MDCCIX

MDCCIXAnno diCristoMDCCIX. IndizioneII.Clemente XIpapa 10.Giuseppeimperadore 5.Il verno di quest'anno fu dei più rigorosi che si sieno mai provati in Italia, perchè gelò il Po con altri fiumi, e colle carra si passava francamente per l'alveosuo fortemente agghiacciato. Fin la lacuna di Venezia si congelò tutta, con grave incomodo di quella gran città, a cui su pel ghiaccio si dovea portar tutto ciò che con tanta facilità si portava in altri tempi per barca. Si seccarono perciò le viti, gli ulivi, le noci ed altri alberi, e nel Genovesato gli agrumi. Se ne stava, ciò non ostante, tutta l'armata cesarea dolcemente accampata sul Ferrarese, Bolognese e Romagna, godendo un buono, cioè un indiscreto quartiere d'inverno alle spese di quei poveri popoli, benedicendo essi Tedeschi il papa, che non era fin qui condisceso ad alcuno accomodamento coll'imperadore, e dava campo ad essi di deliziarsi in quelle ubertose campagne. Erasi portato a Roma ilmarchese di Prièplenipotenziario cesareo a fine d'indurre il pontefice ad eleggere non la pericolosa via delle armi, ma la pacifica del gabinetto, per venire ad un accordo. Nè pure il re Cristianissimo trascurò allora di spedir colà ilmaresciallo di Tessèper fomentare gli spiriti guerrieri nell'animo di sua santità, e frastornare ogni concordia con Cesare, spendendo largamente promesse e sicurezze di poderosi aiuti. Ma questi aiuti erano lontani, erano anche dubbiosi; e intanto il santo padre avea sulle spalle troppo pesante fardello dell'armamento proprio, che a lui, forse più di quel che avesse fatto ad altri, costava una gravissima spesa. Aveva egli anche fatto grosse rimesse agli Svizzeri e ad Avignone, per tirar da quelle parti un buon nerbo di gente. Il peggio era che le truppe cesaree, con ridersi delle truppe papaline, ogni dì più si stendevano per la Romagna, e minacciavano di voler passare, e non già per divozione, sino a Roma stessa. Dalla parte ancora del regno di Napoli si accostavano milizie ai confini dello Stato ecclesiastico. Trovavasi perciò in gravi angustie il buon pontefice; dall'una parte l'agitava la paura di maggiori violenze, e l'amore paterno dei minacciati e già aggravati suoi sudditi; e dall'altra il timore di mancare all'uffiziosuo in cedere alcun dei diritti della santa Sede per gli affari di Parma e Piacenza e di Comacchio, giacchè anche per le due prime città era uscito manifesto di Cesare, che le pretendeva quai membri dello Stato di Milano. S'aggiugneva l'insistere il ministro cesareo che la santità sua riconoscesse per re di SpagnaCarlo III; punto di gran dilicatezza, al cui suono strepitavano forte i ministri delle due corone Cristianissima e Cattolica. Ma finalmente la paura è una dura maestra, e il saggio si accomoda ai tempi. E però, dopo avere il santo padre con pubbliche preghiere implorato lume dai cielo, nel dì 15 di gennaio del presente anno stabilì l'accordo con Cesare, promettendo egli di disarmare, e il cesareo ministro di ritirar dagli Stati della Chiesa le truppe cesaree, e di obbligare ilduca di Modenaa non inferire molestia alcuna alle terre della Chiesa. Fu convenuto che in amichevoli congressi, da tenersi in Roma fra i ministri pontificii e cesarei, si esaminerebbono le pendenze insorte per gli Stati di Parma, Piacenza e Comacchio, e similmente le ragioni del duca di Modena sopra Ferrara, per conchiudere ciò che esigesse la giustizia. Durante il dibattimento di queste cause fu accordato che l'imperadore restasse in possesso di Comacchio. Segretamente ancora fu convenuto che sua santità riconoscerebbe per re Carlo III. Fece quanta resistenza mai potè il pontefice; pure in fine s'indusse ad un sì abborrito passo.A questo accomodamento non mancò la lode ed approvazione della gente più savia, considerato il pericolo di mali incomparabilmente maggiori, se la santità sua non si arrendeva. Ma non l'intesero così le corti di Francia e Spagna, pretendenti che il pontefice dovesse sacrificar tutto, e soffrire l'eccidio dei suoi Stati, più tosto che condiscendere al regio titolo di Carlo III. Però, quantunque Roma facesse conoscere che in alcuni tempi erano stati riconosciuti per re due contendenti, e lo stesso re Cristianissimoavea nello stesso tempo riconosciuto per re della Gran BretagnaGiacomo IIeGuglielmo III; pure a nulla giovò. Vennero ordini che ilmaresciallo di Tessè, l'ambasciatore cattolicoduca d'Ucedae ilmarchese di Monteleoneplenipotenziario delre Filippo Vsi partissero da Roma, con premettere una protesta di nullità dell'atto suddetto. Fu ancora licenziato da Madrid ilnunzio Zondedari, vietato agli ecclesiastici il commercio con Roma, e fermato il corso di tutte le rendite provenienti dalla Spagna alla dateria apostolica: violento consiglio, di cui durò poscia l'esecuzione per molti anni appresso. Dirò qui in un fiato che si diede poi principio nell'anno seguente in Roma ai congressi promessi per le controversie di sopra accennate di Parma, Piacenza, Comacchio e Ferrara, intervenendovi ilmarchese di Priècon gli avvocati di Cesare e del duca di Modena; ma dopo una ben lunga discussione delle vicendevoli ragioni, non si venne a decisione alcuna, e restarono le pretensioni nel primiero vigore, senza che alcuna delle parti cedesse. Si conchiuse bensì, che chi non ha altre armi che ragioni e carte per torre di mano ai potenti qualche Stato occupato, altro non è per guadagnare che fumo. Era venuto sul fine del precedente anno a VeneziaFederigo IVre di Danimarca, principe provveduto di spiriti guerrieri, per godere di quel delizioso carnevale, e, benchè incognito, ricevette distinti onori e suntuosi divertimenti da quella sempre magnifica repubblica. Passò dipoi a Firenze, dove dal gran ducaCosimo de' Medicifu accolto con cortesissime dimostrazioni di stima, che a taluno parvero eccessi. Si fermò in quella corte non poco tempo con aggravio d'esso sovrano, o, per dir meglio, dei sudditi suoi, che furono poi obbligati ad una contribuzione per le tante spese fatte in quella congiuntura. Credevasi ch'esso re passerebbe a Roma per godere delle rarità di quella impareggiabil dominante. Forse non si accordò il ceremoniale; e venuta anchenuova che si trattava alla gagliarda di pace fra le potenze guerreggianti, verso il fine d'aprile si mosse di Toscana per ritornare ne' suoi Stati, e giunto nel dì 25 d'esso mese a Modena, trovò qui un accoglimento, qual si conveniva alla sua dignità e merito. Nel dì 6 del seguente maggio cessò di vivereLuigi Mocenigodoge di Venezia, e fu poi esaltato a quel tronoGiovanni Cornaro. Già era perduta la speranza cheFerdinando de' Medici, principe ereditario di Toscana dopo tanti anni di sterile matrimonio arricchisse di prole la sua casa; il perchè il gran duca suo padre maneggiò e conchiuse l'accasamento delcardinale Francesco Mariasuo proprio fratello conLeonora Gonzagafiglia diVincenzoduca di Guastalla. Pertanto, avendo questo principe rinunziata la sacra porpora, nel principio di luglio sposò la suddetta principessa, che nel dì 14 d'esso mese arrivò a Firenze: rimedio procurato ben tardi alla cadente insigne casa de' Medici, essendo già questo principe pervenuto all'età di cinquant'anni, e debilitato da qualche incomodo della sua sanità.Avea nel precedente anno il re CristianissimoLuigi XIVper mezzo de' suoi emissarii sparsa cotanto per l'Olanda la sua sincera disposizione alla pace, che si cominciò a dar orecchio a sì lusinghevol proposta, e se ne trattò seriamente fra i ministri delle potenze collegate. Maggiormente si scaldò questa pratica nel verno e nella primavera dell'anno presente, nè v'era persona che non credesse risoluta la Francia di volere ad ogni costo la pace. Non si può dire in quanta miseria si fosse ridotto quel florido regno per sì lunga guerra, per sì numerosi eserciti mantenuti in tante parti. Restavano incolte molte campagne per le tante leve di gente; insoffribili gli aggravii; le milizie per gl'infelici avvenimenti degli anni addietro scorate; superiori di forze i nemici, e già vicini ad aprirsi il varco nella Francia stessa. A questi mali si aggiunse una terribil carestia, per cui fu obbligato il recon immense spese a procurar grani forestieri, e a sminuir le gravezze: con che sempre più rimase esausto l'erario suo. Perciò pubblicamente il re Cristianissimo fece istanza per la pace; se ne trattò all'Haia; e quanto più miravano i plenipotenziarii de' collegati che i ministri franzesi cedevano alle restituzioni richieste, tanto più si aumentavano le lor dimande e pretensioni. Ciò che fece tenere per immancabile la pace, fu l'avere il re spedito all'Haia lo stesso suo segretario di Statomarchese di Torsy, il quale benchè si contorcesse, pure veniva accordando ogni punto proposto da' collegati. Si giunse al dì 28 di maggio, in cui furono stesi i preliminari, co' quali essi intendevano di dar la pace alla Francia. Doveva ilre Filippocedere al reCarlo IIIla monarchia, di Spagna; e ricusando, avea da impegnarsi ilre Luigi XIVavolo suo di unirsi con gli alleati per iscacciarlo di Spagna. Una gran restituzione di piazze in Fiandra e al Reno e di tutta l'Alsazia era prescritta, con altre condizioni di gran vantaggio per chiunque avea pretensioni contro la Francia. Sicchè quei gran politici, a riserva del principe Eugenio, si tenevano oramai in mano la pace, e pace tanto vantaggiosa; ma poco tardarono ad accorgersi che questo era stato un tiro di mirabil finezza della corte di Francia. Se riusciva il tentativo della pace, di cui veramente abbisognava la corte e nazion franzese, gran bene era questo; se no, serviva l'aver trattato per guadagnar tempo e premunirsi, e molto più per muovere i popoli a sostenere il peso della guerra e delle contribuzioni, e a somministrare aiuti, da che si facea conoscere nello stesso tempo la gran premura del re per la pace, e la soverchia ingordigia de' suoi nemici.Infatti dal re furono rigettati e poi pubblicati quegli stessi preliminari che commossero a vergogna e sdegno la nazione tutta, amantissima del re e del proprio decoro; e cagion furono che i grandi e mercatanti a gara portassero argenti e danariall'erario reale: con che si provvide all'urgente bisogno. Rimasti all'incontro gli alleati colle mani piene di mosche, maggiormente s'irritarono contro la Francia; e giacchè questa unicamente pensava alla difesa, e ilmaresciallo di Villarss'era postato in sì buona forma, che non si potea forzare a battaglia, i due prodi generaliprincipe Eugenio e duca di Marlborougspinsero l'esercito all'assedio di Tournai. Dopo ventun giorni di trincea aperta, nel dì 29 di luglio quella guernigione cedette la città, ritirandosi nella cittadella, che dopo una terribil difesa si rendè in fine anch'essa nel dì 3 di settembre. Trovaronsi poscia a fronte le due nemiche armate. Quantunque il Villars si fosse ben trincierato, ardevano di voglia i generali de' collegati di far battaglia campale; ma prima di venire al gran cimento, scrivono alcuni che ilprincipe Eugeniosi abboccò sul campo colmaresciallo di Bouflers, per veder pure se i Franzesi inclinavano ad accettare i già proposti preliminari. Trovò che questi maggiormente restrignevano le condizioni, detestando spezialmente quella di dovere il re Cristianissimo unirsi coi nemici contra del nipoteFilippo V. Però nel dì 11 di settembre, da che ebbero i collegati disposte le cose per l'assedio di Mons, diedero all'armi contro l'esercito Franzese nel luogo di Malpacquet, contuttochè il Villars avesse le sue forze ben assicurate da due boschi e da molte trincee. Fu questa una delle più ostinate e sanguinose battaglie che occorressero nella presente guerra, e durò più di sei ore. Restò veramente il campo con alquanti cannoni in potere de' collegati, essendosi ritirati per quanto poterono ordinatamente i Franzesi, ma non lasciò di essere dubbiosa la lor vittoria. Se i vincitori guadagnarono bandiere e stendardi, altrettanto fecero anche i Franzesi. Per la mortalità pretesero i Franzesi che la loro ascendesse a soli otto mila tra morti e feriti; laddove, secondo la relazion contraria, si vollero estinti de' Franzesi settemila con cinquecento uffiziali e dieci mila feriti, fra' quali lo stesso maresciallo di Villars gravemente colpito da palla di fucile nel ginocchio. All'incontro fu confessato che almeno sei mila fossero gli uccisi dell'esercito alleato, e quattordici mila i feriti. Di gente rimasta prigioniera altro non fu detto se non che la sterminata copia de' Franzesi lasciati feriti sul campo fu permesso che fosse ritirata al campo loro, e contata per prigioniera di guerra. Intervenne a quel terribil conflittoGiacomo III Stuardore Cattolico d'Inghilterra, che diede gran pruove di intrepidezza, e ne riportò anche alcune lievi ferite. Ciò che servì a maggiormente contestare per vincitori i collegati, fu l'aver eglino immediatamente stretta di assedio la fortissima città di Mons, con obbligare quel presidio nel dì 20 di ottobre ad uscirne con tutti gli onori militari.Poche imprese si fecero nel presente anno in Italia. Era disgustatoVittorio Amedeoduca di Savoia della corte di Vienna, perchè gli contrastava il Vigevanasco e alcuni feudi confinanti col Genovesato, benchè a lui accordati ne' patti. Fecero gagliarde istanze gl'Inglesi ed Olandesi presso l'imperador Giuseppein suo favore, e le fecero indarno. Perciò non volle il duca uscire in campagna. Vi uscì ilmaresciallo di Daunco' suoi tedeschi, e passato il Mon-Cenis, penetrò fino in Savoia, e s'impossessò di Annicy. Ma avendo ilduca di Bervichben muniti i passaggi, ed accostandosi le nevi, il conte di Daun giudicò meglio di tornarsene a cercar buoni quartieri in Italia. Lentamente ancora procederono al Reno gli affari della guerra. In Ispagna riuscì al maresciallo contedi Starembergdi sottomettere la città di Belaguer, ma senza far altro progresso. Perchè regnava la discordia fra i comandanti franzesi e spagnuoli, il reFilippo Vsi portò in persona all'armata; e dopo aver composte le differenze, tentò di venire a battaglia col nemico esercito; ma lo Staremberg,uno de' più cauti generali del suo tempo, non sentendosi voglia di azzardare tutto in una giornata, non volle dar questo piacere alla maestà sua. Nei confini del Portogallo ebbero maggior fortuna gli Spagnuoli, perchè ilmarchese di Baydiede una rotta ai Portoghesi, con prendere varii loro cannoni ed insegne, ed impadronirsi di alcune castella.

Il verno di quest'anno fu dei più rigorosi che si sieno mai provati in Italia, perchè gelò il Po con altri fiumi, e colle carra si passava francamente per l'alveosuo fortemente agghiacciato. Fin la lacuna di Venezia si congelò tutta, con grave incomodo di quella gran città, a cui su pel ghiaccio si dovea portar tutto ciò che con tanta facilità si portava in altri tempi per barca. Si seccarono perciò le viti, gli ulivi, le noci ed altri alberi, e nel Genovesato gli agrumi. Se ne stava, ciò non ostante, tutta l'armata cesarea dolcemente accampata sul Ferrarese, Bolognese e Romagna, godendo un buono, cioè un indiscreto quartiere d'inverno alle spese di quei poveri popoli, benedicendo essi Tedeschi il papa, che non era fin qui condisceso ad alcuno accomodamento coll'imperadore, e dava campo ad essi di deliziarsi in quelle ubertose campagne. Erasi portato a Roma ilmarchese di Prièplenipotenziario cesareo a fine d'indurre il pontefice ad eleggere non la pericolosa via delle armi, ma la pacifica del gabinetto, per venire ad un accordo. Nè pure il re Cristianissimo trascurò allora di spedir colà ilmaresciallo di Tessèper fomentare gli spiriti guerrieri nell'animo di sua santità, e frastornare ogni concordia con Cesare, spendendo largamente promesse e sicurezze di poderosi aiuti. Ma questi aiuti erano lontani, erano anche dubbiosi; e intanto il santo padre avea sulle spalle troppo pesante fardello dell'armamento proprio, che a lui, forse più di quel che avesse fatto ad altri, costava una gravissima spesa. Aveva egli anche fatto grosse rimesse agli Svizzeri e ad Avignone, per tirar da quelle parti un buon nerbo di gente. Il peggio era che le truppe cesaree, con ridersi delle truppe papaline, ogni dì più si stendevano per la Romagna, e minacciavano di voler passare, e non già per divozione, sino a Roma stessa. Dalla parte ancora del regno di Napoli si accostavano milizie ai confini dello Stato ecclesiastico. Trovavasi perciò in gravi angustie il buon pontefice; dall'una parte l'agitava la paura di maggiori violenze, e l'amore paterno dei minacciati e già aggravati suoi sudditi; e dall'altra il timore di mancare all'uffiziosuo in cedere alcun dei diritti della santa Sede per gli affari di Parma e Piacenza e di Comacchio, giacchè anche per le due prime città era uscito manifesto di Cesare, che le pretendeva quai membri dello Stato di Milano. S'aggiugneva l'insistere il ministro cesareo che la santità sua riconoscesse per re di SpagnaCarlo III; punto di gran dilicatezza, al cui suono strepitavano forte i ministri delle due corone Cristianissima e Cattolica. Ma finalmente la paura è una dura maestra, e il saggio si accomoda ai tempi. E però, dopo avere il santo padre con pubbliche preghiere implorato lume dai cielo, nel dì 15 di gennaio del presente anno stabilì l'accordo con Cesare, promettendo egli di disarmare, e il cesareo ministro di ritirar dagli Stati della Chiesa le truppe cesaree, e di obbligare ilduca di Modenaa non inferire molestia alcuna alle terre della Chiesa. Fu convenuto che in amichevoli congressi, da tenersi in Roma fra i ministri pontificii e cesarei, si esaminerebbono le pendenze insorte per gli Stati di Parma, Piacenza e Comacchio, e similmente le ragioni del duca di Modena sopra Ferrara, per conchiudere ciò che esigesse la giustizia. Durante il dibattimento di queste cause fu accordato che l'imperadore restasse in possesso di Comacchio. Segretamente ancora fu convenuto che sua santità riconoscerebbe per re Carlo III. Fece quanta resistenza mai potè il pontefice; pure in fine s'indusse ad un sì abborrito passo.

A questo accomodamento non mancò la lode ed approvazione della gente più savia, considerato il pericolo di mali incomparabilmente maggiori, se la santità sua non si arrendeva. Ma non l'intesero così le corti di Francia e Spagna, pretendenti che il pontefice dovesse sacrificar tutto, e soffrire l'eccidio dei suoi Stati, più tosto che condiscendere al regio titolo di Carlo III. Però, quantunque Roma facesse conoscere che in alcuni tempi erano stati riconosciuti per re due contendenti, e lo stesso re Cristianissimoavea nello stesso tempo riconosciuto per re della Gran BretagnaGiacomo IIeGuglielmo III; pure a nulla giovò. Vennero ordini che ilmaresciallo di Tessè, l'ambasciatore cattolicoduca d'Ucedae ilmarchese di Monteleoneplenipotenziario delre Filippo Vsi partissero da Roma, con premettere una protesta di nullità dell'atto suddetto. Fu ancora licenziato da Madrid ilnunzio Zondedari, vietato agli ecclesiastici il commercio con Roma, e fermato il corso di tutte le rendite provenienti dalla Spagna alla dateria apostolica: violento consiglio, di cui durò poscia l'esecuzione per molti anni appresso. Dirò qui in un fiato che si diede poi principio nell'anno seguente in Roma ai congressi promessi per le controversie di sopra accennate di Parma, Piacenza, Comacchio e Ferrara, intervenendovi ilmarchese di Priècon gli avvocati di Cesare e del duca di Modena; ma dopo una ben lunga discussione delle vicendevoli ragioni, non si venne a decisione alcuna, e restarono le pretensioni nel primiero vigore, senza che alcuna delle parti cedesse. Si conchiuse bensì, che chi non ha altre armi che ragioni e carte per torre di mano ai potenti qualche Stato occupato, altro non è per guadagnare che fumo. Era venuto sul fine del precedente anno a VeneziaFederigo IVre di Danimarca, principe provveduto di spiriti guerrieri, per godere di quel delizioso carnevale, e, benchè incognito, ricevette distinti onori e suntuosi divertimenti da quella sempre magnifica repubblica. Passò dipoi a Firenze, dove dal gran ducaCosimo de' Medicifu accolto con cortesissime dimostrazioni di stima, che a taluno parvero eccessi. Si fermò in quella corte non poco tempo con aggravio d'esso sovrano, o, per dir meglio, dei sudditi suoi, che furono poi obbligati ad una contribuzione per le tante spese fatte in quella congiuntura. Credevasi ch'esso re passerebbe a Roma per godere delle rarità di quella impareggiabil dominante. Forse non si accordò il ceremoniale; e venuta anchenuova che si trattava alla gagliarda di pace fra le potenze guerreggianti, verso il fine d'aprile si mosse di Toscana per ritornare ne' suoi Stati, e giunto nel dì 25 d'esso mese a Modena, trovò qui un accoglimento, qual si conveniva alla sua dignità e merito. Nel dì 6 del seguente maggio cessò di vivereLuigi Mocenigodoge di Venezia, e fu poi esaltato a quel tronoGiovanni Cornaro. Già era perduta la speranza cheFerdinando de' Medici, principe ereditario di Toscana dopo tanti anni di sterile matrimonio arricchisse di prole la sua casa; il perchè il gran duca suo padre maneggiò e conchiuse l'accasamento delcardinale Francesco Mariasuo proprio fratello conLeonora Gonzagafiglia diVincenzoduca di Guastalla. Pertanto, avendo questo principe rinunziata la sacra porpora, nel principio di luglio sposò la suddetta principessa, che nel dì 14 d'esso mese arrivò a Firenze: rimedio procurato ben tardi alla cadente insigne casa de' Medici, essendo già questo principe pervenuto all'età di cinquant'anni, e debilitato da qualche incomodo della sua sanità.

Avea nel precedente anno il re CristianissimoLuigi XIVper mezzo de' suoi emissarii sparsa cotanto per l'Olanda la sua sincera disposizione alla pace, che si cominciò a dar orecchio a sì lusinghevol proposta, e se ne trattò seriamente fra i ministri delle potenze collegate. Maggiormente si scaldò questa pratica nel verno e nella primavera dell'anno presente, nè v'era persona che non credesse risoluta la Francia di volere ad ogni costo la pace. Non si può dire in quanta miseria si fosse ridotto quel florido regno per sì lunga guerra, per sì numerosi eserciti mantenuti in tante parti. Restavano incolte molte campagne per le tante leve di gente; insoffribili gli aggravii; le milizie per gl'infelici avvenimenti degli anni addietro scorate; superiori di forze i nemici, e già vicini ad aprirsi il varco nella Francia stessa. A questi mali si aggiunse una terribil carestia, per cui fu obbligato il recon immense spese a procurar grani forestieri, e a sminuir le gravezze: con che sempre più rimase esausto l'erario suo. Perciò pubblicamente il re Cristianissimo fece istanza per la pace; se ne trattò all'Haia; e quanto più miravano i plenipotenziarii de' collegati che i ministri franzesi cedevano alle restituzioni richieste, tanto più si aumentavano le lor dimande e pretensioni. Ciò che fece tenere per immancabile la pace, fu l'avere il re spedito all'Haia lo stesso suo segretario di Statomarchese di Torsy, il quale benchè si contorcesse, pure veniva accordando ogni punto proposto da' collegati. Si giunse al dì 28 di maggio, in cui furono stesi i preliminari, co' quali essi intendevano di dar la pace alla Francia. Doveva ilre Filippocedere al reCarlo IIIla monarchia, di Spagna; e ricusando, avea da impegnarsi ilre Luigi XIVavolo suo di unirsi con gli alleati per iscacciarlo di Spagna. Una gran restituzione di piazze in Fiandra e al Reno e di tutta l'Alsazia era prescritta, con altre condizioni di gran vantaggio per chiunque avea pretensioni contro la Francia. Sicchè quei gran politici, a riserva del principe Eugenio, si tenevano oramai in mano la pace, e pace tanto vantaggiosa; ma poco tardarono ad accorgersi che questo era stato un tiro di mirabil finezza della corte di Francia. Se riusciva il tentativo della pace, di cui veramente abbisognava la corte e nazion franzese, gran bene era questo; se no, serviva l'aver trattato per guadagnar tempo e premunirsi, e molto più per muovere i popoli a sostenere il peso della guerra e delle contribuzioni, e a somministrare aiuti, da che si facea conoscere nello stesso tempo la gran premura del re per la pace, e la soverchia ingordigia de' suoi nemici.

Infatti dal re furono rigettati e poi pubblicati quegli stessi preliminari che commossero a vergogna e sdegno la nazione tutta, amantissima del re e del proprio decoro; e cagion furono che i grandi e mercatanti a gara portassero argenti e danariall'erario reale: con che si provvide all'urgente bisogno. Rimasti all'incontro gli alleati colle mani piene di mosche, maggiormente s'irritarono contro la Francia; e giacchè questa unicamente pensava alla difesa, e ilmaresciallo di Villarss'era postato in sì buona forma, che non si potea forzare a battaglia, i due prodi generaliprincipe Eugenio e duca di Marlborougspinsero l'esercito all'assedio di Tournai. Dopo ventun giorni di trincea aperta, nel dì 29 di luglio quella guernigione cedette la città, ritirandosi nella cittadella, che dopo una terribil difesa si rendè in fine anch'essa nel dì 3 di settembre. Trovaronsi poscia a fronte le due nemiche armate. Quantunque il Villars si fosse ben trincierato, ardevano di voglia i generali de' collegati di far battaglia campale; ma prima di venire al gran cimento, scrivono alcuni che ilprincipe Eugeniosi abboccò sul campo colmaresciallo di Bouflers, per veder pure se i Franzesi inclinavano ad accettare i già proposti preliminari. Trovò che questi maggiormente restrignevano le condizioni, detestando spezialmente quella di dovere il re Cristianissimo unirsi coi nemici contra del nipoteFilippo V. Però nel dì 11 di settembre, da che ebbero i collegati disposte le cose per l'assedio di Mons, diedero all'armi contro l'esercito Franzese nel luogo di Malpacquet, contuttochè il Villars avesse le sue forze ben assicurate da due boschi e da molte trincee. Fu questa una delle più ostinate e sanguinose battaglie che occorressero nella presente guerra, e durò più di sei ore. Restò veramente il campo con alquanti cannoni in potere de' collegati, essendosi ritirati per quanto poterono ordinatamente i Franzesi, ma non lasciò di essere dubbiosa la lor vittoria. Se i vincitori guadagnarono bandiere e stendardi, altrettanto fecero anche i Franzesi. Per la mortalità pretesero i Franzesi che la loro ascendesse a soli otto mila tra morti e feriti; laddove, secondo la relazion contraria, si vollero estinti de' Franzesi settemila con cinquecento uffiziali e dieci mila feriti, fra' quali lo stesso maresciallo di Villars gravemente colpito da palla di fucile nel ginocchio. All'incontro fu confessato che almeno sei mila fossero gli uccisi dell'esercito alleato, e quattordici mila i feriti. Di gente rimasta prigioniera altro non fu detto se non che la sterminata copia de' Franzesi lasciati feriti sul campo fu permesso che fosse ritirata al campo loro, e contata per prigioniera di guerra. Intervenne a quel terribil conflittoGiacomo III Stuardore Cattolico d'Inghilterra, che diede gran pruove di intrepidezza, e ne riportò anche alcune lievi ferite. Ciò che servì a maggiormente contestare per vincitori i collegati, fu l'aver eglino immediatamente stretta di assedio la fortissima città di Mons, con obbligare quel presidio nel dì 20 di ottobre ad uscirne con tutti gli onori militari.

Poche imprese si fecero nel presente anno in Italia. Era disgustatoVittorio Amedeoduca di Savoia della corte di Vienna, perchè gli contrastava il Vigevanasco e alcuni feudi confinanti col Genovesato, benchè a lui accordati ne' patti. Fecero gagliarde istanze gl'Inglesi ed Olandesi presso l'imperador Giuseppein suo favore, e le fecero indarno. Perciò non volle il duca uscire in campagna. Vi uscì ilmaresciallo di Daunco' suoi tedeschi, e passato il Mon-Cenis, penetrò fino in Savoia, e s'impossessò di Annicy. Ma avendo ilduca di Bervichben muniti i passaggi, ed accostandosi le nevi, il conte di Daun giudicò meglio di tornarsene a cercar buoni quartieri in Italia. Lentamente ancora procederono al Reno gli affari della guerra. In Ispagna riuscì al maresciallo contedi Starembergdi sottomettere la città di Belaguer, ma senza far altro progresso. Perchè regnava la discordia fra i comandanti franzesi e spagnuoli, il reFilippo Vsi portò in persona all'armata; e dopo aver composte le differenze, tentò di venire a battaglia col nemico esercito; ma lo Staremberg,uno de' più cauti generali del suo tempo, non sentendosi voglia di azzardare tutto in una giornata, non volle dar questo piacere alla maestà sua. Nei confini del Portogallo ebbero maggior fortuna gli Spagnuoli, perchè ilmarchese di Baydiede una rotta ai Portoghesi, con prendere varii loro cannoni ed insegne, ed impadronirsi di alcune castella.


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