MDCCXVII

MDCCXVIIAnno diCristoMDCCXVII. IndizioneX.Clemente XIpapa 18.Carlo VIimperadore 7.Se nell'anno precedente s'era mostrata sì avversa la fortuna all'armi turchesche, sperò ben nell'anno presente ilsultano Acmetdi riparare i danni sofferti; al qual fine impiegò tutto il verno e la primavera per adunare un potentissimo esercito, a cui da gran tempo non s'era veduto l'uguale. Dal suo canto anche l'Augusto Carlo VInotabilmente rinforzò le sue armate in Ungheria, inferiori senza paragone nel numero, ma superiori in disciplina militare e in coraggio ai nemici. Minore non fu la vigilanza dellarepubblica veneta, per aumentar le sue forze di mare. Loro somministròpapa Clemente XIla squadra delle sue galee con quelle diMaltae delgran duca, ed ottenne di nuovo daGiovanni redi Portogallo undici grossi e ben corredati vascelli. Anche il re CattolicoFilippo Vfece credere d'inviare in soccorso dei Veneziani sedici suoi vascelli, che poi si scoprirono destinati ad altra impresa. Tardi giunsero ad unirsi gli ausiliarii colla flotta veneta, la quale perciò sola fu obbligata a sostener tutto il peso della guerra,e ciò nonostante s'impadronì della Prevesa, di Vanizza e d'altri luoghi, già occupati dai Turchi. Nel maggio e poscia nel luglio vennero essi Veneti alle mani coi nemici, e si combattè con gran sangue e valore da ambe le parti, senza che la vittoria si dichiarasse per alcuna di esse. Tanto almeno si guadagnò, che l'orgoglio turchesco calò, e restò precluso ogni adito agl'infedeli, per far nuove conquiste contra dei Veneti. Non così avvenne alle felicissime armi cesaree in Ungheria, guidate dall'impareggiabil generale di questi tempi, cioè dalprincipe Eugeniodi Savoia. Meditava già il magnanimo eroe l'assedio di Belgrado, capitale della Servia; però nel dì 15 giugno sollecitata l'unione e marcia del prode cristiano esercito, per prevenire quello dei Turchi, felicemente passò il Danubio, e nel dì 19 arrivò ad accamparsi intorno a quella città, fortissima per la situazione e per le fortificazioni sue, e che sembrava inespugnabile per l'aggiunta di un presidio che più ragionevolmente si potea chiamare un esercito. Si formarono ponti sul Danubio e sul Savo; si fecero le linee di circonvallazione, e si cominciò a disputar coi nemici tanto nel gran fiume, dove essi abbondavano di galere e saiche, quanto per terra, facendo quei di dentro impetuose sortite. Solamente nel dì 23 luglio cominciarono le artiglierie e i mortari le terribili offese contro la città; e perciocchè le sue contrade sono strette, e le case mal fabbricate, il fuoco delle bombe cagionava frequenti gl'incendii.Ma eccoti giungere lo sterminato esercito de' Musulmani, creduto ascendere a ducento mila combattenti, sul principio di agosto, e piantare il suo campo per gran tratto di paese, arrivando dal Danubio quasi fino al Savo, con occupare, in faccia dell'armata cristiana, tutto il piano e le colline. Era un bel vedere in lontananza disposte le innumerabili loro tende rosse e verdi con quantità immensa di gente, cavalli e carriaggi. In vece che di recar terrore ai cristiani,quello spettacolo accresceva loro la gioia per la speranza di divenir padroni di tutto. S'era ben trincierato l'esercito cesareo, e, a riserva delle scaramuccie giornaliere, niun movimento faceva quello de' Turchi. Indarno si sperò che per mancanza di foraggi si ritirasse quella gran moltitudine di cavalli; e intanto le dissenterie cominciarono a far guerra alle milizie cristiane, talmente che ogni dì le centinaia si portavano al sepolcro. Di ottanta mila guerrieri alemanni, che dianzi era l'armata, si vide essa ridotta a sessanta. Fu in questo tempo che non solo i saccenti in lontananza, ma non poca parte degli uffiziali dell'oste cesarea, non sapendo intendere i segreti pensieri del principe Eugenio, o ne condannarono in lor cuore la condotta, o ne predissero sinistre conseguenze. Miravano essi l'imperiale esercito in quella inazione, posto fra due fuochi, cioè fra un'armata nemica in campagna tanto superiore di forze dall'un lato, e dall'altro una piazza che teneva impegnato un gran corpo di truppe cristiane nell'assedio. Maniera di vincere Belgrado non appariva; intanto ogni di più veniva scemando l'esercito cesareo; grande il numero de' malati; troppo pericoloso il tentare una battaglia contro di oste sì poderosa e ben trincierata, e con avere alle spalle l'esorbitante guernigion di Belgrado, che potea mettere in forse ogni tentativo dall'altra parte. Non erano occulti al generoso principe questi divisamenti, e le doglianze sotto voce di chi invidiava la sua gloria, o odiava la sua autorità. Lasciava egli dire, e come gran capitano sapeva le ragioni di così operare. Spacciavano i Turchi per debolezza il sì lungo ozio dell'armata cesarea, e si seppe che già meditavano essi di venirla ad assalire nel suo accampamento, quando all'improvviso si trovò ella assalita e sorpresa fra i suoi forti trincieramenti.Il dì 16 di agosto fu destinato dal principe Eugenio, e secondato da' favori del cielo, per fiaccare le corna all'orgoglioottomano. Nel cristiano esercito militavano il principe elettoral di BavieraCarlo Alberto, già ritornato dall'Italia, il principeFerdinandosuo fratello, il principeEmmanuello di Portogallo, ilconte di Charolois, ilprincipe di DombesFranzesi, ed altri principi di Sassonia, di Anhalt, di Holstein e di Wirtemberg. La mattina per tempo furono in ordinanza tutte le schiere, e si mossero alla volta del campo infedele. L'essere insorta una folta nebbia, per cui non veduti pervennero i cristiani fin presso alle nemiche trincee, fu non ingiustamente attribuito alla protezion del cielo. Attaccossi il terribil conflitto; per cagion dell'oscurità nè gli uni nè gli altri intendevano bene ciò che fosse vantaggioso o dannoso; quando tornò il sereno, e s'avvidero i cesarei che i Turchi usciti da' trincieramenti aveano tagliata la comunicazione fra le due ale della loro armata; allora con grande empito si scagliarono i valorosi cristiani contro di loro; rovesciarono fanti e cavalli; s'impadronirono delle loro batterie. Ve ne restava una di diciotto pezzi sostenuta da venti mila giannizzeri e da dieci mila spahì. Tutto cedette alla bravura de' cesarei; i Turchi non pensarono da lì innanzi che a menar le gambe. Usciti del campo si tornarono a raggruppare; ma, vedendo disperato il caso, ripigliarono la fuga. Aveva ordinato il saggio cesareo generale sotto rigorose pene che niuno attendesse a bottinare, promettendo la conservazion di tutto ai soldati, da che fosse terminata con sicurezza l'impresa. Mantenne la parola; e per schivare il disordine, ordinò che si facesse partitamente il sacco. Vi si trovò il ben di Dio. Spese incredibili avea fatto il sultano per provveder quella grande armata. A Cesare restarono cento e trenta cannoni, trenta mortari, tre mila bombe, con altra gran copia di attrezzi, di munizioni, di stendardi. Non si seppe, o non curò alcuno di sapere, quanta fosse la perdita de' nemici. Probabilmente fu molta. Chi scrisse uccisi più di venticinquemila Turchi e fatta gran copia di prigioni, prestò troppa fede alla fama, solita ad ingrandire le cose. Solamente sappiamo essere restati sul campo circa due mila cesarei, e che ascese a più di tre mila il numero de' feriti. Con questa insigne vittoria spirò entro la città di Belgrado ogni speranza di soccorso; e però nel dì seguente 17 di agosto la guernigion turchesca e gli abitanti dimandarono capitolazione. Niuna difficoltà si trovò ad accordar loro quanto richiesero di onore e di comodo; e conseguentemente nel dì 22 ne uscirono venticinque e più mila armati, o capaci di portar le armi, colle lor famiglie e sostanze. Trovaronsi nella città e castello cento settantacinque cannoni di bronzo, venticinque di ferro, cinquanta mortari; sopra le fregate e saiche cento e due cannoni di bronzo, e ottantaquattro di ferro, oltre ad altri restati nell'isola, senza parlare di altre munizioni da guerra. Non tardarono i Turchi ad abbandonare Semendria, Ram, Sabatz ed Orsova, lasciando ancora in que' luoghi non poca artiglieria. Non mancarono censori, perchè non mancavano invidiosi ed emuli, al glorioso principe Eugenio, a cagion della battaglia suddetta, quasichè egli avesse esposto ad evidente pericolo di perdersi tutto il nerbo delle forze cesaree. Avrebbero detto lo stesso di Alessandro Magno, che con meno di gente fece tante prodezze. Nè pure il principe di Savoia avea bisogno d'imparar da costoro il mestier della guerra.Tanta felicità dell'armi cesaree in Ungheria incredibil consolazione recò a chiunque ha interesse nella depressione del comune nemico. Ma questa venne stranamente turbata da un emergente, per cui gran romore fu per tutta l'Europa. All'abbateGiulio Alberonipiacentino era tenuta la regina CattolicaElisabetta Farneseper la sua assunzione a quel talamo e trono: sì destramente e fortunatamente seppe maneggiarsi alla corte di Madrid. Compensava questo personaggiola bassezza de' suoi natali coll'elevazion della mente, piena di grandi idee, intraprendente, costante nell'esecuzion de' suoi disegni. L'energia del suo spirito, e più la parzialità della regina lo aveano perciò portato alla confidenza e al principal maneggio del real gabinetto. A colmarlo d'onore gli mancava la sola porpora cardinalizia, e per ottenerla indusse il re Cattolico a rimettere in pristino tutti i diritti della pontificia dateria, e il commercio fra la santa Sede e la Spagna, interrotto da molti anni. Fece inoltre sperare al ponteficeClemente XIun magnifico stuolo di navi spagnuole in soccorso de' Veneti contra del Turco. In ricompensa di queste belle azioni il santo padre promosse alla sacra porpora l'Alberoni, benchè nel sacro concistoro declamasse forte contra di lui il cardinaleFrancesco del Giudice, troppo disgustato, perchè cacciato per opera di lui dalle Spagne. Sul principio di quest'anno vennero avvisi che il re CattolicoFilippo Vfacea grande armamento, con accrescere le sue forze di terra e di mare. A qual fine non si sapea. Si fece credere a Roma essere le mire di quel monarca contra de' Mori, per ricuperare Orano, e far altri progressi in Africa: con che quella corte ottenne le decime del clero per tutti i suoi regni. Insospettito nulladimeno il papa di questa novità, ne fece doglianze; ma assicurato daFrancesco Farneseduca di Parma, e da' cardinaliAcquavivaedAlberoni, che niuna novità si farebbe contra di Cesare, si quetò. Ma che? quando pure s'aspettava di giorno in giorno dal pontefice, che comparisse la flotta spagnuola nei mari d'Italia per passare in Levante, essa nell'agosto voltò le prore alla Sardegna, e si appigliò all'assedio di Cagliari, capitale di quella isola. Trovaronsi quivi deboli i presidii cesarei, perchè, affidati i ministri alla parola del papa, niun timore concepivano per quella parte; però, fattasi poca difesa da quella città, tutto il resto dell'isola si vide inalberar le insegne del re Filippo.Qui fu che si scatenarono le lingue di tutti gli zelanti del bene della cristianità, gridando essere questo un enorme attentato della corte cattolica contro le promesse fatte al romano pontefice, che s'era renduto mallevadore di ogni sicurezza per gli Stati austriaci. E perciocchè esso re Cattolico prese motivo di rompere la guerra dall'essere stato nei precedenti mesi in Milano fatto prigione monsignorGiuseppe Molines, dichiarato supremo inquisitor di Spagna, che alla buona, e senza aver cercato alcun passaporto da Roma, era passato colà, creduto da' ministri cesarei per cervello imbrogliatore; gridavano i politici essere questo un mendicato pretesto, perchè tanto prima avea con sì grande armamento la corte di Madrid fatto conoscere il suo disegno di prevalersi contro l'augusto monarca della opportunità, mentre l'armi di lui si trovarono impegnate contra del Turco, nè potere il privato interesse del Molines giustificare la pubblica rottura, e che si avea a fare ricorso al papa, per rimediare a quella privata controversia. I più finalmente prorompevano in indignazioni contra di un re Cattolico, quasichè egli, dimentico della sua innata pietà, sembrasse essere divenuto collegato col Turco e fosse dietro a frastornare la prosperità dell'armi cristiane contra del comune nemico. Andavano poi a finir tutte le esclamazioni addosso alcardinale Alberoni, primo ministro, siccome creduto autore di questo tradimento fatto alla cristianità e al sommo pontefice. Ma intanto la Sardegna andò, e la corte di Spagna più che mai s'invogliò di maggiori progressi. Nel marzo dell'anno presente arrivò a Modena, sotto nome di cavalier di San Giorgio, il cattolico re ingleseGiacomo IIIStuardo, essendogli convenuto ritirarsi fuori del regno di Francia. Dopo avere ricevuto le maggiori dimostrazioni di stima e di affetto dalduca Rinaldo d'Estesuo zio materno, passò a ricoverarsi negli Stati della santa Sede, e per albergosuo gli fu assegnata dal sommo pontefice la città d'Urbino.

Se nell'anno precedente s'era mostrata sì avversa la fortuna all'armi turchesche, sperò ben nell'anno presente ilsultano Acmetdi riparare i danni sofferti; al qual fine impiegò tutto il verno e la primavera per adunare un potentissimo esercito, a cui da gran tempo non s'era veduto l'uguale. Dal suo canto anche l'Augusto Carlo VInotabilmente rinforzò le sue armate in Ungheria, inferiori senza paragone nel numero, ma superiori in disciplina militare e in coraggio ai nemici. Minore non fu la vigilanza dellarepubblica veneta, per aumentar le sue forze di mare. Loro somministròpapa Clemente XIla squadra delle sue galee con quelle diMaltae delgran duca, ed ottenne di nuovo daGiovanni redi Portogallo undici grossi e ben corredati vascelli. Anche il re CattolicoFilippo Vfece credere d'inviare in soccorso dei Veneziani sedici suoi vascelli, che poi si scoprirono destinati ad altra impresa. Tardi giunsero ad unirsi gli ausiliarii colla flotta veneta, la quale perciò sola fu obbligata a sostener tutto il peso della guerra,e ciò nonostante s'impadronì della Prevesa, di Vanizza e d'altri luoghi, già occupati dai Turchi. Nel maggio e poscia nel luglio vennero essi Veneti alle mani coi nemici, e si combattè con gran sangue e valore da ambe le parti, senza che la vittoria si dichiarasse per alcuna di esse. Tanto almeno si guadagnò, che l'orgoglio turchesco calò, e restò precluso ogni adito agl'infedeli, per far nuove conquiste contra dei Veneti. Non così avvenne alle felicissime armi cesaree in Ungheria, guidate dall'impareggiabil generale di questi tempi, cioè dalprincipe Eugeniodi Savoia. Meditava già il magnanimo eroe l'assedio di Belgrado, capitale della Servia; però nel dì 15 giugno sollecitata l'unione e marcia del prode cristiano esercito, per prevenire quello dei Turchi, felicemente passò il Danubio, e nel dì 19 arrivò ad accamparsi intorno a quella città, fortissima per la situazione e per le fortificazioni sue, e che sembrava inespugnabile per l'aggiunta di un presidio che più ragionevolmente si potea chiamare un esercito. Si formarono ponti sul Danubio e sul Savo; si fecero le linee di circonvallazione, e si cominciò a disputar coi nemici tanto nel gran fiume, dove essi abbondavano di galere e saiche, quanto per terra, facendo quei di dentro impetuose sortite. Solamente nel dì 23 luglio cominciarono le artiglierie e i mortari le terribili offese contro la città; e perciocchè le sue contrade sono strette, e le case mal fabbricate, il fuoco delle bombe cagionava frequenti gl'incendii.

Ma eccoti giungere lo sterminato esercito de' Musulmani, creduto ascendere a ducento mila combattenti, sul principio di agosto, e piantare il suo campo per gran tratto di paese, arrivando dal Danubio quasi fino al Savo, con occupare, in faccia dell'armata cristiana, tutto il piano e le colline. Era un bel vedere in lontananza disposte le innumerabili loro tende rosse e verdi con quantità immensa di gente, cavalli e carriaggi. In vece che di recar terrore ai cristiani,quello spettacolo accresceva loro la gioia per la speranza di divenir padroni di tutto. S'era ben trincierato l'esercito cesareo, e, a riserva delle scaramuccie giornaliere, niun movimento faceva quello de' Turchi. Indarno si sperò che per mancanza di foraggi si ritirasse quella gran moltitudine di cavalli; e intanto le dissenterie cominciarono a far guerra alle milizie cristiane, talmente che ogni dì le centinaia si portavano al sepolcro. Di ottanta mila guerrieri alemanni, che dianzi era l'armata, si vide essa ridotta a sessanta. Fu in questo tempo che non solo i saccenti in lontananza, ma non poca parte degli uffiziali dell'oste cesarea, non sapendo intendere i segreti pensieri del principe Eugenio, o ne condannarono in lor cuore la condotta, o ne predissero sinistre conseguenze. Miravano essi l'imperiale esercito in quella inazione, posto fra due fuochi, cioè fra un'armata nemica in campagna tanto superiore di forze dall'un lato, e dall'altro una piazza che teneva impegnato un gran corpo di truppe cristiane nell'assedio. Maniera di vincere Belgrado non appariva; intanto ogni di più veniva scemando l'esercito cesareo; grande il numero de' malati; troppo pericoloso il tentare una battaglia contro di oste sì poderosa e ben trincierata, e con avere alle spalle l'esorbitante guernigion di Belgrado, che potea mettere in forse ogni tentativo dall'altra parte. Non erano occulti al generoso principe questi divisamenti, e le doglianze sotto voce di chi invidiava la sua gloria, o odiava la sua autorità. Lasciava egli dire, e come gran capitano sapeva le ragioni di così operare. Spacciavano i Turchi per debolezza il sì lungo ozio dell'armata cesarea, e si seppe che già meditavano essi di venirla ad assalire nel suo accampamento, quando all'improvviso si trovò ella assalita e sorpresa fra i suoi forti trincieramenti.

Il dì 16 di agosto fu destinato dal principe Eugenio, e secondato da' favori del cielo, per fiaccare le corna all'orgoglioottomano. Nel cristiano esercito militavano il principe elettoral di BavieraCarlo Alberto, già ritornato dall'Italia, il principeFerdinandosuo fratello, il principeEmmanuello di Portogallo, ilconte di Charolois, ilprincipe di DombesFranzesi, ed altri principi di Sassonia, di Anhalt, di Holstein e di Wirtemberg. La mattina per tempo furono in ordinanza tutte le schiere, e si mossero alla volta del campo infedele. L'essere insorta una folta nebbia, per cui non veduti pervennero i cristiani fin presso alle nemiche trincee, fu non ingiustamente attribuito alla protezion del cielo. Attaccossi il terribil conflitto; per cagion dell'oscurità nè gli uni nè gli altri intendevano bene ciò che fosse vantaggioso o dannoso; quando tornò il sereno, e s'avvidero i cesarei che i Turchi usciti da' trincieramenti aveano tagliata la comunicazione fra le due ale della loro armata; allora con grande empito si scagliarono i valorosi cristiani contro di loro; rovesciarono fanti e cavalli; s'impadronirono delle loro batterie. Ve ne restava una di diciotto pezzi sostenuta da venti mila giannizzeri e da dieci mila spahì. Tutto cedette alla bravura de' cesarei; i Turchi non pensarono da lì innanzi che a menar le gambe. Usciti del campo si tornarono a raggruppare; ma, vedendo disperato il caso, ripigliarono la fuga. Aveva ordinato il saggio cesareo generale sotto rigorose pene che niuno attendesse a bottinare, promettendo la conservazion di tutto ai soldati, da che fosse terminata con sicurezza l'impresa. Mantenne la parola; e per schivare il disordine, ordinò che si facesse partitamente il sacco. Vi si trovò il ben di Dio. Spese incredibili avea fatto il sultano per provveder quella grande armata. A Cesare restarono cento e trenta cannoni, trenta mortari, tre mila bombe, con altra gran copia di attrezzi, di munizioni, di stendardi. Non si seppe, o non curò alcuno di sapere, quanta fosse la perdita de' nemici. Probabilmente fu molta. Chi scrisse uccisi più di venticinquemila Turchi e fatta gran copia di prigioni, prestò troppa fede alla fama, solita ad ingrandire le cose. Solamente sappiamo essere restati sul campo circa due mila cesarei, e che ascese a più di tre mila il numero de' feriti. Con questa insigne vittoria spirò entro la città di Belgrado ogni speranza di soccorso; e però nel dì seguente 17 di agosto la guernigion turchesca e gli abitanti dimandarono capitolazione. Niuna difficoltà si trovò ad accordar loro quanto richiesero di onore e di comodo; e conseguentemente nel dì 22 ne uscirono venticinque e più mila armati, o capaci di portar le armi, colle lor famiglie e sostanze. Trovaronsi nella città e castello cento settantacinque cannoni di bronzo, venticinque di ferro, cinquanta mortari; sopra le fregate e saiche cento e due cannoni di bronzo, e ottantaquattro di ferro, oltre ad altri restati nell'isola, senza parlare di altre munizioni da guerra. Non tardarono i Turchi ad abbandonare Semendria, Ram, Sabatz ed Orsova, lasciando ancora in que' luoghi non poca artiglieria. Non mancarono censori, perchè non mancavano invidiosi ed emuli, al glorioso principe Eugenio, a cagion della battaglia suddetta, quasichè egli avesse esposto ad evidente pericolo di perdersi tutto il nerbo delle forze cesaree. Avrebbero detto lo stesso di Alessandro Magno, che con meno di gente fece tante prodezze. Nè pure il principe di Savoia avea bisogno d'imparar da costoro il mestier della guerra.

Tanta felicità dell'armi cesaree in Ungheria incredibil consolazione recò a chiunque ha interesse nella depressione del comune nemico. Ma questa venne stranamente turbata da un emergente, per cui gran romore fu per tutta l'Europa. All'abbateGiulio Alberonipiacentino era tenuta la regina CattolicaElisabetta Farneseper la sua assunzione a quel talamo e trono: sì destramente e fortunatamente seppe maneggiarsi alla corte di Madrid. Compensava questo personaggiola bassezza de' suoi natali coll'elevazion della mente, piena di grandi idee, intraprendente, costante nell'esecuzion de' suoi disegni. L'energia del suo spirito, e più la parzialità della regina lo aveano perciò portato alla confidenza e al principal maneggio del real gabinetto. A colmarlo d'onore gli mancava la sola porpora cardinalizia, e per ottenerla indusse il re Cattolico a rimettere in pristino tutti i diritti della pontificia dateria, e il commercio fra la santa Sede e la Spagna, interrotto da molti anni. Fece inoltre sperare al ponteficeClemente XIun magnifico stuolo di navi spagnuole in soccorso de' Veneti contra del Turco. In ricompensa di queste belle azioni il santo padre promosse alla sacra porpora l'Alberoni, benchè nel sacro concistoro declamasse forte contra di lui il cardinaleFrancesco del Giudice, troppo disgustato, perchè cacciato per opera di lui dalle Spagne. Sul principio di quest'anno vennero avvisi che il re CattolicoFilippo Vfacea grande armamento, con accrescere le sue forze di terra e di mare. A qual fine non si sapea. Si fece credere a Roma essere le mire di quel monarca contra de' Mori, per ricuperare Orano, e far altri progressi in Africa: con che quella corte ottenne le decime del clero per tutti i suoi regni. Insospettito nulladimeno il papa di questa novità, ne fece doglianze; ma assicurato daFrancesco Farneseduca di Parma, e da' cardinaliAcquavivaedAlberoni, che niuna novità si farebbe contra di Cesare, si quetò. Ma che? quando pure s'aspettava di giorno in giorno dal pontefice, che comparisse la flotta spagnuola nei mari d'Italia per passare in Levante, essa nell'agosto voltò le prore alla Sardegna, e si appigliò all'assedio di Cagliari, capitale di quella isola. Trovaronsi quivi deboli i presidii cesarei, perchè, affidati i ministri alla parola del papa, niun timore concepivano per quella parte; però, fattasi poca difesa da quella città, tutto il resto dell'isola si vide inalberar le insegne del re Filippo.

Qui fu che si scatenarono le lingue di tutti gli zelanti del bene della cristianità, gridando essere questo un enorme attentato della corte cattolica contro le promesse fatte al romano pontefice, che s'era renduto mallevadore di ogni sicurezza per gli Stati austriaci. E perciocchè esso re Cattolico prese motivo di rompere la guerra dall'essere stato nei precedenti mesi in Milano fatto prigione monsignorGiuseppe Molines, dichiarato supremo inquisitor di Spagna, che alla buona, e senza aver cercato alcun passaporto da Roma, era passato colà, creduto da' ministri cesarei per cervello imbrogliatore; gridavano i politici essere questo un mendicato pretesto, perchè tanto prima avea con sì grande armamento la corte di Madrid fatto conoscere il suo disegno di prevalersi contro l'augusto monarca della opportunità, mentre l'armi di lui si trovarono impegnate contra del Turco, nè potere il privato interesse del Molines giustificare la pubblica rottura, e che si avea a fare ricorso al papa, per rimediare a quella privata controversia. I più finalmente prorompevano in indignazioni contra di un re Cattolico, quasichè egli, dimentico della sua innata pietà, sembrasse essere divenuto collegato col Turco e fosse dietro a frastornare la prosperità dell'armi cristiane contra del comune nemico. Andavano poi a finir tutte le esclamazioni addosso alcardinale Alberoni, primo ministro, siccome creduto autore di questo tradimento fatto alla cristianità e al sommo pontefice. Ma intanto la Sardegna andò, e la corte di Spagna più che mai s'invogliò di maggiori progressi. Nel marzo dell'anno presente arrivò a Modena, sotto nome di cavalier di San Giorgio, il cattolico re ingleseGiacomo IIIStuardo, essendogli convenuto ritirarsi fuori del regno di Francia. Dopo avere ricevuto le maggiori dimostrazioni di stima e di affetto dalduca Rinaldo d'Estesuo zio materno, passò a ricoverarsi negli Stati della santa Sede, e per albergosuo gli fu assegnata dal sommo pontefice la città d'Urbino.


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