MDCCXVIII

MDCCXVIIIAnno diCristoMDCCXVIII. IndizioneXI.Clemente XIpapa 19.Carlo VIimperadore 8.Per le inaspettate novità fatte dal re Cattolico coll'acquisto del regno di Sardegna, s'era vivamente alterata la corte di Vienna contra del sommo pontefice, dalla cui parola confortato avea l'AugustoCarlo VIimpugnate l'armi a difesa della cristianità. Anzi traspirava nei ministri cesarei qualche sospetto, che lo stesso pontefice camminasse d'accordo con gli Spagnuoli, sì per le decime loro concedute, come anche per essere nell'anno 1716 venuto improvvisamente da Madrid a Romamonsignore AldrovandiBolognese, nunzio apostolico, quasichè fosse stato spedito per concertare quanto dipoi era avvenuto in pregiudizio dell'imperadore. Aggiugnevano, non essere probabile che esso nunzio ignorasse i disegni di quella corte: e perchè non avvisarne il gabinetto pontifizio? All'onoratezza del santo padre fu ben sensibile ed insieme ingiurioso un sì fatto sospetto. Ora non tardarono a comparire i segni dello sdegno di Cesare contro la sacra corte di Roma. Alnunzio apostolicodi Vienna fu vietato l'accesso alla corte, e il trattar di negozii con quei ministri. Amonsignor Vicentini, altro nunzio in Napoli, dal vicerè fu intimato l'uscire di quella metropoli e del regno nel termine di ventiquattro ore; si precluse affatto ogni esercizio di quella nunziatura; e quel che maggiormente allarmò e riempiè di lamenti Roma, fu, che vennero sequestrate le rendite di tutti i benefizii che varii cardinali e molti prelati non nazionali, ed abitanti in Roma, godevano nel regno di Napoli. Nè in questa sola tempesta si trovava il buon ponteficeClemente XI. Anche in Francia nei tempi presenti una brutta piega aveano preso gli affari della costituzioneUnigenitus. Fioccavano da ogni parte le appellazioniai futuro concilio, e tutto era permesso a chi non voleva sottomettersi ai decreti della santa Sede. Oltre a ciò, perchè nel precedente annomilord Peterboroughcoll'andare girando per gli Stati della Chiesa, avea fatto sorgere sospetti di macchinar qualche violenza contra del cattolico re britannicoGiacomo III Stuardo, soggiornante in Urbino, e fu perciò dalcardinale Origolegato di Bologna mandato prigione in forte Urbano, benchè fosse fra poco liberato, pure la nazione inglese suscitò per tale affronto di gravi querele contra del santo padre. Minacciavano essi, se non si dava loro un'adeguata soddisfazione, e di bombardare Cività Vecchia, e d'inferire altri danni al litorale ecclesiastico e alla stessa Roma. Anche dalla parte della Spagna si mosse un'altra burrasca. Avea l'adirato Augusto fatta istanza al pontefice che si richiamasse di Spagna ilcardinale Alberonia render conto dei pretesi perniciosi consigli dati al re CattolicoFilippo V, e dell'inganno fatto alla santa Sede nell'anno addietro. Tali forze non aveva il pontefice per tirar di colà l'Alberoni; e se le avea, non gli parve spediente di adoperarle nelle presenti congiunture. Fece nondimeno comparire il suo sdegno contra di lui. Conosceva esso porporato di avere il vento in poppa, e volea prevalersene. Già avea conseguito il vescovato di Malega. Poco era questo al suo merito; si fece nominare dal re Cattolico al ricco arcivescovato di Siviglia; ma il santo padre stette saldo in negargliene le bolle. Se ne offese quel monarca; vietò anch'egli ogni commercio colla sua corte alnunzio apostolico Aldrovandi, il quale senza licenza del papa si ritirò in Italia alla patria sua. Richiamò per mezzo delcardinale Acquavivatutti gli Spagnuoli dimoranti in Roma; proibì ai suoi sudditi il cercare alcun benefizio o pensione dalla Sede apostolica con esorbitante danno della dateria. Non ci volea meno diClemente XI, cioè di un piloto di grande animo, e di non minor saviezza, per navigare in mezzo a tantiscogli e a sì contrarii venti. Ma egli confidato in Dio non punto si atterriva, e seguitava con vigore continuo ad applicarsi agli affari con isperar giorni migliori.Fin l'anno addietro tal costernazione era entrata nel turchesco divano per la perdita di Belgrado, e per l'apprensione delle vittoriose armi cesaree, che cominciò ilsultano Acmeta muovere parola di pace con sua maestà cesarea. Il ministro del rebritannico Giorgioalla Porta fu incaricato di trattarne. Vi prestò orecchio l'imperador Carlo; ma suo malgrado, perchè gli stava sul cuore la rottura della guerra dalla parte degli Spagnuoli, nè si potea credere che alla loro avidità e fortuna fosse sufficiente preda la Sardegna. Si osservò nondimeno sul fine dell'anno presente scemato di molto l'ardore dei Turchi per la progettata pace, o vogliam dire tregua; e non per altro se non per gli avvisi colà giunti di avere il re Cattolico dato all'armi contro dell'augusto monarca. Contuttociò da che seppe il sultano il magnifico preparamento di forze guerriere fatto in quest'anno ancora non meno da Cesare che dalla Veneta repubblica, per continuare più che mai la guerra, ripigliarono con calore i negoziati della pace colla mediazione dei ministri d'Inghilterra e d'Olanda. Per luogo del congresso fu scelto Passarovitz nella Servia, dove si raunarono i plenipotenziarii dell'imperadore, della suddetta repubblica e della Porta. Al compimento di questo negoziato non si potè giungere se non nel dì 27 di giugno, nel qual giorno furono sottoscritti gli articoli della concordia di Cesare e dei Veneziani colla Porta Ottomana, consistenti in una tregua di ventiquattro anni. Restò l'imperadore in possesso di tutte le conquiste fin qui da lui fatte, cioè della Servia con Belgrado, di Temisvar, di una particella della Valacchia, con altri vantaggi, che a me non occorre di rammentare. Ai Veneziani restarono Butintrò, la Prevesa, Vonizza, Imoschi, le isole di Cerigo, con altri vantaggi, ma non compensantiin menoma parte la perdita del bel regno della Morea. Fino ai nostri giorni dura l'indignazione dei cristiani zelanti contra di chi obbligò l'AugustoCarlo VIe larepubblica venetaalla pace o tregua suddetta. Da gran tempo non s'era veduta più bella apparenza di dare una forte scossa all'imperio ottomano. Avea Cesare in piedi una fioritissima armata con un generale incomparabile, colle milizie tutte incoraggite per le precedenti vittorie; laddove i Turchi erano spaventati, avviliti e sull'orlo di maggior precipizio.Fama corse che ilprincipe Eugenioavesse meditato, non già d'inviarsi alla volta di Costantinopoli, ma d'inoltrarsi per quella strada, e poi rivolgersi verso Tessalonica, o sia Salonichi, per darsi mano coi Veneziani, e tagliar fuori un buon pezzo del paese turchesco. Se ciò è vero, e se questo fosse riuscito, si può disputarne; ma bensì è fuor di dubbio che dalla mossa dell'armi spagnuole provenne la necessità di pacificarsi colla Porta, mentre era minacciato d'invasione tutto il dominio austriaco in Italia. Perchè fu differita per molte settimane la pubblicazion della pace suddetta, il generale de' VenezianiSchulemburgsi portò all'assedio di Dolcigno, nido infame di corsari. Nel dì 24 di luglio convenne desistere dalle ostilità, perchè giunse l'avviso della pace. Ma nel volersi ritirare, i Veneti furono inseguiti dai Dulcignotti, e bisognò menar ben le mani. Crebbe in questi tempi la mormorazione contra delcardinal Alberoni, perchè furono pubblicate alcune lettere, che si dissero intercette, scritte al principe Ragozzi, ribello e nemico di Cesare, affinchè fosse mezzano a stabilire una lega fra il re Cattolico e il sultano Acmet, di modo che dalla parte ancora de' Turchi si facesse guerra all'imperador de' Romani. Chiunque riputava esso porporato di forte stomaco, e portato ad ogni maggior risoluzione che potesse influire all'ingrandimento della corona di Spagna, non ebbe difficoltàa tener per certo quel progetto di alleanza. Ma ad altri parve esso troppo inverisimile, perchè contrario al pregio della pietà che risplendeva nel cattolico monarcaFilippo V, e all'uso lodevole dei gloriosi suoi antecessori, i quali mai non hanno voluto tregua, non che lega, con un nemico del nome cristiano.Intanto proseguiva la corte di Spagna il suo grandioso armamento, e in Sardegna si facea massa delle genti, artiglierie, munizioni e navi. Verso qual parte avesse a piombare la preparata tempesta, niun lo poteva prevedere di certo. Chi credea per li porti della Toscana posseduti da Cesare, chi per Napoli, e chi per lo Stato di Milano. Spezialmente si dubitò dell'ultimo, perchè ilre Vittorio Amedeoavea fatto venir di Sicilia un grosso convoglio di munizioni e truppe; campeggiava anche con molta gente ai confini del Milanese; e non era occulto che passava fra lui e il re Cattolico non lieve intrinsichezza; s'era anche combinato fra loro un trattato di lega. Ma niun si trovò più deluso dello stesso re di Sicilia, perchè all'improvviso s'intese che l'armata navale spagnuola, alzate le ancore, dalla Sardegna era passata alla Sicilia stessa per insignorirsene. Risvegliossi allora un gran bisbiglio, gridando i poco parziali della Spagna, vedersi oramai quanto possa in cuore di alcuni potenti del secolo la smoderata voglia del conquistare. Non essere gran tempo che con solenne pace e solenni giuramenti avea la corte di Spagna ceduta la Sicilia al re Vittorio; nulla avere mancato questo real sovrano ai patti; e pure senza scrupolo alcuno, e dopo le maggiori dimostrazioni di amicizia, essere procedute l'armi spagnuole a spogliarlo di quel regno. Se così si opera (andavano essi dicendo), dove è più la pubblica fede, e chi ha più da credere ai regnanti? Fece anche questa novità sempre più sparlare del porporato primo ministro di Spagna, a cui si attribuivano tutti gl'impegni di quella corte. Tuttavia non mancò essa corte di pubblicareun manifesto, con cui studiò di dare qualche colore alla presa risoluzione sua, ma intorno a cui non appartiene a me di proferir giudizio. Ora nel dì ultimo di giugno pervenuta l'armata spagnuola in faccia di Palermo, giacchè non v'era luogo alla difesa di quella fedelissima città, i magistrati ne portarono le chiavi al generale spagnuolo, e con incessanti acclamazioni di gioia fu quivi proclamato il reFilippo V. Erasi quivi ritirato il conteAnnibale MaffeiMirandolese, vicerè di quel regno, con lasciar presidio nel castello, che fra pochi dì venne in poter degli Spagnuoli. Rinforzò esso conte colle milizie ricavate da Palermo, Cattania ed Agosta i presidii di Siracusa, Messina, Trapani e Melazzo, e fece ricoverare in Malta le galee del suo padrone. Essendo ritornata in Sardegna la flotta spagnuola per imbarcare il resto delle milizie, con esse sbarcò dipoi in Sicilia ilmarchese di LeedeFiammingo, generale di terra del re Cattolico, che poi fece maraviglie di condotta e valore in quell'impresa. Intanto Cattania col castello fu presa, e bloccata la città di Messina, dove, dopo essere entrate l'armi spagnuole, cominciarono le ostilità contra di quei castelli. Fu anche messo il blocco a Melazzo e a Trapani. In somma pareano disposte tutte le cose, per vedere in breve tornata tutta la Sicilia sotto la signoria del re Cattolico; e sarebbe succeduto, se non fossero entrati in iscena altri potenti a rompere le misure della Spagna.Non dormiva l'imperadorCarlo VI, e molto meno i suoi ministri di Napoli e Milano, i quali dacchè cominciò a scoprirsi il mal animo degli Spagnuoli, non aveano cessato di far gente e di preparar munizioni per ben accogliere chi si fosse presentato nemico. S'erano anche mosse le potenze marittime come garanti della cessione della Sicilia, ed obbligate a sostener anche l'imperadore negli acquisti suoi. A nome del re britannicoGiorgio Ifece lo Stenop suo ministro a Madrid varie doglianze e proteste, con rappresentaresopra tutto l'obbligo e la determinazione dell'Inghilterra di difendere i suoi collegati; al qual fine si preparava una poderosa squadra di vascelli. Più alto, all'incontro, parlò ilcardinale Alberoni, e diede assai a conoscere che poca impressione in lui faceano somiglianti bravate. Servirono poscia le altrui minaccie a far maggiormente affrettare la spedizione contro la Sicilia, colla speranza di vederla conquistata tutta prima che comparissero in quelle parti le vele inglesi. Intanto il reVittorio Amedeosi rivolse tutto all'imperadore e alle suddette potenze marittime. Trattossi in Londra della maniera di mettere fine a queste turbolenze; e perciocchè si conobbe non aver forza esso re Vittorio per la difesa della Sicilia, nè l'imperadore si sentiva voglia, per far piacere a lui, di sposar questo impegno; e massimamente perchè egli s'era avuto a male che quell'isola, tanto necessaria alla conservazion del regno di Napoli, fosse a lui tolta, e data a chi non vi avea sopra ragione alcuna, nel dì 2 d'agosto fu formato in Londra il piano d'una pace da proporsi al re Cattolico, la quale se non fosse accettata, tutte quelle potenze s'impegnavano di adoperare l'esorcismo della forza per farla accettare. In questa risoluzione concorse ancora il Cristianissimore Luigi XV, o, per dir meglio,Filippo duca d'Orleansreggente di Francia; giacchè la corte di Madrid avea già cominciato a sfoderar pretensioni contro la tutela del piccolo re, e a dichiarare inefficaci e nulle le rinunzie fatte dal re Filippo ai proprii diritti sulla corona di Francia: cose tutte che alterarono forte esso duca reggente, e gli altri principi del sangue reale. Portavano le risoluzioni della proposta concordia, fra l'altre cose, che la Sicilia si avesse da cedere a sua maestà cesarea, e che, in ricompensa di tal cessione, si dovesse cedere il regno di Sardegna al re Vittorio Amedeo: cambio sommamente svantaggioso, a cui quel real sovrano per un pezzo non seppe accomodarsi, mache in fine, consigliato dalla prudenza, la quale si ha da conformare alle condizioni dei tempi, per non potere di meno, egli approvò. Trattossi quivi parimente della eventual successione dei ducati di Parma e Piacenza, in mancanza di eredi legittimi, per un figlio della regina di SpagnaElisabetta Farnese.Intanto sul principio d'agosto cominciò a comparire nei mari di Napoli la forte squadra inglese, condotta dall'ammiraglio Bing, che, servendo di scorta a molti legni da trasporto carichi di milizie alemanne, fece poi vela alla volta di Messina. Cercò bene l'ammiraglio CastagnedoSpagnuolo d'entrar colle sue navi nel porto d'essa Messina; ma il gran fuoco fatto dal forte di San Salvatore e della cittadella non glielo permise, e furono obbligati i suoi legni a ritirarsi con grave danno. Giunta dipoi la flotta inglese nel molo di Messina, felicemente sbarcò le truppe, ed allora quelle fortezze, battute dal marchese di Leede, inalberarono lo stendardo imperiale. Circa altri dieci mila soldati cesarei marciarono da Napoli verso Reggio di Calabria, per passare in Sicilia. Andò poscia il Bing in traccia della nemica armata navale, consistente in ventisei navi da guerra, sette galee e molti legni da carico, per significare all'ammiraglio le commissioni della sua corte. La trovò schierata in ordine di battaglia, nè tardò molto a udire il fischio delle palle dei lor cannoni, essendo stati gli Spagnuoli i primi a sparare. Si venne dunque nel dì 15 d'agosto a battaglia, ma battaglia di poco contrasto, perchè gli Spagnuoli batterono tosto la ritirata. Diedero loro la caccia gl'Inglesi, s'impadronirono di varii loro vascelli, altri ne bruciarono, e fecero di molti prigioni: laonde la flotta spagnuola rimase poco men che disfatta. L'ammiraglio Castagnedo si ritirò a Cattania a farsi curare le ferite ricevute. Ma queste disgrazie in mare nulla intiepidirono le azioni del generale spagnuolomarchese di Leede. Ancorchè si fosse accresciuto di molto il presidio della cittadelladi Messina, pure gli convenne rendersi al valore degli assedianti nel dì 29 di settembre, insieme col forte di San Salvatore: con che restò tutta Messina in potere degli Spagnuoli, che passarono dipoi all'assedio di Melazzo. Essendo poi sbarcato un grosso corpo di Tedeschi in vicinanza di questa piazza, i generaliCaraffaeVeteraninel dì 15 d'ottobre tentarono di farne sloggiare gli Spagnuoli. Sulle prime favorevole fu loro la fortuna, ma non finì la faccenda che rimasero sbaragliati. I fuggitivi si ritirarono in Melazzo, che alzò allora la bandiera imperiale. Il nerbo maggiore degli Alemanni passati in Sicilia si afforzò verso la Scaletta in vicinanza di Messina. In tale stato restarono gli affari di quell'isola sino all'anno vegnente.Era già passato a miglior vita fin dall'anno 1701, nel dì 16 di settembre,Giacomo II Stuardore della Gran Bretagna, che già vedemmo spogliato del suo regno. Nell'anno presente a dì 7 di maggio giunse ancora al fine de' suoi giorni la regina sua consorteMaria Beatrice Eleonora d'Estein San Germano nell'Aia, presso a Parigi, principessa a cui aveano formata una più illustre corona le sue insigni virtù. Al di lei figlioGiacomo III, dimorante in Italia sotto nome del cavalier di San Giorgio, avea il ponteficeClemente XIprocurata in moglieClementina Sobieschi, figlia delprincipe Giacomo, nato daGiovanni IIIre di Polonia. Veniva questa principessa in Italia, ma restò trattenuta in Inspruch per ordine dell'imperadore, a fine di far conoscere aGiorgio Ire d'Inghilterra ch'egli non approvava quel matrimonio. Si trovò col tempo il ripiego di lasciarla fuggire travestita, con aver l'AugustoCarlo VIserrati gli occhi; laonde in Monte Frascone nell'anno seguente fu accoppiata col suddetto re Giacomo dopo il suo ritorno dalla Spagna, di cui parleremo fra poco. Superbi regali fece il santo padre ad amendue, e fatto lor preparare in Roma un palazzo con ricchiarredi, ed assegnata loro un'annua pensione di dodici mila scudi, colla lor presenza accrebber poscia il lustro di Roma.

Per le inaspettate novità fatte dal re Cattolico coll'acquisto del regno di Sardegna, s'era vivamente alterata la corte di Vienna contra del sommo pontefice, dalla cui parola confortato avea l'AugustoCarlo VIimpugnate l'armi a difesa della cristianità. Anzi traspirava nei ministri cesarei qualche sospetto, che lo stesso pontefice camminasse d'accordo con gli Spagnuoli, sì per le decime loro concedute, come anche per essere nell'anno 1716 venuto improvvisamente da Madrid a Romamonsignore AldrovandiBolognese, nunzio apostolico, quasichè fosse stato spedito per concertare quanto dipoi era avvenuto in pregiudizio dell'imperadore. Aggiugnevano, non essere probabile che esso nunzio ignorasse i disegni di quella corte: e perchè non avvisarne il gabinetto pontifizio? All'onoratezza del santo padre fu ben sensibile ed insieme ingiurioso un sì fatto sospetto. Ora non tardarono a comparire i segni dello sdegno di Cesare contro la sacra corte di Roma. Alnunzio apostolicodi Vienna fu vietato l'accesso alla corte, e il trattar di negozii con quei ministri. Amonsignor Vicentini, altro nunzio in Napoli, dal vicerè fu intimato l'uscire di quella metropoli e del regno nel termine di ventiquattro ore; si precluse affatto ogni esercizio di quella nunziatura; e quel che maggiormente allarmò e riempiè di lamenti Roma, fu, che vennero sequestrate le rendite di tutti i benefizii che varii cardinali e molti prelati non nazionali, ed abitanti in Roma, godevano nel regno di Napoli. Nè in questa sola tempesta si trovava il buon ponteficeClemente XI. Anche in Francia nei tempi presenti una brutta piega aveano preso gli affari della costituzioneUnigenitus. Fioccavano da ogni parte le appellazioniai futuro concilio, e tutto era permesso a chi non voleva sottomettersi ai decreti della santa Sede. Oltre a ciò, perchè nel precedente annomilord Peterboroughcoll'andare girando per gli Stati della Chiesa, avea fatto sorgere sospetti di macchinar qualche violenza contra del cattolico re britannicoGiacomo III Stuardo, soggiornante in Urbino, e fu perciò dalcardinale Origolegato di Bologna mandato prigione in forte Urbano, benchè fosse fra poco liberato, pure la nazione inglese suscitò per tale affronto di gravi querele contra del santo padre. Minacciavano essi, se non si dava loro un'adeguata soddisfazione, e di bombardare Cività Vecchia, e d'inferire altri danni al litorale ecclesiastico e alla stessa Roma. Anche dalla parte della Spagna si mosse un'altra burrasca. Avea l'adirato Augusto fatta istanza al pontefice che si richiamasse di Spagna ilcardinale Alberonia render conto dei pretesi perniciosi consigli dati al re CattolicoFilippo V, e dell'inganno fatto alla santa Sede nell'anno addietro. Tali forze non aveva il pontefice per tirar di colà l'Alberoni; e se le avea, non gli parve spediente di adoperarle nelle presenti congiunture. Fece nondimeno comparire il suo sdegno contra di lui. Conosceva esso porporato di avere il vento in poppa, e volea prevalersene. Già avea conseguito il vescovato di Malega. Poco era questo al suo merito; si fece nominare dal re Cattolico al ricco arcivescovato di Siviglia; ma il santo padre stette saldo in negargliene le bolle. Se ne offese quel monarca; vietò anch'egli ogni commercio colla sua corte alnunzio apostolico Aldrovandi, il quale senza licenza del papa si ritirò in Italia alla patria sua. Richiamò per mezzo delcardinale Acquavivatutti gli Spagnuoli dimoranti in Roma; proibì ai suoi sudditi il cercare alcun benefizio o pensione dalla Sede apostolica con esorbitante danno della dateria. Non ci volea meno diClemente XI, cioè di un piloto di grande animo, e di non minor saviezza, per navigare in mezzo a tantiscogli e a sì contrarii venti. Ma egli confidato in Dio non punto si atterriva, e seguitava con vigore continuo ad applicarsi agli affari con isperar giorni migliori.

Fin l'anno addietro tal costernazione era entrata nel turchesco divano per la perdita di Belgrado, e per l'apprensione delle vittoriose armi cesaree, che cominciò ilsultano Acmeta muovere parola di pace con sua maestà cesarea. Il ministro del rebritannico Giorgioalla Porta fu incaricato di trattarne. Vi prestò orecchio l'imperador Carlo; ma suo malgrado, perchè gli stava sul cuore la rottura della guerra dalla parte degli Spagnuoli, nè si potea credere che alla loro avidità e fortuna fosse sufficiente preda la Sardegna. Si osservò nondimeno sul fine dell'anno presente scemato di molto l'ardore dei Turchi per la progettata pace, o vogliam dire tregua; e non per altro se non per gli avvisi colà giunti di avere il re Cattolico dato all'armi contro dell'augusto monarca. Contuttociò da che seppe il sultano il magnifico preparamento di forze guerriere fatto in quest'anno ancora non meno da Cesare che dalla Veneta repubblica, per continuare più che mai la guerra, ripigliarono con calore i negoziati della pace colla mediazione dei ministri d'Inghilterra e d'Olanda. Per luogo del congresso fu scelto Passarovitz nella Servia, dove si raunarono i plenipotenziarii dell'imperadore, della suddetta repubblica e della Porta. Al compimento di questo negoziato non si potè giungere se non nel dì 27 di giugno, nel qual giorno furono sottoscritti gli articoli della concordia di Cesare e dei Veneziani colla Porta Ottomana, consistenti in una tregua di ventiquattro anni. Restò l'imperadore in possesso di tutte le conquiste fin qui da lui fatte, cioè della Servia con Belgrado, di Temisvar, di una particella della Valacchia, con altri vantaggi, che a me non occorre di rammentare. Ai Veneziani restarono Butintrò, la Prevesa, Vonizza, Imoschi, le isole di Cerigo, con altri vantaggi, ma non compensantiin menoma parte la perdita del bel regno della Morea. Fino ai nostri giorni dura l'indignazione dei cristiani zelanti contra di chi obbligò l'AugustoCarlo VIe larepubblica venetaalla pace o tregua suddetta. Da gran tempo non s'era veduta più bella apparenza di dare una forte scossa all'imperio ottomano. Avea Cesare in piedi una fioritissima armata con un generale incomparabile, colle milizie tutte incoraggite per le precedenti vittorie; laddove i Turchi erano spaventati, avviliti e sull'orlo di maggior precipizio.

Fama corse che ilprincipe Eugenioavesse meditato, non già d'inviarsi alla volta di Costantinopoli, ma d'inoltrarsi per quella strada, e poi rivolgersi verso Tessalonica, o sia Salonichi, per darsi mano coi Veneziani, e tagliar fuori un buon pezzo del paese turchesco. Se ciò è vero, e se questo fosse riuscito, si può disputarne; ma bensì è fuor di dubbio che dalla mossa dell'armi spagnuole provenne la necessità di pacificarsi colla Porta, mentre era minacciato d'invasione tutto il dominio austriaco in Italia. Perchè fu differita per molte settimane la pubblicazion della pace suddetta, il generale de' VenezianiSchulemburgsi portò all'assedio di Dolcigno, nido infame di corsari. Nel dì 24 di luglio convenne desistere dalle ostilità, perchè giunse l'avviso della pace. Ma nel volersi ritirare, i Veneti furono inseguiti dai Dulcignotti, e bisognò menar ben le mani. Crebbe in questi tempi la mormorazione contra delcardinal Alberoni, perchè furono pubblicate alcune lettere, che si dissero intercette, scritte al principe Ragozzi, ribello e nemico di Cesare, affinchè fosse mezzano a stabilire una lega fra il re Cattolico e il sultano Acmet, di modo che dalla parte ancora de' Turchi si facesse guerra all'imperador de' Romani. Chiunque riputava esso porporato di forte stomaco, e portato ad ogni maggior risoluzione che potesse influire all'ingrandimento della corona di Spagna, non ebbe difficoltàa tener per certo quel progetto di alleanza. Ma ad altri parve esso troppo inverisimile, perchè contrario al pregio della pietà che risplendeva nel cattolico monarcaFilippo V, e all'uso lodevole dei gloriosi suoi antecessori, i quali mai non hanno voluto tregua, non che lega, con un nemico del nome cristiano.

Intanto proseguiva la corte di Spagna il suo grandioso armamento, e in Sardegna si facea massa delle genti, artiglierie, munizioni e navi. Verso qual parte avesse a piombare la preparata tempesta, niun lo poteva prevedere di certo. Chi credea per li porti della Toscana posseduti da Cesare, chi per Napoli, e chi per lo Stato di Milano. Spezialmente si dubitò dell'ultimo, perchè ilre Vittorio Amedeoavea fatto venir di Sicilia un grosso convoglio di munizioni e truppe; campeggiava anche con molta gente ai confini del Milanese; e non era occulto che passava fra lui e il re Cattolico non lieve intrinsichezza; s'era anche combinato fra loro un trattato di lega. Ma niun si trovò più deluso dello stesso re di Sicilia, perchè all'improvviso s'intese che l'armata navale spagnuola, alzate le ancore, dalla Sardegna era passata alla Sicilia stessa per insignorirsene. Risvegliossi allora un gran bisbiglio, gridando i poco parziali della Spagna, vedersi oramai quanto possa in cuore di alcuni potenti del secolo la smoderata voglia del conquistare. Non essere gran tempo che con solenne pace e solenni giuramenti avea la corte di Spagna ceduta la Sicilia al re Vittorio; nulla avere mancato questo real sovrano ai patti; e pure senza scrupolo alcuno, e dopo le maggiori dimostrazioni di amicizia, essere procedute l'armi spagnuole a spogliarlo di quel regno. Se così si opera (andavano essi dicendo), dove è più la pubblica fede, e chi ha più da credere ai regnanti? Fece anche questa novità sempre più sparlare del porporato primo ministro di Spagna, a cui si attribuivano tutti gl'impegni di quella corte. Tuttavia non mancò essa corte di pubblicareun manifesto, con cui studiò di dare qualche colore alla presa risoluzione sua, ma intorno a cui non appartiene a me di proferir giudizio. Ora nel dì ultimo di giugno pervenuta l'armata spagnuola in faccia di Palermo, giacchè non v'era luogo alla difesa di quella fedelissima città, i magistrati ne portarono le chiavi al generale spagnuolo, e con incessanti acclamazioni di gioia fu quivi proclamato il reFilippo V. Erasi quivi ritirato il conteAnnibale MaffeiMirandolese, vicerè di quel regno, con lasciar presidio nel castello, che fra pochi dì venne in poter degli Spagnuoli. Rinforzò esso conte colle milizie ricavate da Palermo, Cattania ed Agosta i presidii di Siracusa, Messina, Trapani e Melazzo, e fece ricoverare in Malta le galee del suo padrone. Essendo ritornata in Sardegna la flotta spagnuola per imbarcare il resto delle milizie, con esse sbarcò dipoi in Sicilia ilmarchese di LeedeFiammingo, generale di terra del re Cattolico, che poi fece maraviglie di condotta e valore in quell'impresa. Intanto Cattania col castello fu presa, e bloccata la città di Messina, dove, dopo essere entrate l'armi spagnuole, cominciarono le ostilità contra di quei castelli. Fu anche messo il blocco a Melazzo e a Trapani. In somma pareano disposte tutte le cose, per vedere in breve tornata tutta la Sicilia sotto la signoria del re Cattolico; e sarebbe succeduto, se non fossero entrati in iscena altri potenti a rompere le misure della Spagna.

Non dormiva l'imperadorCarlo VI, e molto meno i suoi ministri di Napoli e Milano, i quali dacchè cominciò a scoprirsi il mal animo degli Spagnuoli, non aveano cessato di far gente e di preparar munizioni per ben accogliere chi si fosse presentato nemico. S'erano anche mosse le potenze marittime come garanti della cessione della Sicilia, ed obbligate a sostener anche l'imperadore negli acquisti suoi. A nome del re britannicoGiorgio Ifece lo Stenop suo ministro a Madrid varie doglianze e proteste, con rappresentaresopra tutto l'obbligo e la determinazione dell'Inghilterra di difendere i suoi collegati; al qual fine si preparava una poderosa squadra di vascelli. Più alto, all'incontro, parlò ilcardinale Alberoni, e diede assai a conoscere che poca impressione in lui faceano somiglianti bravate. Servirono poscia le altrui minaccie a far maggiormente affrettare la spedizione contro la Sicilia, colla speranza di vederla conquistata tutta prima che comparissero in quelle parti le vele inglesi. Intanto il reVittorio Amedeosi rivolse tutto all'imperadore e alle suddette potenze marittime. Trattossi in Londra della maniera di mettere fine a queste turbolenze; e perciocchè si conobbe non aver forza esso re Vittorio per la difesa della Sicilia, nè l'imperadore si sentiva voglia, per far piacere a lui, di sposar questo impegno; e massimamente perchè egli s'era avuto a male che quell'isola, tanto necessaria alla conservazion del regno di Napoli, fosse a lui tolta, e data a chi non vi avea sopra ragione alcuna, nel dì 2 d'agosto fu formato in Londra il piano d'una pace da proporsi al re Cattolico, la quale se non fosse accettata, tutte quelle potenze s'impegnavano di adoperare l'esorcismo della forza per farla accettare. In questa risoluzione concorse ancora il Cristianissimore Luigi XV, o, per dir meglio,Filippo duca d'Orleansreggente di Francia; giacchè la corte di Madrid avea già cominciato a sfoderar pretensioni contro la tutela del piccolo re, e a dichiarare inefficaci e nulle le rinunzie fatte dal re Filippo ai proprii diritti sulla corona di Francia: cose tutte che alterarono forte esso duca reggente, e gli altri principi del sangue reale. Portavano le risoluzioni della proposta concordia, fra l'altre cose, che la Sicilia si avesse da cedere a sua maestà cesarea, e che, in ricompensa di tal cessione, si dovesse cedere il regno di Sardegna al re Vittorio Amedeo: cambio sommamente svantaggioso, a cui quel real sovrano per un pezzo non seppe accomodarsi, mache in fine, consigliato dalla prudenza, la quale si ha da conformare alle condizioni dei tempi, per non potere di meno, egli approvò. Trattossi quivi parimente della eventual successione dei ducati di Parma e Piacenza, in mancanza di eredi legittimi, per un figlio della regina di SpagnaElisabetta Farnese.

Intanto sul principio d'agosto cominciò a comparire nei mari di Napoli la forte squadra inglese, condotta dall'ammiraglio Bing, che, servendo di scorta a molti legni da trasporto carichi di milizie alemanne, fece poi vela alla volta di Messina. Cercò bene l'ammiraglio CastagnedoSpagnuolo d'entrar colle sue navi nel porto d'essa Messina; ma il gran fuoco fatto dal forte di San Salvatore e della cittadella non glielo permise, e furono obbligati i suoi legni a ritirarsi con grave danno. Giunta dipoi la flotta inglese nel molo di Messina, felicemente sbarcò le truppe, ed allora quelle fortezze, battute dal marchese di Leede, inalberarono lo stendardo imperiale. Circa altri dieci mila soldati cesarei marciarono da Napoli verso Reggio di Calabria, per passare in Sicilia. Andò poscia il Bing in traccia della nemica armata navale, consistente in ventisei navi da guerra, sette galee e molti legni da carico, per significare all'ammiraglio le commissioni della sua corte. La trovò schierata in ordine di battaglia, nè tardò molto a udire il fischio delle palle dei lor cannoni, essendo stati gli Spagnuoli i primi a sparare. Si venne dunque nel dì 15 d'agosto a battaglia, ma battaglia di poco contrasto, perchè gli Spagnuoli batterono tosto la ritirata. Diedero loro la caccia gl'Inglesi, s'impadronirono di varii loro vascelli, altri ne bruciarono, e fecero di molti prigioni: laonde la flotta spagnuola rimase poco men che disfatta. L'ammiraglio Castagnedo si ritirò a Cattania a farsi curare le ferite ricevute. Ma queste disgrazie in mare nulla intiepidirono le azioni del generale spagnuolomarchese di Leede. Ancorchè si fosse accresciuto di molto il presidio della cittadelladi Messina, pure gli convenne rendersi al valore degli assedianti nel dì 29 di settembre, insieme col forte di San Salvatore: con che restò tutta Messina in potere degli Spagnuoli, che passarono dipoi all'assedio di Melazzo. Essendo poi sbarcato un grosso corpo di Tedeschi in vicinanza di questa piazza, i generaliCaraffaeVeteraninel dì 15 d'ottobre tentarono di farne sloggiare gli Spagnuoli. Sulle prime favorevole fu loro la fortuna, ma non finì la faccenda che rimasero sbaragliati. I fuggitivi si ritirarono in Melazzo, che alzò allora la bandiera imperiale. Il nerbo maggiore degli Alemanni passati in Sicilia si afforzò verso la Scaletta in vicinanza di Messina. In tale stato restarono gli affari di quell'isola sino all'anno vegnente.

Era già passato a miglior vita fin dall'anno 1701, nel dì 16 di settembre,Giacomo II Stuardore della Gran Bretagna, che già vedemmo spogliato del suo regno. Nell'anno presente a dì 7 di maggio giunse ancora al fine de' suoi giorni la regina sua consorteMaria Beatrice Eleonora d'Estein San Germano nell'Aia, presso a Parigi, principessa a cui aveano formata una più illustre corona le sue insigni virtù. Al di lei figlioGiacomo III, dimorante in Italia sotto nome del cavalier di San Giorgio, avea il ponteficeClemente XIprocurata in moglieClementina Sobieschi, figlia delprincipe Giacomo, nato daGiovanni IIIre di Polonia. Veniva questa principessa in Italia, ma restò trattenuta in Inspruch per ordine dell'imperadore, a fine di far conoscere aGiorgio Ire d'Inghilterra ch'egli non approvava quel matrimonio. Si trovò col tempo il ripiego di lasciarla fuggire travestita, con aver l'AugustoCarlo VIserrati gli occhi; laonde in Monte Frascone nell'anno seguente fu accoppiata col suddetto re Giacomo dopo il suo ritorno dalla Spagna, di cui parleremo fra poco. Superbi regali fece il santo padre ad amendue, e fatto lor preparare in Roma un palazzo con ricchiarredi, ed assegnata loro un'annua pensione di dodici mila scudi, colla lor presenza accrebber poscia il lustro di Roma.


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