MDCCXXVAnno diCristoMDCCXXV. IndizioneIII.Benedetto XIIIpapa 2.Carlo VIimperadore 15.Con gran concorso di pellegrini divoti fu celebrato nel presente anno in Roma il solenne giubileo, e fra gli altri cospicui personaggi concorse a partecipar di queste indulgenze la vedova gran principessa di ToscanaViolante di Baviera, la quale se ricevette le maggiori finezze dal sommo pontefice e da tutta quella nobiltà, lasciò anch'ella ivi un'illustre memoria della sua insigne pietà e liberalità. Grande occasione fu questo giubileo al santo padreBenedetto XIIIdi esercitar pienamente le tante sue virtù, delle quali parleremo andando innanzi. E siccome egli era indefesso in tutto ciò spezialmente che riguarda la religione, così nel dì 15 di aprile diede principio nella basilica Lateranense al concilio provinciale, a cui intervenne gran copia di cardinali, vescovi ed altri prelati. Vi si fecero bellissimi regolamenti intorno alla disciplina ecclesiastica, essendo state prima ben ventilate le materie in varie congregazioni dei più assennati teologi. Volle il sommo pontefice che i vescovi non sentissero il peso della lor dimora in Roma, con far somministrar loro le spese dalla camera apostolica. Nel dì 5 di giugno fu posto fine a quella sacra assemblea, ammirata e benedettada tutto il popolo romano, che da tanti anni indietro non ne avea mai goduta la maestà. In questi medesimi giorni il Campidoglio romano rinovò un'illustre cerimonia non più veduta dopo il tempo di Francesco Petrarca. Cioè dal senatore e dai conservatori del popolo fu con gran solennità conferita la corona d'alloro al cavalierBernardino PerfettiSenese, poeta rinomato pel possesso delle scienze migliori, e massimamente per la sua impareggiabile facilità ad improvvisare in versi italiani, e versi pieni di sugo e non di sole frasche. Onorarono quella funzione parecchi porporati e la suddetta gran principessa di Toscana. Non trascurò intanto il buon pontefice alcun mezzo per frastornare i disegni dei potentati sopra Parma e Piacenza; ma con poca fortuna, essendo improvvisamente scoppiata una pace stabilita in Vienna fra l'imperadore e il re Cattolico, senza che vi s'interponessero coronati mediatori, e senza aver cura degl'interessi dei principi alleati. Come questa nascesse, gioverà saperlo.S'era fin qui nel congresso di Cambrai fatto un gran cambio di parole e ragioni fra i ministri delle corone per giugnere ad una vera pace universale. Ma una remora troppo possente era sempre l'affare di Minorica e Gibilterra; pretendendone gli Spagnuoli la restituzione, benchè ne avessero fatta in Utrecht la cessione, e negandola gl'Inglesi; di modo che apparenza non v'era di sciogliere questo nodo, per cui tutti gli altri restavano sospesi. Avvenne che il baron di Ripperda Giovanni Guglielmo, uomo ardito olandese, che, come i razzi, fece dipoi una luminosa ma assai breve comparsa nel teatro del mondo, segretamente mosse parola in Vienna di una pace privata fra l'imperador Carlo VIe il re CattolicoFilippo V; e questa non cadde in terra. Premeva a sua maestà cesarea di mettere fine ad ogni pretension della Spagna sopra gli Stati di Napoli, Sicilia, Milano e Fiandra. Più era vogliosa la corte di Spagna di risparmiare una chiara rinunzia aGibilterra e Minorica, e di assicurare all'infante don Carlola succession della Toscana e di Parma e Piacenza: al che spezialmente porgeva continui impulsi la reginaElisabetta Farnese, intenta al bene degli infanti suoi figli; e tanto più per udirsi infestata da molti incomodi la sanità del gran ducaGiovanni Gastone de Medici. Posta tale vicendevole disposizione d'animi, non riuscì difficile lo strignere l'accordo. Fu esso stipulato in Vienna nel dì 30 di aprile, e l'impensata sua pubblicazione sorprese ognuno: tanta era stata la segretezza del trattato. La sostanza principale di quegli articoli consisteva nella rinunzia fatta da Cesare a tutti i suoi diritti sulla corona di Spagna, con ritenerne il solo titolo, sua vita durante; e a stabilire che essa corona non si avesse mai ad unire con quella di Francia. All'incontro anche il re CattolicoFilippo Vrinunziava in favore dell'augusta casa d'Austria tutte le sue ragioni sopra Napoli, Sicilia, Stato di Milano e Fiandra, siccome anche annullava il patto della reversione pel regno di Sicilia. Un altro importantissimo punto ancora si vide assodato. Nel dì 6 di dicembre dell'anno precedente avea l'imperadoreCarlo VIformata e pubblicata una prammatica sanzione, per cui, in difetto di maschi, era chiamata all'intera successione di tutti i suoi regni e Stati l'arciduchessa Maria Teresasua primogenita con vincolo di fideicommisso e maggiorasco: decreto che venne poi accettato e confermato da tutti i tribunali dei suoi dominii. Ora anche il re Cattolico accettò la stessa prammatica sanzione, obbligandosi di esserne garante e difensore. Finalmente fra le parti fu accordato, che venendo a mancare la linea mascolina del gran duca di Toscana, e del duca di Parma e di Piacenza, si devolverebbono i loro Stati colla qualità di feudi imperiali all'infantedon Carloprimogenito della regina di SpagnaElisabetta Farnese, restando il porto di Livorno libero sempre, come si trovava in questi tempi. Seguì parimente una legae un trattato di commercio fra i suddetti sovrani. Nel dì 7 di giugno di quest'anno con altri atti fu confermata la suddetta concordia, accolta precedentemente con isdegno da chi ne era rimasto escluso; e massimamente perchè Cesare si obbligò di non opporsi, in caso che la Spagna tentasse di ricuperar colla forza Minorica e Gibilterra. Quei nobili Spagnuoli che aveano seguitato l'Augusto Carlo in Germania, e in vigore di questa pace se ne tornarono in Ispagna a godere i lor beni liberati dalle unghie del fisco, trovarono pregiudiziale la mutazion del clima; perchè infermatisi, in men di un anno cessarono di vivere.Nella primavera dell'anno presente diede la corte di Francia non poco da discorrere ai politici. Un'infermità sopraggiunta al giovane reLuigi XVin grande apprensione ed affanno avea tenuto tutti i sudditi suoi, amantissimi sopra gli altri popoli de' loro monarchi. Perfettamente si riebbe la maestà sua; ma questo pericolo fece conoscere al suo ministero la necessità di non differir maggiormente di procurare al re una consorte che conservasse e propagasse la sua discendenza. Dimorava in Parigi l'infanta di Spagna, a lui destinata in moglie, che già per tale speranza godeva il titolo diregina; ma questa principessa avea solamente nel dì 31 di marzo compiuto l'anno settimo dell'età sua, e troppo perciò conveniva aspettare, acciocchè fosse atta alle funzioni del matrimonio. Fu dunque presa la risoluzione di rimandarla con tutto decoro in Ispagna; nè si tardò ad eseguirla. Per atto sì inaspettato restarono talmente amareggiati il re e la regina di Spagna, che richiamarono tosto da Parigi i lor ministri, e rimandarono anch'essi in Franciamadama di Beaujolais, figlia del fu duca d'Orleans reggente, la quale avea da accoppiarsi in matrimonio coll'infante don Carlo; e questa poi s'unì nel viaggio colla sorella, vedova del defunto re di SpagnaLuigi, la qual parimente se ne tornava a Parigi. Contribuìnon poco questa rottura ad accelerar la pace suddetta fra l'imperadore e il re Cattolico. Fu allora che la gente curiosa prese ad indovinare qual principessa avrebbe la fortuna di salire sul trono di Francia; ma niuno vi colpì. Con istupore d'ognuno s'intese dipoi che il re, o, per dir meglio, il duca di Borbone primo ministro avea prescelta laprincipessa Mariafiglia diStanislao re di Polonia, ma di solo nome. Videsi questa principessa, nel mese di settembre, condotta con gran pompa da Argentina al talamo reale. Attendendo in questi tempi il ponteficeBenedetto XIIInon meno al pastoral governo che all'economia de' suoi Stati, pubblicò nel dì 15 d'ottobre una utilissima bolla intorno all'annona di Roma e all'agricoltura di que' paesi. Non così fu applaudita nel giugno di questo anno la promozione alla sacra porpora da lui fatta di monsignorNiccolò Coscia, prevedendo già i più saggi che questo personaggio, favorito non poco dall'ottimo pontefice, si sarebbe col tempo abusato della confidenza e bontà del santo padre, il quale non mai dicendobastaalla gratitudine sua, volle premiare l'antica servitù di questo soggetto, e col tempo gli procacciò anche il ricco arcivescovato di Benevento. S'egli fosse meritevole di tanti favori, ce ne avvedremo andando innanzi.
Con gran concorso di pellegrini divoti fu celebrato nel presente anno in Roma il solenne giubileo, e fra gli altri cospicui personaggi concorse a partecipar di queste indulgenze la vedova gran principessa di ToscanaViolante di Baviera, la quale se ricevette le maggiori finezze dal sommo pontefice e da tutta quella nobiltà, lasciò anch'ella ivi un'illustre memoria della sua insigne pietà e liberalità. Grande occasione fu questo giubileo al santo padreBenedetto XIIIdi esercitar pienamente le tante sue virtù, delle quali parleremo andando innanzi. E siccome egli era indefesso in tutto ciò spezialmente che riguarda la religione, così nel dì 15 di aprile diede principio nella basilica Lateranense al concilio provinciale, a cui intervenne gran copia di cardinali, vescovi ed altri prelati. Vi si fecero bellissimi regolamenti intorno alla disciplina ecclesiastica, essendo state prima ben ventilate le materie in varie congregazioni dei più assennati teologi. Volle il sommo pontefice che i vescovi non sentissero il peso della lor dimora in Roma, con far somministrar loro le spese dalla camera apostolica. Nel dì 5 di giugno fu posto fine a quella sacra assemblea, ammirata e benedettada tutto il popolo romano, che da tanti anni indietro non ne avea mai goduta la maestà. In questi medesimi giorni il Campidoglio romano rinovò un'illustre cerimonia non più veduta dopo il tempo di Francesco Petrarca. Cioè dal senatore e dai conservatori del popolo fu con gran solennità conferita la corona d'alloro al cavalierBernardino PerfettiSenese, poeta rinomato pel possesso delle scienze migliori, e massimamente per la sua impareggiabile facilità ad improvvisare in versi italiani, e versi pieni di sugo e non di sole frasche. Onorarono quella funzione parecchi porporati e la suddetta gran principessa di Toscana. Non trascurò intanto il buon pontefice alcun mezzo per frastornare i disegni dei potentati sopra Parma e Piacenza; ma con poca fortuna, essendo improvvisamente scoppiata una pace stabilita in Vienna fra l'imperadore e il re Cattolico, senza che vi s'interponessero coronati mediatori, e senza aver cura degl'interessi dei principi alleati. Come questa nascesse, gioverà saperlo.
S'era fin qui nel congresso di Cambrai fatto un gran cambio di parole e ragioni fra i ministri delle corone per giugnere ad una vera pace universale. Ma una remora troppo possente era sempre l'affare di Minorica e Gibilterra; pretendendone gli Spagnuoli la restituzione, benchè ne avessero fatta in Utrecht la cessione, e negandola gl'Inglesi; di modo che apparenza non v'era di sciogliere questo nodo, per cui tutti gli altri restavano sospesi. Avvenne che il baron di Ripperda Giovanni Guglielmo, uomo ardito olandese, che, come i razzi, fece dipoi una luminosa ma assai breve comparsa nel teatro del mondo, segretamente mosse parola in Vienna di una pace privata fra l'imperador Carlo VIe il re CattolicoFilippo V; e questa non cadde in terra. Premeva a sua maestà cesarea di mettere fine ad ogni pretension della Spagna sopra gli Stati di Napoli, Sicilia, Milano e Fiandra. Più era vogliosa la corte di Spagna di risparmiare una chiara rinunzia aGibilterra e Minorica, e di assicurare all'infante don Carlola succession della Toscana e di Parma e Piacenza: al che spezialmente porgeva continui impulsi la reginaElisabetta Farnese, intenta al bene degli infanti suoi figli; e tanto più per udirsi infestata da molti incomodi la sanità del gran ducaGiovanni Gastone de Medici. Posta tale vicendevole disposizione d'animi, non riuscì difficile lo strignere l'accordo. Fu esso stipulato in Vienna nel dì 30 di aprile, e l'impensata sua pubblicazione sorprese ognuno: tanta era stata la segretezza del trattato. La sostanza principale di quegli articoli consisteva nella rinunzia fatta da Cesare a tutti i suoi diritti sulla corona di Spagna, con ritenerne il solo titolo, sua vita durante; e a stabilire che essa corona non si avesse mai ad unire con quella di Francia. All'incontro anche il re CattolicoFilippo Vrinunziava in favore dell'augusta casa d'Austria tutte le sue ragioni sopra Napoli, Sicilia, Stato di Milano e Fiandra, siccome anche annullava il patto della reversione pel regno di Sicilia. Un altro importantissimo punto ancora si vide assodato. Nel dì 6 di dicembre dell'anno precedente avea l'imperadoreCarlo VIformata e pubblicata una prammatica sanzione, per cui, in difetto di maschi, era chiamata all'intera successione di tutti i suoi regni e Stati l'arciduchessa Maria Teresasua primogenita con vincolo di fideicommisso e maggiorasco: decreto che venne poi accettato e confermato da tutti i tribunali dei suoi dominii. Ora anche il re Cattolico accettò la stessa prammatica sanzione, obbligandosi di esserne garante e difensore. Finalmente fra le parti fu accordato, che venendo a mancare la linea mascolina del gran duca di Toscana, e del duca di Parma e di Piacenza, si devolverebbono i loro Stati colla qualità di feudi imperiali all'infantedon Carloprimogenito della regina di SpagnaElisabetta Farnese, restando il porto di Livorno libero sempre, come si trovava in questi tempi. Seguì parimente una legae un trattato di commercio fra i suddetti sovrani. Nel dì 7 di giugno di quest'anno con altri atti fu confermata la suddetta concordia, accolta precedentemente con isdegno da chi ne era rimasto escluso; e massimamente perchè Cesare si obbligò di non opporsi, in caso che la Spagna tentasse di ricuperar colla forza Minorica e Gibilterra. Quei nobili Spagnuoli che aveano seguitato l'Augusto Carlo in Germania, e in vigore di questa pace se ne tornarono in Ispagna a godere i lor beni liberati dalle unghie del fisco, trovarono pregiudiziale la mutazion del clima; perchè infermatisi, in men di un anno cessarono di vivere.
Nella primavera dell'anno presente diede la corte di Francia non poco da discorrere ai politici. Un'infermità sopraggiunta al giovane reLuigi XVin grande apprensione ed affanno avea tenuto tutti i sudditi suoi, amantissimi sopra gli altri popoli de' loro monarchi. Perfettamente si riebbe la maestà sua; ma questo pericolo fece conoscere al suo ministero la necessità di non differir maggiormente di procurare al re una consorte che conservasse e propagasse la sua discendenza. Dimorava in Parigi l'infanta di Spagna, a lui destinata in moglie, che già per tale speranza godeva il titolo diregina; ma questa principessa avea solamente nel dì 31 di marzo compiuto l'anno settimo dell'età sua, e troppo perciò conveniva aspettare, acciocchè fosse atta alle funzioni del matrimonio. Fu dunque presa la risoluzione di rimandarla con tutto decoro in Ispagna; nè si tardò ad eseguirla. Per atto sì inaspettato restarono talmente amareggiati il re e la regina di Spagna, che richiamarono tosto da Parigi i lor ministri, e rimandarono anch'essi in Franciamadama di Beaujolais, figlia del fu duca d'Orleans reggente, la quale avea da accoppiarsi in matrimonio coll'infante don Carlo; e questa poi s'unì nel viaggio colla sorella, vedova del defunto re di SpagnaLuigi, la qual parimente se ne tornava a Parigi. Contribuìnon poco questa rottura ad accelerar la pace suddetta fra l'imperadore e il re Cattolico. Fu allora che la gente curiosa prese ad indovinare qual principessa avrebbe la fortuna di salire sul trono di Francia; ma niuno vi colpì. Con istupore d'ognuno s'intese dipoi che il re, o, per dir meglio, il duca di Borbone primo ministro avea prescelta laprincipessa Mariafiglia diStanislao re di Polonia, ma di solo nome. Videsi questa principessa, nel mese di settembre, condotta con gran pompa da Argentina al talamo reale. Attendendo in questi tempi il ponteficeBenedetto XIIInon meno al pastoral governo che all'economia de' suoi Stati, pubblicò nel dì 15 d'ottobre una utilissima bolla intorno all'annona di Roma e all'agricoltura di que' paesi. Non così fu applaudita nel giugno di questo anno la promozione alla sacra porpora da lui fatta di monsignorNiccolò Coscia, prevedendo già i più saggi che questo personaggio, favorito non poco dall'ottimo pontefice, si sarebbe col tempo abusato della confidenza e bontà del santo padre, il quale non mai dicendobastaalla gratitudine sua, volle premiare l'antica servitù di questo soggetto, e col tempo gli procacciò anche il ricco arcivescovato di Benevento. S'egli fosse meritevole di tanti favori, ce ne avvedremo andando innanzi.