MDCCVI

MDCCVIAnno diCristoMDCCVI. IndizioneXIV.Clemente XIpapa 7.Giuseppeimperadore 2.Se mai fu anno alcuno in Italia, anzi in Europa, fecondo di avvenimenti militari e di strane metamorfosi, certamente è da dire il presente. Fra i gran pensieri che agitavano la corte di Francia per sostenere la monarchia spagnuola lacerata o minacciata in tante parti dalle armi collegate, uno dei principali si scoprì essere quello di ultimar la distruzione diVittorio Amedeoduca di Savoia, principe che colle sue ardite risoluzioni avea fin qui obbligato il re CristianissimoLuigi XIVa mantenere in Italia una guerra che gli costava non pochi milioni ogni anno. Oppresso questo coraggioso principe, si credea facile il mettere le sbarre ad ulteriori tentativi della Germania contra lo Stato di Milano. Già avea per cinquantacinque giorni ilmarchese di Caragliosostenuto il castello di Nizza, benchè flagellato continuamente da cannoni e mortari delduca di Berwich, quando si vide ridotto all'estremo, e ridotto a capitolarne la resa con tutti gli onori militari nel dì 4 di gennaio. Fu poscia condannato quel castello a vedere uguagliate al suolo tutte le sue fortificazioni. Tanti preparamenti andava in questo mentre facendo ilduca della Fogliada, che poco ci voleva a comprendere tendenti le sue mire all'assedio di Torino. Perciò il saggio duca attese a ben premunirequella capitale e cittadella di quanto potea occorrere in sì fiero emergente; e da che vide cominciare le offese, con passaporti del nemico general franzese spedì a Genova la real sua famiglia, ed anch'egli si mise poi alla larga per maggior sicurezza, riducendosi a Cuneo e ad altri luoghi fin qui preservati dalle nemiche violenze. Ora non sì tosto ebbe il suddetto Fogliada ricevuta nuova gente da Francia con promessa ancora di maggiori rinforzi, che passata la metà di maggio accostatosi a Torino, diede principio alla circonvallazione intorno a quella cittadella, dove il prodeconte Daun, lasciato dal duca per governator di Torino insieme col marchese di Caraglio, avea messo un forte presidio de' suoi Tedeschi. Venuto poscia il giugno, aprì la trincea sotto quella fortezza, contando dopo l'acquisto di essa presa anche la città, benchè nè pure ommettesse le offese contro la città medesima. Orrendo spettacolo era il gran fuoco dì circa ducento tra cannoni e mortari continuamente impiegati dai Franzesi a gittar palle, bombe e sassi contro di essa città, e più contro della cittadella; e un pari trattamento lor faceano i tanti bronzi e fuochi degli assediati. Nello stesso tempo non lasciò il Fogliada di marciare con alcune migliaia di fanti e cavalli per voglia di cogliere, se gli veniva fatto, lo stesso duca di Savoia. Ma egli vigilante, ora scorrendo in un luogo ed ora in un altro, seppe sempre schermirsi dai nemici, e dar loro anche qualche percossa, finchè si ritirò nella valle di Lucerna, dove trovò assai fedeli e arditi alla sua difesa que' Barbetti. L'essersi perduti in questa diversione i Franzesi, cagion fu che non progredisse l'assedio di Torino con quel vigore che richiedeva la positura dei loro affari.Tornato nella primavera ilprincipe Eugeniosul Trentino, quivi attese a far massa dei rinforzi a lui promessi, che, secondo il solito dei Tedeschi, con poca fretta andavano calando dalla Germania. Più sollecito ilduca di Vandomo, dappoichèfu ritornato anch'egli da Parigi, passata la metà di aprile, uscì in campagna con venticinque mila combattenti (altri han detto molto meno) a motivo di cacciar dal piano della Lombardia quelle brigate alemanne che vi erano restate, e di ristringere le loro speranze fra le montagne delle Alpi. Ben lo previde il principe Eugenio, e per non perdere l'adito in Italia, ordinò algenerale Reventlaudi postarsi fra Calcinato e Lonato con dodici mila tra fanti e cavalli alla Fossa Seriola, che gli avrebbe servito di antemurale. Furono malamente eseguiti gli ordini suoi, avendo quel generale trascurato di ben fortificarsi dalla parte di Lonato. Ora ecco, nel dì 19 d'aprile, sopraggiugnere il Vandomo dalla parte di Montechiaro, e poi di Calcinato il quale si spinse contro l'accampamento nemico. Aspro fu il conflitto, ma in fine i meno cedettero ai più, e gli Alemanni in rotta si ritirarono il meglio che poterono a Gavardo. Esaltarono i Franzesi questa vittoria, pretendendo che restassero prigionieri circa tre mila imperiali, ed altrettanti freddi sul campo; laddove gli altri contavano solamente ottocento gli estinti, e circa mille e cinquecento i prigioni e feriti. Certo è che i Franzesi acquistarono alquanti pezzi di cannone, molte baudiere e stendardi, e fecero bottino del bagaglio e delle provvisioni. Dopo questa percossa il principe Eugenio, vedendo chiusi i passi del Bresciano, andò a poco a poco ritirando dalle rive del lago di Garda le sue truppe, e a suo tempo improvvisamente sboccò di nuovo sul Veronese. Gravissimi danni avea patito nel precedente anno la repubblica veneta sul Bresciano, calpestato dalle due nemiche armate; maggiori li provò nel presente, perchè il Vandomo venne colle maggiori sue forze ad accamparsi in vicinanza di Verona, e stese le sue genti lungo l'Adige, per impedirne il passaggio agli imperiali. Con pretesto che dai Veneziani si prestasse o potesse prestare aiuto alle truppe cesaree, alzò dei fortini contro la cittàdi Verona, non solamente minacciando essa, ma fino il senato stesso, se non usciva di neutralità. Spinti da sì fatte violenze quei saggi signori, accrebbero il loro armamento, e risposero di buon tuono ai Franzesi, senza mai dipartirsi dalla presa risoluzione di non voler aderire a partito alcuno. Aveano stretta a questo fine, nel dì 12 di gennaio, una lega colle città svizzere di Berna e Zurigo. Intanto con finte marcie andava il principe Eugenio imbrogliando l'avvedutezza franzese, finchè, nel dì 6 di luglio, riuscì a un corpo di sua gente di valicar l'Adige alla Pettorazza, e di afforzarsi nell'opposta riva: il che aprì l'adito al passaggio di tutta la sua armata, che, per quanto si figurò la gente, ascendeva a trenta mila persone, benchè la fama la facesse giugnere sino a quaranta mila. Curiosa cosa fu il vedere come i dianzi sì baldanzosi Franzesi battessero una frettolosa ritirata senza mai voler mirare il volto dell'esercito nemico, finchè si ricoverarono di qua e di là dal Po sul Mantovano.Fu in questi tempi che il re Cristianissimo, per bisogno di un eccellente generale in Fiandra, richiamò il duca di Vandomo, e in luogo suo a comandar l'armi in Italia spedìLuigi duca d'Orleanssuo nipote, principe che se non potea competere coll'altro nella sperienza militare, certo l'uguagliava nei valore, e il superava nella penetrazione e vivacità della mente. Venuto questo generoso principe colmaresciallo di Marsina Mantova, dove il Vandomo gli rassegnò il bastone del comando, passò dipoi a riconoscere i varii siti e tutte le forze franzesi. Trovò egli con suo rammarico ben diversa la faccia delle cose da quello che gli era stato supposto, talmente che si vide forzato a richiamar dal Piemonte alquante brigate per premura di opporsi all'avanzamento dell'oste nemica, e intanto si andò a postare a San Benedetto sul Mantovano di qua dal Po. Ma il principe Eugenio, al cui cuore non permetteva posa alcuna il pericolo dell'assediato Torino, e l'urgentebisogno del parente duca di Savoia, animosamente proseguiva il suo viaggio. Nel dì 17 di luglio passò il Po alla Polesella, e quasi che le sue truppe avessero l'ali, si videro nel dì 19 comparire sino al Finale di Modena alcuni suoi ussari e cavalli leggieri. Sul fine del mese valicò l'armata cesarea il Panaro e la Secchia a San Martino, e giunta sotto Carpi, costrinse cinquecento Franzesi a rendersi prigionieri, ed ivi prese riposo, finchè colà giungesse tutta la sua artiglieria. Nel dì 13 d'agosto entrò il principe Eugenio nella città di Reggio, con farvi prigione quel presidio franzese, e lasciar ivi tutti i suoi malati con sufficiente guernigione di sani. Altra gente lasciò egli all'Adige, Po, Panaro ed altri luoghi, per mantener la comunicazione con lo Stato veneto. Progrediva in questo mentre il memorabile assedio di Torino, e maraviglie di valore facevano tutto dì non meno gli aggressori che i difensori. Le artiglierie, le bombe, le mine giocavano continuamente da ambe le parti, e gran sangue costavano le sortite che di tanto in tanto si facevano ora dalla città ed ora dalla cittadella. Pure sollecitando ilduca della Fogliadai lavori e le offese, si vide in fine spalancata un'ampia breccia nelle mura d'essa cittadella, ed aperto il varco agli ultimi tentativi dell'armi franzesi. Furono ben fatti nel di dentro non pochi argini e ripari; ma in fine conveniva confessare ridotta all'agonia quella forte piazza, perchè di troppo sminuito per le malattie e ferite il presidio, e consumate oramai quasi tutte le munizioni da guerra. Erano dunque riposte tutte le speranze nell'avvicinamento del soccorso cesareo, condotto dalprincipe Eugenio, e nel potersi sostenere tanto ch'egli giugnesse.Ora mentre esso principe marciava coll'esercito suo di qua dal Po alla volta del Parmigiano e Piacentino, ilduca di Orleans, dopo aver lasciato un corpo di truppe altenente generale Medavì, affinchè si opponesse sul Bresciano ai disegni delle truppe assiane che calavano in Italia, valicòa Guastalla il Po coll'esercito suo, e cominciò dall'altra parte di quel fiume a costeggiare i nemici, perchè non si sentiva voglia di affrontarsi con loro, se non avea sicuro il giuoco. Continuò l'armata cesarea i suoi passi senza mettersi apprensione delle angustie della Stradella, e di aver da passare per paese guernito di piazze nemiche. Era già sul fine di agosto, quando il duca di Savoia tutto pien di giubilo, e scortato da alcune centinaia di cavalli, giunse a consolar gli occhi suoi colla vista del tanto sospirato soccorso, e della presenza del principe Eugenio, con cui cominciò a divisare quanto occorreva nell'imminente bisogno. Ciò che recava loro non lieve affanno, era la mancanza dei viveri in paese sbrollo per sì lunga guerra e qualche scarsezza di munizione da guerra. Ma di questo si prese cura la fortuna, perchè nel dì 5 di settembre venne loro avviso che dalla valle di Susa calava un grosso convoglio di ottocento e forse più muli e bestie da soma, che conducevano al campo franzese polve da fuoco, farine, armi ed altre munizioni, sotto la scorta di cinquecento cavalli. Non è da chiedere se di buona voglia accorsero colà i Tedeschi. A riserva di ducento bestie che si salvarono colla fuga, il resto fu preso in un punto, e poco dopo anche il castello di Pianezza, in cui furono fatti prigioni da ducento Franzesi, fra' quali molti uffiziali, con trovarsi ivi anche altra copia di vettovaglie. Avendo poscia il duca di Savoia unite all'esercito cesareo quelle poche truppe regolate che gli restavano, e comandata l'occorrente copia di milizie forensi e di guastatori, fu determinato nel consiglio di avventurar la battaglia nel dì 17 di settembre. Intanto era giunto ilduca di Orleansad unirsi colduca della Fogliadasotto Torino. Tenuto fu un gran consiglio dai generali, per fissar la maniera di accogliere la visita dell'esercito imperiale. Il sentimento del duca generalissimo, sostenuto da più ragioni, e da non pochi uffiziali applaudito, era di abbandonar le trincee, e, uscendo in aperta campagna,di far giornata campale co' nemici. Di diverso parere fu ilmaresciallo di Marsin, dato come per aio al duca d'Orleans insistendo egli che non si avesse in un momento a perdere il frutto di tante fatiche per ridurre agli estremi la cittadella di Torino; essere tanta la superiorità delle proprie forze, sì ben muniti e forti i trinceramenti, che il tentare i Tedeschi di superarli era un cercare l'inevitabil loro rovina. Ma persistendo il duca d'Orleans nel suo proponimento, diede fine il Marsin alla disputa con isfoderare un ordine della corte di non abbandonare le trincee: il che ebbe a far disperare il duca, che ad alta voce predisse l'esito infelice della sconsigliata risoluzione; ma convenne ubbidire.Appena spuntò in cielo l'alba del dì 7 di settembre, che tutto il cesareo esercito con gran festa, impaziente di combattere, corse all'armi, e, secondo le disposizioni fatte, s'inviò in ordinanza, ma senza toccar tamburi o trombe verso i trinceramenti nemici formati fra la Dora e la Stura. Alti erano gli argini, profonde le fosse, guernite le linee tutte d'artiglieria e moschetteria, che con terribil fuoco e furor di palle cominciarono a salutare gli arditi aggressori. Ma a sì scortese ricevimento s'era preparato il coraggio tedesco. Per due ore continuò il sanguinoso combattimento, studiandosi gli uni di entrar nelle trincee, e gli altri di ripulsarli. Fu creduto che circa due mila imperiali vi perdessero la vita prima di poter superare que' forti ostacoli. Ma in fine li superarono, e data ne fu la gloria ai Prussiani condotti dalprincipe di Anhalt, che de' primi sboccarono nella circonvallazione nemica. Per la troppo lunga estension delle linee era distribuita, anzi dispersa la milizia de' Gallispani. Però non sì tosto vi penetrò il grosso corpo dei Prussiani, che si sparse il terrore e la costernazione per gli altri vicini postamenti. Fecero bensì vigorosa resistenza alcuni corpi di riserva, o pure riuniti, sì fanti che cavalli, ma in fine rimasero rovesciati dall'empito de' nemici;e da che furono da' guastatori spianate molte di quelle barriere, il resto dell'esercito cesareo entrato potè menar le mani. Allora non pensarono più i Gallispani che a salvarsi; e chi potè fuggire, fuggì. Alduca d'Orleanstoccarono alcune ferite, dalle quali fu obbligato a ritirarsi per farsi curare. Ilmaresciallo di Marsingravemente ferito fu preso, ma nel dì seguente morì, risparmiando a sè stesso il dispiacere di comparire a Parigi colla testa bassa per iscusare l'infelicità dei suoi consigli. A udire le relazioni de' vincitori, più di quattro mila e cinquecento furono i Gallispani rimasti uccisi nel campo; più di sette mila i fatti prigioni, parte nel campo stesso, e parte alla Montagna e a Chieri, colla guernigion di Civasso, fra i quali almeno ducento uffiziali. A sì fatta lista si può ben far qualche detrazione. Certo è che vennero in mano del vittorioso ducaVittorio Amedeopiù di cento cinquanta pezzi di cannone e circa sessanta mortai. Il doppio si legge nelle relazioni suddette. Oltre a ciò, un'immensa quantità di bombe, granate, palle, polveri da fuoco ed altri militari attrezzi, con forse due o più mila tra cavalli, muli e buoi. Gran bagaglio, molta argenteria e tutte le tende rimasero in preda dei soldati, e fu detto che fin la cassa di guerra entrasse nel ricco bottino. Non finì la giornata che il duca di Savoia col principe Eugenio fece la sua entrata in Torino fra i viva del suo festeggiante popolo, e a dirittura si portò alla cattedrale a tributare i suoi ringraziamenti all'Altissimo, dalla cui clemenza e protezione riconosceva sì memorabil vittoria. Il poco di polve che oramai restava al conte Daun per difesa di Torino servì a solennizzare quelTe Deumcol rimbombo di tutte le artiglierie. E tale fu quella famosa giornata e vittoria, che tanto più riempiè di stupore l'Europa tutta, non che l'Italia, perchè non potea l'oste cesarea ascendere a più di trenta mila persone, e forse nè pur vi arrivava per li tanti malati lasciati indietro, e perli tanti staccamenti rimasti nel Ferrarese, al Finale di Modena, a Carpi, Reggio ed altri luoghi, affine di assicurarsi la ritirata in caso di bisogno. Laddove nell'esercito Gallispano, secondo la comune credenza, si contavano circa cinquanta mila combattenti, se non che i Franzesi dopo sì gran percossa ne sminuirono di molto il numero; e veramente tenevano anche essi qua e là de' presidii, e già dicemmo che un corpo d'essi stato era spedito in rinforzo alconte di Medavì, di cui ora convien fare menzione.Era calato in ItaliaFederico principe d'Hassia Casselcon cinque mila e secento soldati tra fanti e cavalli di sua nazione, e andò ad accoppiarsi con altri quattro mila fanti e secento cavalli cesarei comandali delgenerale Vetzel. Dopo aver egli espugnato Goito sul Mantovano, passò ad assediare Castiglion delle Stiviere, e, presa la terra, bersagliava il castello. Ma nel dì 19 di settembre colà giunse il tenente general franzeseconte di Medavìcon egual nerbo, e forse maggiore, di gente, e gli diede battaglia. Se ne andò sconfitto l'hassiano con perdita di più di due mila persone (i Franzesi dissero molto più), di alquante bandiere e stendardi, dell'artiglieria grossa e minuta, delle munizioni e bagaglio. Di questa vittoria avrebbe saputo prevalersi il Medavì, se non avesse atteso a liberar la terra di Castiglione, e non gli fosse giunto il funesto avviso della liberazion di Torino, due giorni prima accaduta. Corso egli colla sua gente a Milano; il principe di Hassia andò poscia ad unire il resto delle sue truppe col principe Eugenio, e il generale Vetzel colle sue venne a formare una specie di blocco alla città di Modena. Non bastò alla fortuna di mostrar sì favorevole il volto ai collegati in Italia colla vittoria di Torino; avvenne anche un'altra mirabil contingenza, che servì a coronare quella gran giornata. Se i Franzesi nella fuga avessero volte le gambe verso il Monferrato e Stato di Milano, tanti ne restavano tuttavia diloro, tante piazze da loro dipendenti (giacchè comandavano agli Stati di Mantova e Modena, a tutto il Milanese e Monferrato, e quasi a tutto il Piemonte), che potevano lungamente contrastare ai cesarei il dominio di quegli stati, e forse anche ristringere il duca di Savoia e il principe Eugenio, sprovveduto di tutto, ne' contorni di Torino. Ma i fuggitivi Gallispani presero le strade che guidano in Francia; e sembrando loro di aver sempre alle reni le sciable tedesche, affrettarono i passi per valicar l'Alpi. Raccolti ch'ebbe il duca d'Orleans quanti potè de' suoi, tenuto fu consiglio se si avesse a marciare verso la Francia o verso Milano. Il passaggio alla volta del Milanese non parve sicuro, giacchè, oltre alla gran diserzione, si trovavano le truppe col timore in corpo per la patita disgrazia; più facile dunque il ricoverarsi nel Delfinato, dove già tanti di essi s'erano incamminati. Così fecero; laonde restò più libero il campo all'armi collegate per cogliere il frutto dell'insigne loro vittoria.Non perdè tempo il ducaVittorio Amedeocolprincipe Eugeniodopo la presa di Civasso a ripigliare Ivrea, Trino Verrua, Crescentino, Asti, Vercelli ed altri luoghi del Piemonte. Entrate le lor truppe nello Stato di Milano, Novara nel dì 20 di settembre aprì loro le porte. Erasi ritirato da Milano a Pizzighittone, con poscia passare a Mantova ilprincipe di Vaudemontgovernatore; e però i magistrati veggendo avvicinarsi alla suddetta metropoli di Milano il principe Eugenio, nel dì 24 di esso mese spedirono i loro deputati ad offerirgli le chiavi. Vi entrarono poscia gli imperiali; fu cantato solenneTe Deum, e posto il blocco a quel castello, fortissimo bensì di mura e bastioni, ma mal provveduto di viveri. Lodi, Vigevano, Cassano, Arona, Trezzo, Lecco, Soncino, Como ed altri luoghi vennero anch'essi all'ubbidienza diCarlo IIIre di Spagna. Sollevatosi il popolo dell'importante città di Pavia, al vedere apertala trincea dai Tedeschi sotto la lor città, obbligò quella guernigion gallispana a capitolar la resa nel principio d'ottobre. Fu dipoi posto l'assedio a Pizzighittone, a cui intervenne anche il duca di Savoia. Ma a lui premendo sopra ogni altra cosa l'acquisto d'Alessandria, perchè, secondo i patti, dovea questa passare in suo dominio col Monferrato, Mantovano, Valenza e Lomellina, colà inviò il principe Eugenio, e fece aprir la trincea sotto quella città. Non vi fu però bisogno di breccia; questa fu fatta ben larga da un magazzino di polve che era sulle mura della città, a cui o per accidente o per manifattura di uomini, fu attaccato il fuoco. Per sì orrendo scoppio andarono a terra moltissime case, e sopra tutto un convento vicino, o pur due, di religiose, e sotto le rovine rimasero seppellite circa mille persone. Perciò il general conteColmenerosi trovò forzato a rendere la città nel dì 21 d'ottobre. Perchè egli poi conseguì l'importante governo del castello di Milano sua vita natural durante, ebbe origine la fama ch'egli avesse comperato quel posto col sacrifizio della suddetta città d'Alessandria, cioè col detestabile incendio di quel magazzino. Poco prima erano entrati i cesarei nella città di Tortona; e ritiratosi quel presidio di ducento uomini nella cittadella, perchè si ostinò nella difesa, un giorno entrativi gli assedianti con un feroce assalto, li misero tutti a fil di spada. Nel dì 29 di ottobre la guernigion franzese di Pizzighittone capitolò la resa, e se ne andò a Cremona. Passarono dipoi il ducaVittorio Amedeoe ilprincipe Eugenio, già dichiarato governator di Milano, sotto Casale di Monferrato. Venne la città, nel dì 16 di novembre, all'ubbidienza di esso duca, che ne prese per sè il possesso, e fu riconosciuto per signore del Monferrato da quella cittadinanza. Nella notte precedente al dì 20 di novembre i cesarei, che teneano bloccata la città di Modena, assistiti da alcune migliaia di contadini armati, entrarono in essa, acclamandoi nomi dell'imperadore e del ducaRinaldo d'Este; e tosto formarono il blocco di quella cittadella, siccome ancora di Mont'Alfonso e Sestola, due altre fortezze d'esso duca di Modena. Fu anche messo da' collegati l'assedio a Valenza. Qualche altro migliaio di Franzesi, nel perdere le suddette piazze, restò prigioniere degli Alemanni o del duca di Savoia. Circa mille e ottocento nel solo Casale vennero in loro potere. Oggetto di gran meraviglia fu presso gl'Italiani il mirar tanti effetti di una sola vittoria, e il rapido acquisto fatto in sì poco tempo da' collegati.Non furono in quest'anno meno strepitose le scene della guerra in altri paesi. Uscirono di buon'ora in campagna l'elettor di Bavierae ilmaresciallo di Villeroy, già rimesso in libertà, coll'esercito franzese in Fiandra. Non dormiva ilduca di Marborouggenerale della lega in quelle parti; e poste anch'egli in ordine le sue forze, marciò contro i nemici, e si trovarono a fronte le due armate presso di Rameglì nel dì 25 di maggio, cioè nella domenica di Pentecoste. Mentre i collegati erano dietro a forzar quella terra, si attaccò una fiera battaglia che durò più di due ore. Finalmente, trovandosi i Franzesi inferiori nel numero della cavalleria, bisognò che cedessero all'empito della contraria, e andarono in rotta, inseguiti poi per due altre ore da' vincitori. Fu creduto che in quel terribile conflitto perdessero la vita quattro mila Franzesi, ed altrettanti fossero feriti colla perdita di molte artiglierie, bandiere e stendardi. Più di tre mila con ducento uffiziali rimasero prigionieri; ma forse il maggior loro danno provenne dalla smoderata diserzione, di modo che quell'armata restò per qualche tempo in una somma fiacchezza, e convenne rinforzarla con truppe tirate dall'Alsazia, ma senza che ella potesse da lì innanzi arrestare il torrente de' nemici. Anche questa vittoria si tirò dietro delle straordinarie conseguenze. Lovanio e Brusselles tardarono pocoa riconoscere per loro signoreCarlo IIIre di Spagna. Altrettanto fecero Bruges, Dam e Odenard. Pareva che la ricca e nobil città d'Anversa non volesse il giogo, perchè presidiata da dodici battaglioni gallispani; ma quella cittadinanza e il comandante della cittadella, ben affetti al nome austriaco, tanto operarono, che nel dì 6 di giugno, avendo quel presidio ottenuto onorevoli patti, ne fece la consegna all'armi de' collegati. Fu posto l'assedio ad Ostenda, e in meno di otto giorni, cioè nel dì 6 di luglio, entrarono in possesso pel re Carlo III gli Anglolandi, siccome ancora fecero nel dì seguente in Neoporto, e poscia in Coutrai. La forza fu quella che fece piegare il collo a Menin, piazza, in cui si trovò gran resistenza. Dendermonda ed Ath vennero anch'esse alla loro ubbidienza, di modo che anche in quella parte ebbero un terribile scacco l'armi delle due corone. Nè fu pur loro più propizia la fortuna in Ispagna. Stava sul cuore del reFilippo Vla perdita della riguardevol città di Barcellona, al cui esempio s'era ribellata quasi tutta la Catalogna e il regno di Valenza. Per ricuperarla non perdonò a spesa e diligenza alcuna; raunò un buon esercito di Spagnuoli; ebbe dal re Cristianissimo avolo suo un poderoso rinforzo di truppe, condotto dalduca di Noaglies. Ciò fatto, siccome principe generoso, volle in persona intervenire a quell'impresa, per maggiormente accalorarla. Si mosse da Madrid verso il fine di febbraio, e giunse sotto Barcellona, al cui assedio fu dato principio. Dentro vi era lo stesso reCarlo III, che, veggendo la città sfornita di soldatesche, ed aperte tutte le breccie dell'anno precedente, fu in forse se dovea ritirarsi. Tale nondimeno a lui parve l'asserzione e il coraggio di quel popolo, che determinò di non abbandonarlo. Mirabili cose fecero que' cittadini, sì uomini che donne, ed anche i religiosi claustrali, per preparar ripari, per difendersi sino all'ultimo fiato, ben consapevoli che colla perdita della città andavano a perderei tanti lor privilegii, e correano pericolo le loro stesse vite. Tutti i loro sforzi non poteano impedire la grandine delle bombe e i frequenti, anzi continui, tiri delle batterie nemiche: offese che rovesciarono gran copia di case, e già formavano considerabili breccie nelle mura. Di peggio vi fu, perchè riuscì agli assedianti d'insignorirsi dei due forti del Mongiovì, dove perirono quasi tutti quei pochi Inglesi ed Olandesi ch'erano ivi alla difesa. Si trovò allora agli estremi la città; e contuttochè i fedeli Catalani mai nè per le morti nè per le incredibili fatiche si avvilissero, pure fu dai più consigliato il re Carlo a sottrarsi alla rovina imminente con tentare la fuga per mare, benchè la flotta franzese tenesse bloccato quel porto. Ma più potè in lui l'amore conceputo verso i poveri cittadini che il proprio pericolo. S'egli si ritirava, la città tosto era perduta. Arrivò in fine, nel dì 8 di maggio, il sospirato soccorso della flotta anglolanda, che fece ritirar la franzese a Tolone, e sbarcò in Barcellona più di cinque mila combattenti, con inesplicabil gioia di quella cittadinanza. Sì poderoso aiuto, e il restare aperto il mare ad altri soccorsi, fecero risolvere il re Filippo V a sciogliere quell'assedio, e a ritirarsi non già per l'Aragona, ma pel Rossiglione in Francia. Accadde la levata del campo nella mattina del dì 12 di maggio, in cui seguì uno dei maggiori ecclissi del sole tre ore prima del mezzo giorno: avvenimento che notabilmente accrebbe il terrore nell'armata che si ritirava in gran fretta. Lasciarono gli Spagnuoli nel campo più di cento cannoni con ventisette mortari, cinque mila barili di polve, due mila bombe, con gran quantità di altri militari attrezzi, e di munizioni da bocca e da guerra. Furono poi nella marcia inseguiti, flagellati e svaligiati da una continua persecuzione de' Micheletti alla coda e ai fianchi. Passò il re Filippo per Perpignano e per la Navarra, e si restituì sollecitamente a Madrid.Ma mentre sotto Barcellona si trovavaimpegnato esso monarca, ilmilord Gallovay, che comandava le truppe inglesi nel Portogallo, benchè poco si accordasse il suo parere con quello dei generali portoghesi, pure tanto fece, che unitamente passarono sotto Alcantara, e la presero. Apertasi con ciò la strada fino a Madrid, colà dipoi s'incamminò il loro esercito, e pervenne al celebratissimo monistero dell'Escuriale. Non si credè sicuro allora in Madrid ilre Filippo, e però, scortato con quattro mila cavalli e cinque mila fanti dalduca di Bervic, si ritirò altrove con tutta la corte. Nel dì 2 di luglio fu solennemente proclamato nella città di MadridCarlo IIIper re di Spagna. S'egli sollecitava il suo viaggio a quella capitale, e se l'armata dei collegati avesse senza dimora inseguito il re Filippo, forse restavano in precipizio gli affari della real casa di Borbone in quelle parti. Ma il re Carlo, udita la sollevazione d'Aragona in suo favore, volle passar prima a Saragozza, per ricevere ivi gli omaggi di quei popoli. Intanto rinforzato il re Filippo dai soccorsi spediti dal re Cristianissimo, dopo aver fatto ritirar gli alleati inferiori di forze, rientrò nella scompigliata città di Madrid. Corse dei gravi pericoli il re Carlo, perchè abbandonato dai Portoghesi; pure ebbe la fortuna di scampare a Valenza, dove con gran plauso fu ricevuto da quel popolo. L'odio inveterato che passa fra i Castigliani e Portoghesi, e il maggiore che professavano i primi contro gli Anglolandi per la diversità della religione, sommamente giovarono al re Filippo, e nocquero all'emulo suo. Intanto anche Cartagena ed Alicante, per timor della flotta possente dei collegati, alzò la bandiera del re Carlo. In questa confusione restarono nel presente anno le cose della Spagna. In esso ancora ad una fiera calamità fu sottoposto l'Abbruzzo per un orribil tremuoto, che nel dì 3 di novembre interamente desolò una gran quantità di terre colla morte di assaissimi di quegli abitanti, e con recare gravissimi dannieziandio a molte altre. Di tal disavventura partecipò anche la Calabria. Parea che in questi tempi un tal flagello fosse divenuto cosa familiare. Di gravi contribuzioni esigerono i Tedeschi nel verno dai principi d'Italia; e non esentarono da esse, e nè pur dai quartieri gli Stati di Parma e Piacenza, ancorchè protetti dalle bandiere di San Pietro. L'accordo fatto dal ducaFrancesco Farnese, nel dì 14 di dicembre, di pagare novanta mila doble agl'imperiali, fu dipoi riprovato dal sommo pontefice, che passò anche a fulminar censure contra di quei bravi esattori: il che maggiormente alterò la corte di Vienna contro la romana.

Se mai fu anno alcuno in Italia, anzi in Europa, fecondo di avvenimenti militari e di strane metamorfosi, certamente è da dire il presente. Fra i gran pensieri che agitavano la corte di Francia per sostenere la monarchia spagnuola lacerata o minacciata in tante parti dalle armi collegate, uno dei principali si scoprì essere quello di ultimar la distruzione diVittorio Amedeoduca di Savoia, principe che colle sue ardite risoluzioni avea fin qui obbligato il re CristianissimoLuigi XIVa mantenere in Italia una guerra che gli costava non pochi milioni ogni anno. Oppresso questo coraggioso principe, si credea facile il mettere le sbarre ad ulteriori tentativi della Germania contra lo Stato di Milano. Già avea per cinquantacinque giorni ilmarchese di Caragliosostenuto il castello di Nizza, benchè flagellato continuamente da cannoni e mortari delduca di Berwich, quando si vide ridotto all'estremo, e ridotto a capitolarne la resa con tutti gli onori militari nel dì 4 di gennaio. Fu poscia condannato quel castello a vedere uguagliate al suolo tutte le sue fortificazioni. Tanti preparamenti andava in questo mentre facendo ilduca della Fogliada, che poco ci voleva a comprendere tendenti le sue mire all'assedio di Torino. Perciò il saggio duca attese a ben premunirequella capitale e cittadella di quanto potea occorrere in sì fiero emergente; e da che vide cominciare le offese, con passaporti del nemico general franzese spedì a Genova la real sua famiglia, ed anch'egli si mise poi alla larga per maggior sicurezza, riducendosi a Cuneo e ad altri luoghi fin qui preservati dalle nemiche violenze. Ora non sì tosto ebbe il suddetto Fogliada ricevuta nuova gente da Francia con promessa ancora di maggiori rinforzi, che passata la metà di maggio accostatosi a Torino, diede principio alla circonvallazione intorno a quella cittadella, dove il prodeconte Daun, lasciato dal duca per governator di Torino insieme col marchese di Caraglio, avea messo un forte presidio de' suoi Tedeschi. Venuto poscia il giugno, aprì la trincea sotto quella fortezza, contando dopo l'acquisto di essa presa anche la città, benchè nè pure ommettesse le offese contro la città medesima. Orrendo spettacolo era il gran fuoco dì circa ducento tra cannoni e mortari continuamente impiegati dai Franzesi a gittar palle, bombe e sassi contro di essa città, e più contro della cittadella; e un pari trattamento lor faceano i tanti bronzi e fuochi degli assediati. Nello stesso tempo non lasciò il Fogliada di marciare con alcune migliaia di fanti e cavalli per voglia di cogliere, se gli veniva fatto, lo stesso duca di Savoia. Ma egli vigilante, ora scorrendo in un luogo ed ora in un altro, seppe sempre schermirsi dai nemici, e dar loro anche qualche percossa, finchè si ritirò nella valle di Lucerna, dove trovò assai fedeli e arditi alla sua difesa que' Barbetti. L'essersi perduti in questa diversione i Franzesi, cagion fu che non progredisse l'assedio di Torino con quel vigore che richiedeva la positura dei loro affari.

Tornato nella primavera ilprincipe Eugeniosul Trentino, quivi attese a far massa dei rinforzi a lui promessi, che, secondo il solito dei Tedeschi, con poca fretta andavano calando dalla Germania. Più sollecito ilduca di Vandomo, dappoichèfu ritornato anch'egli da Parigi, passata la metà di aprile, uscì in campagna con venticinque mila combattenti (altri han detto molto meno) a motivo di cacciar dal piano della Lombardia quelle brigate alemanne che vi erano restate, e di ristringere le loro speranze fra le montagne delle Alpi. Ben lo previde il principe Eugenio, e per non perdere l'adito in Italia, ordinò algenerale Reventlaudi postarsi fra Calcinato e Lonato con dodici mila tra fanti e cavalli alla Fossa Seriola, che gli avrebbe servito di antemurale. Furono malamente eseguiti gli ordini suoi, avendo quel generale trascurato di ben fortificarsi dalla parte di Lonato. Ora ecco, nel dì 19 d'aprile, sopraggiugnere il Vandomo dalla parte di Montechiaro, e poi di Calcinato il quale si spinse contro l'accampamento nemico. Aspro fu il conflitto, ma in fine i meno cedettero ai più, e gli Alemanni in rotta si ritirarono il meglio che poterono a Gavardo. Esaltarono i Franzesi questa vittoria, pretendendo che restassero prigionieri circa tre mila imperiali, ed altrettanti freddi sul campo; laddove gli altri contavano solamente ottocento gli estinti, e circa mille e cinquecento i prigioni e feriti. Certo è che i Franzesi acquistarono alquanti pezzi di cannone, molte baudiere e stendardi, e fecero bottino del bagaglio e delle provvisioni. Dopo questa percossa il principe Eugenio, vedendo chiusi i passi del Bresciano, andò a poco a poco ritirando dalle rive del lago di Garda le sue truppe, e a suo tempo improvvisamente sboccò di nuovo sul Veronese. Gravissimi danni avea patito nel precedente anno la repubblica veneta sul Bresciano, calpestato dalle due nemiche armate; maggiori li provò nel presente, perchè il Vandomo venne colle maggiori sue forze ad accamparsi in vicinanza di Verona, e stese le sue genti lungo l'Adige, per impedirne il passaggio agli imperiali. Con pretesto che dai Veneziani si prestasse o potesse prestare aiuto alle truppe cesaree, alzò dei fortini contro la cittàdi Verona, non solamente minacciando essa, ma fino il senato stesso, se non usciva di neutralità. Spinti da sì fatte violenze quei saggi signori, accrebbero il loro armamento, e risposero di buon tuono ai Franzesi, senza mai dipartirsi dalla presa risoluzione di non voler aderire a partito alcuno. Aveano stretta a questo fine, nel dì 12 di gennaio, una lega colle città svizzere di Berna e Zurigo. Intanto con finte marcie andava il principe Eugenio imbrogliando l'avvedutezza franzese, finchè, nel dì 6 di luglio, riuscì a un corpo di sua gente di valicar l'Adige alla Pettorazza, e di afforzarsi nell'opposta riva: il che aprì l'adito al passaggio di tutta la sua armata, che, per quanto si figurò la gente, ascendeva a trenta mila persone, benchè la fama la facesse giugnere sino a quaranta mila. Curiosa cosa fu il vedere come i dianzi sì baldanzosi Franzesi battessero una frettolosa ritirata senza mai voler mirare il volto dell'esercito nemico, finchè si ricoverarono di qua e di là dal Po sul Mantovano.

Fu in questi tempi che il re Cristianissimo, per bisogno di un eccellente generale in Fiandra, richiamò il duca di Vandomo, e in luogo suo a comandar l'armi in Italia spedìLuigi duca d'Orleanssuo nipote, principe che se non potea competere coll'altro nella sperienza militare, certo l'uguagliava nei valore, e il superava nella penetrazione e vivacità della mente. Venuto questo generoso principe colmaresciallo di Marsina Mantova, dove il Vandomo gli rassegnò il bastone del comando, passò dipoi a riconoscere i varii siti e tutte le forze franzesi. Trovò egli con suo rammarico ben diversa la faccia delle cose da quello che gli era stato supposto, talmente che si vide forzato a richiamar dal Piemonte alquante brigate per premura di opporsi all'avanzamento dell'oste nemica, e intanto si andò a postare a San Benedetto sul Mantovano di qua dal Po. Ma il principe Eugenio, al cui cuore non permetteva posa alcuna il pericolo dell'assediato Torino, e l'urgentebisogno del parente duca di Savoia, animosamente proseguiva il suo viaggio. Nel dì 17 di luglio passò il Po alla Polesella, e quasi che le sue truppe avessero l'ali, si videro nel dì 19 comparire sino al Finale di Modena alcuni suoi ussari e cavalli leggieri. Sul fine del mese valicò l'armata cesarea il Panaro e la Secchia a San Martino, e giunta sotto Carpi, costrinse cinquecento Franzesi a rendersi prigionieri, ed ivi prese riposo, finchè colà giungesse tutta la sua artiglieria. Nel dì 13 d'agosto entrò il principe Eugenio nella città di Reggio, con farvi prigione quel presidio franzese, e lasciar ivi tutti i suoi malati con sufficiente guernigione di sani. Altra gente lasciò egli all'Adige, Po, Panaro ed altri luoghi, per mantener la comunicazione con lo Stato veneto. Progrediva in questo mentre il memorabile assedio di Torino, e maraviglie di valore facevano tutto dì non meno gli aggressori che i difensori. Le artiglierie, le bombe, le mine giocavano continuamente da ambe le parti, e gran sangue costavano le sortite che di tanto in tanto si facevano ora dalla città ed ora dalla cittadella. Pure sollecitando ilduca della Fogliadai lavori e le offese, si vide in fine spalancata un'ampia breccia nelle mura d'essa cittadella, ed aperto il varco agli ultimi tentativi dell'armi franzesi. Furono ben fatti nel di dentro non pochi argini e ripari; ma in fine conveniva confessare ridotta all'agonia quella forte piazza, perchè di troppo sminuito per le malattie e ferite il presidio, e consumate oramai quasi tutte le munizioni da guerra. Erano dunque riposte tutte le speranze nell'avvicinamento del soccorso cesareo, condotto dalprincipe Eugenio, e nel potersi sostenere tanto ch'egli giugnesse.

Ora mentre esso principe marciava coll'esercito suo di qua dal Po alla volta del Parmigiano e Piacentino, ilduca di Orleans, dopo aver lasciato un corpo di truppe altenente generale Medavì, affinchè si opponesse sul Bresciano ai disegni delle truppe assiane che calavano in Italia, valicòa Guastalla il Po coll'esercito suo, e cominciò dall'altra parte di quel fiume a costeggiare i nemici, perchè non si sentiva voglia di affrontarsi con loro, se non avea sicuro il giuoco. Continuò l'armata cesarea i suoi passi senza mettersi apprensione delle angustie della Stradella, e di aver da passare per paese guernito di piazze nemiche. Era già sul fine di agosto, quando il duca di Savoia tutto pien di giubilo, e scortato da alcune centinaia di cavalli, giunse a consolar gli occhi suoi colla vista del tanto sospirato soccorso, e della presenza del principe Eugenio, con cui cominciò a divisare quanto occorreva nell'imminente bisogno. Ciò che recava loro non lieve affanno, era la mancanza dei viveri in paese sbrollo per sì lunga guerra e qualche scarsezza di munizione da guerra. Ma di questo si prese cura la fortuna, perchè nel dì 5 di settembre venne loro avviso che dalla valle di Susa calava un grosso convoglio di ottocento e forse più muli e bestie da soma, che conducevano al campo franzese polve da fuoco, farine, armi ed altre munizioni, sotto la scorta di cinquecento cavalli. Non è da chiedere se di buona voglia accorsero colà i Tedeschi. A riserva di ducento bestie che si salvarono colla fuga, il resto fu preso in un punto, e poco dopo anche il castello di Pianezza, in cui furono fatti prigioni da ducento Franzesi, fra' quali molti uffiziali, con trovarsi ivi anche altra copia di vettovaglie. Avendo poscia il duca di Savoia unite all'esercito cesareo quelle poche truppe regolate che gli restavano, e comandata l'occorrente copia di milizie forensi e di guastatori, fu determinato nel consiglio di avventurar la battaglia nel dì 17 di settembre. Intanto era giunto ilduca di Orleansad unirsi colduca della Fogliadasotto Torino. Tenuto fu un gran consiglio dai generali, per fissar la maniera di accogliere la visita dell'esercito imperiale. Il sentimento del duca generalissimo, sostenuto da più ragioni, e da non pochi uffiziali applaudito, era di abbandonar le trincee, e, uscendo in aperta campagna,di far giornata campale co' nemici. Di diverso parere fu ilmaresciallo di Marsin, dato come per aio al duca d'Orleans insistendo egli che non si avesse in un momento a perdere il frutto di tante fatiche per ridurre agli estremi la cittadella di Torino; essere tanta la superiorità delle proprie forze, sì ben muniti e forti i trinceramenti, che il tentare i Tedeschi di superarli era un cercare l'inevitabil loro rovina. Ma persistendo il duca d'Orleans nel suo proponimento, diede fine il Marsin alla disputa con isfoderare un ordine della corte di non abbandonare le trincee: il che ebbe a far disperare il duca, che ad alta voce predisse l'esito infelice della sconsigliata risoluzione; ma convenne ubbidire.

Appena spuntò in cielo l'alba del dì 7 di settembre, che tutto il cesareo esercito con gran festa, impaziente di combattere, corse all'armi, e, secondo le disposizioni fatte, s'inviò in ordinanza, ma senza toccar tamburi o trombe verso i trinceramenti nemici formati fra la Dora e la Stura. Alti erano gli argini, profonde le fosse, guernite le linee tutte d'artiglieria e moschetteria, che con terribil fuoco e furor di palle cominciarono a salutare gli arditi aggressori. Ma a sì scortese ricevimento s'era preparato il coraggio tedesco. Per due ore continuò il sanguinoso combattimento, studiandosi gli uni di entrar nelle trincee, e gli altri di ripulsarli. Fu creduto che circa due mila imperiali vi perdessero la vita prima di poter superare que' forti ostacoli. Ma in fine li superarono, e data ne fu la gloria ai Prussiani condotti dalprincipe di Anhalt, che de' primi sboccarono nella circonvallazione nemica. Per la troppo lunga estension delle linee era distribuita, anzi dispersa la milizia de' Gallispani. Però non sì tosto vi penetrò il grosso corpo dei Prussiani, che si sparse il terrore e la costernazione per gli altri vicini postamenti. Fecero bensì vigorosa resistenza alcuni corpi di riserva, o pure riuniti, sì fanti che cavalli, ma in fine rimasero rovesciati dall'empito de' nemici;e da che furono da' guastatori spianate molte di quelle barriere, il resto dell'esercito cesareo entrato potè menar le mani. Allora non pensarono più i Gallispani che a salvarsi; e chi potè fuggire, fuggì. Alduca d'Orleanstoccarono alcune ferite, dalle quali fu obbligato a ritirarsi per farsi curare. Ilmaresciallo di Marsingravemente ferito fu preso, ma nel dì seguente morì, risparmiando a sè stesso il dispiacere di comparire a Parigi colla testa bassa per iscusare l'infelicità dei suoi consigli. A udire le relazioni de' vincitori, più di quattro mila e cinquecento furono i Gallispani rimasti uccisi nel campo; più di sette mila i fatti prigioni, parte nel campo stesso, e parte alla Montagna e a Chieri, colla guernigion di Civasso, fra i quali almeno ducento uffiziali. A sì fatta lista si può ben far qualche detrazione. Certo è che vennero in mano del vittorioso ducaVittorio Amedeopiù di cento cinquanta pezzi di cannone e circa sessanta mortai. Il doppio si legge nelle relazioni suddette. Oltre a ciò, un'immensa quantità di bombe, granate, palle, polveri da fuoco ed altri militari attrezzi, con forse due o più mila tra cavalli, muli e buoi. Gran bagaglio, molta argenteria e tutte le tende rimasero in preda dei soldati, e fu detto che fin la cassa di guerra entrasse nel ricco bottino. Non finì la giornata che il duca di Savoia col principe Eugenio fece la sua entrata in Torino fra i viva del suo festeggiante popolo, e a dirittura si portò alla cattedrale a tributare i suoi ringraziamenti all'Altissimo, dalla cui clemenza e protezione riconosceva sì memorabil vittoria. Il poco di polve che oramai restava al conte Daun per difesa di Torino servì a solennizzare quelTe Deumcol rimbombo di tutte le artiglierie. E tale fu quella famosa giornata e vittoria, che tanto più riempiè di stupore l'Europa tutta, non che l'Italia, perchè non potea l'oste cesarea ascendere a più di trenta mila persone, e forse nè pur vi arrivava per li tanti malati lasciati indietro, e perli tanti staccamenti rimasti nel Ferrarese, al Finale di Modena, a Carpi, Reggio ed altri luoghi, affine di assicurarsi la ritirata in caso di bisogno. Laddove nell'esercito Gallispano, secondo la comune credenza, si contavano circa cinquanta mila combattenti, se non che i Franzesi dopo sì gran percossa ne sminuirono di molto il numero; e veramente tenevano anche essi qua e là de' presidii, e già dicemmo che un corpo d'essi stato era spedito in rinforzo alconte di Medavì, di cui ora convien fare menzione.

Era calato in ItaliaFederico principe d'Hassia Casselcon cinque mila e secento soldati tra fanti e cavalli di sua nazione, e andò ad accoppiarsi con altri quattro mila fanti e secento cavalli cesarei comandali delgenerale Vetzel. Dopo aver egli espugnato Goito sul Mantovano, passò ad assediare Castiglion delle Stiviere, e, presa la terra, bersagliava il castello. Ma nel dì 19 di settembre colà giunse il tenente general franzeseconte di Medavìcon egual nerbo, e forse maggiore, di gente, e gli diede battaglia. Se ne andò sconfitto l'hassiano con perdita di più di due mila persone (i Franzesi dissero molto più), di alquante bandiere e stendardi, dell'artiglieria grossa e minuta, delle munizioni e bagaglio. Di questa vittoria avrebbe saputo prevalersi il Medavì, se non avesse atteso a liberar la terra di Castiglione, e non gli fosse giunto il funesto avviso della liberazion di Torino, due giorni prima accaduta. Corso egli colla sua gente a Milano; il principe di Hassia andò poscia ad unire il resto delle sue truppe col principe Eugenio, e il generale Vetzel colle sue venne a formare una specie di blocco alla città di Modena. Non bastò alla fortuna di mostrar sì favorevole il volto ai collegati in Italia colla vittoria di Torino; avvenne anche un'altra mirabil contingenza, che servì a coronare quella gran giornata. Se i Franzesi nella fuga avessero volte le gambe verso il Monferrato e Stato di Milano, tanti ne restavano tuttavia diloro, tante piazze da loro dipendenti (giacchè comandavano agli Stati di Mantova e Modena, a tutto il Milanese e Monferrato, e quasi a tutto il Piemonte), che potevano lungamente contrastare ai cesarei il dominio di quegli stati, e forse anche ristringere il duca di Savoia e il principe Eugenio, sprovveduto di tutto, ne' contorni di Torino. Ma i fuggitivi Gallispani presero le strade che guidano in Francia; e sembrando loro di aver sempre alle reni le sciable tedesche, affrettarono i passi per valicar l'Alpi. Raccolti ch'ebbe il duca d'Orleans quanti potè de' suoi, tenuto fu consiglio se si avesse a marciare verso la Francia o verso Milano. Il passaggio alla volta del Milanese non parve sicuro, giacchè, oltre alla gran diserzione, si trovavano le truppe col timore in corpo per la patita disgrazia; più facile dunque il ricoverarsi nel Delfinato, dove già tanti di essi s'erano incamminati. Così fecero; laonde restò più libero il campo all'armi collegate per cogliere il frutto dell'insigne loro vittoria.

Non perdè tempo il ducaVittorio Amedeocolprincipe Eugeniodopo la presa di Civasso a ripigliare Ivrea, Trino Verrua, Crescentino, Asti, Vercelli ed altri luoghi del Piemonte. Entrate le lor truppe nello Stato di Milano, Novara nel dì 20 di settembre aprì loro le porte. Erasi ritirato da Milano a Pizzighittone, con poscia passare a Mantova ilprincipe di Vaudemontgovernatore; e però i magistrati veggendo avvicinarsi alla suddetta metropoli di Milano il principe Eugenio, nel dì 24 di esso mese spedirono i loro deputati ad offerirgli le chiavi. Vi entrarono poscia gli imperiali; fu cantato solenneTe Deum, e posto il blocco a quel castello, fortissimo bensì di mura e bastioni, ma mal provveduto di viveri. Lodi, Vigevano, Cassano, Arona, Trezzo, Lecco, Soncino, Como ed altri luoghi vennero anch'essi all'ubbidienza diCarlo IIIre di Spagna. Sollevatosi il popolo dell'importante città di Pavia, al vedere apertala trincea dai Tedeschi sotto la lor città, obbligò quella guernigion gallispana a capitolar la resa nel principio d'ottobre. Fu dipoi posto l'assedio a Pizzighittone, a cui intervenne anche il duca di Savoia. Ma a lui premendo sopra ogni altra cosa l'acquisto d'Alessandria, perchè, secondo i patti, dovea questa passare in suo dominio col Monferrato, Mantovano, Valenza e Lomellina, colà inviò il principe Eugenio, e fece aprir la trincea sotto quella città. Non vi fu però bisogno di breccia; questa fu fatta ben larga da un magazzino di polve che era sulle mura della città, a cui o per accidente o per manifattura di uomini, fu attaccato il fuoco. Per sì orrendo scoppio andarono a terra moltissime case, e sopra tutto un convento vicino, o pur due, di religiose, e sotto le rovine rimasero seppellite circa mille persone. Perciò il general conteColmenerosi trovò forzato a rendere la città nel dì 21 d'ottobre. Perchè egli poi conseguì l'importante governo del castello di Milano sua vita natural durante, ebbe origine la fama ch'egli avesse comperato quel posto col sacrifizio della suddetta città d'Alessandria, cioè col detestabile incendio di quel magazzino. Poco prima erano entrati i cesarei nella città di Tortona; e ritiratosi quel presidio di ducento uomini nella cittadella, perchè si ostinò nella difesa, un giorno entrativi gli assedianti con un feroce assalto, li misero tutti a fil di spada. Nel dì 29 di ottobre la guernigion franzese di Pizzighittone capitolò la resa, e se ne andò a Cremona. Passarono dipoi il ducaVittorio Amedeoe ilprincipe Eugenio, già dichiarato governator di Milano, sotto Casale di Monferrato. Venne la città, nel dì 16 di novembre, all'ubbidienza di esso duca, che ne prese per sè il possesso, e fu riconosciuto per signore del Monferrato da quella cittadinanza. Nella notte precedente al dì 20 di novembre i cesarei, che teneano bloccata la città di Modena, assistiti da alcune migliaia di contadini armati, entrarono in essa, acclamandoi nomi dell'imperadore e del ducaRinaldo d'Este; e tosto formarono il blocco di quella cittadella, siccome ancora di Mont'Alfonso e Sestola, due altre fortezze d'esso duca di Modena. Fu anche messo da' collegati l'assedio a Valenza. Qualche altro migliaio di Franzesi, nel perdere le suddette piazze, restò prigioniere degli Alemanni o del duca di Savoia. Circa mille e ottocento nel solo Casale vennero in loro potere. Oggetto di gran meraviglia fu presso gl'Italiani il mirar tanti effetti di una sola vittoria, e il rapido acquisto fatto in sì poco tempo da' collegati.

Non furono in quest'anno meno strepitose le scene della guerra in altri paesi. Uscirono di buon'ora in campagna l'elettor di Bavierae ilmaresciallo di Villeroy, già rimesso in libertà, coll'esercito franzese in Fiandra. Non dormiva ilduca di Marborouggenerale della lega in quelle parti; e poste anch'egli in ordine le sue forze, marciò contro i nemici, e si trovarono a fronte le due armate presso di Rameglì nel dì 25 di maggio, cioè nella domenica di Pentecoste. Mentre i collegati erano dietro a forzar quella terra, si attaccò una fiera battaglia che durò più di due ore. Finalmente, trovandosi i Franzesi inferiori nel numero della cavalleria, bisognò che cedessero all'empito della contraria, e andarono in rotta, inseguiti poi per due altre ore da' vincitori. Fu creduto che in quel terribile conflitto perdessero la vita quattro mila Franzesi, ed altrettanti fossero feriti colla perdita di molte artiglierie, bandiere e stendardi. Più di tre mila con ducento uffiziali rimasero prigionieri; ma forse il maggior loro danno provenne dalla smoderata diserzione, di modo che quell'armata restò per qualche tempo in una somma fiacchezza, e convenne rinforzarla con truppe tirate dall'Alsazia, ma senza che ella potesse da lì innanzi arrestare il torrente de' nemici. Anche questa vittoria si tirò dietro delle straordinarie conseguenze. Lovanio e Brusselles tardarono pocoa riconoscere per loro signoreCarlo IIIre di Spagna. Altrettanto fecero Bruges, Dam e Odenard. Pareva che la ricca e nobil città d'Anversa non volesse il giogo, perchè presidiata da dodici battaglioni gallispani; ma quella cittadinanza e il comandante della cittadella, ben affetti al nome austriaco, tanto operarono, che nel dì 6 di giugno, avendo quel presidio ottenuto onorevoli patti, ne fece la consegna all'armi de' collegati. Fu posto l'assedio ad Ostenda, e in meno di otto giorni, cioè nel dì 6 di luglio, entrarono in possesso pel re Carlo III gli Anglolandi, siccome ancora fecero nel dì seguente in Neoporto, e poscia in Coutrai. La forza fu quella che fece piegare il collo a Menin, piazza, in cui si trovò gran resistenza. Dendermonda ed Ath vennero anch'esse alla loro ubbidienza, di modo che anche in quella parte ebbero un terribile scacco l'armi delle due corone. Nè fu pur loro più propizia la fortuna in Ispagna. Stava sul cuore del reFilippo Vla perdita della riguardevol città di Barcellona, al cui esempio s'era ribellata quasi tutta la Catalogna e il regno di Valenza. Per ricuperarla non perdonò a spesa e diligenza alcuna; raunò un buon esercito di Spagnuoli; ebbe dal re Cristianissimo avolo suo un poderoso rinforzo di truppe, condotto dalduca di Noaglies. Ciò fatto, siccome principe generoso, volle in persona intervenire a quell'impresa, per maggiormente accalorarla. Si mosse da Madrid verso il fine di febbraio, e giunse sotto Barcellona, al cui assedio fu dato principio. Dentro vi era lo stesso reCarlo III, che, veggendo la città sfornita di soldatesche, ed aperte tutte le breccie dell'anno precedente, fu in forse se dovea ritirarsi. Tale nondimeno a lui parve l'asserzione e il coraggio di quel popolo, che determinò di non abbandonarlo. Mirabili cose fecero que' cittadini, sì uomini che donne, ed anche i religiosi claustrali, per preparar ripari, per difendersi sino all'ultimo fiato, ben consapevoli che colla perdita della città andavano a perderei tanti lor privilegii, e correano pericolo le loro stesse vite. Tutti i loro sforzi non poteano impedire la grandine delle bombe e i frequenti, anzi continui, tiri delle batterie nemiche: offese che rovesciarono gran copia di case, e già formavano considerabili breccie nelle mura. Di peggio vi fu, perchè riuscì agli assedianti d'insignorirsi dei due forti del Mongiovì, dove perirono quasi tutti quei pochi Inglesi ed Olandesi ch'erano ivi alla difesa. Si trovò allora agli estremi la città; e contuttochè i fedeli Catalani mai nè per le morti nè per le incredibili fatiche si avvilissero, pure fu dai più consigliato il re Carlo a sottrarsi alla rovina imminente con tentare la fuga per mare, benchè la flotta franzese tenesse bloccato quel porto. Ma più potè in lui l'amore conceputo verso i poveri cittadini che il proprio pericolo. S'egli si ritirava, la città tosto era perduta. Arrivò in fine, nel dì 8 di maggio, il sospirato soccorso della flotta anglolanda, che fece ritirar la franzese a Tolone, e sbarcò in Barcellona più di cinque mila combattenti, con inesplicabil gioia di quella cittadinanza. Sì poderoso aiuto, e il restare aperto il mare ad altri soccorsi, fecero risolvere il re Filippo V a sciogliere quell'assedio, e a ritirarsi non già per l'Aragona, ma pel Rossiglione in Francia. Accadde la levata del campo nella mattina del dì 12 di maggio, in cui seguì uno dei maggiori ecclissi del sole tre ore prima del mezzo giorno: avvenimento che notabilmente accrebbe il terrore nell'armata che si ritirava in gran fretta. Lasciarono gli Spagnuoli nel campo più di cento cannoni con ventisette mortari, cinque mila barili di polve, due mila bombe, con gran quantità di altri militari attrezzi, e di munizioni da bocca e da guerra. Furono poi nella marcia inseguiti, flagellati e svaligiati da una continua persecuzione de' Micheletti alla coda e ai fianchi. Passò il re Filippo per Perpignano e per la Navarra, e si restituì sollecitamente a Madrid.

Ma mentre sotto Barcellona si trovavaimpegnato esso monarca, ilmilord Gallovay, che comandava le truppe inglesi nel Portogallo, benchè poco si accordasse il suo parere con quello dei generali portoghesi, pure tanto fece, che unitamente passarono sotto Alcantara, e la presero. Apertasi con ciò la strada fino a Madrid, colà dipoi s'incamminò il loro esercito, e pervenne al celebratissimo monistero dell'Escuriale. Non si credè sicuro allora in Madrid ilre Filippo, e però, scortato con quattro mila cavalli e cinque mila fanti dalduca di Bervic, si ritirò altrove con tutta la corte. Nel dì 2 di luglio fu solennemente proclamato nella città di MadridCarlo IIIper re di Spagna. S'egli sollecitava il suo viaggio a quella capitale, e se l'armata dei collegati avesse senza dimora inseguito il re Filippo, forse restavano in precipizio gli affari della real casa di Borbone in quelle parti. Ma il re Carlo, udita la sollevazione d'Aragona in suo favore, volle passar prima a Saragozza, per ricevere ivi gli omaggi di quei popoli. Intanto rinforzato il re Filippo dai soccorsi spediti dal re Cristianissimo, dopo aver fatto ritirar gli alleati inferiori di forze, rientrò nella scompigliata città di Madrid. Corse dei gravi pericoli il re Carlo, perchè abbandonato dai Portoghesi; pure ebbe la fortuna di scampare a Valenza, dove con gran plauso fu ricevuto da quel popolo. L'odio inveterato che passa fra i Castigliani e Portoghesi, e il maggiore che professavano i primi contro gli Anglolandi per la diversità della religione, sommamente giovarono al re Filippo, e nocquero all'emulo suo. Intanto anche Cartagena ed Alicante, per timor della flotta possente dei collegati, alzò la bandiera del re Carlo. In questa confusione restarono nel presente anno le cose della Spagna. In esso ancora ad una fiera calamità fu sottoposto l'Abbruzzo per un orribil tremuoto, che nel dì 3 di novembre interamente desolò una gran quantità di terre colla morte di assaissimi di quegli abitanti, e con recare gravissimi dannieziandio a molte altre. Di tal disavventura partecipò anche la Calabria. Parea che in questi tempi un tal flagello fosse divenuto cosa familiare. Di gravi contribuzioni esigerono i Tedeschi nel verno dai principi d'Italia; e non esentarono da esse, e nè pur dai quartieri gli Stati di Parma e Piacenza, ancorchè protetti dalle bandiere di San Pietro. L'accordo fatto dal ducaFrancesco Farnese, nel dì 14 di dicembre, di pagare novanta mila doble agl'imperiali, fu dipoi riprovato dal sommo pontefice, che passò anche a fulminar censure contra di quei bravi esattori: il che maggiormente alterò la corte di Vienna contro la romana.


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