MDCCXVIAnno diCristoMDCCXVI. IndizioneIX.Clemente XIpapa 17.Carlo VIimperadore 6.In gravissimi timori ed affanni si trovò immersa l'Italia nel presente anno, che la divina provvidenza fece poi risolvere nel progresso in feste ed allegrezze. Divenuta più che mai orgogliosa la Porta Ottomana per le conquiste con tanta facilità fatte nell'anno precedente, meditava già voli più elevati; e si seppe col tempo che avea formati disegni fin sopra la stessa Roma, essendosi esibito il perfido marchese di Langallerie, ribello del re di Francia, di dar mano all'iniqua impresa. Per farsi scala ai danni dell'Italia, determinò il gran signoreAcmetche l'armi sue passassero nell'isola di Corfù, posta in faccia alle estremità del regno di Napoli, e sito comodo per effettuar altre maggiori determinazioni. Quaranta mila tra fanti e cavalli turcheschi fecero sbarco in quella fortunata, ed allora troppo infelice isola, ed impresero tosto l'assediodella capitale, secondati da una sterminata flotta per mare. Aveano anche i Veneziani allestita una poderosa armata navale, ma scarseggiavano di gente, perchè le leve per loro fatte in varii luoghi d'Italia ed oltramonti tardavano a comparire. In questo mentre il ponteficeClemente XI, che aveva già commossi colle più calde preghiere i re di Spagna e Portogallo al soccorso dei Veneti, ebbe sicuri avvisi che il primo invierebbe sei vascelli e cinque galee alle sue spese contra del comune nemico; e il Portoghese fece sciogliere le vele a sei grossi vascelli, e ad altrettanti minori per unirsi alle vele pontificie. Accrebbe il pontefice la sua squadra navale di due galee e di quattro vascelli, coi quali congiunsero ancora i cavalieri di Malta le loro forze, e il gran ducaCosimo IIIunì con esse quattro galee, due la repubblica di Genova. Impose il pontefice una contribuzione al clero d'Italia; e quanto danaro potè somministrar la camera pontificia e i più facoltosi cardinali, tutto andò in aiuto de' Veneziani e in soccorso dell'imperadorCarlo VI. La speranza appunto maggiore del santo padre, dopo la protezione e l'aiuto di Dio, era risposta nelle forze del piissimo Augusto. Certo è che la maestà sua con compassione mirava il terribile spoglio fatto e vicino a farsi dai Turchi delle provincie venete; mirava anche minacciato il suo regno di Napoli dai loro ulteriori progressi; ma non sapea perciò risolversi a sfoderar la spada contra di loro, per sospetto che la corte di Spagna, prevalendosi della congiuntura, in veder impegnate l'armi imperiali in Ungheria, facesse qualche solenne beffa ai suoi Stati d'Italia. Per rimuovere questo ostacolo si affaccendò non poco il sommo pontefice, ed essendogli finalmente riuscito di ricavare del re Cattolico un'autentica promessa di non molestare alcun degli Stati posseduti dall'imperadore durante la guerra col Turco, sua santità si fece garante mallevadore alla corte di Vienna della sicurezza dei cesarei dominii in Italia.Con questa fidanza l'AugustoCarlo VI, nel dì 25 di maggio stretta coi Veneziani una lega difensiva ed offensiva non tardò più a dichiarar la guerra al sultano. Un fiorito esercito di gente veterana teneva Cesare tuttavia in piedi, e questo a poco a poco andò sfilando in Ungheria sino ai confini del dominio turchesco. Il comando dell'armata fu dato al celebreprincipe Eugenio di Savoia, la cui mente, credito e perizia militare si contava per un altro esercito. Trovarono i cristiani un'oste più poderosa di Turchi preparata ai confini, sotto il comando del primo visire, e non solo ben animata alla resistenza, ma che s'inoltrò sino a Petervaradino, e baldanzosamente intimò quel presidio la resa. Furono in quei contorni a vista le due nemiche armate nel dì 5 d'agosto, festa della Beata Vergine ad Nives; e nel tempo stesso che in Roma si facea una solenne processione per implorare il braccio di Dio in favore delle armi cristiane, si venne ad una gran battaglia. Fama fu che l'esercito turchesco contasse centocinquanta mila combattenti, fra i quali quaranta mila giannizzeri e trenta mila spahì. Si azzuffarono dunque nel dì suddetto le due armate nemiche, e si videro i Turchi con ordinanza non più osservata in addietro e con immenso vigore essere i primi all'assalto. Sì fiero fu l'urto loro, che piegarono i reggimenti cesarei, e non mancò apparenza che l'esercito cristiano fosse vicino ad andare in rotta. Ma sostenuto quel primo feroce empito, il prode principe Eugenio fece con tal ordine avanzar le altre schiere, che i nemici, dopo aver fatta una lunga e sanguinosa resistenza, non potendo più reggere alla bravura degli Alemanni, diedero a gambe. Insigne e compiuta fu quella vittoria. Restarono i cristiani padroni del campo, di tutte le tende, di centottanta cannoni di bronzo, di circa altrettante insegne, della cassa militare e della segreteria del primo visire. Del ricco bottino non vi fu soldato alcuno che non partecipasse. Ascesea molte migliaia il numero dei musulmani estinti, poco fu quello dei prigioni. Dal padiglione d'esso visire, che per le ferite andò a morire il dì seguente a Carlowitz, il vittorioso principe Eugenio scrisse tosto e spedì la lietissima nuova all'augusto monarca, il quale poscia mandò a Roma in dono al sommo pontefice quattro delle più ricche bandiere prese ai nemici. Non istette gran tempo a gustarsi del frutto di questa vittoria.S'erano già inoltrati di molto gli approcci de' Turchi sotto la città di Corfù, ed aveano essi senza risparmio di sangue superate le più delle fortificazioni esteriori. Entro stava alla difesa ilconte di Schulemburg, primo generale dell'armi venete, che mirabili pruove diede del suo saper militare, a cui corrispondeva con egual valore la guarnigione cristiana con disputare a palmo a palmo ogni progresso dei nemici. Contuttociò assai si prevedeva che a lungo andare non si potea sostenere una piazza assalita con incredibile sprezzo della morte dagl'infedeli, e priva di speranza di soccorso. Perciocchè s'era ben volta a quelle parti l'armata navale combinata de' Veneziani e degli ausiliarii; ma, per la conoscenza delle forze superiori de' nemici, non sapevano i più dei generali indursi a battaglia, ed ognuno facea conto delle sue belle navi. La mano di Dio vi rimediò. Appena giunse agli assediatori di Corfù l'infausto avviso della grande sconfitta de' suoi in Ungheria, che entrato in essi un terror panico, come se avessero alle reni il sì lontano vittorioso esercito, subito presero la fuga. Lasciarono indietro artiglierie, cavalli, bagagli e munizioni; solo si pensò a salvare le vite. Gran dire fu, perchè la flotta cristiana in quel grave scompiglio degli atterriti musulmani non volasse ad assalirli, giacchè sicura ne parea la vittoria. La verità nondimeno si è, che si allestirono bensì i collegati per inseguire i fuggitivi, ma in tempo che, sorta una fiera burrasca, convenne pensar più a difendere sè stessi dall'ira del mare che adoffendere altrui. Per lo felice scioglimento di questo assedio non si può dire quanta allegrezza si diffondesse nel cuore di tutti gl'Italiani ben conoscenti che terribili conseguenze avrebbe portato seco la perdita di un'isola forte, sì contigua alle contrade d'Italia. Ricuperarono dipoi i Veneti Butintrò e Santa Maura.Qui nulladimeno non terminò il comune giubilo dei fedeli. Erano passati cento sessanta anni che la città di Temiswar sofferiva il giogo turchesco, città attorniata da paludi, munita di buone fortificazioni, custodita da un numeroso presidio. A cagion di quelle appellate Palanche difficilissimo compariva l'accesso alla piazza. Pure nulla potè ritenere l'invittoprincipe Eugeniodall'imprenderne l'assedio, a cui fu dato principio nel primo dì di settembre. Nel dì 23 si presentò un esercito turchesco per dar soccorso alla piazza; ma ritrovati ben trincierati gli assedianti, se ne tornò indietro, sminuito molto di numero. Bisognò impiegare il resto del mese per disporre tutto a superar la Palanca, cioè il sito paludoso, fortificato da grossissimi pali, per cui convien passare alla città. Se ne impadronirono i cristiani nel dì primo di ottobre non senza spargimento di molto sangue, e si diedero poi a bersagliare la città e il castello, cinto da doppia fossa piena di acqua. Nel dì 13 di esso mese, perduta ogni speranza di soccorso, non volle quel presidio differire la resa, ed ottenne libera l'uscita per sè e per tutti gli abitanti col loro avere: capitolazione che fu religiosamente osservata, con essersi provveduto a quel popolo un migliaio di carra per asportar le loro sostanze. Ne uscirono dodici mila armati, e trovaronsi in quella piazza cento trentasei pezzi di cannone e dieci mortari, con abbondante raccolta di munizioni da guerra. Per sì gloriosa campagna Roma e tutta l'Italia si videro tripudianti di gioia, e dappertutto si tessevano elogii all'invincibile principe di Savoia, al quale il pontefice nel dì 8 di novembre fece presentare in Giavarinola spada benedetta in riconoscenza ed onore del suo incomparabil valore. Coll'acquisto di Temiswar, a cui tenne dietro quello di Panscova, Vipalanca e Meadia, tutto quel riguardevol bannato venne in potere di Cesare. Fu in questo, anno che calò in Italia incognitoCarlo Albertoprincipe elettorale di Baviera, cioè il medesimo che da qui ad alcuni anni noi vederem poi conseguire la corona imperiale. Dopo avere nel mese di marzo ricevuto questo principe in Modena dal ducaRinaldo di Esteogni dimostrazione di onore, passò a Bologna per visitare la gran duchessaViolantesua zia, che s'era apposta portata colà. Andò egli poscia a Roma dove il santo padre colle maggiori finezze lo accolse.
In gravissimi timori ed affanni si trovò immersa l'Italia nel presente anno, che la divina provvidenza fece poi risolvere nel progresso in feste ed allegrezze. Divenuta più che mai orgogliosa la Porta Ottomana per le conquiste con tanta facilità fatte nell'anno precedente, meditava già voli più elevati; e si seppe col tempo che avea formati disegni fin sopra la stessa Roma, essendosi esibito il perfido marchese di Langallerie, ribello del re di Francia, di dar mano all'iniqua impresa. Per farsi scala ai danni dell'Italia, determinò il gran signoreAcmetche l'armi sue passassero nell'isola di Corfù, posta in faccia alle estremità del regno di Napoli, e sito comodo per effettuar altre maggiori determinazioni. Quaranta mila tra fanti e cavalli turcheschi fecero sbarco in quella fortunata, ed allora troppo infelice isola, ed impresero tosto l'assediodella capitale, secondati da una sterminata flotta per mare. Aveano anche i Veneziani allestita una poderosa armata navale, ma scarseggiavano di gente, perchè le leve per loro fatte in varii luoghi d'Italia ed oltramonti tardavano a comparire. In questo mentre il ponteficeClemente XI, che aveva già commossi colle più calde preghiere i re di Spagna e Portogallo al soccorso dei Veneti, ebbe sicuri avvisi che il primo invierebbe sei vascelli e cinque galee alle sue spese contra del comune nemico; e il Portoghese fece sciogliere le vele a sei grossi vascelli, e ad altrettanti minori per unirsi alle vele pontificie. Accrebbe il pontefice la sua squadra navale di due galee e di quattro vascelli, coi quali congiunsero ancora i cavalieri di Malta le loro forze, e il gran ducaCosimo IIIunì con esse quattro galee, due la repubblica di Genova. Impose il pontefice una contribuzione al clero d'Italia; e quanto danaro potè somministrar la camera pontificia e i più facoltosi cardinali, tutto andò in aiuto de' Veneziani e in soccorso dell'imperadorCarlo VI. La speranza appunto maggiore del santo padre, dopo la protezione e l'aiuto di Dio, era risposta nelle forze del piissimo Augusto. Certo è che la maestà sua con compassione mirava il terribile spoglio fatto e vicino a farsi dai Turchi delle provincie venete; mirava anche minacciato il suo regno di Napoli dai loro ulteriori progressi; ma non sapea perciò risolversi a sfoderar la spada contra di loro, per sospetto che la corte di Spagna, prevalendosi della congiuntura, in veder impegnate l'armi imperiali in Ungheria, facesse qualche solenne beffa ai suoi Stati d'Italia. Per rimuovere questo ostacolo si affaccendò non poco il sommo pontefice, ed essendogli finalmente riuscito di ricavare del re Cattolico un'autentica promessa di non molestare alcun degli Stati posseduti dall'imperadore durante la guerra col Turco, sua santità si fece garante mallevadore alla corte di Vienna della sicurezza dei cesarei dominii in Italia.
Con questa fidanza l'AugustoCarlo VI, nel dì 25 di maggio stretta coi Veneziani una lega difensiva ed offensiva non tardò più a dichiarar la guerra al sultano. Un fiorito esercito di gente veterana teneva Cesare tuttavia in piedi, e questo a poco a poco andò sfilando in Ungheria sino ai confini del dominio turchesco. Il comando dell'armata fu dato al celebreprincipe Eugenio di Savoia, la cui mente, credito e perizia militare si contava per un altro esercito. Trovarono i cristiani un'oste più poderosa di Turchi preparata ai confini, sotto il comando del primo visire, e non solo ben animata alla resistenza, ma che s'inoltrò sino a Petervaradino, e baldanzosamente intimò quel presidio la resa. Furono in quei contorni a vista le due nemiche armate nel dì 5 d'agosto, festa della Beata Vergine ad Nives; e nel tempo stesso che in Roma si facea una solenne processione per implorare il braccio di Dio in favore delle armi cristiane, si venne ad una gran battaglia. Fama fu che l'esercito turchesco contasse centocinquanta mila combattenti, fra i quali quaranta mila giannizzeri e trenta mila spahì. Si azzuffarono dunque nel dì suddetto le due armate nemiche, e si videro i Turchi con ordinanza non più osservata in addietro e con immenso vigore essere i primi all'assalto. Sì fiero fu l'urto loro, che piegarono i reggimenti cesarei, e non mancò apparenza che l'esercito cristiano fosse vicino ad andare in rotta. Ma sostenuto quel primo feroce empito, il prode principe Eugenio fece con tal ordine avanzar le altre schiere, che i nemici, dopo aver fatta una lunga e sanguinosa resistenza, non potendo più reggere alla bravura degli Alemanni, diedero a gambe. Insigne e compiuta fu quella vittoria. Restarono i cristiani padroni del campo, di tutte le tende, di centottanta cannoni di bronzo, di circa altrettante insegne, della cassa militare e della segreteria del primo visire. Del ricco bottino non vi fu soldato alcuno che non partecipasse. Ascesea molte migliaia il numero dei musulmani estinti, poco fu quello dei prigioni. Dal padiglione d'esso visire, che per le ferite andò a morire il dì seguente a Carlowitz, il vittorioso principe Eugenio scrisse tosto e spedì la lietissima nuova all'augusto monarca, il quale poscia mandò a Roma in dono al sommo pontefice quattro delle più ricche bandiere prese ai nemici. Non istette gran tempo a gustarsi del frutto di questa vittoria.
S'erano già inoltrati di molto gli approcci de' Turchi sotto la città di Corfù, ed aveano essi senza risparmio di sangue superate le più delle fortificazioni esteriori. Entro stava alla difesa ilconte di Schulemburg, primo generale dell'armi venete, che mirabili pruove diede del suo saper militare, a cui corrispondeva con egual valore la guarnigione cristiana con disputare a palmo a palmo ogni progresso dei nemici. Contuttociò assai si prevedeva che a lungo andare non si potea sostenere una piazza assalita con incredibile sprezzo della morte dagl'infedeli, e priva di speranza di soccorso. Perciocchè s'era ben volta a quelle parti l'armata navale combinata de' Veneziani e degli ausiliarii; ma, per la conoscenza delle forze superiori de' nemici, non sapevano i più dei generali indursi a battaglia, ed ognuno facea conto delle sue belle navi. La mano di Dio vi rimediò. Appena giunse agli assediatori di Corfù l'infausto avviso della grande sconfitta de' suoi in Ungheria, che entrato in essi un terror panico, come se avessero alle reni il sì lontano vittorioso esercito, subito presero la fuga. Lasciarono indietro artiglierie, cavalli, bagagli e munizioni; solo si pensò a salvare le vite. Gran dire fu, perchè la flotta cristiana in quel grave scompiglio degli atterriti musulmani non volasse ad assalirli, giacchè sicura ne parea la vittoria. La verità nondimeno si è, che si allestirono bensì i collegati per inseguire i fuggitivi, ma in tempo che, sorta una fiera burrasca, convenne pensar più a difendere sè stessi dall'ira del mare che adoffendere altrui. Per lo felice scioglimento di questo assedio non si può dire quanta allegrezza si diffondesse nel cuore di tutti gl'Italiani ben conoscenti che terribili conseguenze avrebbe portato seco la perdita di un'isola forte, sì contigua alle contrade d'Italia. Ricuperarono dipoi i Veneti Butintrò e Santa Maura.
Qui nulladimeno non terminò il comune giubilo dei fedeli. Erano passati cento sessanta anni che la città di Temiswar sofferiva il giogo turchesco, città attorniata da paludi, munita di buone fortificazioni, custodita da un numeroso presidio. A cagion di quelle appellate Palanche difficilissimo compariva l'accesso alla piazza. Pure nulla potè ritenere l'invittoprincipe Eugeniodall'imprenderne l'assedio, a cui fu dato principio nel primo dì di settembre. Nel dì 23 si presentò un esercito turchesco per dar soccorso alla piazza; ma ritrovati ben trincierati gli assedianti, se ne tornò indietro, sminuito molto di numero. Bisognò impiegare il resto del mese per disporre tutto a superar la Palanca, cioè il sito paludoso, fortificato da grossissimi pali, per cui convien passare alla città. Se ne impadronirono i cristiani nel dì primo di ottobre non senza spargimento di molto sangue, e si diedero poi a bersagliare la città e il castello, cinto da doppia fossa piena di acqua. Nel dì 13 di esso mese, perduta ogni speranza di soccorso, non volle quel presidio differire la resa, ed ottenne libera l'uscita per sè e per tutti gli abitanti col loro avere: capitolazione che fu religiosamente osservata, con essersi provveduto a quel popolo un migliaio di carra per asportar le loro sostanze. Ne uscirono dodici mila armati, e trovaronsi in quella piazza cento trentasei pezzi di cannone e dieci mortari, con abbondante raccolta di munizioni da guerra. Per sì gloriosa campagna Roma e tutta l'Italia si videro tripudianti di gioia, e dappertutto si tessevano elogii all'invincibile principe di Savoia, al quale il pontefice nel dì 8 di novembre fece presentare in Giavarinola spada benedetta in riconoscenza ed onore del suo incomparabil valore. Coll'acquisto di Temiswar, a cui tenne dietro quello di Panscova, Vipalanca e Meadia, tutto quel riguardevol bannato venne in potere di Cesare. Fu in questo, anno che calò in Italia incognitoCarlo Albertoprincipe elettorale di Baviera, cioè il medesimo che da qui ad alcuni anni noi vederem poi conseguire la corona imperiale. Dopo avere nel mese di marzo ricevuto questo principe in Modena dal ducaRinaldo di Esteogni dimostrazione di onore, passò a Bologna per visitare la gran duchessaViolantesua zia, che s'era apposta portata colà. Andò egli poscia a Roma dove il santo padre colle maggiori finezze lo accolse.