vi aveano rifugiato i Tedeschi. All'incontro, l'inviato di Francia, a cui non si farà già torto in credere che soffiasse non poco in questo fuoco, ed impiegasse anche buona somma di danaro, spedì tosto per mare due felucche a Tolone o Marsiglia, dando cento doble a cadauno de' padroni d'esse, e promettendone altre cento a chi di loro il primo arrivasse colà, per ragguagliare ilmaresciallo duca di Bellisledi sì importante metamorfosi di cose. E se non allora, certamente poco dipoi spedì anche il governo di Genova lettere premurose al generale medesimo, e delle altre supplichevoli al re Cristianissimo, implorando soccorsi. Dopo il fatto declamarono forte i Tedeschi, perchè il loro generale non avesse tolte l'armi a quella città, non avesse occupato Belvedere e tutte le porte, ed avesse permesso ai ministri di Francia, Spagna e Napoli il continuar ivi la loro dimora. Ciò sarebbe stato contro la capitolazione; ma non importa. Così la discorrevano essi. Altri poi (e con buon fondamento) asseriscono, che se gli Austriaci avessero saputo trattar bene quelpopolo, e promettergli lo sgravio di alcuni dazi e gabelle, nulla era più facile che il far proclamare l'augusta imperadrice signora di quella nobil città. Ma, acciecati dal lieve guadagno presente, nulla pensarono all'avvenire.
Con rapido volo intanto portò la fama per tutta la Riviera di Levante l'avviso della liberata città; avviso, che siccome riempiè di terrore le schiere austriache sparse in Sarzana, Chiavari, Spezia ed altri luoghi, così colmò di allegrezza quegli abitanti. La gente saggia d'essi paesi, per evitare ogni maggiore inconveniente, quella fu che amichevolmente persuase a quelle truppe di andarsene con Dio; e se ne andarono, ma col cuor palpitante, finchè giunsero di qua dall'Apennino. Loro furono somministrate vetture, e conceduto lo spazio d'otto giorni pel trasporto de' loro spedali e bagagli. Un gran dire fu per tutta Europa dell'avere i Genovesi con risoluzione sì coraggiosa spezzati i loro ceppi; ed anche chi non gli amava, li lodò. Fu poi comunemente preteso, che se il ministro austriaco con più moderazione fosse proceduto in questa contingenza, maggior gloria di clemenza sarebbe provenuta all'imperadrice regina, ed avrebbono le sue armi sfuggito questo disgustoso rovescio di fortuna. Non si potè cavar di testa agli Austriaci, e dura tuttavia, anzi durerà sempre in loro la ferma persuasione che il governo di Genova manipolasse lo scotimento del giogo, e sotto mano se l'intendesse col popolo; fingendo il contrario ne' pubblici atti. Non si può negare: molti giorni prima gran bollore appariva negli abitanti di Genova, e si tenevano varie combriccole: del che fu anche avvisata la corte di Vienna, senza che nè essa nè gli uffiziali dell'armata ne facessero alcun conto, per la soverchia idea delle proprie forze e dell'altrui debolezza. Pure altresì è vero che in una repubblica, composta di tanti nobili, ciascun de' quali ha degl'interessi ed affetti particolari, e fra' quali e il popolo nonpassa grande intrinsichezza, sembra che non si potesse ordire una tela di tante fila, senza che in qualche guisa ne traspirasse il concerto. Non è capace di segreto un popolo; di tutti i moti della medesima plebe il governo andò sempre ragguagliando il generale austriaco. Si sa ancora che niuno de' nobili pubblicamente s'unì col popolo, se non dopo la liberazione della città. Vero è che il governo comunicò al popolo la risposta data al generale di non poter pagare un soldo di più, e si fece correr voce di gravi soprastanti malanni; ma non per questo si mosse mai il governo contro gli Austriaci.
Rimettendo io a migliori giudizii la decisione di questo punto, dirò solamente quel poco che da persone assennate e ben istruite di quegli affari ho inteso. Cioè: che i nobili del governo senza mai tramare rivolta alcuna, sempre onoratamente trattarono col comandante austriaco. Ma essere altresì vero che non era loro ignoto meditarsi dal popolo qualche rivoluzione. Questa poi scoppiò prima del tempo, e per l'accidente di quel mortaio, cioè quando non erano peranche all'ordine tutte le ruote. Quali poi fossero le conseguenze di quella strepitosa mutazion di cose, andiamo a vederlo. Avea bensì ilconte della Rocca, comandante l'assedio della cittadella di Savona, avanzati i lavori sotto la medesima; tuttavia non potè mai, se non all'entrar di dicembre, procedere con braccio forte: tanta difficoltà si provò a trar colà tutte le artiglierie e gli ordigni di guerra. Solamente dunque allora cominciò a battere in breccia quella fortezza: quando eccoti giugnere l'avviso delle novità occorse in Genova, città distante non più di trenta miglia. Conobbesi ben tosto che penserebbe quella repubblica al soccorso di Savona; e però ordine fu dato che dal Mondovì, da Asti e da altri luoghi del Piemonte colà frettolosamente passassero alcuni battaglioni di truppe regolate e molte migliaia di miliziotti,per rinforzare quell'assedio, ed accelerare un sì rilevante conquisto. In fatti non trascurarono i Genovesi di spignere a quella volta per mare un grosso convoglio di gente e di munizioni da bocca e da guerra, scortato da tre galere. Inviarono anche per terra un corpo di forse tre o quattro mila volontarii pagati nondimeno dal pubblico; ma inviarono tutto indarno. Veleggiavano per quel mare le navi inglesi, che avrebbero ingoiato il convoglio, forzato perciò a retrocedere; e per terra esso conte della Rocca con forze molto superiori venne incontro alle brigate genovesi di terra; laonde queste giudicarono meglio di riserbare ad altre occasioni la loro bravura. Continuarono pertanto le ostilità e gli assalti, ne' quali perì qualche centinaio di Piemontesi, talchè la guernigione del castello di Savona composta di mille e cento uomini, perduta ogni speranza di soccorso, dovette nel dì 19 di dicembre rendersi prigioniera e cedere la piazza: colpo ben sensibile ai Genovesi, sì per la qualità del luogo, dove il porto da essi interrito se risorgesse, siccome uno dei migliori e più sicuri porti del Mediterraneo, darebbe un gran tracollo al commercio della stessa Genova, e sì perchè la real casa di Savoia su quella città, per cessione fattane dai marchesi del Carretto, ha sempre mantenuto vive le sue ragioni; e queste, colla giunta del possesso, venivano ad acquistare un incredibil vigore. Trovossi in quella fortezza gran copia di cannoni di bronzo.
Non provò già un'egual felicità l'impresa di Provenza. Sì perniciosa influenza ebbero le novità di Genova sopra i disegni degli Austriaco-Sardi in quelle contrade, che tutti andarono a voto. Da Genova aveano da venire i grossi cannoni e i mortai per vincere il forte d'Antibo, e procedere poscia alle offese di Tolone. Di là ancora si dovea muovere buona parte delle vettovaglie necessarie al campo, e delle munizioni da guerra. Ebbe il generaleconte di Brounun bel aspettare:s'era cangiato di troppo il sistema delle cose di Genova. Sicchè tutte le prodezze di quell'esercito si ridussero a fare degli inutili giocolini sotto Antibo, e a liberamente passeggiare per quella parte di Provenza, tanto per esigere contribuzioni, quanto per tirarne foraggi e viveri da far sussistere l'armata. Era giunta, siccome dissi, l'ala sinistra d'essi fino a Castellana, luogo comodo per far contribuire le diocesi di Digne, Sanez e Riez dell'alta Provenza. Niun ostacolo aveano trovato ai lor passi, giacchè ilmarchese di Mirepoix, troppo smilzo di truppe, andava saltellando qua e là alla difesa delle rive de' fiumi, ma senza voglia alcuna di affrontarsi co' nemici. Arrivò poscia al comando dell'armi franzesi in Provenza il marescialloduca di Bellisle, ed era in cammino a quella volta il gran distaccamento d'armati mosso dalla Fiandra, per somministrargli i mezzi di frenare il corso de' nemici, ed anche per obbligarli alla ritirata. Corrieri sopra corrieri spediva egli per affrettare il loro arrivo; ma più l'affrettavano i desiderii e le orazioni a Dio de' Provenzali, che o provavano di fatto o sentivano accostarsi l'oste nemica. Intanto ilgenerale Botta, tenendo forte la Rocchetta, piantò il suo quartier generale a Novi, e fu rinforzato di nuova gente; ma perciocchè da gran tempo andava egli chiedendo alla corte di Vienna la permissione di passare alla sua patria Pavia, per cagione d'alcuni suoi abituali incomodi di salute, maggiormente rinforzò le suppliche sue per ottenere questa licenza, e in fine l'ottenne.
Nè si dee tacere che nel di 15 d'agosto dell'anno presente un colpo di apoplessia portò all'altra vitaGiuseppe Maria Gonzaga, duca di Guastalla, principe a cui furono sì familiari le alienazioni di mente, che stette sempre in mano della duchessaMaria Eleonora di Holsteinsua moglie, e de' ministri il governo di quel popolo: popolo ben trattato e felice in tal tempo, e popolo che sommamente deplorò la perdita di lui. Essendoegli mancato senza prole, terminò quell'illustre ramo della casa Gonzaga, e restò vacante il ducato di Guastalla, quello di Sabbioneta e il principato di Bozzolo. Al feudo della sola Guastalla era chiamato il conte di Paredes spagnuolo della nobil casa della Cerda, in vigore delle imperiali investiture, siccome discendente da una Gonzaga di quella linea. Sugli allodiali giuste e incontrastabili ragioni competevano al duca di Modena. Il bello fu che l'imperadrice regina fece prendere il possesso di tutti quegli Stati e beni, quasichè fossero dipendenze dello stato di Milano o del ducato di Mantova: del che fece querele il consiglio dell'imperadore consorte, con pretenderli spettanti alla sola giurisdizione sua. Fu intorno a questi tempi che gli Austriaci usarono una prepotenza, la qual certo non fece onore nè alla nazione alemanna, nè all'augusta imperadrice, a cui pure stava cotanto a cuore il pregio della giustizia e della clemenza. Cioè inviarono nel Ferrarese a fare un'esecuzione militare sugli allodiali della serenissima casa d'Este, benchè spettanti, in vigore di donazione paterna, in usufrutto alle principesseBenedettaedAmaliasorelle del duca di Modena, intimando per essi una grossa contribuzione di danari e di naturali, fiancheggiata dalle minaccie di vendere tutte le razze de' cavalli, bestie bovine, grani e foraggi di quelle tenute. Operarono essi nello Stato di Ferrara con autorità non minore, come se si trattasse di un paese di conquista, e ciò con detestabil dispregio della sovranità pontifizia. Per non vedere la rovina di que' beni, forza fu di accordar loro quanto vollero in gran somma di danaro. Impiegarono poscia il nunzio pontifizio ed anche l'inviato del re di Sardegna i lor caldi uffizii presso le loro cesaree maestà, rappresentando il grave torto fatto ad innocenti principesse, e l'obbligo di rifondere almeno il denaro indebitamente percetto. Si ha tuttavia da vedere il frutto delle loro istanze, e lo scarico dell'imperialecoscienza. Nè fu men grande l'altra prepotenza, con cui trattarono il ducato di Massa di Carrara, non di altro reo, se non perchè quella duchessaMaria Teresa Cibò, sovrano sola di tale Stato, era congiunta in matrimonio colprincipe ereditariodi Modena. Da esso popolo ancora colle minaccie di ogni più fiero trattamento estorsero una rigorosa contribuzione, tuttochè questa non fosse guerra d'imperio. In che libri mai (convien pur dirlo) studiano talvolta i potenti cristiani? Certo non sempre in quei del Vangelo. Ma ho fallato. Doveva io dir ciò non dei principi, che tutti oggidì son buoni, ma di que' ministri adulatori e senza religione, che tutto fanno lecito al principe, per maggiormente guadagnarsi l'affetto e la grazia di lui.
Sullo spirare dell'anno presente gran romore ancora cagionò in Napoli l'affare della sacra inquisizione. Ognun sa quale avversione abbia sempre mantenuto e professato quel popolo a sì fatto tribunale. Ma perciocchè la conservazion della religione esige che vi sia pure chi abbia facoltà di frenare o gastigare chi nutrisce sentimenti e dottrine contrarie alla medesima; e questo diritto in Italia è radicato almeno ne' vescovi, aveano gli arcivescovi di Napoli col tacito consenso dei piissimi regnanti introdotta una spezie di inquisizione, con avere carceri apposta, consultori, notai e sigillo proprio, per formare segreti processi, e catturare i delinquenti. Quivi anche si leggeva scolpito in marmo il nome delsanto uffizio. Trovò lo zelantissimo e dignissimocardinale Spinelli, arcivescovo di quella metropoli così disposte le cose; ed anch'egli teneva in quelle carceri quattro delinquenti solenni, processati per materia di fede, da due dei quali fu anche fatta una semipubblica abiura. Però egli pretese di non aver fatta novità; ma fu poscia preteso il contrario dalla corte. Ne fece grave doglianza il popolo, commosso da chi più degli altri mirava di mal occhio come introdotta sotto altro verso l'inquisizione;laonde l'eletto d'esso popolo, con rappresentare al re turbate le leggi del regno, e vilipese le antiche e recenti grazie regali in questo particolare concedute ai suoi sudditi, ebbe maniera d'indurre il re a pubblicare un editto, in cui annullò e vietò tutto quell'apparato di novità, bandì due canonici, ed ordinò che da lì avanti la curia ecclesiastica procedesse solamente per la via ordinaria, e colla comunicazion de' processi alla secolare, con altri articoli che non importa riferire; ma con tali formalità, che si potea tenere come renduta inutile in questo particolare la giurisdizione episcopale. Giudicò bene la corte di Roma d'inviare a Napoli ilcardinale Landi, arcivescovo di Benevento, personaggio di sperimentata saviezza, per trattare di qualche temperamento all'editto. Qual esito avesse l'andata di lui, non si riseppe. Solamente fu detto, che affacciatisi alla di lui carrozza alcuni di quegli arditi popolari, gli minacciarono fin la perdita della vita, se non si partiva dalla città. Meritossi il re per quell'alto dal popolo un regalo di trecento mila ducati di quella moneta. Vuolsi anche aggiugnere, che durando i mali umori nella Corsica, nè potendo i Genovesi accudire a quegli interessi, perchè distratti da più importante impegno, le più forti case di quell'isola tumultuarono di nuovo, discontente del governo di Genova, quasichè non mantenesse le promesse de' capitoli stabiliti, e insieme disingannata che altre potenze non davano che parole: s'impadronirono della città e del castello di Calvi, della fortezza di San Fiorenzo e di altri luoghi. Avendo poscia chiamati ad una dieta generale i capi delle pievi, stabilirono una democrazia e reggenza, che da lì innanzi governasse il paese. Fu detto che dopo avere il popolo in Genova prese le redini, e ripigliata la libertà, implorasse l'aiuto dei Corsi, con promettere loro il godimento di qualsiasi antico privilegio. Ma fatta questa esposizione a gente che più non si fidava, niun buon effetto produsse. Atanti guai, che renderono quest'anno di troppo lagrimevole in Lombardia, si aggiunse il flagello dell'epidemia e mortalità de' buoi, che fece strage in Piemonte e Milanese, e passò anche nel Reggiano, Modenese e Carpignano, e toccò alquante ville del Bolognese e Ferrarese. Povere lasciò molte famiglie, e cessò dipoi nel verno. E tale fu il corso delle bellicose imprese ed avventure di quest'anno in Italia; alle quali si vuol aggiugnere, che nel dì 29 di giugno la santità dipapa Benedetto XIVcon gran solennità celebrò in Roma la canonizzazione di cinque santi. Fu anche dal medesimo pontefice, correndo il mese d'aprile approvato un nuovo ordine religioso, intitolato la congregazione de'Cherici Scalzi della passiondi Gesù Cristo il cui istituto è di promuovere la divozion de' fedeli verso la stessa passione con le missioni ed altri pii esercizii.
Quanto alle guerre oltramontane, non potè nè pure il verno trattener l'armi franzesi da nuovi acquisti. Sul principio di febbraio, al dispetto de' freddi, delle pioggie e dei fanghi, il prode maresciallo di Franciaconte di Sassonia, raunato un esercito di quaranta mila persone, dopo aver preso alcuni forti, all'improvviso si presentò sotto la riguardevol città di Brusselles, e senza dimora eresse batterie e minacciò la scalata. Non passò il di 20 di detto mese, che quella numerosa guernigione di truppe olandesi rendè la città e sè stessa prigioniera di guerra. Gran treno d'artiglieria quivi si trovò. Immenso danno e tristezza cagionò nei dì 25 del seguente marzo a tutta la Francia un orribile incendio, succeduto (non si seppe se per poca cautela, o per malizia degli uomini) nel gran magazzino della compagnia dell'Indie, situato nel porto d'Oriente sulle coste marittime della Bretagna. A più e più milioni si fece montare il danno recato da quelle fiamme, tanto alla regia camera, che alla compagnia suddetta. D'altro in questi tempi non risonavano i caffè che di vicinapace, quando tutti questi aerei castelli svanirono al vedere che il re CristianissimoLuigi XVpartitosi da Versaglies nel dì 4 di maggio, entrò in Brusselles, e poscia in Malines, e mise in un gran moto le divisioni della sua potentissima armata. Conobbesi allora che guerra e non pace avea anche nell'anno presente a far gemere la Fiandra e l'Italia. Dove tendessero le mire de' Franzesi, si fece poi palese ad ognuno nel dì 20 del suddetto mese, essendosi presentato un gran corpo d'essi sotto la nobil ed importante città d'Anversa; ancorchè fosse preveduto questo colpo, tuttavia gli alleati, siccome troppo inferiori di forze, dovendo accudire a molti luoghi non l'aveano rinforzata di sufficiente nerbo di gente per sostenerla. V'entrarono dunque pacificamente i Franzesi, e tosto si applicarono a formar l'assedio di quella cittadella, guernita d'un presidio di due mila persone. Non son più quei tempi che gli assedii durano mesi ed anni. Ai Franzesi spezialmente, che han raffinata l'arte di prender le piazze, costa poco tempo il forzarle a capitolare. In fatti, nel dì ultimo di maggio il comandante della cittadella suddetta giudicò meglio di cederla agli assedianti, con ottener delle convenevoli condizioni, ma insieme con lasciare ai Franzesi anche i forti esistenti lungo la Schelda.
Dopo sì glorioso acquisto se ne tornò il re Cristianissimo a Versaglies, per assistere al parto della delfina; e il principe di Conty, a cui fu confidato il supremo comando dell'armi in Fiandra, imprese nel dì 17 di giugno l'assedio della città di Mons. Incamminossi intanto verso la Fiandra il principeCarlo di Lorena, per assumere il comando dell'armata collegata, nel mentre che lentamente marciava dalla Germania un copioso corpo di milizie austriache a rinforzarla. Ma vi arrivò ben tardi, e non mai giunsero l'armi d'essi alleati a tal nerbo da poter impedire i progressi delle milizie franzesi. L'aver dovuto accorreregl'Inglesi, ed anche gli Olandesi, alla guerra bollente in Iscozia, sconcertò di troppo le lor misure in Fiandra, ed agevolò ai Franzesi il buon esito d'ogni loro impresa. In fatti, la sì forte città di Mons, dopo una vigorosa difesa nel dì 12 di luglio dovette soccombere alla forza dei Franzesi, e la guernigione di circa cinque mila collegati non potè esentarsi dal restar prigioniera di guerra. La medesima fortuna corse dipoi la fortezza di san Ghislain, al cui presidio nel dì 24 di luglio altra condizione non fu accordata che quella di Mons. Ciò fatto, passarono i Franzesi all'assedio di Charleroy, piazza che nel dì 2 d'agosto si trovò costretta a mutar padrone, con restar prigioni di guerra i suoi difensori. Inutili erano riusciti fin qui tutti i maneggi fatti dalle cesaree maestà per far dichiarare guerra dell'imperio la presente, avendo i principi e le città della Germania, fomentate spezialmente dal re di Prussia, ricusato di far sua la causa dell'augusta casa d'Austria. Nè la corte di Francia avea mancato di divertir la dieta Germanica dall'entrare in verun impegno, con assicurarla che dal canto suo non s'inferirebbe molestia alcuna alle terre dell'imperio. Questo contegno fece credere a molti che la nazion germanica coll'ultima mutazion di cose si fosse alquanto emancipata: il che da altri veniva riprovato, sul riflesso, che il lasciare la briglia al sempre maggiore ingrandimento della Francia era un preparar catene col tempo alla Germania stessa. In fatti, non ostante le lor belle promesse, allorchè i Franzesi s'avvidero di poter fare un bel colpo, non sentirono scrupolo a rompere i confini delle terre germaniche, e ad impossessarsi nel dì 21 di agosto di Huy, appartenente al principato di Liegi, e di fortificarlo, tuttochè sia da credere che assicurassero il cardinale principe di nulla voler usurpare del suo dominio. L'occupazione di quel posto avea per mira di obbligare l'esercito collegato a ripassar la Mosa per lapenuria de' viveri, siccome appunto avvenne. Allora fu che il maresciallo conte di Sassonia si appigliò a formare l'assedio di Namur, piazza fortissima, se pur alcuna di forte v'ha contro i Franzesi; e nel dì 11 di settembre cominciarono a far fuoco le batterie. Non era molto lungi di là l'esercito de' collegati; ma il maresciallo, che ben situato copriva l'assedio, non si sentiva voglia di accettare l'esibizion d'una battaglia. Fino al dì 20 del suddetto mese fece resistenza la città di Namur, e quella guernigione ne accordò la resa, per ritirarsi alla difesa del castello, sotto cui fu immediatamente aperta la trincea. Non andò molto che la breccia fatta consigliò a que' difensori nel dì 30 del settembre suddetto di prevenire i maggiori pericoli, con proporre la resa della piazza, ma senza potersi esentare dal rimaner prigioniera di guerra.
Le apparenze erano, che, terminata sì felice impresa, prenderebbero riposo l'armi franzesi; e tanto più perchè in questi tempi rondava una potente flotta inglese, con animo di qualche irruzione sulle coste di Francia, alla difesa delle quali parea che avesse da accorrere parte della franzese armata. Così non fu. Il marescialloconte di Sassonia, dopo avere colla presa di Namur ridotti i Paesi Bassi austriaci in potere del re Cristianissimo, sentendosi molto superior di forze all'oste de' collegati, meditava pur qualche altro colpo di mano contra de' medesimi. Per coprire Liegi dagl'insulti de' Franzesi, s'era in varii siti ben postata l'armata d'essi alleati fra Mastricht e quella città. Spedì il maresciallo un forte distaccamento verso lo stesso Mastricht, affinchè se ilprincipe Carlo di Lorena, che in quelle vicinanze avea fissato il quartiere con grosso corpo di gente, volesse accorrere in difesa de' suoi, egli potesse assalirlo per fianco. Ciò fatto nel dì 7 d'ottobre a bandiere spiegate marciò contro l'ala sinistra de' collegati, comandata dalprincipe di Waldech, generaledegli Olandesi, in vicinanza di Liegi. Per più ore durò il fiero combattimento. Fu detto che due reggimenti di cavalleria olandese, come se bruciasse l'erba sotto i loro piedi, si ritirassero dal conflitto. Certo è che in fine gli alleati, senza potere ricevere soccorso dal principe di Lorena, piegarono, e ritirandosi, come poterono il meglio, lasciarono il campo di battaglia ai vincitori Franzesi. Si sparse voce che quattro mila collegati vi avessero perduta la vita, e che in mano de' Franzesi restassero molti cannoni, bandiere e stendardi, con grosso numero di prigionieri tra sani e feriti. Pretesero altri che non più di mille fossero da quella parte gli estinti; nè si seppe quanto costasse a' Franzesi la loro vittoria. Passarono poscia i vincitori, divisi in varie parti, a godere i quartieri del verno.
Altra guerra fu nell'anno presente tra i Franzesi e gl'Inglesi. Riuscì a questi ultimi di torre agli altri, nell'America settentrionale, capo Bretone, posto di somma importanza, e riputato dagl'Inglesi d'incredibil utilità per la pesca di quei contorni. All'incontro i Franzesi, siccome accennammo nel precedente anno, colla spedizione del cattolico principe di GallesCarlo Odoardo Stuardo, aveano attaccato il fuoco nella Scozia, e con quella diversione facilitati a sè i progressi nei Paesi Bassi austriaci. Trovò quel principe fra que' popoli gran copia di aderenti alla real sua casa, che presero l'armi, e sparsero il terrore sino nel cuore dell'Inghilterra; perciocchè venne a lui fatto di dare una rotta alle truppe inglesi a Preston, e poi nel di 28 di gennaio a Falkirk, di prendere Carlisle, Inverness, e di fare altre conquiste nei confini della stessa Inghilterra. Per dubbio che qualche cattivo umore si potesse covare in Londra stessa, prese il reGiorgio IIla precauzione di tenere alla guardia d'essa città e della real corte un buon sussidio di soldatesche: ed inviò il suo secondogenitoGuglielmino Augusto duca di Cumberlandcon gagliarde forze contra delprincipe Stuardo. Varie furono le vicende di quella guerra; ma si venne a conoscere che gl'Inglesi non amavano di mutar regnante, e si mostravano zelanti della conservazion della real casa di Brunsvich. All'incontro non s'udiva che imbarco di soccorsi franzesi spediti di tanto in tanto al principe suddetto; e pur egli, a riserva di alquanti ufficiali irlandesi e di poche milizie franzesi, non ricevette mai rinforzo alcuno di gente bastante a continuare la buona fortuna dell'armi sue. Troppe navi inglesi battevano il mare, e custodivano le coste, per impedire ogni sbarco di truppe straniere. Andarono finalmente a fare naufragio tutte le speranze del principe Stuardo in un fatto d'armi accaduto nel dì 27 di aprile presso d'Inverness, dove l'esercito suo rimase disfatto. Peggiorarono poi da lì innanzi i di lui affari; molti anche della primaria nobiltà di Scozia ed anche lordi suoi seguaci, caddero in mano del duca di Cumberland, ed alquanti di loro lasciarono poi la vita sopra un catafalco in Londra. Le avventure dello sventurato principe per salvar la sua vita, mentre da tutte le parti si facea la caccia di sua persona, tali furono dipoi, che di più curiose non ne inventarono i romanzi. Contuttociò ebbe la fortuna di giugnere felicemente nelle spiagge di Francia sano e salvo nel mese di ottobre; e passato alla corte di Versaglies, si vide colle maggiori finezze ed onori accolto, come principe di gran valore e senno, dal re CristianissimoLuigi XV. Sbrigati che furono gl'Inglesi da questo fiero temporale, pensarono anch'essi alla vendetta; e a questo fine allestirono un possente stuolo di navi con più migliaia di truppe da sbarco. Non era un mistero questo lor disegno, e però si misero in buona guardia le coste della Francia. Sul fine appunto del mese di settembre comparve la flotta inglese alle vicinanze di Porto-Luigi in Bretagna, sperando di mettere a sacco il porto di Oriente, dove si conservano i magazzini dellacompagnia dell'Indie, ricchi di più milioni. Ne era già stato trasportato il meglio. Sbarcarono gl'Inglesi; fecero del danno alla compagnia; ma invece di superar quel porto, ne furono rispinti colla perdita di molta gente, e di alcuni pochi pezzi di cannone. Quattro lor navi ancora, rapite da vento furioso, andarono a trovar la loro rovina in quegli scogli. Tornarono essi da lì a non molto a fare un altro sbarco, e non ebbero miglior fortuna; se non che lasciarono in varii luoghi de' vivi monumenti della lor rabbia, collo aver dato alle fiamme alcune ville e conventi di religiosi nella suddetta provincia di Bretagna. Gran tesoro costò loro quella spedizione, e non ne riportarono che danno e pentimento.