MDCCIVAnno diCristoMDCCIV. IndizioneXII.Clemente XIpapa 5.Leopoldoimperadore 47.VeggendosiRinaldo d'Esteduca di Modena sì maltrattato ed oppresso dai Franzesi, altro ripiego non trovò che di ricorrere a papaClemente XIper implorare i suoi paterni uffizii appresso le due corone, o, per dir meglio, alla corte di Francia, che sola dirigeva la gran macchina, e sotto nome del re Cattolico sola signoreggiava negli Stati d'esso duca. Si portò a questo fine incognito a Roma, e vi si fermò per più mesi. Giacchè non volle indursi a gittarsi in braccio a' Franzesi, non altro in fine potè ottenere cheuna pensione di dieci mila doble; e questa ancora gli convenne comperare con cedere ad essi Franzesi il possesso della provincia della Garfagnana, situata di là dall'Apennino colla fortezza di Montalfonso; unico resto de' suoi dominii, finora sostenuto nel suo naufragio: dopo di che si restituì a Bologna ad aspettare senza avvilirsi lo scioglimento dell'universal tragedia. Ma alle sue disavventure si aggiunse in quest'anno la demolizione della sua fortezza di Brescello, fatta dai Parmigiani: tanto pontò il duca di Parma, per levarsi quello stecco dagli occhi. Furono asportate parte a Mantova, parte nello Stato di Milano tutte quelle artiglierie e attrezzi militari. Cominciarono in quest'anno a declinar forte in Italia gli affari dell'imperadore e del collegato duca di Savoia. L'incendio commosso in Ungheria dai sollevati, e in Germania daMassimiliano elettor di Baviera, siccome quello che più scottava la corte di Vienna, a lei non permetteva di alimentar la sua armata in Italia coi necessari rinforzi di truppe e danaro. Nulla all'incontro mancava al general franzese duca di Vandomo. Da che fu egli maggiormente rinvigorito dalle nuove leve spedite dalla Provenza per mare, divise l'esercito suo in due, ritenendo per sè le forze maggiori a fine di far guerra al duca di Savoia; e dell'altra parte diede il comando algran priore duca di Vandomosuo fratello, acciocchè tentasse di cacciar d'Italia il corpo di Tedeschi che assai smilzo restava nel Mantovano di qua da Po, e teneva forte tuttavia la terra di Ostiglia di là da esso fiume. Allorchè i Franzesi s'avviarono, sul fine dell'anno precedente, dietro alconte Staremberg, aveano gli Alemanni occupato Bomporto e la Bastia sul Modenese, con far prigioniere il presidio di questa ultima. Tornato che fu a Modena il generalesignor di San Fremond, non perdè tempo a ricuperare, sul principio di febbraio, quei luoghi: sicchè si ritirarono i Tedeschi alla Mirandola, e attesero a fortificarsiin Revere, Ostiglia ed altri siti lungo il Po di qua e di là, con istendersi ancora sul Ferrarese a Figheruolo.Venuto il mese d'aprile, si mosse il gran priore di Vandomo col grosso delle sue milizie per isloggiare i Tedeschi da Revere. Non l'aspettarono essi, e si ridussero di là da Po ad Ostiglia: con che venne a restar separata la Mirandola dal campo loro. Allora fu che il giovaneFrancesco Picoduca di essa Mirandola, accompagnato dalprincipe Giovannisuo zio, e dadon Tommaso d'AquinoNapoletano, suo padrigno, e principe di Castiglione, comparve a Modena, con dichiararsi del partito delle due corone, e con pubblicare un manifesto contra dei cesarei. Fu bloccata da lì innanzi quella città da' Franzesi; fu anche, sul fine di luglio, regalata da una buona pioggia di bombe, ma senza suo gran danno, e senza che se ne sgomentasse punto ilconte di Koningseggcomandante in essa. Pensavano intanto i troppo indeboliti Tedeschi, ridotti di là dal Po, a mantenere almeno la comunicazione colla Germania; al qual fine fortificarono Serravalle, Ponte Molino, e varii posti sotto Legnago negli Stati della repubblica veneta. Di qua dal Po stavano i Franzesi, cannonando incessantemente Ostiglia nell'opposta riva. Il gran priore passò dipoi ad assediar Serravalle. Ma perciocchè non men le sue truppe di qua dal fiume suddetto e i Tedeschi dall'altra parte si stendevano sul Ferrarese, diede ciò motivo al sommo pontefice di farne gravi querele per mezzo delcardinale Astallilegato di Ferrara, intimando agli uni e agli altri di sloggiare, e nello stesso tempo minacciando di unir le sue truppe colla parte ubbidiente per iscacciarne la disubbidiente. Sì questi che quelli si mostrarono pronti ad evacuare il Ferrarese, e in fatti si ritirarono i Franzesi dalla Stellata, e gli Alemanni consegnarono Figheruolo agli uffiziali del papa, con promesse di ritirarsi sul Veneziano. Mentre si allestivano a partire, nella notteprecedente la natività di san Giovanni Batista, avendo i Franzesi raunata gran copia di barche, o trovate in Po, o fatte venir dal Panaro, alcune migliaia di essi, imbarcati alle Quadrelle, quetamente passarono di là dal fiume, ed ottenuto il passo dalle guardie pontificie, diedero addosso agli Alemanni, i quali, in vigore dell'accordo fatto se ne stavano assai spensierati e quieti. Alquanti ne furono uccisi, gli altri colla fuga scamparono; restò il loro bagaglio in man de' Franzesi. Fu cagion questo colpo ch'eglino poscia abbandonassero Ostiglia, Serravalle e Ponte Molino, e che il picciolo loro esercito, valicato l'Adige, andasse a mettersi in salvo sul Trentino. Proruppe la corte di Vienna in escandescenze per questo fatto, con pretendere di aver pruove chiare che fosse seguito di concerto coi ministri del papa, perchè nello stesso tempo era andato ilconte Paoluccigenerale pontificio ad abboccarsi col gran priore, e per altre ragioni che non importa riferire. Commosso dalle amare doglianze di Cesare, il pontefice spedì a Ferrara monsignorLorenzo Corsini, che fu poi cardinale e papa, acciocchè ne formasse un processo. Nulla risultò da questo che i pontifizii avessero consentito o contribuito alla cacciata de' Tedeschi; ma non perciò si potè levar di capo alla corte cesarea che il papa, assicurato oramai della fortuna favorevole ai Gallispani, avesse data mano ad essi per cacciare lungi da' suoi Stati quel molesto pugno di gente. Da che si trovarono rinforzati gli Alemanni da alquante milizie calate dal Tirolo, dopo la metà di settembre calarono di nuovo nel Bresciano, fortificandosi a Gavardo e Salò sul lago di Garda, e in altri luoghi. Poche son le nazioni e i principi che nelle prosperità sappiano conservar la moderazione. Cadde allora in pensiero ai Franzesi di parlar alto, e di obbligar la repubblica veneta ad impedire la calata e la dimora delle soldatesche alemanne ne' suoi stati. E perciocchè la saviezza veneta, risolutadi conservare la già presa neutralità, rispose con non minore coraggio, e vieppiù rinforzò i presidii delle sue piazze, allora il gran priore per forza entrò in Montechiaro, Calcinato, Carpanedolo, Desenzano, Sermione ed altri luoghi, e non si guardò di far altre insolenze e danni a quelle venete contrade, finchè arrivò il verno che mise freno alle operazioni militari.Quanto al Piemonte, avea bene il ducaVittorio Amedeo, con varie leve fatte nei suoi Stati e negli Svizzeri, accresciuto di molto l'esercito suo, ma per la gran copia di Franzesi, venuta per mare alduca di Vandomo, si trovò sempre di troppo inferiore alle forze nemiche. Sul principio di maggio contò esso Vandomo circa trentasei mila combattenti nell'oste sua, e però, con isprezzo degli alleati postati a Trino, passò in faccia di essi il Po, e gli obbligò a ritirarsi con qualche loro perdita. Poi imprese l'assedio di Vercelli, città che, quantunque presidiata da sei mila persone, non fece che una misera difesa; ed ostinatosi il Vandomo a voler prigioniera di guerra quella guernigione a fine di sempre più tagliar le penne al duca di Savoia, trovò comandanti ed uffiziali che condiscesero a cedergli la piazza con sì dura condizione. Ordine emanò ben tosto di spogliar quella città di ogni fortificazione nel dì 21 di luglio. Calato intanto anche ilduca della Fogliadadal Delfinato con dieci mila combattenti, dopo essersi impossessato della città di Susa, mise l'assedio a quel castello; espugnò la Brunetta e il forte di Catinat; e nel dì 12 di luglio costrinse il presidio del suddetto castello di Susa a rendersi con patti molto onorevoli. Obbligò dipoi colla forza i Barbetti abitanti nelle quattro valli ad accettare la neutralità. Andò quindi ad unirsi sotto la città d'Ivrea col Vandomo, il quale sedici giorni impiegò a sottomettere quella città. Ritiratosi il comandante nella cittadella, poscia, nel dì 29 di settembre, dovette cedere, con restar prigioniere egli e tutti i suoi. Vi restava in quelleparti la città d'Aosta renitente alla fortuna; ma nè pur essa potè esimersi dall'ubbidire ai Franzesi insieme col forte di Bard: con che restò precluso al duca di Savoia il passo per ricevere soccorsi dalla parte della Germania e degli Svizzeri. E pure qui non finirono le imprese dell'infaticabilduca di Vandomo. Si avvisò egli, al dispetto della contraria stagione che si appressava, d'imprendere l'assedio di Verrua, fortezza non solo pel sito, perchè posta sul Po sopra un dirupato sasso ma eziandio per le fortificazioni aggiunte, creduta quasi inespugnabile; e tanto più perchè il duca di Savoia unito al maresciallo di Staremberg colla sua armata stava postato di là dal Po a Crescentino nella riva opposta del fiume, e mercè di tre ponti manteneva la comunicazione con Verrua. Oltre a ciò, davanti a Verrua si trovava il posto di Guerbignano ben trincerato e difeso da cinque mila fra Tedeschi e Piemontesi. Non si atterrì per tutte queste difficoltà il Vandomo, e alla metà di ottobre andò a piantare il campo contro di Guerbignano. Intanto perchè sì fattamente calarono le acque del Po, che si poteano guadare, finse, o pure determinò egli di voler passare col meglio delle sue genti, ed assalire il campo di Crescentino. Ne fu avvisato a tempo il duca di Savoia, che perciò richiamò la maggior parte della gente posta alla difesa di Guerbignano. Tra la partenza di queste truppe e il fuoco di molte mine che fecero saltare i trincieramenti di quel posto, il Vandomo se ne impadronì, e dipoi si diede agli approcci e alle batterie contro Verrua, continuando pertinacemente l'assedio pel resto dell'anno; assedio memorabile non men per le incredibili offese degli uni, che per l'insigne difesa e bravura degli altri.Era mancata di vita nell'anno precedenteAnna Isabelladuchessa di Mantova, moglie diFerdinando Carlo Gonzagaduca regnante: principessa che per la somma sua pietà, carità e pazienza meritò vivendo e morta gli encomii d'ognuno.Volle in quest'anno esso duca portarsi alla corte di Parigi, dove non gli mancarono onori e carezze quante ne volle. Ottenne anche il titolo di generalissimo delle armate in Italia di sua maestà Cristianissima. O il suo desiderio di lasciar dopo di sè qualche posterità legittima, giacchè di questa era privo, o le premure dei suoi domestici, e fors'anche della corte stessa di Francia, lo invaghirono di passare alle seconde nozze. Si fermarono i suoi voti sopraSusanna Enrichetta di Lorena, figlia diCarlo duca di Elboeuf, principessa dotata al pari di beltà che di saviezza. Tornato poi in Italia, arrivò nel dì 28 d'ottobre al campo del duca di Vandomo, ricevuto ivi con sommo onore qual generalissimo, e applaudito dal rimbombo di tutte le artiglierie. Condotta la novella sua sposa per mare da quattro galee di Francia, corse gran rischio, perchè malamente salutata da più cannonate di due armatori inglesi presso Genova. Si celebrò poscia il suo maritaggio in Toscana nel dì 8 di novembre coll'assistenza del principe e principessa di Vaudemont suoi parenti. Ma il duca, che avea logorata la sua sanità nei passati disordini, nè pur trasse prole da questa degna principessa. Ora mentre l'Italia mirava in ben cattiva situazione l'armi cesaree e savoiarde, con prevalere cotanto le franzesi, cominciò la fortuna a mutar volto in Germania. Avea l'elettor di Bavieraslargate molto l'ali, con essersi impadronito anche di Ratisbona, Augusta, Passavia ed altri luoghi, e minacciava conquiste maggiori: quando con segreta risoluzione fu spedito daAnna regina d'Inghilterrail suo generalemilord Marlborougcon isforzate marcie ad unir le sue forze colle cesaree, comandate dalprincipe Eugenioin Germania. Non mancò il re Cristianissimo d'inviare anch'egli in aiuto del Bavaro ilmaresciallo di Tallardcon ventidue mila combattenti. Occuparono i due prodi generali anglocesarei la città di Donavert con un combattimento, in cui grande fu il macello deivinti, e forse non minore quello dei vincitori.Erano le due armate nemiche forti ciascuna di quasi sessanta mila persone, e nel dì 13 d'agosto in vicinanza di Hogstedt vennero alle mani. Da gran tempo non era seguita una sì terribil battaglia; dall'una parte e dall'altra si combattè con estremo valore e furore; ma in fine si dichiarò la vittoria in favore degl'imperiali ed Inglesi. Secondo le relazioni tedesche d'allora, dieci mila Gallo-Bavari vi perderono la vita, sei mila se ne andarono feriti, e dodici o quattordici mila rimasero prigioni, la maggior parte colti separati dall'armata e stretti dal Danubio, che furono forzati a posar le armi. Fra essi prigionieri si contò ilmaresciallo di Tallard. Ilduca di Bavierae ilmaresciallo di Marsin, colla gente che poterono salvare, frettolosamente marciarono alla volta della Selva Nera e della Francia. Anche l'esercito vittorioso lasciò sul campo circa cinque mila estinti, e a più di sette mila ascese il numero de' feriti. Le conseguenze di sì gran vittoria furono la liberazion d'Augusta, Ulma ed altre città della Germania, e l'acquisto di nuovo di quella di Landau in Alsazia. La Baviera, che dianzi facea tremar Vienna stessa, venne in potere di Cesare con patti onorevoli per laelettrice, che si ritirò poi a Venezia, essendo passato l'elettoreconsorte al suo governo di Fiandra. Al primo avviso di quella sanguinosa battaglia portato in Italia, si adirarono forte i Franzesi, con chi riferiva essersi rendute prigioniere tante migliaia de' lor nazionali senza fare difesa. Si accertarono poi della verità con loro grande rammarico. Ed ecco la prima amara lezione che riportò delle sue vaste idee il re CristianissimoLuigi XIV. Fu ancora gran guerra in Portogallo, dove era giunto il reCarlo IIIcon rinforzi di milizie inglesi ed olandesi. Andò in campagna lo stesso reFilippo V; riportò di molti vantaggi sopra de' Portoghesi, e se ne tornò glorioso a Madrid; se non chele sue allegrezze restarono amareggiate dall'avere gl'Inglesi occupata la città di Gibilterra, posto di somma importanza nello stretto, ma posto mal custodito dagli Spagnuoli in sì pericolosa congiuntura. Tentarono essi di ricuperarlo con un vigoroso assedio, che durò sino all'anno seguente, ma senza poterne snidare di colà i nemici, che anche oggidì ne conservano il dominio. Seguì parimente una fiera battaglia circa il fine d'agosto verso Malega fra le flotte franzese ed anglolanda. Sì gli uni che gli altri solennizzarono dipoi colTe Deumla vittoria, che ognun si attribuì, e niuno veramente riportò. Nel dì 23 di febbraio di quest'anno mancò di vita in Roma ilcardinale Enrico NorisVeronese, ben degno che di lui si faccia menzione in queste memorie. Militò egli nell'ordine dei frati agostiniani, fu pubblico lettore in Pisa, e custode della biblioteca Vaticana; poi promosso alla sacra porpora nel 1695; personaggio che pel sodo ingegno, raro giudizio e profonda erudizione non ebbe pari in Italia ai tempi suoi, come ne fanno e faran sempre fede le opere da lui date alla luce.
VeggendosiRinaldo d'Esteduca di Modena sì maltrattato ed oppresso dai Franzesi, altro ripiego non trovò che di ricorrere a papaClemente XIper implorare i suoi paterni uffizii appresso le due corone, o, per dir meglio, alla corte di Francia, che sola dirigeva la gran macchina, e sotto nome del re Cattolico sola signoreggiava negli Stati d'esso duca. Si portò a questo fine incognito a Roma, e vi si fermò per più mesi. Giacchè non volle indursi a gittarsi in braccio a' Franzesi, non altro in fine potè ottenere cheuna pensione di dieci mila doble; e questa ancora gli convenne comperare con cedere ad essi Franzesi il possesso della provincia della Garfagnana, situata di là dall'Apennino colla fortezza di Montalfonso; unico resto de' suoi dominii, finora sostenuto nel suo naufragio: dopo di che si restituì a Bologna ad aspettare senza avvilirsi lo scioglimento dell'universal tragedia. Ma alle sue disavventure si aggiunse in quest'anno la demolizione della sua fortezza di Brescello, fatta dai Parmigiani: tanto pontò il duca di Parma, per levarsi quello stecco dagli occhi. Furono asportate parte a Mantova, parte nello Stato di Milano tutte quelle artiglierie e attrezzi militari. Cominciarono in quest'anno a declinar forte in Italia gli affari dell'imperadore e del collegato duca di Savoia. L'incendio commosso in Ungheria dai sollevati, e in Germania daMassimiliano elettor di Baviera, siccome quello che più scottava la corte di Vienna, a lei non permetteva di alimentar la sua armata in Italia coi necessari rinforzi di truppe e danaro. Nulla all'incontro mancava al general franzese duca di Vandomo. Da che fu egli maggiormente rinvigorito dalle nuove leve spedite dalla Provenza per mare, divise l'esercito suo in due, ritenendo per sè le forze maggiori a fine di far guerra al duca di Savoia; e dell'altra parte diede il comando algran priore duca di Vandomosuo fratello, acciocchè tentasse di cacciar d'Italia il corpo di Tedeschi che assai smilzo restava nel Mantovano di qua da Po, e teneva forte tuttavia la terra di Ostiglia di là da esso fiume. Allorchè i Franzesi s'avviarono, sul fine dell'anno precedente, dietro alconte Staremberg, aveano gli Alemanni occupato Bomporto e la Bastia sul Modenese, con far prigioniere il presidio di questa ultima. Tornato che fu a Modena il generalesignor di San Fremond, non perdè tempo a ricuperare, sul principio di febbraio, quei luoghi: sicchè si ritirarono i Tedeschi alla Mirandola, e attesero a fortificarsiin Revere, Ostiglia ed altri siti lungo il Po di qua e di là, con istendersi ancora sul Ferrarese a Figheruolo.
Venuto il mese d'aprile, si mosse il gran priore di Vandomo col grosso delle sue milizie per isloggiare i Tedeschi da Revere. Non l'aspettarono essi, e si ridussero di là da Po ad Ostiglia: con che venne a restar separata la Mirandola dal campo loro. Allora fu che il giovaneFrancesco Picoduca di essa Mirandola, accompagnato dalprincipe Giovannisuo zio, e dadon Tommaso d'AquinoNapoletano, suo padrigno, e principe di Castiglione, comparve a Modena, con dichiararsi del partito delle due corone, e con pubblicare un manifesto contra dei cesarei. Fu bloccata da lì innanzi quella città da' Franzesi; fu anche, sul fine di luglio, regalata da una buona pioggia di bombe, ma senza suo gran danno, e senza che se ne sgomentasse punto ilconte di Koningseggcomandante in essa. Pensavano intanto i troppo indeboliti Tedeschi, ridotti di là dal Po, a mantenere almeno la comunicazione colla Germania; al qual fine fortificarono Serravalle, Ponte Molino, e varii posti sotto Legnago negli Stati della repubblica veneta. Di qua dal Po stavano i Franzesi, cannonando incessantemente Ostiglia nell'opposta riva. Il gran priore passò dipoi ad assediar Serravalle. Ma perciocchè non men le sue truppe di qua dal fiume suddetto e i Tedeschi dall'altra parte si stendevano sul Ferrarese, diede ciò motivo al sommo pontefice di farne gravi querele per mezzo delcardinale Astallilegato di Ferrara, intimando agli uni e agli altri di sloggiare, e nello stesso tempo minacciando di unir le sue truppe colla parte ubbidiente per iscacciarne la disubbidiente. Sì questi che quelli si mostrarono pronti ad evacuare il Ferrarese, e in fatti si ritirarono i Franzesi dalla Stellata, e gli Alemanni consegnarono Figheruolo agli uffiziali del papa, con promesse di ritirarsi sul Veneziano. Mentre si allestivano a partire, nella notteprecedente la natività di san Giovanni Batista, avendo i Franzesi raunata gran copia di barche, o trovate in Po, o fatte venir dal Panaro, alcune migliaia di essi, imbarcati alle Quadrelle, quetamente passarono di là dal fiume, ed ottenuto il passo dalle guardie pontificie, diedero addosso agli Alemanni, i quali, in vigore dell'accordo fatto se ne stavano assai spensierati e quieti. Alquanti ne furono uccisi, gli altri colla fuga scamparono; restò il loro bagaglio in man de' Franzesi. Fu cagion questo colpo ch'eglino poscia abbandonassero Ostiglia, Serravalle e Ponte Molino, e che il picciolo loro esercito, valicato l'Adige, andasse a mettersi in salvo sul Trentino. Proruppe la corte di Vienna in escandescenze per questo fatto, con pretendere di aver pruove chiare che fosse seguito di concerto coi ministri del papa, perchè nello stesso tempo era andato ilconte Paoluccigenerale pontificio ad abboccarsi col gran priore, e per altre ragioni che non importa riferire. Commosso dalle amare doglianze di Cesare, il pontefice spedì a Ferrara monsignorLorenzo Corsini, che fu poi cardinale e papa, acciocchè ne formasse un processo. Nulla risultò da questo che i pontifizii avessero consentito o contribuito alla cacciata de' Tedeschi; ma non perciò si potè levar di capo alla corte cesarea che il papa, assicurato oramai della fortuna favorevole ai Gallispani, avesse data mano ad essi per cacciare lungi da' suoi Stati quel molesto pugno di gente. Da che si trovarono rinforzati gli Alemanni da alquante milizie calate dal Tirolo, dopo la metà di settembre calarono di nuovo nel Bresciano, fortificandosi a Gavardo e Salò sul lago di Garda, e in altri luoghi. Poche son le nazioni e i principi che nelle prosperità sappiano conservar la moderazione. Cadde allora in pensiero ai Franzesi di parlar alto, e di obbligar la repubblica veneta ad impedire la calata e la dimora delle soldatesche alemanne ne' suoi stati. E perciocchè la saviezza veneta, risolutadi conservare la già presa neutralità, rispose con non minore coraggio, e vieppiù rinforzò i presidii delle sue piazze, allora il gran priore per forza entrò in Montechiaro, Calcinato, Carpanedolo, Desenzano, Sermione ed altri luoghi, e non si guardò di far altre insolenze e danni a quelle venete contrade, finchè arrivò il verno che mise freno alle operazioni militari.
Quanto al Piemonte, avea bene il ducaVittorio Amedeo, con varie leve fatte nei suoi Stati e negli Svizzeri, accresciuto di molto l'esercito suo, ma per la gran copia di Franzesi, venuta per mare alduca di Vandomo, si trovò sempre di troppo inferiore alle forze nemiche. Sul principio di maggio contò esso Vandomo circa trentasei mila combattenti nell'oste sua, e però, con isprezzo degli alleati postati a Trino, passò in faccia di essi il Po, e gli obbligò a ritirarsi con qualche loro perdita. Poi imprese l'assedio di Vercelli, città che, quantunque presidiata da sei mila persone, non fece che una misera difesa; ed ostinatosi il Vandomo a voler prigioniera di guerra quella guernigione a fine di sempre più tagliar le penne al duca di Savoia, trovò comandanti ed uffiziali che condiscesero a cedergli la piazza con sì dura condizione. Ordine emanò ben tosto di spogliar quella città di ogni fortificazione nel dì 21 di luglio. Calato intanto anche ilduca della Fogliadadal Delfinato con dieci mila combattenti, dopo essersi impossessato della città di Susa, mise l'assedio a quel castello; espugnò la Brunetta e il forte di Catinat; e nel dì 12 di luglio costrinse il presidio del suddetto castello di Susa a rendersi con patti molto onorevoli. Obbligò dipoi colla forza i Barbetti abitanti nelle quattro valli ad accettare la neutralità. Andò quindi ad unirsi sotto la città d'Ivrea col Vandomo, il quale sedici giorni impiegò a sottomettere quella città. Ritiratosi il comandante nella cittadella, poscia, nel dì 29 di settembre, dovette cedere, con restar prigioniere egli e tutti i suoi. Vi restava in quelleparti la città d'Aosta renitente alla fortuna; ma nè pur essa potè esimersi dall'ubbidire ai Franzesi insieme col forte di Bard: con che restò precluso al duca di Savoia il passo per ricevere soccorsi dalla parte della Germania e degli Svizzeri. E pure qui non finirono le imprese dell'infaticabilduca di Vandomo. Si avvisò egli, al dispetto della contraria stagione che si appressava, d'imprendere l'assedio di Verrua, fortezza non solo pel sito, perchè posta sul Po sopra un dirupato sasso ma eziandio per le fortificazioni aggiunte, creduta quasi inespugnabile; e tanto più perchè il duca di Savoia unito al maresciallo di Staremberg colla sua armata stava postato di là dal Po a Crescentino nella riva opposta del fiume, e mercè di tre ponti manteneva la comunicazione con Verrua. Oltre a ciò, davanti a Verrua si trovava il posto di Guerbignano ben trincerato e difeso da cinque mila fra Tedeschi e Piemontesi. Non si atterrì per tutte queste difficoltà il Vandomo, e alla metà di ottobre andò a piantare il campo contro di Guerbignano. Intanto perchè sì fattamente calarono le acque del Po, che si poteano guadare, finse, o pure determinò egli di voler passare col meglio delle sue genti, ed assalire il campo di Crescentino. Ne fu avvisato a tempo il duca di Savoia, che perciò richiamò la maggior parte della gente posta alla difesa di Guerbignano. Tra la partenza di queste truppe e il fuoco di molte mine che fecero saltare i trincieramenti di quel posto, il Vandomo se ne impadronì, e dipoi si diede agli approcci e alle batterie contro Verrua, continuando pertinacemente l'assedio pel resto dell'anno; assedio memorabile non men per le incredibili offese degli uni, che per l'insigne difesa e bravura degli altri.
Era mancata di vita nell'anno precedenteAnna Isabelladuchessa di Mantova, moglie diFerdinando Carlo Gonzagaduca regnante: principessa che per la somma sua pietà, carità e pazienza meritò vivendo e morta gli encomii d'ognuno.Volle in quest'anno esso duca portarsi alla corte di Parigi, dove non gli mancarono onori e carezze quante ne volle. Ottenne anche il titolo di generalissimo delle armate in Italia di sua maestà Cristianissima. O il suo desiderio di lasciar dopo di sè qualche posterità legittima, giacchè di questa era privo, o le premure dei suoi domestici, e fors'anche della corte stessa di Francia, lo invaghirono di passare alle seconde nozze. Si fermarono i suoi voti sopraSusanna Enrichetta di Lorena, figlia diCarlo duca di Elboeuf, principessa dotata al pari di beltà che di saviezza. Tornato poi in Italia, arrivò nel dì 28 d'ottobre al campo del duca di Vandomo, ricevuto ivi con sommo onore qual generalissimo, e applaudito dal rimbombo di tutte le artiglierie. Condotta la novella sua sposa per mare da quattro galee di Francia, corse gran rischio, perchè malamente salutata da più cannonate di due armatori inglesi presso Genova. Si celebrò poscia il suo maritaggio in Toscana nel dì 8 di novembre coll'assistenza del principe e principessa di Vaudemont suoi parenti. Ma il duca, che avea logorata la sua sanità nei passati disordini, nè pur trasse prole da questa degna principessa. Ora mentre l'Italia mirava in ben cattiva situazione l'armi cesaree e savoiarde, con prevalere cotanto le franzesi, cominciò la fortuna a mutar volto in Germania. Avea l'elettor di Bavieraslargate molto l'ali, con essersi impadronito anche di Ratisbona, Augusta, Passavia ed altri luoghi, e minacciava conquiste maggiori: quando con segreta risoluzione fu spedito daAnna regina d'Inghilterrail suo generalemilord Marlborougcon isforzate marcie ad unir le sue forze colle cesaree, comandate dalprincipe Eugenioin Germania. Non mancò il re Cristianissimo d'inviare anch'egli in aiuto del Bavaro ilmaresciallo di Tallardcon ventidue mila combattenti. Occuparono i due prodi generali anglocesarei la città di Donavert con un combattimento, in cui grande fu il macello deivinti, e forse non minore quello dei vincitori.
Erano le due armate nemiche forti ciascuna di quasi sessanta mila persone, e nel dì 13 d'agosto in vicinanza di Hogstedt vennero alle mani. Da gran tempo non era seguita una sì terribil battaglia; dall'una parte e dall'altra si combattè con estremo valore e furore; ma in fine si dichiarò la vittoria in favore degl'imperiali ed Inglesi. Secondo le relazioni tedesche d'allora, dieci mila Gallo-Bavari vi perderono la vita, sei mila se ne andarono feriti, e dodici o quattordici mila rimasero prigioni, la maggior parte colti separati dall'armata e stretti dal Danubio, che furono forzati a posar le armi. Fra essi prigionieri si contò ilmaresciallo di Tallard. Ilduca di Bavierae ilmaresciallo di Marsin, colla gente che poterono salvare, frettolosamente marciarono alla volta della Selva Nera e della Francia. Anche l'esercito vittorioso lasciò sul campo circa cinque mila estinti, e a più di sette mila ascese il numero de' feriti. Le conseguenze di sì gran vittoria furono la liberazion d'Augusta, Ulma ed altre città della Germania, e l'acquisto di nuovo di quella di Landau in Alsazia. La Baviera, che dianzi facea tremar Vienna stessa, venne in potere di Cesare con patti onorevoli per laelettrice, che si ritirò poi a Venezia, essendo passato l'elettoreconsorte al suo governo di Fiandra. Al primo avviso di quella sanguinosa battaglia portato in Italia, si adirarono forte i Franzesi, con chi riferiva essersi rendute prigioniere tante migliaia de' lor nazionali senza fare difesa. Si accertarono poi della verità con loro grande rammarico. Ed ecco la prima amara lezione che riportò delle sue vaste idee il re CristianissimoLuigi XIV. Fu ancora gran guerra in Portogallo, dove era giunto il reCarlo IIIcon rinforzi di milizie inglesi ed olandesi. Andò in campagna lo stesso reFilippo V; riportò di molti vantaggi sopra de' Portoghesi, e se ne tornò glorioso a Madrid; se non chele sue allegrezze restarono amareggiate dall'avere gl'Inglesi occupata la città di Gibilterra, posto di somma importanza nello stretto, ma posto mal custodito dagli Spagnuoli in sì pericolosa congiuntura. Tentarono essi di ricuperarlo con un vigoroso assedio, che durò sino all'anno seguente, ma senza poterne snidare di colà i nemici, che anche oggidì ne conservano il dominio. Seguì parimente una fiera battaglia circa il fine d'agosto verso Malega fra le flotte franzese ed anglolanda. Sì gli uni che gli altri solennizzarono dipoi colTe Deumla vittoria, che ognun si attribuì, e niuno veramente riportò. Nel dì 23 di febbraio di quest'anno mancò di vita in Roma ilcardinale Enrico NorisVeronese, ben degno che di lui si faccia menzione in queste memorie. Militò egli nell'ordine dei frati agostiniani, fu pubblico lettore in Pisa, e custode della biblioteca Vaticana; poi promosso alla sacra porpora nel 1695; personaggio che pel sodo ingegno, raro giudizio e profonda erudizione non ebbe pari in Italia ai tempi suoi, come ne fanno e faran sempre fede le opere da lui date alla luce.