MDCCXIXAnno diCristoMDCCXIX. IndizioneXII.Clemente XIpapa 20.Carlo VIimperadore 9.Videsi in quest'anno uno spettacolo forse non mai veduto, cioè le principali potenze dell'Europa unite in guerra contro la Spagna; e la Spagna sola senza sgomentarsi far fronte a tutti. Avea già il reVittorio Amedeonel dì 18 ottobre dell'anno precedente abbracciata la lega di Cesare, Francia ed Inghilterra, consentendo al cambio della oramai perduta Sicilia colla Sardegna, che pure stava in mano del re Cattolico. Però questi potentati cominciarono maggiormente a disporsi per condurre colla forza la corte di Madrid a quella pace, che colle amichevoli esortazioni non si potea da essa ottenere. Aveano essi fatto proporre al reFilippo Vle determinazioni prese dalla quadruplice alleanza per restituire la quiete all'Europa, ma con poca fortuna a cagion di certe condizioni contrarie ai desiderii e alle speranze del gabinetto spagnuolo. Ora quasi nel medesimo tempo tanto il re britannicoGiorgio I, quanto il CristianissimoLuigi XV, o sia sotto nome di lui il reggenteduca d'Orleans, dichiararono la guerra alla Spagna. Nel dì 9 di gennaio del presente anno fu pubblicata in Parigi questa dichiarazione, e in Londra nel 28 del precedente dicembre, il qual giorno all'inglese vien quasi a cadere in quello della Francia. Sì gli uni che gli altri sovrani imputavano tutti questi sconcerti al solocardinale Alberoniprimo ministro della corte di Madrid; e spezialmente di lui si dolse il ministero della corte di Francia in un manifesto che fu nella stessa occasion divulgato. Ma se queste potenze vollero per cagione di questo porporato far guerra alla Spagna, anche il porporato la facea loro nel medesimo tempo, e nel cuore dei loro regni.Manipolò sollevazioni in Iscozia che presero fuoco. Oltre alduca d'Ormondesiliato dall'Inghilterra, che si era ricoverato in Ispagna, chiamò colà anche il cavalier di San Giorgio, o sia ilre Giacomo III, il quale nel febbraio del presente anno colla maggior possibile segretezza si partì da Roma, ed ebbe poi la fortuna di arrivar sano e salvo a Madrid. Seguirono varie commozioni degli Scozzesi; e se una crudel tempesta non dissipava una flotta mossa di Spagna con genti ed armi, forse l'incendio in quelle parti si sarebbe maggiormente aumentato. Fu cagione questa sciagura che pochi Spagnuoli pervenissero a sostenere la rivoluzion della Scozia, e che in fine perduta la speranza di questo colpo, ed affinchè esso cavalier di San Giorgio non fosse di ostacolo alla pace, si congedò questo principe dal re Cattolico, e tornossene ben regalato nell'autunno in Italia, dove, siccome abbiamo detto di sopra, dopo avere sposata la principessaClementina Sobieschi, passò poi con essa ad abitare in Roma.L'altra guerra che fece l'intrepidocardinale Alberonialla Francia, fu quella di suscitar le pretensioni del reFilippo Vintorno alla reggenza di quel regno, durante la minorità del reLuigi XV, sostenendola dovuta a sè come al più prossimo alla successione nel regno di Francia. Le rinunzie dalla maestà sua fatte si dicevano invalide e nulle; e non si taceva, che se fosse mancato il piccolo re, intendeva il re Cattolico di far valere i suoi diritti sopra la monarchia franzese. Andavano tali stoccate a ferire il cuore diFilippo d'Orleansduca reggente, e degli altri principi della real casa, giacchè, secondo la pace di Utrecht, e in vigore de' patti e delle rinunzie precedenti, la casa d'Orleans aveva acquistato ogni diritto al regno con esclusione della linea di Spagna. E perciocchè si venne a scoprire che il principe di Cellamare, ambasciatore del re Cattolico in Parigi, fabbricava delle mine segrete per muoveresedizioni e guerra civile in Francia, fu obbligato a sloggiare. Pubblicossi ancora un biglietto dell'Alberoni, comprovante queste occulte trame, facendo il duca reggente valer tutto per giustificare l'intimazion della guerra contro la Spagna, e per far delle amare querele contra di esso cardinale, trattato da nemico della quiete dell'Europa, ed oppressore della monarchia di Spagna. Ora nell'aprile del presente anno cominciò l'esercito franzese verso la Navarra le ostilità contra degli Spagnuoli; e, dopo aver preso alcuni forti, mise l'assedio a Fonterabbia, e vi concorsero a sostenerlo per mare alquanti vascelli inglesi. Fu ben difesa quella piazza fino al dì 16 di maggio, in cui quel presidio con capitolazione onorevole la consegnò ai Franzesi. Passò di poi il marescialloduca di Bervichnel dì 29 del mese di giugno ad assediare San Sebastiano. Per la gagliarda resistenza degli Spagnuoli, solamente nel dì 2 di agosto entrarono l'armi franzesi in quella città, essendosi ritirata la guarnigione nella cittadella, che poi nel dì 17 con buoni patti si ritirò anche di là. Fu creduto consiglio delcardinale Alberonil'aver fatto venire sino a Pamplona il re Cattolico, per dar calore alle sue armi in quelle parti; ma egli poscia ne' suoi manifesti più tosto derise questa andata di sua maestà Cattolica; e in fatti, ad altro essa non servì che per far udire più presto a quel monarca la nuova delle perdute sue piazze. Quel che è certo, perchè si temeva che i Franzesi passassero fino alla stessa Pamplona, quella real corte giudicò miglior partito il ritornarsene, ed anche in fretta, a Madrid. Fecero poi essi Franzesi dalla parte del Rossiglione un'invasione nella Catalogna colla presa di alquanti luoghi. Così passava la guerra di Francia contro gli Spagnuoli; nel qual tempo ancora si rappresentò in Parigi la strepitosa commedia del Mississipì, di cui, e degl'imbrogli diGiovanni LawsScozzese autore di quelle scene, il qual poi nel 1729 terminòin Venezia i suoi giorni, a me non conviene di dirne altro. Quivi non finirono le percosse date in quest'anno alla Spagna. Anche l'armata degl'Inglesi nel dì 10 di ottobre arrivata al porto della città di Vigo, s'impadronì fra poco della medesima, e poi della cittadella nel dì 24 di esso mese.Più aspra guerra intanto si faceva in Sicilia. Proseguivan quivi gli Spagnuoli il blocco di Melazzo, ed erano pure in quelle vicinanze i Tedeschi, con patire grave incomodo sì l'una che l'altra parte. Scarseggiava forte di vettovaglia quella piazza; ma verso il fine di gennaio varie navi inglesi felicemente approdate a quel porto vi recarono tanta copia di vettovaglie, che il presidio si rise da lì innanzi de' nemici. Non cessavano ilconte Daun, vicerè di Napoli, e il generoso cavaliereconte Coloredo, ultimamente inviato al governo di Milano per la morte accaduta delprincipe di Levenstein, di ammassar gente e provvisioni per iscacciar dalla Sicilia gli Spagnuoli. Circa cinquecento vele nel dì 23 di maggio si mossero da Baia, cariche di dieci mila combattenti, di cannoni, mortari ed altri militari attrezzi, e scortate da alcuni vascelli inglesi. Nel dì 28 del seguente mese questo gran convoglio felicemente sbarcò in Sicilia presso Patti. A tale avviso il generale spagnuolomarchese di Leedefrettolosamente levò il campo da Melazzo, con lasciare in preda ai nemici alcuni migliaia di sacchi di farina, ed altre provvisioni, e secento soldati infermi, e si ritirò verso Francavilla. Impadronironsi frattanto i cesarei dell'isola di Lipari. Era ilmarchese di Leedemaestro di guerra, e gareggiava in lui la prudenza col valore; sapea risparmiare il sangue, far con giudizio i postamenti, e alle occorrenze ben assalire e meglio difendersi. Se non fossero a lui mancate le forze, difficilmente gli avrebbono tolta di mano la Sicilia. All'incontro era arrivato ai comando dell'armi cesaree in quell'isola il generaleconte di Mercy, personaggio pien di fuoco guerriero, allievodell'invittoprincipe Eugenio, ma non imitatore della sua prudenza. Uso suo fu di mandare al macello per qualsivoglia sua idea le truppe, e di comperar tutto a forza di sangue: il che col tempo gli tirò addosso l'odio di tutto l'esercito. Nel dì 20 di giugno andò questo focoso generale ad assalire l'oste nemica, guardata alla fronte dal fiume Roselino, e riparata da un forte trincieramento. Furioso fu l'assalto, ma con sì gran vigore lo sostennero i valorosi Spagnuoli, che il Mercy, dopo avere sacrificato almen quattromila de' suoi, fu forzato a retrocedere, con aver solamente tolto alcuni posti ai nemici. Restò egli stesso ferito in quella calda azione. Cercarono le relazioni di dar qualche buon colore a questo suo infelice sforzo, ma fu creduto che in Ispagna ed altrove con ragione si cantasse ilTe Deum, come per vera vittoria riportata dal prode lor generale, benchè ancora dal canto suo non poca gente vi perisse. Se anche gl'imperiali l'attribuivano a sè stessi, niuno potè loro impedire un sì fatto gusto. Provossi in questa ed altre occasioni che non pochi Siciliani bravamente sostenevano il partito spagnuolo.Ma quanto andavan calando le forze del re Cattolico in Sicilia, altrettanto crescevano quelle degl'imperiali per li possenti rinforzi o passati da Reggio o condotti da Napoli per mare colà. Con questa superiorità di gente non fu difficile ai cesarei di passare sotto Messina, avendo prevenuto con una marcia gli Spagnuoli, incamminati anch'essi a quella volta. Da che ebbero preso castello Gonzaga, e fu dagli Spagnuoli abbandonato il forte del Faro, la città stessa nel dì 9 di agosto venne alla loro ubbidienza, essendosi ritirata la guarnigione nella cittadella. Insoffribil contribuzione fu imposta a quei cittadini, perchè molti di loro avevano impugnata la spada in favor degli Spagnuoli. Non tardarono a rendersi i due castelli di Matagriffone e del Castellaccio; con che restò renitente la sola cittadella, contra di cui si diede principio alle ostilità.Cagion fu la presa di Messina che i Siciliani, stati fin qui molto parziali alla corona di Spagna, presero altro consiglio, e vennero a soggettarsi all'imperadore; ed intanto ilmarchese di Leede, giacchè conobbe di non poter dar soccorso all'assediata cittadella, si ritirò infin verso Agosta. Così gagliarda difesa fece don Luca Spinola col presidio spagnuolo nella cittadella di Messina, che solamente nel dì 18 di ottobre giunse ad esporre bandiera bianca, e restò nel dì seguente convenuto che gli Spagnuoli con tutti gli onori militari ne uscissero liberi, e nello stesso tempo consegnassero anche il forte di San Salvatore. Fu allora che ilduca di MonteleonePignatelli, entrato in Messina, prese per sua maestà cesarea il possesso della carica di vicerè di Sicilia. Si renderono poscia agl'imperiali le città di Marsala e di Mazzara con altri luoghi; e già comparivano segnali che il marchese di Leede pensava ad evacuar la Sicilia, stante l'aver egli spediti fuori di essa i suoi equipaggi. Aveva appena ilconte di Gallasfatto il suo ingresso in Napoli, come vicerè di quel regno, che la morte venne a trovarlo, ed ebbe fra poco per successore ilcardinale di Scrotembach. Fu in quest'anno che Vittorio Amedeo re di Sardegna chiamò tutti i suoi vassalli a presentare i titoli dei loro feudi, e seguirono poi gravi doglianze di molti che ne restarono spogliati. Perchè tuttavia bollivano in Roma le controversie dei riti cinesi, nè bastavano a chiarir cose cotanto lontane le scritture discordi dei contendenti, venne il saggio ponteficeClemente XIin determinazione di spedire colà un nuovo vicario apostolico e visitatore, per prendere le più accertate informazioni in sì importante materia. Fu scelto per sì faticoso impegno monsignorCarlo Ambrosio Mezzabarba, nobile pavese, che colla compagnia di molti missionarii e con superbi regali destinati all'imperador cinese si mise in viaggio verso quelle tanto remote contrade. Fece anche il santo padre, nel dì 29 di novembreuna promozione di dieci egregi personaggi alla sacra porpora.Finì il presente anno con una scena, che gran romore fece non solamente in Ispagna, ma anche per tutta l'Europa. Primo ministro del re CattolicoFilippo Vera da qualche anno divenuto il cardinaleGiulio Alberoni, e per mano sua passavano tutti gli affari. Convien fare questa giustizia all'abilità e singolare attività sua, che il regno di Spagna s'era rimesso in un bel sistema mercè de' suoi regolamenti, ed era giunto a ricuperar quelle forze e quello splendore che sotto gli ultimi precedenti re parea ecclissato: tanto avea egli accudito al buon maneggio delle regie finanze, a rimettere le forze di terra e di mare, ad istituire la posta per le Indie Occidentali, a fondare una scuola di gentiluomini per istruirli nella navigazione, e in ogni affare della marina, e a levare i molti abusi che da gran tempo tenevano snervata quella potente monarchia. Cose anche più grandi meditava egli per accrescere la popolazion della Spagna, per introdurre il traffico, le manifatture e la cultura delle terre in quelle contrade, e per fare che i tesori delle Indie Occidentali e le lane preziose di Spagna servissero ad arricchire in vece degli stranieri i nazionali spagnuoli. Buon principio avea anche dato a tali idee con profitto del regno. Tutte le mire sue in una parola tendevano all'esaltazion di quella gran monarchia, e tutto si potea promettere dalla sua costanza in ciò ch'egli intraprendeva. Ma questo personaggio in più maniere si era tirata addosso la disavventura di essere mirato di mal occhio dalle principali potenze dell'Europa sì pel già operato contra dell'imperatore, della Francia, dell'Inghilterra e del re di Sardegna, e sì pel sospetto che uomo gravido di sì alte idee non pregiudicasse maggiormente ai loro interessi in avvenire. Si univano perciò le premure di tutti questi collegati a detronizzare questo poderoso e intraprendente ministro, nè altra via trovando,si rivolsero aFrancesco Farneseduca di Parma, zio dellaregina Elisabetta. Gli esibirono il governo di Milano ed altri vantaggi, se gli dava l'animo di atterrare l'odiato cardinale. Trovossi che il duca era anch'egli disgustato di lui, perchè non rispediva mai i suoi corrieri, ed esigeva che gli affari suoi non arrivassero al re, se prima non si presentavano a lui, e non ne riceveano la sua approvazione. Non era similmente ignoto al duca, essere poco soddisfatta del porporato la regina, per certe imperiose risposte a lei date da esso ministro. Però animosamente incaricò il marchese Annibale Scotti suo ministro in Madrid di rappresentare a dirittura al re Cattolico i gravissimi danni ch'erano vicini a risultare ai suoi regni per cagione di questo ministro, con dipingerlo per uomo impetuoso, violento e imprudente, che avea imbarcata la maestà sua in troppo pericolosi impegni, e potea col tempo far di peggio colla rovina del regno. Essere nelle congiunture presenti necessaria la pace, e questa non si avrebbe mai, se non si allontanava un ministro di consigli e pensieri sì turbolenti, e capace di dar fuoco a tutte le parti del mondo (del che egli stesso si vantava), senza riflettere alle cattive conseguenze delle troppo ardite risoluzioni. Di queste e di altre ragioni imbevuto il conte Scotti, animato ancora da' ministri di Francia e d'Inghilterra, rivelò alla regina la sua incumbenza; ed essa, siccome principessa di gran senno, gli ordinò di parlarne al re in ora tale, in cui anch'ella mostrerebbe di sopraggiugnere, come persona nuova, al colloquio. Così fu fatto; il ministro diede fuoco alla mina; sopravvenne la regina, che, potendo molto nel cuore del re, accrebbe il fuoco in maniera, che il re si diede per vinto, oramai persuaso avere gli smisurati disegni del cardinal ministro, coll'inimicar tante potenze, esposti a troppo gravi danni e pericoli non meno i suoi regni che il proprio onore.Adunque nel dì 5 di dicembre di questoanno dal segretario di Stato don Michele Duran fu presentato all'Alberoni un ordine scritto di pugno dello stesso re, con cui gli proibiva d'ingerirsi più negli affari del governo; e gli veniva ordinato di non presentarsi al palazzo, o in alcun altro luogo dinanzi alle loro maestà, o ad alcun principe della casa reale; e di uscire di Madrid fra otto giorni, e dagli Stati del dominio di sua maestà nel termine di tre settimane. Si espresse anche il re di essere venuto a tal determinazione spezialmente per levare un ostacolo ai trattati della pace da cui dipendeva il pubblico bene. Pertanto nel dì 11 del mese suddetto, ottenuti prima i passaporti dal re e dagli ambasciadori di Francia e d'Inghilterra, si partì l'Alberoni da Madrid alla volta dell'Italia, con disegno di passare a Genova. Di rilevanti scritture e memorie portava egli seco; vi fece riflessione alquanto tardi il gabinetto di Madrid; fu nondimeno a tempo per ispedir gente, che della maggior parte il privò. Fu anche occupato in Madrid molto oro, da lui lasciato a un suo confidente; ma non caddero già in loro mano quelle grosse somme di danaro, ch'egli da uomo prudente avea tanto prima inviate ne' banchi d'Italia, per valersene contro le vicende e i balzi preveduti della fortuna in caso di disgrazia: somme tali che servirono poscia a lui per vivere con tutto decoro il resto di sua vita in queste contrade. Salvò ancora qualche carta che servì alla sua giustificazione. Quanto si rallegrassero per la caduta di sì abborrito ministro le potenze componenti la quadruplice alleanza, ed anche molti grandi di Spagna, che prima relegati, furono tosto rimessi in libertà, non si può abbastanza esprimere. Furono anche fatti per questo fuochi di gioia in alcuni luoghi di Spagna. Ed allora fu che i ministri di esse potenze e gli Olandesi mediatori rinforzarono le lor batterie per indurre il re Cattolico alla pace. Di questa appunto si trattò per tutto il seguente inverno.
Videsi in quest'anno uno spettacolo forse non mai veduto, cioè le principali potenze dell'Europa unite in guerra contro la Spagna; e la Spagna sola senza sgomentarsi far fronte a tutti. Avea già il reVittorio Amedeonel dì 18 ottobre dell'anno precedente abbracciata la lega di Cesare, Francia ed Inghilterra, consentendo al cambio della oramai perduta Sicilia colla Sardegna, che pure stava in mano del re Cattolico. Però questi potentati cominciarono maggiormente a disporsi per condurre colla forza la corte di Madrid a quella pace, che colle amichevoli esortazioni non si potea da essa ottenere. Aveano essi fatto proporre al reFilippo Vle determinazioni prese dalla quadruplice alleanza per restituire la quiete all'Europa, ma con poca fortuna a cagion di certe condizioni contrarie ai desiderii e alle speranze del gabinetto spagnuolo. Ora quasi nel medesimo tempo tanto il re britannicoGiorgio I, quanto il CristianissimoLuigi XV, o sia sotto nome di lui il reggenteduca d'Orleans, dichiararono la guerra alla Spagna. Nel dì 9 di gennaio del presente anno fu pubblicata in Parigi questa dichiarazione, e in Londra nel 28 del precedente dicembre, il qual giorno all'inglese vien quasi a cadere in quello della Francia. Sì gli uni che gli altri sovrani imputavano tutti questi sconcerti al solocardinale Alberoniprimo ministro della corte di Madrid; e spezialmente di lui si dolse il ministero della corte di Francia in un manifesto che fu nella stessa occasion divulgato. Ma se queste potenze vollero per cagione di questo porporato far guerra alla Spagna, anche il porporato la facea loro nel medesimo tempo, e nel cuore dei loro regni.Manipolò sollevazioni in Iscozia che presero fuoco. Oltre alduca d'Ormondesiliato dall'Inghilterra, che si era ricoverato in Ispagna, chiamò colà anche il cavalier di San Giorgio, o sia ilre Giacomo III, il quale nel febbraio del presente anno colla maggior possibile segretezza si partì da Roma, ed ebbe poi la fortuna di arrivar sano e salvo a Madrid. Seguirono varie commozioni degli Scozzesi; e se una crudel tempesta non dissipava una flotta mossa di Spagna con genti ed armi, forse l'incendio in quelle parti si sarebbe maggiormente aumentato. Fu cagione questa sciagura che pochi Spagnuoli pervenissero a sostenere la rivoluzion della Scozia, e che in fine perduta la speranza di questo colpo, ed affinchè esso cavalier di San Giorgio non fosse di ostacolo alla pace, si congedò questo principe dal re Cattolico, e tornossene ben regalato nell'autunno in Italia, dove, siccome abbiamo detto di sopra, dopo avere sposata la principessaClementina Sobieschi, passò poi con essa ad abitare in Roma.
L'altra guerra che fece l'intrepidocardinale Alberonialla Francia, fu quella di suscitar le pretensioni del reFilippo Vintorno alla reggenza di quel regno, durante la minorità del reLuigi XV, sostenendola dovuta a sè come al più prossimo alla successione nel regno di Francia. Le rinunzie dalla maestà sua fatte si dicevano invalide e nulle; e non si taceva, che se fosse mancato il piccolo re, intendeva il re Cattolico di far valere i suoi diritti sopra la monarchia franzese. Andavano tali stoccate a ferire il cuore diFilippo d'Orleansduca reggente, e degli altri principi della real casa, giacchè, secondo la pace di Utrecht, e in vigore de' patti e delle rinunzie precedenti, la casa d'Orleans aveva acquistato ogni diritto al regno con esclusione della linea di Spagna. E perciocchè si venne a scoprire che il principe di Cellamare, ambasciatore del re Cattolico in Parigi, fabbricava delle mine segrete per muoveresedizioni e guerra civile in Francia, fu obbligato a sloggiare. Pubblicossi ancora un biglietto dell'Alberoni, comprovante queste occulte trame, facendo il duca reggente valer tutto per giustificare l'intimazion della guerra contro la Spagna, e per far delle amare querele contra di esso cardinale, trattato da nemico della quiete dell'Europa, ed oppressore della monarchia di Spagna. Ora nell'aprile del presente anno cominciò l'esercito franzese verso la Navarra le ostilità contra degli Spagnuoli; e, dopo aver preso alcuni forti, mise l'assedio a Fonterabbia, e vi concorsero a sostenerlo per mare alquanti vascelli inglesi. Fu ben difesa quella piazza fino al dì 16 di maggio, in cui quel presidio con capitolazione onorevole la consegnò ai Franzesi. Passò di poi il marescialloduca di Bervichnel dì 29 del mese di giugno ad assediare San Sebastiano. Per la gagliarda resistenza degli Spagnuoli, solamente nel dì 2 di agosto entrarono l'armi franzesi in quella città, essendosi ritirata la guarnigione nella cittadella, che poi nel dì 17 con buoni patti si ritirò anche di là. Fu creduto consiglio delcardinale Alberonil'aver fatto venire sino a Pamplona il re Cattolico, per dar calore alle sue armi in quelle parti; ma egli poscia ne' suoi manifesti più tosto derise questa andata di sua maestà Cattolica; e in fatti, ad altro essa non servì che per far udire più presto a quel monarca la nuova delle perdute sue piazze. Quel che è certo, perchè si temeva che i Franzesi passassero fino alla stessa Pamplona, quella real corte giudicò miglior partito il ritornarsene, ed anche in fretta, a Madrid. Fecero poi essi Franzesi dalla parte del Rossiglione un'invasione nella Catalogna colla presa di alquanti luoghi. Così passava la guerra di Francia contro gli Spagnuoli; nel qual tempo ancora si rappresentò in Parigi la strepitosa commedia del Mississipì, di cui, e degl'imbrogli diGiovanni LawsScozzese autore di quelle scene, il qual poi nel 1729 terminòin Venezia i suoi giorni, a me non conviene di dirne altro. Quivi non finirono le percosse date in quest'anno alla Spagna. Anche l'armata degl'Inglesi nel dì 10 di ottobre arrivata al porto della città di Vigo, s'impadronì fra poco della medesima, e poi della cittadella nel dì 24 di esso mese.
Più aspra guerra intanto si faceva in Sicilia. Proseguivan quivi gli Spagnuoli il blocco di Melazzo, ed erano pure in quelle vicinanze i Tedeschi, con patire grave incomodo sì l'una che l'altra parte. Scarseggiava forte di vettovaglia quella piazza; ma verso il fine di gennaio varie navi inglesi felicemente approdate a quel porto vi recarono tanta copia di vettovaglie, che il presidio si rise da lì innanzi de' nemici. Non cessavano ilconte Daun, vicerè di Napoli, e il generoso cavaliereconte Coloredo, ultimamente inviato al governo di Milano per la morte accaduta delprincipe di Levenstein, di ammassar gente e provvisioni per iscacciar dalla Sicilia gli Spagnuoli. Circa cinquecento vele nel dì 23 di maggio si mossero da Baia, cariche di dieci mila combattenti, di cannoni, mortari ed altri militari attrezzi, e scortate da alcuni vascelli inglesi. Nel dì 28 del seguente mese questo gran convoglio felicemente sbarcò in Sicilia presso Patti. A tale avviso il generale spagnuolomarchese di Leedefrettolosamente levò il campo da Melazzo, con lasciare in preda ai nemici alcuni migliaia di sacchi di farina, ed altre provvisioni, e secento soldati infermi, e si ritirò verso Francavilla. Impadronironsi frattanto i cesarei dell'isola di Lipari. Era ilmarchese di Leedemaestro di guerra, e gareggiava in lui la prudenza col valore; sapea risparmiare il sangue, far con giudizio i postamenti, e alle occorrenze ben assalire e meglio difendersi. Se non fossero a lui mancate le forze, difficilmente gli avrebbono tolta di mano la Sicilia. All'incontro era arrivato ai comando dell'armi cesaree in quell'isola il generaleconte di Mercy, personaggio pien di fuoco guerriero, allievodell'invittoprincipe Eugenio, ma non imitatore della sua prudenza. Uso suo fu di mandare al macello per qualsivoglia sua idea le truppe, e di comperar tutto a forza di sangue: il che col tempo gli tirò addosso l'odio di tutto l'esercito. Nel dì 20 di giugno andò questo focoso generale ad assalire l'oste nemica, guardata alla fronte dal fiume Roselino, e riparata da un forte trincieramento. Furioso fu l'assalto, ma con sì gran vigore lo sostennero i valorosi Spagnuoli, che il Mercy, dopo avere sacrificato almen quattromila de' suoi, fu forzato a retrocedere, con aver solamente tolto alcuni posti ai nemici. Restò egli stesso ferito in quella calda azione. Cercarono le relazioni di dar qualche buon colore a questo suo infelice sforzo, ma fu creduto che in Ispagna ed altrove con ragione si cantasse ilTe Deum, come per vera vittoria riportata dal prode lor generale, benchè ancora dal canto suo non poca gente vi perisse. Se anche gl'imperiali l'attribuivano a sè stessi, niuno potè loro impedire un sì fatto gusto. Provossi in questa ed altre occasioni che non pochi Siciliani bravamente sostenevano il partito spagnuolo.
Ma quanto andavan calando le forze del re Cattolico in Sicilia, altrettanto crescevano quelle degl'imperiali per li possenti rinforzi o passati da Reggio o condotti da Napoli per mare colà. Con questa superiorità di gente non fu difficile ai cesarei di passare sotto Messina, avendo prevenuto con una marcia gli Spagnuoli, incamminati anch'essi a quella volta. Da che ebbero preso castello Gonzaga, e fu dagli Spagnuoli abbandonato il forte del Faro, la città stessa nel dì 9 di agosto venne alla loro ubbidienza, essendosi ritirata la guarnigione nella cittadella. Insoffribil contribuzione fu imposta a quei cittadini, perchè molti di loro avevano impugnata la spada in favor degli Spagnuoli. Non tardarono a rendersi i due castelli di Matagriffone e del Castellaccio; con che restò renitente la sola cittadella, contra di cui si diede principio alle ostilità.Cagion fu la presa di Messina che i Siciliani, stati fin qui molto parziali alla corona di Spagna, presero altro consiglio, e vennero a soggettarsi all'imperadore; ed intanto ilmarchese di Leede, giacchè conobbe di non poter dar soccorso all'assediata cittadella, si ritirò infin verso Agosta. Così gagliarda difesa fece don Luca Spinola col presidio spagnuolo nella cittadella di Messina, che solamente nel dì 18 di ottobre giunse ad esporre bandiera bianca, e restò nel dì seguente convenuto che gli Spagnuoli con tutti gli onori militari ne uscissero liberi, e nello stesso tempo consegnassero anche il forte di San Salvatore. Fu allora che ilduca di MonteleonePignatelli, entrato in Messina, prese per sua maestà cesarea il possesso della carica di vicerè di Sicilia. Si renderono poscia agl'imperiali le città di Marsala e di Mazzara con altri luoghi; e già comparivano segnali che il marchese di Leede pensava ad evacuar la Sicilia, stante l'aver egli spediti fuori di essa i suoi equipaggi. Aveva appena ilconte di Gallasfatto il suo ingresso in Napoli, come vicerè di quel regno, che la morte venne a trovarlo, ed ebbe fra poco per successore ilcardinale di Scrotembach. Fu in quest'anno che Vittorio Amedeo re di Sardegna chiamò tutti i suoi vassalli a presentare i titoli dei loro feudi, e seguirono poi gravi doglianze di molti che ne restarono spogliati. Perchè tuttavia bollivano in Roma le controversie dei riti cinesi, nè bastavano a chiarir cose cotanto lontane le scritture discordi dei contendenti, venne il saggio ponteficeClemente XIin determinazione di spedire colà un nuovo vicario apostolico e visitatore, per prendere le più accertate informazioni in sì importante materia. Fu scelto per sì faticoso impegno monsignorCarlo Ambrosio Mezzabarba, nobile pavese, che colla compagnia di molti missionarii e con superbi regali destinati all'imperador cinese si mise in viaggio verso quelle tanto remote contrade. Fece anche il santo padre, nel dì 29 di novembreuna promozione di dieci egregi personaggi alla sacra porpora.
Finì il presente anno con una scena, che gran romore fece non solamente in Ispagna, ma anche per tutta l'Europa. Primo ministro del re CattolicoFilippo Vera da qualche anno divenuto il cardinaleGiulio Alberoni, e per mano sua passavano tutti gli affari. Convien fare questa giustizia all'abilità e singolare attività sua, che il regno di Spagna s'era rimesso in un bel sistema mercè de' suoi regolamenti, ed era giunto a ricuperar quelle forze e quello splendore che sotto gli ultimi precedenti re parea ecclissato: tanto avea egli accudito al buon maneggio delle regie finanze, a rimettere le forze di terra e di mare, ad istituire la posta per le Indie Occidentali, a fondare una scuola di gentiluomini per istruirli nella navigazione, e in ogni affare della marina, e a levare i molti abusi che da gran tempo tenevano snervata quella potente monarchia. Cose anche più grandi meditava egli per accrescere la popolazion della Spagna, per introdurre il traffico, le manifatture e la cultura delle terre in quelle contrade, e per fare che i tesori delle Indie Occidentali e le lane preziose di Spagna servissero ad arricchire in vece degli stranieri i nazionali spagnuoli. Buon principio avea anche dato a tali idee con profitto del regno. Tutte le mire sue in una parola tendevano all'esaltazion di quella gran monarchia, e tutto si potea promettere dalla sua costanza in ciò ch'egli intraprendeva. Ma questo personaggio in più maniere si era tirata addosso la disavventura di essere mirato di mal occhio dalle principali potenze dell'Europa sì pel già operato contra dell'imperatore, della Francia, dell'Inghilterra e del re di Sardegna, e sì pel sospetto che uomo gravido di sì alte idee non pregiudicasse maggiormente ai loro interessi in avvenire. Si univano perciò le premure di tutti questi collegati a detronizzare questo poderoso e intraprendente ministro, nè altra via trovando,si rivolsero aFrancesco Farneseduca di Parma, zio dellaregina Elisabetta. Gli esibirono il governo di Milano ed altri vantaggi, se gli dava l'animo di atterrare l'odiato cardinale. Trovossi che il duca era anch'egli disgustato di lui, perchè non rispediva mai i suoi corrieri, ed esigeva che gli affari suoi non arrivassero al re, se prima non si presentavano a lui, e non ne riceveano la sua approvazione. Non era similmente ignoto al duca, essere poco soddisfatta del porporato la regina, per certe imperiose risposte a lei date da esso ministro. Però animosamente incaricò il marchese Annibale Scotti suo ministro in Madrid di rappresentare a dirittura al re Cattolico i gravissimi danni ch'erano vicini a risultare ai suoi regni per cagione di questo ministro, con dipingerlo per uomo impetuoso, violento e imprudente, che avea imbarcata la maestà sua in troppo pericolosi impegni, e potea col tempo far di peggio colla rovina del regno. Essere nelle congiunture presenti necessaria la pace, e questa non si avrebbe mai, se non si allontanava un ministro di consigli e pensieri sì turbolenti, e capace di dar fuoco a tutte le parti del mondo (del che egli stesso si vantava), senza riflettere alle cattive conseguenze delle troppo ardite risoluzioni. Di queste e di altre ragioni imbevuto il conte Scotti, animato ancora da' ministri di Francia e d'Inghilterra, rivelò alla regina la sua incumbenza; ed essa, siccome principessa di gran senno, gli ordinò di parlarne al re in ora tale, in cui anch'ella mostrerebbe di sopraggiugnere, come persona nuova, al colloquio. Così fu fatto; il ministro diede fuoco alla mina; sopravvenne la regina, che, potendo molto nel cuore del re, accrebbe il fuoco in maniera, che il re si diede per vinto, oramai persuaso avere gli smisurati disegni del cardinal ministro, coll'inimicar tante potenze, esposti a troppo gravi danni e pericoli non meno i suoi regni che il proprio onore.
Adunque nel dì 5 di dicembre di questoanno dal segretario di Stato don Michele Duran fu presentato all'Alberoni un ordine scritto di pugno dello stesso re, con cui gli proibiva d'ingerirsi più negli affari del governo; e gli veniva ordinato di non presentarsi al palazzo, o in alcun altro luogo dinanzi alle loro maestà, o ad alcun principe della casa reale; e di uscire di Madrid fra otto giorni, e dagli Stati del dominio di sua maestà nel termine di tre settimane. Si espresse anche il re di essere venuto a tal determinazione spezialmente per levare un ostacolo ai trattati della pace da cui dipendeva il pubblico bene. Pertanto nel dì 11 del mese suddetto, ottenuti prima i passaporti dal re e dagli ambasciadori di Francia e d'Inghilterra, si partì l'Alberoni da Madrid alla volta dell'Italia, con disegno di passare a Genova. Di rilevanti scritture e memorie portava egli seco; vi fece riflessione alquanto tardi il gabinetto di Madrid; fu nondimeno a tempo per ispedir gente, che della maggior parte il privò. Fu anche occupato in Madrid molto oro, da lui lasciato a un suo confidente; ma non caddero già in loro mano quelle grosse somme di danaro, ch'egli da uomo prudente avea tanto prima inviate ne' banchi d'Italia, per valersene contro le vicende e i balzi preveduti della fortuna in caso di disgrazia: somme tali che servirono poscia a lui per vivere con tutto decoro il resto di sua vita in queste contrade. Salvò ancora qualche carta che servì alla sua giustificazione. Quanto si rallegrassero per la caduta di sì abborrito ministro le potenze componenti la quadruplice alleanza, ed anche molti grandi di Spagna, che prima relegati, furono tosto rimessi in libertà, non si può abbastanza esprimere. Furono anche fatti per questo fuochi di gioia in alcuni luoghi di Spagna. Ed allora fu che i ministri di esse potenze e gli Olandesi mediatori rinforzarono le lor batterie per indurre il re Cattolico alla pace. Di questa appunto si trattò per tutto il seguente inverno.