MDCCXLAnno diCristoMDCCXL. IndizioneIII.Benedetto XIVpapa 1.Carlo VIimperadore 30.Esercitò in quest'anno la morte la sua potenza sopra alcune delle più riguardevoli principesche teste della cristianità. Il primo a farne la pruova fu il sommo ponteficeClemente XII, già pervenuto all'età d'anni ottantotto. Pel peso di tanti anni s'era da molto tempo infievolita la sua sanità, gli occhi più non gli servivano, e costretto a vivereper lo più io letto, quivi impiegava il residuo delle forze della mente e del suo buon volere nella continuazion del governo, aiutato in ciò dalcardinale Corsinisuo nipote, e dal gottosocardinale Firraosegretario di Stato. Ebbe egli il tempo di ricevere le informazioni spedite damonsignor Enriquezcommissario apostolico intorno agli affari di San Marino; dalle quali risultava, che avendo esso prelato esplorata la libera intenzione del consiglio di quella città e del clero, e dei capi della comunità, la maggior parte si era trovata costante nel desiderio dell'antica sua libertà. Il perchè egli, secondo la facoltà a lui data, avea rimesso quei popoli in possesso di tutti i lor privilegii, cassando gli atti delcardinale Alberoni. Coronò il buon pontefice il fine del suo governo col confermare quella determinazione, ricevuta in appresso con gran plauso dentro e fuori d'Italia da ognuno; ma non già da esso cardinale Alberoni, il quale formò tosto, ma pubblicò poi dopo qualche anno, un manifesto in difesa propria, di cui sommamente si dolse la corte di Roma, per aver agli intaccato il ministero, e messe in luce senza licenza lettere a lui scritte dal segretario di Stato. Ora il decrepito pontefice nel dì 6 di febbraio passò a miglior vita, dopo avere governata la Chiesa di Dio nove anni e mezzo con lode di molta prudenza, zelo e giustizia, glorioso per aver ornata Roma di magnifici edifizii; eretto uno spedale per li fanciulli esposti, fabbricato l'insigne palazzo della Consulta, arricchito il campidoglio di una impareggiabile copia di rare statue e d'altre antichità, e la biblioteca Vaticana di preziosi manuscritti orientali, portati in Italia da monsignor Assemani primo custode della medesima, e per aver procurato a Ravenna e ad Ancona molti comodi ed ornamenti. Non si sa che la già ricchissima casa sua profittasse con arti improprie, nè con esorbitanza della di lui fortuna, avendo il pontefice anche in ciò fatto comparire lamoderazione sua, e schivato ogni eccesso del nepotismo.Nel dì 18 di febbraio si richiusero nel conclave i sacri elettori, e cominciarono i lor maneggi colle consuete discrepanze delle fazioni. Abbondavano certamente in quell'insigne adunanza personaggi degnissimi del triregno; pure con istupore d'ognuno non si venne per mesi e mesi ad accordo alcuno, talmente che durò la lor prigionia per sei mesi continui: dilazione di cui da gran tempo non si era veduta la simile. Sa Iddio, quando vuole, sconcertar le misure e gl'imbrogli degli uomini, e chiaramente in questa congiuntura gli sconcertò, perchè alzò al pontificato chi n'era sommamente meritevole, ma non era stato proposto in addietro, nè punto aspirava a sì gran dignità. Andavano a vele gonfie la fazione corsina e i cardinali franzesi e spagnuoli in favore delcardinal Pompeo AldrovandiBolognese, persona che in acutezza e prontezza di mente, e nella scienza degli arcani della politica avea niuno o pochi pari. Tuttavia alcardinal Annibale AlbaniCamerlengo, capo della fazione dagli zelanti, parve che a questo degno soggetto mancasse alcuna delle doti che si esigono in chi ha da essere insieme principe grande, e, quel che più importa, ottimo pontefice. Però seppe egli così ben intralciar le cose, che non si giunse mai ai voti sufficienti per l'elezione dell'Aldrovandi, il quale, da che vide preclusa a sè stesso la strada per salire più alto, generosamente si adoperò perchè l'elezione cadesse in uno degli altri due ben degni porporati della patria sua, cioè nei cardinaliVicenzo Lodovico GottieProspero Lambertini. Improvvisamente adunque, come eccitati dalla voce di Dio, nel dì 16 d'agosto inclinarono gli animi concordi del sacro collegio nella persona d'esso cardinale Lambertini, che era ben lontano dai desiderii di questo peso ed onore, e nel dì susseguente ne fecero la solenne elezione, poi canonizzata dal plauso universale di chiunqueconosceva il singolar merito personale di lui.Prese egli il nome diBenedetto XIV, per venerazione al santo pontefice da cui era stato decorato della sacra porpora. Era egli nato in Bologna di casa antichissima e senatoria nel dì 31 di marzo del 1675 e però giunto all'età di sessantacinque anni. Dopo aver fatti i principali suoi studi in Roma, ed esercitate con gran lode varie cariche nella prelatura, fu nel 1728 dichiarato cardinale da papaBenedetto XIII, poscia promosso al vescovato d'Ancona, e finalmente creato arcivescovo di Bologna. Dovendo il romano pontefice essere maestro nella Chiesa di Dio, non si potea scegliere a sì alto ministero persona più propria di lui per la sua gran perizia de' canoni e dell'erudizione ecclesiastica, di cui già avea dato illustri pruove con quattro tomiDe servorum Dei beatificatione, eDe Sanctorum canonizatione, e colleIstruzionisue pastorali intorno alle feste della Chiesa e al sacrifizio della Messa, e con un'altra utilissimaRaccolta di decisioni ed edittispettanti alla disciplina ecclesiastica, dai quali si raccoglie quanto ampia sia la sua letteratura e ardente il suo zelo, talmente che da più secoli non era stata provveduta la Chiesa di Dio di un pontefice sì dotto e pratico del pastorale governo. A questi pregi si aggiugneva quello dei suoi costumi, fin dalla sua prima età incorrotti, la delicatezza della coscienza, ed una costante professione e pratica della vera pietà. Miravasi anche in lui una rara vivacità di spirito; e quantunque egli fosse impastato di un nitro che facilmente prendeva fuoco, pure questo fuoco non durava che momenti, perchè tosto smorzato dalla sua imperante virtù. Ora il novello pontefice nella sera dello stesso dì 16 di agosto pubblicamente passò alla visita della basilica Vaticana, per quivi venerare il santissimo Sacramento, e fare orazione alla sacra tomba dei principi degli Apostoli. Fu quivi che l'immenso popolo, accorso a vedereil sospirato pastore, attestò con vive acclamazioni il suo giubilo. Seguì poi nel dì 25 d'esso mese la funzion solenne della sua coronazione; dopo di che si applicò egli vigorosamente al governo, avendo scelto per segretario di stato ilcardinale Valenti Gonzaga, prodatario ilcardinale Aldrovandi, prefetto dell'indice ilcardinale Querinivescovo di Brescia, segretario dei memorialimonsignor Giuseppe Livizzani, e confermato segretario dei brevi ilcardinale Passionei.Mancò eziandio di vita nel dì 31 di maggioFederigo Guglielmore di Prussia, a cui succedette il primogenito, cioèFederigo III, principe di spiriti sommamente guerrieri, del che poco staremo a vederne gli effetti. Similmente terminò i suoi giorni nella notte del dì 28 di ottobreAnna Ivvanovvaimperadrice della gran Russia gloriosa per le sue imprese contra dei Tartari e de' Turchi, dichiarando suo successore il fanciulloprincipe Giovanni, nato dallaprincipessa Annasua nipote, e dal principeAntonio Ulrico di Brunsviche Luneburgo. Ma fra le morti che sommamente interessarono l'Italia anzi l'Europa tutta, quella fu dell'Imperadore Carlo VI. Era egli pervenuto alla età di cinquantacinque anni e pochi giorni, età florida, accompagnata da una competente sanità. Desiderava ognuno e sperava, che Dio lungamente lasciasse in vita quest'ottimo Augusto, perchè mancante in lui la discendenza maschile della gloriosissima casa d'Austria, che per più di quattro secoli con tanta lode avea governato l'imperio romano, ben si prevedeva, che la non mai quieta nè sazia ambizione dei potentati avrebbe aperta la porta a un seminario di liti e di guai. Prognosticavasi ancora, che poco sarebbe rispettata la prammatica sanzione, da lui saggiamente stabilita, e creduta antidoto valevole a risparmiare i temuti mali. Ma altrimenti dispose la divina Provvidenza, i cui occulti giudizi tanto più son da adorare, quanto meno ne intendiamo le cifre. Sorpreso questomonarca nel dì 15 di ottobre da dolori nelle viscere, da gagliardo vomito e da febbre, andò in pochi dì peggiorando, e però, dopo aver data con tenerezza alle figlie arciduchesse la paterna benedizione, e presi con somma divozione i Sacramenti della Chiesa, coraggiosamente incontrò la separazione dalla vita presente, accaduta nella notte precedente al dì 20 del mese suddetto. Era desiderabile che un'egual costanza d'animo per altro conto si fosse trovata in questo insigne Augusto; giacchè non si dee tacere quello che il padre Agostino da Lugano cappuccino, rinomato fra i sacri oratori, ed ora vescovo di Como, confessò nella funebre orazione del monarca medesimo. Cioè, che portatocimonsignor Paoluccinunzio apostolico, oggidì cardinale, a complimentare la maestà sua cesarea nel di lui giorno natalizio, e ad augurarle lunga serie d'anni, il buon imperadore gli rispose, questo essere l'ultimo della sua vita. Interrogato del perchè, replicò di non poter sopravvivere alla gran perdita fatta di Belgrado, antemurale della cristianità. Passò dunque ad un miglior paeseCarlo VIimperador de' Romani, a tessere il cui grandioso elogio non ebbero nè han bisogno alcuno le penne di chieder aiuto dall'adulazione: tanta era la sua pietà, capitale ereditario dell'augusta sua casa, tanta la saviezza, per cui non trascorse mai in quelle debolezze alle quali è sottoposto chi più siede in alto, tanta la clemenza e bontà dell'animo suo, che solamente si rallegrava in far grazie, e in beneficar le persone degne, e in sovvenire ai poveri, e solamente ripugnanza provava ai gastighi. Non m'inoltrerò io maggiormente nelle sue vere lodi, e chiuderò in una parola il suo ritratto, con dire ch'egli fu esemplare de' principi savii e buoni; e se cosa alcuna in lui non si approvò, fu qualche eccesso della stessa sua bontà, costume quasi trasfuso in lui per eredità dai suoi benignissimi antenati.Lasciò egli erede universale di tuttii suoi regni e Stati l'arciduchessaMaria Teresaprimogenita sua, moglie diFrancesco Stefanoduca di Lorena e gran duca di Toscana: principessa, che siccome per la beltà potea competere colle più belle del suo sesso, così per l'elevatezza della mente, per la saviezza dei suoi consigli, ed anche per forza generosa di petto, gareggiava coi primi dell'altro sesso. Tosto fu ella riconosciuta dai sudditi per regina d'Ungheria e Boemia, ed erede di tutti gli Stati e dominii dell'inclita casa d'Austria. Diede ella principio in graziose maniere al suo governo col rimettere in libertà i generali Seckendorf, Wallis e Neuperg, e coll'isminuire d'alquanti aggravii i suoi popoli. Dichiarò ancora correggente dell'austriaca monarchia il granduca suo consorte, colle quali azioni, e con altre tutte lodevoli, confermò nei sudditi suoi la speranza di provare come rinato nella figlia l'impareggiabile AugustoCarlo VI. Ma che? poco durò questo bel sereno. Nel dì 3 di novembre fu pubblicata in Monaco daCarlo Alberto elettore di Bavierauna protesta preservatrice delle sue ragioni sopra gli Stati della casa di Austria; nè egli volle riconoscere per regina ed erede di essi Stati la gran duchessa suddetta. Si fondavano le pretensioni d'esso elettore sopra il testamento diFerdinando Iimperadore, in cui, secondo la copia esistente in Monaco, si leggeva che la primogenita dello stesso Augusto succederebbe nei due regni d'Ungheria e Boemia,caso che non vi fossero eredi maschi dei tre fratellidella medesima. Da essa primogenita, cioè daAnna d'Austria, discendeva l'elettore stesso. Perchè egli sempre ricusò di approvare la prammatica sanzione, si studiò l'imperador Carlo VI vivente, per mezzo della corte di Francia, di calmare sì fatta pretensione, con far conoscere difettosa quella copia di testamento, tuttochè autenticata da un recente notaio, perchè nell'originale di esso testamento non si leggeva quella parolamaschi, ma solamentein caso che più non vi fossero legittimi eredi dei tresuoi fratelli, o simili parole tedesche, le quali atterravano tutto l'edifizio formato dalla corte di Baviera. Essendo poi passato all'altra vita esso Augusto, la regina, a fin di chiarire l'elettore e il pubblico tutto di questa verità, pregò i ministri di tutti i sovrani che si trovavano in Vienna, e massimamente quel di Baviera, di raunarsi un dì in casa del vicecancelliere conte di Sintzendorf, per esaminare il protocollo ed originale del sopraenunziato testamento. Tutti l'ebbero sotto gli occhi, ed, attentamente osservandolo, trovarono tale essere l'espressione del testatore Ferdinando augusto, quale si sosteneva in Vienna. E perciocchè il ministro bavarese, non contento di aver come gli altri ben considerata la verità di quelle parole, portò anch'esso protocollo ad una finestra, per osservar meglio contro la luce, se alcuna raschiatura o frode avesse alterato il primario carattere, nè vi trovò alterazione alcuna: non potè ritenersi il vicecancelliere dalla collera e dal prorompere contra di lui in risentimenti per tanta diffidenza. Ma che questo ripiego nulla servisse a distorre l'elettore dal proposito suo, non andrà molto che ce ne accorgeremo; giacchè fondava egli la pretension sua anche sopra il contratto di matrimonio della suddettaAnna d'Austriacol duca Alberto di Baviera, e sopra altre parole del testamento stesso di Ferdinando I Augusto. Un'altra pretensione parimente moveva la corte di Baviera, e questa assai fondata e plausibile: cioè un credito di alcuni milioni a lei dovuti, fin quando l'armi bavaresi concorsero a liberar la Boemia dall'usurpatore palatino del Reno; per li quali era stata promessa un'adeguata ricompensa. Restava tuttavia attesa questa partita, nè gli Austriaci erano mai giunti a darne la piena soddisfazione.Videsi intanto la Francia, siccome garante della prammatica sanzione, abbondare delle più dolci espressioni di amicizia verso la nuova regina d'Ungheria, benchè stentasse molto a riconoscerlaper tale. Ma nello stesso tempo facea preparamento di milizie e d'armi, ed altrettanto facevano dal canto loro gli Spagnuoli e il re delle Due Sicilie. Ciò che poi sorprese ognuno, fu il vedereFederico IIIre novello di Prussia, nel mentre che professava un gagliardo attaccamento agl'interessi della reginaMaria Teresa, entrare improvvisamente, prima che terminasse l'anno, colle sue armi nella Slesia, cominciando egli prima il ballo, e dando principio a quelle rivoluzioni che già si conoscevano inevitabili, perchè desiderava e sperava più d'uno di profittare del deliquio patito dall'augusta casa d'Austria. Di questo mi riserbo io di parlare all'anno seguente. Gli affari della Corsica in quest'anno somministrarono motivi di molte speculazioni ai curiosi. All'udire i Franzesi, tutta l'isola era già sottomessa agli ordini loro; ma non appariva pure un barlume che ne fosse rilasciato il possesso e dominio intero alla repubblica di Genova, nè che i Franzesi pensassero a ritirarsene; anzi aspettavano essi un rinforzo di nuove truppe, perchè le malattie aveano di troppo estenuate le lor forze. All'incontro si trovavano dei corpi di malcontenti tuttavia sollevati; e chiaramente si scorgeva che la sola forza riteneva gli altri sottomessi in dovere, prevedendosi che dalla partenza dei Franzesi altro non si poteva aspettare che il risorgimento dei segreti mali umori in quella nazion feroce. Fra i ministri dell'imperadore e del re cristianissimo in Parigi tenute furono varie conferenze per rimettere la tranquillità nella Corsica, ma non se ne videro mai gli effetti. Intanto da quell'isola prese commiato il barone di Prost, nipote del fu re Teodoro, che fin qui s'era, con gran pericolo di cadere in man de' Franzesi, trattenuto fra i sollevati nelle montagne. La sua partenza rinvigorì non poco le speranze de' Genovesi.Dopo essersi più mesi fermato in Venezia il real principe di PoloniaFederigo, e dopo aver goduto degl'insigni divertimentia lui dati da quella magnifica repubblica in più funzioni, finalmente nel fine di maggio prese la via della Germania per ritornarsene in Sassonia, con lasciare anche a quella dominante gloriose memorie della sua gentilezza e munificenza. Fu in questi tempi che la real corte di Napoli, tutta intesa a rimettere e far fiorire il commercio in quel regno, si avvisò di permettere agli ebrei, già cacciati ai tempi di Carlo V Augusto, il ritorno colà, e di poter fissar ivi l'abitazione. A questo fine furono loro conceduti amplissimi privilegii ed esenzioni, tali nondimeno che cagionarono stupore, anzi ribrezzo ne' cristiani, perchè fu loro accordato di non portar segno alcuno, di abitar dovunque volessero, di usar bastone e spada, e di poter acquistare stabili e insino feudi, con gravissime pene a chi li molestasse. Però da varie parti dell'Europa cominciarono a comparir colà uomini d'essa nazione, vantandosi di volere e poter essi supplire ciò che i Napoletani potrebbono fare, ma pare che non sappiano fare da sè stessi. Se quella corte vide ed accettò volentieri questi baldanzosi forestieri, di altro umore fu bene il popolo, e massimamente gli ecclesiastici di quella sì popolata città, che non si poteano astenere dal declamare contro di essi anche pubblicamente. Il padre Pepe gesuita, uomo di molta santità, e in gran concetto presso la corte stessa, non rifiutò mai di detestare dal pulpito l'introduzione di questa gente. Giunse anche un cappuccino a tanta arditezza di dire al re, che la maestà sua non avrebbe mai successione maschile finchè non licenziasse gl'introdotti ebrei. Ma col tempo si vide cessare, e per altro mezzo, questo ondeggiamento. Cioè tali segreti insulti andò facendo quello scapestrato popolo all'odiata nazione giudaica, che niun di costoro osava di aprir pubbliche botteghe. Giunse la plebe fino a minacciar loro un totale esterminio, se per avventura non succedeva la consueta liquefazione del sangue di san Gennaro,perchè questo creduto gran male si sarebbe attribuito al demerito di ospiti tali, segreti odiatori del cristianesimo. In somma tanto crebbe col tempo il timore nei medesimi giudei, che a poco a poco andarono sfumando da Napoli; e se alcuna ve ne resta, è perchè poco ha da perdere, e sa sottrarsi alla conoscenza del popolo. Riuscì per lo contrario di molta soddisfazione ai regnicoli un trattato di pace e navigazione stabilito in Costantinopoli dalre don Carlocolla Porta Ottomana nel dì 7 di aprile per mezzo del cavalier Finocchietti suo plenipotenziario, per cui si aprì la libertà del commercio fra i Turchi e i regni di Napoli e Sicilia, e cessò ogni ostilità fra essi, con isperanza ancora che il gran signore impegnerebbe in un trattato simile le reggenze di Algeri, Tunisi e Tripoli. Di sè, e non del sovrano, attento al bene dei suoi popoli, si ebbe a dolere chi non profittò di così bella apertura ai guadagni. Fu poi dichiarato ambasciatore il principe di Francavilla, per passare alla Porta, con superbi regali da presentarsi al gran signore.
Esercitò in quest'anno la morte la sua potenza sopra alcune delle più riguardevoli principesche teste della cristianità. Il primo a farne la pruova fu il sommo ponteficeClemente XII, già pervenuto all'età d'anni ottantotto. Pel peso di tanti anni s'era da molto tempo infievolita la sua sanità, gli occhi più non gli servivano, e costretto a vivereper lo più io letto, quivi impiegava il residuo delle forze della mente e del suo buon volere nella continuazion del governo, aiutato in ciò dalcardinale Corsinisuo nipote, e dal gottosocardinale Firraosegretario di Stato. Ebbe egli il tempo di ricevere le informazioni spedite damonsignor Enriquezcommissario apostolico intorno agli affari di San Marino; dalle quali risultava, che avendo esso prelato esplorata la libera intenzione del consiglio di quella città e del clero, e dei capi della comunità, la maggior parte si era trovata costante nel desiderio dell'antica sua libertà. Il perchè egli, secondo la facoltà a lui data, avea rimesso quei popoli in possesso di tutti i lor privilegii, cassando gli atti delcardinale Alberoni. Coronò il buon pontefice il fine del suo governo col confermare quella determinazione, ricevuta in appresso con gran plauso dentro e fuori d'Italia da ognuno; ma non già da esso cardinale Alberoni, il quale formò tosto, ma pubblicò poi dopo qualche anno, un manifesto in difesa propria, di cui sommamente si dolse la corte di Roma, per aver agli intaccato il ministero, e messe in luce senza licenza lettere a lui scritte dal segretario di Stato. Ora il decrepito pontefice nel dì 6 di febbraio passò a miglior vita, dopo avere governata la Chiesa di Dio nove anni e mezzo con lode di molta prudenza, zelo e giustizia, glorioso per aver ornata Roma di magnifici edifizii; eretto uno spedale per li fanciulli esposti, fabbricato l'insigne palazzo della Consulta, arricchito il campidoglio di una impareggiabile copia di rare statue e d'altre antichità, e la biblioteca Vaticana di preziosi manuscritti orientali, portati in Italia da monsignor Assemani primo custode della medesima, e per aver procurato a Ravenna e ad Ancona molti comodi ed ornamenti. Non si sa che la già ricchissima casa sua profittasse con arti improprie, nè con esorbitanza della di lui fortuna, avendo il pontefice anche in ciò fatto comparire lamoderazione sua, e schivato ogni eccesso del nepotismo.
Nel dì 18 di febbraio si richiusero nel conclave i sacri elettori, e cominciarono i lor maneggi colle consuete discrepanze delle fazioni. Abbondavano certamente in quell'insigne adunanza personaggi degnissimi del triregno; pure con istupore d'ognuno non si venne per mesi e mesi ad accordo alcuno, talmente che durò la lor prigionia per sei mesi continui: dilazione di cui da gran tempo non si era veduta la simile. Sa Iddio, quando vuole, sconcertar le misure e gl'imbrogli degli uomini, e chiaramente in questa congiuntura gli sconcertò, perchè alzò al pontificato chi n'era sommamente meritevole, ma non era stato proposto in addietro, nè punto aspirava a sì gran dignità. Andavano a vele gonfie la fazione corsina e i cardinali franzesi e spagnuoli in favore delcardinal Pompeo AldrovandiBolognese, persona che in acutezza e prontezza di mente, e nella scienza degli arcani della politica avea niuno o pochi pari. Tuttavia alcardinal Annibale AlbaniCamerlengo, capo della fazione dagli zelanti, parve che a questo degno soggetto mancasse alcuna delle doti che si esigono in chi ha da essere insieme principe grande, e, quel che più importa, ottimo pontefice. Però seppe egli così ben intralciar le cose, che non si giunse mai ai voti sufficienti per l'elezione dell'Aldrovandi, il quale, da che vide preclusa a sè stesso la strada per salire più alto, generosamente si adoperò perchè l'elezione cadesse in uno degli altri due ben degni porporati della patria sua, cioè nei cardinaliVicenzo Lodovico GottieProspero Lambertini. Improvvisamente adunque, come eccitati dalla voce di Dio, nel dì 16 d'agosto inclinarono gli animi concordi del sacro collegio nella persona d'esso cardinale Lambertini, che era ben lontano dai desiderii di questo peso ed onore, e nel dì susseguente ne fecero la solenne elezione, poi canonizzata dal plauso universale di chiunqueconosceva il singolar merito personale di lui.
Prese egli il nome diBenedetto XIV, per venerazione al santo pontefice da cui era stato decorato della sacra porpora. Era egli nato in Bologna di casa antichissima e senatoria nel dì 31 di marzo del 1675 e però giunto all'età di sessantacinque anni. Dopo aver fatti i principali suoi studi in Roma, ed esercitate con gran lode varie cariche nella prelatura, fu nel 1728 dichiarato cardinale da papaBenedetto XIII, poscia promosso al vescovato d'Ancona, e finalmente creato arcivescovo di Bologna. Dovendo il romano pontefice essere maestro nella Chiesa di Dio, non si potea scegliere a sì alto ministero persona più propria di lui per la sua gran perizia de' canoni e dell'erudizione ecclesiastica, di cui già avea dato illustri pruove con quattro tomiDe servorum Dei beatificatione, eDe Sanctorum canonizatione, e colleIstruzionisue pastorali intorno alle feste della Chiesa e al sacrifizio della Messa, e con un'altra utilissimaRaccolta di decisioni ed edittispettanti alla disciplina ecclesiastica, dai quali si raccoglie quanto ampia sia la sua letteratura e ardente il suo zelo, talmente che da più secoli non era stata provveduta la Chiesa di Dio di un pontefice sì dotto e pratico del pastorale governo. A questi pregi si aggiugneva quello dei suoi costumi, fin dalla sua prima età incorrotti, la delicatezza della coscienza, ed una costante professione e pratica della vera pietà. Miravasi anche in lui una rara vivacità di spirito; e quantunque egli fosse impastato di un nitro che facilmente prendeva fuoco, pure questo fuoco non durava che momenti, perchè tosto smorzato dalla sua imperante virtù. Ora il novello pontefice nella sera dello stesso dì 16 di agosto pubblicamente passò alla visita della basilica Vaticana, per quivi venerare il santissimo Sacramento, e fare orazione alla sacra tomba dei principi degli Apostoli. Fu quivi che l'immenso popolo, accorso a vedereil sospirato pastore, attestò con vive acclamazioni il suo giubilo. Seguì poi nel dì 25 d'esso mese la funzion solenne della sua coronazione; dopo di che si applicò egli vigorosamente al governo, avendo scelto per segretario di stato ilcardinale Valenti Gonzaga, prodatario ilcardinale Aldrovandi, prefetto dell'indice ilcardinale Querinivescovo di Brescia, segretario dei memorialimonsignor Giuseppe Livizzani, e confermato segretario dei brevi ilcardinale Passionei.
Mancò eziandio di vita nel dì 31 di maggioFederigo Guglielmore di Prussia, a cui succedette il primogenito, cioèFederigo III, principe di spiriti sommamente guerrieri, del che poco staremo a vederne gli effetti. Similmente terminò i suoi giorni nella notte del dì 28 di ottobreAnna Ivvanovvaimperadrice della gran Russia gloriosa per le sue imprese contra dei Tartari e de' Turchi, dichiarando suo successore il fanciulloprincipe Giovanni, nato dallaprincipessa Annasua nipote, e dal principeAntonio Ulrico di Brunsviche Luneburgo. Ma fra le morti che sommamente interessarono l'Italia anzi l'Europa tutta, quella fu dell'Imperadore Carlo VI. Era egli pervenuto alla età di cinquantacinque anni e pochi giorni, età florida, accompagnata da una competente sanità. Desiderava ognuno e sperava, che Dio lungamente lasciasse in vita quest'ottimo Augusto, perchè mancante in lui la discendenza maschile della gloriosissima casa d'Austria, che per più di quattro secoli con tanta lode avea governato l'imperio romano, ben si prevedeva, che la non mai quieta nè sazia ambizione dei potentati avrebbe aperta la porta a un seminario di liti e di guai. Prognosticavasi ancora, che poco sarebbe rispettata la prammatica sanzione, da lui saggiamente stabilita, e creduta antidoto valevole a risparmiare i temuti mali. Ma altrimenti dispose la divina Provvidenza, i cui occulti giudizi tanto più son da adorare, quanto meno ne intendiamo le cifre. Sorpreso questomonarca nel dì 15 di ottobre da dolori nelle viscere, da gagliardo vomito e da febbre, andò in pochi dì peggiorando, e però, dopo aver data con tenerezza alle figlie arciduchesse la paterna benedizione, e presi con somma divozione i Sacramenti della Chiesa, coraggiosamente incontrò la separazione dalla vita presente, accaduta nella notte precedente al dì 20 del mese suddetto. Era desiderabile che un'egual costanza d'animo per altro conto si fosse trovata in questo insigne Augusto; giacchè non si dee tacere quello che il padre Agostino da Lugano cappuccino, rinomato fra i sacri oratori, ed ora vescovo di Como, confessò nella funebre orazione del monarca medesimo. Cioè, che portatocimonsignor Paoluccinunzio apostolico, oggidì cardinale, a complimentare la maestà sua cesarea nel di lui giorno natalizio, e ad augurarle lunga serie d'anni, il buon imperadore gli rispose, questo essere l'ultimo della sua vita. Interrogato del perchè, replicò di non poter sopravvivere alla gran perdita fatta di Belgrado, antemurale della cristianità. Passò dunque ad un miglior paeseCarlo VIimperador de' Romani, a tessere il cui grandioso elogio non ebbero nè han bisogno alcuno le penne di chieder aiuto dall'adulazione: tanta era la sua pietà, capitale ereditario dell'augusta sua casa, tanta la saviezza, per cui non trascorse mai in quelle debolezze alle quali è sottoposto chi più siede in alto, tanta la clemenza e bontà dell'animo suo, che solamente si rallegrava in far grazie, e in beneficar le persone degne, e in sovvenire ai poveri, e solamente ripugnanza provava ai gastighi. Non m'inoltrerò io maggiormente nelle sue vere lodi, e chiuderò in una parola il suo ritratto, con dire ch'egli fu esemplare de' principi savii e buoni; e se cosa alcuna in lui non si approvò, fu qualche eccesso della stessa sua bontà, costume quasi trasfuso in lui per eredità dai suoi benignissimi antenati.
Lasciò egli erede universale di tuttii suoi regni e Stati l'arciduchessaMaria Teresaprimogenita sua, moglie diFrancesco Stefanoduca di Lorena e gran duca di Toscana: principessa, che siccome per la beltà potea competere colle più belle del suo sesso, così per l'elevatezza della mente, per la saviezza dei suoi consigli, ed anche per forza generosa di petto, gareggiava coi primi dell'altro sesso. Tosto fu ella riconosciuta dai sudditi per regina d'Ungheria e Boemia, ed erede di tutti gli Stati e dominii dell'inclita casa d'Austria. Diede ella principio in graziose maniere al suo governo col rimettere in libertà i generali Seckendorf, Wallis e Neuperg, e coll'isminuire d'alquanti aggravii i suoi popoli. Dichiarò ancora correggente dell'austriaca monarchia il granduca suo consorte, colle quali azioni, e con altre tutte lodevoli, confermò nei sudditi suoi la speranza di provare come rinato nella figlia l'impareggiabile AugustoCarlo VI. Ma che? poco durò questo bel sereno. Nel dì 3 di novembre fu pubblicata in Monaco daCarlo Alberto elettore di Bavierauna protesta preservatrice delle sue ragioni sopra gli Stati della casa di Austria; nè egli volle riconoscere per regina ed erede di essi Stati la gran duchessa suddetta. Si fondavano le pretensioni d'esso elettore sopra il testamento diFerdinando Iimperadore, in cui, secondo la copia esistente in Monaco, si leggeva che la primogenita dello stesso Augusto succederebbe nei due regni d'Ungheria e Boemia,caso che non vi fossero eredi maschi dei tre fratellidella medesima. Da essa primogenita, cioè daAnna d'Austria, discendeva l'elettore stesso. Perchè egli sempre ricusò di approvare la prammatica sanzione, si studiò l'imperador Carlo VI vivente, per mezzo della corte di Francia, di calmare sì fatta pretensione, con far conoscere difettosa quella copia di testamento, tuttochè autenticata da un recente notaio, perchè nell'originale di esso testamento non si leggeva quella parolamaschi, ma solamentein caso che più non vi fossero legittimi eredi dei tresuoi fratelli, o simili parole tedesche, le quali atterravano tutto l'edifizio formato dalla corte di Baviera. Essendo poi passato all'altra vita esso Augusto, la regina, a fin di chiarire l'elettore e il pubblico tutto di questa verità, pregò i ministri di tutti i sovrani che si trovavano in Vienna, e massimamente quel di Baviera, di raunarsi un dì in casa del vicecancelliere conte di Sintzendorf, per esaminare il protocollo ed originale del sopraenunziato testamento. Tutti l'ebbero sotto gli occhi, ed, attentamente osservandolo, trovarono tale essere l'espressione del testatore Ferdinando augusto, quale si sosteneva in Vienna. E perciocchè il ministro bavarese, non contento di aver come gli altri ben considerata la verità di quelle parole, portò anch'esso protocollo ad una finestra, per osservar meglio contro la luce, se alcuna raschiatura o frode avesse alterato il primario carattere, nè vi trovò alterazione alcuna: non potè ritenersi il vicecancelliere dalla collera e dal prorompere contra di lui in risentimenti per tanta diffidenza. Ma che questo ripiego nulla servisse a distorre l'elettore dal proposito suo, non andrà molto che ce ne accorgeremo; giacchè fondava egli la pretension sua anche sopra il contratto di matrimonio della suddettaAnna d'Austriacol duca Alberto di Baviera, e sopra altre parole del testamento stesso di Ferdinando I Augusto. Un'altra pretensione parimente moveva la corte di Baviera, e questa assai fondata e plausibile: cioè un credito di alcuni milioni a lei dovuti, fin quando l'armi bavaresi concorsero a liberar la Boemia dall'usurpatore palatino del Reno; per li quali era stata promessa un'adeguata ricompensa. Restava tuttavia attesa questa partita, nè gli Austriaci erano mai giunti a darne la piena soddisfazione.
Videsi intanto la Francia, siccome garante della prammatica sanzione, abbondare delle più dolci espressioni di amicizia verso la nuova regina d'Ungheria, benchè stentasse molto a riconoscerlaper tale. Ma nello stesso tempo facea preparamento di milizie e d'armi, ed altrettanto facevano dal canto loro gli Spagnuoli e il re delle Due Sicilie. Ciò che poi sorprese ognuno, fu il vedereFederico IIIre novello di Prussia, nel mentre che professava un gagliardo attaccamento agl'interessi della reginaMaria Teresa, entrare improvvisamente, prima che terminasse l'anno, colle sue armi nella Slesia, cominciando egli prima il ballo, e dando principio a quelle rivoluzioni che già si conoscevano inevitabili, perchè desiderava e sperava più d'uno di profittare del deliquio patito dall'augusta casa d'Austria. Di questo mi riserbo io di parlare all'anno seguente. Gli affari della Corsica in quest'anno somministrarono motivi di molte speculazioni ai curiosi. All'udire i Franzesi, tutta l'isola era già sottomessa agli ordini loro; ma non appariva pure un barlume che ne fosse rilasciato il possesso e dominio intero alla repubblica di Genova, nè che i Franzesi pensassero a ritirarsene; anzi aspettavano essi un rinforzo di nuove truppe, perchè le malattie aveano di troppo estenuate le lor forze. All'incontro si trovavano dei corpi di malcontenti tuttavia sollevati; e chiaramente si scorgeva che la sola forza riteneva gli altri sottomessi in dovere, prevedendosi che dalla partenza dei Franzesi altro non si poteva aspettare che il risorgimento dei segreti mali umori in quella nazion feroce. Fra i ministri dell'imperadore e del re cristianissimo in Parigi tenute furono varie conferenze per rimettere la tranquillità nella Corsica, ma non se ne videro mai gli effetti. Intanto da quell'isola prese commiato il barone di Prost, nipote del fu re Teodoro, che fin qui s'era, con gran pericolo di cadere in man de' Franzesi, trattenuto fra i sollevati nelle montagne. La sua partenza rinvigorì non poco le speranze de' Genovesi.
Dopo essersi più mesi fermato in Venezia il real principe di PoloniaFederigo, e dopo aver goduto degl'insigni divertimentia lui dati da quella magnifica repubblica in più funzioni, finalmente nel fine di maggio prese la via della Germania per ritornarsene in Sassonia, con lasciare anche a quella dominante gloriose memorie della sua gentilezza e munificenza. Fu in questi tempi che la real corte di Napoli, tutta intesa a rimettere e far fiorire il commercio in quel regno, si avvisò di permettere agli ebrei, già cacciati ai tempi di Carlo V Augusto, il ritorno colà, e di poter fissar ivi l'abitazione. A questo fine furono loro conceduti amplissimi privilegii ed esenzioni, tali nondimeno che cagionarono stupore, anzi ribrezzo ne' cristiani, perchè fu loro accordato di non portar segno alcuno, di abitar dovunque volessero, di usar bastone e spada, e di poter acquistare stabili e insino feudi, con gravissime pene a chi li molestasse. Però da varie parti dell'Europa cominciarono a comparir colà uomini d'essa nazione, vantandosi di volere e poter essi supplire ciò che i Napoletani potrebbono fare, ma pare che non sappiano fare da sè stessi. Se quella corte vide ed accettò volentieri questi baldanzosi forestieri, di altro umore fu bene il popolo, e massimamente gli ecclesiastici di quella sì popolata città, che non si poteano astenere dal declamare contro di essi anche pubblicamente. Il padre Pepe gesuita, uomo di molta santità, e in gran concetto presso la corte stessa, non rifiutò mai di detestare dal pulpito l'introduzione di questa gente. Giunse anche un cappuccino a tanta arditezza di dire al re, che la maestà sua non avrebbe mai successione maschile finchè non licenziasse gl'introdotti ebrei. Ma col tempo si vide cessare, e per altro mezzo, questo ondeggiamento. Cioè tali segreti insulti andò facendo quello scapestrato popolo all'odiata nazione giudaica, che niun di costoro osava di aprir pubbliche botteghe. Giunse la plebe fino a minacciar loro un totale esterminio, se per avventura non succedeva la consueta liquefazione del sangue di san Gennaro,perchè questo creduto gran male si sarebbe attribuito al demerito di ospiti tali, segreti odiatori del cristianesimo. In somma tanto crebbe col tempo il timore nei medesimi giudei, che a poco a poco andarono sfumando da Napoli; e se alcuna ve ne resta, è perchè poco ha da perdere, e sa sottrarsi alla conoscenza del popolo. Riuscì per lo contrario di molta soddisfazione ai regnicoli un trattato di pace e navigazione stabilito in Costantinopoli dalre don Carlocolla Porta Ottomana nel dì 7 di aprile per mezzo del cavalier Finocchietti suo plenipotenziario, per cui si aprì la libertà del commercio fra i Turchi e i regni di Napoli e Sicilia, e cessò ogni ostilità fra essi, con isperanza ancora che il gran signore impegnerebbe in un trattato simile le reggenze di Algeri, Tunisi e Tripoli. Di sè, e non del sovrano, attento al bene dei suoi popoli, si ebbe a dolere chi non profittò di così bella apertura ai guadagni. Fu poi dichiarato ambasciatore il principe di Francavilla, per passare alla Porta, con superbi regali da presentarsi al gran signore.