MDCCXLIVAnno diCristoMDCCXLIV. Indiz.VII.Benedetto XIVpapa 5.Carlo VIIimperadore 3.Per tutto il verno del presente anno andarono calando dalla Germania copiose reclute, ed anche alcuni reggimenti che passavano ad ingrossare l'armata del principe Lobcowitz, acquartierata a Cesena, Forlì e Rimino, conoscendosi abbastanza altro non meditarsi che di procedere innanzi per cacciar gli Spagnuolida Pesaro e dagli altri luoghi da loro occupati. All'incontro, in tale stato era l'armata spagnuola, che quand'anche la forza non la facesse sloggiare, sarebbe essa obbligata a ritirarsi a cagion della mancanza dei foraggi per terra; e perchè giravano per que' lidi alcuni legni inglesi che ne impedivano il trasporto per mare. Inviarono gli Spagnuoli varii distaccamenti pel ducato d'Urbino, o per cautelarsi dall'essere assaliti da quella parte, o per far credere di voler eglino assalire. Ma finalmente il principe di Lobcowitz sul principio di marzo diede la marcia al poderoso suo esercito, risoluto di venire a battaglia, se gli Spagnuoli intendevano di aspettarlo di piè fermo. Nol vollero già essi aspettare, per ordine, come diceano, venuto da Madrid; però sul fare del giorno del dì 6 senza suono di trombe o tamburi, e con restar sempre chiuse le porte di Pesaro, si avviarono alla volta di Sinigaglia. Non mantenne il conte di Gages la promessa fatta al vescovo di Fano di non disfare il ponte sul Metauro. Alle più valorose truppe e alle guardie del duca di Modena fu lasciato l'onore della retroguardia. Nel dì 9 arrivò ad infestarli un grosso corpo d'Usseri e Croati, guidati dal conte Soro, co' quali convenne venire alle mani, e durò questa persecuzione anche nei dì seguenti, con danno di amendue le parti. Mentre andava innanzi il nerbo dell'armata, la retroguardia, che avea preso riposo a Loreto, nel dì 15 d'esso marzo sotto le mura di quella città si vide assalita da cinque mila Austriaci, e il conflitto durò per dieci ore, con ritirarsi in fine il distaccamento austriaco. Nel proseguire il viaggio a Recanati gli Spagnuoli furono salutati dal cannone di due navi inglesi, che uccisero il maresciallo di campo Brieschi, comandante delle guardie vallone, con due altri uffiziali. Nel dì 16 fu di nuovo assalita la retroguardia suddetta, e si combattè sino alle vent'ore con vicendevole mortalità. Finalmente nel dì 18 due ore avanti giorno l'esercito spagnuolo, lasciati moltifuochi nel campo, s'istradò verso il fiume Tronto, confine del regno di Napoli, e nel mezzo giorno sopra un preparato ponte di barche cominciò a passarlo, e da quella riva non si mossero il duca di Modena e il conte di Gages, se non dopo averli veduti tutti in salvo. Andarono poi essi a prendere riposo per quattro giorni a Giulia Nuova, e poscia furono ripartite le truppe in varii quartieri, ma dopo aver patita una grave diserzione nel viaggio. Stavano esse in Pescara, Atri, Chieti, Città della Penna e Città di Sant'Angelo; nel qual tempo anche gli Austriaci si accantonarono fra Recanati, Macerata, Fermo, Ascoli e Tolentino. Se il principe di Lobcowitz avesse trovata ne' suoi subordinati generali maggiore ubbidienza ed amore, di peggio sarebbe avvenuto alla precipitosa ritirata del campo nemico.All'osservare questa brutta apparenza di cose, non tardò l'infantedon Carlore delle Due Sicilie, nel dì 25 di marzo, a muoversi da Napoli, ed accorrere in persona anch'egli nelle vicinanze dell'Abbruzzo con quindici mila de' suoi combattenti, unendosi con gli Spagnuoli, non già con animo di rinunziare alla neutralità, ma solamente di guardare il suo regno dagl'insulti de' nemici, caso che questi fossero i primi a fare delle ostilità. La regina sua consorte per maggior sicurezza fu inviata a Gaeta, non ostante le preghiere in contrario della appellata fedelissima città di Napoli. Non si può negare: giudicò ilprincipe di Lobcowitznon difficile la conquista del regno di Napoli. Conduceva egli una poderosa armata, a cui di tanto in tanto arrivavano nuovi rinforzi di gente e di munizioni. Nel regno stesso non mancavano dei ben affetti all'augusta casa d'Austria, che segretamente faceano sperar delle rivoluzioni alla corte di Vienna. Però venne l'ordine ad esso principe d'inoltrarsi. Nel fine d'aprile un corpo d'Austriaci, valicato il Tronto, penetrò nell'Abbruzzo, e trovò gente che l'accolse di buon cuore. Ma il Lobcowitz, sul riflessoche, facendo anche progressi da quella parte, restavano da superar le montagne, e che tuttavia egli si troverebbe lontano dal cuore e centro del regno, determinò più tosto di prendere un cammino più facile per le vicinanze di Roma e di Monte Rotondo: cammino appunto eletto dagli altri conquistatori del regno di Napoli. Levato dunque il campo da Macerata e dai circonvicini luoghi, si avviò, verso la metà di maggio, a quella volta. Per lo contrario l'infante re, appena ebbe penetrato il di lui disegno, che retrocesse a San Germano, e alle sue forze s'andarono ad unire quelle dell'esercito spagnuolo. Ne solamente pensò alla difesa dei proprii confini, ma eziandio, giacchè stimava che l'avessero i nemici disobbligato dalla promessa neutralità coi tentativi fatti nell'Abruzzo, spinse alcuni grossi distaccamenti nello Stato ecclesiastico a Ceperano, Frosinone e Vico Varo, sino a giugnere co' suoi picchetti al Tevere. Nel dì 24 del mese suddetto, giunto a Roma il principe Lobcowitz, ebbe una benigna udienza dal papa, e chiamò poi quella giornata dì di trionfo, stante il gran plauso e i viva sonori di quella plebe. Ben regalato se ne andò a Monte Rotondo; di là poi passò a Frascati, Morino, Castel Gandolfo ed Albano. Intanto, entrata anche tutta l'armata napolispana nello Stato ecclesiastico, si divise in tre corpi, postandosi il re ad Anagni con uno, il duca di Modena con un altro a Valmonte, e il generale di Gages a Monte Fortino. Tutti finalmente si ridussero a Velletri; giacchè si scoprì invogliato l'esercito austriaco di penetrare per colà nel regno di Napoli. Non si potea dar pace il ponteficeBenedetto XIVal mirare divenuti teatro della guerra i paesi della Chiesa con tanto aggravio e desolazione de' sudditi suoi. L'unica speranza di vedere in breve terminato questo flagello era riposta in una giornata campale che decidesse della fortuna dell'armi. Ma non faceano gli Spagnuoli di questi conti, bastando loro di tenere a bada gli avversarii, tanto chenon mettessero piede nel regno; perchè ben prevedevano che questo sarebbe stato un vincerli senza battaglia. Sul principio di giugno arrivati gli Austriaci al monte della Faiola, ed occupato quel sito che dominava il convento de' cappuccini di Velletri, quivi cominciarono ad alzar batterie, per incomodare i Napolispani esistenti nella città, i quali tenevano aperto alle spalle il commercio col regno, da cui continuamente ricevevano le bisognevoli provvisioni. A Nemi era il quartier generale del Lobcowitz. Perchè in questi tempi era restata poca gente alla custodia dell'Abbruzzo, riuscì al colonnello austriaco conte Soro con un distaccamento di truppe di entrare nelle città dell'Aquila, di Teramo e Penna. Si ebbero bene a pentire col tempo quegli sconsigliati abitanti di avere accolti quei nuovi ospiti con tanta festa, e di aver prese anche, se pur fu vero, l'armi in loro favore. Videsi poi sparso per varii luoghi del regno un manifesto della regina d'Ungheria, contenente le ragioni di aver mossa quella guerra, coll'animare i popoli alla ribellione. In esso furono toccati certi tasti che dispiacquero alla sacra corte di Roma; ed essendosene ella doluta, protestò poi la regina di non aver avuta parte in esso manifesto.Stavano dunque a fronte, separate da una valle profonda, le due nemiche armate, cercando cadauna di ben fortificare i suoi posti, e di occupar quelli de' nemici. Specialmente nella Faiola e in Monte Spino si afforzarono gli Austriaci e i Napolispani nel monte dei Cappuccini. Fioccavano le cannonate dall'una parte e dall'altra. Ma nella notte antecedente al dì 17 di giugno, avendo il conte di Gages da alcuni disertori ricavato nome della guardia, ed appresa la situazion degli Austriaci alla Faiola, sito onde era forte incomodata la regia armata, con grosso corpo di gente si portò all'assalto di quel posto medesimo, e se ne impadronì, con far prigioni, oltre agli uccisi, il generale di battaglia baron Pestaluzzi, il colonnelloe tenente colonnello del reggimento Pallavicini, ed altri uffiziali con ducento sessanta soldati; e gli servì poi quel sito per inquietar frequentemente gli Austriaci nel loro campo. Fu cagione questa positura di cose, cotanto penosa al territorio romano, che il ponteficeBenedetto XIVper sicurezza e quiete di Roma chiamasse colà alcune migliaia dei miliziotti di varie sue città. Durò poi la vicendevole sinfonia delle cannonate e bombe sotto Velletri, con poco danno dell'una e dell'altra parte, sino al dì 10 di agosto; quando il principe di Lobcowitz, animato dalle notizie prese da un villano di Nemi e da alcuni disertori, determinò di tentare una strepitosa impresa. Il disegno suo era d'impadronirsi di Velletri, e di sorprendere ivi il re delle Due Sicilie, il duca di Modena ed altri primarii uffiziali della nemica armata. Nella notte adunque precedente al dì 11 del mese suddetto fece marciare alla sordina due corpi di gente, l'uno di quattro mila soldati e l'altro di due mila, per diverse vie. Il primo era comandato ai tenenti generali Braun e Linden, e dai generali di battaglia Novati e Dolon; e questi fecero un giro verso la sinistra dell'accampamento napolispano, ed arrivati sul far del giorno al sito dove erano postati i tre reggimenti di cavalleria della regina, Sagunto e Borbon, con alcune brigate di fanteria, le quali, quantunque prive di trinceramenti, non si aspettavano una visita sì fatta, e tranquillamente dormivano; diedero loro addosso, con attaccar nello stesso tempo il fuoco alle tende. Molti vi restarono uccisi, altri rimasero prigionieri; chi ebbe buone gambe, e fu a tempo, si salvò. Agli abbandonati cavalli furono tagliati i garretti, e per conseguente tolta la maniera di più servire e vivere. La sola brigata de' valorosi Irlandesi fece testa, finchè potè; ma sopraffatta dalle forze maggiori, dopo grave danno, cercò di salvarsi in Velletri. Dietro ai fuggitivi per quella medesima porta entrarono gli Austriaci nella città, e si diedero ad incendiar variecase per accrescere il terrore. Presero l'armi i poveri Velletrani, per difendere ognuno le abitazioni proprie, ed alquanti vi lasciarono la vita. Avvisato per tempo il re di questa sorpresa, balzò dal letto, e vestito in fretta si ritirò al posto dei Cappuccini, ed era solamente in apprensione pel duca di Modena e per l'ambasciatore di Francia. Ma anche il duca di Modena e l'ambasciatore ebbero alcuni momenti favorevoli per tener dietro a sua maestà fra le archibugiate de' nemici. Entrò il general Novali nel palazzo del duca; furono presi e condotti via tutti i suoi cavalli. Dubbio non ci è, che se gli Austriaci avessero atteso a perseguitare i Napolispani; e se fosse giunto a tempo l'altro corpo di gente che dovea raggiugnerli, restava la città di Velletri in loro potere. Ma, secondo il solito, più vogliosi i soldati di bottinare che di combattere, si perderono attorno agli equipaggi degli uffiziali e alle sostanze de' cittadini, con far veramente un buon bottino, spezialmente dove abitava l'ambasciatore di Francia, e i duchi di Castropignano e di Atrisco. Ciò diede campo ad essi Napolispani di rincorarsi e di accorrere alla difesa; e particolarmente con furore s'inoltrarono le guardie vallone per la lunga strada di Velletri contra de' nemici. Sorpresero il general Novati, che s'era perduto a scartabellare le scritture del duca di Modena, e custodiva le di lui argenterie, che verisimilmente doveano essere il premio delle sue fatiche, e il fecero prigione. Sopravvenuto poi un rinforzo del conte di Gages, talmente furono incalzati gli Austriaci, che chi non rimase o ucciso o prigione, fu forzato a salvarsi fuori di Velletri, e di lasciar libera la città.Mentre si facea questa sanguinosa danza in Velletri, il principe di Lobcowitz con altri nove mila soldati dovea portarsi all'assalto dei posti della collina fortificati da' nemici. Tardò troppo. Tuttavia gli riuscì di occupar qualche sito del monte Artemisio. Ma così incessante fu il fuoco degli Spagnuoli, che quanti siavanzavano, rotolavano uccisi al fondo della valle, di maniera che dopo un ostinato conflitto di alcune ore furono forzati anche quegli Austriaci a battere la ritirata e ad abbandonare gli occupati posti. Terminata la scena, ognuna delle parti esaltò a dismisura la perdita dell'altra. I più saggi crederono che tra i morti e prigioni di Napolispani vi restassero almen due mila persone, fra le quali di prigionieri si contarono circa ottanta uffiziali, e fra gli altri il general conte Mariani, sorpreso colla gotta in letto. Vi perderono anche, chi disse nove, e chi dodici bandiere della brigata d'Irlanda. Dalla banda degli Austriaci rimasero prigionieri, oltre al generale Novati, diciotto altri uffiziali, e molti soldati colti in Velletri; e quantunque spacciassero di aver lasciati morti sul campo solamente circa cinquecento uomini, pure gli altri fecero ascendere la loro perdita a più di due mila persone. La verità si è, che se mancò la felicità, non mancò già la gloria di questo tentativo al principe di Lobcowitz, perchè in simili casi nè si possono prevedere tutti gli accidenti, nè a tutto provvedere. Ma certo è altresì che maggior fu la gloria de' Napolispani, i quali in sì terribil improvvisata, e con tanto avanzamento de' nemici, non solamente si seppero sostenere, ma anche rovesciarono valorosamente le loro schiere, superando una tempesta che fece grande strepito entro e fuori d'Italia. Dopo questo fallo, restate le due armate nei consueti loro posti, continuarono a salutarsi coi reciproci spari di artiglierie senza vantaggio degli uni e degli altri. Attese intanto l'infante redon Carloa rimontare la sua cavalleria: al che concorsero tutti i vassalli del regno di Napoli, ed anche quei di Sicilia. Varii distaccamenti spediti dal re in Abbruzzo ne fecero in questi tempi sloggiare il colonnello Soro coi suoi partitanti, e tornare all'ubbidienza della maestà sua le già occupate città. Il rigore usato contra di quegli abitanti dal comandante napoletano, fu dettoche venisse detestato dalla corte stessa, e tanto più da chi senza parzialità pesava le azioni degli uomini.Per tutto il settembre e per quasi tutto l'ottobre stettero in quella positura ed inazione le due nemiche armate sotto Velletri, quando si cominciò a scorgere che il principe di Lobcowitz meditava di decampare, e di ritirarsi alla volta del Tevere, giacchè inviava innanzi verso Cività Vecchia i suoi malati, e parte delle artiglierie, munizioni e bagagli. Certamente durante la state non erano cessati di giugnere nuovi rinforzi di gente al suo campo; ma di gran lunga sempre maggiore si trovava il numero di coloro che cadevano infermi, e andavano anche mancando di vita. I caldi di quel paese non si confacevano colle complessioni tedesche, avvezze ai freddi, e l'aria delle vicine paludi Pontine stendeva fin colà i perniciosi suoi influssi, di modo che quanto si trovò in esso ottobre infievolito lo esercito suo, altrettanto si vide il caso disperato di vincere la pugna, e di obbligare i Napolispani a retrocedere. Non è già che restasse esente da gravissimi guai anche l'oste napolispana, stante la continua diserzione ch'essa patì, maggior di quella degli avversarii, e la gran quantità de' suoi malati, e la difficoltà di ricevere i viveri, che bisognava condurre con pericolo ben da lontano, essendosi spezialmente per qualche tempo trovata in somme angustie per mancanza di acqua da abbeverar uomini e cavalli. Pure tanta fu la costanza del re e di tutti i suoi, che sofferirono più tosto ogni disagio, che darla vinta ai vicini nemici. Pertanto sull'alba del dì primo di novembre il principe di Lobcowitz levò il campo e in ordine di battaglia s'inviò verso Ponte Molle, per cui, e per un ponte di barche già formato a fin di far passare le artiglierie, nel dì seguente ridusse di qua dal Tevere le genti sue. Perchè da Roma uscirono alcune centinaia di persone arrolate dalcardinale Acquaviva, che infestarono il loro passaggio, se ne vendicòposcia il principe con dare il sacco ad alcune innocenti ville. Nello stesso dì primo di novembre anche l'armata napolispana, trovandosi liberata dai ceppi di tanta durata, con giubilo inesplicabile si mosse da Velletri per tener dietro ai nemici, procedendo nondimeno con tanta lentezza, che ben si conobbe non aver voglia di cimentarsi con loro, siccome quella che contava per sufficiente vittoria il vederli slontanare da quelle contrade. Nel dì 2 framezzate dal Tevere, i cui ponti erano stati rotti, si fermarono in faccia le due armate, salutandosi solamente l'una e l'altra con varie cannonate. Quivi si trovava coll'oste sua il re delle Due Siciliedon Carlo, e sospirando la consolazione di vedere il ponteficeBenedetto XIV, e di baciargli il piede, concertò pel dì seguente l'entrata sua in Roma. Colà portossi la maestà sua, accompagnata dalduca di Modena, dalconte di Gages, dalduca di Castropignanoe da numerosa altra uffizialità, e fra il rimbombo delle artigliere di castello Santo Angelo, le quali gran dispetto e mormorazione cagionarono nel campo tedesco, fu ricevuto con tenero affetto dal santo padre, e per un'ora continua durò il loro abboccamento.Confessò dipoi in una delle sue dotte pastorali il buon pontefice, che fra le altre cose il re gli fece istanza di minorare il soverchio numero delle feste di precetto (grazia già accordata da sua santità a varie chiese di Spagna), atteso il detrimento che ne veniva ai poveri e agli artisti, e ai lavoratori della campagna. Congedatosi il re da sua Santità, passò dipoi a venerar nella Vaticana basilica il sepolcro dei santi Apostoli, e a visitar le più rare cose del vastissimo palazzo pontifizio, dove trovò insigni regali preparatigli dal santo padre, siccome ancora un lautissimo pranzo per sè e per tutto il suo gran seguito. Nell'inviarsi fuori di Roma visitò anche la basilica Lateranense, lasciando da per tutto contrassegni della sua gran pietà, affabilità e munificenza.Anche il duca di Modena ricevette dipoi una benignissima e lunga udienza dal pontefice; e laddove il re s'era incamminato per passare a Velletri e a Gaeta, egli se ne tornò la sera al campo. Passò dipoi il vittorioso re a Napoli, accolto da quel gran popolo con incessanti acclamazioni, sigillo della fedeltà ed amore verso di lui mostrato in sì pericolosa congiuntura. Vedesi data alla luce la descrizione del rinomato assedio di Velletri, composta con elegante stile latino dal signor Castruccio Bonamici, uffiziale militare del suddetto re delle Due Sicilie.S'andò ritirando l'esercito austriaco su quel di Viterbo, e poscia su quel di Perugia, inseguito, ma da lungi, dal Napolispano, che, quantunque superiore di forze, mai non volle e non osò molestarlo. E perciocchè il conte di Gages, arrivato a Foligno, serrò il cammino conducente nella Marca; il Lobcowitz, se volle venir di qua dall'Apennino, altro spediente non ebbe, che di prendere la via del Furio, per cui passando con grave incomodo delle sue genti, andò poi a distribuirle a quartieri in Rimino, Pesaro, Cesena, Forlì ed Urbino. Fu posto il quartier generale in Imola. Vicendevolmente il conte di Gages ritiratosi da Assisi, Foligno ed altri luoghi, stabilì il suo quartiere in Viterbo, e mise a riposar la sua armata in que' contorni, stendendola fin quasi a Cività Vecchia. E tale fu il fine di questa spedizione pel meditato acquisto di Napoli, che diede occasione al tribunale dei politici sfaccendati di proferir varie decisioni. Proruppero i parziali del re delle Due Sicilie in encomii e plausi per la savia condotta di lui e dei suoi generali, da che avea tenuto lungi dai suoi confini il potente nemico esercito, e tiratolo nelle angustie di Valletri, con averlo obbligato a star ivi per tanto tempo racchiuso. Per lo contrario i ben affetti alla regina di Ungheria si lasciarono scappar di bocca qualche disapprovazione dell'operato dal comandante generale austriaco, non sapendo intendere perchè egli avesse presala ristrettissima strada di Velletri, e si fosse ostinato io quella situazione, senza eleggere più tosto, o prima o dappoi, la via di Sora, od altra per entrare nel regno, dove non era fuor di speranza qualche mutazione, ed una battaglia potea decidere di tutto. Ma è troppo avvezza la gente a misurar le lodi e il biasimo delle imprese dal solo esito loro, quasichè il fine infelice di un'azione faccia che il saggio non l'abbia con tutta prudenza sul principio intrapresa. Disgrazia, e non colpa, è ordinariamente l'avvenimento sinistro delle risoluzioni formate da chi è provveduto di senno. Intanto la misera città di Velletri respirò dal peso di tanti armati; ma non restò già esente da altri mali, perchè per gli stenti passati e pel fetore di tanti cadaveri malamente seppelliti sorse una maligna epidemia in quel popolo. Spedì il pontefice gente per farne lo spurgo, ed anche aiuto di pecunia; ma non lasciò per questo di essere ben deplorabile la lor fortuna. Mentre si facea la guerra fin qui accennata nel levante dell'Italia, un'altra più fiera, che divampò e si dilatò in questo medesimo anno nelle parti di ponente trasse a sè gli occhi di tutti. Avendo finalmente la corte di Spagna ottenuto che il re Cristianissimo seconderebbe con forze gagliarde i suoi tentativi contro gli stati del re di Sardegna, si videro in moto alla metà di febbraio gli Spagnuoli, per tornare dalla Savoia in Provenza. Quivi si accoppiarono poscia l'infantedon Filippoe ilprincipe di Conty, supremo comandante dell'armi franzesi, e per tempo ognun s'avvide, essere le loro mire dalla parte marittima di Nizza e Villafranca. Contro tanti nemici solo si trovava il re di SardegnaCarlo Emmanuele, a cui fu in questi tempi dato l'attuai possesso di Piacenza, di Vigevano e dell'altro paese a lui accordato nella lega di Vormazia; ma nulla perciò egli sgomentato, si studiò di ben munire di genti e ripari il paese suo posto al mare.Prima nondimeno che si desse fiatoalle trombe in terra, avvenne una gran battaglia in mare fra l'ammiraglio ingleseMatteuse la flotta franzese e spagnuola, che s'erano unite in Tolone. Queste ultime la fama amplificatrice delle cose le faceva ascendere sino a sessanta vascelli di linea. Erano ben molto meno. Stava il Matteus co' suoi legni nell'isole di Jeres, attento ai movimenti de' suoi avversarii, quando, giuntogli l'avviso, nel dì 22 di febbraio, che usciti di Tolone aveano messo alla vela, passò tosto ad assalire la vanguardia condotta dalle navi spagnuole. Atrocissimo fu il combattimento verso capo Cercelli; l'orribile ed incessante strepito di tante artiglierie sparse il terrore per tutte le coste della Provenza, e corsero infinite persone sulle alture delle montagne ad essere spettatrici di quella scena infernale. Per confessione degli stessi nemici, fece maraviglie di valore l'armata navale di Spagna, comandata dall'ammiraglio Navarro; e tanto più perchè il signor di Court, comandante della franzese, o non entrò mai veramente in battaglia, o, se v'entrò, poco tardò a ritirarsi, per non vedere sconciati i suoi legni. Che peraltro fu creduto che se i Franzesi avessero meglio soddisfatto al loro dovere, probabilmente potea riuscir quel conflitto con isvantaggio degl'Inglesi, stante il non essere accorso a tempo in aiuto del Matteus il vice-ammiraglio Lestok, che fu poi processato per questo. La notte pose fine a tanto furore; ma nel dì seguente si tornò alle vicendevoli offese, quando il mare, stato anche nel dì innanzi assai burrascoso, accresciuta la collera, separò affatto le nemiche armate, spignendole un fierissimo vento amendue alla volta di Occidente. Perderono gli Spagnuoli un vascello di sessantasei pezzi di cannone e di novecento uomini di equipaggio, caduto in man degl'Inglesi sì maltrattato, che, dopo averne essi estratto il capitano con ducento uomini rimasti in vita, giudicarono meglio di darlo alle fiamme. Grande fu la copia dei morti e feriti diessi Spagnuoli: rimasero anche i lor vascelli talmente sconcertati, che ridotti a Barcellona ed Alicante, non si sentirono più voglia di tornare in corso. Forse non fu minore il numero dei morti e feriti dalla parte degli Inglesi, i quali anche per l'insorta tempesta patirono assaissimo, e si ridussero a Porto Maone. I soli Franzesi ebbero salve ed illese le lor navi e genti; se con loro onore, da molti si dubitò. Perchè lo stessoammiraglio Matteusnon fece di più, fu anch'egli richiamato a Londra, e sottoposto ad un lungo e rigoroso processo.Intanto avea il re di Sardegna fatti gagliardi preparamenti di genti e fortificazioni al fiume Varo, giacchè l'esercito terrestre de' Gallispani minacciava un'irruzione da quella parte. Alle sboccature parimente stavano ancorate alquante navi inglesi, per impedire il passaggio colle loro artiglierie. A nulla servirono quei tanti ripari, perchè senza difficoltà nel dì 2 di aprile comparve di qua dal Varo la fanteria spagnuola; al quale avviso i cittadini di Nizza, mercè della facoltà loro data dal real sovrano, affinchè non rimanessero esposti a guai maggiori, andarono a presentar le chiavi di quella città all'infante don Filippo. Riposte avea le principali sue speranze il re sardo nei trincieramenti fatti da' suoi ingegneri a Villafranca e Montalbano, che certamente parvero inaccessibili, massimamente perchè alla guardia d'essi vegliavano molte migliaia delle sue migliori truppe. Ma ossia che intervenisse qualche stratagemma, per cui l'armata gallispana, ascendente, per quanto fu creduto, a quaranta mila combattenti, si aprisse senza gran fatica il varco a quel fortissimo accampamento, con arrivare inaspettatamente addosso almarchese di Susa, e menarlo via prigione; o pure che a forza di furiosi assalti si superassero tutti gli ostacoli: certo è che nel dì 20 d'aprile essi Gallispani v'entrarono. Gran resistenza fecero i Savoiardi; più d'una volta rispinsero le schiere nemiche, e gran sanguefu sparso, e fatti de' prigionieri dall'una e dall'altra parte. Si sostennero essi Savoiardi in alcuni siti sino alla notte, in cui il general comandanteSinsan, dopo aver posto presidio nel castello di Villafranca e nel forte di Montalbano, andò ad imbarcare circa quattro mila de' suoi colle artiglierie, che potè salvare in molti legni preparati nel porto di Villafranca, e passò ad Oneglia. Non aspetti alcuno da me il conto dei morti, feriti e prigioni dell'una e dell'altra parte, e de' cannoni, bandiere e stendardi presi, perchè so che non amano di comperar bugie: che di bugie appunto abbondano le relazioni de' fatti d'armi a misura delle differenti passioni. Poco poi tardarono Montalbano e il castello di Villafranca a sottomettersi a' Gallispani. Attese allora il re di Sardegna a ben premunire i passi delle montagne di Tenda, affinchè lasciassero i nemici il pensiero di penetrar per quelle parti in Piemonte; e si diede a provveder di tutto l'occorrente i forti suoi nella valle di Demont e Cuneo, prevedendosi abbastanza che gli avversarii sarebbono per tentare di nuovo da quella parte una calata ne' suoi Stati.Fu nel dì 6 di giugno, che arrivato un grosso distaccamento di Spagnuoli ad Oneglia, trovò abbandonata quella terra dalle milizie savoiarde e da buona parte degli abitanti, che si ridussero col più delle loro sostanze all'alto della montagna. Pensavano intanto i Gallispani a voli maggiori; e in fatti, avendo ripassato il Varo, cominciarono dal Colle dell'Agnello e da altri siti, circa il dì 20 di luglio, a calar verso la valle, dove trovarono forti barricate ai passi, sostenute con vigore per qualche tempo dai Savoiardi, ma poi abbandonate. S'impadronirono essi Spagnuoli di un ben fortificato ridotto a Monte Cavallo, e poscia di Castel Delfino; e quindi per la valle passarono alle vicinanze di Demont. Grandi spese avea fatto il re di Sardegna per ivi formare una ben regolata fortezza; ma non era giunto a perfezionarla. Trovavasiegli stesso alla testa della sua armata in quelle parti, per opporsi agli avanzamenti de' nemici, coi quali giornalmente accadevano ora favorevoli ora sinistri incontri. Portò la sventura che una palla infuocata gittata da' Gallispani in Demont attaccasse il fuoco a quelle fascinate, o pure al magazzino della miccia, e che si dilatasse l'incendio negli altri. Accorsero a tal vista i Gallispani, ed ebbero quel forte colla guernigione prigioniera nel dì 17 d'agosto: dopo di che essendosi ritirato il re sardo col suo esercito a Saluzzo, eglino passarono nella pianura, e si diedero a stringere la città e fortezza di Cuneo. Sotto di questa piazza, mirabilmente difesa dal concorso di due fiumi, avea patito deliquio altre volte la bravura de' Franzesi, ed era venuta meno la lor perizia negli assedii: il che commosse la curiosità d'ognuno per indovinare qual esito avrebbe quell'impresa. Dalla parte sola per cui si può far forza contra di Cuneo, avea il re di Sardegna fatto ergere tre fortini o ridotti che coprivano la piazza. Entro v'erano sei mila, parte Svizzeri e parte Piemontesi, di presidio sotto il comando del valorosobarone dì Leutron, risoluti di far buona difesa. Non valevano men di loro i cittadini, che, prese animosamente l'armi, fecero poi di tanto in tanto delle vigorose sortite con danno de' nemici. Finalmente si videro in armi tutti i popoli di quelle valli e montagne, ben affezionati al loro sovrano. Colà accorsero ancora alcune migliaia di Valdesi; e il marchese d'Ormea, sottrattosi in tal occasione al gabinetto, messosi alla testa delle milizie del Mondovì col figlio marchese Ferrerio, tutti si diedero ad infestare i nemici, ad impedire il trasporto de' viveri, foraggi e munizioni al campo loro, con far sovente de' buoni bottini, e rovesciar le misure degli assedianti. Giunse intanto da Milano un rinforzo di Varadini, e il reggimento Clerici col conteGian-Luca Pallavicinotenente maresciallo cesareo, comandante di quelle truppe.Solamente nella notte precedente al dì 13 di settembre aprirono i Gallispani la trincea sotto di Cuneo, e cominciarono a far giocare le batterie, e a molestar gravemente la piazza colle bombe; ma se questa pativa, non patirono meno gli assedianti, perchè spesso assaliti con somma intrepidezza da que' cittadini e presidiarii. Continuarono poi gli approcci e le offese sino al dì 30 di settembre, in cui il re di Sardegna mosse l'esercito suo in ordinanza di battaglia verso le nemiche trincee. Ossia ch'egli solamente intendesse di avvicinarsi, e postarsi in maniera da poter incomodare il campo nemico, o pure che avesse veramente risoluto, siccome animoso signore, di tentare il soccorso della piazza: la verità si è, che si venne ad un generale combattimento. Fu detto che un uffiziale ubbriaco portasse l'ordine, ma ordine non dato dal re, all'ala sinistra di assalire i posti avanzati degli assedianti, e che, entrata essa in azione, s'impegnò nel fuoco il restante delle schiere. Dalle ore diecinove sino alla notte durò l'ostinato conflitto con molto sangue dall'una e dall'altra parte, ma incomparabilmente più da quella degli assalitori, perchè esposti alle artiglierie caricate a mitraglia o a cartoccio. Tuttochè per ordine del re si sonasse la ritirata, la sola notte fece fine all'ire, ed allora si ricondusse l'esercito sardo ad un sito distante un miglio e mezzo di là. Fu detto che la cavalleria nemica uscita dai ripari l'inseguisse; ma lo scuro della notte, e l'aver trovato un bosco di cavalli di Frisia, impedì loro il progresso. A quanto ascendesse il danno dalla parte de' Piemontesi, non si potè sapere; se non che conto fu fatto che circa trecento fossero tra morti e feriti i suoi uffiziali. Da lì a pochi giorni si scoprì, essere state le mire del re di Sardegna nel precedente sanguinoso conflitto quelle d'introdurre soccorso in Cuneo. Ma ciò che allora non gli venne fatto, accadde poi felicemente nella notte precedente al dì 8 di ottobre, in cui dallaparte del fiume Stura passò senza ostacoli nella piazza un migliaio de' suoi soldati, con molti buoi ed altre provvisioni e danaro. Era intanto sminuita non poco l'armata gallispana per la mortalità e diserzion delle truppe; di gravi patimenti avea sofferto sì per le dirotte pioggie e per li torrenti che aveano impedito il trasporto de' viveri e foraggi per la valle di Demont, come ancora per l'incessante infestazione de' paesani che faceano continuamente prigioni e prede. Si scorse in fine ch'essa non era in forze, come si decantava, perchè non potè mai tenere corpi valevoli ai fiumi, che formassero un'intera circonvallazione alla piazza. Però dopo circa quaranta giorni di trincea aperta, e dopo cagionata gran rovina di case in Cuneo, ma senza aver mai fatto acquisto di alcuna nè pur delle fortificazioni esteriori, nella notte precedente al dì 22 di ottobre, abbruciato il loro campo, i Gallispani colla testa bassa e con gran fretta si levarono di sotto a quella fortezza, incamminandosi alla volta di Demont. Uno sprone ancora ai lor passi era il timore delle nevi che li cogliessero di qua dall'Alpi con pericolo di perire uomini e giumenti per mancanza del bisognevole. Lasciarono indietro più di mille e cinquecento malati; ed inseguiti da varii distaccamenti di fanti e cavalli, e travagliati dai montanari, sofferirono altre non lievi perdite e danni. Fermaronsi in Demont cinque o sei mila Spagnuoli non tanto per coprire la ritirata del resto dell'esercito e delle artiglierie, quanto ancora per minar le fortificazioni della fortezza, ben prevedendo di non potersi quivi mantenere nel verno. Essendosi poi avanzato il general piemontese Sinsan verso quelle parti con un maggior nerbo di milizie verso la metà di novembre, gli Spagnuoli se ne andarono, dopo aver fatto saltare alcune parti di quel forte e la casa del governatore. Arrivarono a tempo alcuni Savoiardi per salvare ciò che non era peranche saltato in aria, e s'impadronirono di alquantipezzi di cannone rimasti indietro: nel qual mentre gli Spagnuoli come fuggitivi provarono immensi disagi e perdita di persone a cagion delle nevi, del rigoroso freddo e della mancanza di vettovaglia. Così restò libera tutta la valle; e il re di Sardegna, avendo compensata l'infelice perdita delle piazze marittime colla felicità di quest'altra impresa, pien d'onore si restituì a Torino.La corte di Francia dichiarò in questo anno la guerra alla regina d'Ungheria per la caritativa intenzione, come si diceva, di costrignerla alla pace coll'imperador Carlo VII; e la dichiarò anche all'Inghilterra, disponendo tutto per invadere la Fiandra, con che sempre più s'andò dilatando il fuoco divorator della Europa. Per quanti sforzi facessero i ministri di Vienna e di Londra per tirare in questo impegno le Provincie Unite, o, vogliam dire gli Olandesi, nulla di più nè pur ora poterono ottenere se non che l'Olanda contribuirebbe il suo contingente di venti mila armati a tenor delle leghe. Troppo loro premeva di conservare la libertà del commercio colla Francia e Spagna; ed altre segrete ruote ancora concorrevano a muovere que' popoli più tosto all'amore di una tal quiete e neutralità, che ad un'aperta guerra. Non tardarono i Franzesi ad impossessarsi di Coutray, Menin ed altri luoghi. Poscia nel dì 18 di giugno aprirono la trincea sotto l'importante città d'Ipri, e con più di cento cannoni e quaranta mortari talmente l'andarono bersagliando, che nel dì 29 d'esso mese v'entrarono, dopo aver conceduto libera l'uscita a quella guernigione. Erano principalmente animati i Franzesi dalla presenza dello stesso re CristianissimoLuigi XV, che non guardò a fatiche in questa campagna. Intanto il principeCarlo di Lorena, comandante dell'esercito austriaco al Reno, altro non istudiava che la maniera di passar quel fiume, per portare la guerra addosso agli Stati della Francia. Sul fine di giugno riuscì al generaleBerenklaudivalicar esso fiume con dieci mila persone in vicinanza di Magonza, e nel dì primo di luglio altrettanto fu fatto dallo stesso principe Carlo col grosso dell'esercito suo, che arditamente poi procedendo mise piede nell'Alsazia in faccia de' nemici. Gran confusione fu allora in quella fertile provincia, che cominciò ad essere lacerata in parte dai Franzesi difensori, e senza paragone più dai feroci Austriaci, che colle scorrerie, e coll'imporre gravi contribuzioni, seppero ben prevalersi del loro vantaggio, e tennero nello stesso tempo bloccato Forte Luigi. Perchè l'armata franzese sul principio d'agosto s'andò dilatando verso Argentina, non lieve costernazione insorse in quella stessa sì forte città. Il terribile scompiglio dell'Alsazia cagion fu che lo stesso re Cristianissimo si movesse con grandi forze dai Paesi Bassi per accorrere colà; ma caduto infermo in Metz verso la metà di agosto, fece dubitar di sua vita. Dio il preservò, e a poco a poco si rimise nello stato primiero di salute. Un teatro di miserie era intanto divenuta l'Alsazia, e sembrava che l'esercito austriaco in quel bello ascendente meditasse e sperasse avanzamenti maggiori; quando giunse la nuova di una metamorfosi che sorprese ognuno; cioè la lega dell'imperadorCarlo VIIcol re di PrussiaCarlo Federigo III, coll'elettor palatinoCarlo di Sultzbace collantgravio d'Hassia Casselcontro la regina di Ungheria: lega maneggiata e felicemente conchiusa dall'industria e pecunia franzese. Stupissi ognuno come esso Prussiano, dopo una pace di tanto suo vantaggio e sì recente, stabilita colla reginaMaria Teresa, di nuovo contra di lei sfoderasse la spada. Diede egli con un suo manifesto quel colore che potè a questa sua novità, allegando l'occupazion della Baviera, e l'indebita guerra fatta da essa regina all'imperio, alla cui difesa come elettore egli si sentiva obbligato: quasichè questo capo non fosse stato il primo a muovere contra d'essa regina la guerra; ed esso re prussiano, allorchè giuròla pace, non sapesse che ardeva quella guerra fra l'imperadore e la regina. Però la corte di Vienna proruppe in gravi querele contra di quel re, chiamandolo principe di niuna fede, di niuna religione; e la regina d'Ungheria corse a Presburgo per commuovere tutta l'Ungheria in soccorso suo; e non vi corse indarno.Rimasero per questa inaspettata tempesta sconcertate affatto le misure del gabinetto austriaco, e fu obbligato ilprincipe Carlo di Lorenadi ripassare il Reno coll'esercito suo per correre alla difesa della Boemia, verso la quale erano già in moto dalla Slesia l'armi del re di Prussia. Nel dì 23 d'agosto con bella ordinanza imprese esso principe il passaggio di quel fiume, e felicemente in due giorni ridusse l'armata all'altra riva. Dai Franzesi, che l'inseguivano, riportò egli qualche danno, con rimanere uccisi o prigioni molti de' suoi, danno nondimeno inferiore all'aspettazion della gente, che giudicò non aver saputo i Franzesi profittar di sì favorevol occasione per nuocergli; anzi fu creduto che ilmaresciallo duca di Noagliesper questa disattenzione fosse richiamato alla corte. Non dovettero certamente mancare a quel saggio signore delle buone giustificazioni. Il bello poi fu che l'armata franzese, avendo anch'essa ripassato il Reno, in vece di tener dietro al principe di Lorena, per frastornare il suo cammino alla volta della Boemia, rivolse i passi verso la Brisgovia per ansietà di far sua la fortissima piazza di Friburgo. Intanto giacchè si trovò la Boemia non preparata a così impetuoso temporale, la regale città di Praga nel dì 16 di settembre tornò in potere del re prussiano, con restar prigioniera di guerra la guernigione consistente in circa dieci mila persone, parte truppe regolate e parte milizie del paese. Anche la città di Budweis corse la medesima fortuna. Arrivato poi che fu nella Boemia il poderoso esercito austriaco, più formidabile si rendè, perchè seco s'unirono venti mila Sassoni, atteso cheFederigo Augusto IIIre di Polonia ed elettor di Sassonia avea in fine conosciuta la necessità di far argine alla smisurata avidità del re di Prussia; e vi s'era anche aggiunto, per quanto fu creduto, un altro impulso, cioè una ricompensa promossa dalla regina d'Ungheria. Allora cominciarono a mutar faccia in quelle parti gli affari. Budweis e Tabor tornarono all'ubbidienza della real sovrana; e la stessa città di Praga fu, nel dì 25 di novembre, precipitosamente abbandonata dai Prussiani: nuova che riempiè di giubilo Vienna. Ritirossi poscia il re di Prussia colle sue forze nella Slesia, dove penetrarono anche gli Austriaci, unendosi tutti a maggiormente desolare quel prima sì dovizioso paese. Mentre con tal felicità procedevano l'armi della regina in quelle parti, seppe l'imperadorCarlo VIIben profittare della debolezza in cui erano restati i presidii austriaci ne' suoi Stati della Baviera, dacchè il principe di Lorena passò in Boemia. Spinse egli colà la sua armata sotto il comando del marescialloconte di Seckendorf, che niuna fatica durò a ricuperar Monaco ed altri luoghi abbandonati dagli Austriaci; ed esso Augusto dipoi, nel dì 22 d'ottobre, ebbe la consolazione di rientrar nella sua capitale fra i plausi dell'amante popolo suo. Fu in questo mentre fatto dall'esercito franzese l'assedio della città di Friburgo nella Brisgovia: città che parea inespugnabile, tante erano le sue fortificazioni, oltre all'essere munita di due castelli; ma non già tale alla perizia e risoluzion dei Franzesi, ai quali niuna piazza suol fare lunga resistenza, quando non sia soccorsa da possente armata di fuori. Lo stesso re Cristianissimo colà giunto in persona non volle riveder Parigi, se prima non vide quell'importante fortezza sottomessa all'armi sue. La presenza di questo monarca animava la gente a sacrificar le sue vite, e gran sangue in fatti costò quell'impresa a' Franzesi. Ma in fine il comandante austriaco capitolò la resa della città con ritirare nel dì 7di novembre la guernigione ne' castelli, i quali poi si arrenderono anch'essi nel dì 25 d'esso mese, restandone prigioni i difensori. Con queste sì varie vicende ebbe fine l'anno presente; ne' cui ultimi giorni si solennizzò in Versaglies alla presenza delle maestà Cristianissime il maritaggio della principessaFelicita di Este, figlia primogenita diFrancesco IIIduca di Modena conLuigi di Borbonduca di Penthievre della real casa di Francia, grande ammiraglio di quel regno. Merita ancora d'essere qui riferita una gloriosa azione del regnante ponteficeBenedetto XIV. Per bisogni della cristianità (massimamente nel secolo XVI) essendo stati contratti dalla camera apostolica dei grossi debiti, avea essa obbligati gli ordini monastici e i canonici regolari in Italia a pagarne annualmente i frutti: aggravio assai pesante ai monisteri, che avea anche sminuito non poco il loro splendore. Portato da un indefesso amore alla beneficenza il santo padre aprì loro il campo per redimersi da questo peso, con permettere loro di pagare il capitale d'essi debiti, e di liberarsi dai frutti. Di questa grazia i più ne profittarono, con decretar anche perenni memorie a così amorevol benefattore, il quale nello stesso tempo sgravò la camera dai debiti corrispondenti. Fra gli altri la congregazion cassinense, in attestato della sua gratitudine, fatta fare in marmo la statua di sua santità, la collocò nell'atrio della basilica di Monte Casino fra l'altre di molti pontefici, tutti benemeriti dell'ordine di San Benedetto.
Per tutto il verno del presente anno andarono calando dalla Germania copiose reclute, ed anche alcuni reggimenti che passavano ad ingrossare l'armata del principe Lobcowitz, acquartierata a Cesena, Forlì e Rimino, conoscendosi abbastanza altro non meditarsi che di procedere innanzi per cacciar gli Spagnuolida Pesaro e dagli altri luoghi da loro occupati. All'incontro, in tale stato era l'armata spagnuola, che quand'anche la forza non la facesse sloggiare, sarebbe essa obbligata a ritirarsi a cagion della mancanza dei foraggi per terra; e perchè giravano per que' lidi alcuni legni inglesi che ne impedivano il trasporto per mare. Inviarono gli Spagnuoli varii distaccamenti pel ducato d'Urbino, o per cautelarsi dall'essere assaliti da quella parte, o per far credere di voler eglino assalire. Ma finalmente il principe di Lobcowitz sul principio di marzo diede la marcia al poderoso suo esercito, risoluto di venire a battaglia, se gli Spagnuoli intendevano di aspettarlo di piè fermo. Nol vollero già essi aspettare, per ordine, come diceano, venuto da Madrid; però sul fare del giorno del dì 6 senza suono di trombe o tamburi, e con restar sempre chiuse le porte di Pesaro, si avviarono alla volta di Sinigaglia. Non mantenne il conte di Gages la promessa fatta al vescovo di Fano di non disfare il ponte sul Metauro. Alle più valorose truppe e alle guardie del duca di Modena fu lasciato l'onore della retroguardia. Nel dì 9 arrivò ad infestarli un grosso corpo d'Usseri e Croati, guidati dal conte Soro, co' quali convenne venire alle mani, e durò questa persecuzione anche nei dì seguenti, con danno di amendue le parti. Mentre andava innanzi il nerbo dell'armata, la retroguardia, che avea preso riposo a Loreto, nel dì 15 d'esso marzo sotto le mura di quella città si vide assalita da cinque mila Austriaci, e il conflitto durò per dieci ore, con ritirarsi in fine il distaccamento austriaco. Nel proseguire il viaggio a Recanati gli Spagnuoli furono salutati dal cannone di due navi inglesi, che uccisero il maresciallo di campo Brieschi, comandante delle guardie vallone, con due altri uffiziali. Nel dì 16 fu di nuovo assalita la retroguardia suddetta, e si combattè sino alle vent'ore con vicendevole mortalità. Finalmente nel dì 18 due ore avanti giorno l'esercito spagnuolo, lasciati moltifuochi nel campo, s'istradò verso il fiume Tronto, confine del regno di Napoli, e nel mezzo giorno sopra un preparato ponte di barche cominciò a passarlo, e da quella riva non si mossero il duca di Modena e il conte di Gages, se non dopo averli veduti tutti in salvo. Andarono poi essi a prendere riposo per quattro giorni a Giulia Nuova, e poscia furono ripartite le truppe in varii quartieri, ma dopo aver patita una grave diserzione nel viaggio. Stavano esse in Pescara, Atri, Chieti, Città della Penna e Città di Sant'Angelo; nel qual tempo anche gli Austriaci si accantonarono fra Recanati, Macerata, Fermo, Ascoli e Tolentino. Se il principe di Lobcowitz avesse trovata ne' suoi subordinati generali maggiore ubbidienza ed amore, di peggio sarebbe avvenuto alla precipitosa ritirata del campo nemico.
All'osservare questa brutta apparenza di cose, non tardò l'infantedon Carlore delle Due Sicilie, nel dì 25 di marzo, a muoversi da Napoli, ed accorrere in persona anch'egli nelle vicinanze dell'Abbruzzo con quindici mila de' suoi combattenti, unendosi con gli Spagnuoli, non già con animo di rinunziare alla neutralità, ma solamente di guardare il suo regno dagl'insulti de' nemici, caso che questi fossero i primi a fare delle ostilità. La regina sua consorte per maggior sicurezza fu inviata a Gaeta, non ostante le preghiere in contrario della appellata fedelissima città di Napoli. Non si può negare: giudicò ilprincipe di Lobcowitznon difficile la conquista del regno di Napoli. Conduceva egli una poderosa armata, a cui di tanto in tanto arrivavano nuovi rinforzi di gente e di munizioni. Nel regno stesso non mancavano dei ben affetti all'augusta casa d'Austria, che segretamente faceano sperar delle rivoluzioni alla corte di Vienna. Però venne l'ordine ad esso principe d'inoltrarsi. Nel fine d'aprile un corpo d'Austriaci, valicato il Tronto, penetrò nell'Abbruzzo, e trovò gente che l'accolse di buon cuore. Ma il Lobcowitz, sul riflessoche, facendo anche progressi da quella parte, restavano da superar le montagne, e che tuttavia egli si troverebbe lontano dal cuore e centro del regno, determinò più tosto di prendere un cammino più facile per le vicinanze di Roma e di Monte Rotondo: cammino appunto eletto dagli altri conquistatori del regno di Napoli. Levato dunque il campo da Macerata e dai circonvicini luoghi, si avviò, verso la metà di maggio, a quella volta. Per lo contrario l'infante re, appena ebbe penetrato il di lui disegno, che retrocesse a San Germano, e alle sue forze s'andarono ad unire quelle dell'esercito spagnuolo. Ne solamente pensò alla difesa dei proprii confini, ma eziandio, giacchè stimava che l'avessero i nemici disobbligato dalla promessa neutralità coi tentativi fatti nell'Abruzzo, spinse alcuni grossi distaccamenti nello Stato ecclesiastico a Ceperano, Frosinone e Vico Varo, sino a giugnere co' suoi picchetti al Tevere. Nel dì 24 del mese suddetto, giunto a Roma il principe Lobcowitz, ebbe una benigna udienza dal papa, e chiamò poi quella giornata dì di trionfo, stante il gran plauso e i viva sonori di quella plebe. Ben regalato se ne andò a Monte Rotondo; di là poi passò a Frascati, Morino, Castel Gandolfo ed Albano. Intanto, entrata anche tutta l'armata napolispana nello Stato ecclesiastico, si divise in tre corpi, postandosi il re ad Anagni con uno, il duca di Modena con un altro a Valmonte, e il generale di Gages a Monte Fortino. Tutti finalmente si ridussero a Velletri; giacchè si scoprì invogliato l'esercito austriaco di penetrare per colà nel regno di Napoli. Non si potea dar pace il ponteficeBenedetto XIVal mirare divenuti teatro della guerra i paesi della Chiesa con tanto aggravio e desolazione de' sudditi suoi. L'unica speranza di vedere in breve terminato questo flagello era riposta in una giornata campale che decidesse della fortuna dell'armi. Ma non faceano gli Spagnuoli di questi conti, bastando loro di tenere a bada gli avversarii, tanto chenon mettessero piede nel regno; perchè ben prevedevano che questo sarebbe stato un vincerli senza battaglia. Sul principio di giugno arrivati gli Austriaci al monte della Faiola, ed occupato quel sito che dominava il convento de' cappuccini di Velletri, quivi cominciarono ad alzar batterie, per incomodare i Napolispani esistenti nella città, i quali tenevano aperto alle spalle il commercio col regno, da cui continuamente ricevevano le bisognevoli provvisioni. A Nemi era il quartier generale del Lobcowitz. Perchè in questi tempi era restata poca gente alla custodia dell'Abbruzzo, riuscì al colonnello austriaco conte Soro con un distaccamento di truppe di entrare nelle città dell'Aquila, di Teramo e Penna. Si ebbero bene a pentire col tempo quegli sconsigliati abitanti di avere accolti quei nuovi ospiti con tanta festa, e di aver prese anche, se pur fu vero, l'armi in loro favore. Videsi poi sparso per varii luoghi del regno un manifesto della regina d'Ungheria, contenente le ragioni di aver mossa quella guerra, coll'animare i popoli alla ribellione. In esso furono toccati certi tasti che dispiacquero alla sacra corte di Roma; ed essendosene ella doluta, protestò poi la regina di non aver avuta parte in esso manifesto.
Stavano dunque a fronte, separate da una valle profonda, le due nemiche armate, cercando cadauna di ben fortificare i suoi posti, e di occupar quelli de' nemici. Specialmente nella Faiola e in Monte Spino si afforzarono gli Austriaci e i Napolispani nel monte dei Cappuccini. Fioccavano le cannonate dall'una parte e dall'altra. Ma nella notte antecedente al dì 17 di giugno, avendo il conte di Gages da alcuni disertori ricavato nome della guardia, ed appresa la situazion degli Austriaci alla Faiola, sito onde era forte incomodata la regia armata, con grosso corpo di gente si portò all'assalto di quel posto medesimo, e se ne impadronì, con far prigioni, oltre agli uccisi, il generale di battaglia baron Pestaluzzi, il colonnelloe tenente colonnello del reggimento Pallavicini, ed altri uffiziali con ducento sessanta soldati; e gli servì poi quel sito per inquietar frequentemente gli Austriaci nel loro campo. Fu cagione questa positura di cose, cotanto penosa al territorio romano, che il ponteficeBenedetto XIVper sicurezza e quiete di Roma chiamasse colà alcune migliaia dei miliziotti di varie sue città. Durò poi la vicendevole sinfonia delle cannonate e bombe sotto Velletri, con poco danno dell'una e dell'altra parte, sino al dì 10 di agosto; quando il principe di Lobcowitz, animato dalle notizie prese da un villano di Nemi e da alcuni disertori, determinò di tentare una strepitosa impresa. Il disegno suo era d'impadronirsi di Velletri, e di sorprendere ivi il re delle Due Sicilie, il duca di Modena ed altri primarii uffiziali della nemica armata. Nella notte adunque precedente al dì 11 del mese suddetto fece marciare alla sordina due corpi di gente, l'uno di quattro mila soldati e l'altro di due mila, per diverse vie. Il primo era comandato ai tenenti generali Braun e Linden, e dai generali di battaglia Novati e Dolon; e questi fecero un giro verso la sinistra dell'accampamento napolispano, ed arrivati sul far del giorno al sito dove erano postati i tre reggimenti di cavalleria della regina, Sagunto e Borbon, con alcune brigate di fanteria, le quali, quantunque prive di trinceramenti, non si aspettavano una visita sì fatta, e tranquillamente dormivano; diedero loro addosso, con attaccar nello stesso tempo il fuoco alle tende. Molti vi restarono uccisi, altri rimasero prigionieri; chi ebbe buone gambe, e fu a tempo, si salvò. Agli abbandonati cavalli furono tagliati i garretti, e per conseguente tolta la maniera di più servire e vivere. La sola brigata de' valorosi Irlandesi fece testa, finchè potè; ma sopraffatta dalle forze maggiori, dopo grave danno, cercò di salvarsi in Velletri. Dietro ai fuggitivi per quella medesima porta entrarono gli Austriaci nella città, e si diedero ad incendiar variecase per accrescere il terrore. Presero l'armi i poveri Velletrani, per difendere ognuno le abitazioni proprie, ed alquanti vi lasciarono la vita. Avvisato per tempo il re di questa sorpresa, balzò dal letto, e vestito in fretta si ritirò al posto dei Cappuccini, ed era solamente in apprensione pel duca di Modena e per l'ambasciatore di Francia. Ma anche il duca di Modena e l'ambasciatore ebbero alcuni momenti favorevoli per tener dietro a sua maestà fra le archibugiate de' nemici. Entrò il general Novali nel palazzo del duca; furono presi e condotti via tutti i suoi cavalli. Dubbio non ci è, che se gli Austriaci avessero atteso a perseguitare i Napolispani; e se fosse giunto a tempo l'altro corpo di gente che dovea raggiugnerli, restava la città di Velletri in loro potere. Ma, secondo il solito, più vogliosi i soldati di bottinare che di combattere, si perderono attorno agli equipaggi degli uffiziali e alle sostanze de' cittadini, con far veramente un buon bottino, spezialmente dove abitava l'ambasciatore di Francia, e i duchi di Castropignano e di Atrisco. Ciò diede campo ad essi Napolispani di rincorarsi e di accorrere alla difesa; e particolarmente con furore s'inoltrarono le guardie vallone per la lunga strada di Velletri contra de' nemici. Sorpresero il general Novati, che s'era perduto a scartabellare le scritture del duca di Modena, e custodiva le di lui argenterie, che verisimilmente doveano essere il premio delle sue fatiche, e il fecero prigione. Sopravvenuto poi un rinforzo del conte di Gages, talmente furono incalzati gli Austriaci, che chi non rimase o ucciso o prigione, fu forzato a salvarsi fuori di Velletri, e di lasciar libera la città.
Mentre si facea questa sanguinosa danza in Velletri, il principe di Lobcowitz con altri nove mila soldati dovea portarsi all'assalto dei posti della collina fortificati da' nemici. Tardò troppo. Tuttavia gli riuscì di occupar qualche sito del monte Artemisio. Ma così incessante fu il fuoco degli Spagnuoli, che quanti siavanzavano, rotolavano uccisi al fondo della valle, di maniera che dopo un ostinato conflitto di alcune ore furono forzati anche quegli Austriaci a battere la ritirata e ad abbandonare gli occupati posti. Terminata la scena, ognuna delle parti esaltò a dismisura la perdita dell'altra. I più saggi crederono che tra i morti e prigioni di Napolispani vi restassero almen due mila persone, fra le quali di prigionieri si contarono circa ottanta uffiziali, e fra gli altri il general conte Mariani, sorpreso colla gotta in letto. Vi perderono anche, chi disse nove, e chi dodici bandiere della brigata d'Irlanda. Dalla banda degli Austriaci rimasero prigionieri, oltre al generale Novati, diciotto altri uffiziali, e molti soldati colti in Velletri; e quantunque spacciassero di aver lasciati morti sul campo solamente circa cinquecento uomini, pure gli altri fecero ascendere la loro perdita a più di due mila persone. La verità si è, che se mancò la felicità, non mancò già la gloria di questo tentativo al principe di Lobcowitz, perchè in simili casi nè si possono prevedere tutti gli accidenti, nè a tutto provvedere. Ma certo è altresì che maggior fu la gloria de' Napolispani, i quali in sì terribil improvvisata, e con tanto avanzamento de' nemici, non solamente si seppero sostenere, ma anche rovesciarono valorosamente le loro schiere, superando una tempesta che fece grande strepito entro e fuori d'Italia. Dopo questo fallo, restate le due armate nei consueti loro posti, continuarono a salutarsi coi reciproci spari di artiglierie senza vantaggio degli uni e degli altri. Attese intanto l'infante redon Carloa rimontare la sua cavalleria: al che concorsero tutti i vassalli del regno di Napoli, ed anche quei di Sicilia. Varii distaccamenti spediti dal re in Abbruzzo ne fecero in questi tempi sloggiare il colonnello Soro coi suoi partitanti, e tornare all'ubbidienza della maestà sua le già occupate città. Il rigore usato contra di quegli abitanti dal comandante napoletano, fu dettoche venisse detestato dalla corte stessa, e tanto più da chi senza parzialità pesava le azioni degli uomini.
Per tutto il settembre e per quasi tutto l'ottobre stettero in quella positura ed inazione le due nemiche armate sotto Velletri, quando si cominciò a scorgere che il principe di Lobcowitz meditava di decampare, e di ritirarsi alla volta del Tevere, giacchè inviava innanzi verso Cività Vecchia i suoi malati, e parte delle artiglierie, munizioni e bagagli. Certamente durante la state non erano cessati di giugnere nuovi rinforzi di gente al suo campo; ma di gran lunga sempre maggiore si trovava il numero di coloro che cadevano infermi, e andavano anche mancando di vita. I caldi di quel paese non si confacevano colle complessioni tedesche, avvezze ai freddi, e l'aria delle vicine paludi Pontine stendeva fin colà i perniciosi suoi influssi, di modo che quanto si trovò in esso ottobre infievolito lo esercito suo, altrettanto si vide il caso disperato di vincere la pugna, e di obbligare i Napolispani a retrocedere. Non è già che restasse esente da gravissimi guai anche l'oste napolispana, stante la continua diserzione ch'essa patì, maggior di quella degli avversarii, e la gran quantità de' suoi malati, e la difficoltà di ricevere i viveri, che bisognava condurre con pericolo ben da lontano, essendosi spezialmente per qualche tempo trovata in somme angustie per mancanza di acqua da abbeverar uomini e cavalli. Pure tanta fu la costanza del re e di tutti i suoi, che sofferirono più tosto ogni disagio, che darla vinta ai vicini nemici. Pertanto sull'alba del dì primo di novembre il principe di Lobcowitz levò il campo e in ordine di battaglia s'inviò verso Ponte Molle, per cui, e per un ponte di barche già formato a fin di far passare le artiglierie, nel dì seguente ridusse di qua dal Tevere le genti sue. Perchè da Roma uscirono alcune centinaia di persone arrolate dalcardinale Acquaviva, che infestarono il loro passaggio, se ne vendicòposcia il principe con dare il sacco ad alcune innocenti ville. Nello stesso dì primo di novembre anche l'armata napolispana, trovandosi liberata dai ceppi di tanta durata, con giubilo inesplicabile si mosse da Velletri per tener dietro ai nemici, procedendo nondimeno con tanta lentezza, che ben si conobbe non aver voglia di cimentarsi con loro, siccome quella che contava per sufficiente vittoria il vederli slontanare da quelle contrade. Nel dì 2 framezzate dal Tevere, i cui ponti erano stati rotti, si fermarono in faccia le due armate, salutandosi solamente l'una e l'altra con varie cannonate. Quivi si trovava coll'oste sua il re delle Due Siciliedon Carlo, e sospirando la consolazione di vedere il ponteficeBenedetto XIV, e di baciargli il piede, concertò pel dì seguente l'entrata sua in Roma. Colà portossi la maestà sua, accompagnata dalduca di Modena, dalconte di Gages, dalduca di Castropignanoe da numerosa altra uffizialità, e fra il rimbombo delle artigliere di castello Santo Angelo, le quali gran dispetto e mormorazione cagionarono nel campo tedesco, fu ricevuto con tenero affetto dal santo padre, e per un'ora continua durò il loro abboccamento.
Confessò dipoi in una delle sue dotte pastorali il buon pontefice, che fra le altre cose il re gli fece istanza di minorare il soverchio numero delle feste di precetto (grazia già accordata da sua santità a varie chiese di Spagna), atteso il detrimento che ne veniva ai poveri e agli artisti, e ai lavoratori della campagna. Congedatosi il re da sua Santità, passò dipoi a venerar nella Vaticana basilica il sepolcro dei santi Apostoli, e a visitar le più rare cose del vastissimo palazzo pontifizio, dove trovò insigni regali preparatigli dal santo padre, siccome ancora un lautissimo pranzo per sè e per tutto il suo gran seguito. Nell'inviarsi fuori di Roma visitò anche la basilica Lateranense, lasciando da per tutto contrassegni della sua gran pietà, affabilità e munificenza.Anche il duca di Modena ricevette dipoi una benignissima e lunga udienza dal pontefice; e laddove il re s'era incamminato per passare a Velletri e a Gaeta, egli se ne tornò la sera al campo. Passò dipoi il vittorioso re a Napoli, accolto da quel gran popolo con incessanti acclamazioni, sigillo della fedeltà ed amore verso di lui mostrato in sì pericolosa congiuntura. Vedesi data alla luce la descrizione del rinomato assedio di Velletri, composta con elegante stile latino dal signor Castruccio Bonamici, uffiziale militare del suddetto re delle Due Sicilie.
S'andò ritirando l'esercito austriaco su quel di Viterbo, e poscia su quel di Perugia, inseguito, ma da lungi, dal Napolispano, che, quantunque superiore di forze, mai non volle e non osò molestarlo. E perciocchè il conte di Gages, arrivato a Foligno, serrò il cammino conducente nella Marca; il Lobcowitz, se volle venir di qua dall'Apennino, altro spediente non ebbe, che di prendere la via del Furio, per cui passando con grave incomodo delle sue genti, andò poi a distribuirle a quartieri in Rimino, Pesaro, Cesena, Forlì ed Urbino. Fu posto il quartier generale in Imola. Vicendevolmente il conte di Gages ritiratosi da Assisi, Foligno ed altri luoghi, stabilì il suo quartiere in Viterbo, e mise a riposar la sua armata in que' contorni, stendendola fin quasi a Cività Vecchia. E tale fu il fine di questa spedizione pel meditato acquisto di Napoli, che diede occasione al tribunale dei politici sfaccendati di proferir varie decisioni. Proruppero i parziali del re delle Due Sicilie in encomii e plausi per la savia condotta di lui e dei suoi generali, da che avea tenuto lungi dai suoi confini il potente nemico esercito, e tiratolo nelle angustie di Valletri, con averlo obbligato a star ivi per tanto tempo racchiuso. Per lo contrario i ben affetti alla regina di Ungheria si lasciarono scappar di bocca qualche disapprovazione dell'operato dal comandante generale austriaco, non sapendo intendere perchè egli avesse presala ristrettissima strada di Velletri, e si fosse ostinato io quella situazione, senza eleggere più tosto, o prima o dappoi, la via di Sora, od altra per entrare nel regno, dove non era fuor di speranza qualche mutazione, ed una battaglia potea decidere di tutto. Ma è troppo avvezza la gente a misurar le lodi e il biasimo delle imprese dal solo esito loro, quasichè il fine infelice di un'azione faccia che il saggio non l'abbia con tutta prudenza sul principio intrapresa. Disgrazia, e non colpa, è ordinariamente l'avvenimento sinistro delle risoluzioni formate da chi è provveduto di senno. Intanto la misera città di Velletri respirò dal peso di tanti armati; ma non restò già esente da altri mali, perchè per gli stenti passati e pel fetore di tanti cadaveri malamente seppelliti sorse una maligna epidemia in quel popolo. Spedì il pontefice gente per farne lo spurgo, ed anche aiuto di pecunia; ma non lasciò per questo di essere ben deplorabile la lor fortuna. Mentre si facea la guerra fin qui accennata nel levante dell'Italia, un'altra più fiera, che divampò e si dilatò in questo medesimo anno nelle parti di ponente trasse a sè gli occhi di tutti. Avendo finalmente la corte di Spagna ottenuto che il re Cristianissimo seconderebbe con forze gagliarde i suoi tentativi contro gli stati del re di Sardegna, si videro in moto alla metà di febbraio gli Spagnuoli, per tornare dalla Savoia in Provenza. Quivi si accoppiarono poscia l'infantedon Filippoe ilprincipe di Conty, supremo comandante dell'armi franzesi, e per tempo ognun s'avvide, essere le loro mire dalla parte marittima di Nizza e Villafranca. Contro tanti nemici solo si trovava il re di SardegnaCarlo Emmanuele, a cui fu in questi tempi dato l'attuai possesso di Piacenza, di Vigevano e dell'altro paese a lui accordato nella lega di Vormazia; ma nulla perciò egli sgomentato, si studiò di ben munire di genti e ripari il paese suo posto al mare.
Prima nondimeno che si desse fiatoalle trombe in terra, avvenne una gran battaglia in mare fra l'ammiraglio ingleseMatteuse la flotta franzese e spagnuola, che s'erano unite in Tolone. Queste ultime la fama amplificatrice delle cose le faceva ascendere sino a sessanta vascelli di linea. Erano ben molto meno. Stava il Matteus co' suoi legni nell'isole di Jeres, attento ai movimenti de' suoi avversarii, quando, giuntogli l'avviso, nel dì 22 di febbraio, che usciti di Tolone aveano messo alla vela, passò tosto ad assalire la vanguardia condotta dalle navi spagnuole. Atrocissimo fu il combattimento verso capo Cercelli; l'orribile ed incessante strepito di tante artiglierie sparse il terrore per tutte le coste della Provenza, e corsero infinite persone sulle alture delle montagne ad essere spettatrici di quella scena infernale. Per confessione degli stessi nemici, fece maraviglie di valore l'armata navale di Spagna, comandata dall'ammiraglio Navarro; e tanto più perchè il signor di Court, comandante della franzese, o non entrò mai veramente in battaglia, o, se v'entrò, poco tardò a ritirarsi, per non vedere sconciati i suoi legni. Che peraltro fu creduto che se i Franzesi avessero meglio soddisfatto al loro dovere, probabilmente potea riuscir quel conflitto con isvantaggio degl'Inglesi, stante il non essere accorso a tempo in aiuto del Matteus il vice-ammiraglio Lestok, che fu poi processato per questo. La notte pose fine a tanto furore; ma nel dì seguente si tornò alle vicendevoli offese, quando il mare, stato anche nel dì innanzi assai burrascoso, accresciuta la collera, separò affatto le nemiche armate, spignendole un fierissimo vento amendue alla volta di Occidente. Perderono gli Spagnuoli un vascello di sessantasei pezzi di cannone e di novecento uomini di equipaggio, caduto in man degl'Inglesi sì maltrattato, che, dopo averne essi estratto il capitano con ducento uomini rimasti in vita, giudicarono meglio di darlo alle fiamme. Grande fu la copia dei morti e feriti diessi Spagnuoli: rimasero anche i lor vascelli talmente sconcertati, che ridotti a Barcellona ed Alicante, non si sentirono più voglia di tornare in corso. Forse non fu minore il numero dei morti e feriti dalla parte degli Inglesi, i quali anche per l'insorta tempesta patirono assaissimo, e si ridussero a Porto Maone. I soli Franzesi ebbero salve ed illese le lor navi e genti; se con loro onore, da molti si dubitò. Perchè lo stessoammiraglio Matteusnon fece di più, fu anch'egli richiamato a Londra, e sottoposto ad un lungo e rigoroso processo.
Intanto avea il re di Sardegna fatti gagliardi preparamenti di genti e fortificazioni al fiume Varo, giacchè l'esercito terrestre de' Gallispani minacciava un'irruzione da quella parte. Alle sboccature parimente stavano ancorate alquante navi inglesi, per impedire il passaggio colle loro artiglierie. A nulla servirono quei tanti ripari, perchè senza difficoltà nel dì 2 di aprile comparve di qua dal Varo la fanteria spagnuola; al quale avviso i cittadini di Nizza, mercè della facoltà loro data dal real sovrano, affinchè non rimanessero esposti a guai maggiori, andarono a presentar le chiavi di quella città all'infante don Filippo. Riposte avea le principali sue speranze il re sardo nei trincieramenti fatti da' suoi ingegneri a Villafranca e Montalbano, che certamente parvero inaccessibili, massimamente perchè alla guardia d'essi vegliavano molte migliaia delle sue migliori truppe. Ma ossia che intervenisse qualche stratagemma, per cui l'armata gallispana, ascendente, per quanto fu creduto, a quaranta mila combattenti, si aprisse senza gran fatica il varco a quel fortissimo accampamento, con arrivare inaspettatamente addosso almarchese di Susa, e menarlo via prigione; o pure che a forza di furiosi assalti si superassero tutti gli ostacoli: certo è che nel dì 20 d'aprile essi Gallispani v'entrarono. Gran resistenza fecero i Savoiardi; più d'una volta rispinsero le schiere nemiche, e gran sanguefu sparso, e fatti de' prigionieri dall'una e dall'altra parte. Si sostennero essi Savoiardi in alcuni siti sino alla notte, in cui il general comandanteSinsan, dopo aver posto presidio nel castello di Villafranca e nel forte di Montalbano, andò ad imbarcare circa quattro mila de' suoi colle artiglierie, che potè salvare in molti legni preparati nel porto di Villafranca, e passò ad Oneglia. Non aspetti alcuno da me il conto dei morti, feriti e prigioni dell'una e dell'altra parte, e de' cannoni, bandiere e stendardi presi, perchè so che non amano di comperar bugie: che di bugie appunto abbondano le relazioni de' fatti d'armi a misura delle differenti passioni. Poco poi tardarono Montalbano e il castello di Villafranca a sottomettersi a' Gallispani. Attese allora il re di Sardegna a ben premunire i passi delle montagne di Tenda, affinchè lasciassero i nemici il pensiero di penetrar per quelle parti in Piemonte; e si diede a provveder di tutto l'occorrente i forti suoi nella valle di Demont e Cuneo, prevedendosi abbastanza che gli avversarii sarebbono per tentare di nuovo da quella parte una calata ne' suoi Stati.
Fu nel dì 6 di giugno, che arrivato un grosso distaccamento di Spagnuoli ad Oneglia, trovò abbandonata quella terra dalle milizie savoiarde e da buona parte degli abitanti, che si ridussero col più delle loro sostanze all'alto della montagna. Pensavano intanto i Gallispani a voli maggiori; e in fatti, avendo ripassato il Varo, cominciarono dal Colle dell'Agnello e da altri siti, circa il dì 20 di luglio, a calar verso la valle, dove trovarono forti barricate ai passi, sostenute con vigore per qualche tempo dai Savoiardi, ma poi abbandonate. S'impadronirono essi Spagnuoli di un ben fortificato ridotto a Monte Cavallo, e poscia di Castel Delfino; e quindi per la valle passarono alle vicinanze di Demont. Grandi spese avea fatto il re di Sardegna per ivi formare una ben regolata fortezza; ma non era giunto a perfezionarla. Trovavasiegli stesso alla testa della sua armata in quelle parti, per opporsi agli avanzamenti de' nemici, coi quali giornalmente accadevano ora favorevoli ora sinistri incontri. Portò la sventura che una palla infuocata gittata da' Gallispani in Demont attaccasse il fuoco a quelle fascinate, o pure al magazzino della miccia, e che si dilatasse l'incendio negli altri. Accorsero a tal vista i Gallispani, ed ebbero quel forte colla guernigione prigioniera nel dì 17 d'agosto: dopo di che essendosi ritirato il re sardo col suo esercito a Saluzzo, eglino passarono nella pianura, e si diedero a stringere la città e fortezza di Cuneo. Sotto di questa piazza, mirabilmente difesa dal concorso di due fiumi, avea patito deliquio altre volte la bravura de' Franzesi, ed era venuta meno la lor perizia negli assedii: il che commosse la curiosità d'ognuno per indovinare qual esito avrebbe quell'impresa. Dalla parte sola per cui si può far forza contra di Cuneo, avea il re di Sardegna fatto ergere tre fortini o ridotti che coprivano la piazza. Entro v'erano sei mila, parte Svizzeri e parte Piemontesi, di presidio sotto il comando del valorosobarone dì Leutron, risoluti di far buona difesa. Non valevano men di loro i cittadini, che, prese animosamente l'armi, fecero poi di tanto in tanto delle vigorose sortite con danno de' nemici. Finalmente si videro in armi tutti i popoli di quelle valli e montagne, ben affezionati al loro sovrano. Colà accorsero ancora alcune migliaia di Valdesi; e il marchese d'Ormea, sottrattosi in tal occasione al gabinetto, messosi alla testa delle milizie del Mondovì col figlio marchese Ferrerio, tutti si diedero ad infestare i nemici, ad impedire il trasporto de' viveri, foraggi e munizioni al campo loro, con far sovente de' buoni bottini, e rovesciar le misure degli assedianti. Giunse intanto da Milano un rinforzo di Varadini, e il reggimento Clerici col conteGian-Luca Pallavicinotenente maresciallo cesareo, comandante di quelle truppe.
Solamente nella notte precedente al dì 13 di settembre aprirono i Gallispani la trincea sotto di Cuneo, e cominciarono a far giocare le batterie, e a molestar gravemente la piazza colle bombe; ma se questa pativa, non patirono meno gli assedianti, perchè spesso assaliti con somma intrepidezza da que' cittadini e presidiarii. Continuarono poi gli approcci e le offese sino al dì 30 di settembre, in cui il re di Sardegna mosse l'esercito suo in ordinanza di battaglia verso le nemiche trincee. Ossia ch'egli solamente intendesse di avvicinarsi, e postarsi in maniera da poter incomodare il campo nemico, o pure che avesse veramente risoluto, siccome animoso signore, di tentare il soccorso della piazza: la verità si è, che si venne ad un generale combattimento. Fu detto che un uffiziale ubbriaco portasse l'ordine, ma ordine non dato dal re, all'ala sinistra di assalire i posti avanzati degli assedianti, e che, entrata essa in azione, s'impegnò nel fuoco il restante delle schiere. Dalle ore diecinove sino alla notte durò l'ostinato conflitto con molto sangue dall'una e dall'altra parte, ma incomparabilmente più da quella degli assalitori, perchè esposti alle artiglierie caricate a mitraglia o a cartoccio. Tuttochè per ordine del re si sonasse la ritirata, la sola notte fece fine all'ire, ed allora si ricondusse l'esercito sardo ad un sito distante un miglio e mezzo di là. Fu detto che la cavalleria nemica uscita dai ripari l'inseguisse; ma lo scuro della notte, e l'aver trovato un bosco di cavalli di Frisia, impedì loro il progresso. A quanto ascendesse il danno dalla parte de' Piemontesi, non si potè sapere; se non che conto fu fatto che circa trecento fossero tra morti e feriti i suoi uffiziali. Da lì a pochi giorni si scoprì, essere state le mire del re di Sardegna nel precedente sanguinoso conflitto quelle d'introdurre soccorso in Cuneo. Ma ciò che allora non gli venne fatto, accadde poi felicemente nella notte precedente al dì 8 di ottobre, in cui dallaparte del fiume Stura passò senza ostacoli nella piazza un migliaio de' suoi soldati, con molti buoi ed altre provvisioni e danaro. Era intanto sminuita non poco l'armata gallispana per la mortalità e diserzion delle truppe; di gravi patimenti avea sofferto sì per le dirotte pioggie e per li torrenti che aveano impedito il trasporto de' viveri e foraggi per la valle di Demont, come ancora per l'incessante infestazione de' paesani che faceano continuamente prigioni e prede. Si scorse in fine ch'essa non era in forze, come si decantava, perchè non potè mai tenere corpi valevoli ai fiumi, che formassero un'intera circonvallazione alla piazza. Però dopo circa quaranta giorni di trincea aperta, e dopo cagionata gran rovina di case in Cuneo, ma senza aver mai fatto acquisto di alcuna nè pur delle fortificazioni esteriori, nella notte precedente al dì 22 di ottobre, abbruciato il loro campo, i Gallispani colla testa bassa e con gran fretta si levarono di sotto a quella fortezza, incamminandosi alla volta di Demont. Uno sprone ancora ai lor passi era il timore delle nevi che li cogliessero di qua dall'Alpi con pericolo di perire uomini e giumenti per mancanza del bisognevole. Lasciarono indietro più di mille e cinquecento malati; ed inseguiti da varii distaccamenti di fanti e cavalli, e travagliati dai montanari, sofferirono altre non lievi perdite e danni. Fermaronsi in Demont cinque o sei mila Spagnuoli non tanto per coprire la ritirata del resto dell'esercito e delle artiglierie, quanto ancora per minar le fortificazioni della fortezza, ben prevedendo di non potersi quivi mantenere nel verno. Essendosi poi avanzato il general piemontese Sinsan verso quelle parti con un maggior nerbo di milizie verso la metà di novembre, gli Spagnuoli se ne andarono, dopo aver fatto saltare alcune parti di quel forte e la casa del governatore. Arrivarono a tempo alcuni Savoiardi per salvare ciò che non era peranche saltato in aria, e s'impadronirono di alquantipezzi di cannone rimasti indietro: nel qual mentre gli Spagnuoli come fuggitivi provarono immensi disagi e perdita di persone a cagion delle nevi, del rigoroso freddo e della mancanza di vettovaglia. Così restò libera tutta la valle; e il re di Sardegna, avendo compensata l'infelice perdita delle piazze marittime colla felicità di quest'altra impresa, pien d'onore si restituì a Torino.
La corte di Francia dichiarò in questo anno la guerra alla regina d'Ungheria per la caritativa intenzione, come si diceva, di costrignerla alla pace coll'imperador Carlo VII; e la dichiarò anche all'Inghilterra, disponendo tutto per invadere la Fiandra, con che sempre più s'andò dilatando il fuoco divorator della Europa. Per quanti sforzi facessero i ministri di Vienna e di Londra per tirare in questo impegno le Provincie Unite, o, vogliam dire gli Olandesi, nulla di più nè pur ora poterono ottenere se non che l'Olanda contribuirebbe il suo contingente di venti mila armati a tenor delle leghe. Troppo loro premeva di conservare la libertà del commercio colla Francia e Spagna; ed altre segrete ruote ancora concorrevano a muovere que' popoli più tosto all'amore di una tal quiete e neutralità, che ad un'aperta guerra. Non tardarono i Franzesi ad impossessarsi di Coutray, Menin ed altri luoghi. Poscia nel dì 18 di giugno aprirono la trincea sotto l'importante città d'Ipri, e con più di cento cannoni e quaranta mortari talmente l'andarono bersagliando, che nel dì 29 d'esso mese v'entrarono, dopo aver conceduto libera l'uscita a quella guernigione. Erano principalmente animati i Franzesi dalla presenza dello stesso re CristianissimoLuigi XV, che non guardò a fatiche in questa campagna. Intanto il principeCarlo di Lorena, comandante dell'esercito austriaco al Reno, altro non istudiava che la maniera di passar quel fiume, per portare la guerra addosso agli Stati della Francia. Sul fine di giugno riuscì al generaleBerenklaudivalicar esso fiume con dieci mila persone in vicinanza di Magonza, e nel dì primo di luglio altrettanto fu fatto dallo stesso principe Carlo col grosso dell'esercito suo, che arditamente poi procedendo mise piede nell'Alsazia in faccia de' nemici. Gran confusione fu allora in quella fertile provincia, che cominciò ad essere lacerata in parte dai Franzesi difensori, e senza paragone più dai feroci Austriaci, che colle scorrerie, e coll'imporre gravi contribuzioni, seppero ben prevalersi del loro vantaggio, e tennero nello stesso tempo bloccato Forte Luigi. Perchè l'armata franzese sul principio d'agosto s'andò dilatando verso Argentina, non lieve costernazione insorse in quella stessa sì forte città. Il terribile scompiglio dell'Alsazia cagion fu che lo stesso re Cristianissimo si movesse con grandi forze dai Paesi Bassi per accorrere colà; ma caduto infermo in Metz verso la metà di agosto, fece dubitar di sua vita. Dio il preservò, e a poco a poco si rimise nello stato primiero di salute. Un teatro di miserie era intanto divenuta l'Alsazia, e sembrava che l'esercito austriaco in quel bello ascendente meditasse e sperasse avanzamenti maggiori; quando giunse la nuova di una metamorfosi che sorprese ognuno; cioè la lega dell'imperadorCarlo VIIcol re di PrussiaCarlo Federigo III, coll'elettor palatinoCarlo di Sultzbace collantgravio d'Hassia Casselcontro la regina di Ungheria: lega maneggiata e felicemente conchiusa dall'industria e pecunia franzese. Stupissi ognuno come esso Prussiano, dopo una pace di tanto suo vantaggio e sì recente, stabilita colla reginaMaria Teresa, di nuovo contra di lei sfoderasse la spada. Diede egli con un suo manifesto quel colore che potè a questa sua novità, allegando l'occupazion della Baviera, e l'indebita guerra fatta da essa regina all'imperio, alla cui difesa come elettore egli si sentiva obbligato: quasichè questo capo non fosse stato il primo a muovere contra d'essa regina la guerra; ed esso re prussiano, allorchè giuròla pace, non sapesse che ardeva quella guerra fra l'imperadore e la regina. Però la corte di Vienna proruppe in gravi querele contra di quel re, chiamandolo principe di niuna fede, di niuna religione; e la regina d'Ungheria corse a Presburgo per commuovere tutta l'Ungheria in soccorso suo; e non vi corse indarno.
Rimasero per questa inaspettata tempesta sconcertate affatto le misure del gabinetto austriaco, e fu obbligato ilprincipe Carlo di Lorenadi ripassare il Reno coll'esercito suo per correre alla difesa della Boemia, verso la quale erano già in moto dalla Slesia l'armi del re di Prussia. Nel dì 23 d'agosto con bella ordinanza imprese esso principe il passaggio di quel fiume, e felicemente in due giorni ridusse l'armata all'altra riva. Dai Franzesi, che l'inseguivano, riportò egli qualche danno, con rimanere uccisi o prigioni molti de' suoi, danno nondimeno inferiore all'aspettazion della gente, che giudicò non aver saputo i Franzesi profittar di sì favorevol occasione per nuocergli; anzi fu creduto che ilmaresciallo duca di Noagliesper questa disattenzione fosse richiamato alla corte. Non dovettero certamente mancare a quel saggio signore delle buone giustificazioni. Il bello poi fu che l'armata franzese, avendo anch'essa ripassato il Reno, in vece di tener dietro al principe di Lorena, per frastornare il suo cammino alla volta della Boemia, rivolse i passi verso la Brisgovia per ansietà di far sua la fortissima piazza di Friburgo. Intanto giacchè si trovò la Boemia non preparata a così impetuoso temporale, la regale città di Praga nel dì 16 di settembre tornò in potere del re prussiano, con restar prigioniera di guerra la guernigione consistente in circa dieci mila persone, parte truppe regolate e parte milizie del paese. Anche la città di Budweis corse la medesima fortuna. Arrivato poi che fu nella Boemia il poderoso esercito austriaco, più formidabile si rendè, perchè seco s'unirono venti mila Sassoni, atteso cheFederigo Augusto IIIre di Polonia ed elettor di Sassonia avea in fine conosciuta la necessità di far argine alla smisurata avidità del re di Prussia; e vi s'era anche aggiunto, per quanto fu creduto, un altro impulso, cioè una ricompensa promossa dalla regina d'Ungheria. Allora cominciarono a mutar faccia in quelle parti gli affari. Budweis e Tabor tornarono all'ubbidienza della real sovrana; e la stessa città di Praga fu, nel dì 25 di novembre, precipitosamente abbandonata dai Prussiani: nuova che riempiè di giubilo Vienna. Ritirossi poscia il re di Prussia colle sue forze nella Slesia, dove penetrarono anche gli Austriaci, unendosi tutti a maggiormente desolare quel prima sì dovizioso paese. Mentre con tal felicità procedevano l'armi della regina in quelle parti, seppe l'imperadorCarlo VIIben profittare della debolezza in cui erano restati i presidii austriaci ne' suoi Stati della Baviera, dacchè il principe di Lorena passò in Boemia. Spinse egli colà la sua armata sotto il comando del marescialloconte di Seckendorf, che niuna fatica durò a ricuperar Monaco ed altri luoghi abbandonati dagli Austriaci; ed esso Augusto dipoi, nel dì 22 d'ottobre, ebbe la consolazione di rientrar nella sua capitale fra i plausi dell'amante popolo suo. Fu in questo mentre fatto dall'esercito franzese l'assedio della città di Friburgo nella Brisgovia: città che parea inespugnabile, tante erano le sue fortificazioni, oltre all'essere munita di due castelli; ma non già tale alla perizia e risoluzion dei Franzesi, ai quali niuna piazza suol fare lunga resistenza, quando non sia soccorsa da possente armata di fuori. Lo stesso re Cristianissimo colà giunto in persona non volle riveder Parigi, se prima non vide quell'importante fortezza sottomessa all'armi sue. La presenza di questo monarca animava la gente a sacrificar le sue vite, e gran sangue in fatti costò quell'impresa a' Franzesi. Ma in fine il comandante austriaco capitolò la resa della città con ritirare nel dì 7di novembre la guernigione ne' castelli, i quali poi si arrenderono anch'essi nel dì 25 d'esso mese, restandone prigioni i difensori. Con queste sì varie vicende ebbe fine l'anno presente; ne' cui ultimi giorni si solennizzò in Versaglies alla presenza delle maestà Cristianissime il maritaggio della principessaFelicita di Este, figlia primogenita diFrancesco IIIduca di Modena conLuigi di Borbonduca di Penthievre della real casa di Francia, grande ammiraglio di quel regno. Merita ancora d'essere qui riferita una gloriosa azione del regnante ponteficeBenedetto XIV. Per bisogni della cristianità (massimamente nel secolo XVI) essendo stati contratti dalla camera apostolica dei grossi debiti, avea essa obbligati gli ordini monastici e i canonici regolari in Italia a pagarne annualmente i frutti: aggravio assai pesante ai monisteri, che avea anche sminuito non poco il loro splendore. Portato da un indefesso amore alla beneficenza il santo padre aprì loro il campo per redimersi da questo peso, con permettere loro di pagare il capitale d'essi debiti, e di liberarsi dai frutti. Di questa grazia i più ne profittarono, con decretar anche perenni memorie a così amorevol benefattore, il quale nello stesso tempo sgravò la camera dai debiti corrispondenti. Fra gli altri la congregazion cassinense, in attestato della sua gratitudine, fatta fare in marmo la statua di sua santità, la collocò nell'atrio della basilica di Monte Casino fra l'altre di molti pontefici, tutti benemeriti dell'ordine di San Benedetto.