MDCCXLIII

MDCCXLIIIAnno diCristoMDCCXLIII. Indiz.VI.Benedetto XIVpapa 4.Carlo VIIimperadore 2.Toccò al territorio di Modena di aprire in quest'anno il teatro delle azioni militari con una non lieve battaglia. Sapea ilconte di Gagesche gli Austriaci e Sardi restavano divisi in più corpi e luoghi; e che i principali posti da loro guerniti di gente erano il Finale e Buonporto, amendue sul Panaro; e però pensò alla maniera di sorprendere uno de' loro quartieri. Poco dopo il principio di febbraio, affinchè non si penetrasse il suo disegno, finse un considerabil furto a lui fatto, e nascosto il ladro in Bologna. Pertanto fece istanza al cardinale legato che si chiudessero le porte della città, e si lasciasse entrar gente, ma non uscirne alcuno. Fermossi egli nella stessa città con alquanti uffiziali, affaccendati in traccia del preteso ladro. Sull'alba del seguente dì 2 di febbraio s'inviò la picciola armata sua alla volta di San Giovanni edi Crevalcuore, e nel dì seguente, passato il Panaro fra Solara e Camposanto, quivi stabilì e assicurò un ponte. Nulla di ciò ch'egli sperava gli venne fatto; perchè la notte stessa, in cui da Bologna si mosse l'esercito suo, persona nobile parziale della regina d'Ungheria mandò giù dalle mura di quella città lettera di avviso di quanto manipolavano gli Spagnuoli a chi frettolosamente la portò a Carpi al marescialloconte di Traun. Furono perciò a tempo spediti gli ordini alle truppe esistenti nel Finale di ritirarsi, ed altri ne andarono a Parma ed altri siti, dove si trovavano milizie austriaco-sarde. Raunate che furono tutte, il maresciallo, unitosi colconte di Aspremontgenerale delle savoiarde, nel dopo pranzo del dì 8 del suddetto febbraio andò in traccia del Gages, che ritiratosi a Camposanto, e coperto dall'un canto dalle rive del Panaro, dall'altro s'era afforzato nella parrocchiale e in varie case di quel contorno. Correva allora un freddo atrocissimo, e al bel sereno erano stati per più notti i poveri soldati in armi e in guardia. Venne il tempo di menar le mani, e si attaccò la sanguinosa zuffa, che, per essere allora il plenilunio, durò sino alle tre ore della notte, in cui gli Spagnuoli, dopo avere spogliati i suoi morti e mandati innanzi i feriti, si ritirarono di là dal Panaro, e ruppero il ponte, poscia sollecitamente si restituirono al loro campo sotto Bologna; giacchè il maresciallo di Traun non giudicò bene di permettere ad altri, che agli Usseri, d'inseguirli di là dal fiume; e forse non potè di più, perchè senza ponte. Secondo il solito delle battaglie che restano indecise, ciascuna delle parti si attribuì la vittoria, e non mancò ragione, sì agli uni che agli altri, di cantare ilTe Deum.Certo è che gli Austriaco-Sardi rimasero padroni del campo di battaglia, e costrinsero gli avversarii a ritirarsi, e che il maresciallo di Traun, benchè malconcio dalla gotta, fece meraviglie di sua persona, e che gli furono uccisi sotto due cavalli, e tutta anche la notte stette a cavallod'un altro. Del pari è certo che gli Spagnuoli, o per inavvertenza, o per non potere inviare l'avviso, o pure per coprire la loro ritirata, lasciarono indietro in una cassina un battaglione di Guadalaxara, che fece bella difesa, ma in fine fu obbligato a rendersi prigioniere di guerra. Consisteva in più di trecento soldati, e circa ventotto uffiziali con tre bandiere, oltre a quasi cento altri prigioni. Gli effetti poi mostrarono che la peggio era toccata agli Spagnuoli. Contuttociò è fuor di dubbio che il generaleconte di Gagessi trovava inferiore di forze, per aver dovuto lasciare circa due mila persone di là dal fiume a custodire la testa del ponte, per sospetto che i nemici spedissero genti a quella volta. Nulladimeno sul principio riuscì alla cavalleria spagnuola di rovesciar la cavalleria tedesca dell'ala sinistra, e di metterla in fuga; e se il duca di Atrisco, in vece di perdersi ad inseguirla verso la Mirandola, fosse ritornato più presto al campo contro la nemica fanteria, comune sentimento fu che l'armata austriaco-sarda rimaneva disfatta. Otto furono gli stendardi e due i timbali presi dagli Spagnuoli. Ebbero prigionieri il governatore di Modenacommendatore Cumiana, e i tenenti generaliconte Ciceri e Peisber, che furono rilasciati sulla parola, l'ultimo dei quali sopravvisse poco alle sue ferite. Presero oltre ventidue altri uffiziali e circa ducento soldati. Quanto ai morti e feriti, ognuna delle parti esagerò il danno dei nemici, facendosi ascendere sino a quattro mila, ed anche più, con poscia sminuire il proprio. Fu nondimeno creduto che restasse molto indebolita l'armata spagnuola, e che, abbondando essa di uffiziali molto più che quella degli alleati, più ancora ne perissero o restassero feriti; e che se non furono maggiori i vantaggi riportati da essa, forse ne fu maggiore la gloria, perchè fin la sua ritirata meritò plauso, siccome fatta con tal ordine e segretezza, che non se ne avvidero i nemici, se non allorchè mirarono attaccatele fiamme al ponte sul Panaro. Secondo i conti degli Austriaco-Sardi, non arrivò a due mila il numero dei loro morti, feriti e rimasti prigioni. Nè si dee tacere che ilconte d'Aspremont, savio e valoroso comandante generale delle milizie savoiarde, talmente si chiamò offeso per una lettera a lui mostrata, in cui si prediceva che le truppe del re di Sardegna, venendo un conflitto, si unirebbono con gli Spagnuoli, che non guardò misure nell'esporsi ai pericoli. Per una palla che il colpì nelle reni e passò alle parti inferiori, fu portato a Modena, dove, dopo essere stato per più giorni fra i confini della vita e della morte, finalmente nel dì 27 di febbraio pagò il tributo della natura, compianto non poco per le sue degne qualità. Funesta memoria della battaglia di Camposanto restò in quella villa e nelle circonvicine, perchè nel dì seguente, dappoichè gli Austriaco-Sardi si videro liberi dagli Spagnuoli, vollero compensarsi del bottino che non aveano potuto fare addosso i nemici, con dare il sacco agl'innocenti abitanti di esse ville. Per questa crudeltà fu detto che mostrasse gran dispiacere il maresciallo di Traun, cavaliere di buone viscere, contro il cui volere certamente questo avvenne; ma senza potere scusare la poca precauzione sua in prevedere ed impedire gli eccessi della militare avidità. Avvisato nondimeno del disordine, spedì tosto guardie alle chiese, e, il meglio che potè, provvide al resto.Erasi ben ritirato dopo la battaglia suddetta il conte di Gages ne' trincieramenti suoi presso Bologna, e gli aveva anche accresciuti, facendo vista di voler quivi, come prima, fissare la permanenza sua. Non andò molto che si conobbe quanto gli fosse costato quel combattimento, essendosi ridotta l'armata sua, per quanto fu creduto, a poco più di otto o dieci mila persone. Sperava egli dei rinforzi da Napoli; ma, per quante premure ed ordini venissero dalla corte di Madrid che pure sembrava dispoticanelle Due Sicilie, il ministero del redon Carlo, atteso l'impegno di neutralità concordata con gl'Inglesi, e il timore della lor flotta signoreggiante nel Mediterraneo, sempre ricusò d'inviar soccorsi al Gages, a riserva di qualche partita che sotto mano trapelava colà. All'incontro dalla Germania era calata gente ad ingrossare l'esercito austriaco, e già il maresciallo di Traun avea spedito sul Bolognese e Ferrarese circa dodici mila armati, che minacciavano di passare anche in Romagna per impedire agli Spagnuoli il trasporto de' viveri e foraggi da quella provincia. Pertanto il timore di restar troppo angustiato fece prendere al Gages la risoluzione di mandare innanzi l'artiglierie e i malati, ed egli poi nel dì 26 di marzo, levato il campo, marciò alla volta di Rimino, e quivi si fece forte col favore di quella vantaggiosa situazione. Da cheFrancesco III d'Esteduca di Modena si portò a Venezia, dopo l'occupazion de' suoi Stati, colla duchessa e figli, s'era ivi sempre trattenuto sulla speranza che i maneggi suoi o la fortuna dell'armi facessero tornare il sereno ai proprii affari. Nulla di questo avvenne; ma la generosa corte di Spagna non volle già abbandonato un principe, non per altro abbattuto, se non per l'aderenza sua alla corona spagnuola, e per non aver voluto accordarsi co' nemici d'essa. Gli conferì dunque il Cattolicore Filippo Vla carica di generalissimo delle sue armi in Italia, con salario convenevole ad un pari suo. Giudicò anche bene la duchessa sua consorteCarlotta Aglae d'Orleansdi passare a Parigi collaprincipessa Felicitasua primogenita, per implorare il patrocinio del re CristianissimoLuigi XVnel naufragio della sua casa. Nel dì 4 di maggio arrivò questa principessa a Rimino, accolta dall'esercito spagnuolo con ogni dimostrazione di stima, e passata per la Toscana al golfo della Specia, e quindi a Genova, colle galere di quella repubblica fu poi trasportata in Francia, giacchèl'ammiraglio Matteus le fece rispondere che una principessa della sua nascita e del suo grado non avea bisogno di passaporto, e si recherebbe a sommo onore di poterla servire egli stesso. Alla stessa città di Rimino pervenne nel dì 9 d'esso mese anche il duca di Modena, incontrato dal generale Gages e da tutta l'uffizialità, e quivi fra il rimbombo delle artiglierie prese il possesso della carica sua. Intanto ilmaresciallo di Traunrichiamò a quartieri sul Modenese l'esercito austriaco; e se i curiosi, che non sapeano intendere perch'egli non marciasse a Rimino per isloggiare di là gli Spagnuoli, ne avessero chiesta la ragione a lui, siccome general prudente, loro l'avrebbe saputa rendere.Nel luglio di quest'anno arrivarono al porto di Genova quattordici saiche catalane, maiorchine, cariche d'artiglierie e munizioni di guerra, destinate per Orbitello, da inviarsi poscia al campo spagnuolo. Trovossi per questo in grave impegno il senato genovese, perchè l'ammiraglio britannico, dopo avere inviati alcuni vascelli a bloccar quelle saiche, fece protestare ai Genovesi, che se permettessero lo sbarco di que' bronzi, s'intenderebbe rotta con loro ogni neutralità. Indarno reclamarono essi che nel porto loro era libero ad ognuno l'accesso. Dopo molte dispute convenne capitolare, e fu concordato che quei cannoni e munizioni si condurrebbono a Bonifazio in Corsica, ed ivi si custodirebbono sino alla pace. In essa Corsica mostravano tuttavia gran renitenza quei popoli a rimettersi sotto il dominio della repubblica di Genova. Non vi si parlava più del barone di Newoff, re di pochi giorni, quando costui sopra una nave inglese di sessanta cannoni nel febbraio di quest'anno giunse a Livorno, e passò dipoi alla Corsica. Verso la spiaggia di Balagna chiamò egli alcuni dei deputati di quelle comunità, per intendere i lor sentimenti, con fare delle belle sparate di soccorsi e d'intelligenza con dei potentati. Ma avendo quella gente assai conosciuto, queste essere parole e non fatti, il mandaronoin santa pace, ricusando un re venuto a sfamarsi alle spese loro, e non già ad aiutarli. Tornossene questo venturiere in Olanda ed Inghilterra a cercar migliore fortuna, nè più si parlò di lui. Avea fin quiCarlo Emmanuelere di Sardegna mantenuta buona corrispondenza colla corte di Francia, mostrandosi sempre disposto a ritirar le sue armi dalla difesa della regina d'Ungheria, e ad abbracciar la neutralità, o a far altri passi, giacchè nel trattato provvisionale s'era riserbata la facoltà di poter rinunziare dalla presa alleanza, qualora la corte di Spagna gli facesse godere qualche rilevante vantaggio. Era il cardinaleAndrea Ercole di Fleury, primo ministro di Francia, il mediatore di questo affare. Ma venne a morte quel degno porporato nel dì 29 di gennaio dell'anno presente, e, secondo le vicende dei mondo, l'alta riputazione da lui guadagnata in vita per le sue dolci maniere, per la prudenza nel governo, e per molte altre sue belle doti e virtù, calò non poco dopo la sua morte. Attribuirono alla di lui condotta i Franzesi tutte le calamità loro avvenute in Boemia e Baviera; e lagnaronsi di lui per non avere in tempo di pace alleggerito abbastanza il regno di aggravii; aggiugnendo in oltre ch'egli sapeva accumulare, ma non poscia spendere a tempo per far riuscire i disegni utili alla monarchia franzese; e ch'egli avea tenuto fin qui in un letargo il re Cristianissimo, senza lasciargli far uso del suo spirito, pieno di generosità e capace d'ogni bella impresa.Ossia che la corte di Spagna non consentisse mai a partito che proponesse il re di Sardegna, o che questi si servisse delle esibizioni della Spagna per fare miglior mercato con altri; certo è ch'egli nello stesso tempo fu in negoziato colle corti di Vienna e di Londra. Poco profittava egli colla prima. Più condiscendente provò egli il re britannicoGiorgio II, con rappresentargli che non conveniva ai proprii interessi il continuare in questaguerra senza sicurezza di qualche frutto e ricompensa; aver egli perduto le rendite della Savoia; restar esposti a maggiori pericoli tutti i suoi Stati; ed essere enormi le spese ch'egli facea, e perchè? per salvare la regina, i cui Stati nulla finora aveano patito. Adoperossi dunque il re inglese per indurre la corte di Vienna ad un trattato che fermasse il re di Sardegna nell'unione colla casa d'Austria, mercè di un adeguato compenso alle perdite e spese ch'egli avea fatte ed era per fare. Non sapea il ministero di Vienna arrendersi; ma giacchè la corte di Torino facea giocare il non occulto suo maneggio colle corti di Francia e di Madrid, e si ebbe paura che fra loro seguisse qualche accordo, a cui avrebbe tenuto dietro la perdita di tutto lo Stato di Milano, perciò finalmente condiscese la regina ad assicurarsi di quel reale sovrano. Adunque nel dì 13 di settembre nella città di Worms, ossia Vormazia, restò conchiuso un trattato di lega fra la regina d'Ungheria, i re d'Inghilterra e di Sardegna, e ciò in tempo che si credea e si spacciava come sicura l'alleanza di esso re sardo colle corti di Francia e Spagna. Ancorchè questo trattato di Worms non fosse pubblicato, pure ne trapelarono alcune particolarità, ed altre vennero alla luce per gli effetti che ne seguirono appresso. Cioè fu accordato nel nono articolo di cedere al re di Sardegna il Vigevanasco, e tutto il territorio posto alla riva occidentale del lago maggiore, abbracciando Arona e tutta la riva meridionale del Ticino, che scorre sino alle porte di Pavia, e la città di Piacenza col suo territorio di qua dal Po sino al fiume Nura, restando alla regina il Piacentino di là da Po e quello ch'è di qua dalla Nura. Fu detto che nel consiglio del re di Sardegna alcun fosse di parere che non si avesse a prendere il possesso di tali acquisti se non finita la guerra, e che prevalesse il parere di chi consigliava l'anteporre il certo presente all'incerto futuro.Per questo trattato parve che la cortedi Francia restasse non poco irritata contra del re sardo, e certamente dopo esser ella stata fin qui renitente a dar braccio all'armi spagnuole per far conquiste in Italia, si vide all'improvviso cangiare registro, con accordare all'infantedon Filippoalquante migliaia delle sue truppe. Ora perchè il re di Sardegna avea sì ben guerniti e fortificati i passi che dalla Savoia conducono in Piemonte, oltre alle fortezze che assicurano quel varco, determinarono gli Spagnuoli di tentare qualche altro passaggio; e lasciati in Savoia circa quattro mila soldati di presidio, passarono a Brianzone verso la valle di Castel Delfino. Conosciuti i lor disegni, sul fine di settembre unì il re sardo l'esercito suo nel marchesato di Saluzzo, e postosi alla testa d'esso, marciò per opporsi ai tentativi de' nemici. Calarono i Gallispani ne' primi giorni d'ottobre pel colle dell'Angello, per San Veran e per altri siti, e quantunque s'impadronissero del villaggio e forte di Pont, pure ebbero sempre a fronte i Savoiardi, che in più d'un luogo li rispinsero, e diedero lor delle busse. Pertanto da che si avvidero essere troppo pericoloso, se non impossibile, l'inoltrarsi, e tanto più perchè cominciò a fioccar la neve in quelle montagne, batterono nel dì 9 del suddetto mese la ritirata, passando di nuovo nel territorio di Francia, ma con grave loro disagio, e con lasciare indietro dodici cannoni da campagna, che vennero in potere dei Savoiardi, e colla perdita di molta gente, la quale o non volle o non potè, per cagion della neve, tener loro dietro, oltre la perdita di alcune centinaia di muli e di una parte del bagaglio. Tornossene indietro anche il reCarlo Emmanuelecoll'esercito suo, il quale non andò esente da molti patimenti per l'orridezza della stagione, seco nondimeno riportando la gloria di aver bravamente respinti i nemici. Furono cantatiTe Deumnon solamente in Torino, ma anche in Modena, per così felice impresa. Perchè la regina d'Ungheria ebbebisogno d'uno sperto generale in Germania, richiamò colà il marescialloconte di Traungovernatore di Milano. Lasciò egli in queste parti grata memoria del suo discreto ed onorato procedere, della sua moderazione ad affabilità, del suo disinteresse e di molta carità verso i poveri, siccome ancora della disciplina ch'egli fece osservare alle milizie sue, sempre acquartierate in Carpi, Correggio e luoghi circonvicini. Nel dì 12 di settembre arrivò a rilevarlo il principeCristiano di Lobkowitz, dichiarato capitan generale e governatore dello Stato di Milano. Era preceduta una sinistra voce che in compagnia di lui venisse la fierezza e la barbarie; la smentì egli ben tosto, fattosi conoscere signore di buona legge e di molta amorevolezza in queste parti. A lui non poco debbono gli Stati di Modena, perchè, regolandosi con massime diverse da quelle del Traun, deliberò di liberarle dal peso delle austriache milizie, per passare a Rimino, con disegno di cacciar di là gli Spagnuoli, i quali, senza rischio alcuno teneano viva nel cuore d'Italia la guerra.In fatti sul principio d'ottobre si mosse esso principe a quella volta con tutte le sue forze. A riserva di alquanti cannoni e di molte munizioni, che spedite dalla Spagna erano in viaggio, sbarcate già in vicinanza di Cività Vecchia (pel quale sbarco fecero gl'Inglesi doglianze e minaccie al sommo pontefice), niun rinforzo di gente era mai giunto al campo spagnuolo. Però ilduca di Modenae ilconte Gages, attesa l'inferiorità delle forze, non vollero aspettar la visita degli Austriaci, e, passati alla Cattolica, andarono poi a far alto a Pesaro, nella qual città si afforzarono, stendendo la lor gente sino a Fano e Sinigaglia. Formarono ancora varii trincieramenti al fiume Foglia con varie batterie di cannoni. Fermossi il principe di Lobcowitz a Forlì, e parte della sua gente si portò a Rimino, città ben perseguitata dalle disgrazie in questi tempi. Perchè la sua cavalleria inquelle strette campagne non potea operare, parve ch'egli non pensasse a maggiori progressi. Seguirono dunque delle scaramuccie solamente fra i Micheletti e gli Usseri; e perciocchè questi ultimi con varie schiere di Croati e Schiavoni in numero di circa quattro mila persone s'erano postati alla Cattolica, il duca di Modena con uno staccamento de' suoi combattenti per una parte, il general Gages per un'altra, e il generale conte Mariani per mare in varie barche, nei primi giorni di novembre s'inviarono con isperanza di sorprenderli. Ma un temporale in mare spinse le barche a Sinigaglia, e il Gages sbagliò la strada; laonde il solo duca co' suoi arrivò colà, e indarno aspettò i compagni. Avvisati intanto gli Austriaci del disegno degli Spagnuoli, con gran fretta si salvarono a Rimino, inseguiti poi per molto di strada dai Micheletti. Fermaronsi poi pel restante dell'anno in que' postamenti le due nemiche armate, per aspettare stagion più propria per le azioni militari. Ebbero anche apprensione gli Austriaci dell'accidente che segue.Grande strepito, maggior timore cagionò in quest'anno per l'Italia e per tutti i litorali del Mediterraneo ed Adriatico la peste, ch'era entrata ed aveva preso piede in Messina. Colà approdò nel dì 20 di marzo un pinco genovese vegnente da Missolongi di Levante, e carico di lana e frumento. Esibì il padrone d'esso una patente falsificata, come s'egli procedesse da Brindisi. Gli fu prescritta la contumacia di molti giorni, nel qual tempo egli morì, e fu occultamente trafugata qualche mercatanzia nella città. Insorto poi sospetto che in quel pinco si annidasse la peste fu esso con tutto il suo carico dato alle fiamme. Ma già il malore era penetrato nella città; e cominciò a mancar di vita chi avea commerciato con que' traditori. Secondo il pessimo costume de' popoli, che troppo abborrimento pruovano a confessarsi assaliti da questo orribil male, si andarono lusingando i Messinesi che per tutt'altro fosseroavvenute quelle morti, e però non vi posero quel gagliardo riparo che occorreva in sì brutto frangente, essendosi permesse processioni ed unione del popolo nelle chiese, cioè il veicolo più proprio per dilatare il male. Ora appena ebbe sentore del sospetto di peste in quella città donBartolomeo Corsinivicerè di Sicilia, che ne dimandò informazioni, e si trovarono i più de' medici messinesi, che attestarono, quella non essere vera peste, ma un male epidemico, ancorchè comparissero abbastanza i buboni; se con lode o vitupero dell'arte loro, non occorre ch'io lo dica. Ma il saggio vicerè non fidandosi di quella relazione, inviò tre medici di Palermo alla visita di quegl'infermi, e tutti allora conchiusero, trattarsi di quella vera pestilenza che spopola le città. Fu dunque sul fine di maggio dato all'armi, ristretta Messina con un cordone di milizie; e perchè il male era passato di qua dallo Stretto, ed aveva infetta la città di Reggio, ed alcuni altri luoghi della Calabria, la corte di Napoli anch'essa prese di buone precauzioni per preservare il resto del regno. Bandi rigorosissimi uscirono per tutta l'Italia, e si arrivò ne' littorali del Mediterraneo a tanta crudeltà di non voler concedere menomo sbarco a molti poveri Messinesi che s'erano salvati in barche per mare, quasichè non si potesse assegnar loro qualche sito da far la contumacia, senza lasciarli morir di fame. Non vorrebbono in simil caso essere trattati così quegl'inumani. Gran parte poi del popolo di Messina in poco più di tre mesi perì; nè solo di peste, ma anche di fame, essendosi trovata la città sprovveduta di grano; e quantunque fossero loro spediti di tanto in tanto dei soccorsi per ordine del re e del vicerè di Sicilia, pure non bastarono al bisogno. Tal discordia poi passa fra due relazioni, che or ora accennerò, intorno al ruolo degli estinti di quella città e contado, che meglio ho creduto di non attenermi ad alcuna di esse.Maraviglia fu, che essendo in campagna le armate, cioè gente che non vuol legge, si salvasse l'Italia da questo eccidio. Anche per l'anno seguente si continuarono i rigori delle guardie e contumacie, cosicchè terminò in fine col male anche la paura. Se tali diligenze avessero usate i nostri maggiori, non avrebbe in altri tempi fatta cotanta strage con dilatarsi la peste. Nè pure in avvenire passerà dai paesi de' Turchi esso male, o passando non si dilaterà, ogni qual volta si osservino le buone regole inventate per preservarsi. Questa funestissima tragedia, o sia l'esatta relazione della peste suddetta, si truova data alle stampe in Palermo dal canonico don Francesco Testa, con tutti gli editti in tal congiuntura emanati. Un'altra assai curiosa e molto utile relazione di quella tragedia in versi sdruccioli ho io avuto sotto gli occhi, fatta dall'abbate Enea Melani religioso gerosolimitano, che di tutto era ben informato. Fu essa stampata in Venezia nel 1747. Oltre a ciò, si patì in quest'anno l'influsso dei raffreddori per gli Stati della Chiesa, di Venezia e Toscana, che trassero al sepolcro molte migliaia di persone. Mancò parimenti di vitaMaria Anna Luisa de' Medici, figlia di Cosimo III gran duca di Toscana, e vedova diGian-Guglielmo elettor palatino, a cui non avea data prole: principessa di gran pietà e saviezza. Era nata nel dì 11 di agosto del 1667. Fatti molti riguardevoli legati, lasciò erede degli stabili, mobili e gioie della sua casa il duca di Lorena, cioèFrancesco Stefano, già divenuto gran duca di Toscana. Le proteste fatte contra di tal disposizione dal re delle Due Siciliedon Carlonon ebbero certamente la forza che seco portò il possesso. Giunse ben a tempo questa ricca eredità al gran duca, per valersi dei molti preziosi arredi, argenti e gioie in aiuto della regina d'Ungheria sua consorte, lagnandosi indarno in lor cuore i Fiorentini, al vedere trasportati altrove i tesori ed ornamenti della loro città. Nel dì 9 disettembre fece il sommo ponteficeBenedetto XIVla tanto sospirata promozione di ventisette cardinali, persone tutte di merito, tre dei quali si riservò in petto. Quanto alla Germania, dove più che in altri paesi fu bollente la guerra, appena spuntò la primavera, che la regina d'Ungheria, dopo avere spedita una potente armata contro la Baviera, passò col gran duca consorte e correggente in Boemia, e nel dì 12 di maggio solennemente ricevette in Praga la corona di quel regno. Nel dì 9 d'esso mese all'armata austriaca, comandata dal principeCarlo di Lorenae dalmaresciallo di Kevenhuller, venne fatto di dare una rotta ai Gallo-Bavari, postati alle rive del fiume Inn, con fare molti prigionieri, e coll'acquisto di quattro cannoni e di varii stendardi. Dopo di che il vittorioso esercito si spinse addosso alla città di Dingelfing, che, abbandonata dai Franzesi, non si sa, se per aver essi posto il fuoco ai magazzini, o pure per barbarie dei Croati, restò quasi preda delle fiamme. Anche la città di Landau venne in loro potere, e fu attribuito un simile incendio di essa ai Franzesi, che le diedero anche il sacco prima d'andarsene. Ritiraronsi in fretta parimente da Deckendorf e da Landsut. Perchè parea ch'essi Franzesi facessero peggio degli stessi nemici, non si può dire quanto odio concepirono contra di loro i Bavaresi. Arrivavano già le scorrerie de' nemici in vicinanza di Monaco, e però l'imperador Carlo VII, che nel dì 17 di aprile era tornato in quella sua capitale, non trovandosi ivi sicuro, nel dì 8 di giugno per la seconda volta se ne ritirò, riducendosi coll'imperiale famiglia ad Augusta. Altrettanto andava facendo il maresciallo franzeseconte di Broglio, il quale si ridusse in salvo sotto il cannone d'Ingolstat, e poscia si staccò anche di là all'approssimarsi degli Austriaci, ed abbandonò fino Donawert. Nel dì 9 del mese suddetto rientrarono essi Austriaci in Monaco, e in poco tempo si renderono padroni di quasi tutta la Baviera e dell'altoPalatino, con acquisto di gran copia di artiglierie; laonde l'imperadore si ridusse poscia in Francoforte. Furono poi cagione questi rovesci di fortuna che il gabinetto del re Cristianissimo giudicasse a proposito di far proporre alla regina d'Ungheria delle proposizioni di pace. Pareano queste assai discrete, perchè si facea contentare la corte di Baviera di un ritaglio della monarchia Austriaca, per quanto fu detto, cioè nella Briscovia; e il re di Prussia di una porzione della Slesia. Ma il buon vento che allora correa in favor della regina, e gonfiava le vele di speranze maggiori, ed essendo di pochi il sapersi moderare nella prospera fortuna, non le lasciò accettare la proposta concordia, allegando essa sempre di non poter permettere che si sciogliesse il vincolo della prammatica sanzione, assodato coll'approvazione e giuramento di tante potenze. Se n'ebbe forse a pentire col tempo.Nel presente anno e nel dì 27 di giugno seguì una sanguinosa battaglia a Dettingen fra l'esercito franzese, guidato dal marescialloduca di Noaglies, e l'inglese ed annoveriano, in cui si trovava lo stesso re della Gran BretagnaGiorgio II. Amendue le parti gareggiarono in ispacciar maggiori riportati vantaggi, giacchè non fu conflitto decisivo. Certo è che gli Inglesi rimasero padroni del campo di battaglia, e contarono non pochi stendardi e bandiere prese. Vennero intanto sottomesse degli Austriaci la fortezza di Braunau in Baviera, e Friedberg e Reichental, i presidii dei quali luoghi si renderono prigionieri di guerra. Nel dì 20 di luglio la fortezza di Straubingen con capitolazioni oneste si rendè al tenente maresciallo austriacobarone di Berenclau. Sostenne la città di Egra, unicamente restata in Boemia in poter de' Franzesi, un lunghissimo assedio; ma finalmente nel dì 8 di settembre quel presidio si diede per vinto e prigioniere dell'armi della regina d'Ungheria: con che la Boemia interamente tornò alla quiete primiera. Grande materia di discorsi fu in questoanno il veder tutti i Franzesi ritirarsi precipitosamente dalla Baviera verso il Reno, e valicarlo con passare in Alsazia. Parve che quella sì valorosa nazione, allorchè troppo si allontana da' confini del suo regno, o non conservi la consueta sua bravura, o non sia accompagnata dalla fortuna. Trasse anche al Reno l'esercito del principe Carlo: esercito di gran possa; eseguirono poi varii tentativi per passarlo, con altre azioni, dal racconto delle quali io mi dispenso. Solamente come punto di grande importanza merita menzione la resa della città e fortezza d'Ingolstad, accaduta dopo pochi giorni di assedio nel dì 9 di settembre, agli Austriaci: piazza la più considerabile della Baviera. Si conobbe nondimeno che v'intervenne qualche segreto concerto, perchè non altro fu permesso alla regina d'Ungheria, che di estrarne le artiglierie, gli attrezzi e le munizioni da guerra. Colà si era ricoverato il meglio dell'imperador bavarese, e a tutto fu portato sommo rispetto. Cento settantacinque furono i cannoni, trentaotto i mortari, che asportati di colà andarono a reclutare i magazzini della regina d'Ungheria, la cui gloria crebbe di molto nell'anno presente. Trattarono in questi tempi i Genovesi con tal serietà e dolcezza gli affari della Corsica, esibendo a que' popoli ragionevoli condizioni di vantaggio e sicurezza, che riuscì loro in fine di smorzare un incendio di sì lunga durata, e che era loro costato parecchi milioni.

Toccò al territorio di Modena di aprire in quest'anno il teatro delle azioni militari con una non lieve battaglia. Sapea ilconte di Gagesche gli Austriaci e Sardi restavano divisi in più corpi e luoghi; e che i principali posti da loro guerniti di gente erano il Finale e Buonporto, amendue sul Panaro; e però pensò alla maniera di sorprendere uno de' loro quartieri. Poco dopo il principio di febbraio, affinchè non si penetrasse il suo disegno, finse un considerabil furto a lui fatto, e nascosto il ladro in Bologna. Pertanto fece istanza al cardinale legato che si chiudessero le porte della città, e si lasciasse entrar gente, ma non uscirne alcuno. Fermossi egli nella stessa città con alquanti uffiziali, affaccendati in traccia del preteso ladro. Sull'alba del seguente dì 2 di febbraio s'inviò la picciola armata sua alla volta di San Giovanni edi Crevalcuore, e nel dì seguente, passato il Panaro fra Solara e Camposanto, quivi stabilì e assicurò un ponte. Nulla di ciò ch'egli sperava gli venne fatto; perchè la notte stessa, in cui da Bologna si mosse l'esercito suo, persona nobile parziale della regina d'Ungheria mandò giù dalle mura di quella città lettera di avviso di quanto manipolavano gli Spagnuoli a chi frettolosamente la portò a Carpi al marescialloconte di Traun. Furono perciò a tempo spediti gli ordini alle truppe esistenti nel Finale di ritirarsi, ed altri ne andarono a Parma ed altri siti, dove si trovavano milizie austriaco-sarde. Raunate che furono tutte, il maresciallo, unitosi colconte di Aspremontgenerale delle savoiarde, nel dopo pranzo del dì 8 del suddetto febbraio andò in traccia del Gages, che ritiratosi a Camposanto, e coperto dall'un canto dalle rive del Panaro, dall'altro s'era afforzato nella parrocchiale e in varie case di quel contorno. Correva allora un freddo atrocissimo, e al bel sereno erano stati per più notti i poveri soldati in armi e in guardia. Venne il tempo di menar le mani, e si attaccò la sanguinosa zuffa, che, per essere allora il plenilunio, durò sino alle tre ore della notte, in cui gli Spagnuoli, dopo avere spogliati i suoi morti e mandati innanzi i feriti, si ritirarono di là dal Panaro, e ruppero il ponte, poscia sollecitamente si restituirono al loro campo sotto Bologna; giacchè il maresciallo di Traun non giudicò bene di permettere ad altri, che agli Usseri, d'inseguirli di là dal fiume; e forse non potè di più, perchè senza ponte. Secondo il solito delle battaglie che restano indecise, ciascuna delle parti si attribuì la vittoria, e non mancò ragione, sì agli uni che agli altri, di cantare ilTe Deum.

Certo è che gli Austriaco-Sardi rimasero padroni del campo di battaglia, e costrinsero gli avversarii a ritirarsi, e che il maresciallo di Traun, benchè malconcio dalla gotta, fece meraviglie di sua persona, e che gli furono uccisi sotto due cavalli, e tutta anche la notte stette a cavallod'un altro. Del pari è certo che gli Spagnuoli, o per inavvertenza, o per non potere inviare l'avviso, o pure per coprire la loro ritirata, lasciarono indietro in una cassina un battaglione di Guadalaxara, che fece bella difesa, ma in fine fu obbligato a rendersi prigioniere di guerra. Consisteva in più di trecento soldati, e circa ventotto uffiziali con tre bandiere, oltre a quasi cento altri prigioni. Gli effetti poi mostrarono che la peggio era toccata agli Spagnuoli. Contuttociò è fuor di dubbio che il generaleconte di Gagessi trovava inferiore di forze, per aver dovuto lasciare circa due mila persone di là dal fiume a custodire la testa del ponte, per sospetto che i nemici spedissero genti a quella volta. Nulladimeno sul principio riuscì alla cavalleria spagnuola di rovesciar la cavalleria tedesca dell'ala sinistra, e di metterla in fuga; e se il duca di Atrisco, in vece di perdersi ad inseguirla verso la Mirandola, fosse ritornato più presto al campo contro la nemica fanteria, comune sentimento fu che l'armata austriaco-sarda rimaneva disfatta. Otto furono gli stendardi e due i timbali presi dagli Spagnuoli. Ebbero prigionieri il governatore di Modenacommendatore Cumiana, e i tenenti generaliconte Ciceri e Peisber, che furono rilasciati sulla parola, l'ultimo dei quali sopravvisse poco alle sue ferite. Presero oltre ventidue altri uffiziali e circa ducento soldati. Quanto ai morti e feriti, ognuna delle parti esagerò il danno dei nemici, facendosi ascendere sino a quattro mila, ed anche più, con poscia sminuire il proprio. Fu nondimeno creduto che restasse molto indebolita l'armata spagnuola, e che, abbondando essa di uffiziali molto più che quella degli alleati, più ancora ne perissero o restassero feriti; e che se non furono maggiori i vantaggi riportati da essa, forse ne fu maggiore la gloria, perchè fin la sua ritirata meritò plauso, siccome fatta con tal ordine e segretezza, che non se ne avvidero i nemici, se non allorchè mirarono attaccatele fiamme al ponte sul Panaro. Secondo i conti degli Austriaco-Sardi, non arrivò a due mila il numero dei loro morti, feriti e rimasti prigioni. Nè si dee tacere che ilconte d'Aspremont, savio e valoroso comandante generale delle milizie savoiarde, talmente si chiamò offeso per una lettera a lui mostrata, in cui si prediceva che le truppe del re di Sardegna, venendo un conflitto, si unirebbono con gli Spagnuoli, che non guardò misure nell'esporsi ai pericoli. Per una palla che il colpì nelle reni e passò alle parti inferiori, fu portato a Modena, dove, dopo essere stato per più giorni fra i confini della vita e della morte, finalmente nel dì 27 di febbraio pagò il tributo della natura, compianto non poco per le sue degne qualità. Funesta memoria della battaglia di Camposanto restò in quella villa e nelle circonvicine, perchè nel dì seguente, dappoichè gli Austriaco-Sardi si videro liberi dagli Spagnuoli, vollero compensarsi del bottino che non aveano potuto fare addosso i nemici, con dare il sacco agl'innocenti abitanti di esse ville. Per questa crudeltà fu detto che mostrasse gran dispiacere il maresciallo di Traun, cavaliere di buone viscere, contro il cui volere certamente questo avvenne; ma senza potere scusare la poca precauzione sua in prevedere ed impedire gli eccessi della militare avidità. Avvisato nondimeno del disordine, spedì tosto guardie alle chiese, e, il meglio che potè, provvide al resto.

Erasi ben ritirato dopo la battaglia suddetta il conte di Gages ne' trincieramenti suoi presso Bologna, e gli aveva anche accresciuti, facendo vista di voler quivi, come prima, fissare la permanenza sua. Non andò molto che si conobbe quanto gli fosse costato quel combattimento, essendosi ridotta l'armata sua, per quanto fu creduto, a poco più di otto o dieci mila persone. Sperava egli dei rinforzi da Napoli; ma, per quante premure ed ordini venissero dalla corte di Madrid che pure sembrava dispoticanelle Due Sicilie, il ministero del redon Carlo, atteso l'impegno di neutralità concordata con gl'Inglesi, e il timore della lor flotta signoreggiante nel Mediterraneo, sempre ricusò d'inviar soccorsi al Gages, a riserva di qualche partita che sotto mano trapelava colà. All'incontro dalla Germania era calata gente ad ingrossare l'esercito austriaco, e già il maresciallo di Traun avea spedito sul Bolognese e Ferrarese circa dodici mila armati, che minacciavano di passare anche in Romagna per impedire agli Spagnuoli il trasporto de' viveri e foraggi da quella provincia. Pertanto il timore di restar troppo angustiato fece prendere al Gages la risoluzione di mandare innanzi l'artiglierie e i malati, ed egli poi nel dì 26 di marzo, levato il campo, marciò alla volta di Rimino, e quivi si fece forte col favore di quella vantaggiosa situazione. Da cheFrancesco III d'Esteduca di Modena si portò a Venezia, dopo l'occupazion de' suoi Stati, colla duchessa e figli, s'era ivi sempre trattenuto sulla speranza che i maneggi suoi o la fortuna dell'armi facessero tornare il sereno ai proprii affari. Nulla di questo avvenne; ma la generosa corte di Spagna non volle già abbandonato un principe, non per altro abbattuto, se non per l'aderenza sua alla corona spagnuola, e per non aver voluto accordarsi co' nemici d'essa. Gli conferì dunque il Cattolicore Filippo Vla carica di generalissimo delle sue armi in Italia, con salario convenevole ad un pari suo. Giudicò anche bene la duchessa sua consorteCarlotta Aglae d'Orleansdi passare a Parigi collaprincipessa Felicitasua primogenita, per implorare il patrocinio del re CristianissimoLuigi XVnel naufragio della sua casa. Nel dì 4 di maggio arrivò questa principessa a Rimino, accolta dall'esercito spagnuolo con ogni dimostrazione di stima, e passata per la Toscana al golfo della Specia, e quindi a Genova, colle galere di quella repubblica fu poi trasportata in Francia, giacchèl'ammiraglio Matteus le fece rispondere che una principessa della sua nascita e del suo grado non avea bisogno di passaporto, e si recherebbe a sommo onore di poterla servire egli stesso. Alla stessa città di Rimino pervenne nel dì 9 d'esso mese anche il duca di Modena, incontrato dal generale Gages e da tutta l'uffizialità, e quivi fra il rimbombo delle artiglierie prese il possesso della carica sua. Intanto ilmaresciallo di Traunrichiamò a quartieri sul Modenese l'esercito austriaco; e se i curiosi, che non sapeano intendere perch'egli non marciasse a Rimino per isloggiare di là gli Spagnuoli, ne avessero chiesta la ragione a lui, siccome general prudente, loro l'avrebbe saputa rendere.

Nel luglio di quest'anno arrivarono al porto di Genova quattordici saiche catalane, maiorchine, cariche d'artiglierie e munizioni di guerra, destinate per Orbitello, da inviarsi poscia al campo spagnuolo. Trovossi per questo in grave impegno il senato genovese, perchè l'ammiraglio britannico, dopo avere inviati alcuni vascelli a bloccar quelle saiche, fece protestare ai Genovesi, che se permettessero lo sbarco di que' bronzi, s'intenderebbe rotta con loro ogni neutralità. Indarno reclamarono essi che nel porto loro era libero ad ognuno l'accesso. Dopo molte dispute convenne capitolare, e fu concordato che quei cannoni e munizioni si condurrebbono a Bonifazio in Corsica, ed ivi si custodirebbono sino alla pace. In essa Corsica mostravano tuttavia gran renitenza quei popoli a rimettersi sotto il dominio della repubblica di Genova. Non vi si parlava più del barone di Newoff, re di pochi giorni, quando costui sopra una nave inglese di sessanta cannoni nel febbraio di quest'anno giunse a Livorno, e passò dipoi alla Corsica. Verso la spiaggia di Balagna chiamò egli alcuni dei deputati di quelle comunità, per intendere i lor sentimenti, con fare delle belle sparate di soccorsi e d'intelligenza con dei potentati. Ma avendo quella gente assai conosciuto, queste essere parole e non fatti, il mandaronoin santa pace, ricusando un re venuto a sfamarsi alle spese loro, e non già ad aiutarli. Tornossene questo venturiere in Olanda ed Inghilterra a cercar migliore fortuna, nè più si parlò di lui. Avea fin quiCarlo Emmanuelere di Sardegna mantenuta buona corrispondenza colla corte di Francia, mostrandosi sempre disposto a ritirar le sue armi dalla difesa della regina d'Ungheria, e ad abbracciar la neutralità, o a far altri passi, giacchè nel trattato provvisionale s'era riserbata la facoltà di poter rinunziare dalla presa alleanza, qualora la corte di Spagna gli facesse godere qualche rilevante vantaggio. Era il cardinaleAndrea Ercole di Fleury, primo ministro di Francia, il mediatore di questo affare. Ma venne a morte quel degno porporato nel dì 29 di gennaio dell'anno presente, e, secondo le vicende dei mondo, l'alta riputazione da lui guadagnata in vita per le sue dolci maniere, per la prudenza nel governo, e per molte altre sue belle doti e virtù, calò non poco dopo la sua morte. Attribuirono alla di lui condotta i Franzesi tutte le calamità loro avvenute in Boemia e Baviera; e lagnaronsi di lui per non avere in tempo di pace alleggerito abbastanza il regno di aggravii; aggiugnendo in oltre ch'egli sapeva accumulare, ma non poscia spendere a tempo per far riuscire i disegni utili alla monarchia franzese; e ch'egli avea tenuto fin qui in un letargo il re Cristianissimo, senza lasciargli far uso del suo spirito, pieno di generosità e capace d'ogni bella impresa.

Ossia che la corte di Spagna non consentisse mai a partito che proponesse il re di Sardegna, o che questi si servisse delle esibizioni della Spagna per fare miglior mercato con altri; certo è ch'egli nello stesso tempo fu in negoziato colle corti di Vienna e di Londra. Poco profittava egli colla prima. Più condiscendente provò egli il re britannicoGiorgio II, con rappresentargli che non conveniva ai proprii interessi il continuare in questaguerra senza sicurezza di qualche frutto e ricompensa; aver egli perduto le rendite della Savoia; restar esposti a maggiori pericoli tutti i suoi Stati; ed essere enormi le spese ch'egli facea, e perchè? per salvare la regina, i cui Stati nulla finora aveano patito. Adoperossi dunque il re inglese per indurre la corte di Vienna ad un trattato che fermasse il re di Sardegna nell'unione colla casa d'Austria, mercè di un adeguato compenso alle perdite e spese ch'egli avea fatte ed era per fare. Non sapea il ministero di Vienna arrendersi; ma giacchè la corte di Torino facea giocare il non occulto suo maneggio colle corti di Francia e di Madrid, e si ebbe paura che fra loro seguisse qualche accordo, a cui avrebbe tenuto dietro la perdita di tutto lo Stato di Milano, perciò finalmente condiscese la regina ad assicurarsi di quel reale sovrano. Adunque nel dì 13 di settembre nella città di Worms, ossia Vormazia, restò conchiuso un trattato di lega fra la regina d'Ungheria, i re d'Inghilterra e di Sardegna, e ciò in tempo che si credea e si spacciava come sicura l'alleanza di esso re sardo colle corti di Francia e Spagna. Ancorchè questo trattato di Worms non fosse pubblicato, pure ne trapelarono alcune particolarità, ed altre vennero alla luce per gli effetti che ne seguirono appresso. Cioè fu accordato nel nono articolo di cedere al re di Sardegna il Vigevanasco, e tutto il territorio posto alla riva occidentale del lago maggiore, abbracciando Arona e tutta la riva meridionale del Ticino, che scorre sino alle porte di Pavia, e la città di Piacenza col suo territorio di qua dal Po sino al fiume Nura, restando alla regina il Piacentino di là da Po e quello ch'è di qua dalla Nura. Fu detto che nel consiglio del re di Sardegna alcun fosse di parere che non si avesse a prendere il possesso di tali acquisti se non finita la guerra, e che prevalesse il parere di chi consigliava l'anteporre il certo presente all'incerto futuro.

Per questo trattato parve che la cortedi Francia restasse non poco irritata contra del re sardo, e certamente dopo esser ella stata fin qui renitente a dar braccio all'armi spagnuole per far conquiste in Italia, si vide all'improvviso cangiare registro, con accordare all'infantedon Filippoalquante migliaia delle sue truppe. Ora perchè il re di Sardegna avea sì ben guerniti e fortificati i passi che dalla Savoia conducono in Piemonte, oltre alle fortezze che assicurano quel varco, determinarono gli Spagnuoli di tentare qualche altro passaggio; e lasciati in Savoia circa quattro mila soldati di presidio, passarono a Brianzone verso la valle di Castel Delfino. Conosciuti i lor disegni, sul fine di settembre unì il re sardo l'esercito suo nel marchesato di Saluzzo, e postosi alla testa d'esso, marciò per opporsi ai tentativi de' nemici. Calarono i Gallispani ne' primi giorni d'ottobre pel colle dell'Angello, per San Veran e per altri siti, e quantunque s'impadronissero del villaggio e forte di Pont, pure ebbero sempre a fronte i Savoiardi, che in più d'un luogo li rispinsero, e diedero lor delle busse. Pertanto da che si avvidero essere troppo pericoloso, se non impossibile, l'inoltrarsi, e tanto più perchè cominciò a fioccar la neve in quelle montagne, batterono nel dì 9 del suddetto mese la ritirata, passando di nuovo nel territorio di Francia, ma con grave loro disagio, e con lasciare indietro dodici cannoni da campagna, che vennero in potere dei Savoiardi, e colla perdita di molta gente, la quale o non volle o non potè, per cagion della neve, tener loro dietro, oltre la perdita di alcune centinaia di muli e di una parte del bagaglio. Tornossene indietro anche il reCarlo Emmanuelecoll'esercito suo, il quale non andò esente da molti patimenti per l'orridezza della stagione, seco nondimeno riportando la gloria di aver bravamente respinti i nemici. Furono cantatiTe Deumnon solamente in Torino, ma anche in Modena, per così felice impresa. Perchè la regina d'Ungheria ebbebisogno d'uno sperto generale in Germania, richiamò colà il marescialloconte di Traungovernatore di Milano. Lasciò egli in queste parti grata memoria del suo discreto ed onorato procedere, della sua moderazione ad affabilità, del suo disinteresse e di molta carità verso i poveri, siccome ancora della disciplina ch'egli fece osservare alle milizie sue, sempre acquartierate in Carpi, Correggio e luoghi circonvicini. Nel dì 12 di settembre arrivò a rilevarlo il principeCristiano di Lobkowitz, dichiarato capitan generale e governatore dello Stato di Milano. Era preceduta una sinistra voce che in compagnia di lui venisse la fierezza e la barbarie; la smentì egli ben tosto, fattosi conoscere signore di buona legge e di molta amorevolezza in queste parti. A lui non poco debbono gli Stati di Modena, perchè, regolandosi con massime diverse da quelle del Traun, deliberò di liberarle dal peso delle austriache milizie, per passare a Rimino, con disegno di cacciar di là gli Spagnuoli, i quali, senza rischio alcuno teneano viva nel cuore d'Italia la guerra.

In fatti sul principio d'ottobre si mosse esso principe a quella volta con tutte le sue forze. A riserva di alquanti cannoni e di molte munizioni, che spedite dalla Spagna erano in viaggio, sbarcate già in vicinanza di Cività Vecchia (pel quale sbarco fecero gl'Inglesi doglianze e minaccie al sommo pontefice), niun rinforzo di gente era mai giunto al campo spagnuolo. Però ilduca di Modenae ilconte Gages, attesa l'inferiorità delle forze, non vollero aspettar la visita degli Austriaci, e, passati alla Cattolica, andarono poi a far alto a Pesaro, nella qual città si afforzarono, stendendo la lor gente sino a Fano e Sinigaglia. Formarono ancora varii trincieramenti al fiume Foglia con varie batterie di cannoni. Fermossi il principe di Lobcowitz a Forlì, e parte della sua gente si portò a Rimino, città ben perseguitata dalle disgrazie in questi tempi. Perchè la sua cavalleria inquelle strette campagne non potea operare, parve ch'egli non pensasse a maggiori progressi. Seguirono dunque delle scaramuccie solamente fra i Micheletti e gli Usseri; e perciocchè questi ultimi con varie schiere di Croati e Schiavoni in numero di circa quattro mila persone s'erano postati alla Cattolica, il duca di Modena con uno staccamento de' suoi combattenti per una parte, il general Gages per un'altra, e il generale conte Mariani per mare in varie barche, nei primi giorni di novembre s'inviarono con isperanza di sorprenderli. Ma un temporale in mare spinse le barche a Sinigaglia, e il Gages sbagliò la strada; laonde il solo duca co' suoi arrivò colà, e indarno aspettò i compagni. Avvisati intanto gli Austriaci del disegno degli Spagnuoli, con gran fretta si salvarono a Rimino, inseguiti poi per molto di strada dai Micheletti. Fermaronsi poi pel restante dell'anno in que' postamenti le due nemiche armate, per aspettare stagion più propria per le azioni militari. Ebbero anche apprensione gli Austriaci dell'accidente che segue.

Grande strepito, maggior timore cagionò in quest'anno per l'Italia e per tutti i litorali del Mediterraneo ed Adriatico la peste, ch'era entrata ed aveva preso piede in Messina. Colà approdò nel dì 20 di marzo un pinco genovese vegnente da Missolongi di Levante, e carico di lana e frumento. Esibì il padrone d'esso una patente falsificata, come s'egli procedesse da Brindisi. Gli fu prescritta la contumacia di molti giorni, nel qual tempo egli morì, e fu occultamente trafugata qualche mercatanzia nella città. Insorto poi sospetto che in quel pinco si annidasse la peste fu esso con tutto il suo carico dato alle fiamme. Ma già il malore era penetrato nella città; e cominciò a mancar di vita chi avea commerciato con que' traditori. Secondo il pessimo costume de' popoli, che troppo abborrimento pruovano a confessarsi assaliti da questo orribil male, si andarono lusingando i Messinesi che per tutt'altro fosseroavvenute quelle morti, e però non vi posero quel gagliardo riparo che occorreva in sì brutto frangente, essendosi permesse processioni ed unione del popolo nelle chiese, cioè il veicolo più proprio per dilatare il male. Ora appena ebbe sentore del sospetto di peste in quella città donBartolomeo Corsinivicerè di Sicilia, che ne dimandò informazioni, e si trovarono i più de' medici messinesi, che attestarono, quella non essere vera peste, ma un male epidemico, ancorchè comparissero abbastanza i buboni; se con lode o vitupero dell'arte loro, non occorre ch'io lo dica. Ma il saggio vicerè non fidandosi di quella relazione, inviò tre medici di Palermo alla visita di quegl'infermi, e tutti allora conchiusero, trattarsi di quella vera pestilenza che spopola le città. Fu dunque sul fine di maggio dato all'armi, ristretta Messina con un cordone di milizie; e perchè il male era passato di qua dallo Stretto, ed aveva infetta la città di Reggio, ed alcuni altri luoghi della Calabria, la corte di Napoli anch'essa prese di buone precauzioni per preservare il resto del regno. Bandi rigorosissimi uscirono per tutta l'Italia, e si arrivò ne' littorali del Mediterraneo a tanta crudeltà di non voler concedere menomo sbarco a molti poveri Messinesi che s'erano salvati in barche per mare, quasichè non si potesse assegnar loro qualche sito da far la contumacia, senza lasciarli morir di fame. Non vorrebbono in simil caso essere trattati così quegl'inumani. Gran parte poi del popolo di Messina in poco più di tre mesi perì; nè solo di peste, ma anche di fame, essendosi trovata la città sprovveduta di grano; e quantunque fossero loro spediti di tanto in tanto dei soccorsi per ordine del re e del vicerè di Sicilia, pure non bastarono al bisogno. Tal discordia poi passa fra due relazioni, che or ora accennerò, intorno al ruolo degli estinti di quella città e contado, che meglio ho creduto di non attenermi ad alcuna di esse.

Maraviglia fu, che essendo in campagna le armate, cioè gente che non vuol legge, si salvasse l'Italia da questo eccidio. Anche per l'anno seguente si continuarono i rigori delle guardie e contumacie, cosicchè terminò in fine col male anche la paura. Se tali diligenze avessero usate i nostri maggiori, non avrebbe in altri tempi fatta cotanta strage con dilatarsi la peste. Nè pure in avvenire passerà dai paesi de' Turchi esso male, o passando non si dilaterà, ogni qual volta si osservino le buone regole inventate per preservarsi. Questa funestissima tragedia, o sia l'esatta relazione della peste suddetta, si truova data alle stampe in Palermo dal canonico don Francesco Testa, con tutti gli editti in tal congiuntura emanati. Un'altra assai curiosa e molto utile relazione di quella tragedia in versi sdruccioli ho io avuto sotto gli occhi, fatta dall'abbate Enea Melani religioso gerosolimitano, che di tutto era ben informato. Fu essa stampata in Venezia nel 1747. Oltre a ciò, si patì in quest'anno l'influsso dei raffreddori per gli Stati della Chiesa, di Venezia e Toscana, che trassero al sepolcro molte migliaia di persone. Mancò parimenti di vitaMaria Anna Luisa de' Medici, figlia di Cosimo III gran duca di Toscana, e vedova diGian-Guglielmo elettor palatino, a cui non avea data prole: principessa di gran pietà e saviezza. Era nata nel dì 11 di agosto del 1667. Fatti molti riguardevoli legati, lasciò erede degli stabili, mobili e gioie della sua casa il duca di Lorena, cioèFrancesco Stefano, già divenuto gran duca di Toscana. Le proteste fatte contra di tal disposizione dal re delle Due Siciliedon Carlonon ebbero certamente la forza che seco portò il possesso. Giunse ben a tempo questa ricca eredità al gran duca, per valersi dei molti preziosi arredi, argenti e gioie in aiuto della regina d'Ungheria sua consorte, lagnandosi indarno in lor cuore i Fiorentini, al vedere trasportati altrove i tesori ed ornamenti della loro città. Nel dì 9 disettembre fece il sommo ponteficeBenedetto XIVla tanto sospirata promozione di ventisette cardinali, persone tutte di merito, tre dei quali si riservò in petto. Quanto alla Germania, dove più che in altri paesi fu bollente la guerra, appena spuntò la primavera, che la regina d'Ungheria, dopo avere spedita una potente armata contro la Baviera, passò col gran duca consorte e correggente in Boemia, e nel dì 12 di maggio solennemente ricevette in Praga la corona di quel regno. Nel dì 9 d'esso mese all'armata austriaca, comandata dal principeCarlo di Lorenae dalmaresciallo di Kevenhuller, venne fatto di dare una rotta ai Gallo-Bavari, postati alle rive del fiume Inn, con fare molti prigionieri, e coll'acquisto di quattro cannoni e di varii stendardi. Dopo di che il vittorioso esercito si spinse addosso alla città di Dingelfing, che, abbandonata dai Franzesi, non si sa, se per aver essi posto il fuoco ai magazzini, o pure per barbarie dei Croati, restò quasi preda delle fiamme. Anche la città di Landau venne in loro potere, e fu attribuito un simile incendio di essa ai Franzesi, che le diedero anche il sacco prima d'andarsene. Ritiraronsi in fretta parimente da Deckendorf e da Landsut. Perchè parea ch'essi Franzesi facessero peggio degli stessi nemici, non si può dire quanto odio concepirono contra di loro i Bavaresi. Arrivavano già le scorrerie de' nemici in vicinanza di Monaco, e però l'imperador Carlo VII, che nel dì 17 di aprile era tornato in quella sua capitale, non trovandosi ivi sicuro, nel dì 8 di giugno per la seconda volta se ne ritirò, riducendosi coll'imperiale famiglia ad Augusta. Altrettanto andava facendo il maresciallo franzeseconte di Broglio, il quale si ridusse in salvo sotto il cannone d'Ingolstat, e poscia si staccò anche di là all'approssimarsi degli Austriaci, ed abbandonò fino Donawert. Nel dì 9 del mese suddetto rientrarono essi Austriaci in Monaco, e in poco tempo si renderono padroni di quasi tutta la Baviera e dell'altoPalatino, con acquisto di gran copia di artiglierie; laonde l'imperadore si ridusse poscia in Francoforte. Furono poi cagione questi rovesci di fortuna che il gabinetto del re Cristianissimo giudicasse a proposito di far proporre alla regina d'Ungheria delle proposizioni di pace. Pareano queste assai discrete, perchè si facea contentare la corte di Baviera di un ritaglio della monarchia Austriaca, per quanto fu detto, cioè nella Briscovia; e il re di Prussia di una porzione della Slesia. Ma il buon vento che allora correa in favor della regina, e gonfiava le vele di speranze maggiori, ed essendo di pochi il sapersi moderare nella prospera fortuna, non le lasciò accettare la proposta concordia, allegando essa sempre di non poter permettere che si sciogliesse il vincolo della prammatica sanzione, assodato coll'approvazione e giuramento di tante potenze. Se n'ebbe forse a pentire col tempo.

Nel presente anno e nel dì 27 di giugno seguì una sanguinosa battaglia a Dettingen fra l'esercito franzese, guidato dal marescialloduca di Noaglies, e l'inglese ed annoveriano, in cui si trovava lo stesso re della Gran BretagnaGiorgio II. Amendue le parti gareggiarono in ispacciar maggiori riportati vantaggi, giacchè non fu conflitto decisivo. Certo è che gli Inglesi rimasero padroni del campo di battaglia, e contarono non pochi stendardi e bandiere prese. Vennero intanto sottomesse degli Austriaci la fortezza di Braunau in Baviera, e Friedberg e Reichental, i presidii dei quali luoghi si renderono prigionieri di guerra. Nel dì 20 di luglio la fortezza di Straubingen con capitolazioni oneste si rendè al tenente maresciallo austriacobarone di Berenclau. Sostenne la città di Egra, unicamente restata in Boemia in poter de' Franzesi, un lunghissimo assedio; ma finalmente nel dì 8 di settembre quel presidio si diede per vinto e prigioniere dell'armi della regina d'Ungheria: con che la Boemia interamente tornò alla quiete primiera. Grande materia di discorsi fu in questoanno il veder tutti i Franzesi ritirarsi precipitosamente dalla Baviera verso il Reno, e valicarlo con passare in Alsazia. Parve che quella sì valorosa nazione, allorchè troppo si allontana da' confini del suo regno, o non conservi la consueta sua bravura, o non sia accompagnata dalla fortuna. Trasse anche al Reno l'esercito del principe Carlo: esercito di gran possa; eseguirono poi varii tentativi per passarlo, con altre azioni, dal racconto delle quali io mi dispenso. Solamente come punto di grande importanza merita menzione la resa della città e fortezza d'Ingolstad, accaduta dopo pochi giorni di assedio nel dì 9 di settembre, agli Austriaci: piazza la più considerabile della Baviera. Si conobbe nondimeno che v'intervenne qualche segreto concerto, perchè non altro fu permesso alla regina d'Ungheria, che di estrarne le artiglierie, gli attrezzi e le munizioni da guerra. Colà si era ricoverato il meglio dell'imperador bavarese, e a tutto fu portato sommo rispetto. Cento settantacinque furono i cannoni, trentaotto i mortari, che asportati di colà andarono a reclutare i magazzini della regina d'Ungheria, la cui gloria crebbe di molto nell'anno presente. Trattarono in questi tempi i Genovesi con tal serietà e dolcezza gli affari della Corsica, esibendo a que' popoli ragionevoli condizioni di vantaggio e sicurezza, che riuscì loro in fine di smorzare un incendio di sì lunga durata, e che era loro costato parecchi milioni.


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