MDCCXIIAnno diCristoMDCCXII. IndizioneV.Clemente XIpapa 13.Carlo VIimperadore 2.Fin dall'anno precedente era penetrata dall'Ungheria in Italia la mortalità de' buoi, flagello di cui non v'ha persona che non intenda le funestissime conseguenze in danno del genere umano. Ma nel presente così ampiamente si dilatò pel Veronese, Bresciano, Mantovano e Stato di Milano, che fece un orrido scempio di sì utile, anzi necessario, genere di animali. Anche il regno di Napoli e lo Stato della Chiesa soffrì immensi danni per questa micidiale epidemia. Correndo il mese di settembre, fu detto che in esso regno fossero periti settanta mila capi di buoi e vacche, e nel solo Cremonese più di quattordici mila; e il male progrediva a gran passi nelle vicinanze. Nel presente anno venne a visitar l'ItaliaFederigo Augusto, principe reale di Polonia ed elettorale di Sassonia, e ricevette in Modena ogni maggior dimostrazione di stima dalduca Rinaldo. Di là passò a Bologna, dove, abiurato il luteranismo, abbracciò la religione cattolica, che servì poscia a lui di gradino per salire, dopo la morte del padre, sul trono della Polonia, in cui ora gloriosamente siede. Restava nelle Maremme della Toscana Porto Ercole tuttavia ubbidiente al reFilippo V. Passò nella primavera un grosso corpo di cesarei a mettere colà il campo; e dappoichè fu giunta l'occorrente artiglieria da Napoli, si cominciò a bersagliare i forti della Stella e di San Filippo. Ridotti quei presidii a rendersi a descrizione, anche il porto cadde in loro mano. Nel Piemonte gran freddo si trovò nel duca diSavoia per le azioni militari, essendo più che mai malcontento quel sovrano della corte cesarea, che, non ostante l'interposizion premurosa delle potenze marittime, sempre andò fuggendo l'adempimento delle promesse fatte di cedergli il Vigevanasco, o di dargli il compenso in altre terre. Oltre a ciò, nacquero in lui politici riguardi, da che vide sul tappeto trattati di pace; e non gli era ignoto che in tutte le maniere la corte d'Inghilterra la voleva. Anzi si crede che in questi tempi ilconte di Oxford, tutto intento a sbrancare alcuno de' principi dalla grande alleanza, coll'inviare a Torino ilconte di Peterboroug, s'industriasse di tirar esso duca ad una pace particolare colla vistosa esibizione (per quanto fu creduto) del regno di Sicilia e restituzione di tutti i suoi Stati. Non dispiacque a quel sovrano un sì bel regalo, che seco anche portava il titolo di re; ma conoscendone egli la poca sussistenza, quando non vi concorresse il consenso di Cesare, il quale non solo da questo si sarebbe mostrato, ma ancora dalla pace si mostrava troppo alieno, ravvisò tosto la necessità di star forte nella lega, finchè si maturassero meglio le cose. Però non volle punto staccarsi da' collegati, e solamente ricusò di uscire in campagna colle sue truppe. Vi uscì co' suoi Tedeschi ilmaresciallo di Daun, perchè ilduca di Bervichera calato da Monginevra nella valle di Oulx; ma altro non fece che difendere i posti in quella contrada.Intanto sul fine di gennaio nella città olandese di Utrecht s'era aperto il congresso, a cui intervennero i plenipotenzarii di Francia, Inghilterra, Olanda e Savoia. Vi comparvero ancora, ma come forzati, quei dell'imperadore, siccome consapevoli che la corte di Londra venduta a Versaglies, dopo avere assicurati i proprii vantaggi, più avrebbe promossi quei della real casa di Borbone che dell'austriaca. Sulle prime se smisurate apparvero le dimande e pretensioni della Francia, più alte ancora e vaste si scoprironoquelle degli alleati. Gli stessi parlamenti d'Inghilterra andavano poco d'accordo colle segrete voglie della regina, perchè non miravano assicurata la pubblica tranquillità con tutte le belle esibizioni fatte in loro pro dal re Cristianissimo. Allora il conte d'Oxford mise in campo due ripieghi; l'uno che dal reLuigi XIVfosse fatto uscire di Francia il pretendente, cioè il reGiacomo IIIStuardo; e l'altro, che si provvedesse in maniera tale, che non mai in avvenire si potessero unir insieme le due monarchie di Francia e Spagna. A questo oggetto fu proposto che il reFilippo Vrinunziasse ogni sua ragione sopra la Francia in favore de' principi chiamati dopo di lui, e che, mancando la di lui linea, succedesse ne' regni di Spagna la casa di Savoia, siccome chiamata ne' testamenti de' precedenti monarchi. Difficile troppo si trovò quest'ultimo punto, perchè chiaramente dichiarò il gabinetto di Francia che simili rinunzie non potevano mai togliere il diritto naturale di successione ai principi e figli chiamati, e che sarebbono nulle ed invalide: del che si hanno ben da ricordare i lettori, per quello che poi avvenne, e potrebbe molto più un giorno avvenire. Contuttociò, per soddisfare al tempo presente, si vollero sì fatte rinunzie dal reFilippo Ve da' principi di Francia per le loro pretensioni sopra la Spagna, e con inorpellamenti si studiarono le unite corti di Francia e d'Inghilterra di quetare i rumori de' parlamenti, e le loro forti istanze perchè in un solo capo non si avessero mai ad unire le due corone. In ricompensa di questo grande, ma apparente, sacrifizio, al re Cristianissimo riuscì d'indurre laregina Annaad un armistizio delle sue milizie ne' Paesi Bassi, che per un pezzo si tenne segreto. Troppo abbisognava di questo presentaneo rimedio agl'interni mali del suo regno quel per altro potentissimo e sempre intrepido monarca.Per confessione degli stessi storici franzesi, non ne potea più la Francia: sìlunga, sì pesante e dispendiosa era stata fin qui una sì universal guerra, sostenuta quasi tutta colle proprie forze. Esausto si trovava l'erario, divenuti impotenti i popoli a pagare gl'insoffribili aggravii. Tanta gente era perita in assedii, battaglie e malattie delle passate campagne, che restavano senza coltivatori le terre, e mancava la maniera di reclutar le armate. All'incontro in Fiandra non s'era fin qui veduto un sì fiorito e poderoso esercito delle nemiche potenze; piazze più non restavano che impedissero l'ingresso delle lor armi nel cuor della Francia: di maniera che quel nobilissimo regno si mirava alla vigilia d'incredibili calamità. A questa infelice situazione dei pubblici affari si aggiunsero altre lagrimevoli disavventure della real prosapia, che avrebbero potuto abbattere qualsisia animo, ma non già quello diLuigi XIV, principe sempre invitto. Nei primi mesi del presente anno infermatasi di vaiuolo o di rosoliaMaria Adelaideprincipessa di Savoia Delfina di Francia, passò a miglior vita nel dì 12 di febbraio. Per l'assistenza prestata alla dilettissima sua consorte anche ilDelfino Luigi, principe di mirabil espettazione, contrasse la stessa infermità, e nel dì 18 dello stesso mese si sbrigò da questa vita. Due principi avea prodotto il loro matrimonio; il primo di essi, giàduca di Bretagna, e poco fa dichiarato Delfino aggravato dal medesimo vaiuolo, si vide soccombere alla malignità del male nel dì 8 di maggio. L'altro principe, cioèLuigi duca di Angiò, soggiacque anch'egli alla medesima influenza, accompagnata da violenta febbre; pure Dio il donò ai desiderii e alle orazioni de' suoi popoli, ed oggidì pieno di gloria siede coronato sul trono de' suoi maggiori. TrovavasiCarlo duca di Berry, terzo nipote del re Luigi, sul fiore de' suoi anni; fu anch'egli rapito dalla morte nel suddetto maggio, senza lasciar discendenza, benchè accasato con una delle figlie delduca d'Orleans. Tanta folla di sventure domestiche, le qualifecero straparlare i maligni, quasichè la mano degli uomini avesse cooperato a sì grave eccidio, si rovesciò sopra quel gran re, che non avea conosciuto per tanti anni addietro se non la felicità, e gustato il piacere di conquistar provincie e di far tremare chiunque si opponeva ai suoi voleri. Sotto la mano di Dio convien poi che si accorgano di stare anche i più potenti monarchi della terra. Ma quello stesso Dio che avea ridotta in sì compassionevole stato la Francia, non ne volle permettere il già vicino suo precipizio. Per essersi vinto il cuore della regina inglese, da ciò venne la salute di tanti popoli, e si disposero le cose a dovere per la pace universale.Venne il mese di giugno. Essendo stato già richiamato in Inghilterra il celebre capitanoduca di Marlboroug(tanto poterono le batterie delconte d'Oxford), fu sostituito al comando dell'armi inglesi in Fiandra ilduca d'Ormond, ma con ordini segreti di nulla operar contro i Franzesi, anzi d'intendersela con loro. Ben se ne avvedevano i collegati: ciò non ostante, ilprincipe Eugenionel mese suddetto animosamente mise l'assedio a Quesnoi, piazza forte, e nel dì 4 di luglio obbligò alla resa quella guernigione, consistente fra sani e malati quasi in tremila persone. Ottenne intanto la regina Anna di ricevere dai Franzesi in ostaggio Dunquerque, e di mettervi suo presidio, per demolirne poi le fortificazioni. Avuto questo pegno in mano, allora ordinò al duca d'Ormond di pubblicar l'armistizio delle truppe inglesi colla Francia: il che fu eseguito con rabbia inestimabile e querele senza fine de' collegati; e tanto più perchè l'Ormond andò a mettersi in possesso di Gante e di Bruges. Restava tuttavia alprincipe Eugenioun possente esercito, capace di far qualche bella impresa, e già la meditava egli, nulla atterrito dall'abbandonamento degl'Inglesi. Mise pertanto l'assedio a Landrecy; ma il valentemaresciallo di Villars, le cui forze erano cresciute collo scemar dellealtre, improvvisamente, nel dì 25 di luglio, si spinse addosso alconte d'Arbemale, che staccato dal principe Eugenio con un picciolo esercito custodiva le linee di Dexain. Alla piena di tante armi non potè resistere quel generale, andò in rotta tutta la sua gente; più furono gli estinti nel fiume Schelda, per essersi rotto il ponte, che i trucidati dal ferro. Dopo questa vittoria parve un fulmine il Villars; ricuperò Saint Amand, Mortagna, Marchiones ed altri luoghi, dove trovò ricchissimi magazzini d'artiglieria, munizioni da guerra e viveri. Ritiratosi dall'assedio di Landrecy il principe Eugenio, col cui valore solamente in quest'anno la fortuna non andò d'accordo, il Villars passò all'assedio della vigorosa città di Douai e del forte della Scarpa. Nel termine di venticinque giorni s'impadronì dell'una e dell'altro; e contuttochè, per le pioggie dirotte che sopravvennero, finite si credessero le sue imprese; pure al dispetto della stagione egli continuò le conquiste col ridurre all'ubbidienza del re Cristianissimo Quesnoi e Bouchain. Dopo di che carico di palme se ne tornò a Parigi. Per tali fatti quanto si rialzò il credito dell'armi franzesi, altrettanto si infievolì quello de' collegati.Stesesi anche nella Spagna l'armistizio degl'Inglesi, e però ilmaresciallo di Starembergrimasto snervato di forze, non potè tentare impresa alcuna di considerazione; e tantomeno dappoichè un grosso corpo di gente, finita la campagna in Piemonte, s'inviò a quella volta pel Rossiglione, dalmaresciallo di Bervich, che non fu pigro a soccorrere Girona, assediata già dai cesarei, introducendovi soccorsi di gente e di munizioni. Si trovò lo Staremberg con sì poche forze, perchè abbandonato dagl'Inglesi e Portoghesi, che non potè impedire gli avanzamenti de' Franzesi sino ai contorni di Barcellona: il che l'obbligò sempre a ritirarsi ne' luoghi forti, per aspettare miglior costellazione alle cose sue. Intanto gravissimi erano i dibattimenti nelle conferenze d'Utrecht per le tante pretensioni dei principi interessatiin questa gran guerra. Tutti chiedevano o restituzioni o aumento di Stati. Per brighe succedute fra i lacchè dei plenipotenzarii di Francia e di Olanda insorsero gravi puntigli che accrebbero le dissensioni e gli sdegni, ed interruppero i congressi. Pure col vento in poppa continuava la navigazion dei Franzesi, perchè tutto per loro era ilconte d'Oxfordcon gli altri ministri da lui dipendenti. Ma ricalcitravano gli Olandesi, e più senza paragone la corte di Vienna a quanto veniva proposto per giugnere alla pace. Tuttavia i primi, allo scorgere l'Inghilterra assai disposta a stabilire una pace particolare colla Francia, cominciarono a parlar più dolce, con ridursi in fine, siccome vedremo, ad entrar nelle misure prese dalla corte di Londra.
Fin dall'anno precedente era penetrata dall'Ungheria in Italia la mortalità de' buoi, flagello di cui non v'ha persona che non intenda le funestissime conseguenze in danno del genere umano. Ma nel presente così ampiamente si dilatò pel Veronese, Bresciano, Mantovano e Stato di Milano, che fece un orrido scempio di sì utile, anzi necessario, genere di animali. Anche il regno di Napoli e lo Stato della Chiesa soffrì immensi danni per questa micidiale epidemia. Correndo il mese di settembre, fu detto che in esso regno fossero periti settanta mila capi di buoi e vacche, e nel solo Cremonese più di quattordici mila; e il male progrediva a gran passi nelle vicinanze. Nel presente anno venne a visitar l'ItaliaFederigo Augusto, principe reale di Polonia ed elettorale di Sassonia, e ricevette in Modena ogni maggior dimostrazione di stima dalduca Rinaldo. Di là passò a Bologna, dove, abiurato il luteranismo, abbracciò la religione cattolica, che servì poscia a lui di gradino per salire, dopo la morte del padre, sul trono della Polonia, in cui ora gloriosamente siede. Restava nelle Maremme della Toscana Porto Ercole tuttavia ubbidiente al reFilippo V. Passò nella primavera un grosso corpo di cesarei a mettere colà il campo; e dappoichè fu giunta l'occorrente artiglieria da Napoli, si cominciò a bersagliare i forti della Stella e di San Filippo. Ridotti quei presidii a rendersi a descrizione, anche il porto cadde in loro mano. Nel Piemonte gran freddo si trovò nel duca diSavoia per le azioni militari, essendo più che mai malcontento quel sovrano della corte cesarea, che, non ostante l'interposizion premurosa delle potenze marittime, sempre andò fuggendo l'adempimento delle promesse fatte di cedergli il Vigevanasco, o di dargli il compenso in altre terre. Oltre a ciò, nacquero in lui politici riguardi, da che vide sul tappeto trattati di pace; e non gli era ignoto che in tutte le maniere la corte d'Inghilterra la voleva. Anzi si crede che in questi tempi ilconte di Oxford, tutto intento a sbrancare alcuno de' principi dalla grande alleanza, coll'inviare a Torino ilconte di Peterboroug, s'industriasse di tirar esso duca ad una pace particolare colla vistosa esibizione (per quanto fu creduto) del regno di Sicilia e restituzione di tutti i suoi Stati. Non dispiacque a quel sovrano un sì bel regalo, che seco anche portava il titolo di re; ma conoscendone egli la poca sussistenza, quando non vi concorresse il consenso di Cesare, il quale non solo da questo si sarebbe mostrato, ma ancora dalla pace si mostrava troppo alieno, ravvisò tosto la necessità di star forte nella lega, finchè si maturassero meglio le cose. Però non volle punto staccarsi da' collegati, e solamente ricusò di uscire in campagna colle sue truppe. Vi uscì co' suoi Tedeschi ilmaresciallo di Daun, perchè ilduca di Bervichera calato da Monginevra nella valle di Oulx; ma altro non fece che difendere i posti in quella contrada.
Intanto sul fine di gennaio nella città olandese di Utrecht s'era aperto il congresso, a cui intervennero i plenipotenzarii di Francia, Inghilterra, Olanda e Savoia. Vi comparvero ancora, ma come forzati, quei dell'imperadore, siccome consapevoli che la corte di Londra venduta a Versaglies, dopo avere assicurati i proprii vantaggi, più avrebbe promossi quei della real casa di Borbone che dell'austriaca. Sulle prime se smisurate apparvero le dimande e pretensioni della Francia, più alte ancora e vaste si scoprironoquelle degli alleati. Gli stessi parlamenti d'Inghilterra andavano poco d'accordo colle segrete voglie della regina, perchè non miravano assicurata la pubblica tranquillità con tutte le belle esibizioni fatte in loro pro dal re Cristianissimo. Allora il conte d'Oxford mise in campo due ripieghi; l'uno che dal reLuigi XIVfosse fatto uscire di Francia il pretendente, cioè il reGiacomo IIIStuardo; e l'altro, che si provvedesse in maniera tale, che non mai in avvenire si potessero unir insieme le due monarchie di Francia e Spagna. A questo oggetto fu proposto che il reFilippo Vrinunziasse ogni sua ragione sopra la Francia in favore de' principi chiamati dopo di lui, e che, mancando la di lui linea, succedesse ne' regni di Spagna la casa di Savoia, siccome chiamata ne' testamenti de' precedenti monarchi. Difficile troppo si trovò quest'ultimo punto, perchè chiaramente dichiarò il gabinetto di Francia che simili rinunzie non potevano mai togliere il diritto naturale di successione ai principi e figli chiamati, e che sarebbono nulle ed invalide: del che si hanno ben da ricordare i lettori, per quello che poi avvenne, e potrebbe molto più un giorno avvenire. Contuttociò, per soddisfare al tempo presente, si vollero sì fatte rinunzie dal reFilippo Ve da' principi di Francia per le loro pretensioni sopra la Spagna, e con inorpellamenti si studiarono le unite corti di Francia e d'Inghilterra di quetare i rumori de' parlamenti, e le loro forti istanze perchè in un solo capo non si avessero mai ad unire le due corone. In ricompensa di questo grande, ma apparente, sacrifizio, al re Cristianissimo riuscì d'indurre laregina Annaad un armistizio delle sue milizie ne' Paesi Bassi, che per un pezzo si tenne segreto. Troppo abbisognava di questo presentaneo rimedio agl'interni mali del suo regno quel per altro potentissimo e sempre intrepido monarca.
Per confessione degli stessi storici franzesi, non ne potea più la Francia: sìlunga, sì pesante e dispendiosa era stata fin qui una sì universal guerra, sostenuta quasi tutta colle proprie forze. Esausto si trovava l'erario, divenuti impotenti i popoli a pagare gl'insoffribili aggravii. Tanta gente era perita in assedii, battaglie e malattie delle passate campagne, che restavano senza coltivatori le terre, e mancava la maniera di reclutar le armate. All'incontro in Fiandra non s'era fin qui veduto un sì fiorito e poderoso esercito delle nemiche potenze; piazze più non restavano che impedissero l'ingresso delle lor armi nel cuor della Francia: di maniera che quel nobilissimo regno si mirava alla vigilia d'incredibili calamità. A questa infelice situazione dei pubblici affari si aggiunsero altre lagrimevoli disavventure della real prosapia, che avrebbero potuto abbattere qualsisia animo, ma non già quello diLuigi XIV, principe sempre invitto. Nei primi mesi del presente anno infermatasi di vaiuolo o di rosoliaMaria Adelaideprincipessa di Savoia Delfina di Francia, passò a miglior vita nel dì 12 di febbraio. Per l'assistenza prestata alla dilettissima sua consorte anche ilDelfino Luigi, principe di mirabil espettazione, contrasse la stessa infermità, e nel dì 18 dello stesso mese si sbrigò da questa vita. Due principi avea prodotto il loro matrimonio; il primo di essi, giàduca di Bretagna, e poco fa dichiarato Delfino aggravato dal medesimo vaiuolo, si vide soccombere alla malignità del male nel dì 8 di maggio. L'altro principe, cioèLuigi duca di Angiò, soggiacque anch'egli alla medesima influenza, accompagnata da violenta febbre; pure Dio il donò ai desiderii e alle orazioni de' suoi popoli, ed oggidì pieno di gloria siede coronato sul trono de' suoi maggiori. TrovavasiCarlo duca di Berry, terzo nipote del re Luigi, sul fiore de' suoi anni; fu anch'egli rapito dalla morte nel suddetto maggio, senza lasciar discendenza, benchè accasato con una delle figlie delduca d'Orleans. Tanta folla di sventure domestiche, le qualifecero straparlare i maligni, quasichè la mano degli uomini avesse cooperato a sì grave eccidio, si rovesciò sopra quel gran re, che non avea conosciuto per tanti anni addietro se non la felicità, e gustato il piacere di conquistar provincie e di far tremare chiunque si opponeva ai suoi voleri. Sotto la mano di Dio convien poi che si accorgano di stare anche i più potenti monarchi della terra. Ma quello stesso Dio che avea ridotta in sì compassionevole stato la Francia, non ne volle permettere il già vicino suo precipizio. Per essersi vinto il cuore della regina inglese, da ciò venne la salute di tanti popoli, e si disposero le cose a dovere per la pace universale.
Venne il mese di giugno. Essendo stato già richiamato in Inghilterra il celebre capitanoduca di Marlboroug(tanto poterono le batterie delconte d'Oxford), fu sostituito al comando dell'armi inglesi in Fiandra ilduca d'Ormond, ma con ordini segreti di nulla operar contro i Franzesi, anzi d'intendersela con loro. Ben se ne avvedevano i collegati: ciò non ostante, ilprincipe Eugenionel mese suddetto animosamente mise l'assedio a Quesnoi, piazza forte, e nel dì 4 di luglio obbligò alla resa quella guernigione, consistente fra sani e malati quasi in tremila persone. Ottenne intanto la regina Anna di ricevere dai Franzesi in ostaggio Dunquerque, e di mettervi suo presidio, per demolirne poi le fortificazioni. Avuto questo pegno in mano, allora ordinò al duca d'Ormond di pubblicar l'armistizio delle truppe inglesi colla Francia: il che fu eseguito con rabbia inestimabile e querele senza fine de' collegati; e tanto più perchè l'Ormond andò a mettersi in possesso di Gante e di Bruges. Restava tuttavia alprincipe Eugenioun possente esercito, capace di far qualche bella impresa, e già la meditava egli, nulla atterrito dall'abbandonamento degl'Inglesi. Mise pertanto l'assedio a Landrecy; ma il valentemaresciallo di Villars, le cui forze erano cresciute collo scemar dellealtre, improvvisamente, nel dì 25 di luglio, si spinse addosso alconte d'Arbemale, che staccato dal principe Eugenio con un picciolo esercito custodiva le linee di Dexain. Alla piena di tante armi non potè resistere quel generale, andò in rotta tutta la sua gente; più furono gli estinti nel fiume Schelda, per essersi rotto il ponte, che i trucidati dal ferro. Dopo questa vittoria parve un fulmine il Villars; ricuperò Saint Amand, Mortagna, Marchiones ed altri luoghi, dove trovò ricchissimi magazzini d'artiglieria, munizioni da guerra e viveri. Ritiratosi dall'assedio di Landrecy il principe Eugenio, col cui valore solamente in quest'anno la fortuna non andò d'accordo, il Villars passò all'assedio della vigorosa città di Douai e del forte della Scarpa. Nel termine di venticinque giorni s'impadronì dell'una e dell'altro; e contuttochè, per le pioggie dirotte che sopravvennero, finite si credessero le sue imprese; pure al dispetto della stagione egli continuò le conquiste col ridurre all'ubbidienza del re Cristianissimo Quesnoi e Bouchain. Dopo di che carico di palme se ne tornò a Parigi. Per tali fatti quanto si rialzò il credito dell'armi franzesi, altrettanto si infievolì quello de' collegati.
Stesesi anche nella Spagna l'armistizio degl'Inglesi, e però ilmaresciallo di Starembergrimasto snervato di forze, non potè tentare impresa alcuna di considerazione; e tantomeno dappoichè un grosso corpo di gente, finita la campagna in Piemonte, s'inviò a quella volta pel Rossiglione, dalmaresciallo di Bervich, che non fu pigro a soccorrere Girona, assediata già dai cesarei, introducendovi soccorsi di gente e di munizioni. Si trovò lo Staremberg con sì poche forze, perchè abbandonato dagl'Inglesi e Portoghesi, che non potè impedire gli avanzamenti de' Franzesi sino ai contorni di Barcellona: il che l'obbligò sempre a ritirarsi ne' luoghi forti, per aspettare miglior costellazione alle cose sue. Intanto gravissimi erano i dibattimenti nelle conferenze d'Utrecht per le tante pretensioni dei principi interessatiin questa gran guerra. Tutti chiedevano o restituzioni o aumento di Stati. Per brighe succedute fra i lacchè dei plenipotenzarii di Francia e di Olanda insorsero gravi puntigli che accrebbero le dissensioni e gli sdegni, ed interruppero i congressi. Pure col vento in poppa continuava la navigazion dei Franzesi, perchè tutto per loro era ilconte d'Oxfordcon gli altri ministri da lui dipendenti. Ma ricalcitravano gli Olandesi, e più senza paragone la corte di Vienna a quanto veniva proposto per giugnere alla pace. Tuttavia i primi, allo scorgere l'Inghilterra assai disposta a stabilire una pace particolare colla Francia, cominciarono a parlar più dolce, con ridursi in fine, siccome vedremo, ad entrar nelle misure prese dalla corte di Londra.