MDCCXLVI

MDCCXLVIAnno diCristoMDCCXLVI. IndizioneIX.Benedetto XIVpapa 7.Francesco Iimperadore 2.Nel più bell'ascendente pareano gli affari de' Gallispani in Lombardia sul principio di quest'anno, trovandosi le armi loro dominanti nel di qua da Po, a riserva della bloccata Alessandria, ed essendo venuta la città di Milano con Lodi, Pavia e Como alla lor divozione, con restare il solo castello di Milano renitente ai loro doveri. Lusingaronsi allora i Franzesi di poter trarre, coll'apparenza di sì bel tempoCarlo Emmanuelere di Sardegna nel loro partilo, o almeno di staccarlo colla neutralità dalla lega austriaca ed inglese. Da Parigi e da altre parti volavano nuove che davano per certo e conchiuso l'accomodamento colla real corte di Torino; nè si può mettere in dubbio che qualche maneggio, durante il verno, seguisse fra le due corti per questo. Ma o sia che le esibizioni della Francia non soddisfacessero al re di Sardegna; o pure, come è più probabile, e protestò dipoi esso re per mezzo de' suoi ministri alle corti collegate, ch'egli più pregiasse la fede ne' suoi impegni, che ogni altro proprio vantaggio, e gli premesse di reprimere la voce sparsa che l'instabilità nelle leghe passasse per eredità nella real sua casa: certo è che svanirono in fine quelle voci, e si trovò più che mai il re sardo costante ed attaccatoalla lega primiera, con aver egli fatto tornare indietro mal soddisfatto il figlio delmaresciallo di Maillebois, che, venuto ai confini, portava seco, non dirò la speranza, ma la sicurezza lusinghevole di veder tosto sottoscritto l'accordo. Stavano intanto i curiosi aspettando, che s'imprendesse l'assedio formale del castello di Milano, giacchè il ridurlo col blocco e colla fame sarebbe costato dei mesi, e intanto potea mutar faccia la fortuna. Ma il cannon grosso penava assaissimo ad essere trasportato per le strade troppo rotte da Pavia a Milano, e però di una in altra settimana s'andava differendo il dar principio a quell'impresa. Intanto, perchè si lasciarono vedere alcuni armati spagnuoli nel borgo degli Ortolani, o sia porta Comasina, che è in faccia al castello, le artiglierie d'esso castello gastigarono gl'innocenti padroni di quelle case con diroccarle. Attendeva il real infantedon Filippoa solazzarsi in questa metropoli con opere di musica, ed altri divertimenti; ilduca di Modenase ne passò a Venezia per rivedere la sua famiglia, e restituissi poscia nel febbraio a Milano; e ilgenerale Gagescol nerbo maggiore delle truppe Spagnuole andò a postarsi alle rive del Ticino verso il lago Maggiore, per impedire qualunque tentativo che potesse fare ilprincipe di Lictenstein, il quale avea piantato il suo campo ad Oleggio ed Arona, e in altri siti del Novarese, alla riva opposta del fiume suddetto.Non attendeva già a solazzi in Vienna l'imperadrice regina, ma con attività mirabile, a cui non era molto avvezza in addietro la corte austriaca imperiale, provvedeva ai bisogni de' suoi in Lombardia. Era già stata conchiusa e ratificata la pace col re di Prussia. Pertanto, sbrigata da quel potente nemico essa regina col consorte Augusto, spedì subito ordine che una mano de' suoi reggimenti marciasse alla volta d'Italia. Rigoroso era il verno; le nevi e i ghiacci dappertutto; convenne ubbidire. Gran copia ancoradi reclute si mise allora in viaggio. Cagion fu la suddetta inaspettata pace, e la spedizion di tanti armati austriaci, a poco a poco nel febbraio arrivati sul Mantovano, che andasse in fumo ogni disegno degli Spagnuoli (se pure alcuno mai ve ne fu) di mettere l'assedio al castello di Milano. E perciocchè s'ingrossavano forte gli Austriaci nel di qua da Po a Quistello, a San Benedetto, ed altri luoghi, rivolsero essi Spagnuoli i lor pensieri alla difesa di Piacenza, Parma e Guastalla, nella qual ultima piazza erano anche entrati. Occuparono anche la città di Reggio, dove quel comandante Boselli Piacentino s'ingegnò di lasciare un brutto nome, peggio trattandola che i paesi di conquista. Fu dunque posto grosso presidio in Guastalla, ed inviata gente con qualche artiglieria in rinforzo di Parma; nè in questi medesimi tempi cessavano di arrivare sul Genovesato munizioni e soldatesche spedite dalla Spagna e da Napoli, passando felicemente per mare, ancorchè girassero di continuo per quelle acque i vascelli e le galeotte inglesi. Anche per la riviera di Ponente passarono verso Genova tre reggimenti di cavalleria; ma non si vedevano già comparire in Italia nuove truppe franzesi.Diedesi, appena venuto il mese di marzo, principio alle mutazioni di scena, che andarono poi continuando e crescendo in tutto l'anno presente nel teatro della guerra d'Italia. Il primo a fare un bel colpo fu ilre di Sardegna, i cui movimenti finirono di dissipar le ciarle del sognato suo accordo colla Francia. Spedito ilbarone di Leutroncon più di dieci mila combattenti, all'improvviso nel dì 5 del mese suddetto piombò sopra la città di Asti. Circa cinque mila Franzesi con più di trecento uffiziali si godevano quivi un buon quartiere. Spedì bensì il tenente generale signor di Montal comandante di quelle truppe, al Maillebois l'avviso del suo pericolo, insieme con ottanta mila lire da lui ricavate di contribuzione; ma caduto il messo colla scorta negli Usseri,cotal disgrazia ragion fu che i Franzesi non fecero difesa che per tre giorni, e furono obbligati a rendersi prigionieri, con sommo rammarico del maresciallo, il quale non fu a tempo per soccorrerli, e rovesciò poi tutta la colpa di quell'infelice avvenimento sul comandante suddetto. Mentre egli sconcertato non poco si ritirò per coprire Casale e Valenza, i vincitori Piemontesi, rastrellando in varii siti altre picciole guernigioni franzesi, s'inoltrarono alla volta della già languente cittadella d'Alessandria pel sofferto blocco di tanti mesi, seguitati da un buon convoglio di viveri condotto dal marchese di Cravenzana. Sminuito per li patimenti quel presidio, comandato dal valorosomarchese di Carraglio, era anche giunto a combattere colla fame; e già per la mancanza delle vettovaglie si trovava alla vigilia di darsi per vinto: quando i dieci battaglioni franzesi esistenti nella città, all'udire avvicinarsi il grosso corpo de' Piemontesi, giudicarono meglio di abbandonarla, lasciando in quello spedale qualche centinaio di malati, che rimasero prigioni del re di Sardegna. Intanto, per conservar la comunicazione con Genova, ritirossi il Maillebois a Novi. Questi colpi, e l'ingrossarsi continuamente verso l'Adda e nel Mantovano di qua da Po le milizie austriache, fecero conoscere all'infante don Filippo che l'ulteriore soggiorno suo e delle sue truppe in Milano era oramai divenuto pericoloso. Cominciarono dunque a sfilare verso Pavia i cannoni grossi venuti per l'ideato assedio del castello di Milano, ed ogni altro apparato militare. Ciò non ostante, nel dì 15 di marzo, giorno natalizio dell'infante suddetto, il duca di Modena diede una suntuosa festa a tutta la nobiltà di Milano. Ma da che s'intese che il general tedescoBerenclauda Pizzighettone con circa dieci mila de' suoi, dopo l'acquisto di Codogno, s'incamminava verso Lodi, di colà ritiratisi gli Spagnuoli, si salvarono quasi tutti a Piacenza. Gli altri parimente, che erano a ComoLecco e Trezzo, ed assediavano il forte di Fuentes, tutti se ne vennero a Milano. Ma ecco cominciar a comparire alla porta di quella città le scorrerie degli Usseri. Allora fu che il generale conte di Gages andò ad insinuare al real infante che tempo era di ricoverarsi a Pavia, aggiungendo essere venuto quel giorno ch'egli sì chiaramente avea predetto all'altezza sua reale, prima di muoversi alla volta di Milano. Era sul far dell'alba del dì 19 di marzo, in cui quel real principe col duca di Modena e col corpo di sua gente prese commiato da quella nobil città. Quanto era stato il giubilo nell'entrarvi, altrettanto fu il rammarico ad abbandonarla. Due ore dopo la loro partenza ripigliarono gli Austriaci il possesso di Milano, ed ebbero tempo di solennizzare la festa di san Giuseppe con tutti i segni di allegria, sì per la felice liberazione della città, che pel nome del primogenito arciduchino.Non poterono allora i politici contenersi dal biasimare la condotta degli Spagnuoli, che invece di attendere ad assicurar meglio il di qua da Po coll'espugnazione della cittadella d'Alessandria, aveano voluto sì smisuratamente slargar l'ali e prendere tanto paese, senza ben riflettere se aveano forze da conservarlo. Esercito troppo diviso non è più esercito. Erano sparpagliati i Gallispani per tutto il di qua da Po, ed arrivava il dominio d'essi da Asti per Piacenza e Parma fino a Reggio e Guastalla. Tenevano Pavia, Vigevano e la città di Milano, ma con un castello forte che minacciava non meno essi che la città. Occupavano ancora Lodi e le fortezze dell'Adda. Dappertutto conveniva tener presidii, e però dappertutto mancava una armata; e ciò che parea accrescimento di potenza, non era che debolezza. Non fu già consiglio del duca di Modena, nè del generale Gages, che si andasse a far quella bella scena o sia comparsa in Milano; ma convenne ubbidire al real infante, o, siccome è più credibile, agli ordini precisivenuti da Madrid. Troppo spesso sogliono prendere mala piega le imprese, qualora i gabinetti lontani vogliono regolar le cose, e saperne più di un general saggio che sul fatto conosce meglio la situazion delle cose, e secondo le buone o cattive occasioni dee prendere nuove risoluzioni. Contuttociò si ha da riflettere che non poterono gli Spagnuoli prevedere l'improvvisa pace dell'imperadrice regina col re prussiano, nè seppero figurarsi ch'ella nell'aspro rigore del verno avesse da far volare in Italia sì gran forza di gente: tutti avvenimenti che sconcertarono le da loro forse ben prese misure. A questi impensati colpi e vicende gli affari delle guerre e delle leghe son sottoposti. Anche dalla parte di Levante non tardò la fortuna a dichiararsi per l'armi austriache. Nel dì 26 di marzo il generale comandanteconte di Broun, essendosi mosso dal Mantovano di qua da Po col suo corpo di armata, diviso in tre colonne, l'una comandata da lui, e le altre dai generaliLucchesieNovati, s'inviò alla volta di Luzzara e di Guastalla. Trovavasi in questa città di presidio il maresciallo di campoconte Coraffan, valoroso uffiziale del re di Napoli, col suo reggimento di Albanesi, consistente in circa mille e cinquecento delle migliori soldatesche napoletane, ma senza artiglieria, e sprovveduto anche di altre munizioni da guerra e da bocca. Ricorse egli per tempo almarchese di Castellar, che con alquanti reggimenti era venuto alla difesa di Parma, rappresentandogli il bisogno e il pericolo. Ordine andò a lui di ritirarsi a Parma, ma a tempo non arrivò quell'ordine. Intanto il Castellar con tre mila de' suoi venne a postarsi al ponte di Sorbolo, per secondare la supposta ritirata del Coraffan. Poco vi fermò il piede, perchè un grosso distaccamento da lui inviato al ponte del Baccanello, assalito dal generale unghero Nadasti, fu forzato a tornarsene con poco piacere a Parma, lasciando indietro molti morti e prigioni. Piantatiintanto alcuni pezzi di grossa artiglieria sotto Guastalla, non potendosi sostenere quel presidio, si rendè prigioniere di guerra con gravi lamenti contra del Castellar, quasi che gli avesse sacrificati al nemico. Cagion furono questi avvenimenti che anche gli Spagnuoli esistenti in Reggio, abbandonata quella città, si ritirarono al ponte d'Enza; laonde spedito da Modena il conte Martinenghi di Barco, colonnello del reggimento savoiardo di Sicilia, con alcune centinaia de' suoi e con un rinforzo di Varasdini, ripigliò il possesso di quella città; e poi passò al suddetto ponte, per iscacciarne i nemici. Quivi fu caldo il conflitto; vi perirono da trecento e più Austriaco-sardi con alcuni uffiziali; vi restò anche gravemente ferito lo stesso colonnello; ma in fine si salvarono gli Spagnuoli a Parma, lasciando libero quel sito ai Savoiardi. La perdita d'essi Spagnuoli in questi movimenti e piccioli conflitti si fece ascendere a circa quattro mila persone fra disertati, uccisi e prigioni.Non istava intanto ozioso dal canto suo il re di Sardegna. Giunto egli e ricevuto nella città di Casale, fra pochi giorni, cioè nel dì 28 di marzo, col furore delle artiglierie costrinse i pochi Franzesi esistenti in quel castello a renderlo, col rimaner essi prigioni. Di colà poi passò all'assedio di Valenza, dove si trovavano di presidio due battaglioni spagnuoli, ed uno svizzero, truppe del re delle Due Sicilie. Il fuoco maggiore nondimeno si disponeva verso Parma. L'essere in concetto i Parmigiani di sospirare più il governo spagnuolo che quello degli Austriaci, concetto fondato, verisimilmente nell'aver taluno della matta plebaglia usate alcune insolenze al presidio tedesco, allorchè abbandonò quella città, e fatta quel popolo gran festa all'arrivo d'essi Spagnuoli: tale mal animo impresse in cuore delle milizie austriache, che non si sentivano che minaccie di trattar quel popolo da ribelle e nemico; e però marciavano quelle truppe alla volta del Parmigiano,come a nozze, per l'avidità dello sperato, e fors'anche promesso, bottino. Ma non così l'intese la saggia ed insieme magnanima imperadrice regina. Conoscendo essa qual deformità sarebbe il permettere pel reato di alcuni pochi il gastigo e la rovina di tante migliaia d'innocenti persone; e che in danno anche suo proprio ridonderebbe il ridurre in miserie una città che era e dovea restar sua: mandò ordine che si pubblicasse un general perdono in favore de' Parmigiani; e questo fu stampato in Modena. La disgrazia volle che alcuni di quegli uffiziali per tre giorni dimenticarono di averlo in saccoccia e di pubblicarlo; e però entrarono furiosi i Tedeschi in quel territorio, stendendo le rapine sopra le ville e case che s'incontravano, ed anche sfogando la rabbia loro contro quadri, specchi ed altri mobili che non poteano o volevano asportare. Nè pure andò esente dalle griffe loro il palazzo di villa della vedova duchessa di Parma Dorotea di Neoburgo, a cui pure dovuto era tanto rispetto, per essere ella madre della regina di Spagna, e prozia della regnante imperadrice. Si fece poi fine al flagello, da che niuno potè scusarsi di non sapere l'accordato perdono, e maggiormente dappoichè arrivò a quel campo il supremo comandanteprincipe di Lictenstein, il quale con esemplar rigore di gastighi tolse di vita i disubbidienti, e massimamente i trovati rei di aver saccheggiate le chiese.Con cinque mila fanti e buon nerbo di cavalleria dimorava alla custodia di Parma il tenente generale spagnuolomarchese di Castellar; ma prima d'essere quivi ristretto, felicemente avea rimandati di là dal Taro quasi tutti que' cavalli, giacchè, in caso di blocco o di assedio, gli sarebbe mancata maniera di sostenerli. Intanto il generale dell'artiglieriaconte Gian-Luca Pallavicinicon grossa brigata di granatieri, cavalli e pedoni andò nel dì 4 d'aprile a prendere posto intorno a Parma. Fatta fu la chiamata dellaresa dal general comandante conte di Broun; la risposta fu, che il Castellar desiderava d'acquistarsi maggiore stima presso di quell'austriaco generale. Così fu dato principio al blocco assai largo di Parma; il grosso dell'armata austriaca passò ad attendarsi alle rive del Taro, mentre lungo l'opposta riva aveano piantato il loro campo gli Spagnuoli. Posto fu il quartier generale d'essi coll'infante, col duca di Modena e col Gages a Castel Guelfo sulla strada maestra, o sia Claudia. Era già pervenuto da Vigevano sul territorio di Milano il principe di Lictenstein colla sua armata, da lui saggiamente conservata in addietro sul Novarese. Ora anch'egli, dopo aver lasciato un corpo di gente a Binasco, Biagrasso ed altri siti, per reprimere ogni tentativo degli Spagnuoli, tuttavia signori di Pavia, col resto di sua gente venne nel dì 11 di aprile all'accampamento del Taro, ed assunse il comando di tutta l'armata. Aveano nei giorni addietro gli Spagnuoli inviate per Po a Piacenza le artiglierie, attrezzi, munizioni e magazzini che tenevano in Pavia, dando abbastanza a conoscere di non voler fare le radici in quella città. In fatti, da che videro incamminato con tante forze il Lictenstein alla volta di Parma, abbandonarono, nel dì 5 d'aprile, quella città, e passarono a rinforzar la loro oste accampata al fiume suddetto. Così quella città ritornò all'ubbidienza dell'imperadrice regina.Posavano in questa maniera le due poderose armate, l'una in faccia all'altra, separate dal solo Taro; e gli uni miravano i picchetti dell'altro campo nella riva opposta, ma senza voglia e disposizione di azzuffarsi insieme. Conto si facea che cadauna ascendesse a trenta mila combattenti, avendo dovuto gli Austriaci lasciare un altro buon corpo a Pizzighettone, per assicurarsi da ogni insulto degli Spagnuoli, che teneano un fortissimo e ben armato ponte sul Po a Piacenza, e grosso presidio in quella città. I Franzesi colmaresciallo di Mailleboistranquillamente riposavanotra Voghera è Novi, a fin dì conservare il passo a Genova, d'onde continuamente venivano munizioni da bocca e da guerra, ma non mai vennero que' quaranta nuovi battaglioni che si decantavano destinati per la Lombardia dal re Cristianissimo. Stava sul cuore del generale Gages la guarnigione rinchiusa in Parma in numero di più di sei mila armati, ed esposta al pericolo di rendersi prigioniera di guerra, giacchè senza il brutto ripiego di tentare una battaglia non si potea quella città liberare dal blocco, nè v'era sussistenza di viveri, se non per poco, e le bombe aveano cominciato a salutarla con gran terrore de' cittadini. Segretamente dunque concertò egli col marchese di Castellar la maniera di farlo uscire di gabbia. Nella notte seguente al dì 19 d'aprile gran movimento si fece nell'armata spagnuola; si appressarono al fiume in più luoghi le loro schiere in apparenza di volerlo passare, e tentarono anche di gittare un ponte. Si disposero a ben riceverle anche gli Austriaci, tutti posti in ordine di battaglia. In questo mentre, cioè in quella stessa notte, il marchese di Castellar, lasciato poco più di ottocento uomini, parte anche invalidi, con sessanta uffiziali nel castello, alla sordina, e senza toccar tamburo, se ne uscì colla sua gente di Parma, seco menando quattro pezzi di cannone e trenta carra di bagaglio e munizioni; e dopo avere sorpreso un picciolo corpo di guardia degli Austriaci, s'incamminò alla volta della montagna, cioè di Guardasone e Monchierugolo, con disegno di passare per la Lunigiana nel Genovesato, e di là alla sua armata. Lasciò questa gente la desolazione per dovunque passò, e non poco ancora ne sofferirono le confinanti terre del Reggiano. Tardi gli Austriaci, formanti il blocco, si avvidero di questa inaspettata fuga. Dietro ai fuggitivi fu spedito il tenente marescialloconte Nadastico' suoi Usseri e con un corpo di Croati, che gl'inseguì per qualche tempo alla coda. Seguironoperciò varie battagliole; ma in fine il Nadasti fu obbligato a lasciar in pace i fuggitivi, perchè non poteano i suoi cavalli caracollar per quei monti, e caddero anche in qualche imboscata con loro danno. Molti di quella truppa spagnuola, ma di varie nazioni, e probabilmente la metà di essi, in questa occasione disertarono. Il resto dopo un gran giro arrivò in fine ad unirsi coll'esercito del real infante, ridotto a poco più di tre mila persone. Non mancò poi chi censurò il Castellar, perchè, avendo sotto il suo comando dieci mila soldati, creduti le migliori truppe dell'esercito spagnuolo, per non essersi ritirato quando era tempo, ne avea perduta la maggior parte. Pel Reggiano tornarono indietro molti degli Usseri, e si rifecero sopra i poveri abitanti di quello che non aveano trovato nel Parmigiano, saccheggiato prima dagli altri. Per la ritirata improvvisa del Castellar, che niun pensiero s'era preso della lor salvezza, in grande spavento rimasero i cittadini di Parma. Passò da lì a non molto la paura, perchè nella seguente mattina del dì 20 rientrarono pacificamente in quella città i Tedeschi col generale conte Pallavicini plenipotenziario della Lombardia austriaca, il quale tosto vi fece pubblicare un general perdono con rincorare gli afflitti ed intimoriti cittadini. Poco poi si fece pregare il presidio di quel castello a rendersi prigioniere di guerra, con ottener solamente di salvare l'equipaggio tanto suo che degli altri Spagnuoli, rifugiato in quella poco forte fortezza; che questa appunto era stata la mira del marchese di Castellar. Trovaronsi in esso castello ventiquattro cannoni, quattro mortari, ed altri militari attrezzi e munizioni.Solamente nel dì 19 d'aprile per cagion delle frequenti pioggie poterono le soldatesche del re di Sardegna aprire la breccia sotto Valenza. Era diretto quell'assedio dalprincipe di Baden Durlach, e coperto dalbarone di Leutron, dichiarato ultimamente generale di fanteria. Continuarono le offese contro di quellapiazza sino al dì 2 di maggio, nel quale dopo avere i Piemontesi presa la strada coperta ed aperta la breccia, si vide quel presidio obbligato ad esporre bandiera bianca. V'erano dentro circa mille e cinquecento difensori, ai quali toccò di restar prigionieri. Dai Franzesi intanto occupata fu la città di Acqui; ma acquisto che durò ben poco. Avea già ottenuto ilgenerale Gagesl'intento suo di disimbrogliare da Parma il marchese di Castellar; e nulla a lui giovando il fermarsi più lungamente alle rive del Taro, dove patì gran diserzione di sua gente, finalmente nel dì 5 di maggio levò il campo, e s'inviò verso il fiume Nura in vicinanza maggiore a Piacenza, per quivi cominciare un altro giuoco. S'innoltrò per questo anche l'armata austriaca sino a Borgo San Donnino, con estendersi poi a poco a poco più oltre, cioè a Firenzuola, e di là sino alla Nura. Riuscì agli Usseri che inseguivano nella loro ritirata gli Spagnuoli, di sorprendere in mezzo ai loro corpi tutto il bagaglio del duca di Modena, per essersi a cagion d'un equivoco, messo in viaggio senza aspettare l'armata: argenterie, cavalli, muli e carrozze, tutto andò. Non consiste la gloria de' prodi condottieri d'armate solo in dar con vantaggio delle battaglie, ma anche nella maestria di ordire stratagemmi in danno de' nemici. Ben istruito di questo mestiere si mostrò in più congiunture il generale conte di Gages. Avea egli spediti innanzi verso Piacenza varii distaccamenti, consistenti in dieci mila combattenti, col pretesto di scortare il bagaglio; e ordinato che sotto essa città di Piacenza si preparasse loro uno stabile quartiere; nè se n'erano accorti gli Austriaci, esistenti di qua da Po. Prima nondimeno aveano avuto ordine circa cinque mila tra fanteria e cavalleria tedesca di passare da Pizzighettone a Codogno, e di postarsi quivi per vegliare agli andamenti degli Spagnuoli; i quali, per avere sul Po a Piacenza un ben fortificato ponte, avrebbero potuto recare insulti al dilà da Po. Alla testa d'essi v'erano i generali Cavriani e Gross. Contra di questo corpo di gente erano indirizzate le segrete mene del conte di Gages. Appena giunto a Piacenza il tenente generale Pignatelli fece vista di disfare il ponte suddetto: il che servì ad addormentare i nemici. Poscia rimesso il ponte nella notte del dì 5 di maggio vegnendo il 6, colla maggior parte de' suddetti Spagnuoli passò alla sordina di là dal Po. Dopo avere avviluppati e sorpresi i picchetti avanzati de' nemici, senza che questi potessero recarne avviso alcuno ai lor comandanti, inaspettato arrivò la mattina seguente addosso a' Tedeschi, esistenti in Codogno, che allora faceano l'esercizio militare. Come poterono, si misero questi in difesa con sei cannoni ed alcuni falconetti carichi a cartoccio, che erano sulla piazza; ma avanzatisi gli Spagnuoli con baionetta in canna, e impadronitisi di que' bronzi, gli obbligarono a ritirarsi parte ne' chiostri e parte nelle case e nel palazzo Triulzio, dove per quattro ore valorosamente si sostennero facendo fuoco. Ma in fine soperchiati dal maggior numero de' nemici, quei ch'erano restati in vita per mancanza di munizioni si renderono prigioni. Quasi due mila furono i prigioni, circa mille e quattrocento i morti e feriti; e il resto trovò scampo nella fuga. La perdita dalla parte degli Spagnuoli non si potè sapere. Restarono in loro potere dieci bandiere, due stendardi, i suddetti cannoni e i bagagli di quelle genti, a riserva di quello del general Gross, che, nel darsi per vinto, salvò il suo e quello degli altri uffiziali ch'erano con lui. Se ne tornarono con tutto comodo i vincitori a Piacenza, nè dimenticarono di condurre colà quanti grani, foraggi e bestie bovine poterono cogliere nel loro ritorno.Erasi postato l'esercito spagnuolo sotto Piacenza, e quivi fortificato con buoni trincieramenti, guerniti di molta artiglieria. Gran copia ancora di cannoni si stendeva sulle mura della città. Passata laspianata, ch'è intorno ad essa città, e sulla strada maestra dalla parte di levante, stava situato il seminario di San Lazzaro, fabbrica grandiosa, eretta con grandi spese dalcardinale Alberoni, per quivi educare gratis e istruire i cherici di Piacenza sua patria. In quel magnifico edifizio furono posti di guardia due mila Spagnuoli, ed alzate fortificazioni all'intorno. Ma da che l'esercito austriaco ebbe passata la Nura, ansioso d'accostarsi il più che fosse possibile a Piacenza, determinò di sloggiare di colà i nemici. Pertanto nel dì 18 di maggio si avanzarono alla volta d'esso seminario alcuni battaglioni con artiglierie, e tutta la prima linea dell'armata si mise in ordine di battaglia per sostenerli, con risoluzione ancora di venire ad un fatto d'armi, se fossero accorsi gli Spagnuoli, per maggiormente contrastare quel sito. Ma eglino punto non si mossero; e però, dopo avere quel presidio mostrato per un pezzo la fronte agli aggressori, prese il partito di cedere il luogo, con ritirarsi alla città. Le cannonate contra d'essa fabbrica sparate dagli Austriaci per impadronirsene, e poi le altre degli Spagnuoli per incomodargli, dappoichè se ne furono impadroniti, sommamente danneggiarono, anzi ridussero quasi come uno scheletro quel grande edifizio. Il cardinale, che costante volle dimorare in Piacenza, senza punto alterarsi o scomporsi, ne mirò l'eccidio. Con tale acquisto si stese la prima linea degli Austriaci in vicinanza del seminario suddetto; dalla parte ancora della collina furono tolte agli Spagnuoli alcune cascine, il castello di Ussolengo, ed altri siti sino alla Trebbia; sicchè da quella parte ancora fu ristretta Piacenza. Alzatesi poi a San Lazzaro da' Tedeschi alcune batterie di cannoni e mortari, cominciarono nel fine del mese di maggio colle bombe ad infestare la città; così che convenne a quegli abitanti di evacuare i monisteri e le case dalla parte orientale della medesima, benchè in fine si riducesse a poco il loro danno per la troppa lontananza delle batteriee de' mortari nemici. Riuscì ancora nel dì 4 di giugno agli Austriaci di occupare di là dalla Trebbia a forza d'armi il castello di Rivalta, con farvi prigionieri circa cinquecento uomini di fanteria ed alcuni pochi di cavalleria. Anche Monte Chiaro si arrendè ai medesimi Austriaci.Certo è che non poco svantaggiosa oramai compariva la situazion degli Spagnuoli, perchè confinati nell'angustie dei loro trincieramenti intorno alla città, e colla comunicazione di Genova, divenuta pericolosa per le scorrerie degli Usseri. Peggiore senza paragone si scorgeva lo stato di quella cittadinanza, chiusa entro le mura, col suo territorio e poderi tutti in mano dei nemici, senza speranza di ricavarne alcun fruito, e colla sicurezza di ritrovar la desolazione dappertutto. Scarseggiavano essi in oltre di viveri, senza potersene provvedere, al contrario degli Spagnuoli, che pel ponte del Po scorrendo di tanto in tanto nel Lodigiano e Pavese, ne riscotevano contribuzioni, e ne asportavano bestiami ed altre vettovaglie per loro uso. Ma nè pure dal canto loro aveano di che ridere gli Austriaci, perchè imbrogliati dalla sagacità del generale conte di Gages, che, coll'essersi posto a cavallo del Po, frastornava ogni loro progresso, e gli obbligava a tener divise le loro forze nel di qua e nel di là. Se avessero voluto ingrossarsi molto sul Piacentino, avrebbero lasciati troppo esposti alle scorrerie e ai tentativi degli Spagnuoli i territorii di Lodi, Pavia e Milano. E se infievolivano l'oste di qua, per soccorrere il di là, si poteano aspettare qualche brutto scherzo dai nemici, ai quali era facile l'unirsi tutti in Piacenza. Cagion fu questa divisione che sul principio di giugno liberamente scorse un grosso distaccamento di Spagnuoli sino a Lodi. Entrato nella città, ne fece chiudere tosto le porte; volle il pagamento della diaria per due mesi; occupò tutto il danaro dei dazii e della cassa regia, ed intimò una contribuzione al pubblico. Poscia preso quanto di sale, farina, legumi,formaggio e carne porcina si trovò in quelle botteghe e magazzini, dopo avere ordinato che coll'imposta contribuzione fossero soddisfatti i particolari, tutto portarono a salvamento in Piacenza.Mentre in questa inazione dimoravano intorno a Piacenza le due nemiche armate, nel dì 13 di giugno si cominciò a prevedere qualche novità, stante l'essersi mosso con tutta la sua gente (erano circa dodici mila combattenti) ilmaresciallo di Mailleboisalla volta di Piacenza. Schivò egli nella marcia le truppe del re di Sardegna che erano in moto contra di lui. Per aver egli abbandonato Novi, ricca terra de' Genovesi, non trovarono difficoltà i Piemontesi ad entrarvi, ed imposero tosto a quel popolo una contribuzione di ducento mila lire di Genova. Si spinsero ancora sotto Serravalle, terra già del Tortonese, e ceduta dai Gallispani ai Genovesi. Nel dì 14 s'unirono con gli Spagnuoli in Piacenza le truppe suddette franzesi; colà ancora erano stati richiamati tutti i distaccamenti inviati di là da Po. Non mancarono spie che riferirono all'esercito austriaco questi andamenti dei Gallispani, nè molto studio vi volle per comprendere la lor voglia di venire ad un fatto d'armi. Il perchè notte e giorno stettero in armi i Tedeschi, per non essere colti sprovvisti, e fu chiamato da Firenzuola il supremo comandanteprincipe di Lictenstein, che colà trasferitosi per cercare riposo alla sua indisposizione d'asma, avea lasciata la direzion dell'armi, almarchese Antoniotto Botta Adorno, cavaliere di Malta, generale di artiglieria, a cui per l'anzianità del grado conveniva appunto quel comando. Fu anche richiamata al campo la maggior parte della gente comandata dal generale Roth, che era a Pizzighettone. Dappoichè nel dì 15 di giugno ebbero preso riposo le truppe franzesi, e dopo avere il maresciallo di Maillebois, il duca di Modena e il generale Gages nel consiglio di guerra tenuto in camera del real infante don Filippo, stabilita la maniera di procedereal meditato conflitto, sull'imbrunir della sera cominciarono ad ordinare col maggior possibile silenzio le loro schiere; formando tre principali colonne, per assalire da tre parti il campo tedesco. Tale era il loro disegno. L'ala diritta, comandata dal Maillebois coi Franzesi, rinforzati da alquanti battaglioni e squadroni spagnuoli, dovea pervenire alla collina, e, dietro ad essa camminando, assalire alla schiena il nemico accampamento, dove nè buoni trincieramenti, nè preparamento di artiglierie si ritrovavano. Dovea fare altrettanto l'ala sinistra, marciando al Po morto per le due vie, l'una maestra e l'altra più breve, che da Piacenza guidano verso Cremona. Il centro o sia corpo di battaglia, che era in faccia al seminario di San Lazzaro sulla via maestra o sia Claudia, dovea tenere a bada ed occupar l'altre forze degli Austriaci, la prima linea de' quali era postata in vicinanze d'esso seminario, e la seconda non molto distante dal fiume Nura. Conto si facea che l'oste austriaca ascendesse a circa trentacinque o quaranta mila combattenti, e la gallispana a quarantacinque mila; se non che voce comune correa fra essi Spagnuoli e Franzesi d'esser eglino superiori di quindici mila persone ai nemici; talmente che, attesa la decantata presunzione, che i più vincono i meno, non si può dire con che allegria e coraggio uscissero di Piacenza e fuori de' lor trincieramenti le truppe gallispane, parendo a ciascuno di andare non ad un pericoloso cimento, ma ad un sicuro trionfo. All'oste austriaca non mancarono sicuri avvisi di quanto meditavano i nemici, e però si trovarono ben preparati a quella fiera danza.Sulla mezza notte adunque precedente il dì 16 di giugno marciò segretamente il maresciallo franzese Maillebois colle sue milizie, e dopo aver occupato Gossolengo, credette di prendere il giro sotto la collina; ma o perchè mal guidato, o perchè non fossero a lui noti tutti i posti avanzati de' Tedeschi, andò adurtare in alcune cascine guernite dai medesimi, e quivi si cominciò a far fuoco, e a metter l'all'armi in tutto il campo austriaco. Oltre alla strage di molti Schiavoni, Usseri ed altri, che erano, o accorsero in quella parte, fecero prigionieri circa quattrocento uomini, che tosto inviarono alla città con due piccioli pezzi di cannone presi: il che fece credere in Piacenza già sbaragliati i nemici. Tutti poi in galleria pel primo buon successo, marciarono verso la strada di Quartizola, dove il generale austriacoconte di Broun, che comandava l'ala sinistra, gli stava aspettando con alquanti cannoni d'un ridotto carichi a cartoccio. Non sì tosto si presentarono sul far del giorno i Franzesi ai trincieramenti nemici, che furono salutati con lor grave danno da quei bronzi. Ciò non ostante, a' fianchi e alla schiena assalirono i ridotti degl'Austriaci, e il conflitto fu caldo, ma senza che essi potessero superar i gran fossi della circonvallazione. Trovandosi all'incontro esposti alle palle due o tre de' migliori reggimenti Tedeschi di cavalleria, ed impazientatisi, chiesero più d'una volta al generale Lucchesi di poter uscire in aperta campagna contra de' Franzesi. Bisognò in fine di esaudirli. Stupore fu il vedere come questi cavalli passarono un alto e largo fosso del canale di San Bonico, e s'avventarono contro la fanteria franzese. Non aveva quivi seco il Maillebois che circa cinquecento cavalli, essendo restato addietro il maggior nerbo della sua cavalleria: del che può essere che fusse a lui poscia fatto un reato di poco maestria di guerra nella corte di Francia. Caricata dunque la fanteria franzese dall'urto della nemica cavalleria, maraviglia non è, se cominciò a piegare e a ritirarsi il meglio che potè, ma con grave sua perdita e danno. In meno di tre ore terminò quivi il combattimento, e con ciò rimasta libera l'ala sinistra degli Austriaci, potè somministrar poscia de' rinforzi alla destra, la quale nello stesso tempo era stata assalita a' fianchidagli Spagnuoli condotti dal generaleconte di Gagese da altri lor generali.Quivi fu il maggior calore delle azioni guerriere, e durò il fiero combattimento fin quasi alla sera. Aveano essi Spagnuoli con gran fatica passato il Po morto; dopo di che si scagliarono contro i ridotti del campo nemico; alcuni ne presero, e s'impadronirono di qualche batteria; ma vennero anche costretti dalla forza degli avversarii a retrocedere. Per più volte rinovarono gli assalti e progressi con far tali maraviglie di valore, spezialmente i soldati valloni, che confessarono dipoi gli stessi Austriaci di essere stati più volte sull'orlo di vedere dichiarata la fortuna per gli Spagnuoli. Ma così forte resistenza fecero, e buon provvedimento diedero da quella parte i generaliBerenclaueBotta Adorno, che furono in fine respinti gli aggressori, e posto fine allo spargimento del sangue. Fu detto che anche il centro di battaglia de' Gallispani s'inoltrasse verso il seminario di San Lazzaro, e che ancora se ne impadronisse; ma che dal conte Gorani fosse bravamente ricuperato quel sito. Altri v'ha che niegano tal fatto. Bensì è certo che il general comandanteprincipe di Lictensteinin questo terribil conflitto accudì a tutte le parti, esponendo sè stesso anche ai maggiori pericoli; e da che gli fu ucciso sotto un cavallo, allora prese la corazza. Sentimento ancora fu di alcuni, che se gli Spagnuoli avessero condotta seco la provvision necessaria di assoni e fascine, per passare i fossi profondi e pieni d'acqua degli Austriaci, avrebbero probabilmente cantata la vittoria. Comunque ciò fosse, convien confessare che non giuocarono a giuoco eguale queste due armate. Tenevano i Tedeschi per tutto il campo loro delle buone fortificazioni, de' fossi e contraffossi pieni d'acqua, e dei ridotti ben guerniti di artiglierie. Negli stessi fossi sott'acqua erano posti cavalli di Frisia, nei quali s'infilzava o imbrogliava chi si metteva a passarli. Trovaronsi anche letruppe tedesche non sorprese, ma ben preparate e disposte al combattimento. Il generaleconte Pallavicinicomandando la seconda linea, senza che fosse più frastornato dai nemici, inviava di mano in mano rinforzi a chi ne abbisognava. Questa vantaggiosa situazion di cose quanto giovò ad essi, altrettanto pregiudicò agli sforzi de' Gallispani, obbligati ad andare a petto aperto contro la tempesta dei cannoni e fucili nemici, e fermati di tanto in tanto da' ridotti e fossi suddetti, per cagion de' quali poco potè la lor cavalleria far mostra del suo valore. Però avendo anch'essi provato che non si potea superare quella forte barriera di uomini, cavalli, artiglierie e fortificazioni, finalmente tanto essi che i Franzesi se ne tornarono in Piacenza con volto e voce ben diversa da quella con cui ne erano usciti.Non si potè mettere in dubbio che la vittoria restasse agli Austriaci, e fossero giustamente cantati i loroTe Deum. Imperciocchè, oltre all'esser eglino rimasti padroni del campo, guadagnarono qualche pezzo di cannone, e più di venti fra bandiere e stendardi, e una gravissima percossa diedero alla nemica armata. Fu creduto che intorno a cinque mila fossero i morti dalla parte de' Gallispani, più di due mila i prigionieri sani, e almeno due mila i feriti, che rimasti sul campo furono anch'essi presi per prigioni, e rilasciati poscia ai nemici uffiziali. Pretesero altri di gran lunga maggiore la loro perdita. Spezialmente delle guardie vallone e di Spagna, e di due reggimenti franzesi, pochi restarono in vita. Chi ancora dal canto di essi volle disertare, seppe di questa occasione ben prevalersi, e furono assaissimi. Quanto agli Austriaci, si sa che alcuni loro reggimenti rimasero come disfatti; ma le relazioni d'essi appena fecero ascendere il numero de' lor morti, feriti e prigionieri a quattro mila persone. Sparsero voce all'incontro gli Spagnuoli di aver fatto prigioni in tale occasione più dimille e cinquecento nemici. Se ne può dubitare. Certo è che i Franzesi si dolsero degli Spagnuoli, ma questi ancora molto più si lamentarono de' Franzesi, rovesciando gli uni su gli altri la colpa della male riuscita impresa. Il più sicuro indizio nondimeno degli esiti delle battaglie, e de' guadagni e delle perdite, si suol prendere dai susseguenti fatti. Certo è che i Gallispani, benchè tanto indeboliti, pure o per necessità, o per far credere che un lieve incomodo avessero sofferto nella pugna suddetta, più vigorosi che mai si fecero conoscere poco dipoi. Cioè quasichè nulla temessero, anzi sprezzassero il campo nemico assediatore di Piacenza, da che ebbero lasciato un sufficiente corpo di gente alla difesa delle loro straordinarie fortificazioni, con più di dieci mila combattenti passato sui loro ponti il Po, si stesero a Codogno, San Colombano ed altri luoghi del Lodigiano. Un corpo ancora di Franzesi passò il Lambro, per raccogliere foraggi dal Pavese. Trovossi allora la città di Lodi in gravissimi affanni, perchè, entrativi gli Spagnuoli, richiesero a quel popolo quindici mila sacchi di grano, altrettanti di avena o segala, e sei mila di farina, e tutto nel termine di due giorni. Colà eziandio comparvero più di tre mila muli per caricar tanto grano, e condurlo al loro quartier generale di Fombio e a Piacenza: città divenuta in questi tempi un teatro di miserie. Piene erano tutte le case di feriti; per le strade abbondavano le braccia e gambe tagliate, e i cadaveri de' morti; gran fetore dappertutto; e intanto il povero popolo faceva le crocette per la scarsezza de' viveri. Buona parte de' religiosi non potendo reggere in tali angustie, e non pochi ancora dei nobili si ritirarono chi a Milano, chi a Crema, ed altri luoghi. Chiunque non potè di meno, rimase esposto a molti involontarii digiuni. Nelle precedenti guerre aveano le città di Piacenza e Parma goduto di molte esenzioni e privilegii: ecco che secondo le umane vicende sopradi loro piovvero a dismisura i disastri, ma più senza comparazione sulla prima che sulla seconda. Fra Piacenza e Genova era in questi tempi interrotta ogni comunicazione, attesa la permanenza delle soldatesche piemontesi in Novi.Ancorchè non desistessero gli Austriaci di tenersi forti e copiosi nei loro trincieramenti sotto Piacenza, minacciando scalate ed altri tentativi, pure il teatro della guerra parea trasportato di là da Po sul Lodigiano sino al Lambro e all'Adda. Quivi gli Spagnuoli dall'un canto e i Franzesi dall'altro faceano alla lunga e alla larga da padroni coll'esterminio di quei poveri contadini ed abitanti, ai quali nulla si lasciava di quello che serviva al bisogno del campo e alla particolare avidità d'ogni soldato. Giugnevano i loro distaccamenti a Marignano, e fino in vicinanza di Milano e Pavia, mettendo quel paese tutto in contribuzione. Gran suggezione ancora recavano al forte della Ghiara, anzi allo stesso Pizzighettone; giacchè aveano gittato un ponte sull'Adda, e ricavavano da Crema co' loro danari molte provvisioni, delle quali abbisognavano. Per ovviare a questi andamenti degli Spagnuoli, furono spediti grossi rinforzi di gente al generale Roth comandante in Pizzighettone, e si accrebbero le guernigioni di Cremona e Guastalla. E perciocchè si prevedeva che, a lungo andare, non avrebbero potuto sussistere i Gallispani in quel ristretto territorio, senza più potere ricevere nè genti, nè munizioni da guerra da Genova; corse sospetto che i medesimi potessero tentare di mettersi in salvo col passare o di qua o di là dell'Adda verso il Cremonese e Mantovano. Ma queste erano voci del solo volgo. Intanto ilre di Sardegna, seriamente pensando ai mezzi più pronti per procedere contro i Gallispani, venne col nerbo maggiore delle sue forze verso la metà di luglio alla Trebbia, e fece con tal diligenza gittare un ponte sul Po a Parpaneso, e passare di là il generaleconte di Sculemburgocon assaimilizie, che si potè assicurarne la testa, ed essere in istato di ripulsare i nemici, se fossero venuti per impedirlo, siccome seguì, ma senza alcun profitto. Ciò eseguito, nel dì 16 di luglio gli Austriaci accampati sotto Piacenza, dopo aver fatto spianare i loro ridotti e batterie, e messe in viaggio tutte le artiglierie, munizioni e bagagli, levarono il campo, e s'inviarono alla volta della Trebbia, abbandonando in fine i contorni della misera città di Piacenza. Prima di mettersi in viaggio, minarono il seminario di San Lazzaro, per farlo saltare in aria; non ne seguì già il rovesciamento da essi preteso: tuttavia qualche parte ne rovinò, e se ne risentirono tutte le muraglie maestre, riducendosi quel grande edifizio ad uno stato compassionevole, benchè non incurabile. Fermossi l'oste austriaca alla Trebbia, e i generalimarchese Botta Adorno,conte Broune diLinden, colla uffizialità maggiore si portarono ad inchinare il re di Sardegna, il quale assunse il comando supremo di tutta l'armata. Tennesi poi fra loro un consiglio generale di guerra, a fine di determinar le ulteriori operazioni della presente campagna. Per l'allontanamento de' Tedeschi ognun crederebbe che si slargasse di molto il cuore agl'infelici Piacentini dopo tanti patimenti sofferti in così lungo assedio. Ma appena poterono eglino passeggiar liberamente per li contorni, che videro un orrido spettacolo di miserie, nè trovarono se non motivi di pianto. Per più miglia all'intorno quelle case che non erano diroccate affatto, minacciavano almeno rovina; erano fuggiti i più de' contadini; perite le bestie; si scorgeva immensa la strage degli alberi. E come vivere da lì innanzi, essendo in buona parte mancato il raccolto presente, e tolta la speranza di ricavarne nell'anno appresso, non restando maniera di coltivar le terre? Molto oro, non si può negare, sparsero gli Spagnuoli per le botteghe di quella città, per provvedersi massimamente di panni e drapperie; ma il resto del popolo languivaper la povertà e penuria de' grani. Per sopraccarico venuti i Franzesi, nè potendo ottenere dagli Spagnuoli frumento o farine, richiesero, sotto pena della vita, nota fedele di quanto se ne trovava presso dei cittadini; e ne vollero la metà per loro. Non andarono esenti dalla militar perquisizione nè pure i monisteri delle monache.In questa positura erano gli affari della guerra in Lombardia, quando eccoti portata da corrieri la nuova d'una peripezia che ognun conobbe d'incredibile importanza per la Francia, e per chiunque avea sposato il di lei partito. Il Cattolico monarca delle SpagneFilippo Vgodeva al certo buona salute; ma per la mente troppo affaticata in addietro era divenuto, per così dire, una pura macchina. Assisteva a' consigli, ma più per testimonio che per direttore delle risoluzioni. Queste dipendevano dal senno de' suoi ministri, e più dai voleri della regina consorteElisabetta Farnese, i cui principali pensieri tendevano sempre all'esaltazione de' proprii figli. Da molti anni in qua usava il re di fare di notte giorno, costume preso allorchè soggiornò in Siviglia. Nel dopo pranzo adunque del dì 9 di luglio, quando stava per levarsi di letto, fu sorpreso da un mortale deliquio, alcuni dissero di apoplessia, ed altri di rottura di vasi, che in sette minuti il privò di vita. Mancò egli fra le braccia della real consorte in età di anni sessantadue, sei mesi e giorni venti, essendo inutilmente accorsi i medici e il confessore. Morto ancora il trovarono i reali infanti. Lasciò questo monarca fama di valore, per avere ne' tanti sconcerti passati del regno suo intrepidamente assistito in persona alle militari imprese; maggiore nondimeno fu il concetto che restò dell'incomparabile sua pietà e religione, in ogni tempo conservata, con pari tenore di vita, talmente che fu creduto esente da qualunque menoma colpa di piena riflessione. Tanto nondimeno i suoi popoli che i suoi avversarii notarono in luipeccata Caesaris, per le tanteguerre non necessarie che impoverirono i suoi sudditi con arricchir gli stranieri, e per la poca fermezza ne' suoi trattati. Ma son soggetti anche i buoni regnanti alla disavventura di aver ministri che sanno dar colore di giustizia ai consigli dell'ambizione, e far credere la ragione di Stato una legge superiore a quella del Vangelo. A così glorioso regnante succedette il real principe d'Asturiasdon Ferdinando, figlio del primo letto, nato nell'anno 1713 a dì 23 di settembre daMaria Luisa Gabriella di Savoia. Avea questo nuovo monarca fin l'anno 1729 sposata l'infantedonna Maria Maddalena di Portogallo; e per quanto appariva agli occhi degli uomini, gareggiava col padre, se non anche andava innanzi, nella pietà e religione. Gran saggio diede egli immediatamente dell'animo suo eroico, col confermare tutte le cariche (anche mutabili) conferite dal re suo genitore, e fin quelle di chi avea poco curata, anzi disprezzata, la di lui persona in qualità di principe ereditario. Vie più ancora si diede a conoscere l'insigne generosità del suo cuore pel gran rispetto e per le finezze ch'egli usò verso la regina sua matrigna, approvando per allora tutti i lasciti a lei fatti dal re defunto, e non volendo ch'ella si ritirasse in altra città, ma soggiornasse in Madrid; al qual fine la provvide per lei e pelcardinale infantedi due magnifici palagi uniti, e di tutti i convenevoli arredi del lutto. Osservossi eziandio in lui (cosa ben rara) un tenero amore verso de' suoi reali fratelli, e massimamente verso dell'infantedon Carlore delle Due Sicilie. Per conto poi d'essa real matrigna, e per varii assegnamenti fatti dal re defunto, si presero col tempo delle alquanto diverse risoluzioni.Arrivata la nuova di questo inaspettato avvenimento in Italia e in tutti i gabinetti d'Europa, svegliò la gioia in alcuni, il timore in altri, riflettendo ciascuno che poteano provenire mutazioni di massime, essendo sopra tutto insorta opinione che questo principe, perchènato in Ispagna, tuttochè della real casa di Borbone, sarebbe re spagnuolo, e non più franzese; e che la Spagna uscirebbe di minorità e tutela, quasichè in addietro nel gabinetto di Madrid dominasse al pari che in quello di Versaglies, la corte di Francia. Non passò certamente gran tempo che gl'Inglesi, con rivolgersi al re di Portogallo, per mezzo suo cominciarono a far gustare al nuovo re proposizioni di concordia e pace. Men diligenti non furono al certo i Franzesi a mettere in ordine le batterie della loro eloquenza, per contenerlo nella già contratta alleanza: con qual esito, si andò poi a poco a poco scoprendo. Ma in questi tempi un altro impensato accidente riempiè di duolo la corte di Francia. Si era già sgravata col parto d'una principessa la moglie del delfino di FranciaMaria Teresa, sorella del nuovo monarca spagnuolo; quando sopraggiunta una febbre micidiale, nel termine di tre giorni troncò lo stame del di lei vivere nel dì 23 di luglio in età di poco più di vent'anni. Andava intanto il re di Sardegna insieme co' generali tedeschi meditando qualche efficace ripiego, per costringere i Gallispani ad abbandonare la città e l'afflitto territorio di Lodi. Fu perciò ordinato al generale conte di Broun di passare il Po a Parpaneso con un grosso corpo d'armati, e di occupare la riva di là del Lambro. Sul principio d'agosto anche lo stesso re sardo colle maggiori sue forze passò colà a fine di ristrignere gli Spagnuoli non men da quella parte che da quella di Pizzighettone. Uniti poscia i Piemontesi ed Austriaci ebbero forza di passare sull'altra parte del Lambro, e di piantare due ponti su quel fiume, alla cui sboccatura s'era fortificato ilmaresciallo di Maillebois, stando a cavallo del medesimo. Furono cagione tali movimenti che gli Spagnuoli si ritirarono dall'Adda. Abbandonato anche Lodi, inviarono a Piacenza le loro artiglierie e munizioni, raccogliendosi tutti a Codogno e Casal Pusterlengo. Precorse intanto voce che perl'ordine del novello re di SpagnaFerdinando VIcirca sei mila Spagnuoli, già mossi per passare in Italia, non progredissero nel viaggio, e fosse anche fermata gran somma di danaro, che s'era messo in cammino a questa volta: tutti preludii di cangiamento d'idee in quella corte.Non poteano in fine più lungamente mantenersi nel di là da Po i Gallispani, troppo inferiori di forze ai loro avversarii, perchè sempre più veniva meno il foraggio con altre provvisioni, nè adito restava di procacciarsene senza pericolo. Stavano i curiosi aspettando di vedere qual via essi eleggerebbono, cioè se quella di ritirarsi verso Genova, o pure d'inviarsi alla volta di Parma; nè mancavano gli Austriaco-Sardi di stare attenti a qualunque risoluzione che potesse prendere la nemica armata; al qual fine il generalemarchese Botta Adornocon più migliaia di Tedeschi s'era postato di qua dalla Trebbia verso la collina, per accorrere, ove il chiamasse la ritirata de' Gallispani. Fu anche spedito il conte Gorani con alcune compagnie di granatieri e di cavalleria al ponte di Parpaneso per vegliare agli andamenti de' nemici, caso che tentassero di voler passar il Po verso la bocca del Lambro, e per dar loro anche dell'apprensione. Tennero intanto i Gallispani consiglio segreto di guerra, per uscire di quelle strettezze. Fu detto che fossero diversi i sentimenti del consiglio di guerra, e fra gli altri del Gages e Maillebois, tra' quali passarono parole assai calde. Proponeva il Gages di ridursi in Piacenza, dove non mancavano provvisioni per due ed anche per tre settimane, persuaso che i nemici per mancanza di foraggi non avrebbero potuto fermarsi di là dalla Trebbia; nè a cagion del puzzo tornare sotto Piacenza: sicchè sarebbe restato libero il ritirarsi a Tortona. Ma prevalse in cuore del reale infante il parere del Maillebois, perchè creduto migliore, o perchè parere franzese. Nella notte dunque precedente al dì 9 diagosto i Gallispani, lasciate scorrere pel fiume Lambro nel Po le tante barche da loro adunate, con somma diligenza si diedero a formar due ponti sopra esso Po, e per tutto quel giorno attesero a passare di qua coll'intera loro armata, cannoni e bagaglio; e nella notte e dì seguente, dopo avere rotti i ponti, cominciarono a sfilare alla volta di Castello San Giovanni. Ma essendo giunto l'avviso della loro ritirata al suddetto generale marchese Botta, prese egli una risoluzione non poco ardita, e che fu poi scusata per la felicità del successo: cioè di portarsi ad assalire i nemici, tuttochè il corpo suo forse non giugnesse a sedici mila armati; laddove quel de' nemici si faceva ascendere a ventisette mila, computati quei che nello stesso dì uscirono di Piacenza. Contro le istruzioni a lui date era prima passato di qua dal Po pel ponte di Parpaneso il conte Gorani col suo picciolo distaccamento. Per farsi onore, fu egli il primo a pizzicare la retroguardia dei Gallispani, che era pervenuta a Rottofreddo in vicinanza del picciolo fiume Tibone; e all'incontro di mano in mano che andavano arrivando i battaglioni del generale Botta, entravano in azione. Fu dunque obbligata la retroguardia suddetta a voltar faccia, e a tenersi in guardia, colla credenza che ivi fosse tutto il forte degli Austriaci, cioè senza avvedersi di combattere sulle prime contra di pochi, che si poteano facilmente avviluppare o mettere in rotta. Andò perciò sempre più crescendo il fuoco, finchè giunti tutti i Tedeschi, divenne generale il conflitto. Fu spedito all'infante, pervenuto già col duca di Modena e col corpo maggiore di sua gente a Castello San Giovanni, acciocchè inviasse soccorso, siccome fece, con alcuni reggimenti di cavalleria. Era allora alto il frumentone, o sia grano turco; coperti da esso combattevano i fucilieri tedeschi. Giocavano la artiglierie, e massimamente una batteria di quei cannoni alla prussiana, che presto si caricano, nè occorre rinfrescarli che dopomolti tiri, posta dagli Austriaci sopra un picciolo colle caricata a sacchetti. Appena si accostarono alla scoperta le nemiche schiere, che con orrida gragnuola si trovarono flagellate. Per più ore durò il sanguinoso cimento; rispinta e più di una volta fu messa in fuga la fanteria tedesca dalla cavalleria spagnuola; finchè giunto a quella danza anche ilmarchese di Castellar, che seco conduceva il presidio di Piacenza, consistente in cinque mila combattenti, gli Austriaci si ritirarono, tanto che potè l'oste nemica continuare il viaggio, e giugnere in secreto al suddetto castello di San Giovanni. Si venne poscia ai conti, e fu creduto che restassero sul campo tra morti e feriti quasi quattromila Gallispani, e che almeno mille e ducento fossero i rimasti prigioni, senza contare quei che disertarono; perciocchè abbondando l'oste spagnuola della ciurma di molte nazioni, non mai succedeva fatto d'armi o viaggio, che non fuggisse buona copia di essi. Restò il campo in poter dei Tedeschi con circa nove cannoni, e undici tra bandiere e stendardi; ma in quel campo si contarono anche di essi tra estinti e feriti circa quattro mila persone. Vi lasciò la vita fra gli altri uffiziali il valoroso generalebarone di Berenclau, e tra i feriti furono i generaliPallavicini, conte Serbelloni, Voghtern, AndlaueGorani. Di più non fecero i Gallispani, perchè loro intenzione era non di decidere della sorte con una battaglia, ma bensì di mettere in salvo i loro sterminati bagagli, e di ritirarsi. Fu nondimeno creduto che se il conte di Gages avesse saputa l'inferiorità delle forze nemiche, potuto avrebbe in quel giorno disfare l'armata tedesca.Non sì tosto ebbe fine l'atroce combattimento, che sull'avviso della secreta partenza del marchese di Castellar da Piacenza un distaccamento austriaco si presentò sotto quella città, e ne intimò immediatamente la resa; e perchè non furono pronti i cittadini a spalancar le porte, per aver dovuto passar di concertocoi Gallispani, ivi rimasti o malati o feriti, si venne alle minaccie d'ogni più aspro trattamento. Uscirono in fine i deputati della città, e dopo aver giustificati i motivi del loro ritardo, fu conchiuso il pacifico ingresso de' Tedeschi nella medesima sera, con rilasciare libero il bagaglio alla guernigione gallispana tanto della città che del castello, la quale restò in numero di ottocento uomini prigioniera di guerra. Vi si trovò dentro più di cinque mila (altri scrissero fino ad otto mila) tra invalidi, feriti ed infermi, compresi fra essi quei della precedente battaglia; più di ottanta pezzi di grosso cannone, oltre ai minori; trenta mortari, e quantità grande di palle, bombe, tende ed altri militari attrezzi, con varii magazzini di panni e tele, di grano, riso e fieno entro e fuori delle mura. Presero gli Austriaci il possesso di quella città; ed ancorchè nei dì seguenti vi entrassero i ministri, e un corpo di gente del re di Sardegna che ne ripigliò il civile e militare governo, pure anch'essi continuarono ivi il loro soggiorno per guardia delle artiglierie e de' magazzini, finchè si ultimasse la proposta divisione di tutto, cioè della metà d'essi per ciascuna delle corti. Allora fu che veramente sotto l'afflitta città di Piacenza ebbe fine il flagello della guerra militare; ma un'altra vi cominciò non men lagrimevole della prima. Gli stenti passati, il terrore, ma più di ogni altra cosa il puzzore e gli aliti malefici di tanti cadaveri di uomini e di bestie seppelliti (e non sempre colle debite forme) tanto in quella città che nei contorni, cagionarono una grande epidemia negli uomini: dura pensione provata tante altre volte dopo i lunghi assedii delle città. Ne seguì pertanto la mortalità di molta gente, talmente che in qualche villa non potendo i preti accorrere da per tutto; senza l'accompagnamento loro si portavano i cadaveri alle chiese.Era già pervenuta a Voghera l'armata gallispana, ridotta, per quanto si potè congetturare, a quattordici mila Spagnuolie sei mila Franzesi, inseguita sempre e molestata nel viaggio da Usseri e Schiavoni. Giacchè i Piemontesi non aveano voluto aspettare in Novi l'arrivo di tanti nemici, e s'era perciò aperta la comunicazione de' Gallispani con Genova, ed inoltre un corpo di circa otto mila tra Franzesi e Genovesi, condotto dalmarchese di Mirepoix, scendendo dalla Bocchetta, era venuta sino a Gavi, per darsi mano con gli altri: venne dal maresciallo di Maillebois e dal generale conte di Gages, nel consiglio tenuto col reale infante e col duca di Modena, fissata l'idea di far alto in essa Voghera; ed ordinato a questo fine che si facesse per tre giorni un general foraggio per quelle campagne. Ma ecco improvvisamente arrivar per mare da Antibo ilmarchese della Mina, o siade las Minas, spedito per le poste da Madrid, che giunto a Voghera, dopo aver baciate le mani all'infantedon Filippo, presentò le regie patenti, in vigor delle quali, siccome generale più anziano del Gages, assunse il comando dell'armi spagnuole in Lombardia, subordinato bensì in apparenza ad esso infante, ma dispotico poi infatti. Ordinò egli pertanto che tutte le truppe di Spagna si mettessero in viaggio a dì 14 d'agosto alla volta di Genova. Per quanto si opponessero con varie ragioni i Franzesi, non si mutò parere; laonde anch'essi, scorgendo rovesciate tutte le già prese misure, per non restar soli indietro, si videro forzati alla ritirata medesima. Marciava questa armata verso la Bocchetta, e già scendeva alla volta di Genova, facendosi ognuno le meraviglie per non sapere intendere come que' generali pensassero a mantenere migliaia di cavalli fra le angustie e le sterili montagne di quella capitale: quando in fine si venne a svelar l'intenzione del generale della Mina, o, per dir meglio, gli ordini segreti a lui dati dal gabinetto della sua corte, cioè di prender la strada verso Nizza, e di menar le sue genti fuori d'Italia. Di questa risoluzione, che fece trasecolare ognuno, si videro inbreve gli effetti; perchè egli, dopo avere spedito per mare tutto quel che potè di artiglierie, bagagli ed attrezzi, senza ascoltar consigli, senza curar le querele altrui, cominciò ad inviare parte delle sue truppe per le sommamente disastrose vie della riviera di Ponente verso la Provenza. L'infante don Filippo e il duca di Modena, rodendo il freno per così impensata e disgustosa mutazione di scena, si videro anch'essi forzati dopo qualche tempo a tener quella medesima via, non sapendo spezialmente il primo comprendere come s'accordassero con tal novità le proteste del fratello re Ferdinando, di avere cotanto a cuore i di lui interessi. Fu allora che non pochi Italiani delle brigate spagnuole non sentendo in sè voglia di abbandonare il proprio cielo, seppero trovar la maniera di risparmiare a sè stessi il disagio di quelle marcie sforzate. Ilconte di Gagese ilmarchese di Castellars'inviarono innanzi per passare in Ispagna. Era il Castellar richiamato colà. Al Gages fu lasciato l'arbitrio di andare o di restar nell'armata; ma anch'egli andò.Pareva intanto che gli Austriaco-Sardi facessero i ponti d'oro a quella gente fuggitiva, quasichè non curassero più di pungerla o di affrettarla, come era seguito a Rottofreddo, e bastasse loro di vedere sgravata dalle lor armi la Lombardia. Ma tempo vi volle per ben assicurarsi delle determinazioni de' nemici. Chiarita la ritirata d'essi alla volta di Genova, allora passato il Po, andarono ilgenerale Broune ilprincipe di Carignanocon dodici mila armati ad unirsi a San Giovanni colgenerale Botta. Mossosi poi di là da Po anche il re di Sardegna, si avanzò sino a Voghera e Rivalta; dove concorsi tutti i generali, tenuto fu consiglio di guerra, e presa la risoluzione di procedere avanti contro di Genova. Opponevasi ai loro passi primieramente Tortona e poi Gavi. Perchè nella prima era restata una gagliarda guernigione di Spagnuoli e Genovesi, e gran tempo sarebbe costato l'espugnazion di quella piazza, solamente si pensòa strignerla con un blocco. A questa impresa furono destinati alquanti battaglioni, la metà austriaci e la metà savoiardi, che si postarono sulla collina contro la cittadella; al piano si stese un corpo di cavalleria. E perciocchè il più della lor gente a cavallo non occorreva per quell'impresa, e molto meno per la meditata di Genova, fu inviata a prendere riposo nel Cremonese, Modenese e Guastallese. Nel 19 d'agosto arrivò la vanguardia tedesca col generale Broun a Novi, bella terra del Genovesato, ma terra troppo bersagliata nelle congiunture presenti e sottoposta di nuovo ad una contribuzione più rigorosa delle precedenti. Il castello di Serravalle assalito dagli Austriaco-Sardi, e perseguitato con due mortari a bombe, non tenne forte che una giornata, e tornò all'ubbidienza del re di Sardegna. Fattesi poi le necessarie disposizioni, si prepararono gli Austriaci per inoltrarsi verso Genova, e nello stesso tempo il suddetto re colla maggior parte delle sue forze s'inviò verso le valli di Bormida ed Orba, per penetrare nella riviera genovese di Ponente verso Savona e Finale, a fine d'incomodar la ritirata de' nemici. Incredibil numero di cavalli perderono gli Spagnuoli nella precipitosa loro marcia per quelle strade piene di passi stretti, balze e dirupi. Tuttochè Gavi, vecchia fortezza, fosse mal provveduta di fortificazioni esteriori, però teneva tal presidio e treno d'artiglieria, che poteva incomodar di troppo i passaggi degli Austriaci, e la lor comunicazione colla Lombardia; fu perciò incaricato ilgenerale Piccolominidi formarne l'assedio; al qual fine da Alessandria furono spediti cannoni e bombe. Intanto verso il fine d'agosto s'inoltrò il grosso dell'armata austriaca per Voltaggio alla volta della Bocchetta, passo fortificato dai Genovesi, e guernito di alquante compagnie d'essi e di Franzesi. Dopo aver fatto i due generali Botta e Broun prendere le superiori eminenze del giogo, inviarono all'assalto di quel sito tre diversi staccamenti di granatieri efanti; e, se si ha da prestar fede alle relazioni loro, col sacrifizio di soli trecento de' loro uomini forzarono i Genovesi a prendere la fuga coll'abbandono de' cannoni e munizioni che quivi si trovarono. Pretesero all'incontro i Genovesi di avere sostenuto con vigore, e renduto vano il primo assalto degli Austriaci, e si preparavano a far più lunga resistenza, quando furono all'improvviso richiamati dal loro generale i Franzesi. Non avea mancato in questi tempi ilmaresciallo di Mailleboisd'incoraggire il governo di Genova, con fargli sapere l'assistenza delle truppe di suo comando, ed una risoluzione diversa da quella degli Spagnuoli, che tutti in fine erano marciati verso ponente. Ma non durò gran tempo la sua promessa, perchè, vago anch'egli di mettere in salvo sè stesso e tutta la sua gente, la fece sfilare verso la Francia, lasciando in grave costernazione l'abbandonata infelice città di Genova. Il tempo fece dipoi conoscere che dalla corte di Versaglies non dovette essere approvata la di lui condotta, perchè, richiamato a Parigi, fu posto a sedere, e dato il comando di quella molto sminuita armata al duca di Bellisle. Se crediamo a' Genovesi il loro comandante rimasto alla Bocchetta dopo l'abbandonamento de' Franzesi scrisse tosto al governo, per ricevere ordini più precisi, esibendosi di poter sostenere quel posto anche per qualche giorno. L'ordine che venne, fu ch'egli si ritirasse colla sua gente; laonde non durarono poi gli Austriaci ulteriore fatica per impadronirsene, con inseguir anche e pizzicare i fuggitivi Genovesi. Liberata da questo ostacolo l'oste austriaca, non trovò più remora a' suoi passi, e potè francamente calare buona parte d'essa sino a San Pier d'Arena a bandiere spiegate, dove nel dì 4 di settembre si vide piantato il suo quartier generale.Se battesse il cuore ai cittadini di Genova al trovarsi in così pericoloso emergente, ben facile e giusto è l'immaginarlo.Fin quando si vide l'esercito gallispano muovere i passi dalla Lombardia verso la loro città, ben s'era avveduto quel senato della brutta piega che prendevano i proprii interessi; e però furono i saggi d'avviso che si spedissero tosto quattro nobili alle corti di Vienna, Parigi Madrid e Londra, per quivi cercar le maniere di schivar qualche temuto anzi preveduto naufragio. Ma guai a quegl'infermi che, presi da micidial parosismo, aspettano la lor salute da' medici troppo lontani! Il perchè, peggiorando sempre più i loro affari, que' savii signori, già convinti d'essere abbandonati da ognuno, ed esposti ai più gravi pericoli, altra migliore risoluzione in così terribil improvvisata non seppero prendere, che di trattare d'accordo coi generali della regnante imperadrice. Non mancavano certamente, se alle apparenze si bada, forze a quel senato per difendere la città guernita di buone mura, anzi di doppie mura, di copiosa artiglieria e di grossi magazzini di grano, ed altri beni quivi lasciati dagli Spagnuoli, e con presidio di non poche migliaia di truppe regolate. Nè già avea lasciato in quella strettezza di tempo il governo di distribuir le guardie e milizie dovunque occorreva, e di disporre le artiglierie ne' siti più proprii per la difesa della città. Contuttociò battuti dalla parte di terra da' Tedeschi, angustiati per mare dalle navi inglesi, e perduta la speranza d'ogni soccorso, che altro potevano aspettar in fine, se non lo smantellamento delle lor suntuose case e delizie di campagna, ed anche la propria rovina e schiavitù? Nè pur sapeano essi ciò che si potessero promettere del numeroso bensì e vivace popolo di quella capitale, perchè popolo già mal contento, per essergli mancato il guadagno, e cresciuto lo stento, mentre da tanto tempo, sì dalla banda della Lombardia, che da quella del mare, veniva difficoltato il trasporto della legna, carbone, carni e varii altri commestibili; e forse popolo che declamava contro l'impegnodi guerra preso dal consiglio di alcuni più prepotenti de' nobili. Aggiungasi che fra la dominante nobiltà ed esso popolo passava bensì in tempo di quiete la corrispondenza convenevole dell'ubbidienza e del comando, ma non già assai commercio di amore, stante l'altura con cui trattavano que' signori il minuto popolo, già degradato dagli antichi onori e privilegii; talmente che non si potea sperare che alcun d'essi volesse sacrificar le proprie vite per mantenere in trono tanti principi, che sembravano non curar molto di farsi amare da' loro sudditi. E se i nemici fossero giunti a salutar la città colle bombe, potea la poca armonia degli animi far nascere disegni e desiderii di novità in quella gran popolazione. Finalmente si trovava la città sì sprovveduta di farine, che la fame fra pochi dì avrebbe sconcertate tutte le misure. Saggiamente perciò da quel consiglio fu preso lo spediente di non resistere, e di comperar più tosto coi meno svantaggiosi patti che fosse possibile la riconciliazione coll'imperadrice e coi suoi alleati, che di azzardarsi ad un giuoco in cui poteano perdere tutto.Eransi già accampate le truppe austriache alle spiaggie del mare, vagheggiando i movimenti di quello dai più d'essi non prima veduto elemento. Spezialmente sull'asciutte sponde della Polcevera non pochi reggimenti d'essi s'erano adagiati; nè sarebbe mai passato per mente a que' buoni Alemanni che quel picciolo torrente potesse, per così dire, in un istante cangiarsi in un terribil gigante. Ma nel dì 6 del suddetto settembre ecco alzarsi per aria un fiero temporale gravido di fulmini con impetuoso vento e pioggia dirotta, per cui scese sì gonfia di acque ed orgogliosa essa Polcevera, che trascinò in mare circa secento persone tra soldati, famigli ed anche alcuni uffiziali, assaissimi cavalli, muli e bagagli. Guai se questo accidente arrivava di notte, la terza parte dell'armata periva. Nel giorno stesso dei 4 in cui parte dell'esercitoaustriaco cominciò a giugnere a San Pier d'Arena, furono deputati dal consiglio di Genova alcuni senatori che andassero a riverire ilgenerale Broun, condottiere di quel corpo di gente. Introdotti alla sua udienza, rappresentarono la somma venerazione della repubblica verso l'augusta imperadrice, mantenuta anche in questi ultimi tempi, nei quali aveano protestato e tuttavia protestavano di non aver guerra contro della maestà sua; e che essendo le di lei milizie entrate nel dominio della repubblica, il governo inviava ad offrire tutti i più sicuri attestati di amicizia ai di lei ministri, mettendosi intanto sotto la protezione e in braccio alla clemenza della cesarea reale maestà sua. Intendeva molto bene il Broun la lingua italiana; ma non arrivò mai a capire ciò che volesse dire quella protesta di non aver fatta guerra contro l'augusta sua sovrana. Pure, senza fermarsi in questo, rispose ai deputati, che stante la lor premura di godere della cesarea clemenza e protezione, e di non provare i disordini che potrebbe produrre l'avvicinamento dell'armi imperiali, egli manderebbe le guardie alle porte della città, affinchè si prevenisse ogni molestia e sconcerto nel di dentro e al di fuori d'essa. E perciocchè risposero i deputati, che a ciò ostavano le leggi fondamentali dello Stato, il generale alterato replicò loro, che non sapeva di leggi e di statuti, con altre parole brusche, colle quali li licenziò. Arrivato poi nel giorno appresso ilmarchese Botta Adorno, primario generale e comandante dell'esercito austriaco, si portarono a riverirlo i deputati. In lui si trovò più cortesia di parole, ma insieme ugual premura che fruttasse alla maestà dell'imperadrice la fortuna presente delle sue armi. Proposero di nuovo que' senatori la risoluzione della repubblica di mettersi sotto la protezione d'essa imperadrice, a cui darebbono gli attestati della più riverente amicizia, con ritirar da Tortona le loro genti; con far cessare leostilità del presidio di Gavi; con rimettere tutti i prigionieri, ed anche i disertori, implorando nondimeno grazia per essi; col congedar le milizie del paese, e quelle eziandio di fortuna, ritenendo solamente le consuete per guardia della città, e con esibirsi di somministrare tutto quanto fosse in lor potere per comodo e servigio dell'armi austriache, rimettendosi in una totale neutralità per l'avvenire. Le risposte del generale Botta furono, che darebbe gli ordini, affinchè l'esercito cesareo reale desistesse da ogni ostilità, ed osservasse un'esatta disciplina; ma essere necessaria una promessa nella repubblica di stare agli ordini dell'augustissima imperadrice, dalla cui clemenza per altro si poteva sperare un buon trattamento: e che, per sicurezza della lor fede, conveniva dargli in mano una porta della città; e che intanto si lascierebbe intatta l'autorità del governo, la libertà e quiete della città. Portate al consiglio queste proposizioni, furono accettate, e si consegnò al generale Botta la porta di San Tommaso, sebben poscia egli pretese e volle anche l'altra della Lanterna.Nel giorno seguente 6 di settembre portossi personalmente esso marchese in città per formare una capitolazion provvisionale, la quale sarebbe poi rimessa all'arbitrio della maestà dell'imperadrice. Ne furono ben gravose le condizioni; ma giacchè il riccio era entrato in tana, convenne ricevere le leggi da chi le dava non come contrattante, ma come vincitore; e furono: Che si consegnassero le porte della città alle soldatesche dell'imperadrice regina: il che non ebbe poi effetto, essendosi, come si può credere, tacitamente convenute le parti che bastassero le due sole già consegnate. Che le truppe regolate, o sia di fortuna, della repubblica s'intendessero prigioniere di guerra. Che l'armi tutte della città, e le munizioni da bocca e da guerra destinate per le milizie, si consegnassero agli uffiziali di sua maestà. Che lo stesso siintendeva di tutti i bagagli ed effetti delle truppe gallispane e napoletane, e delle loro persone ancora. Che il presidio e fortezza di Gavi, se non era per anche renduta, si rendesse tosto all'armi di essa imperadrice. Che il doge e sei primarii senatori nel termine di un mese fossero tenuti di passare alla corte di Vienna, per chiedere perdono dell'errore passato, e per implorare la cesarea clemenza. Che gli uffiziali e soldati d'essa imperadrice e de' suoi alleati si mettessero in libertà. Che subito si pagherebbe la somma di cinquanta mila genovine all'esercito imperiale, a titolo di rinfresco, e per ottenere il quieto vivere: del resto poi delle contribuzioni dovea intendersi la repubblica col generaleconte di Cotech, autorizzato per tale incumbenza. Che quattro senatori intanto passerebbero per ostaggi di tal convenzione a Milano. Finalmente che questo accordo non sortirebbe il suo effetto, finchè non venisse ratificato dalla corte di Vienna. Tralascio altri meno importanti articoli. Non si sa che avesse effetto la consegna dell'armi e munizioni da guerra della città; ma sibbene alle mani dei ministri austriaci pervennero tutti i magazzini (erano ben molti) spettanti a' Gallispani; con che quell'esercito, poco prima bisognoso di tutto, si vide provveduto di tutto; e col ritorno dei disertori, ai quali fu accordato il perdono, venne aumentato di due mila persone. Non si tardò a sborsare le cinquanta mila genovine, il ripartimento delle quali fra gli uffiziali e soldati ebbe l'attestato delle pubbliche gazzette. Bisogno più non vi fu di trattare e disputare intorno al resto delle contribuzioni; perciocchè il suddetto conte di Cotech, commissario generale austriaco, il quale ne sapea più di Bartolo e Baldo nel suo mestiere, inviò aldoge Brignolee senato di Genova una intimazione scritta di buon inchiostro. In essa esponeva, che essendosi la repubblica di Genova impegnata in una guerra manifestamente ingiusta contro la maestàdell'imperadrice regina e de' suoi collegati, ed aperto il varco a' suoi nemici per invadere gli Stati d'essa imperadrice e del re di Sardegna; giusta cosa sarebbe stata l'esigere da essa il rifacimento di tante spese e danni sofferti che ascendevano a somme inestimabili. Ma che avendo essa repubblica riconosciuto la mano dell'onnipotente, che l'avea fatta soccombere sotto l'armi giuste e trionfanti della maestà sua cesarea e reale; ed essendosi volontariamente offerta di soggiacere agli aggravii che le si doveano imporre: perciò esso conte di Cotech perentoriamente le facea intendere di dover pagare alla cassa militare austriaca la somma ditre milioni di genovine(cioènove milioni di fiorini) in tanti scudi di argento, e in tre pagamenti: cioè un milione dentro quarantott'ore; un altro nello spazio di otto giorni; e il terzo nel termine di quindici giorni: sotto pena di ferro, fuoco e saccheggio, non soddisfacendo nei termini sopra intimati. Questa fu l'interpretazione che diede il ministro alla clemenza dell'imperatrice regina, a cui s'era rimessa quella repubblica.

Nel più bell'ascendente pareano gli affari de' Gallispani in Lombardia sul principio di quest'anno, trovandosi le armi loro dominanti nel di qua da Po, a riserva della bloccata Alessandria, ed essendo venuta la città di Milano con Lodi, Pavia e Como alla lor divozione, con restare il solo castello di Milano renitente ai loro doveri. Lusingaronsi allora i Franzesi di poter trarre, coll'apparenza di sì bel tempoCarlo Emmanuelere di Sardegna nel loro partilo, o almeno di staccarlo colla neutralità dalla lega austriaca ed inglese. Da Parigi e da altre parti volavano nuove che davano per certo e conchiuso l'accomodamento colla real corte di Torino; nè si può mettere in dubbio che qualche maneggio, durante il verno, seguisse fra le due corti per questo. Ma o sia che le esibizioni della Francia non soddisfacessero al re di Sardegna; o pure, come è più probabile, e protestò dipoi esso re per mezzo de' suoi ministri alle corti collegate, ch'egli più pregiasse la fede ne' suoi impegni, che ogni altro proprio vantaggio, e gli premesse di reprimere la voce sparsa che l'instabilità nelle leghe passasse per eredità nella real sua casa: certo è che svanirono in fine quelle voci, e si trovò più che mai il re sardo costante ed attaccatoalla lega primiera, con aver egli fatto tornare indietro mal soddisfatto il figlio delmaresciallo di Maillebois, che, venuto ai confini, portava seco, non dirò la speranza, ma la sicurezza lusinghevole di veder tosto sottoscritto l'accordo. Stavano intanto i curiosi aspettando, che s'imprendesse l'assedio formale del castello di Milano, giacchè il ridurlo col blocco e colla fame sarebbe costato dei mesi, e intanto potea mutar faccia la fortuna. Ma il cannon grosso penava assaissimo ad essere trasportato per le strade troppo rotte da Pavia a Milano, e però di una in altra settimana s'andava differendo il dar principio a quell'impresa. Intanto, perchè si lasciarono vedere alcuni armati spagnuoli nel borgo degli Ortolani, o sia porta Comasina, che è in faccia al castello, le artiglierie d'esso castello gastigarono gl'innocenti padroni di quelle case con diroccarle. Attendeva il real infantedon Filippoa solazzarsi in questa metropoli con opere di musica, ed altri divertimenti; ilduca di Modenase ne passò a Venezia per rivedere la sua famiglia, e restituissi poscia nel febbraio a Milano; e ilgenerale Gagescol nerbo maggiore delle truppe Spagnuole andò a postarsi alle rive del Ticino verso il lago Maggiore, per impedire qualunque tentativo che potesse fare ilprincipe di Lictenstein, il quale avea piantato il suo campo ad Oleggio ed Arona, e in altri siti del Novarese, alla riva opposta del fiume suddetto.

Non attendeva già a solazzi in Vienna l'imperadrice regina, ma con attività mirabile, a cui non era molto avvezza in addietro la corte austriaca imperiale, provvedeva ai bisogni de' suoi in Lombardia. Era già stata conchiusa e ratificata la pace col re di Prussia. Pertanto, sbrigata da quel potente nemico essa regina col consorte Augusto, spedì subito ordine che una mano de' suoi reggimenti marciasse alla volta d'Italia. Rigoroso era il verno; le nevi e i ghiacci dappertutto; convenne ubbidire. Gran copia ancoradi reclute si mise allora in viaggio. Cagion fu la suddetta inaspettata pace, e la spedizion di tanti armati austriaci, a poco a poco nel febbraio arrivati sul Mantovano, che andasse in fumo ogni disegno degli Spagnuoli (se pure alcuno mai ve ne fu) di mettere l'assedio al castello di Milano. E perciocchè s'ingrossavano forte gli Austriaci nel di qua da Po a Quistello, a San Benedetto, ed altri luoghi, rivolsero essi Spagnuoli i lor pensieri alla difesa di Piacenza, Parma e Guastalla, nella qual ultima piazza erano anche entrati. Occuparono anche la città di Reggio, dove quel comandante Boselli Piacentino s'ingegnò di lasciare un brutto nome, peggio trattandola che i paesi di conquista. Fu dunque posto grosso presidio in Guastalla, ed inviata gente con qualche artiglieria in rinforzo di Parma; nè in questi medesimi tempi cessavano di arrivare sul Genovesato munizioni e soldatesche spedite dalla Spagna e da Napoli, passando felicemente per mare, ancorchè girassero di continuo per quelle acque i vascelli e le galeotte inglesi. Anche per la riviera di Ponente passarono verso Genova tre reggimenti di cavalleria; ma non si vedevano già comparire in Italia nuove truppe franzesi.

Diedesi, appena venuto il mese di marzo, principio alle mutazioni di scena, che andarono poi continuando e crescendo in tutto l'anno presente nel teatro della guerra d'Italia. Il primo a fare un bel colpo fu ilre di Sardegna, i cui movimenti finirono di dissipar le ciarle del sognato suo accordo colla Francia. Spedito ilbarone di Leutroncon più di dieci mila combattenti, all'improvviso nel dì 5 del mese suddetto piombò sopra la città di Asti. Circa cinque mila Franzesi con più di trecento uffiziali si godevano quivi un buon quartiere. Spedì bensì il tenente generale signor di Montal comandante di quelle truppe, al Maillebois l'avviso del suo pericolo, insieme con ottanta mila lire da lui ricavate di contribuzione; ma caduto il messo colla scorta negli Usseri,cotal disgrazia ragion fu che i Franzesi non fecero difesa che per tre giorni, e furono obbligati a rendersi prigionieri, con sommo rammarico del maresciallo, il quale non fu a tempo per soccorrerli, e rovesciò poi tutta la colpa di quell'infelice avvenimento sul comandante suddetto. Mentre egli sconcertato non poco si ritirò per coprire Casale e Valenza, i vincitori Piemontesi, rastrellando in varii siti altre picciole guernigioni franzesi, s'inoltrarono alla volta della già languente cittadella d'Alessandria pel sofferto blocco di tanti mesi, seguitati da un buon convoglio di viveri condotto dal marchese di Cravenzana. Sminuito per li patimenti quel presidio, comandato dal valorosomarchese di Carraglio, era anche giunto a combattere colla fame; e già per la mancanza delle vettovaglie si trovava alla vigilia di darsi per vinto: quando i dieci battaglioni franzesi esistenti nella città, all'udire avvicinarsi il grosso corpo de' Piemontesi, giudicarono meglio di abbandonarla, lasciando in quello spedale qualche centinaio di malati, che rimasero prigioni del re di Sardegna. Intanto, per conservar la comunicazione con Genova, ritirossi il Maillebois a Novi. Questi colpi, e l'ingrossarsi continuamente verso l'Adda e nel Mantovano di qua da Po le milizie austriache, fecero conoscere all'infante don Filippo che l'ulteriore soggiorno suo e delle sue truppe in Milano era oramai divenuto pericoloso. Cominciarono dunque a sfilare verso Pavia i cannoni grossi venuti per l'ideato assedio del castello di Milano, ed ogni altro apparato militare. Ciò non ostante, nel dì 15 di marzo, giorno natalizio dell'infante suddetto, il duca di Modena diede una suntuosa festa a tutta la nobiltà di Milano. Ma da che s'intese che il general tedescoBerenclauda Pizzighettone con circa dieci mila de' suoi, dopo l'acquisto di Codogno, s'incamminava verso Lodi, di colà ritiratisi gli Spagnuoli, si salvarono quasi tutti a Piacenza. Gli altri parimente, che erano a ComoLecco e Trezzo, ed assediavano il forte di Fuentes, tutti se ne vennero a Milano. Ma ecco cominciar a comparire alla porta di quella città le scorrerie degli Usseri. Allora fu che il generale conte di Gages andò ad insinuare al real infante che tempo era di ricoverarsi a Pavia, aggiungendo essere venuto quel giorno ch'egli sì chiaramente avea predetto all'altezza sua reale, prima di muoversi alla volta di Milano. Era sul far dell'alba del dì 19 di marzo, in cui quel real principe col duca di Modena e col corpo di sua gente prese commiato da quella nobil città. Quanto era stato il giubilo nell'entrarvi, altrettanto fu il rammarico ad abbandonarla. Due ore dopo la loro partenza ripigliarono gli Austriaci il possesso di Milano, ed ebbero tempo di solennizzare la festa di san Giuseppe con tutti i segni di allegria, sì per la felice liberazione della città, che pel nome del primogenito arciduchino.

Non poterono allora i politici contenersi dal biasimare la condotta degli Spagnuoli, che invece di attendere ad assicurar meglio il di qua da Po coll'espugnazione della cittadella d'Alessandria, aveano voluto sì smisuratamente slargar l'ali e prendere tanto paese, senza ben riflettere se aveano forze da conservarlo. Esercito troppo diviso non è più esercito. Erano sparpagliati i Gallispani per tutto il di qua da Po, ed arrivava il dominio d'essi da Asti per Piacenza e Parma fino a Reggio e Guastalla. Tenevano Pavia, Vigevano e la città di Milano, ma con un castello forte che minacciava non meno essi che la città. Occupavano ancora Lodi e le fortezze dell'Adda. Dappertutto conveniva tener presidii, e però dappertutto mancava una armata; e ciò che parea accrescimento di potenza, non era che debolezza. Non fu già consiglio del duca di Modena, nè del generale Gages, che si andasse a far quella bella scena o sia comparsa in Milano; ma convenne ubbidire al real infante, o, siccome è più credibile, agli ordini precisivenuti da Madrid. Troppo spesso sogliono prendere mala piega le imprese, qualora i gabinetti lontani vogliono regolar le cose, e saperne più di un general saggio che sul fatto conosce meglio la situazion delle cose, e secondo le buone o cattive occasioni dee prendere nuove risoluzioni. Contuttociò si ha da riflettere che non poterono gli Spagnuoli prevedere l'improvvisa pace dell'imperadrice regina col re prussiano, nè seppero figurarsi ch'ella nell'aspro rigore del verno avesse da far volare in Italia sì gran forza di gente: tutti avvenimenti che sconcertarono le da loro forse ben prese misure. A questi impensati colpi e vicende gli affari delle guerre e delle leghe son sottoposti. Anche dalla parte di Levante non tardò la fortuna a dichiararsi per l'armi austriache. Nel dì 26 di marzo il generale comandanteconte di Broun, essendosi mosso dal Mantovano di qua da Po col suo corpo di armata, diviso in tre colonne, l'una comandata da lui, e le altre dai generaliLucchesieNovati, s'inviò alla volta di Luzzara e di Guastalla. Trovavasi in questa città di presidio il maresciallo di campoconte Coraffan, valoroso uffiziale del re di Napoli, col suo reggimento di Albanesi, consistente in circa mille e cinquecento delle migliori soldatesche napoletane, ma senza artiglieria, e sprovveduto anche di altre munizioni da guerra e da bocca. Ricorse egli per tempo almarchese di Castellar, che con alquanti reggimenti era venuto alla difesa di Parma, rappresentandogli il bisogno e il pericolo. Ordine andò a lui di ritirarsi a Parma, ma a tempo non arrivò quell'ordine. Intanto il Castellar con tre mila de' suoi venne a postarsi al ponte di Sorbolo, per secondare la supposta ritirata del Coraffan. Poco vi fermò il piede, perchè un grosso distaccamento da lui inviato al ponte del Baccanello, assalito dal generale unghero Nadasti, fu forzato a tornarsene con poco piacere a Parma, lasciando indietro molti morti e prigioni. Piantatiintanto alcuni pezzi di grossa artiglieria sotto Guastalla, non potendosi sostenere quel presidio, si rendè prigioniere di guerra con gravi lamenti contra del Castellar, quasi che gli avesse sacrificati al nemico. Cagion furono questi avvenimenti che anche gli Spagnuoli esistenti in Reggio, abbandonata quella città, si ritirarono al ponte d'Enza; laonde spedito da Modena il conte Martinenghi di Barco, colonnello del reggimento savoiardo di Sicilia, con alcune centinaia de' suoi e con un rinforzo di Varasdini, ripigliò il possesso di quella città; e poi passò al suddetto ponte, per iscacciarne i nemici. Quivi fu caldo il conflitto; vi perirono da trecento e più Austriaco-sardi con alcuni uffiziali; vi restò anche gravemente ferito lo stesso colonnello; ma in fine si salvarono gli Spagnuoli a Parma, lasciando libero quel sito ai Savoiardi. La perdita d'essi Spagnuoli in questi movimenti e piccioli conflitti si fece ascendere a circa quattro mila persone fra disertati, uccisi e prigioni.

Non istava intanto ozioso dal canto suo il re di Sardegna. Giunto egli e ricevuto nella città di Casale, fra pochi giorni, cioè nel dì 28 di marzo, col furore delle artiglierie costrinse i pochi Franzesi esistenti in quel castello a renderlo, col rimaner essi prigioni. Di colà poi passò all'assedio di Valenza, dove si trovavano di presidio due battaglioni spagnuoli, ed uno svizzero, truppe del re delle Due Sicilie. Il fuoco maggiore nondimeno si disponeva verso Parma. L'essere in concetto i Parmigiani di sospirare più il governo spagnuolo che quello degli Austriaci, concetto fondato, verisimilmente nell'aver taluno della matta plebaglia usate alcune insolenze al presidio tedesco, allorchè abbandonò quella città, e fatta quel popolo gran festa all'arrivo d'essi Spagnuoli: tale mal animo impresse in cuore delle milizie austriache, che non si sentivano che minaccie di trattar quel popolo da ribelle e nemico; e però marciavano quelle truppe alla volta del Parmigiano,come a nozze, per l'avidità dello sperato, e fors'anche promesso, bottino. Ma non così l'intese la saggia ed insieme magnanima imperadrice regina. Conoscendo essa qual deformità sarebbe il permettere pel reato di alcuni pochi il gastigo e la rovina di tante migliaia d'innocenti persone; e che in danno anche suo proprio ridonderebbe il ridurre in miserie una città che era e dovea restar sua: mandò ordine che si pubblicasse un general perdono in favore de' Parmigiani; e questo fu stampato in Modena. La disgrazia volle che alcuni di quegli uffiziali per tre giorni dimenticarono di averlo in saccoccia e di pubblicarlo; e però entrarono furiosi i Tedeschi in quel territorio, stendendo le rapine sopra le ville e case che s'incontravano, ed anche sfogando la rabbia loro contro quadri, specchi ed altri mobili che non poteano o volevano asportare. Nè pure andò esente dalle griffe loro il palazzo di villa della vedova duchessa di Parma Dorotea di Neoburgo, a cui pure dovuto era tanto rispetto, per essere ella madre della regina di Spagna, e prozia della regnante imperadrice. Si fece poi fine al flagello, da che niuno potè scusarsi di non sapere l'accordato perdono, e maggiormente dappoichè arrivò a quel campo il supremo comandanteprincipe di Lictenstein, il quale con esemplar rigore di gastighi tolse di vita i disubbidienti, e massimamente i trovati rei di aver saccheggiate le chiese.

Con cinque mila fanti e buon nerbo di cavalleria dimorava alla custodia di Parma il tenente generale spagnuolomarchese di Castellar; ma prima d'essere quivi ristretto, felicemente avea rimandati di là dal Taro quasi tutti que' cavalli, giacchè, in caso di blocco o di assedio, gli sarebbe mancata maniera di sostenerli. Intanto il generale dell'artiglieriaconte Gian-Luca Pallavicinicon grossa brigata di granatieri, cavalli e pedoni andò nel dì 4 d'aprile a prendere posto intorno a Parma. Fatta fu la chiamata dellaresa dal general comandante conte di Broun; la risposta fu, che il Castellar desiderava d'acquistarsi maggiore stima presso di quell'austriaco generale. Così fu dato principio al blocco assai largo di Parma; il grosso dell'armata austriaca passò ad attendarsi alle rive del Taro, mentre lungo l'opposta riva aveano piantato il loro campo gli Spagnuoli. Posto fu il quartier generale d'essi coll'infante, col duca di Modena e col Gages a Castel Guelfo sulla strada maestra, o sia Claudia. Era già pervenuto da Vigevano sul territorio di Milano il principe di Lictenstein colla sua armata, da lui saggiamente conservata in addietro sul Novarese. Ora anch'egli, dopo aver lasciato un corpo di gente a Binasco, Biagrasso ed altri siti, per reprimere ogni tentativo degli Spagnuoli, tuttavia signori di Pavia, col resto di sua gente venne nel dì 11 di aprile all'accampamento del Taro, ed assunse il comando di tutta l'armata. Aveano nei giorni addietro gli Spagnuoli inviate per Po a Piacenza le artiglierie, attrezzi, munizioni e magazzini che tenevano in Pavia, dando abbastanza a conoscere di non voler fare le radici in quella città. In fatti, da che videro incamminato con tante forze il Lictenstein alla volta di Parma, abbandonarono, nel dì 5 d'aprile, quella città, e passarono a rinforzar la loro oste accampata al fiume suddetto. Così quella città ritornò all'ubbidienza dell'imperadrice regina.

Posavano in questa maniera le due poderose armate, l'una in faccia all'altra, separate dal solo Taro; e gli uni miravano i picchetti dell'altro campo nella riva opposta, ma senza voglia e disposizione di azzuffarsi insieme. Conto si facea che cadauna ascendesse a trenta mila combattenti, avendo dovuto gli Austriaci lasciare un altro buon corpo a Pizzighettone, per assicurarsi da ogni insulto degli Spagnuoli, che teneano un fortissimo e ben armato ponte sul Po a Piacenza, e grosso presidio in quella città. I Franzesi colmaresciallo di Mailleboistranquillamente riposavanotra Voghera è Novi, a fin dì conservare il passo a Genova, d'onde continuamente venivano munizioni da bocca e da guerra, ma non mai vennero que' quaranta nuovi battaglioni che si decantavano destinati per la Lombardia dal re Cristianissimo. Stava sul cuore del generale Gages la guarnigione rinchiusa in Parma in numero di più di sei mila armati, ed esposta al pericolo di rendersi prigioniera di guerra, giacchè senza il brutto ripiego di tentare una battaglia non si potea quella città liberare dal blocco, nè v'era sussistenza di viveri, se non per poco, e le bombe aveano cominciato a salutarla con gran terrore de' cittadini. Segretamente dunque concertò egli col marchese di Castellar la maniera di farlo uscire di gabbia. Nella notte seguente al dì 19 d'aprile gran movimento si fece nell'armata spagnuola; si appressarono al fiume in più luoghi le loro schiere in apparenza di volerlo passare, e tentarono anche di gittare un ponte. Si disposero a ben riceverle anche gli Austriaci, tutti posti in ordine di battaglia. In questo mentre, cioè in quella stessa notte, il marchese di Castellar, lasciato poco più di ottocento uomini, parte anche invalidi, con sessanta uffiziali nel castello, alla sordina, e senza toccar tamburo, se ne uscì colla sua gente di Parma, seco menando quattro pezzi di cannone e trenta carra di bagaglio e munizioni; e dopo avere sorpreso un picciolo corpo di guardia degli Austriaci, s'incamminò alla volta della montagna, cioè di Guardasone e Monchierugolo, con disegno di passare per la Lunigiana nel Genovesato, e di là alla sua armata. Lasciò questa gente la desolazione per dovunque passò, e non poco ancora ne sofferirono le confinanti terre del Reggiano. Tardi gli Austriaci, formanti il blocco, si avvidero di questa inaspettata fuga. Dietro ai fuggitivi fu spedito il tenente marescialloconte Nadastico' suoi Usseri e con un corpo di Croati, che gl'inseguì per qualche tempo alla coda. Seguironoperciò varie battagliole; ma in fine il Nadasti fu obbligato a lasciar in pace i fuggitivi, perchè non poteano i suoi cavalli caracollar per quei monti, e caddero anche in qualche imboscata con loro danno. Molti di quella truppa spagnuola, ma di varie nazioni, e probabilmente la metà di essi, in questa occasione disertarono. Il resto dopo un gran giro arrivò in fine ad unirsi coll'esercito del real infante, ridotto a poco più di tre mila persone. Non mancò poi chi censurò il Castellar, perchè, avendo sotto il suo comando dieci mila soldati, creduti le migliori truppe dell'esercito spagnuolo, per non essersi ritirato quando era tempo, ne avea perduta la maggior parte. Pel Reggiano tornarono indietro molti degli Usseri, e si rifecero sopra i poveri abitanti di quello che non aveano trovato nel Parmigiano, saccheggiato prima dagli altri. Per la ritirata improvvisa del Castellar, che niun pensiero s'era preso della lor salvezza, in grande spavento rimasero i cittadini di Parma. Passò da lì a non molto la paura, perchè nella seguente mattina del dì 20 rientrarono pacificamente in quella città i Tedeschi col generale conte Pallavicini plenipotenziario della Lombardia austriaca, il quale tosto vi fece pubblicare un general perdono con rincorare gli afflitti ed intimoriti cittadini. Poco poi si fece pregare il presidio di quel castello a rendersi prigioniere di guerra, con ottener solamente di salvare l'equipaggio tanto suo che degli altri Spagnuoli, rifugiato in quella poco forte fortezza; che questa appunto era stata la mira del marchese di Castellar. Trovaronsi in esso castello ventiquattro cannoni, quattro mortari, ed altri militari attrezzi e munizioni.

Solamente nel dì 19 d'aprile per cagion delle frequenti pioggie poterono le soldatesche del re di Sardegna aprire la breccia sotto Valenza. Era diretto quell'assedio dalprincipe di Baden Durlach, e coperto dalbarone di Leutron, dichiarato ultimamente generale di fanteria. Continuarono le offese contro di quellapiazza sino al dì 2 di maggio, nel quale dopo avere i Piemontesi presa la strada coperta ed aperta la breccia, si vide quel presidio obbligato ad esporre bandiera bianca. V'erano dentro circa mille e cinquecento difensori, ai quali toccò di restar prigionieri. Dai Franzesi intanto occupata fu la città di Acqui; ma acquisto che durò ben poco. Avea già ottenuto ilgenerale Gagesl'intento suo di disimbrogliare da Parma il marchese di Castellar; e nulla a lui giovando il fermarsi più lungamente alle rive del Taro, dove patì gran diserzione di sua gente, finalmente nel dì 5 di maggio levò il campo, e s'inviò verso il fiume Nura in vicinanza maggiore a Piacenza, per quivi cominciare un altro giuoco. S'innoltrò per questo anche l'armata austriaca sino a Borgo San Donnino, con estendersi poi a poco a poco più oltre, cioè a Firenzuola, e di là sino alla Nura. Riuscì agli Usseri che inseguivano nella loro ritirata gli Spagnuoli, di sorprendere in mezzo ai loro corpi tutto il bagaglio del duca di Modena, per essersi a cagion d'un equivoco, messo in viaggio senza aspettare l'armata: argenterie, cavalli, muli e carrozze, tutto andò. Non consiste la gloria de' prodi condottieri d'armate solo in dar con vantaggio delle battaglie, ma anche nella maestria di ordire stratagemmi in danno de' nemici. Ben istruito di questo mestiere si mostrò in più congiunture il generale conte di Gages. Avea egli spediti innanzi verso Piacenza varii distaccamenti, consistenti in dieci mila combattenti, col pretesto di scortare il bagaglio; e ordinato che sotto essa città di Piacenza si preparasse loro uno stabile quartiere; nè se n'erano accorti gli Austriaci, esistenti di qua da Po. Prima nondimeno aveano avuto ordine circa cinque mila tra fanteria e cavalleria tedesca di passare da Pizzighettone a Codogno, e di postarsi quivi per vegliare agli andamenti degli Spagnuoli; i quali, per avere sul Po a Piacenza un ben fortificato ponte, avrebbero potuto recare insulti al dilà da Po. Alla testa d'essi v'erano i generali Cavriani e Gross. Contra di questo corpo di gente erano indirizzate le segrete mene del conte di Gages. Appena giunto a Piacenza il tenente generale Pignatelli fece vista di disfare il ponte suddetto: il che servì ad addormentare i nemici. Poscia rimesso il ponte nella notte del dì 5 di maggio vegnendo il 6, colla maggior parte de' suddetti Spagnuoli passò alla sordina di là dal Po. Dopo avere avviluppati e sorpresi i picchetti avanzati de' nemici, senza che questi potessero recarne avviso alcuno ai lor comandanti, inaspettato arrivò la mattina seguente addosso a' Tedeschi, esistenti in Codogno, che allora faceano l'esercizio militare. Come poterono, si misero questi in difesa con sei cannoni ed alcuni falconetti carichi a cartoccio, che erano sulla piazza; ma avanzatisi gli Spagnuoli con baionetta in canna, e impadronitisi di que' bronzi, gli obbligarono a ritirarsi parte ne' chiostri e parte nelle case e nel palazzo Triulzio, dove per quattro ore valorosamente si sostennero facendo fuoco. Ma in fine soperchiati dal maggior numero de' nemici, quei ch'erano restati in vita per mancanza di munizioni si renderono prigioni. Quasi due mila furono i prigioni, circa mille e quattrocento i morti e feriti; e il resto trovò scampo nella fuga. La perdita dalla parte degli Spagnuoli non si potè sapere. Restarono in loro potere dieci bandiere, due stendardi, i suddetti cannoni e i bagagli di quelle genti, a riserva di quello del general Gross, che, nel darsi per vinto, salvò il suo e quello degli altri uffiziali ch'erano con lui. Se ne tornarono con tutto comodo i vincitori a Piacenza, nè dimenticarono di condurre colà quanti grani, foraggi e bestie bovine poterono cogliere nel loro ritorno.

Erasi postato l'esercito spagnuolo sotto Piacenza, e quivi fortificato con buoni trincieramenti, guerniti di molta artiglieria. Gran copia ancora di cannoni si stendeva sulle mura della città. Passata laspianata, ch'è intorno ad essa città, e sulla strada maestra dalla parte di levante, stava situato il seminario di San Lazzaro, fabbrica grandiosa, eretta con grandi spese dalcardinale Alberoni, per quivi educare gratis e istruire i cherici di Piacenza sua patria. In quel magnifico edifizio furono posti di guardia due mila Spagnuoli, ed alzate fortificazioni all'intorno. Ma da che l'esercito austriaco ebbe passata la Nura, ansioso d'accostarsi il più che fosse possibile a Piacenza, determinò di sloggiare di colà i nemici. Pertanto nel dì 18 di maggio si avanzarono alla volta d'esso seminario alcuni battaglioni con artiglierie, e tutta la prima linea dell'armata si mise in ordine di battaglia per sostenerli, con risoluzione ancora di venire ad un fatto d'armi, se fossero accorsi gli Spagnuoli, per maggiormente contrastare quel sito. Ma eglino punto non si mossero; e però, dopo avere quel presidio mostrato per un pezzo la fronte agli aggressori, prese il partito di cedere il luogo, con ritirarsi alla città. Le cannonate contra d'essa fabbrica sparate dagli Austriaci per impadronirsene, e poi le altre degli Spagnuoli per incomodargli, dappoichè se ne furono impadroniti, sommamente danneggiarono, anzi ridussero quasi come uno scheletro quel grande edifizio. Il cardinale, che costante volle dimorare in Piacenza, senza punto alterarsi o scomporsi, ne mirò l'eccidio. Con tale acquisto si stese la prima linea degli Austriaci in vicinanza del seminario suddetto; dalla parte ancora della collina furono tolte agli Spagnuoli alcune cascine, il castello di Ussolengo, ed altri siti sino alla Trebbia; sicchè da quella parte ancora fu ristretta Piacenza. Alzatesi poi a San Lazzaro da' Tedeschi alcune batterie di cannoni e mortari, cominciarono nel fine del mese di maggio colle bombe ad infestare la città; così che convenne a quegli abitanti di evacuare i monisteri e le case dalla parte orientale della medesima, benchè in fine si riducesse a poco il loro danno per la troppa lontananza delle batteriee de' mortari nemici. Riuscì ancora nel dì 4 di giugno agli Austriaci di occupare di là dalla Trebbia a forza d'armi il castello di Rivalta, con farvi prigionieri circa cinquecento uomini di fanteria ed alcuni pochi di cavalleria. Anche Monte Chiaro si arrendè ai medesimi Austriaci.

Certo è che non poco svantaggiosa oramai compariva la situazion degli Spagnuoli, perchè confinati nell'angustie dei loro trincieramenti intorno alla città, e colla comunicazione di Genova, divenuta pericolosa per le scorrerie degli Usseri. Peggiore senza paragone si scorgeva lo stato di quella cittadinanza, chiusa entro le mura, col suo territorio e poderi tutti in mano dei nemici, senza speranza di ricavarne alcun fruito, e colla sicurezza di ritrovar la desolazione dappertutto. Scarseggiavano essi in oltre di viveri, senza potersene provvedere, al contrario degli Spagnuoli, che pel ponte del Po scorrendo di tanto in tanto nel Lodigiano e Pavese, ne riscotevano contribuzioni, e ne asportavano bestiami ed altre vettovaglie per loro uso. Ma nè pure dal canto loro aveano di che ridere gli Austriaci, perchè imbrogliati dalla sagacità del generale conte di Gages, che, coll'essersi posto a cavallo del Po, frastornava ogni loro progresso, e gli obbligava a tener divise le loro forze nel di qua e nel di là. Se avessero voluto ingrossarsi molto sul Piacentino, avrebbero lasciati troppo esposti alle scorrerie e ai tentativi degli Spagnuoli i territorii di Lodi, Pavia e Milano. E se infievolivano l'oste di qua, per soccorrere il di là, si poteano aspettare qualche brutto scherzo dai nemici, ai quali era facile l'unirsi tutti in Piacenza. Cagion fu questa divisione che sul principio di giugno liberamente scorse un grosso distaccamento di Spagnuoli sino a Lodi. Entrato nella città, ne fece chiudere tosto le porte; volle il pagamento della diaria per due mesi; occupò tutto il danaro dei dazii e della cassa regia, ed intimò una contribuzione al pubblico. Poscia preso quanto di sale, farina, legumi,formaggio e carne porcina si trovò in quelle botteghe e magazzini, dopo avere ordinato che coll'imposta contribuzione fossero soddisfatti i particolari, tutto portarono a salvamento in Piacenza.

Mentre in questa inazione dimoravano intorno a Piacenza le due nemiche armate, nel dì 13 di giugno si cominciò a prevedere qualche novità, stante l'essersi mosso con tutta la sua gente (erano circa dodici mila combattenti) ilmaresciallo di Mailleboisalla volta di Piacenza. Schivò egli nella marcia le truppe del re di Sardegna che erano in moto contra di lui. Per aver egli abbandonato Novi, ricca terra de' Genovesi, non trovarono difficoltà i Piemontesi ad entrarvi, ed imposero tosto a quel popolo una contribuzione di ducento mila lire di Genova. Si spinsero ancora sotto Serravalle, terra già del Tortonese, e ceduta dai Gallispani ai Genovesi. Nel dì 14 s'unirono con gli Spagnuoli in Piacenza le truppe suddette franzesi; colà ancora erano stati richiamati tutti i distaccamenti inviati di là da Po. Non mancarono spie che riferirono all'esercito austriaco questi andamenti dei Gallispani, nè molto studio vi volle per comprendere la lor voglia di venire ad un fatto d'armi. Il perchè notte e giorno stettero in armi i Tedeschi, per non essere colti sprovvisti, e fu chiamato da Firenzuola il supremo comandanteprincipe di Lictenstein, che colà trasferitosi per cercare riposo alla sua indisposizione d'asma, avea lasciata la direzion dell'armi, almarchese Antoniotto Botta Adorno, cavaliere di Malta, generale di artiglieria, a cui per l'anzianità del grado conveniva appunto quel comando. Fu anche richiamata al campo la maggior parte della gente comandata dal generale Roth, che era a Pizzighettone. Dappoichè nel dì 15 di giugno ebbero preso riposo le truppe franzesi, e dopo avere il maresciallo di Maillebois, il duca di Modena e il generale Gages nel consiglio di guerra tenuto in camera del real infante don Filippo, stabilita la maniera di procedereal meditato conflitto, sull'imbrunir della sera cominciarono ad ordinare col maggior possibile silenzio le loro schiere; formando tre principali colonne, per assalire da tre parti il campo tedesco. Tale era il loro disegno. L'ala diritta, comandata dal Maillebois coi Franzesi, rinforzati da alquanti battaglioni e squadroni spagnuoli, dovea pervenire alla collina, e, dietro ad essa camminando, assalire alla schiena il nemico accampamento, dove nè buoni trincieramenti, nè preparamento di artiglierie si ritrovavano. Dovea fare altrettanto l'ala sinistra, marciando al Po morto per le due vie, l'una maestra e l'altra più breve, che da Piacenza guidano verso Cremona. Il centro o sia corpo di battaglia, che era in faccia al seminario di San Lazzaro sulla via maestra o sia Claudia, dovea tenere a bada ed occupar l'altre forze degli Austriaci, la prima linea de' quali era postata in vicinanze d'esso seminario, e la seconda non molto distante dal fiume Nura. Conto si facea che l'oste austriaca ascendesse a circa trentacinque o quaranta mila combattenti, e la gallispana a quarantacinque mila; se non che voce comune correa fra essi Spagnuoli e Franzesi d'esser eglino superiori di quindici mila persone ai nemici; talmente che, attesa la decantata presunzione, che i più vincono i meno, non si può dire con che allegria e coraggio uscissero di Piacenza e fuori de' lor trincieramenti le truppe gallispane, parendo a ciascuno di andare non ad un pericoloso cimento, ma ad un sicuro trionfo. All'oste austriaca non mancarono sicuri avvisi di quanto meditavano i nemici, e però si trovarono ben preparati a quella fiera danza.

Sulla mezza notte adunque precedente il dì 16 di giugno marciò segretamente il maresciallo franzese Maillebois colle sue milizie, e dopo aver occupato Gossolengo, credette di prendere il giro sotto la collina; ma o perchè mal guidato, o perchè non fossero a lui noti tutti i posti avanzati de' Tedeschi, andò adurtare in alcune cascine guernite dai medesimi, e quivi si cominciò a far fuoco, e a metter l'all'armi in tutto il campo austriaco. Oltre alla strage di molti Schiavoni, Usseri ed altri, che erano, o accorsero in quella parte, fecero prigionieri circa quattrocento uomini, che tosto inviarono alla città con due piccioli pezzi di cannone presi: il che fece credere in Piacenza già sbaragliati i nemici. Tutti poi in galleria pel primo buon successo, marciarono verso la strada di Quartizola, dove il generale austriacoconte di Broun, che comandava l'ala sinistra, gli stava aspettando con alquanti cannoni d'un ridotto carichi a cartoccio. Non sì tosto si presentarono sul far del giorno i Franzesi ai trincieramenti nemici, che furono salutati con lor grave danno da quei bronzi. Ciò non ostante, a' fianchi e alla schiena assalirono i ridotti degl'Austriaci, e il conflitto fu caldo, ma senza che essi potessero superar i gran fossi della circonvallazione. Trovandosi all'incontro esposti alle palle due o tre de' migliori reggimenti Tedeschi di cavalleria, ed impazientatisi, chiesero più d'una volta al generale Lucchesi di poter uscire in aperta campagna contra de' Franzesi. Bisognò in fine di esaudirli. Stupore fu il vedere come questi cavalli passarono un alto e largo fosso del canale di San Bonico, e s'avventarono contro la fanteria franzese. Non aveva quivi seco il Maillebois che circa cinquecento cavalli, essendo restato addietro il maggior nerbo della sua cavalleria: del che può essere che fusse a lui poscia fatto un reato di poco maestria di guerra nella corte di Francia. Caricata dunque la fanteria franzese dall'urto della nemica cavalleria, maraviglia non è, se cominciò a piegare e a ritirarsi il meglio che potè, ma con grave sua perdita e danno. In meno di tre ore terminò quivi il combattimento, e con ciò rimasta libera l'ala sinistra degli Austriaci, potè somministrar poscia de' rinforzi alla destra, la quale nello stesso tempo era stata assalita a' fianchidagli Spagnuoli condotti dal generaleconte di Gagese da altri lor generali.

Quivi fu il maggior calore delle azioni guerriere, e durò il fiero combattimento fin quasi alla sera. Aveano essi Spagnuoli con gran fatica passato il Po morto; dopo di che si scagliarono contro i ridotti del campo nemico; alcuni ne presero, e s'impadronirono di qualche batteria; ma vennero anche costretti dalla forza degli avversarii a retrocedere. Per più volte rinovarono gli assalti e progressi con far tali maraviglie di valore, spezialmente i soldati valloni, che confessarono dipoi gli stessi Austriaci di essere stati più volte sull'orlo di vedere dichiarata la fortuna per gli Spagnuoli. Ma così forte resistenza fecero, e buon provvedimento diedero da quella parte i generaliBerenclaueBotta Adorno, che furono in fine respinti gli aggressori, e posto fine allo spargimento del sangue. Fu detto che anche il centro di battaglia de' Gallispani s'inoltrasse verso il seminario di San Lazzaro, e che ancora se ne impadronisse; ma che dal conte Gorani fosse bravamente ricuperato quel sito. Altri v'ha che niegano tal fatto. Bensì è certo che il general comandanteprincipe di Lictensteinin questo terribil conflitto accudì a tutte le parti, esponendo sè stesso anche ai maggiori pericoli; e da che gli fu ucciso sotto un cavallo, allora prese la corazza. Sentimento ancora fu di alcuni, che se gli Spagnuoli avessero condotta seco la provvision necessaria di assoni e fascine, per passare i fossi profondi e pieni d'acqua degli Austriaci, avrebbero probabilmente cantata la vittoria. Comunque ciò fosse, convien confessare che non giuocarono a giuoco eguale queste due armate. Tenevano i Tedeschi per tutto il campo loro delle buone fortificazioni, de' fossi e contraffossi pieni d'acqua, e dei ridotti ben guerniti di artiglierie. Negli stessi fossi sott'acqua erano posti cavalli di Frisia, nei quali s'infilzava o imbrogliava chi si metteva a passarli. Trovaronsi anche letruppe tedesche non sorprese, ma ben preparate e disposte al combattimento. Il generaleconte Pallavicinicomandando la seconda linea, senza che fosse più frastornato dai nemici, inviava di mano in mano rinforzi a chi ne abbisognava. Questa vantaggiosa situazion di cose quanto giovò ad essi, altrettanto pregiudicò agli sforzi de' Gallispani, obbligati ad andare a petto aperto contro la tempesta dei cannoni e fucili nemici, e fermati di tanto in tanto da' ridotti e fossi suddetti, per cagion de' quali poco potè la lor cavalleria far mostra del suo valore. Però avendo anch'essi provato che non si potea superare quella forte barriera di uomini, cavalli, artiglierie e fortificazioni, finalmente tanto essi che i Franzesi se ne tornarono in Piacenza con volto e voce ben diversa da quella con cui ne erano usciti.

Non si potè mettere in dubbio che la vittoria restasse agli Austriaci, e fossero giustamente cantati i loroTe Deum. Imperciocchè, oltre all'esser eglino rimasti padroni del campo, guadagnarono qualche pezzo di cannone, e più di venti fra bandiere e stendardi, e una gravissima percossa diedero alla nemica armata. Fu creduto che intorno a cinque mila fossero i morti dalla parte de' Gallispani, più di due mila i prigionieri sani, e almeno due mila i feriti, che rimasti sul campo furono anch'essi presi per prigioni, e rilasciati poscia ai nemici uffiziali. Pretesero altri di gran lunga maggiore la loro perdita. Spezialmente delle guardie vallone e di Spagna, e di due reggimenti franzesi, pochi restarono in vita. Chi ancora dal canto di essi volle disertare, seppe di questa occasione ben prevalersi, e furono assaissimi. Quanto agli Austriaci, si sa che alcuni loro reggimenti rimasero come disfatti; ma le relazioni d'essi appena fecero ascendere il numero de' lor morti, feriti e prigionieri a quattro mila persone. Sparsero voce all'incontro gli Spagnuoli di aver fatto prigioni in tale occasione più dimille e cinquecento nemici. Se ne può dubitare. Certo è che i Franzesi si dolsero degli Spagnuoli, ma questi ancora molto più si lamentarono de' Franzesi, rovesciando gli uni su gli altri la colpa della male riuscita impresa. Il più sicuro indizio nondimeno degli esiti delle battaglie, e de' guadagni e delle perdite, si suol prendere dai susseguenti fatti. Certo è che i Gallispani, benchè tanto indeboliti, pure o per necessità, o per far credere che un lieve incomodo avessero sofferto nella pugna suddetta, più vigorosi che mai si fecero conoscere poco dipoi. Cioè quasichè nulla temessero, anzi sprezzassero il campo nemico assediatore di Piacenza, da che ebbero lasciato un sufficiente corpo di gente alla difesa delle loro straordinarie fortificazioni, con più di dieci mila combattenti passato sui loro ponti il Po, si stesero a Codogno, San Colombano ed altri luoghi del Lodigiano. Un corpo ancora di Franzesi passò il Lambro, per raccogliere foraggi dal Pavese. Trovossi allora la città di Lodi in gravissimi affanni, perchè, entrativi gli Spagnuoli, richiesero a quel popolo quindici mila sacchi di grano, altrettanti di avena o segala, e sei mila di farina, e tutto nel termine di due giorni. Colà eziandio comparvero più di tre mila muli per caricar tanto grano, e condurlo al loro quartier generale di Fombio e a Piacenza: città divenuta in questi tempi un teatro di miserie. Piene erano tutte le case di feriti; per le strade abbondavano le braccia e gambe tagliate, e i cadaveri de' morti; gran fetore dappertutto; e intanto il povero popolo faceva le crocette per la scarsezza de' viveri. Buona parte de' religiosi non potendo reggere in tali angustie, e non pochi ancora dei nobili si ritirarono chi a Milano, chi a Crema, ed altri luoghi. Chiunque non potè di meno, rimase esposto a molti involontarii digiuni. Nelle precedenti guerre aveano le città di Piacenza e Parma goduto di molte esenzioni e privilegii: ecco che secondo le umane vicende sopradi loro piovvero a dismisura i disastri, ma più senza comparazione sulla prima che sulla seconda. Fra Piacenza e Genova era in questi tempi interrotta ogni comunicazione, attesa la permanenza delle soldatesche piemontesi in Novi.

Ancorchè non desistessero gli Austriaci di tenersi forti e copiosi nei loro trincieramenti sotto Piacenza, minacciando scalate ed altri tentativi, pure il teatro della guerra parea trasportato di là da Po sul Lodigiano sino al Lambro e all'Adda. Quivi gli Spagnuoli dall'un canto e i Franzesi dall'altro faceano alla lunga e alla larga da padroni coll'esterminio di quei poveri contadini ed abitanti, ai quali nulla si lasciava di quello che serviva al bisogno del campo e alla particolare avidità d'ogni soldato. Giugnevano i loro distaccamenti a Marignano, e fino in vicinanza di Milano e Pavia, mettendo quel paese tutto in contribuzione. Gran suggezione ancora recavano al forte della Ghiara, anzi allo stesso Pizzighettone; giacchè aveano gittato un ponte sull'Adda, e ricavavano da Crema co' loro danari molte provvisioni, delle quali abbisognavano. Per ovviare a questi andamenti degli Spagnuoli, furono spediti grossi rinforzi di gente al generale Roth comandante in Pizzighettone, e si accrebbero le guernigioni di Cremona e Guastalla. E perciocchè si prevedeva che, a lungo andare, non avrebbero potuto sussistere i Gallispani in quel ristretto territorio, senza più potere ricevere nè genti, nè munizioni da guerra da Genova; corse sospetto che i medesimi potessero tentare di mettersi in salvo col passare o di qua o di là dell'Adda verso il Cremonese e Mantovano. Ma queste erano voci del solo volgo. Intanto ilre di Sardegna, seriamente pensando ai mezzi più pronti per procedere contro i Gallispani, venne col nerbo maggiore delle sue forze verso la metà di luglio alla Trebbia, e fece con tal diligenza gittare un ponte sul Po a Parpaneso, e passare di là il generaleconte di Sculemburgocon assaimilizie, che si potè assicurarne la testa, ed essere in istato di ripulsare i nemici, se fossero venuti per impedirlo, siccome seguì, ma senza alcun profitto. Ciò eseguito, nel dì 16 di luglio gli Austriaci accampati sotto Piacenza, dopo aver fatto spianare i loro ridotti e batterie, e messe in viaggio tutte le artiglierie, munizioni e bagagli, levarono il campo, e s'inviarono alla volta della Trebbia, abbandonando in fine i contorni della misera città di Piacenza. Prima di mettersi in viaggio, minarono il seminario di San Lazzaro, per farlo saltare in aria; non ne seguì già il rovesciamento da essi preteso: tuttavia qualche parte ne rovinò, e se ne risentirono tutte le muraglie maestre, riducendosi quel grande edifizio ad uno stato compassionevole, benchè non incurabile. Fermossi l'oste austriaca alla Trebbia, e i generalimarchese Botta Adorno,conte Broune diLinden, colla uffizialità maggiore si portarono ad inchinare il re di Sardegna, il quale assunse il comando supremo di tutta l'armata. Tennesi poi fra loro un consiglio generale di guerra, a fine di determinar le ulteriori operazioni della presente campagna. Per l'allontanamento de' Tedeschi ognun crederebbe che si slargasse di molto il cuore agl'infelici Piacentini dopo tanti patimenti sofferti in così lungo assedio. Ma appena poterono eglino passeggiar liberamente per li contorni, che videro un orrido spettacolo di miserie, nè trovarono se non motivi di pianto. Per più miglia all'intorno quelle case che non erano diroccate affatto, minacciavano almeno rovina; erano fuggiti i più de' contadini; perite le bestie; si scorgeva immensa la strage degli alberi. E come vivere da lì innanzi, essendo in buona parte mancato il raccolto presente, e tolta la speranza di ricavarne nell'anno appresso, non restando maniera di coltivar le terre? Molto oro, non si può negare, sparsero gli Spagnuoli per le botteghe di quella città, per provvedersi massimamente di panni e drapperie; ma il resto del popolo languivaper la povertà e penuria de' grani. Per sopraccarico venuti i Franzesi, nè potendo ottenere dagli Spagnuoli frumento o farine, richiesero, sotto pena della vita, nota fedele di quanto se ne trovava presso dei cittadini; e ne vollero la metà per loro. Non andarono esenti dalla militar perquisizione nè pure i monisteri delle monache.

In questa positura erano gli affari della guerra in Lombardia, quando eccoti portata da corrieri la nuova d'una peripezia che ognun conobbe d'incredibile importanza per la Francia, e per chiunque avea sposato il di lei partito. Il Cattolico monarca delle SpagneFilippo Vgodeva al certo buona salute; ma per la mente troppo affaticata in addietro era divenuto, per così dire, una pura macchina. Assisteva a' consigli, ma più per testimonio che per direttore delle risoluzioni. Queste dipendevano dal senno de' suoi ministri, e più dai voleri della regina consorteElisabetta Farnese, i cui principali pensieri tendevano sempre all'esaltazione de' proprii figli. Da molti anni in qua usava il re di fare di notte giorno, costume preso allorchè soggiornò in Siviglia. Nel dopo pranzo adunque del dì 9 di luglio, quando stava per levarsi di letto, fu sorpreso da un mortale deliquio, alcuni dissero di apoplessia, ed altri di rottura di vasi, che in sette minuti il privò di vita. Mancò egli fra le braccia della real consorte in età di anni sessantadue, sei mesi e giorni venti, essendo inutilmente accorsi i medici e il confessore. Morto ancora il trovarono i reali infanti. Lasciò questo monarca fama di valore, per avere ne' tanti sconcerti passati del regno suo intrepidamente assistito in persona alle militari imprese; maggiore nondimeno fu il concetto che restò dell'incomparabile sua pietà e religione, in ogni tempo conservata, con pari tenore di vita, talmente che fu creduto esente da qualunque menoma colpa di piena riflessione. Tanto nondimeno i suoi popoli che i suoi avversarii notarono in luipeccata Caesaris, per le tanteguerre non necessarie che impoverirono i suoi sudditi con arricchir gli stranieri, e per la poca fermezza ne' suoi trattati. Ma son soggetti anche i buoni regnanti alla disavventura di aver ministri che sanno dar colore di giustizia ai consigli dell'ambizione, e far credere la ragione di Stato una legge superiore a quella del Vangelo. A così glorioso regnante succedette il real principe d'Asturiasdon Ferdinando, figlio del primo letto, nato nell'anno 1713 a dì 23 di settembre daMaria Luisa Gabriella di Savoia. Avea questo nuovo monarca fin l'anno 1729 sposata l'infantedonna Maria Maddalena di Portogallo; e per quanto appariva agli occhi degli uomini, gareggiava col padre, se non anche andava innanzi, nella pietà e religione. Gran saggio diede egli immediatamente dell'animo suo eroico, col confermare tutte le cariche (anche mutabili) conferite dal re suo genitore, e fin quelle di chi avea poco curata, anzi disprezzata, la di lui persona in qualità di principe ereditario. Vie più ancora si diede a conoscere l'insigne generosità del suo cuore pel gran rispetto e per le finezze ch'egli usò verso la regina sua matrigna, approvando per allora tutti i lasciti a lei fatti dal re defunto, e non volendo ch'ella si ritirasse in altra città, ma soggiornasse in Madrid; al qual fine la provvide per lei e pelcardinale infantedi due magnifici palagi uniti, e di tutti i convenevoli arredi del lutto. Osservossi eziandio in lui (cosa ben rara) un tenero amore verso de' suoi reali fratelli, e massimamente verso dell'infantedon Carlore delle Due Sicilie. Per conto poi d'essa real matrigna, e per varii assegnamenti fatti dal re defunto, si presero col tempo delle alquanto diverse risoluzioni.

Arrivata la nuova di questo inaspettato avvenimento in Italia e in tutti i gabinetti d'Europa, svegliò la gioia in alcuni, il timore in altri, riflettendo ciascuno che poteano provenire mutazioni di massime, essendo sopra tutto insorta opinione che questo principe, perchènato in Ispagna, tuttochè della real casa di Borbone, sarebbe re spagnuolo, e non più franzese; e che la Spagna uscirebbe di minorità e tutela, quasichè in addietro nel gabinetto di Madrid dominasse al pari che in quello di Versaglies, la corte di Francia. Non passò certamente gran tempo che gl'Inglesi, con rivolgersi al re di Portogallo, per mezzo suo cominciarono a far gustare al nuovo re proposizioni di concordia e pace. Men diligenti non furono al certo i Franzesi a mettere in ordine le batterie della loro eloquenza, per contenerlo nella già contratta alleanza: con qual esito, si andò poi a poco a poco scoprendo. Ma in questi tempi un altro impensato accidente riempiè di duolo la corte di Francia. Si era già sgravata col parto d'una principessa la moglie del delfino di FranciaMaria Teresa, sorella del nuovo monarca spagnuolo; quando sopraggiunta una febbre micidiale, nel termine di tre giorni troncò lo stame del di lei vivere nel dì 23 di luglio in età di poco più di vent'anni. Andava intanto il re di Sardegna insieme co' generali tedeschi meditando qualche efficace ripiego, per costringere i Gallispani ad abbandonare la città e l'afflitto territorio di Lodi. Fu perciò ordinato al generale conte di Broun di passare il Po a Parpaneso con un grosso corpo d'armati, e di occupare la riva di là del Lambro. Sul principio d'agosto anche lo stesso re sardo colle maggiori sue forze passò colà a fine di ristrignere gli Spagnuoli non men da quella parte che da quella di Pizzighettone. Uniti poscia i Piemontesi ed Austriaci ebbero forza di passare sull'altra parte del Lambro, e di piantare due ponti su quel fiume, alla cui sboccatura s'era fortificato ilmaresciallo di Maillebois, stando a cavallo del medesimo. Furono cagione tali movimenti che gli Spagnuoli si ritirarono dall'Adda. Abbandonato anche Lodi, inviarono a Piacenza le loro artiglierie e munizioni, raccogliendosi tutti a Codogno e Casal Pusterlengo. Precorse intanto voce che perl'ordine del novello re di SpagnaFerdinando VIcirca sei mila Spagnuoli, già mossi per passare in Italia, non progredissero nel viaggio, e fosse anche fermata gran somma di danaro, che s'era messo in cammino a questa volta: tutti preludii di cangiamento d'idee in quella corte.

Non poteano in fine più lungamente mantenersi nel di là da Po i Gallispani, troppo inferiori di forze ai loro avversarii, perchè sempre più veniva meno il foraggio con altre provvisioni, nè adito restava di procacciarsene senza pericolo. Stavano i curiosi aspettando di vedere qual via essi eleggerebbono, cioè se quella di ritirarsi verso Genova, o pure d'inviarsi alla volta di Parma; nè mancavano gli Austriaco-Sardi di stare attenti a qualunque risoluzione che potesse prendere la nemica armata; al qual fine il generalemarchese Botta Adornocon più migliaia di Tedeschi s'era postato di qua dalla Trebbia verso la collina, per accorrere, ove il chiamasse la ritirata de' Gallispani. Fu anche spedito il conte Gorani con alcune compagnie di granatieri e di cavalleria al ponte di Parpaneso per vegliare agli andamenti de' nemici, caso che tentassero di voler passar il Po verso la bocca del Lambro, e per dar loro anche dell'apprensione. Tennero intanto i Gallispani consiglio segreto di guerra, per uscire di quelle strettezze. Fu detto che fossero diversi i sentimenti del consiglio di guerra, e fra gli altri del Gages e Maillebois, tra' quali passarono parole assai calde. Proponeva il Gages di ridursi in Piacenza, dove non mancavano provvisioni per due ed anche per tre settimane, persuaso che i nemici per mancanza di foraggi non avrebbero potuto fermarsi di là dalla Trebbia; nè a cagion del puzzo tornare sotto Piacenza: sicchè sarebbe restato libero il ritirarsi a Tortona. Ma prevalse in cuore del reale infante il parere del Maillebois, perchè creduto migliore, o perchè parere franzese. Nella notte dunque precedente al dì 9 diagosto i Gallispani, lasciate scorrere pel fiume Lambro nel Po le tante barche da loro adunate, con somma diligenza si diedero a formar due ponti sopra esso Po, e per tutto quel giorno attesero a passare di qua coll'intera loro armata, cannoni e bagaglio; e nella notte e dì seguente, dopo avere rotti i ponti, cominciarono a sfilare alla volta di Castello San Giovanni. Ma essendo giunto l'avviso della loro ritirata al suddetto generale marchese Botta, prese egli una risoluzione non poco ardita, e che fu poi scusata per la felicità del successo: cioè di portarsi ad assalire i nemici, tuttochè il corpo suo forse non giugnesse a sedici mila armati; laddove quel de' nemici si faceva ascendere a ventisette mila, computati quei che nello stesso dì uscirono di Piacenza. Contro le istruzioni a lui date era prima passato di qua dal Po pel ponte di Parpaneso il conte Gorani col suo picciolo distaccamento. Per farsi onore, fu egli il primo a pizzicare la retroguardia dei Gallispani, che era pervenuta a Rottofreddo in vicinanza del picciolo fiume Tibone; e all'incontro di mano in mano che andavano arrivando i battaglioni del generale Botta, entravano in azione. Fu dunque obbligata la retroguardia suddetta a voltar faccia, e a tenersi in guardia, colla credenza che ivi fosse tutto il forte degli Austriaci, cioè senza avvedersi di combattere sulle prime contra di pochi, che si poteano facilmente avviluppare o mettere in rotta. Andò perciò sempre più crescendo il fuoco, finchè giunti tutti i Tedeschi, divenne generale il conflitto. Fu spedito all'infante, pervenuto già col duca di Modena e col corpo maggiore di sua gente a Castello San Giovanni, acciocchè inviasse soccorso, siccome fece, con alcuni reggimenti di cavalleria. Era allora alto il frumentone, o sia grano turco; coperti da esso combattevano i fucilieri tedeschi. Giocavano la artiglierie, e massimamente una batteria di quei cannoni alla prussiana, che presto si caricano, nè occorre rinfrescarli che dopomolti tiri, posta dagli Austriaci sopra un picciolo colle caricata a sacchetti. Appena si accostarono alla scoperta le nemiche schiere, che con orrida gragnuola si trovarono flagellate. Per più ore durò il sanguinoso cimento; rispinta e più di una volta fu messa in fuga la fanteria tedesca dalla cavalleria spagnuola; finchè giunto a quella danza anche ilmarchese di Castellar, che seco conduceva il presidio di Piacenza, consistente in cinque mila combattenti, gli Austriaci si ritirarono, tanto che potè l'oste nemica continuare il viaggio, e giugnere in secreto al suddetto castello di San Giovanni. Si venne poscia ai conti, e fu creduto che restassero sul campo tra morti e feriti quasi quattromila Gallispani, e che almeno mille e ducento fossero i rimasti prigioni, senza contare quei che disertarono; perciocchè abbondando l'oste spagnuola della ciurma di molte nazioni, non mai succedeva fatto d'armi o viaggio, che non fuggisse buona copia di essi. Restò il campo in poter dei Tedeschi con circa nove cannoni, e undici tra bandiere e stendardi; ma in quel campo si contarono anche di essi tra estinti e feriti circa quattro mila persone. Vi lasciò la vita fra gli altri uffiziali il valoroso generalebarone di Berenclau, e tra i feriti furono i generaliPallavicini, conte Serbelloni, Voghtern, AndlaueGorani. Di più non fecero i Gallispani, perchè loro intenzione era non di decidere della sorte con una battaglia, ma bensì di mettere in salvo i loro sterminati bagagli, e di ritirarsi. Fu nondimeno creduto che se il conte di Gages avesse saputa l'inferiorità delle forze nemiche, potuto avrebbe in quel giorno disfare l'armata tedesca.

Non sì tosto ebbe fine l'atroce combattimento, che sull'avviso della secreta partenza del marchese di Castellar da Piacenza un distaccamento austriaco si presentò sotto quella città, e ne intimò immediatamente la resa; e perchè non furono pronti i cittadini a spalancar le porte, per aver dovuto passar di concertocoi Gallispani, ivi rimasti o malati o feriti, si venne alle minaccie d'ogni più aspro trattamento. Uscirono in fine i deputati della città, e dopo aver giustificati i motivi del loro ritardo, fu conchiuso il pacifico ingresso de' Tedeschi nella medesima sera, con rilasciare libero il bagaglio alla guernigione gallispana tanto della città che del castello, la quale restò in numero di ottocento uomini prigioniera di guerra. Vi si trovò dentro più di cinque mila (altri scrissero fino ad otto mila) tra invalidi, feriti ed infermi, compresi fra essi quei della precedente battaglia; più di ottanta pezzi di grosso cannone, oltre ai minori; trenta mortari, e quantità grande di palle, bombe, tende ed altri militari attrezzi, con varii magazzini di panni e tele, di grano, riso e fieno entro e fuori delle mura. Presero gli Austriaci il possesso di quella città; ed ancorchè nei dì seguenti vi entrassero i ministri, e un corpo di gente del re di Sardegna che ne ripigliò il civile e militare governo, pure anch'essi continuarono ivi il loro soggiorno per guardia delle artiglierie e de' magazzini, finchè si ultimasse la proposta divisione di tutto, cioè della metà d'essi per ciascuna delle corti. Allora fu che veramente sotto l'afflitta città di Piacenza ebbe fine il flagello della guerra militare; ma un'altra vi cominciò non men lagrimevole della prima. Gli stenti passati, il terrore, ma più di ogni altra cosa il puzzore e gli aliti malefici di tanti cadaveri di uomini e di bestie seppelliti (e non sempre colle debite forme) tanto in quella città che nei contorni, cagionarono una grande epidemia negli uomini: dura pensione provata tante altre volte dopo i lunghi assedii delle città. Ne seguì pertanto la mortalità di molta gente, talmente che in qualche villa non potendo i preti accorrere da per tutto; senza l'accompagnamento loro si portavano i cadaveri alle chiese.

Era già pervenuta a Voghera l'armata gallispana, ridotta, per quanto si potè congetturare, a quattordici mila Spagnuolie sei mila Franzesi, inseguita sempre e molestata nel viaggio da Usseri e Schiavoni. Giacchè i Piemontesi non aveano voluto aspettare in Novi l'arrivo di tanti nemici, e s'era perciò aperta la comunicazione de' Gallispani con Genova, ed inoltre un corpo di circa otto mila tra Franzesi e Genovesi, condotto dalmarchese di Mirepoix, scendendo dalla Bocchetta, era venuta sino a Gavi, per darsi mano con gli altri: venne dal maresciallo di Maillebois e dal generale conte di Gages, nel consiglio tenuto col reale infante e col duca di Modena, fissata l'idea di far alto in essa Voghera; ed ordinato a questo fine che si facesse per tre giorni un general foraggio per quelle campagne. Ma ecco improvvisamente arrivar per mare da Antibo ilmarchese della Mina, o siade las Minas, spedito per le poste da Madrid, che giunto a Voghera, dopo aver baciate le mani all'infantedon Filippo, presentò le regie patenti, in vigor delle quali, siccome generale più anziano del Gages, assunse il comando dell'armi spagnuole in Lombardia, subordinato bensì in apparenza ad esso infante, ma dispotico poi infatti. Ordinò egli pertanto che tutte le truppe di Spagna si mettessero in viaggio a dì 14 d'agosto alla volta di Genova. Per quanto si opponessero con varie ragioni i Franzesi, non si mutò parere; laonde anch'essi, scorgendo rovesciate tutte le già prese misure, per non restar soli indietro, si videro forzati alla ritirata medesima. Marciava questa armata verso la Bocchetta, e già scendeva alla volta di Genova, facendosi ognuno le meraviglie per non sapere intendere come que' generali pensassero a mantenere migliaia di cavalli fra le angustie e le sterili montagne di quella capitale: quando in fine si venne a svelar l'intenzione del generale della Mina, o, per dir meglio, gli ordini segreti a lui dati dal gabinetto della sua corte, cioè di prender la strada verso Nizza, e di menar le sue genti fuori d'Italia. Di questa risoluzione, che fece trasecolare ognuno, si videro inbreve gli effetti; perchè egli, dopo avere spedito per mare tutto quel che potè di artiglierie, bagagli ed attrezzi, senza ascoltar consigli, senza curar le querele altrui, cominciò ad inviare parte delle sue truppe per le sommamente disastrose vie della riviera di Ponente verso la Provenza. L'infante don Filippo e il duca di Modena, rodendo il freno per così impensata e disgustosa mutazione di scena, si videro anch'essi forzati dopo qualche tempo a tener quella medesima via, non sapendo spezialmente il primo comprendere come s'accordassero con tal novità le proteste del fratello re Ferdinando, di avere cotanto a cuore i di lui interessi. Fu allora che non pochi Italiani delle brigate spagnuole non sentendo in sè voglia di abbandonare il proprio cielo, seppero trovar la maniera di risparmiare a sè stessi il disagio di quelle marcie sforzate. Ilconte di Gagese ilmarchese di Castellars'inviarono innanzi per passare in Ispagna. Era il Castellar richiamato colà. Al Gages fu lasciato l'arbitrio di andare o di restar nell'armata; ma anch'egli andò.

Pareva intanto che gli Austriaco-Sardi facessero i ponti d'oro a quella gente fuggitiva, quasichè non curassero più di pungerla o di affrettarla, come era seguito a Rottofreddo, e bastasse loro di vedere sgravata dalle lor armi la Lombardia. Ma tempo vi volle per ben assicurarsi delle determinazioni de' nemici. Chiarita la ritirata d'essi alla volta di Genova, allora passato il Po, andarono ilgenerale Broune ilprincipe di Carignanocon dodici mila armati ad unirsi a San Giovanni colgenerale Botta. Mossosi poi di là da Po anche il re di Sardegna, si avanzò sino a Voghera e Rivalta; dove concorsi tutti i generali, tenuto fu consiglio di guerra, e presa la risoluzione di procedere avanti contro di Genova. Opponevasi ai loro passi primieramente Tortona e poi Gavi. Perchè nella prima era restata una gagliarda guernigione di Spagnuoli e Genovesi, e gran tempo sarebbe costato l'espugnazion di quella piazza, solamente si pensòa strignerla con un blocco. A questa impresa furono destinati alquanti battaglioni, la metà austriaci e la metà savoiardi, che si postarono sulla collina contro la cittadella; al piano si stese un corpo di cavalleria. E perciocchè il più della lor gente a cavallo non occorreva per quell'impresa, e molto meno per la meditata di Genova, fu inviata a prendere riposo nel Cremonese, Modenese e Guastallese. Nel 19 d'agosto arrivò la vanguardia tedesca col generale Broun a Novi, bella terra del Genovesato, ma terra troppo bersagliata nelle congiunture presenti e sottoposta di nuovo ad una contribuzione più rigorosa delle precedenti. Il castello di Serravalle assalito dagli Austriaco-Sardi, e perseguitato con due mortari a bombe, non tenne forte che una giornata, e tornò all'ubbidienza del re di Sardegna. Fattesi poi le necessarie disposizioni, si prepararono gli Austriaci per inoltrarsi verso Genova, e nello stesso tempo il suddetto re colla maggior parte delle sue forze s'inviò verso le valli di Bormida ed Orba, per penetrare nella riviera genovese di Ponente verso Savona e Finale, a fine d'incomodar la ritirata de' nemici. Incredibil numero di cavalli perderono gli Spagnuoli nella precipitosa loro marcia per quelle strade piene di passi stretti, balze e dirupi. Tuttochè Gavi, vecchia fortezza, fosse mal provveduta di fortificazioni esteriori, però teneva tal presidio e treno d'artiglieria, che poteva incomodar di troppo i passaggi degli Austriaci, e la lor comunicazione colla Lombardia; fu perciò incaricato ilgenerale Piccolominidi formarne l'assedio; al qual fine da Alessandria furono spediti cannoni e bombe. Intanto verso il fine d'agosto s'inoltrò il grosso dell'armata austriaca per Voltaggio alla volta della Bocchetta, passo fortificato dai Genovesi, e guernito di alquante compagnie d'essi e di Franzesi. Dopo aver fatto i due generali Botta e Broun prendere le superiori eminenze del giogo, inviarono all'assalto di quel sito tre diversi staccamenti di granatieri efanti; e, se si ha da prestar fede alle relazioni loro, col sacrifizio di soli trecento de' loro uomini forzarono i Genovesi a prendere la fuga coll'abbandono de' cannoni e munizioni che quivi si trovarono. Pretesero all'incontro i Genovesi di avere sostenuto con vigore, e renduto vano il primo assalto degli Austriaci, e si preparavano a far più lunga resistenza, quando furono all'improvviso richiamati dal loro generale i Franzesi. Non avea mancato in questi tempi ilmaresciallo di Mailleboisd'incoraggire il governo di Genova, con fargli sapere l'assistenza delle truppe di suo comando, ed una risoluzione diversa da quella degli Spagnuoli, che tutti in fine erano marciati verso ponente. Ma non durò gran tempo la sua promessa, perchè, vago anch'egli di mettere in salvo sè stesso e tutta la sua gente, la fece sfilare verso la Francia, lasciando in grave costernazione l'abbandonata infelice città di Genova. Il tempo fece dipoi conoscere che dalla corte di Versaglies non dovette essere approvata la di lui condotta, perchè, richiamato a Parigi, fu posto a sedere, e dato il comando di quella molto sminuita armata al duca di Bellisle. Se crediamo a' Genovesi il loro comandante rimasto alla Bocchetta dopo l'abbandonamento de' Franzesi scrisse tosto al governo, per ricevere ordini più precisi, esibendosi di poter sostenere quel posto anche per qualche giorno. L'ordine che venne, fu ch'egli si ritirasse colla sua gente; laonde non durarono poi gli Austriaci ulteriore fatica per impadronirsene, con inseguir anche e pizzicare i fuggitivi Genovesi. Liberata da questo ostacolo l'oste austriaca, non trovò più remora a' suoi passi, e potè francamente calare buona parte d'essa sino a San Pier d'Arena a bandiere spiegate, dove nel dì 4 di settembre si vide piantato il suo quartier generale.

Se battesse il cuore ai cittadini di Genova al trovarsi in così pericoloso emergente, ben facile e giusto è l'immaginarlo.Fin quando si vide l'esercito gallispano muovere i passi dalla Lombardia verso la loro città, ben s'era avveduto quel senato della brutta piega che prendevano i proprii interessi; e però furono i saggi d'avviso che si spedissero tosto quattro nobili alle corti di Vienna, Parigi Madrid e Londra, per quivi cercar le maniere di schivar qualche temuto anzi preveduto naufragio. Ma guai a quegl'infermi che, presi da micidial parosismo, aspettano la lor salute da' medici troppo lontani! Il perchè, peggiorando sempre più i loro affari, que' savii signori, già convinti d'essere abbandonati da ognuno, ed esposti ai più gravi pericoli, altra migliore risoluzione in così terribil improvvisata non seppero prendere, che di trattare d'accordo coi generali della regnante imperadrice. Non mancavano certamente, se alle apparenze si bada, forze a quel senato per difendere la città guernita di buone mura, anzi di doppie mura, di copiosa artiglieria e di grossi magazzini di grano, ed altri beni quivi lasciati dagli Spagnuoli, e con presidio di non poche migliaia di truppe regolate. Nè già avea lasciato in quella strettezza di tempo il governo di distribuir le guardie e milizie dovunque occorreva, e di disporre le artiglierie ne' siti più proprii per la difesa della città. Contuttociò battuti dalla parte di terra da' Tedeschi, angustiati per mare dalle navi inglesi, e perduta la speranza d'ogni soccorso, che altro potevano aspettar in fine, se non lo smantellamento delle lor suntuose case e delizie di campagna, ed anche la propria rovina e schiavitù? Nè pur sapeano essi ciò che si potessero promettere del numeroso bensì e vivace popolo di quella capitale, perchè popolo già mal contento, per essergli mancato il guadagno, e cresciuto lo stento, mentre da tanto tempo, sì dalla banda della Lombardia, che da quella del mare, veniva difficoltato il trasporto della legna, carbone, carni e varii altri commestibili; e forse popolo che declamava contro l'impegnodi guerra preso dal consiglio di alcuni più prepotenti de' nobili. Aggiungasi che fra la dominante nobiltà ed esso popolo passava bensì in tempo di quiete la corrispondenza convenevole dell'ubbidienza e del comando, ma non già assai commercio di amore, stante l'altura con cui trattavano que' signori il minuto popolo, già degradato dagli antichi onori e privilegii; talmente che non si potea sperare che alcun d'essi volesse sacrificar le proprie vite per mantenere in trono tanti principi, che sembravano non curar molto di farsi amare da' loro sudditi. E se i nemici fossero giunti a salutar la città colle bombe, potea la poca armonia degli animi far nascere disegni e desiderii di novità in quella gran popolazione. Finalmente si trovava la città sì sprovveduta di farine, che la fame fra pochi dì avrebbe sconcertate tutte le misure. Saggiamente perciò da quel consiglio fu preso lo spediente di non resistere, e di comperar più tosto coi meno svantaggiosi patti che fosse possibile la riconciliazione coll'imperadrice e coi suoi alleati, che di azzardarsi ad un giuoco in cui poteano perdere tutto.

Eransi già accampate le truppe austriache alle spiaggie del mare, vagheggiando i movimenti di quello dai più d'essi non prima veduto elemento. Spezialmente sull'asciutte sponde della Polcevera non pochi reggimenti d'essi s'erano adagiati; nè sarebbe mai passato per mente a que' buoni Alemanni che quel picciolo torrente potesse, per così dire, in un istante cangiarsi in un terribil gigante. Ma nel dì 6 del suddetto settembre ecco alzarsi per aria un fiero temporale gravido di fulmini con impetuoso vento e pioggia dirotta, per cui scese sì gonfia di acque ed orgogliosa essa Polcevera, che trascinò in mare circa secento persone tra soldati, famigli ed anche alcuni uffiziali, assaissimi cavalli, muli e bagagli. Guai se questo accidente arrivava di notte, la terza parte dell'armata periva. Nel giorno stesso dei 4 in cui parte dell'esercitoaustriaco cominciò a giugnere a San Pier d'Arena, furono deputati dal consiglio di Genova alcuni senatori che andassero a riverire ilgenerale Broun, condottiere di quel corpo di gente. Introdotti alla sua udienza, rappresentarono la somma venerazione della repubblica verso l'augusta imperadrice, mantenuta anche in questi ultimi tempi, nei quali aveano protestato e tuttavia protestavano di non aver guerra contro della maestà sua; e che essendo le di lei milizie entrate nel dominio della repubblica, il governo inviava ad offrire tutti i più sicuri attestati di amicizia ai di lei ministri, mettendosi intanto sotto la protezione e in braccio alla clemenza della cesarea reale maestà sua. Intendeva molto bene il Broun la lingua italiana; ma non arrivò mai a capire ciò che volesse dire quella protesta di non aver fatta guerra contro l'augusta sua sovrana. Pure, senza fermarsi in questo, rispose ai deputati, che stante la lor premura di godere della cesarea clemenza e protezione, e di non provare i disordini che potrebbe produrre l'avvicinamento dell'armi imperiali, egli manderebbe le guardie alle porte della città, affinchè si prevenisse ogni molestia e sconcerto nel di dentro e al di fuori d'essa. E perciocchè risposero i deputati, che a ciò ostavano le leggi fondamentali dello Stato, il generale alterato replicò loro, che non sapeva di leggi e di statuti, con altre parole brusche, colle quali li licenziò. Arrivato poi nel giorno appresso ilmarchese Botta Adorno, primario generale e comandante dell'esercito austriaco, si portarono a riverirlo i deputati. In lui si trovò più cortesia di parole, ma insieme ugual premura che fruttasse alla maestà dell'imperadrice la fortuna presente delle sue armi. Proposero di nuovo que' senatori la risoluzione della repubblica di mettersi sotto la protezione d'essa imperadrice, a cui darebbono gli attestati della più riverente amicizia, con ritirar da Tortona le loro genti; con far cessare leostilità del presidio di Gavi; con rimettere tutti i prigionieri, ed anche i disertori, implorando nondimeno grazia per essi; col congedar le milizie del paese, e quelle eziandio di fortuna, ritenendo solamente le consuete per guardia della città, e con esibirsi di somministrare tutto quanto fosse in lor potere per comodo e servigio dell'armi austriache, rimettendosi in una totale neutralità per l'avvenire. Le risposte del generale Botta furono, che darebbe gli ordini, affinchè l'esercito cesareo reale desistesse da ogni ostilità, ed osservasse un'esatta disciplina; ma essere necessaria una promessa nella repubblica di stare agli ordini dell'augustissima imperadrice, dalla cui clemenza per altro si poteva sperare un buon trattamento: e che, per sicurezza della lor fede, conveniva dargli in mano una porta della città; e che intanto si lascierebbe intatta l'autorità del governo, la libertà e quiete della città. Portate al consiglio queste proposizioni, furono accettate, e si consegnò al generale Botta la porta di San Tommaso, sebben poscia egli pretese e volle anche l'altra della Lanterna.

Nel giorno seguente 6 di settembre portossi personalmente esso marchese in città per formare una capitolazion provvisionale, la quale sarebbe poi rimessa all'arbitrio della maestà dell'imperadrice. Ne furono ben gravose le condizioni; ma giacchè il riccio era entrato in tana, convenne ricevere le leggi da chi le dava non come contrattante, ma come vincitore; e furono: Che si consegnassero le porte della città alle soldatesche dell'imperadrice regina: il che non ebbe poi effetto, essendosi, come si può credere, tacitamente convenute le parti che bastassero le due sole già consegnate. Che le truppe regolate, o sia di fortuna, della repubblica s'intendessero prigioniere di guerra. Che l'armi tutte della città, e le munizioni da bocca e da guerra destinate per le milizie, si consegnassero agli uffiziali di sua maestà. Che lo stesso siintendeva di tutti i bagagli ed effetti delle truppe gallispane e napoletane, e delle loro persone ancora. Che il presidio e fortezza di Gavi, se non era per anche renduta, si rendesse tosto all'armi di essa imperadrice. Che il doge e sei primarii senatori nel termine di un mese fossero tenuti di passare alla corte di Vienna, per chiedere perdono dell'errore passato, e per implorare la cesarea clemenza. Che gli uffiziali e soldati d'essa imperadrice e de' suoi alleati si mettessero in libertà. Che subito si pagherebbe la somma di cinquanta mila genovine all'esercito imperiale, a titolo di rinfresco, e per ottenere il quieto vivere: del resto poi delle contribuzioni dovea intendersi la repubblica col generaleconte di Cotech, autorizzato per tale incumbenza. Che quattro senatori intanto passerebbero per ostaggi di tal convenzione a Milano. Finalmente che questo accordo non sortirebbe il suo effetto, finchè non venisse ratificato dalla corte di Vienna. Tralascio altri meno importanti articoli. Non si sa che avesse effetto la consegna dell'armi e munizioni da guerra della città; ma sibbene alle mani dei ministri austriaci pervennero tutti i magazzini (erano ben molti) spettanti a' Gallispani; con che quell'esercito, poco prima bisognoso di tutto, si vide provveduto di tutto; e col ritorno dei disertori, ai quali fu accordato il perdono, venne aumentato di due mila persone. Non si tardò a sborsare le cinquanta mila genovine, il ripartimento delle quali fra gli uffiziali e soldati ebbe l'attestato delle pubbliche gazzette. Bisogno più non vi fu di trattare e disputare intorno al resto delle contribuzioni; perciocchè il suddetto conte di Cotech, commissario generale austriaco, il quale ne sapea più di Bartolo e Baldo nel suo mestiere, inviò aldoge Brignolee senato di Genova una intimazione scritta di buon inchiostro. In essa esponeva, che essendosi la repubblica di Genova impegnata in una guerra manifestamente ingiusta contro la maestàdell'imperadrice regina e de' suoi collegati, ed aperto il varco a' suoi nemici per invadere gli Stati d'essa imperadrice e del re di Sardegna; giusta cosa sarebbe stata l'esigere da essa il rifacimento di tante spese e danni sofferti che ascendevano a somme inestimabili. Ma che avendo essa repubblica riconosciuto la mano dell'onnipotente, che l'avea fatta soccombere sotto l'armi giuste e trionfanti della maestà sua cesarea e reale; ed essendosi volontariamente offerta di soggiacere agli aggravii che le si doveano imporre: perciò esso conte di Cotech perentoriamente le facea intendere di dover pagare alla cassa militare austriaca la somma ditre milioni di genovine(cioènove milioni di fiorini) in tanti scudi di argento, e in tre pagamenti: cioè un milione dentro quarantott'ore; un altro nello spazio di otto giorni; e il terzo nel termine di quindici giorni: sotto pena di ferro, fuoco e saccheggio, non soddisfacendo nei termini sopra intimati. Questa fu l'interpretazione che diede il ministro alla clemenza dell'imperatrice regina, a cui s'era rimessa quella repubblica.


Back to IndexNext