MDCCXX

MDCCXXAnno diCristoMDCCXX. IndizioneXIII.Clemente XIpapa 21.Carlo VIimperadore 10.Contuttochè mirasse il Cattolico Filippo V come quasi svanite le sue speranze sul regno di Sicilia, e minacciata la stessa Spagna da mali più gravi, pure l'animo suo generoso non sapeva accomodarsi al dispotico volere della quadruplice alleanza, che, senza ascoltar le ragioni sue, intendeva di dargli la legge, con avere stese nel dì 2 d'agosto dell'anno 1718 le condizioni di una pace universale. Fece pertanto nel gennaio dell'anno presente proporre dal suo ambasciatoremarchese Beretti Landiagli stati generali altri articoli, secondo i quali avrebbe accettata la pace proposta. Sì contrarii parvero questi alle risoluzioni già prese, che in Parigi nel dì 14 d'esso mese i ministri di Cesare e dei re di Francia, Inghilterra e Sardegna reclamarono forte, e conchiusero di continuare più ardentemente che mai le ostilità contro la Spagna, se il re non si arrendeva al trattato suddetto di Londra. Aveano esse potenze già prescritto tre mesi di tempo alla cattolica maestà per risolvere; laonde il piissimo re, desideroso anch'egli di restituir la pace all'Europa, nel dì 16 del suddetto gennaio abbracciò interamente il predetto trattato di Londra con tutte le sue condizioni; e questa sua real volontà, esposta nel dì 17 di febbraio all'Haia, riempiè di consolazione tutti gli amatori della pubblica quiete. Vero è che il re cattolicoFilippo Vcedette all'Augusto Carlo VIogni sua pretensione e diritto sopra la Sicilia, coll'annullare ancora il partito della reversione, in caso della mancanza di maschi, nell'austriaca famiglia. Parimente vero è, che cedette al reVittorio Amedeoil regno della Sardegna; ma questi regni non li possedeva esso re Cattolico prima della presente guerra. All'incontro, in favore d'esso monarca fu stabilito, che venendo a vacare per mancanzadi discendenti maschi il gran ducato di Toscana, e i ducati di Parma e Piacenza, in essi succederebbero i figli maschi legittimi e naturali della reginaElisabetta Farnese, moglie di sua maestà Cattolica, escludendone solamente chi di essi e loro discendenti arrivasse ad essere re di Spagna; con patto nondimeno che tali ducati fossero riconosciuti per feudi imperiali; e che intanto per maggior sicurezza vi si mandassero presidii di Svizzeri. Parve a molti cosa strana che i potentati dell'Europa disponessero con tanto dispotismo degli Stati altrui, e viventi anche i lor principi naturali, coll'imporre in oltre ad essi il giogo de' suddetti presidii. Se ne lagnarono, spezialmente il sommo ponteficeClemente XI, che allegava tante ragioni della camera apostolica sopra Parma e Piacenza; e a questo fine il santo padre, nel febbraio di quest'anno, spedì alla corte di Vienna monsignoreAlessandro Albanisuo nipote, con commissione di difendere i diritti della santa Sede. Pretendeva altresì il gran duca di ToscanaCosimo III, che il dominio fiorentino non fosse soggetto a leggi feudali dell'imperio, e che a lui stesse ad eleggere il successore. Gran dibattimento era stato per questo in Firenze, dove quei ministri pensavano di poter risuscitare il nome e la libertà dell'antica repubblica. Dichiarò pertanto il gran duca, che, mancando di vitadon Giovanni Gastonegran principe, unico suo figlio maschio, a lui succederebbe la vedova elettrice palatinaAnna Maria Luigiaparimente figlia sua. Spedì anche un ministro a tutte le corti per reclamare e rappresentar le sue ragioni. Ma dappertutto si trovarono orecchie sorde, e al gran duca convenne prendere la legge dagli altri potentati, i quali, con disporre di quegli Stati, si crederono di esentar l'Italia da altre guerre e disavventure.In vigore dunque della pace suddetta il cesareo generaleconte di Mercyavea fatto intendere almarchese di Leedegenerale spagnuolo, che conveniva disporsiad evacuar la Sicilia; ma perchè il Leede si mostrava tuttavia allo scuro del conchiuso trattato, nel dì 28 di aprile il Mercy si mosse contro il campo spagnuolo in vicinanza di Palermo. Furono presi alcuni piccioli forti, che coprivano le trincee nemiche; ma essendo in procinto i cesarei nel dì 2 di maggio, di maggiormente svegliare gli addormentati Spagnuoli, marciando in ordinanza contra di essi: tanto dal campo loro che dalle mura della città si cominciò a gridarPace, pace. Pertanto, nel dì 6 di esso mese fra i due generali, coll'intervento dell'ammiraglio ingleseBing, fu stabilito e sottoscritto l'accordo, cioè pubblicata una sospension d'armi, e regolato il trasporto delle truppe spagnuole fuori della Sicilia e Sardegna sulle coste della Catalogna. Dopo di che nei giorni concertati presero le truppe imperiali il possesso della real città di Palermo, del Molo e di Castello a Mare fra le incessanti acclamazioni di quel popolo. Anche le città di Agosta e di Siracusa a suo tempo furono consegnate agli uffiziali cesarei. Poscia nel dì 22 di giugno cominciarono le milizie spagnuole imbarcate nei legni di loro nazioni a spiegar le vele verso Barcellona. Circa cinquecento Siciliani presero anche essi l'imbarco per non soggiacere ad aspri trattamenti o a funesti processi; e i lor beni furono perciò confiscati, a cagione del loro operato contro dell'imperadore. Tornò dunque a rifiorire la quiete in quel regno. Essendo stato spedito in Sardegna ilprincipe d'Ottaianodi casa Medici, sul principio di agosto prese il possesso di quell'isola a nome dell'Augusto monarca, con rilasciarla poscia ai ministri del reVittorio Amedeo, le cui truppe, da che ne furono ritirate le spagnuole, entrarono in quelle piazze. Venne intanto a scoppiare in Provenza una calamità che diffuse il terrore per tutta l'Italia. La poca avvertenza del governo di Marsilia lasciò approdare al suo porto la peste, secondo il solito portata colà dai paesi turcheschi. Tanto si andò temporeggiandoa confessarla tale, che essa prese piede, e poi fieramente divampò fra quell'infelice popolo. A sì disgustoso avviso commossi i principi d'Italia, e massimamente i litorali del Mediterraneo, vietarono tosto ogni commercio colla Provenza; e il re di Sardegna più degli altri prese le più rigorose precauzioni ai confini dei suoi Stati, affinchè il micidial malore non valicasse i confini dell'Alpi. A lui principalmente si attribuì l'esserne poi rimasta preservata l'Italia.Fin l'anno precedente aveaRinaldo d'Esteduca di Modena ottenuta in isposa delprincipe Francescosuo primogenito madamigella di ValoisCarlotta Aglaefiglia diFilippoduca d'Orleans, reggente di Francia. Sul principio di dicembre fu pubblicato nella real corte di Versaglies questo matrimonio, dopo di che se ne procurò la dispensa dal sommo pontefice. Scelto fu il dì 12 di febbraio del presente anno, giorno penultimo di carnevale, per effettuarla. Solennissima riuscì la funzione nella real cappella, essendovi intervenuto ilre Luigi XVcon tutti i principi e principesse del sangue e colla più fiorita nobiltà. A nome del principe ereditario di Modena fu essa principessa sposata daLuigi duca di Chiartressuo fratello, oggidì duca di Orleans, colla benedizione delcardinale di Roano. Siccome a questa principessa furono accordate le prerogative di figlia di Francia, e nella di lei persona concorreva il pregio di essere nata da chi in questi tempi era l'arbitro del regno; così onori insigni ricevette ella in tutto il viaggio fino a Marsilia, dove non trovò peranche sentore alcuno di peste. Fu condotta da una squadra di galee franzesi, comandate dal gran priore suo fratello, sino a San Pier d'Arena. Non lasciò indietro la magnifica repubblica di Genova dimostrazione alcuna di stima per onorar lei, e in lei il reggente di Francia. Ricevette dipoi, nel suo passaggio per lo Stato di Milano, ogni maggior finezza dalconte Colloredogovernatore, cavaliere, dotato di singolar gentilezzae probità, e per quelli di Piacenza e Parma dallacorte Farnese. Fece finalmente essa principessa nel dì 20 di giugno la sua solenne entrata in Modena con grandiosa solennità, e per più giorni si continuarono i solazzi e le feste tanto qui che in Reggio. Nel gennaio dell'anno presente passò ilcardinale Alberoniper la Linguadoca e Provenza alla volta del Genovesato; e fu detto che egli, irritato dall'aspro trattamento a lui fatto nel suo viaggio, inviasse una lettera alduca di Orleansreggente, in cui si offeriva di somministrargli i mezzi per perdere interamente e in poco tempo la Spagna; e che il reggente inviasse questo foglio al re Cattolico. Verisimilmente inventata fu una tal voce da chi gli voleva bene: che di questa mercatanzia abbonda il mondo, massimamente in tempo di discordie e di guerra. Andò egli a prendere riposo in Sestri di Levante; mentre che ognuno si credea aver da essere Roma il termine de' suoi passi, a lui fu presentata una lettera dalcardinale Paoluccisegretario di Stato, in cui gli veniva vietato di farsi consecrare vescovo di Malega, benchè ne avesse ricevuto le bolle, e susseguentemente giunse altro ordine, che non osasse metter il piè nello Stato ecclesiastico.Era esacerbato forte l'animo di papaClemente XIcontra di questo porporato, pretendendo sua santità di essere stata tradita da lui col consigliare ed incitar la corte di Spagna a muovere l'armi contro l'imperadore, dappoichè gli era stata data sì espressa parola e promessa di non toccarlo durante la guerra col Turco. Tanto più si accendeva al risentimento il pontefice, per annientare i sospetti corsi contro la sincerità e l'onor suo, quasichè egli fosse con doppiezza proceduto d'accordo col gabinetto di Spagna per burlare sua maestà cesarea. Scrisse pertanto premuroso breve al doge di Genova, incaricandolo di assicurarsi della persona del cardinale Alberoni, ad effetto di farlo poi trasportare e custodire in castello SantoAngelo. Si mandarono in fatti le guardie a fermarlo in Sestri; ma sì gran copia di parziali si era procacciato nell'auge della sua fortuna in Genova, che da lì a pochi giorni prevalse in quel consiglio la risoluzione di lasciarlo fuggire; siccome avvenne, avendo poi finto que' magistrati di farlo cercare dovunque egli non era. Creduto fu che il cardinale si fosse ritirato presso uno dei liberi vassalli nelle Langhe, suo gran confidente; e forse fu così, dacchè egli sul principio scampò da Sestri: ma la verità è, ch'egli si ricoverò negli Svizzeri. Sdegnossi non poco per questo avvenimento il sommo pontefice contra dei Genovesi, i quali perciò spedirono uno de' lor nobili a Roma per placarlo, e per giustificare la lor condotta. Fu dato principio intanto ad una congregazione di cardinali, a fin di formare un rigoroso processo contra dell'Alberoni, con pretenderlo reo di sregolati costumi, di prepotenze usate verso gli ecclesiastici, e di essere stato autore dell'ultima guerra, con animo di levargli il cappello, qualora si potessero provare somiglianti reati. Ma non si perdè di animo il porporato. Scrisse varie sensate lettere (date poi alla luce, e meritevoli di essere lette) a più di uno di que' cardinali, mostrando che egli non solamente non avea approvato il disegno della guerra suddetta, ma di esservisi fortemente opposto. E giacchè egli non ebbe difficoltà di lasciar correre colle stampe una risposta datagli dal padre Daubanton confessore del re, nè pure sarà a me disdetto il ripeterla qui. Cioè esponeva esso cardinale il dolore che proverebbe il santo padre per vedersi deluso in affare di tanta importanza: al che il religioso rispose, che egli dovea consolarsi per non avervi colpa, aggiugnendo di più queste parole:Non v'inquietate, monsignore, forse il papa non ne sarà sì disgustato, come voi credete. Ma il papa appunto per tali dicerie vieppiù gagliardamente fece proseguire l'incominciato processo. Avrebbono potuto il re Cattolico ed esso padre confessore, mettere in chiarola verità o falsità di quanto asseriva il porporato in sua discolpa intorno a questi fatti; ma non si sa che la saviezza di quella real corte volesse entrare in questo imbroglio, e decidere. Solamente è noto che esso monarca passò a gravi risentimenti contro la repubblica di Genova, per aver lasciato uscir di gabbia questo personaggio, il quale intanto attese colla penna sua e de' suoi avvocati a difendersi, e ad aspettare in segreto asilo la mutazion dei venti. Le sue avventure in questi dì recavano un gran pascolo alle pubbliche gazzette e alla curiosità degli sfaccendati politici.

Contuttochè mirasse il Cattolico Filippo V come quasi svanite le sue speranze sul regno di Sicilia, e minacciata la stessa Spagna da mali più gravi, pure l'animo suo generoso non sapeva accomodarsi al dispotico volere della quadruplice alleanza, che, senza ascoltar le ragioni sue, intendeva di dargli la legge, con avere stese nel dì 2 d'agosto dell'anno 1718 le condizioni di una pace universale. Fece pertanto nel gennaio dell'anno presente proporre dal suo ambasciatoremarchese Beretti Landiagli stati generali altri articoli, secondo i quali avrebbe accettata la pace proposta. Sì contrarii parvero questi alle risoluzioni già prese, che in Parigi nel dì 14 d'esso mese i ministri di Cesare e dei re di Francia, Inghilterra e Sardegna reclamarono forte, e conchiusero di continuare più ardentemente che mai le ostilità contro la Spagna, se il re non si arrendeva al trattato suddetto di Londra. Aveano esse potenze già prescritto tre mesi di tempo alla cattolica maestà per risolvere; laonde il piissimo re, desideroso anch'egli di restituir la pace all'Europa, nel dì 16 del suddetto gennaio abbracciò interamente il predetto trattato di Londra con tutte le sue condizioni; e questa sua real volontà, esposta nel dì 17 di febbraio all'Haia, riempiè di consolazione tutti gli amatori della pubblica quiete. Vero è che il re cattolicoFilippo Vcedette all'Augusto Carlo VIogni sua pretensione e diritto sopra la Sicilia, coll'annullare ancora il partito della reversione, in caso della mancanza di maschi, nell'austriaca famiglia. Parimente vero è, che cedette al reVittorio Amedeoil regno della Sardegna; ma questi regni non li possedeva esso re Cattolico prima della presente guerra. All'incontro, in favore d'esso monarca fu stabilito, che venendo a vacare per mancanzadi discendenti maschi il gran ducato di Toscana, e i ducati di Parma e Piacenza, in essi succederebbero i figli maschi legittimi e naturali della reginaElisabetta Farnese, moglie di sua maestà Cattolica, escludendone solamente chi di essi e loro discendenti arrivasse ad essere re di Spagna; con patto nondimeno che tali ducati fossero riconosciuti per feudi imperiali; e che intanto per maggior sicurezza vi si mandassero presidii di Svizzeri. Parve a molti cosa strana che i potentati dell'Europa disponessero con tanto dispotismo degli Stati altrui, e viventi anche i lor principi naturali, coll'imporre in oltre ad essi il giogo de' suddetti presidii. Se ne lagnarono, spezialmente il sommo ponteficeClemente XI, che allegava tante ragioni della camera apostolica sopra Parma e Piacenza; e a questo fine il santo padre, nel febbraio di quest'anno, spedì alla corte di Vienna monsignoreAlessandro Albanisuo nipote, con commissione di difendere i diritti della santa Sede. Pretendeva altresì il gran duca di ToscanaCosimo III, che il dominio fiorentino non fosse soggetto a leggi feudali dell'imperio, e che a lui stesse ad eleggere il successore. Gran dibattimento era stato per questo in Firenze, dove quei ministri pensavano di poter risuscitare il nome e la libertà dell'antica repubblica. Dichiarò pertanto il gran duca, che, mancando di vitadon Giovanni Gastonegran principe, unico suo figlio maschio, a lui succederebbe la vedova elettrice palatinaAnna Maria Luigiaparimente figlia sua. Spedì anche un ministro a tutte le corti per reclamare e rappresentar le sue ragioni. Ma dappertutto si trovarono orecchie sorde, e al gran duca convenne prendere la legge dagli altri potentati, i quali, con disporre di quegli Stati, si crederono di esentar l'Italia da altre guerre e disavventure.

In vigore dunque della pace suddetta il cesareo generaleconte di Mercyavea fatto intendere almarchese di Leedegenerale spagnuolo, che conveniva disporsiad evacuar la Sicilia; ma perchè il Leede si mostrava tuttavia allo scuro del conchiuso trattato, nel dì 28 di aprile il Mercy si mosse contro il campo spagnuolo in vicinanza di Palermo. Furono presi alcuni piccioli forti, che coprivano le trincee nemiche; ma essendo in procinto i cesarei nel dì 2 di maggio, di maggiormente svegliare gli addormentati Spagnuoli, marciando in ordinanza contra di essi: tanto dal campo loro che dalle mura della città si cominciò a gridarPace, pace. Pertanto, nel dì 6 di esso mese fra i due generali, coll'intervento dell'ammiraglio ingleseBing, fu stabilito e sottoscritto l'accordo, cioè pubblicata una sospension d'armi, e regolato il trasporto delle truppe spagnuole fuori della Sicilia e Sardegna sulle coste della Catalogna. Dopo di che nei giorni concertati presero le truppe imperiali il possesso della real città di Palermo, del Molo e di Castello a Mare fra le incessanti acclamazioni di quel popolo. Anche le città di Agosta e di Siracusa a suo tempo furono consegnate agli uffiziali cesarei. Poscia nel dì 22 di giugno cominciarono le milizie spagnuole imbarcate nei legni di loro nazioni a spiegar le vele verso Barcellona. Circa cinquecento Siciliani presero anche essi l'imbarco per non soggiacere ad aspri trattamenti o a funesti processi; e i lor beni furono perciò confiscati, a cagione del loro operato contro dell'imperadore. Tornò dunque a rifiorire la quiete in quel regno. Essendo stato spedito in Sardegna ilprincipe d'Ottaianodi casa Medici, sul principio di agosto prese il possesso di quell'isola a nome dell'Augusto monarca, con rilasciarla poscia ai ministri del reVittorio Amedeo, le cui truppe, da che ne furono ritirate le spagnuole, entrarono in quelle piazze. Venne intanto a scoppiare in Provenza una calamità che diffuse il terrore per tutta l'Italia. La poca avvertenza del governo di Marsilia lasciò approdare al suo porto la peste, secondo il solito portata colà dai paesi turcheschi. Tanto si andò temporeggiandoa confessarla tale, che essa prese piede, e poi fieramente divampò fra quell'infelice popolo. A sì disgustoso avviso commossi i principi d'Italia, e massimamente i litorali del Mediterraneo, vietarono tosto ogni commercio colla Provenza; e il re di Sardegna più degli altri prese le più rigorose precauzioni ai confini dei suoi Stati, affinchè il micidial malore non valicasse i confini dell'Alpi. A lui principalmente si attribuì l'esserne poi rimasta preservata l'Italia.

Fin l'anno precedente aveaRinaldo d'Esteduca di Modena ottenuta in isposa delprincipe Francescosuo primogenito madamigella di ValoisCarlotta Aglaefiglia diFilippoduca d'Orleans, reggente di Francia. Sul principio di dicembre fu pubblicato nella real corte di Versaglies questo matrimonio, dopo di che se ne procurò la dispensa dal sommo pontefice. Scelto fu il dì 12 di febbraio del presente anno, giorno penultimo di carnevale, per effettuarla. Solennissima riuscì la funzione nella real cappella, essendovi intervenuto ilre Luigi XVcon tutti i principi e principesse del sangue e colla più fiorita nobiltà. A nome del principe ereditario di Modena fu essa principessa sposata daLuigi duca di Chiartressuo fratello, oggidì duca di Orleans, colla benedizione delcardinale di Roano. Siccome a questa principessa furono accordate le prerogative di figlia di Francia, e nella di lei persona concorreva il pregio di essere nata da chi in questi tempi era l'arbitro del regno; così onori insigni ricevette ella in tutto il viaggio fino a Marsilia, dove non trovò peranche sentore alcuno di peste. Fu condotta da una squadra di galee franzesi, comandate dal gran priore suo fratello, sino a San Pier d'Arena. Non lasciò indietro la magnifica repubblica di Genova dimostrazione alcuna di stima per onorar lei, e in lei il reggente di Francia. Ricevette dipoi, nel suo passaggio per lo Stato di Milano, ogni maggior finezza dalconte Colloredogovernatore, cavaliere, dotato di singolar gentilezzae probità, e per quelli di Piacenza e Parma dallacorte Farnese. Fece finalmente essa principessa nel dì 20 di giugno la sua solenne entrata in Modena con grandiosa solennità, e per più giorni si continuarono i solazzi e le feste tanto qui che in Reggio. Nel gennaio dell'anno presente passò ilcardinale Alberoniper la Linguadoca e Provenza alla volta del Genovesato; e fu detto che egli, irritato dall'aspro trattamento a lui fatto nel suo viaggio, inviasse una lettera alduca di Orleansreggente, in cui si offeriva di somministrargli i mezzi per perdere interamente e in poco tempo la Spagna; e che il reggente inviasse questo foglio al re Cattolico. Verisimilmente inventata fu una tal voce da chi gli voleva bene: che di questa mercatanzia abbonda il mondo, massimamente in tempo di discordie e di guerra. Andò egli a prendere riposo in Sestri di Levante; mentre che ognuno si credea aver da essere Roma il termine de' suoi passi, a lui fu presentata una lettera dalcardinale Paoluccisegretario di Stato, in cui gli veniva vietato di farsi consecrare vescovo di Malega, benchè ne avesse ricevuto le bolle, e susseguentemente giunse altro ordine, che non osasse metter il piè nello Stato ecclesiastico.

Era esacerbato forte l'animo di papaClemente XIcontra di questo porporato, pretendendo sua santità di essere stata tradita da lui col consigliare ed incitar la corte di Spagna a muovere l'armi contro l'imperadore, dappoichè gli era stata data sì espressa parola e promessa di non toccarlo durante la guerra col Turco. Tanto più si accendeva al risentimento il pontefice, per annientare i sospetti corsi contro la sincerità e l'onor suo, quasichè egli fosse con doppiezza proceduto d'accordo col gabinetto di Spagna per burlare sua maestà cesarea. Scrisse pertanto premuroso breve al doge di Genova, incaricandolo di assicurarsi della persona del cardinale Alberoni, ad effetto di farlo poi trasportare e custodire in castello SantoAngelo. Si mandarono in fatti le guardie a fermarlo in Sestri; ma sì gran copia di parziali si era procacciato nell'auge della sua fortuna in Genova, che da lì a pochi giorni prevalse in quel consiglio la risoluzione di lasciarlo fuggire; siccome avvenne, avendo poi finto que' magistrati di farlo cercare dovunque egli non era. Creduto fu che il cardinale si fosse ritirato presso uno dei liberi vassalli nelle Langhe, suo gran confidente; e forse fu così, dacchè egli sul principio scampò da Sestri: ma la verità è, ch'egli si ricoverò negli Svizzeri. Sdegnossi non poco per questo avvenimento il sommo pontefice contra dei Genovesi, i quali perciò spedirono uno de' lor nobili a Roma per placarlo, e per giustificare la lor condotta. Fu dato principio intanto ad una congregazione di cardinali, a fin di formare un rigoroso processo contra dell'Alberoni, con pretenderlo reo di sregolati costumi, di prepotenze usate verso gli ecclesiastici, e di essere stato autore dell'ultima guerra, con animo di levargli il cappello, qualora si potessero provare somiglianti reati. Ma non si perdè di animo il porporato. Scrisse varie sensate lettere (date poi alla luce, e meritevoli di essere lette) a più di uno di que' cardinali, mostrando che egli non solamente non avea approvato il disegno della guerra suddetta, ma di esservisi fortemente opposto. E giacchè egli non ebbe difficoltà di lasciar correre colle stampe una risposta datagli dal padre Daubanton confessore del re, nè pure sarà a me disdetto il ripeterla qui. Cioè esponeva esso cardinale il dolore che proverebbe il santo padre per vedersi deluso in affare di tanta importanza: al che il religioso rispose, che egli dovea consolarsi per non avervi colpa, aggiugnendo di più queste parole:Non v'inquietate, monsignore, forse il papa non ne sarà sì disgustato, come voi credete. Ma il papa appunto per tali dicerie vieppiù gagliardamente fece proseguire l'incominciato processo. Avrebbono potuto il re Cattolico ed esso padre confessore, mettere in chiarola verità o falsità di quanto asseriva il porporato in sua discolpa intorno a questi fatti; ma non si sa che la saviezza di quella real corte volesse entrare in questo imbroglio, e decidere. Solamente è noto che esso monarca passò a gravi risentimenti contro la repubblica di Genova, per aver lasciato uscir di gabbia questo personaggio, il quale intanto attese colla penna sua e de' suoi avvocati a difendersi, e ad aspettare in segreto asilo la mutazion dei venti. Le sue avventure in questi dì recavano un gran pascolo alle pubbliche gazzette e alla curiosità degli sfaccendati politici.


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