MDCCXLV

MDCCXLVAnno diCristoMDCCXLV. Indiz.VIII.Benedetto XIVpapa 6.Francesco Iimperadore 1.Ebbe principio quest'anno colla morte d'uno dei principali attori della tuttavia durante tragedia. Era soggetto a gravi insulti di podagra e chiragra l'imperador Carlo VIIduca ed elettor di Baviera. Stavasene egli nella ricuperata città di Monaco,godendo la contentezza di vedersi rimesso in possesso di buona parte dei suoi Stati; quando più fieramente che mai assalito nel dì 17 di gennaio da questo malore, che gli passò al petto, poscia nel dì 20 con somma rassegnazione passò all'altra vita. Era nato nel dì 6 di agosto del 1697. Principe, a cui non mancarono già riguardevoli doti, ma mancò la fortuna, che nè pure s'era mostrata molto propizia al fu duca suo padre. Gli alti suoi voli ad altro non servirono che al precipizio proprio e de' suoi sudditi, condotti per cagione di lui ad inesplicabili guai. Accrebbe certamente decoro a sè stesso e alla casa propria coll'acquisto dell'imperial corona; ma poco godè egli di questo splendore in vita, nè potè tramandarlo dopo di sè a' discendenti suoi. Lasciò esso Augusto tre principesse figlie e un solo figlio, cioèMassimiliano Giuseppeprincipe elettorale, nato nel dì 28 marzo del 1727, ch'egli prima di morire dichiarò fuori di minorità. Ora questo principe conobbe tosto d'essere rimasto erede del principato avito, ma insieme delle disavventure del padre, perchè tuttavia la principal sua fortezza, cioè Ingolstat, ed altre minori piazze erano in mano della regina d'Ungheria. Oltre a ciò, alquanti giorni dopo la morte dell'augusto padre peggiorarono gl'interessi suoi, perchè l'armata austriaca s'impadronì d'Amberga e di tutto il Palatinato superiore. Il peggio fu, che già si allestiva un gran rinforzo di gente, per invadere di nuovo la capitale della Baviera, o per costringere questo principe a prendere misure diverse dalle paterne.Trovavasi il giovinetto elettore in un affannoso labirinto, dall'una parte spinto dalle esibizioni e promesse del ministero franzese per continuare nel precedente impiego, e dall'altra combattuto da' consigli della vedova imperatrice sua madreMaria Amalia d'Austria, dalla corte di Sassonia e dal maresciallo di Seckendorf, che gli persuadevano per più utile e sicuro ripiego l'accordare gl'interessisuoi colla regina d'Ungheria. A queste ultime amichevoli insinuazioni sul principio d'aprile si aggiunse il terrore dell'armi; perciocchè, entrato l'esercito austriaco con furore nella Baviera, furono obbligati i Bavaresi e Franzesi ad abbandonare Straubing, Landau, Dingelfingen, Kelheim, Wilzhoffen, ed altri luoghi dell'elettorato. Gran costernazione fu in Monaco stesso, e l'elettore se ne partì alla metà del mese suddetto, chiamato dai Franzesi a Manheim. Ma egli si fermò in Augusta a stretti colloquii col conte Coloredo, e con altri parziali della casa d'Austria; e quivi in fine le persuasioni di chi gli proponeva l'accordo colla regina prevalsero sopra le altre dei ministri aderenti alla Francia, i quali restarono esclusi dai trattati. Rinunziò dunque l'elettore alla lega colla Francia; accettò l'armistizio e la neutralità, con che restassero in poter della regina le fortezze d'Ingolstat, Scarding, Straubingen e Braunau, sino all'elezion d'un imperadore; ed antepose la quiete e liberazion presente de' suoi Stati alle incerte speranze di conseguir molto più coll'andare in esilio, e continuare sotto la protezion de' Franzesi. Intorno a questa sua risoluzione e ad altre condizioni di quei preliminari di pace, sottoscritti in Fussen nel dì 22 d'aprile, varii furono i sentimenti dei politici: noi li lasceremo masticare le lor sottili riflessioni. Per sì fatta mutazion di cose furono costrette le truppe franzesi, palatine ed hassiane a ritirarsi più che in fretta, e con grave lor danno, dalla Baviera e da' suoi contorni, perchè sempre insultate dalle milizie austriache.Frequenti intanto erano i maneggi degli elettori per dare un nuovo capo all'imperio, e sul principio di giugno fu intimata in Francoforte la dieta per l'elezione; affinchè essa seguisse con piena libertà, giudicarono bene i Franzesi di spedire un grosso esercito comandato dalprincipe di Contyal Meno nelle vicinanze d'essa città di Francoforte. Tanta caritàde' Franzesi verso i loro interessi non la sapeano intendere i principi e circoli dell'imperio, e molto meno volle sofferir questa violenza la corte di Vienna. Trovavasi verso quelle parti un esercito austriaco, ma non di tal nerbo da poter intimare la ritirata ai Franzesi. Il saggio marescialloconte di Traun, giacchè era tornata la quiete nella Baviera, ebbe l'incombenza di provvedere a questo bisogno, e poscia ebbe anche la gloria di felicemente eseguirne il progetto. Con un altro gran corpo d'armata prese egli un giro per le montagne e luoghi disastrosi, e presso il fine di giugno arrivò ad unirsi coll'altro esercito comandato dalconte Batthyani. A questa armata combinata sul principio di luglio comparve anche il gran duca di ToscanaFrancesco Stefano di Lorena, e poco si stette a vedere scomparire dalle rive del Meno e ritirarsi al Reno l'oste franzese. Restò con ciò liberata la città di Francoforte da quell'intollerabil aggravio, e tanto più, perchè il gran duca condusse anch'egli l'esercito suo ad Heidelberga, lasciando in piena libertà i ministri deputati all'elezione del futuro imperadore. Essendo poi giunto sul fine di agosto a Francoforte l'elettore di Magonza, si continuarono le conferenze di quella dieta; e giacchè non fu questa volta disdetto alla regina d'Ungheria il voto della Boemia, l'elettor di Baviera nell'accordo con essa regina avea impegnato il suo in favore della medesima: nel dì 13 di settembre, ancorchè mancassero i voti del re di Prussia e del palatino, seguì le elezioni diFrancesco Stefanoduca di Lorena, gran duca di Toscana, marito e correggente della stessa reginaMaria Teresa, in re dei Romani, che assunse il titolo d'imperadore eletto. Mossesi da Vienna questa regnante non tanto per godere anch'essa in persona di veder la coronazione dell'augusto consorte, e rimesso lo scettro cesareo nella sua potentissima casa, quanto ancora per convalidare un patto voluto dagli elettori, cioè ch'essa regina si obbligasse di assistere colle sueforze il nuovo Augusto in tutte le sue risoluzioni e bisogni. Fece il suo magnifico ingresso in Francoforte l'imperadore Francesco Inel dì 21 di settembre, eseguì poi nel dì 4 di ottobre la di lui solenne coronazione con indicibil festa e concorso d'innumerabil gente. Si aspettava ognuno che, secondo lo stile, anche alla regina di lui consorte fosse conferita l'imperial corona. Per più d'un riguardo se ne astenne la saggia principessa, più di quell'onore a lei premendo il conservare i proprii diritti, e l'amore de' suoi Ungheri e Boemi, e il poter sedere da lì innanzi in carrozza al fianco dell'augusto marito. Accettò nondimeno il titolo d'imperadrice, e non lasciò di far risplendere in tal congiuntura la mirabil sua magnificenza, essendosi creduto da molti che ascendesse a qualche milione il prezzo delle gioie e dei regali da essa distribuiti agli elettori, ministri, generali delle milizie, soldati, ed altra gente, tanto che ne stupì ognuno. Si restituirono poscia le imperiali loro maestà a Vienna, e vi fecero il giulivo loro ingresso nel dì 27 di ottobre.Continuava intanto la guerra dell'imperadrice suddetta col re di Prussia, le cui armi occupavano la Slesia. Nel dì 8 del gennaio dell'anno presente in Varsavia fra la suddetta Augusta regina, il re d'Inghilterra e il re di Polonia, come elettor di Sassonia, e gli Olandesi, fu stabilita una lega difensiva, per cui si obbligò esso elettore di contribuire trenta mila armati per la difesa del regno d'Ungheria, con promettergli annualmente le potenze marittime cento cinquanta mila lire sterline, per questo. E giacchè il re prussiano s'era messo sotto i piedi il precedente trattato di pace, attese indefessamente la corte di Vienna ad unire un poderoso esercito contra di lui, lusingandosi di poter profittare di questa rottura, per ricuperare la sommamente importante provincia della Slesia dalle mani di chi avea mancato alla fede. Altri conti faceva il re di Prussia, le cui truppe a maraviglia agguerrite,forti e spedite nei combattimenti, hanno in questi ultimi tempi conseguito un gran credito nelle azioni militari. All'apertura della campagna il principeCarlo di Lorenamarciò animosamente coi Sassoni in traccia della nemica armata. Seguirono varii incontri, finchè nel dì 4 di giugno prese Striegau e Friedberg, esso principe, forse contro sua voglia, venne ad una giornata campale con esso re. Toccò una gran rotta agli Austriaco-Sassoni, non avendo il principe assai per tempo avvertita la svantaggiosa situazione sua, per cui non potea passare la sua cavalleria, e la vantaggiosa dell'esercito prussiano. Confessarono i vinti la perdita di nove mila persone fra uccisi, feriti e prigioni. Pretesero all'incontro i vincitori prussiani, che de' loro avversari, quattro mila restassero estinti nel campo, sette mila fossero i prigioni, fra i quali ducento gli uffiziali, coll'acquisto di sessanta cannoni, trentasei bandiere ed otto paia di timbali, oltre lo spoglio del campo. Furono perciò obbligati gli Austriaci e Sassoni a ritirarsi con grave disagio nella Boemia, per attendere alla difesa, e furono colà inseguiti dai nemici. Ritirossi poscia nel settembre da essa Boemia il re di Prussia, e con un manifesto, e coll'avvicinamento delle sue truppe cominciò a minacciar la Sassonia. L'inseguì in questa ritirata il principe di Lorena, e nel dì 30 di esso mese a Prausnitz in Boemia andò coll'esercito suo ad assediarlo. Ebbe anche questa volta la fortuna contraria, e lasciò in mano dei nemici la vittoria, con perdita forse di tre mila persone, di trenta pezzi di cannone e di molte insegne. Ma nè pure il Prussiano potè gloriarsi molto di questa giornata, perchè anch'egli perdè non solo assai gente, ma anche la maggior parte del bagaglio proprio e dei suoi uffiziali: stante l'avere il generale Trench co' suoi Ungheri atteso nel bollore della battaglia a ciò che più gli premeva, cioè a quel ricco bottino, e a far prigione chiunque ne aveva la guardia. Fu credutoche se essi Ungheri, senza perdersi nel saccheggio, avessero secondato il valor degli Austriaci, con menar anch'essi le mani, ed assalir per fianco i nemici, come era il concerto, sarebbe andata in isconfitta l'armata prussiana.Ora essendosi inoltrato il re di Prussia nei confini della Sassonia, nel dì 23 di novembre si affrettò di prevenir l'unione degli Austriaci coi Sassoni, e gli riuscì di dare una rotta ad alquanti reggimenti della Sassonia, colla morte di circa due mila d'essi, e colla prigionia di altrettanti. Si tirò dietro questa vittoria un terribile sconvolgimento di cose. Imperciocchè l'elettor sassone re di Polonia prese le precauzioni di ritirarsi colla real famiglia e co' suoi più preziosi arredi in Boemia e non finì il mese che le truppe prussiane entrarono in Mersburg e Lipsia; e il re loro nello stesso tempo con altro corpo di gente s'impadronì di Gorlitz. Inorridì ognuno all'udir le smisurate contribuzioni di due milioni e mezzo di fiorini, intimate al popolo di Lipsia, da compartirsi poi sopra tutto l'elettorato di Sassonia, con dar tempo di sole poche ore al pagamento. Convenne contribuire quanto di danaro, gioie ed argenterie si potè unire, in quel brutto frangente, e dar buone sicurtà mercantili pel residuo. Anche nel dì 15 di dicembre seguì un altro fatto d'armi fra i Prussiani e gli Austriaco-Sassoni, colla peggio degli ultimi; dopo di che furono aperte le porte di Dresda ai re di Prussia. Per cotanta felicità del re nemico conobbero in fine tantoFederigo Augusto IIIre di Polonia, quanto l'imperadriceMaria Teresa, la necessità di trattar di pace. Da Vienna dunque con plenipotenza volò il ministro d'Inghilterra a trovareCarlo Federigo IIIre di Prussia, e a maneggiar l'accordo. Ossia che l'imperadrice della Russia minacciasse il Prussiano, o pure che altri riguardi movessero esso re: certo è che nel dì 25 di dicembre seguì la pace fra quelle tre potenze, uniformandosi al precedente trattato di Breslavia, con altripatti, che io tralascio. Ritiraronsi perciò da lì a non molto l'armi prussiane dalla Sassonia; e siccome il re elettore se ne tornò al godimento de' suoi Stati, così l'imperadrice, sbrigata da sì fiero e fortunato avversario potè attendere con più vigor da lì innanzi a sostenere gli affari suoi in Italia.Gran guerra fu eziandio in Fiandra nell'anno presente. Sul fine d'aprile il valorosoconte di Sassoniamaresciallo di Francia con potente esercito si portò all'assedio di Tournai. V'era dentro un presidio di nove mila alleati che prometteva gran cose, e certamente non mancò al suo dovere. Lo stesso re CristianissmoLuigi XVcol figlio Delfino volle ancora in quest'anno incoraggir quell'impresa colla presenza sua, e ben molto giovò. Imperciocchè nel dì 11 di maggio ii giovaneduca di Cumberland, secondogenito diGiorgio IIre della Gran Bretagna, comandante supremo dell'armata dei collegati in Fiandra, assistito dal saggio marescialloconte di Koningsegg(i cui consigli non furono questa volta attesi) andò con tutte le sue forze ad assalire i Franzesi a Fontenay. Nove ore durò l'aspro combattimento, in cui l'esercito collegato superò alcuni trinceramenti, e fece anche piegare i nemici; ma sopraggiunte le guardie del re, cangiò aspetto la battaglia, e furono essi alleati costretti a ritirarsi con disordine ad Ath, con restare i Franzesi padroni del campo, di molte bandiere, stendardi e cannoni, e con fare circa due mila prigioni. Che comperassero i Franzesi ben caro questa vittoria, si argomentò dall'aver essi contato fra morti e feriti quattrocento cinquanta de' loro uffiziali. Nel dì 23 di maggio la guernigione di Tournay cedè la città agli assedianti, e si ritirò nella Cittadella, dove, con far più prodezze, si sostenne sino al dì 20 di giugno. Le furono accordati patti di buona guerra, a riserva di non potere per tutto il presente anno militare contro i Franzesi. Era esso presidio ridotto a sei milapersone. Andò poi rondando l'accorto maresciallo di Sassonia per alquanti giorni, senza prevedersi dove piombare; quando improvvisamente spedì un corpo dei suoi, i quali, dopo aver data una rotta a sei mila Inglesi che marciavano alla volta di Gant, colla scalata s'impadronirono, nel dì 11 di luglio, della stessa vasta città di Gant, e nel dì 16 anche del castello. Copiosi magazzini di farine, biada, biscotto, fieno ed abiti da soldati si trovarono in quella città, e furono di buon cuore occupati dai Franzesi. Nel dì 21 di luglio entrarono l'armi galliche anche in possesso di Oudenarde, Grammont, Alost, e poscia di Dendermonda: dopo di che passarono sotto Ostenda, e verso la metà d'agosto ne impresero l'assedio e le offese.Chiunque sapea quanta gente e che smisurato tempo costasse il vincere quell'importante piazza nelle vecchie guerre di Fiandra, stimava di mirare anche oggidì le stesse maraviglie di ostinata difesa. Ma non son più quei tempi, e le circostanze ora sono ben diverse. Il prendere le piazze anche più forti è divenuto un mestier facile all'ingegno e valore delle armi franzesi. Ostenda nel dì 23 del suddetto mese d'agosto con istupore d'ognuno capitolò la resa, e quel presidio ottenne onorevoli condizioni. Avendo con questa segnalata impresa il re Cristianissimo coronato la sua campagna, carico di palme se ne tornò a Parigi e a Versaglies. Anche Neuport, fortezza di gran conseguenza, nel dì 5 di settembre venne in potere de' Franzesi, ed altrettanto fece Ath nel dì 8 di ottobre. Un gran dire dappertutto era al mirare con che favorevol vento procedessero in Fiandra le armate franzesi, e qual tracollo venisse ivi agl'interessi dell'imperadrice Maria Teresa. Eppure qui non si fermò l'applicazione del gabinetto di Francia. Sul principio d'agosto, assistito qualche poco da essi Franzesi, il cattolico principe di GallesCarlo Odoardo, figlio diGiacomo III Stuardore d'Inghilterra, giàchiamato nel precedente anno in Francia, ebbe la fortuna di passare sopra una fregata con alcuni suoi aderenti, e buona copia d'armi e danaro in Iscozia, dove fu accolto con festa da molti di que' popoli, che non tardarono a sollevarsi, e a riconoscere per loro signore il di lui padre. Prese tosto tal piede quell'incendio, cheGiorgio IIre d'Inghilterra, non tanto per opporsi ai progressi di questo principe, quanto ancora per sospetti che non si trovasse qualche rivoluzione nel cuore del regno, richiamò a Londra parte delle sue truppe esistenti in Fiandra, e fece anche istanza agli Olandesi del sussidio di sei mila soldati, al quale erano tenuti secondo i patti, e bisognò inviarli. Contribuì non poco tal avvenimento a facilitar le conquiste de' Franzesi nei Paesi Bassi. Non mi fermerò io punto a descrivere quegli avvenimenti, perchè oramai mi chiama l'Italia a rammentare i suoi.Fermossi per tutto il verno dell'anno presente col quartier generale austriaco in Imola ilprincipe di Lobcowitz, e si stendevano le sue truppe per tutta la Romagna. Nello stesso tempo il generale spagnuoloconte di Gagesfaceva riposar le sue milizie su quel di Viterbo e nei contorni, lagnandosi indarno gl'innocenti popoli dello Stato ecclesiastico di sì fatto aggravio. Diverso nondimeno era il danno loro inferito da queste armate; perchè gli Austriaci, non contenti delle naturali, esigevano anche esorbitanti contribuzioni in danaro dalle legazioni di Bologna, Ferrara e Romagna. Passati i primi giorni di marzo, giacchè ilconte di Gagesera stato rinforzato da molti squadroni spediti dalla Spagna e da un corpo di Napolitani, con essere in viaggio altre schiere per unirsi con lui, mise in moto l'armata sua alla volta di Perugia, e quindi per tre diverse strade valicò lo Apennino; e nel dì 18 cominciarono quelle truppe a comparire a Pesaro. Credevasi che gli Austriaci postati a Rimino fossero per far testa; ma non si tardò molto a vedere l'inviamento de' lorospedali alla volta del Ferrarese, per di là passare a Mantova; e da che i Napolispani s'inoltrarono verso Fano, ilprincipe di Lobcowitz, incendiati i proprii magazzini, cominciò a battere la ritirata verso Cesena, Forlì e Faenza. Parea che i Napolispani avessero l'ali; non l'ebbero meno gli Austriaci; talmente che, arrivato il principe suddetto, nel dì 5 di aprile, a Bologna coll'armata, non le diede riposo, e fecela marciare alla volta della Samoggia. Ma da che cominciarono i nemici a comparire di qua da Bologna, egli postò nel dì 10 di esso mese tutto l'esercito suo di qua dal Panaro sul Modenese.Arrivato che fu da Venezia a Bologna ancheFrancesco III d'Esteduca di Modena, generalissimo dell'armata napolispana, s'inviò questa in ordinanza di battaglia verso il suddetto Panaro, e nel dì 13 di aprile nelle vicinanze di Spilamberto lo passò, benchè fosse accorso colà ilprincipe di Lobcowitzcon apparenza di voler dare battaglia. Ma senza aver fatto alcuna prodezza, si vide la sera tutto l'esercito austriaco passar lungo le mura di Modena: esercito che servì di scusa al generale, se altro non cercava che di ritirarsi; perchè comparve smilzo più d'un poco agli occhi dei molti spettatori. Venne il Lobcowitz ad accamparsi fra la cittadella di Modena e il fiume Secchia, mentre i Napolispani andarono a piantare le tende al Montale, e ne' luoghi circonvicini sino a Formigine, quattro miglia lungi dalla città. Si figurarono molti che il pensier loro fosse di entrare in Modena, e già il Lobcowitz avea aggiunto al ponte alto un altro ponte di barche, per salvarsi di là dal fiume, qualora tentassero i nemici di assalirlo in quel posto: saggia risoluzione, perchè, passato di là, non paventava di loro; e quand'eglino avessero in altri siti superato il fiume, egli se ne sarebbe tornato in sicuro da quest'altra parte. Ma altri erano i disegni de' Napolispani. Correvano allora i giorni santi, e vennero quelliancora di Pasqua: con che divozione li passassero i Modenesi non sentendo altro che la desolazione del loro paese per le due vicine armate, facilmente si può immaginare. Ed ecco che nella notte precedente il dì 22 d'aprile i Gallispani alla sordina levarono il campo, e per la strada di Gorzana s'avviarono alla volta delle montagne di San Pellegrino. Una impensata fiera disavventura arrivò ad esse truppe nel passare per colà in Garfagnana, perchè, colte da un'improvvisa neve, che principiò a fioccare, e trovandosi senza foraggi e biade in que' monti, fecero orridi patimenti; seguì non lieve diserzione di gente, e più di cinquecento cavalli e muli lasciarono l'ossa su quelle balze. Calati poi nella Garfagnana i Gallispani, sì improvvisamente arrivarono addosso alla fortezza di Montalfonso, che quel comandante austriaco, sorpreso senza vettovaglia, si arrendè tosto col presidio prigioniere di guerra; ed avendo poi fatto altrettanto quello della Verucola, tornò tutta quella provincia all'ubbidienza del duca di Modena suo legittimo sovrano. Speravano i Garfagnini un trattamento da amici dalle truppe spagnuole, e provarono tutto il contrario. Passò da lì a poco quell'armata sul Lucchese, e stesesi fino a Massa, dando assai a conoscere ch'essa era per volgersi verso il Genovesato, a fine di unirsi coll'altra armata de' Gallispani che si andarono adunando nella riviera occidentale di Genova. Si avvide per tempo di questo loro disegno il generale austriaco principe di Lobcowitz; e perciò anch'egli nel dì 23 d'aprile sollecitamente alzò il campo dai contorni di Modena, e s'avviò alla volta di Reggio, e di là poi andò a mettere il suo quartiere a Parma, con ispedire varii distaccamenti in Lunigiana, a fine d'impedire o frastornare il passaggio de' nemici nel territorio di Genova. In fatti, allorchè nel dì 9 di maggio si misero i Napolispani a passare la Magra, ne riportarono una buona percossa: dopo di che arrivarono in fine dopo tantefaticose marcie a prendere riposo nelle vicinanze di Genova.Si venne a poco a poco da lì innanzi svelando un arcano che avea dato molto da pensare e da discorrere nei giorni addietro. Molto tempo era che la repubblica di Genova andava facendo un grande armamento di nazionali, di Corsi, e di qualunque disertore che capitava in quelle parti. Chi credea con danaro proprio di essi Genovesi, e chi colla borsa di Spagna. Tanto gl'Inglesi, padroni per la potente lor flotta del Mediterraneo, quantoCarlo Emmanuelere di Sardegna se ne allarmarono, ed inviarono ministri a chiedere il perchè si facesse quella massa di gente. Altra risposta non riceverono, se non che trovandosi da ogni parte attorniati da armate gli Stati di quella repubblica, il senato per propria difesa e sicurezza avea messe insieme quell'armi. Ma i saggi, che penetravano nel midollo delle cose, sospettarono di buon'ora la vera cagione di tal novità. Non fu sì segreto il trattato di Worms, fatto dal re di Sardegna colle corti di Londra e di Vienna, che non traspirasse accordato al medesimo re l'acquisto ancora del Finale, già appellato di Spagna. Del che si maravigliarono non pochi; perciocchè dallo strumento della vendita d'esso Finale fatta dall'imperadorCarlo VIai Genovesi non apparisce alcuna restrizione, se non che quel marchesato restasse feudo imperiale. Ma il re di Sardegna volle in tal congiuntura che si avesse riguardo alle antiche pretensioni e ragioni della sua real casa su quel feudo. Dovettero ben trovarsi imbrogliati i ministri della regina per accordar questo punto, stante l'evizione promessa dall'Augusto Carlo nella vendita; e pure convenne accordarlo. Sommamente restarono irritati per questo i Genovesi contra del re di Sardegna, e non fu perciò difficile alle corti di Francia, Spagna e Napoli di manipolare un trattato di aderenza d'essa repubblica all'armi loro, mercè della promessa di assicurarla del dominio e godimentodi quello Stato, allorchè si tratterebbe di pace. Altri vantaggi ancora le esibirono a tenor delle conquiste che si meditavano nella presente guerra. Entrarono pertanto i Genovesi nell'impegno, ed aspettarono a cavarsi la maschera allorchè gli Spagnuoli si avanzarono verso i loro confini. Di gran conseguenza fu per li Gallispani l'accrescimento di questi nuovi alleati, che si dichiararono ausiliarii della Spagna, perchè, oltre al riguardevol rinforzo delle lor genti, si venne ad aprire una larga porta pel Genovesato all'armi di essi Gallispani, quando probabilmente non avrebbono essi potuto trovarne un'altra sì facile per calare in Lombardia.Giù nella Savoia era passato colle sue genti in Provenza il reale infantedon Filippo, e quivi avea ricevuto un buon sussidio di altri fanti e cavalli, a lui spediti dal re suo genitore: nel qual tempo ancora non cessavano di andar giugnendo a Nizza e Villafranca sciabecchi spagnuoli, portanti artiglierie, attrezzi e munizioni, senza chiederne passaporto ai nemici Inglesi, i quali sembravano chiudere gli occhi a que' trasporti, ma verisimilmente non li poteano impedire, anzi andavano facendo prede di tanto in tanto. Era anche in marcia un corpo di non so quante migliaia di fanteria e cavalleria franzese, sotto il comando del maresciallomarchese di Maillebois, per venire ad unirsi con esso infante. Andò poi come potè il meglio l'armata spagnuola progredendo per le disastrose strade della riviera di Ponente alla volta di Savona. Fu richiamato in questo tempo alla corte di Vienna ilprincipe di Lobcowitz, per valersi di lui nell'importante guerra di Boemia. Ora l'esercito austriaco, informato che il corpo degli Spagnuoli comandato dalduca di Modena, e rinforzato da due mila cavalli e tre mila fanti, staccati dall'armata dell'infante, si era inoltrato sino alla Bocchetta, dopo la metà di giugno, per opporsi al loro avanzamento, entrò nel Genovesato, impadronendosi di Novi. Anche il re di Sardegna,a cui la morte nel dì 29 di maggio avea tolto ilmarchese d'Ormea, gran cancelliere ed insigne primo ministro suo, mandò le sue milizie ad accamparsi nei siti per dove potea l'infantedon Filippotentare il passaggio in Lombardia. Fermaronsi gli Austriaci in Novi sino al principio di luglio, quando ilduca di Modenaunito algeneral Gagesmarciò a quella volta con tutte le forze dell'oste napolispana, e gli obbligò a ritirarsi a Rivalta, e nelle vicinanze di Tortona. Nello stesso tempo anche l'infante coll'esercito gallispano, mossosi da Savona, e passato lo Apennino, arrivò a Spigno, e pel Cairo venne ad impadronirsi della città di Acqui nel Monferrato, con fare retrocedere i Savoiardi. Parimente con altro corpo di gente il maresciallo di Maillebois calò per la valle di Bormida: laonde fu obbligato il general piemontese Sinsan a ritirarsi da Garessio a Bagnasco, per coprire il forte di Ceva. Alla metà di luglio, allorchè s'intese in piena marcia l'esercito napolispano alla volta di Capriata, e il gallispano procedere verso Alessandria, ilconte di Schulemburgo, general comandante delle armi austriache, ridusse le sue truppe (colle quali si unì anche la maggior parte dei Savoiardi) a Montecastello e a Bassignana, formando quivi un accampamento sommamente vantaggioso pel sito difeso dal Po e dal Tanaro, e insieme dalla città di Alessandria, con cui tenea quel campo una continua comunicazione. Venne circa il dì 23 di luglio ad unirsi il reale infante coll'esercito comandato dal duca di Modena, e passarono poi tutti ad accamparsi tra il Bosco e Rivalta, stendendosi sino a Voghera. Intanto fu data commissione almarchese Gian Francesco Brignole, general comandante delle truppe genovesi, di far l'assedio del vecchio castello di Serravalle, e si attese alle occorrenti disposizioni del bisognevole, per imprendere quello di Tortona e della sua cittadella.Solamente nel dì 15 d'agosto parte dell'esercito collegato di Spagna si presentòsotto essa Tortona; e perchè quella città è priva di fortificazioni, il comandante savoiardo, dopo aver sostenuto per alquanti giorni il fuoco dei nemici, l'abbandonò, ritirando nella cittadella, o sia nel castello, il suo presidio. Alzaronsi poscia batterie di cannoni e mortari per bersagliar quella fortezza, e nel dì 23 si diede principio alla lor sinfonia. Comune credenza era, che quel castello farebbe lunga difesa, stante la situazione sua sopra un monte o colle, per non poter esser battuto, se non da un lato, cioè dal declivo settentrionale della stessa collina. Ma attaccatosi fuoco nelle fascinate delle fortificazioni esteriori, quella guernigione nel dì 3 di settembre capitolò la resa, con obbligarsi di non servire per un anno contra degli alleati della Spagna. Si era già sul principio d'agosto renduto Serravalle all'armi collegate, con restar prigioniero di guerra quel tenue presidio. Cominciarono allora i Genovesi a raccogliere il frutto della loro aderenza alla Spagna, perchè fu conceduto ad essi il possesso e governo non solamente di quel castello, ma anche del marchesato d'Oneglia. Sbrigatosi dall'impedimento di Tortona il real infantedon Filippo, fu sollecito a spedire il duca di Vieville con un grosso distaccamento di cavalleria e fanteria e con cannoni all'acquisto di Piacenza. In quella città non restava se non il presidio di circa trecento uomini, avendo conosciuto il re di Sardegna di non poterla sostenere. Perchè quel comandante ricusò di aprir le porte, gli Spagnuoli impazienti, avendo recato seco delle scale, improvvisamente diedero la scalata alle mura verso Po, e vi entrarono nel dì 5 di settembre. Ritirossi la guernigione nel castello, lasciando esposta la cittadinanza al pericolo di un sacco. La protezione diElisabetta Farneseregina di Spagna, quella fu che li salvò da questo flagello; ed accorsa la nobiltà, con far portare commestibili alle truppe, acquetò tosto il romore. Volle il comandante piemontese del castello, prima direndersi, l'onore di essere salutato con molte cannonate, e poscia nel dì 13 di esso mese si rendè a discrezione. Quei presidiarii, che non erano nè savoiardi, nè tedeschi, ma italiani quasi tutti, si liberarono dalla prigionia con prendere partito nell'armata di Spagna. Ciò fatto, nel dì 16 comparve a Parma un distaccamento di Spagnuoli, che niuna difficoltà trovò ad impadronirsene, giacchè gli Austriaci ne aveano precedentemente menato via il cannone, e tutti gli attrezzi e le munizioni da guerra, e il loro presidio ne avea preso congedo per tempo. Volarono corrieri a Madrid con queste liete nuove, nè s'ingannò chi credette che la magnanima regina di Spagna intendesse con particolar giubilo e consolazione il riacquisto del suo paterno retaggio. Fu preso dal generale marchese diCastellaril possesso di quella città, e di tutto il dominio già spettante alla casa Farnese, a nome di essa Cattolica regina; ed egli pubblicò poscia uno straordinario editto, vietante ogni sorta di giuoco d'azzardo, sotto pene gravissime: regolamento invidiato, ma non isperato da altre città. Dopo l'acquisto di Parma fu creduto che di quel passo verrebbono gli Spagnuoli fino a Modena; e persuasi di ciò gli uffiziali savoiardi, spedirono via in fretta i loro equipaggi. Ma altro non ne seguì, meditando gli Spagnuoli imprese di maggior loro vantaggio.Diede in questi tempi il generale di essiconte di Gagesun nuovo saggio della sua avvedutezza, mostrata in tante altre militari azioni. Fatto gittare un ponte alla Stella verso Belgioioso, spinse all'altra riva un corpo di tre mila granatieri con della cavalleria. Pareano le sue mire volte a Milano: il che fu cagione che dal campo Austriaco-sardo di Bassignana fossero spediti con diligenza quattro mila soldati per coprire quella città. Ma il Gages all'improvviso fece marciare il duca di Vieville con quella gente a Pavia. Soli cinquecento Schiavoni, parte dei quali anche o malata o convalescente, sitrovavano in quella città di molta estensione: laonde non durarono fatica con una scalata di Spagnuoli a mettervi dentro il piede nella notte precedente il dì 22 di settembre, con fare un acquisto di somma importanza nelle congiunture presenti, stante la situazione di quella città, che, oltre all'essere di là da Po, ha anche il suo ponte a cavallo del Ticino. Ottenne quel tenue presidio, ritiratosi nel castello, di potersene andare, con obbligo di non militare per un anno contra dei Gallispani e loro alleati. Per non essere ben informati gli Spagnuoli, perderono allora un bel colpo. Nel castello di Milano erano, secondo la disattenzione austriaca, smontati quasi tutti i cannoni; poco più di cento soldati stavano alla sua difesa, e questi senza viveri, che per cinque o sei giorni. Se colà marciavano a dirittura gli Spagnuoli, troppo verisimilmente veniva quell'insigne castello in breve alle lor mani. Nè pur Pizzighettone si trovava allora in migliore arnese. Ebbero dunque tempo il generale conte Pallavicini e il conte Cristiani gran cancelliere di provvedere con indicibil diligenza di tutto il bisognevole quelle due fortezze, sicchè le medesime si risero poi pei susseguenti attentati nemici. Intanto per mare, non ostante il continuo girare de' vascelli inglesi, andavano continuamente giugnendo a Genova parte da Napoli e parte dalla Catalogna nuovi rinforzi di gente, di artiglierie e munizioni, destinati al campo spagnuolo. La presa di Pavia cagion fu che il generale austriacoconte di Schulemburgocolle sue truppe ripassasse il Po, per vegliare alla sicurezza di Milano, restando nondimeno a portata di poter recare soccorso, mercè di un ponte sul Po, al re di Sardegna, rimasto colle sue milizie nell'accampamento di Bassignana. Erasi fin qui esso reCarlo Emmanuelefermato in quel sito, attendendo a sempre più fortificarlo, e a visitar sovente la città d'Alessandria, a cui pure facea continuamente accrescere nuove fortificazioni. Ma da gran tempoandava studiando il conte di Gages col duca di Modena di farlo sloggiare di là, perchè senza di questo nulla v'era da sperare contro Alessandria, Valenza ed altri luoghi superiori dietro il Po. Giacchè loro era riuscito di separare la maggior parte delle milizie austriache dalle piemontesi, lasciato un convenevol presidio in Pavia, si ridussero di qua da Po; ed unito lo sforzo de' suoi Napoletani, Franzesi e Genovesi, nella sera del dì 26 di settembre mossero da Castelnuovo di Tortona l'esercito per passare il Tanaro, ed assalire i forti trincieramenti, nei quali dimorava il re di Sardegna colle sue truppe.Marciava in sei colonne questa potente armata, e nella prima si trovava lo stessoGagescolduca di Modena, a fin di fare in varii siti un vero o finto assalto. Sullo spuntar dell'aurora del dì 27, dato il segno della battaglia con tre razzi dalla torre di Piovera, fanti e cavalli allegramente guadarono il fiume, e da più parti, secondo il premeditato ordine, piombarono addosso agli argini e fossi del campo nemico. Aveano essi creduto di andare a un duro combattimento, e si trovò che, a riserva del primo insulto a quelle trincee, non vi fu occasion di combattere. Perciocchè il re di Sardegna, appena scoperto il loro disegno, senza voler avventurare il nerbo delle sue genti, ordinò la ritirata, a cui gli altri diedero il nome di fuga. Furono veramente inseguiti i Savoiardi dai carabinieri reali e dalle guardie del duca di Modena, e da altri corpi di cavalleria spagnuola; ma cinque reggimenti sardi a cavallo, postati sopra un'altura in ordinanza, coprirono in maniera la ritirata delle artiglierie e la lor fanteria, che questa, quantunque sbandata, parte si ridusse a Valenza, e parte ad Alessandria. Con sommo disordine poscia scamparono anche quei reggimenti. Al primo romore avea bene il real sovrano di Sardegna chiesto soccorso al conte di Schulemburgo, che colle sue truppe stava accampato di là da Po,nè tardò egli punto a muoversi; due anche de' suoi reggimenti passarono allora in aiuto d'esso re; e da che videro come in rotta i Savoiardi, arditamente quasi per mezzo ai nemici si ritirarono a Valenza anch'essi. Ma perciocchè non furono pigri i Gallispani a marciar verso il ponte sul Po, che manteneva la comunicazione co' Piemontesi; e presa la testa del medesimo, voltarono due cannoni ivi trovati contro gli Austriaci: questi, o perchè trovarono interdetto l'ulteriore passaggio, o perchè conobbero già finita la festa, diedero il fuoco al ponte medesimo, e se ne tornarono al loro accampamento. Sicchè andò a terminare questa precipitosa impresa in poca mortalità di gente, in avere i collegati acquistato non già più che nove cannoni, due stendardi e il bagaglio di tre reggimenti. Si fece ascendere il numero de' prigioni savoiardi sin a due mila, fra i quali trentasette uffiziali, e ad alcune centinaia di cavalli; parte dei quali feriti nelle groppe. Non mancò in questa disgrazia al re sardo la lode di aver saputo salvare la maggior parte delle sue truppe ed artiglierie.Vollero in questi tempi gl'Inglesi far provare il loro sdegno alla repubblica di Genova per la sua aderenza alla Spagna. Presentatasi nel dì 26 di settembre una squadra delle lor navi contro la medesima città, con alquante palandre, cominciò a gittar delle bombe; ma conosciuto che queste non arrivavano a terra, e intanto i cannoni del porto non istavano in ozio, tardarono poco a ritirarsi, senza avere inferito alcun danno alla città. Passarono essi dipoi al Finale, e fecero quivi il medesimo giuoco contro quella terra, che loro corrispose con frequenti spari d'artiglierie: laonde, vedendo di nulla profittare, anche di là se n'andarono con Dio. Non così avvenne alla tanto popolata terra, o sia città di San Remo, dove o non seppe o non potè far difesa quel popolo. Secento bombe e tre mila cannonate delle navi inglesi fecero un lagrimevol guasto in quelle case, ed immensodanno recarono a quegl'industriosi abitanti. Andarono intanto gli Austriaci e Piemontesi ad unirsi in Casale di Monferrato, vegliando quivi agli andamenti de' Gallispani, i quali, perchè Alessandria era rimasta in isola, nel dì 6 di ottobre sotto di essa aprirono la trincea. Sino alla notte precedente al dì 12 si tenne forte in quella città ilmarchese di Carraglio, general veterano del re di Sardegna, e si ridusse poi con tutti i suoi nella cittadella, di modo che nel dì seguente pacificamente entrarono in essa città i Gallispani. Avea nei tempi addietro il re sardo con immense spese atteso a fornir quella cittadella di tutte le più accreditate fortificazioni dentro e fuori; abbondanti munizioni da guerra e provvisioni di vettovaglie vi erano state poste; grosso era il presidio. Per queste ragioni, e per essere molto avanzata la stagione, troppo impegno essendo sembrato ai Gallispani l'imprendere quell'assedio, unicamente si pensò a vincere colla fame una sì rilevante fortezza. Lasciatala dunque bloccata con sufficiente numero di truppe, il resto della loro armata passò all'assedio di Valenza, sotto di cui nel dì 17 d'ottobre diedero principio alle ostilità. Venne in questi tempi al comando dell'armata austriacaWincislao principe di Lictestein, di una delle più nobili e più ricche case della Germania, e personaggio di somma prudenza e pietà, in cui non si sapea se maggior fosse la generosità, o la cortesia e l'onoratezza: delle quali virtù avea lasciata gran memoria nell'ambasceria a Parigi, e in tante altre occasioni. Dacchè furono inoltrati gli approcci sotto Valenza, e si videro gli assedianti in procinto di dare l'assalto ad una mezza luna, il comandante d'essa fortezzamarchese di Balbianone propose la resa agli aggressori; ma, ricevuta risposta che si voleva la guernigion prigioniera, egli nella notte avanti al dì 30 del mese suddetto con tutta segretezza abbandonò la piazza, lasciando dentro solamente cento uomini nel castello, oltre a moltimalati. Il resto di sua gente, che consisteva in mille e novecento soldati, in varie barche felicemente si trasportò co' suoi bagagli di là da Po, con aver anche danneggiato i Gallispani, che, prevedendo questo colpo, tentarono di frastornare il loro passaggio. Entrati i vincitori in Valenza vi trovarono circa sessanta cannoni, ma inchiodati, molti mortari, e buona quantità di munizioni ed attrezzi militari.Giacchè ilre di Sardegnae ilprincipe di Lictesteins'erano ritirati da Casale coll'esercito loro di là da Po a Crescentino, passarono i Gallispani ad essa città di Casale, che aprì loro le porte nel dì 5 di novembre. Il castello guernito di secento uomini si mostrò risoluto alla difesa, e però ne fu impreso l'assedio, ma con somma lentezza, ancorchè colà ridotti si fossero l'infante don Filippo, ilduca di Modena, ilconte di Gagese ilmaresciallo di Maillebois. Erano cadute esorbitanti pioggie, che fuori dell'usato durarono sino al fine dell'anno. In quel grasso terreno vicino al Po si trovarono rotte a dismisura le strade, ed immenso il fango, talmente che i muli destinati per condurre da Valenza il cannone e le carrette delle munizioni restavano per istrada, e trovavano la sepoltura in quegli orridi pantani. Dall'escrescenza ed inondazione del Po fu anche obbligato il re di Sardegna a ritirare il suo campo verso Trino e Vercelli. Intanto circa il dì 8 di novembre passarono i Francesi ad impadronirsi della città d'Asti, il cui castello, fatta resistenza sino al dì 18, si rendè, restando prigioniere il presidio. In questi tempi, cioè nel dì 17 d'esso mese, comparve sotto la Bastia capitale della Corsica una squadra di vascelli inglesi, che, fatta indarno la chiamata al governatorMariGenovese, si diede a fulminar quella città con bombe e cannonate, proseguendo sino al dì seguente quell'infernale persecuzione; e poi, spinta da venti furiosi, passò altrove. Restò sì smantellata e in tal desolazione la misera città, che il governatore, informato dell'avvicinamentodel colonnello Rivarola con tre mila Corsi sollevati, giudicò bene di ritirarsi di là: sicchè venne quella piazza in poter d'essi corsi. Per tal novità gran bisbiglio ed affanno fu in Genova. Intanto, essendosi continuati gli approcci e le offese sotto il castello di Casale, quel comandante savoiardo si vide obbligato alla resa, con restar prigioniera di guerra la guernigione. Volle ilmaresciallo di Mailleboisil possesso e dominio di quella città a nome del re Cristianissimo, ed altrettanto avea fatto d'Asti, d'Acqui e delle altre terre di que' contorni. Sì esorbitanti poi furono le contribuzioni di danaro e di naturali, imposte dai Franzesi a quel paese, che svegliarono orrore, non che compassione, in chiunque le udì. Nell'Astigiano le truppe quivi acquartierate levavano anche i tetti delle case per far buon fuoco. Passò dipoi l'infante don Filippoe ilduca di Modenacol meglio delle loro forze a Pavia. Eransi già impossessati gli Spagnuoli di Mortara, del fertilissimo paese della Lomellina, e di tutto l'antico territorio pavese, con giubilo incredibile di que' cittadini, che aveano cotanto deplorato in addietro un sì fiero smembramento del loro distretto. Aveano in oltre essi Spagnuoli posto il piede in Vigevano, e meditavano di volgere i passi alla volta di Reggio e Modena; quando venne loro un assoluto ordine della corte di Madrid di passare a Milano.Si sapea che non troverebbono intoppo ai loro passi. Ilduca di Modenaera di sentimento che si dovesse tenere unito tutto l'esercito fra Pavia e Piacenza e non istenderne o sparpagliarne le forze; e ilconte di Gages, quantunque disapprovasse quell'impresa, pure fu forzato ad ubbidire. Marciò dunque esso Gages con un grosso distaccamento di truppe, e dopo avere ricevuti i deputati di Milano, che gli andarono incontro ad offerire le chiavi, e a chiedere la conferma dei lor privilegii, nel dì 16 di dicembre entrò con tutta pace in quella metropoli, e tosto diede ordine, che si barricassero tutte le contraderiguardanti quel reale castello. Nel dì 19 del suddetto dicembre fece anche l'infantedon Filippoin compagnia del duca di Modena l'ingresso in Milano, accolto con festose acclamazioni da quel popolo, che, quantunque ben affetto all'augusta casa d'Austria, pure pon potea di meno di non desiderare un principe proprio che stabilisse quivi la sua residenza. E fu certamente creduto da molti non solo possibile, ma anche probabile, che in questo germoglio della real casa di Borbone si avessero a rinovare gli antichi duchi di Milano. Perciò con illuminazioni ed altre dimostrazioni di giubilo si vide o per amore o per forza solennizzato l'arrivo di questo real principe in quella città. Questo passo ne facilitò poi degli altri, cioè l'impadronirsi che fecero gli Spagnuoli delle città di Lodi e Como. Intanto ilprincipe di Lictensteincol suo corpo di gente si tratteneva sul Novarese, stendendosi fino ad Oleggio grande, e ad Arona, e alle rive del Ticino. Nell'opposta riva di esso fiume il conte di Gages si pose anch'egli colle sue schiere, per impedire ogni passaggio o tentativo degli Austriaci. In tal positura di cose terminò l'anno presente: anno considerabilmente infausto al re di Sardegna, per la perdita di tanto paese, e per tante altre perniciose incursioni fatte da' suoi nemici verso Ceva ed altri luoghi, ed anche verso Exiles, dove le sue truppe ebbero una mala percossa nel dì 11 d'ottobre. E pure qui non terminarono le disavventure del Piemonte. Nell'anno precedente era penetrata in quelle contrade la peste bovina, e si calcolò che circa quaranta mila capi di buoi e vacche vi perissero. Un potente mezzo per dilatare qualsivoglia pestilenza suol essere la guerra, siccome quella che rompe ogni argine e misura dell'umana prudenza. Però maggiormente si dilatò questo micidial malore nell'anno presente pel Monferrato, e per gli altri Stati del re di Sardegna, e di là passò nei distretti di Milano e di Lodi, e giunse fino al Piacentino di là da Po, anzi arrivò aserpeggiare nel di qua d'esso fiume, e in parte del Bresciano, con terrore del resto della Lombardia. La strage fu indicibile; e chi sa quai sieno le terribili conseguenze di sì gran flagello, bisogno non ha da imparare da me in quanta desolazione restassero quei paesi, oppressi nel medesimo tempo dall'insoffribil peso della guerra. Conto fu fatto che centoottanta mila capi di essi buoi perissero nello Stato di Milano. Più riuscì sensibile a que' popoli questo colpo, che la stessa guerra.

Ebbe principio quest'anno colla morte d'uno dei principali attori della tuttavia durante tragedia. Era soggetto a gravi insulti di podagra e chiragra l'imperador Carlo VIIduca ed elettor di Baviera. Stavasene egli nella ricuperata città di Monaco,godendo la contentezza di vedersi rimesso in possesso di buona parte dei suoi Stati; quando più fieramente che mai assalito nel dì 17 di gennaio da questo malore, che gli passò al petto, poscia nel dì 20 con somma rassegnazione passò all'altra vita. Era nato nel dì 6 di agosto del 1697. Principe, a cui non mancarono già riguardevoli doti, ma mancò la fortuna, che nè pure s'era mostrata molto propizia al fu duca suo padre. Gli alti suoi voli ad altro non servirono che al precipizio proprio e de' suoi sudditi, condotti per cagione di lui ad inesplicabili guai. Accrebbe certamente decoro a sè stesso e alla casa propria coll'acquisto dell'imperial corona; ma poco godè egli di questo splendore in vita, nè potè tramandarlo dopo di sè a' discendenti suoi. Lasciò esso Augusto tre principesse figlie e un solo figlio, cioèMassimiliano Giuseppeprincipe elettorale, nato nel dì 28 marzo del 1727, ch'egli prima di morire dichiarò fuori di minorità. Ora questo principe conobbe tosto d'essere rimasto erede del principato avito, ma insieme delle disavventure del padre, perchè tuttavia la principal sua fortezza, cioè Ingolstat, ed altre minori piazze erano in mano della regina d'Ungheria. Oltre a ciò, alquanti giorni dopo la morte dell'augusto padre peggiorarono gl'interessi suoi, perchè l'armata austriaca s'impadronì d'Amberga e di tutto il Palatinato superiore. Il peggio fu, che già si allestiva un gran rinforzo di gente, per invadere di nuovo la capitale della Baviera, o per costringere questo principe a prendere misure diverse dalle paterne.

Trovavasi il giovinetto elettore in un affannoso labirinto, dall'una parte spinto dalle esibizioni e promesse del ministero franzese per continuare nel precedente impiego, e dall'altra combattuto da' consigli della vedova imperatrice sua madreMaria Amalia d'Austria, dalla corte di Sassonia e dal maresciallo di Seckendorf, che gli persuadevano per più utile e sicuro ripiego l'accordare gl'interessisuoi colla regina d'Ungheria. A queste ultime amichevoli insinuazioni sul principio d'aprile si aggiunse il terrore dell'armi; perciocchè, entrato l'esercito austriaco con furore nella Baviera, furono obbligati i Bavaresi e Franzesi ad abbandonare Straubing, Landau, Dingelfingen, Kelheim, Wilzhoffen, ed altri luoghi dell'elettorato. Gran costernazione fu in Monaco stesso, e l'elettore se ne partì alla metà del mese suddetto, chiamato dai Franzesi a Manheim. Ma egli si fermò in Augusta a stretti colloquii col conte Coloredo, e con altri parziali della casa d'Austria; e quivi in fine le persuasioni di chi gli proponeva l'accordo colla regina prevalsero sopra le altre dei ministri aderenti alla Francia, i quali restarono esclusi dai trattati. Rinunziò dunque l'elettore alla lega colla Francia; accettò l'armistizio e la neutralità, con che restassero in poter della regina le fortezze d'Ingolstat, Scarding, Straubingen e Braunau, sino all'elezion d'un imperadore; ed antepose la quiete e liberazion presente de' suoi Stati alle incerte speranze di conseguir molto più coll'andare in esilio, e continuare sotto la protezion de' Franzesi. Intorno a questa sua risoluzione e ad altre condizioni di quei preliminari di pace, sottoscritti in Fussen nel dì 22 d'aprile, varii furono i sentimenti dei politici: noi li lasceremo masticare le lor sottili riflessioni. Per sì fatta mutazion di cose furono costrette le truppe franzesi, palatine ed hassiane a ritirarsi più che in fretta, e con grave lor danno, dalla Baviera e da' suoi contorni, perchè sempre insultate dalle milizie austriache.

Frequenti intanto erano i maneggi degli elettori per dare un nuovo capo all'imperio, e sul principio di giugno fu intimata in Francoforte la dieta per l'elezione; affinchè essa seguisse con piena libertà, giudicarono bene i Franzesi di spedire un grosso esercito comandato dalprincipe di Contyal Meno nelle vicinanze d'essa città di Francoforte. Tanta caritàde' Franzesi verso i loro interessi non la sapeano intendere i principi e circoli dell'imperio, e molto meno volle sofferir questa violenza la corte di Vienna. Trovavasi verso quelle parti un esercito austriaco, ma non di tal nerbo da poter intimare la ritirata ai Franzesi. Il saggio marescialloconte di Traun, giacchè era tornata la quiete nella Baviera, ebbe l'incombenza di provvedere a questo bisogno, e poscia ebbe anche la gloria di felicemente eseguirne il progetto. Con un altro gran corpo d'armata prese egli un giro per le montagne e luoghi disastrosi, e presso il fine di giugno arrivò ad unirsi coll'altro esercito comandato dalconte Batthyani. A questa armata combinata sul principio di luglio comparve anche il gran duca di ToscanaFrancesco Stefano di Lorena, e poco si stette a vedere scomparire dalle rive del Meno e ritirarsi al Reno l'oste franzese. Restò con ciò liberata la città di Francoforte da quell'intollerabil aggravio, e tanto più, perchè il gran duca condusse anch'egli l'esercito suo ad Heidelberga, lasciando in piena libertà i ministri deputati all'elezione del futuro imperadore. Essendo poi giunto sul fine di agosto a Francoforte l'elettore di Magonza, si continuarono le conferenze di quella dieta; e giacchè non fu questa volta disdetto alla regina d'Ungheria il voto della Boemia, l'elettor di Baviera nell'accordo con essa regina avea impegnato il suo in favore della medesima: nel dì 13 di settembre, ancorchè mancassero i voti del re di Prussia e del palatino, seguì le elezioni diFrancesco Stefanoduca di Lorena, gran duca di Toscana, marito e correggente della stessa reginaMaria Teresa, in re dei Romani, che assunse il titolo d'imperadore eletto. Mossesi da Vienna questa regnante non tanto per godere anch'essa in persona di veder la coronazione dell'augusto consorte, e rimesso lo scettro cesareo nella sua potentissima casa, quanto ancora per convalidare un patto voluto dagli elettori, cioè ch'essa regina si obbligasse di assistere colle sueforze il nuovo Augusto in tutte le sue risoluzioni e bisogni. Fece il suo magnifico ingresso in Francoforte l'imperadore Francesco Inel dì 21 di settembre, eseguì poi nel dì 4 di ottobre la di lui solenne coronazione con indicibil festa e concorso d'innumerabil gente. Si aspettava ognuno che, secondo lo stile, anche alla regina di lui consorte fosse conferita l'imperial corona. Per più d'un riguardo se ne astenne la saggia principessa, più di quell'onore a lei premendo il conservare i proprii diritti, e l'amore de' suoi Ungheri e Boemi, e il poter sedere da lì innanzi in carrozza al fianco dell'augusto marito. Accettò nondimeno il titolo d'imperadrice, e non lasciò di far risplendere in tal congiuntura la mirabil sua magnificenza, essendosi creduto da molti che ascendesse a qualche milione il prezzo delle gioie e dei regali da essa distribuiti agli elettori, ministri, generali delle milizie, soldati, ed altra gente, tanto che ne stupì ognuno. Si restituirono poscia le imperiali loro maestà a Vienna, e vi fecero il giulivo loro ingresso nel dì 27 di ottobre.

Continuava intanto la guerra dell'imperadrice suddetta col re di Prussia, le cui armi occupavano la Slesia. Nel dì 8 del gennaio dell'anno presente in Varsavia fra la suddetta Augusta regina, il re d'Inghilterra e il re di Polonia, come elettor di Sassonia, e gli Olandesi, fu stabilita una lega difensiva, per cui si obbligò esso elettore di contribuire trenta mila armati per la difesa del regno d'Ungheria, con promettergli annualmente le potenze marittime cento cinquanta mila lire sterline, per questo. E giacchè il re prussiano s'era messo sotto i piedi il precedente trattato di pace, attese indefessamente la corte di Vienna ad unire un poderoso esercito contra di lui, lusingandosi di poter profittare di questa rottura, per ricuperare la sommamente importante provincia della Slesia dalle mani di chi avea mancato alla fede. Altri conti faceva il re di Prussia, le cui truppe a maraviglia agguerrite,forti e spedite nei combattimenti, hanno in questi ultimi tempi conseguito un gran credito nelle azioni militari. All'apertura della campagna il principeCarlo di Lorenamarciò animosamente coi Sassoni in traccia della nemica armata. Seguirono varii incontri, finchè nel dì 4 di giugno prese Striegau e Friedberg, esso principe, forse contro sua voglia, venne ad una giornata campale con esso re. Toccò una gran rotta agli Austriaco-Sassoni, non avendo il principe assai per tempo avvertita la svantaggiosa situazione sua, per cui non potea passare la sua cavalleria, e la vantaggiosa dell'esercito prussiano. Confessarono i vinti la perdita di nove mila persone fra uccisi, feriti e prigioni. Pretesero all'incontro i vincitori prussiani, che de' loro avversari, quattro mila restassero estinti nel campo, sette mila fossero i prigioni, fra i quali ducento gli uffiziali, coll'acquisto di sessanta cannoni, trentasei bandiere ed otto paia di timbali, oltre lo spoglio del campo. Furono perciò obbligati gli Austriaci e Sassoni a ritirarsi con grave disagio nella Boemia, per attendere alla difesa, e furono colà inseguiti dai nemici. Ritirossi poscia nel settembre da essa Boemia il re di Prussia, e con un manifesto, e coll'avvicinamento delle sue truppe cominciò a minacciar la Sassonia. L'inseguì in questa ritirata il principe di Lorena, e nel dì 30 di esso mese a Prausnitz in Boemia andò coll'esercito suo ad assediarlo. Ebbe anche questa volta la fortuna contraria, e lasciò in mano dei nemici la vittoria, con perdita forse di tre mila persone, di trenta pezzi di cannone e di molte insegne. Ma nè pure il Prussiano potè gloriarsi molto di questa giornata, perchè anch'egli perdè non solo assai gente, ma anche la maggior parte del bagaglio proprio e dei suoi uffiziali: stante l'avere il generale Trench co' suoi Ungheri atteso nel bollore della battaglia a ciò che più gli premeva, cioè a quel ricco bottino, e a far prigione chiunque ne aveva la guardia. Fu credutoche se essi Ungheri, senza perdersi nel saccheggio, avessero secondato il valor degli Austriaci, con menar anch'essi le mani, ed assalir per fianco i nemici, come era il concerto, sarebbe andata in isconfitta l'armata prussiana.

Ora essendosi inoltrato il re di Prussia nei confini della Sassonia, nel dì 23 di novembre si affrettò di prevenir l'unione degli Austriaci coi Sassoni, e gli riuscì di dare una rotta ad alquanti reggimenti della Sassonia, colla morte di circa due mila d'essi, e colla prigionia di altrettanti. Si tirò dietro questa vittoria un terribile sconvolgimento di cose. Imperciocchè l'elettor sassone re di Polonia prese le precauzioni di ritirarsi colla real famiglia e co' suoi più preziosi arredi in Boemia e non finì il mese che le truppe prussiane entrarono in Mersburg e Lipsia; e il re loro nello stesso tempo con altro corpo di gente s'impadronì di Gorlitz. Inorridì ognuno all'udir le smisurate contribuzioni di due milioni e mezzo di fiorini, intimate al popolo di Lipsia, da compartirsi poi sopra tutto l'elettorato di Sassonia, con dar tempo di sole poche ore al pagamento. Convenne contribuire quanto di danaro, gioie ed argenterie si potè unire, in quel brutto frangente, e dar buone sicurtà mercantili pel residuo. Anche nel dì 15 di dicembre seguì un altro fatto d'armi fra i Prussiani e gli Austriaco-Sassoni, colla peggio degli ultimi; dopo di che furono aperte le porte di Dresda ai re di Prussia. Per cotanta felicità del re nemico conobbero in fine tantoFederigo Augusto IIIre di Polonia, quanto l'imperadriceMaria Teresa, la necessità di trattar di pace. Da Vienna dunque con plenipotenza volò il ministro d'Inghilterra a trovareCarlo Federigo IIIre di Prussia, e a maneggiar l'accordo. Ossia che l'imperadrice della Russia minacciasse il Prussiano, o pure che altri riguardi movessero esso re: certo è che nel dì 25 di dicembre seguì la pace fra quelle tre potenze, uniformandosi al precedente trattato di Breslavia, con altripatti, che io tralascio. Ritiraronsi perciò da lì a non molto l'armi prussiane dalla Sassonia; e siccome il re elettore se ne tornò al godimento de' suoi Stati, così l'imperadrice, sbrigata da sì fiero e fortunato avversario potè attendere con più vigor da lì innanzi a sostenere gli affari suoi in Italia.

Gran guerra fu eziandio in Fiandra nell'anno presente. Sul fine d'aprile il valorosoconte di Sassoniamaresciallo di Francia con potente esercito si portò all'assedio di Tournai. V'era dentro un presidio di nove mila alleati che prometteva gran cose, e certamente non mancò al suo dovere. Lo stesso re CristianissmoLuigi XVcol figlio Delfino volle ancora in quest'anno incoraggir quell'impresa colla presenza sua, e ben molto giovò. Imperciocchè nel dì 11 di maggio ii giovaneduca di Cumberland, secondogenito diGiorgio IIre della Gran Bretagna, comandante supremo dell'armata dei collegati in Fiandra, assistito dal saggio marescialloconte di Koningsegg(i cui consigli non furono questa volta attesi) andò con tutte le sue forze ad assalire i Franzesi a Fontenay. Nove ore durò l'aspro combattimento, in cui l'esercito collegato superò alcuni trinceramenti, e fece anche piegare i nemici; ma sopraggiunte le guardie del re, cangiò aspetto la battaglia, e furono essi alleati costretti a ritirarsi con disordine ad Ath, con restare i Franzesi padroni del campo, di molte bandiere, stendardi e cannoni, e con fare circa due mila prigioni. Che comperassero i Franzesi ben caro questa vittoria, si argomentò dall'aver essi contato fra morti e feriti quattrocento cinquanta de' loro uffiziali. Nel dì 23 di maggio la guernigione di Tournay cedè la città agli assedianti, e si ritirò nella Cittadella, dove, con far più prodezze, si sostenne sino al dì 20 di giugno. Le furono accordati patti di buona guerra, a riserva di non potere per tutto il presente anno militare contro i Franzesi. Era esso presidio ridotto a sei milapersone. Andò poi rondando l'accorto maresciallo di Sassonia per alquanti giorni, senza prevedersi dove piombare; quando improvvisamente spedì un corpo dei suoi, i quali, dopo aver data una rotta a sei mila Inglesi che marciavano alla volta di Gant, colla scalata s'impadronirono, nel dì 11 di luglio, della stessa vasta città di Gant, e nel dì 16 anche del castello. Copiosi magazzini di farine, biada, biscotto, fieno ed abiti da soldati si trovarono in quella città, e furono di buon cuore occupati dai Franzesi. Nel dì 21 di luglio entrarono l'armi galliche anche in possesso di Oudenarde, Grammont, Alost, e poscia di Dendermonda: dopo di che passarono sotto Ostenda, e verso la metà d'agosto ne impresero l'assedio e le offese.

Chiunque sapea quanta gente e che smisurato tempo costasse il vincere quell'importante piazza nelle vecchie guerre di Fiandra, stimava di mirare anche oggidì le stesse maraviglie di ostinata difesa. Ma non son più quei tempi, e le circostanze ora sono ben diverse. Il prendere le piazze anche più forti è divenuto un mestier facile all'ingegno e valore delle armi franzesi. Ostenda nel dì 23 del suddetto mese d'agosto con istupore d'ognuno capitolò la resa, e quel presidio ottenne onorevoli condizioni. Avendo con questa segnalata impresa il re Cristianissimo coronato la sua campagna, carico di palme se ne tornò a Parigi e a Versaglies. Anche Neuport, fortezza di gran conseguenza, nel dì 5 di settembre venne in potere de' Franzesi, ed altrettanto fece Ath nel dì 8 di ottobre. Un gran dire dappertutto era al mirare con che favorevol vento procedessero in Fiandra le armate franzesi, e qual tracollo venisse ivi agl'interessi dell'imperadrice Maria Teresa. Eppure qui non si fermò l'applicazione del gabinetto di Francia. Sul principio d'agosto, assistito qualche poco da essi Franzesi, il cattolico principe di GallesCarlo Odoardo, figlio diGiacomo III Stuardore d'Inghilterra, giàchiamato nel precedente anno in Francia, ebbe la fortuna di passare sopra una fregata con alcuni suoi aderenti, e buona copia d'armi e danaro in Iscozia, dove fu accolto con festa da molti di que' popoli, che non tardarono a sollevarsi, e a riconoscere per loro signore il di lui padre. Prese tosto tal piede quell'incendio, cheGiorgio IIre d'Inghilterra, non tanto per opporsi ai progressi di questo principe, quanto ancora per sospetti che non si trovasse qualche rivoluzione nel cuore del regno, richiamò a Londra parte delle sue truppe esistenti in Fiandra, e fece anche istanza agli Olandesi del sussidio di sei mila soldati, al quale erano tenuti secondo i patti, e bisognò inviarli. Contribuì non poco tal avvenimento a facilitar le conquiste de' Franzesi nei Paesi Bassi. Non mi fermerò io punto a descrivere quegli avvenimenti, perchè oramai mi chiama l'Italia a rammentare i suoi.

Fermossi per tutto il verno dell'anno presente col quartier generale austriaco in Imola ilprincipe di Lobcowitz, e si stendevano le sue truppe per tutta la Romagna. Nello stesso tempo il generale spagnuoloconte di Gagesfaceva riposar le sue milizie su quel di Viterbo e nei contorni, lagnandosi indarno gl'innocenti popoli dello Stato ecclesiastico di sì fatto aggravio. Diverso nondimeno era il danno loro inferito da queste armate; perchè gli Austriaci, non contenti delle naturali, esigevano anche esorbitanti contribuzioni in danaro dalle legazioni di Bologna, Ferrara e Romagna. Passati i primi giorni di marzo, giacchè ilconte di Gagesera stato rinforzato da molti squadroni spediti dalla Spagna e da un corpo di Napolitani, con essere in viaggio altre schiere per unirsi con lui, mise in moto l'armata sua alla volta di Perugia, e quindi per tre diverse strade valicò lo Apennino; e nel dì 18 cominciarono quelle truppe a comparire a Pesaro. Credevasi che gli Austriaci postati a Rimino fossero per far testa; ma non si tardò molto a vedere l'inviamento de' lorospedali alla volta del Ferrarese, per di là passare a Mantova; e da che i Napolispani s'inoltrarono verso Fano, ilprincipe di Lobcowitz, incendiati i proprii magazzini, cominciò a battere la ritirata verso Cesena, Forlì e Faenza. Parea che i Napolispani avessero l'ali; non l'ebbero meno gli Austriaci; talmente che, arrivato il principe suddetto, nel dì 5 di aprile, a Bologna coll'armata, non le diede riposo, e fecela marciare alla volta della Samoggia. Ma da che cominciarono i nemici a comparire di qua da Bologna, egli postò nel dì 10 di esso mese tutto l'esercito suo di qua dal Panaro sul Modenese.

Arrivato che fu da Venezia a Bologna ancheFrancesco III d'Esteduca di Modena, generalissimo dell'armata napolispana, s'inviò questa in ordinanza di battaglia verso il suddetto Panaro, e nel dì 13 di aprile nelle vicinanze di Spilamberto lo passò, benchè fosse accorso colà ilprincipe di Lobcowitzcon apparenza di voler dare battaglia. Ma senza aver fatto alcuna prodezza, si vide la sera tutto l'esercito austriaco passar lungo le mura di Modena: esercito che servì di scusa al generale, se altro non cercava che di ritirarsi; perchè comparve smilzo più d'un poco agli occhi dei molti spettatori. Venne il Lobcowitz ad accamparsi fra la cittadella di Modena e il fiume Secchia, mentre i Napolispani andarono a piantare le tende al Montale, e ne' luoghi circonvicini sino a Formigine, quattro miglia lungi dalla città. Si figurarono molti che il pensier loro fosse di entrare in Modena, e già il Lobcowitz avea aggiunto al ponte alto un altro ponte di barche, per salvarsi di là dal fiume, qualora tentassero i nemici di assalirlo in quel posto: saggia risoluzione, perchè, passato di là, non paventava di loro; e quand'eglino avessero in altri siti superato il fiume, egli se ne sarebbe tornato in sicuro da quest'altra parte. Ma altri erano i disegni de' Napolispani. Correvano allora i giorni santi, e vennero quelliancora di Pasqua: con che divozione li passassero i Modenesi non sentendo altro che la desolazione del loro paese per le due vicine armate, facilmente si può immaginare. Ed ecco che nella notte precedente il dì 22 d'aprile i Gallispani alla sordina levarono il campo, e per la strada di Gorzana s'avviarono alla volta delle montagne di San Pellegrino. Una impensata fiera disavventura arrivò ad esse truppe nel passare per colà in Garfagnana, perchè, colte da un'improvvisa neve, che principiò a fioccare, e trovandosi senza foraggi e biade in que' monti, fecero orridi patimenti; seguì non lieve diserzione di gente, e più di cinquecento cavalli e muli lasciarono l'ossa su quelle balze. Calati poi nella Garfagnana i Gallispani, sì improvvisamente arrivarono addosso alla fortezza di Montalfonso, che quel comandante austriaco, sorpreso senza vettovaglia, si arrendè tosto col presidio prigioniere di guerra; ed avendo poi fatto altrettanto quello della Verucola, tornò tutta quella provincia all'ubbidienza del duca di Modena suo legittimo sovrano. Speravano i Garfagnini un trattamento da amici dalle truppe spagnuole, e provarono tutto il contrario. Passò da lì a poco quell'armata sul Lucchese, e stesesi fino a Massa, dando assai a conoscere ch'essa era per volgersi verso il Genovesato, a fine di unirsi coll'altra armata de' Gallispani che si andarono adunando nella riviera occidentale di Genova. Si avvide per tempo di questo loro disegno il generale austriaco principe di Lobcowitz; e perciò anch'egli nel dì 23 d'aprile sollecitamente alzò il campo dai contorni di Modena, e s'avviò alla volta di Reggio, e di là poi andò a mettere il suo quartiere a Parma, con ispedire varii distaccamenti in Lunigiana, a fine d'impedire o frastornare il passaggio de' nemici nel territorio di Genova. In fatti, allorchè nel dì 9 di maggio si misero i Napolispani a passare la Magra, ne riportarono una buona percossa: dopo di che arrivarono in fine dopo tantefaticose marcie a prendere riposo nelle vicinanze di Genova.

Si venne a poco a poco da lì innanzi svelando un arcano che avea dato molto da pensare e da discorrere nei giorni addietro. Molto tempo era che la repubblica di Genova andava facendo un grande armamento di nazionali, di Corsi, e di qualunque disertore che capitava in quelle parti. Chi credea con danaro proprio di essi Genovesi, e chi colla borsa di Spagna. Tanto gl'Inglesi, padroni per la potente lor flotta del Mediterraneo, quantoCarlo Emmanuelere di Sardegna se ne allarmarono, ed inviarono ministri a chiedere il perchè si facesse quella massa di gente. Altra risposta non riceverono, se non che trovandosi da ogni parte attorniati da armate gli Stati di quella repubblica, il senato per propria difesa e sicurezza avea messe insieme quell'armi. Ma i saggi, che penetravano nel midollo delle cose, sospettarono di buon'ora la vera cagione di tal novità. Non fu sì segreto il trattato di Worms, fatto dal re di Sardegna colle corti di Londra e di Vienna, che non traspirasse accordato al medesimo re l'acquisto ancora del Finale, già appellato di Spagna. Del che si maravigliarono non pochi; perciocchè dallo strumento della vendita d'esso Finale fatta dall'imperadorCarlo VIai Genovesi non apparisce alcuna restrizione, se non che quel marchesato restasse feudo imperiale. Ma il re di Sardegna volle in tal congiuntura che si avesse riguardo alle antiche pretensioni e ragioni della sua real casa su quel feudo. Dovettero ben trovarsi imbrogliati i ministri della regina per accordar questo punto, stante l'evizione promessa dall'Augusto Carlo nella vendita; e pure convenne accordarlo. Sommamente restarono irritati per questo i Genovesi contra del re di Sardegna, e non fu perciò difficile alle corti di Francia, Spagna e Napoli di manipolare un trattato di aderenza d'essa repubblica all'armi loro, mercè della promessa di assicurarla del dominio e godimentodi quello Stato, allorchè si tratterebbe di pace. Altri vantaggi ancora le esibirono a tenor delle conquiste che si meditavano nella presente guerra. Entrarono pertanto i Genovesi nell'impegno, ed aspettarono a cavarsi la maschera allorchè gli Spagnuoli si avanzarono verso i loro confini. Di gran conseguenza fu per li Gallispani l'accrescimento di questi nuovi alleati, che si dichiararono ausiliarii della Spagna, perchè, oltre al riguardevol rinforzo delle lor genti, si venne ad aprire una larga porta pel Genovesato all'armi di essi Gallispani, quando probabilmente non avrebbono essi potuto trovarne un'altra sì facile per calare in Lombardia.

Giù nella Savoia era passato colle sue genti in Provenza il reale infantedon Filippo, e quivi avea ricevuto un buon sussidio di altri fanti e cavalli, a lui spediti dal re suo genitore: nel qual tempo ancora non cessavano di andar giugnendo a Nizza e Villafranca sciabecchi spagnuoli, portanti artiglierie, attrezzi e munizioni, senza chiederne passaporto ai nemici Inglesi, i quali sembravano chiudere gli occhi a que' trasporti, ma verisimilmente non li poteano impedire, anzi andavano facendo prede di tanto in tanto. Era anche in marcia un corpo di non so quante migliaia di fanteria e cavalleria franzese, sotto il comando del maresciallomarchese di Maillebois, per venire ad unirsi con esso infante. Andò poi come potè il meglio l'armata spagnuola progredendo per le disastrose strade della riviera di Ponente alla volta di Savona. Fu richiamato in questo tempo alla corte di Vienna ilprincipe di Lobcowitz, per valersi di lui nell'importante guerra di Boemia. Ora l'esercito austriaco, informato che il corpo degli Spagnuoli comandato dalduca di Modena, e rinforzato da due mila cavalli e tre mila fanti, staccati dall'armata dell'infante, si era inoltrato sino alla Bocchetta, dopo la metà di giugno, per opporsi al loro avanzamento, entrò nel Genovesato, impadronendosi di Novi. Anche il re di Sardegna,a cui la morte nel dì 29 di maggio avea tolto ilmarchese d'Ormea, gran cancelliere ed insigne primo ministro suo, mandò le sue milizie ad accamparsi nei siti per dove potea l'infantedon Filippotentare il passaggio in Lombardia. Fermaronsi gli Austriaci in Novi sino al principio di luglio, quando ilduca di Modenaunito algeneral Gagesmarciò a quella volta con tutte le forze dell'oste napolispana, e gli obbligò a ritirarsi a Rivalta, e nelle vicinanze di Tortona. Nello stesso tempo anche l'infante coll'esercito gallispano, mossosi da Savona, e passato lo Apennino, arrivò a Spigno, e pel Cairo venne ad impadronirsi della città di Acqui nel Monferrato, con fare retrocedere i Savoiardi. Parimente con altro corpo di gente il maresciallo di Maillebois calò per la valle di Bormida: laonde fu obbligato il general piemontese Sinsan a ritirarsi da Garessio a Bagnasco, per coprire il forte di Ceva. Alla metà di luglio, allorchè s'intese in piena marcia l'esercito napolispano alla volta di Capriata, e il gallispano procedere verso Alessandria, ilconte di Schulemburgo, general comandante delle armi austriache, ridusse le sue truppe (colle quali si unì anche la maggior parte dei Savoiardi) a Montecastello e a Bassignana, formando quivi un accampamento sommamente vantaggioso pel sito difeso dal Po e dal Tanaro, e insieme dalla città di Alessandria, con cui tenea quel campo una continua comunicazione. Venne circa il dì 23 di luglio ad unirsi il reale infante coll'esercito comandato dal duca di Modena, e passarono poi tutti ad accamparsi tra il Bosco e Rivalta, stendendosi sino a Voghera. Intanto fu data commissione almarchese Gian Francesco Brignole, general comandante delle truppe genovesi, di far l'assedio del vecchio castello di Serravalle, e si attese alle occorrenti disposizioni del bisognevole, per imprendere quello di Tortona e della sua cittadella.

Solamente nel dì 15 d'agosto parte dell'esercito collegato di Spagna si presentòsotto essa Tortona; e perchè quella città è priva di fortificazioni, il comandante savoiardo, dopo aver sostenuto per alquanti giorni il fuoco dei nemici, l'abbandonò, ritirando nella cittadella, o sia nel castello, il suo presidio. Alzaronsi poscia batterie di cannoni e mortari per bersagliar quella fortezza, e nel dì 23 si diede principio alla lor sinfonia. Comune credenza era, che quel castello farebbe lunga difesa, stante la situazione sua sopra un monte o colle, per non poter esser battuto, se non da un lato, cioè dal declivo settentrionale della stessa collina. Ma attaccatosi fuoco nelle fascinate delle fortificazioni esteriori, quella guernigione nel dì 3 di settembre capitolò la resa, con obbligarsi di non servire per un anno contra degli alleati della Spagna. Si era già sul principio d'agosto renduto Serravalle all'armi collegate, con restar prigioniero di guerra quel tenue presidio. Cominciarono allora i Genovesi a raccogliere il frutto della loro aderenza alla Spagna, perchè fu conceduto ad essi il possesso e governo non solamente di quel castello, ma anche del marchesato d'Oneglia. Sbrigatosi dall'impedimento di Tortona il real infantedon Filippo, fu sollecito a spedire il duca di Vieville con un grosso distaccamento di cavalleria e fanteria e con cannoni all'acquisto di Piacenza. In quella città non restava se non il presidio di circa trecento uomini, avendo conosciuto il re di Sardegna di non poterla sostenere. Perchè quel comandante ricusò di aprir le porte, gli Spagnuoli impazienti, avendo recato seco delle scale, improvvisamente diedero la scalata alle mura verso Po, e vi entrarono nel dì 5 di settembre. Ritirossi la guernigione nel castello, lasciando esposta la cittadinanza al pericolo di un sacco. La protezione diElisabetta Farneseregina di Spagna, quella fu che li salvò da questo flagello; ed accorsa la nobiltà, con far portare commestibili alle truppe, acquetò tosto il romore. Volle il comandante piemontese del castello, prima direndersi, l'onore di essere salutato con molte cannonate, e poscia nel dì 13 di esso mese si rendè a discrezione. Quei presidiarii, che non erano nè savoiardi, nè tedeschi, ma italiani quasi tutti, si liberarono dalla prigionia con prendere partito nell'armata di Spagna. Ciò fatto, nel dì 16 comparve a Parma un distaccamento di Spagnuoli, che niuna difficoltà trovò ad impadronirsene, giacchè gli Austriaci ne aveano precedentemente menato via il cannone, e tutti gli attrezzi e le munizioni da guerra, e il loro presidio ne avea preso congedo per tempo. Volarono corrieri a Madrid con queste liete nuove, nè s'ingannò chi credette che la magnanima regina di Spagna intendesse con particolar giubilo e consolazione il riacquisto del suo paterno retaggio. Fu preso dal generale marchese diCastellaril possesso di quella città, e di tutto il dominio già spettante alla casa Farnese, a nome di essa Cattolica regina; ed egli pubblicò poscia uno straordinario editto, vietante ogni sorta di giuoco d'azzardo, sotto pene gravissime: regolamento invidiato, ma non isperato da altre città. Dopo l'acquisto di Parma fu creduto che di quel passo verrebbono gli Spagnuoli fino a Modena; e persuasi di ciò gli uffiziali savoiardi, spedirono via in fretta i loro equipaggi. Ma altro non ne seguì, meditando gli Spagnuoli imprese di maggior loro vantaggio.

Diede in questi tempi il generale di essiconte di Gagesun nuovo saggio della sua avvedutezza, mostrata in tante altre militari azioni. Fatto gittare un ponte alla Stella verso Belgioioso, spinse all'altra riva un corpo di tre mila granatieri con della cavalleria. Pareano le sue mire volte a Milano: il che fu cagione che dal campo Austriaco-sardo di Bassignana fossero spediti con diligenza quattro mila soldati per coprire quella città. Ma il Gages all'improvviso fece marciare il duca di Vieville con quella gente a Pavia. Soli cinquecento Schiavoni, parte dei quali anche o malata o convalescente, sitrovavano in quella città di molta estensione: laonde non durarono fatica con una scalata di Spagnuoli a mettervi dentro il piede nella notte precedente il dì 22 di settembre, con fare un acquisto di somma importanza nelle congiunture presenti, stante la situazione di quella città, che, oltre all'essere di là da Po, ha anche il suo ponte a cavallo del Ticino. Ottenne quel tenue presidio, ritiratosi nel castello, di potersene andare, con obbligo di non militare per un anno contra dei Gallispani e loro alleati. Per non essere ben informati gli Spagnuoli, perderono allora un bel colpo. Nel castello di Milano erano, secondo la disattenzione austriaca, smontati quasi tutti i cannoni; poco più di cento soldati stavano alla sua difesa, e questi senza viveri, che per cinque o sei giorni. Se colà marciavano a dirittura gli Spagnuoli, troppo verisimilmente veniva quell'insigne castello in breve alle lor mani. Nè pur Pizzighettone si trovava allora in migliore arnese. Ebbero dunque tempo il generale conte Pallavicini e il conte Cristiani gran cancelliere di provvedere con indicibil diligenza di tutto il bisognevole quelle due fortezze, sicchè le medesime si risero poi pei susseguenti attentati nemici. Intanto per mare, non ostante il continuo girare de' vascelli inglesi, andavano continuamente giugnendo a Genova parte da Napoli e parte dalla Catalogna nuovi rinforzi di gente, di artiglierie e munizioni, destinati al campo spagnuolo. La presa di Pavia cagion fu che il generale austriacoconte di Schulemburgocolle sue truppe ripassasse il Po, per vegliare alla sicurezza di Milano, restando nondimeno a portata di poter recare soccorso, mercè di un ponte sul Po, al re di Sardegna, rimasto colle sue milizie nell'accampamento di Bassignana. Erasi fin qui esso reCarlo Emmanuelefermato in quel sito, attendendo a sempre più fortificarlo, e a visitar sovente la città d'Alessandria, a cui pure facea continuamente accrescere nuove fortificazioni. Ma da gran tempoandava studiando il conte di Gages col duca di Modena di farlo sloggiare di là, perchè senza di questo nulla v'era da sperare contro Alessandria, Valenza ed altri luoghi superiori dietro il Po. Giacchè loro era riuscito di separare la maggior parte delle milizie austriache dalle piemontesi, lasciato un convenevol presidio in Pavia, si ridussero di qua da Po; ed unito lo sforzo de' suoi Napoletani, Franzesi e Genovesi, nella sera del dì 26 di settembre mossero da Castelnuovo di Tortona l'esercito per passare il Tanaro, ed assalire i forti trincieramenti, nei quali dimorava il re di Sardegna colle sue truppe.

Marciava in sei colonne questa potente armata, e nella prima si trovava lo stessoGagescolduca di Modena, a fin di fare in varii siti un vero o finto assalto. Sullo spuntar dell'aurora del dì 27, dato il segno della battaglia con tre razzi dalla torre di Piovera, fanti e cavalli allegramente guadarono il fiume, e da più parti, secondo il premeditato ordine, piombarono addosso agli argini e fossi del campo nemico. Aveano essi creduto di andare a un duro combattimento, e si trovò che, a riserva del primo insulto a quelle trincee, non vi fu occasion di combattere. Perciocchè il re di Sardegna, appena scoperto il loro disegno, senza voler avventurare il nerbo delle sue genti, ordinò la ritirata, a cui gli altri diedero il nome di fuga. Furono veramente inseguiti i Savoiardi dai carabinieri reali e dalle guardie del duca di Modena, e da altri corpi di cavalleria spagnuola; ma cinque reggimenti sardi a cavallo, postati sopra un'altura in ordinanza, coprirono in maniera la ritirata delle artiglierie e la lor fanteria, che questa, quantunque sbandata, parte si ridusse a Valenza, e parte ad Alessandria. Con sommo disordine poscia scamparono anche quei reggimenti. Al primo romore avea bene il real sovrano di Sardegna chiesto soccorso al conte di Schulemburgo, che colle sue truppe stava accampato di là da Po,nè tardò egli punto a muoversi; due anche de' suoi reggimenti passarono allora in aiuto d'esso re; e da che videro come in rotta i Savoiardi, arditamente quasi per mezzo ai nemici si ritirarono a Valenza anch'essi. Ma perciocchè non furono pigri i Gallispani a marciar verso il ponte sul Po, che manteneva la comunicazione co' Piemontesi; e presa la testa del medesimo, voltarono due cannoni ivi trovati contro gli Austriaci: questi, o perchè trovarono interdetto l'ulteriore passaggio, o perchè conobbero già finita la festa, diedero il fuoco al ponte medesimo, e se ne tornarono al loro accampamento. Sicchè andò a terminare questa precipitosa impresa in poca mortalità di gente, in avere i collegati acquistato non già più che nove cannoni, due stendardi e il bagaglio di tre reggimenti. Si fece ascendere il numero de' prigioni savoiardi sin a due mila, fra i quali trentasette uffiziali, e ad alcune centinaia di cavalli; parte dei quali feriti nelle groppe. Non mancò in questa disgrazia al re sardo la lode di aver saputo salvare la maggior parte delle sue truppe ed artiglierie.

Vollero in questi tempi gl'Inglesi far provare il loro sdegno alla repubblica di Genova per la sua aderenza alla Spagna. Presentatasi nel dì 26 di settembre una squadra delle lor navi contro la medesima città, con alquante palandre, cominciò a gittar delle bombe; ma conosciuto che queste non arrivavano a terra, e intanto i cannoni del porto non istavano in ozio, tardarono poco a ritirarsi, senza avere inferito alcun danno alla città. Passarono essi dipoi al Finale, e fecero quivi il medesimo giuoco contro quella terra, che loro corrispose con frequenti spari d'artiglierie: laonde, vedendo di nulla profittare, anche di là se n'andarono con Dio. Non così avvenne alla tanto popolata terra, o sia città di San Remo, dove o non seppe o non potè far difesa quel popolo. Secento bombe e tre mila cannonate delle navi inglesi fecero un lagrimevol guasto in quelle case, ed immensodanno recarono a quegl'industriosi abitanti. Andarono intanto gli Austriaci e Piemontesi ad unirsi in Casale di Monferrato, vegliando quivi agli andamenti de' Gallispani, i quali, perchè Alessandria era rimasta in isola, nel dì 6 di ottobre sotto di essa aprirono la trincea. Sino alla notte precedente al dì 12 si tenne forte in quella città ilmarchese di Carraglio, general veterano del re di Sardegna, e si ridusse poi con tutti i suoi nella cittadella, di modo che nel dì seguente pacificamente entrarono in essa città i Gallispani. Avea nei tempi addietro il re sardo con immense spese atteso a fornir quella cittadella di tutte le più accreditate fortificazioni dentro e fuori; abbondanti munizioni da guerra e provvisioni di vettovaglie vi erano state poste; grosso era il presidio. Per queste ragioni, e per essere molto avanzata la stagione, troppo impegno essendo sembrato ai Gallispani l'imprendere quell'assedio, unicamente si pensò a vincere colla fame una sì rilevante fortezza. Lasciatala dunque bloccata con sufficiente numero di truppe, il resto della loro armata passò all'assedio di Valenza, sotto di cui nel dì 17 d'ottobre diedero principio alle ostilità. Venne in questi tempi al comando dell'armata austriacaWincislao principe di Lictestein, di una delle più nobili e più ricche case della Germania, e personaggio di somma prudenza e pietà, in cui non si sapea se maggior fosse la generosità, o la cortesia e l'onoratezza: delle quali virtù avea lasciata gran memoria nell'ambasceria a Parigi, e in tante altre occasioni. Dacchè furono inoltrati gli approcci sotto Valenza, e si videro gli assedianti in procinto di dare l'assalto ad una mezza luna, il comandante d'essa fortezzamarchese di Balbianone propose la resa agli aggressori; ma, ricevuta risposta che si voleva la guernigion prigioniera, egli nella notte avanti al dì 30 del mese suddetto con tutta segretezza abbandonò la piazza, lasciando dentro solamente cento uomini nel castello, oltre a moltimalati. Il resto di sua gente, che consisteva in mille e novecento soldati, in varie barche felicemente si trasportò co' suoi bagagli di là da Po, con aver anche danneggiato i Gallispani, che, prevedendo questo colpo, tentarono di frastornare il loro passaggio. Entrati i vincitori in Valenza vi trovarono circa sessanta cannoni, ma inchiodati, molti mortari, e buona quantità di munizioni ed attrezzi militari.

Giacchè ilre di Sardegnae ilprincipe di Lictesteins'erano ritirati da Casale coll'esercito loro di là da Po a Crescentino, passarono i Gallispani ad essa città di Casale, che aprì loro le porte nel dì 5 di novembre. Il castello guernito di secento uomini si mostrò risoluto alla difesa, e però ne fu impreso l'assedio, ma con somma lentezza, ancorchè colà ridotti si fossero l'infante don Filippo, ilduca di Modena, ilconte di Gagese ilmaresciallo di Maillebois. Erano cadute esorbitanti pioggie, che fuori dell'usato durarono sino al fine dell'anno. In quel grasso terreno vicino al Po si trovarono rotte a dismisura le strade, ed immenso il fango, talmente che i muli destinati per condurre da Valenza il cannone e le carrette delle munizioni restavano per istrada, e trovavano la sepoltura in quegli orridi pantani. Dall'escrescenza ed inondazione del Po fu anche obbligato il re di Sardegna a ritirare il suo campo verso Trino e Vercelli. Intanto circa il dì 8 di novembre passarono i Francesi ad impadronirsi della città d'Asti, il cui castello, fatta resistenza sino al dì 18, si rendè, restando prigioniere il presidio. In questi tempi, cioè nel dì 17 d'esso mese, comparve sotto la Bastia capitale della Corsica una squadra di vascelli inglesi, che, fatta indarno la chiamata al governatorMariGenovese, si diede a fulminar quella città con bombe e cannonate, proseguendo sino al dì seguente quell'infernale persecuzione; e poi, spinta da venti furiosi, passò altrove. Restò sì smantellata e in tal desolazione la misera città, che il governatore, informato dell'avvicinamentodel colonnello Rivarola con tre mila Corsi sollevati, giudicò bene di ritirarsi di là: sicchè venne quella piazza in poter d'essi corsi. Per tal novità gran bisbiglio ed affanno fu in Genova. Intanto, essendosi continuati gli approcci e le offese sotto il castello di Casale, quel comandante savoiardo si vide obbligato alla resa, con restar prigioniera di guerra la guernigione. Volle ilmaresciallo di Mailleboisil possesso e dominio di quella città a nome del re Cristianissimo, ed altrettanto avea fatto d'Asti, d'Acqui e delle altre terre di que' contorni. Sì esorbitanti poi furono le contribuzioni di danaro e di naturali, imposte dai Franzesi a quel paese, che svegliarono orrore, non che compassione, in chiunque le udì. Nell'Astigiano le truppe quivi acquartierate levavano anche i tetti delle case per far buon fuoco. Passò dipoi l'infante don Filippoe ilduca di Modenacol meglio delle loro forze a Pavia. Eransi già impossessati gli Spagnuoli di Mortara, del fertilissimo paese della Lomellina, e di tutto l'antico territorio pavese, con giubilo incredibile di que' cittadini, che aveano cotanto deplorato in addietro un sì fiero smembramento del loro distretto. Aveano in oltre essi Spagnuoli posto il piede in Vigevano, e meditavano di volgere i passi alla volta di Reggio e Modena; quando venne loro un assoluto ordine della corte di Madrid di passare a Milano.

Si sapea che non troverebbono intoppo ai loro passi. Ilduca di Modenaera di sentimento che si dovesse tenere unito tutto l'esercito fra Pavia e Piacenza e non istenderne o sparpagliarne le forze; e ilconte di Gages, quantunque disapprovasse quell'impresa, pure fu forzato ad ubbidire. Marciò dunque esso Gages con un grosso distaccamento di truppe, e dopo avere ricevuti i deputati di Milano, che gli andarono incontro ad offerire le chiavi, e a chiedere la conferma dei lor privilegii, nel dì 16 di dicembre entrò con tutta pace in quella metropoli, e tosto diede ordine, che si barricassero tutte le contraderiguardanti quel reale castello. Nel dì 19 del suddetto dicembre fece anche l'infantedon Filippoin compagnia del duca di Modena l'ingresso in Milano, accolto con festose acclamazioni da quel popolo, che, quantunque ben affetto all'augusta casa d'Austria, pure pon potea di meno di non desiderare un principe proprio che stabilisse quivi la sua residenza. E fu certamente creduto da molti non solo possibile, ma anche probabile, che in questo germoglio della real casa di Borbone si avessero a rinovare gli antichi duchi di Milano. Perciò con illuminazioni ed altre dimostrazioni di giubilo si vide o per amore o per forza solennizzato l'arrivo di questo real principe in quella città. Questo passo ne facilitò poi degli altri, cioè l'impadronirsi che fecero gli Spagnuoli delle città di Lodi e Como. Intanto ilprincipe di Lictensteincol suo corpo di gente si tratteneva sul Novarese, stendendosi fino ad Oleggio grande, e ad Arona, e alle rive del Ticino. Nell'opposta riva di esso fiume il conte di Gages si pose anch'egli colle sue schiere, per impedire ogni passaggio o tentativo degli Austriaci. In tal positura di cose terminò l'anno presente: anno considerabilmente infausto al re di Sardegna, per la perdita di tanto paese, e per tante altre perniciose incursioni fatte da' suoi nemici verso Ceva ed altri luoghi, ed anche verso Exiles, dove le sue truppe ebbero una mala percossa nel dì 11 d'ottobre. E pure qui non terminarono le disavventure del Piemonte. Nell'anno precedente era penetrata in quelle contrade la peste bovina, e si calcolò che circa quaranta mila capi di buoi e vacche vi perissero. Un potente mezzo per dilatare qualsivoglia pestilenza suol essere la guerra, siccome quella che rompe ogni argine e misura dell'umana prudenza. Però maggiormente si dilatò questo micidial malore nell'anno presente pel Monferrato, e per gli altri Stati del re di Sardegna, e di là passò nei distretti di Milano e di Lodi, e giunse fino al Piacentino di là da Po, anzi arrivò aserpeggiare nel di qua d'esso fiume, e in parte del Bresciano, con terrore del resto della Lombardia. La strage fu indicibile; e chi sa quai sieno le terribili conseguenze di sì gran flagello, bisogno non ha da imparare da me in quanta desolazione restassero quei paesi, oppressi nel medesimo tempo dall'insoffribil peso della guerra. Conto fu fatto che centoottanta mila capi di essi buoi perissero nello Stato di Milano. Più riuscì sensibile a que' popoli questo colpo, che la stessa guerra.


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