MDCCXXVI

MDCCXXVIAnno diCristoMDCCXXVI. IndizioneIV.Benedetto XIIIpapa 3.Carlo VIimperadore 16.Da che fu alzato alla dignità pontifizia il cardinale Orsino, uno spettacolo insolito, che tirava a sè gli occhi d'ognuno, era la sua maniera di vivere. Non solamente il pontefice nulla avea sminuito dell'umiltà, virtù la più favorita diBenedetto XIII, ma parea che l'avesse accresciuta. Non sapeva egli accomodarsi a quella pompa e magnificenza che vien creduta un ingrediente necessario per maggiormente imprimere ne' popoli ilrispetto dovuto a chi è insieme sommo pontefice e principe grande. Sui principii bramò egli d'uscir di palazzo senza guardie, e come povero religioso in una chiusa carrozza, per andare alle frequenti sue visite delle chiese e degli spedali, oppure al passeggio. Gli convenne accomodarsi al ripiego de' più saggi, cioè di portarsi alle sue divozioni accompagnato da un semplice cappellano con poche guardie, recitando egli nel viaggio la corona ed altre orazioni. Cassò nondimeno, come creduta da lui superflua, la compagnia delle lancie spezzate. Chi entrava nella camera sua penava a trovarvi un romano pontefice, perchè non v'erano addobbi o tappezzerie, ma solamente sedie di paglia ed immagini di carta con un Crocefisso. Andava talvolta a pranzo nel refettorio de' padri domenicani della Minerva, come un di essi, altra distinzion non ammettendo di cibo o di sedia, se non che stava solo ad una delle tavole. Al generale d'essi religiosi, ch'egli riguardava sempre come suo superiore, non isdegnava di baciar la mano. Non volle più che gli ecclesiastici, venendo alla sua udienza, gli s'inginocchiassero davanti. Intervenne talvolta al coro coi canonici in San Pietro, o pure nel coro dei religiosi; senz'altra distinzione che di sedere nel primo luogo sotto piccolo baldacchino.Lungo sarebbe il registrare i tanti atti dell'umiltà sì radicata in lui, che sembravano forse eccessi agli occhi di chi era avvezzo a mirar la maestà e splendidezza de' suoi antecessori, ma non già agli occhi di Dio. Eminente ancora si facea conoscere in questo pontefice il suo staccamento dai legami del sangue e dell'interesse. Amava molto il duca di Gravina suo nipote, e qualche poco anche il di lui fratello Mondillo; ma troppo abborriva il nepotismo. Niun d'essi volle egli al palazzo, molto meno gli mise a parte alcuna del governo; tuttochè, per giudizio de' saggi, meglio fosse stato per la santità sua il valersi del primo, cioèd'un degno e virtuoso signore, che di altre persone alzate agli onori, le quali, unicamente curando i proprii vantaggi, trascurarono affatto l'onore e la gloria del loro benefattore. Solamente promosse all'arcivescovato di Capoa il nipote minore; e questo non per suo genio, ma per le tante batterie di chi favoriva la casa Orsina, e stette più forte contro tante altre usate per impetrargli il cardinalato. Amantissimo della povertà il santo padre, non per altro cercava il danaro che per diffonderlo sopra i poveri, o per esercitar la sua liberalità e gratitudine. Al cattolico re d'InghilterraGiacomo III Stuardoaccrebbe l'appannaggio, e donò tutti i magnifici mobili del pontefice suo predecessore, ascendente al valore di trenta mila scudi. Per far limosine avrebbe venduto, se avesse potuto, fino i palagi; e intanto egli dedito alle penitenze e ai digiuni, non volendo che una povera mensa, convertiva in sovvenimento degl'infermi e bisognosi i regali e le rendite particolari che a lui provenivano. Faceva egli nel medesimo tempo l'uffizio di vescovo e parroco, conferendo la cresima e gli ordini al clero, benedicendo chiese ed altari, assistendo ai divini uffizii e al confessionale, visitando non solamente i cardinali infermi, ma talvolta ancora povera gente, e comunicando di sua mano la famiglia del palazzo. Queste erano le delizie dell'indefesso e piissimo successore di san Pietro, non lasciando egli perciò di accudire al buon governo politico de' suoi Stati, e alla difesa ed aumento della religione.Abitava da gran tempo in Roma il suddettore Giacomo, favorito dai pontefici ed onorato da ognuno per l'alta qualità del suo grado. L'aveva Iddio arricchito di due figliuoli, principi di grande espettazione. Ma erano sopravvenute in addietro dissensioni fra lui e la regina sua consorteClementina Sobieschi, a cagione delle quali questa piissima principessa s'era ritirata nel monistero di Santa Cecilia, pretendendo che il marito avesse da licenziardalla sua corte alcune persone per giusti sospetti da essa non approvate. Si erano interposti i più attivi e manierosi porporati, e principi e principesse, per la riunione d'essi, ma con sempre inutili sforzi. Lo stesso ponteficeBenedetto XIIInon avea mancato d'impiegare i suoi più caldi uffizii a questo fine; negava anche l'udienza al re, persuaso che la ragione fosse dal canto della regina. Ora quando la gente credea rinata fra loro la pace, giacchè era seguito un abboccamento di questi reali consorti, all'improvviso si vide partir da Roma nel mese di ottobre il re coi figli, e passar ad abitare in Bologna, dove prese un palazzo a pigione. Però la compassion di ognuno si rivolse verso l'afflitta regina sua moglie, e il papa cominciò a negare al re la rata della pensione a lui accordata. Motivi all'incontro di somma allegrezza ebbe in questi tempi la real corte di Torino, per aver la duchessa moglie diCarlo Emmanueleduca di Savoia, e nuora del reVittorio Amedeo, dato alla luce nel dì 26 di giugno un principe, che oggidì col nome diVittorio Amedeo Maria, primogenito del re suo padre, gareggia mercè delle sue nobili qualità coi più illustri suoi antenati. All'incontro fu in quest'anno la nobilissima città di Palermo, capitale della Sicilia, un teatro di calamità. Nel principio della notte nel dì primo di settembre si udì quivi nell'aria un mormorio terribile e continuo, che durato per un quarto d'ora, cagionò uno spavento universale, atteso che il cielo era sereno, senza vento e senza apparenza alcuna di tempo cattivo. Furono anche vedute in aria due travi di fuoco, che andarono poi a sommergersi in mare. Erano le quattro ore della notte, quando un orribil tremuoto per lo spazio di duePater nostera salti fece traballare tutta la città. Fu scritto, che la quarta parte d'essa fu rovesciata a terra. File intere di case e botteghe si videro ridotte ad un mucchio di sassi; assaissime altre rimasero sommamente danneggiate e minaccianti rovina. Spezialmente ne patì il palazzo reale,di cui molte parti caddero, talmente che restò per un tempo inabitabile. La cattedrale ed alcun'altra chiesa gran danno ne soffrirono; e dalle rovine di quella città furono tratte ben tre mila persone o morte o ferite. Corse per l'Italia la relazione di sì funesto spettacolo che metteva orrore in chiunque la leggeva; ma persone saggie di Palermo a me confessarono, aver la fama accresciuto di troppo le terribili conseguenze di quel tremuoto, ed essere stato minore di quel che si diceva, l'eccidio. Intento sempre lo augusto monarcaCarlo VIal bene e vantaggio dei suoi sudditi d'Italia, procurò in quest'anno, coll'interposizione della Porta Ottomana la pace e libertà del commercio fra i suoi Stati, e il bey o dey di Tunisi, e la reggenza di quella città. Gli articoli ne furono conchiusi nel dì 23 di settembre. Altrettanto ancora ottenne egli dalla reggenza di Tripoli, in modo che le navi di sua bandiera doveano in avvenire andar sicure dagl'insulti di quei corsari. Con qual fedeltà poi essi Barbari, troppo avvezzi al mestiere infame della pirateria, eseguissero somiglianti trattati, lo sanno i poveri cristiani. Sempre sarà (non si può tacere) vergogna dei potentati della cristianità sì cattolici che protestanti, il vedere che in vece di unir le lor forze per ischiantar, come potrebbono, quei nidi di scellerati corsari, vanno di tanto in tanto a mendicar da essi con preghiere e regali, per non dire con tributi, la loro amistà, che poscia alle pruove si trova sovente inclinare alla perfidia. Tante vite di uomini, tanti milioni s'impiegano dai cristiani per far guerra fra loro: perchè non volgere quell'armi contro i nemici del nome cristiano, turbatori continui della quiete e del commercio del Mediterraneo? Di più non ne dico, perchè so che parlo al vento.

Da che fu alzato alla dignità pontifizia il cardinale Orsino, uno spettacolo insolito, che tirava a sè gli occhi d'ognuno, era la sua maniera di vivere. Non solamente il pontefice nulla avea sminuito dell'umiltà, virtù la più favorita diBenedetto XIII, ma parea che l'avesse accresciuta. Non sapeva egli accomodarsi a quella pompa e magnificenza che vien creduta un ingrediente necessario per maggiormente imprimere ne' popoli ilrispetto dovuto a chi è insieme sommo pontefice e principe grande. Sui principii bramò egli d'uscir di palazzo senza guardie, e come povero religioso in una chiusa carrozza, per andare alle frequenti sue visite delle chiese e degli spedali, oppure al passeggio. Gli convenne accomodarsi al ripiego de' più saggi, cioè di portarsi alle sue divozioni accompagnato da un semplice cappellano con poche guardie, recitando egli nel viaggio la corona ed altre orazioni. Cassò nondimeno, come creduta da lui superflua, la compagnia delle lancie spezzate. Chi entrava nella camera sua penava a trovarvi un romano pontefice, perchè non v'erano addobbi o tappezzerie, ma solamente sedie di paglia ed immagini di carta con un Crocefisso. Andava talvolta a pranzo nel refettorio de' padri domenicani della Minerva, come un di essi, altra distinzion non ammettendo di cibo o di sedia, se non che stava solo ad una delle tavole. Al generale d'essi religiosi, ch'egli riguardava sempre come suo superiore, non isdegnava di baciar la mano. Non volle più che gli ecclesiastici, venendo alla sua udienza, gli s'inginocchiassero davanti. Intervenne talvolta al coro coi canonici in San Pietro, o pure nel coro dei religiosi; senz'altra distinzione che di sedere nel primo luogo sotto piccolo baldacchino.

Lungo sarebbe il registrare i tanti atti dell'umiltà sì radicata in lui, che sembravano forse eccessi agli occhi di chi era avvezzo a mirar la maestà e splendidezza de' suoi antecessori, ma non già agli occhi di Dio. Eminente ancora si facea conoscere in questo pontefice il suo staccamento dai legami del sangue e dell'interesse. Amava molto il duca di Gravina suo nipote, e qualche poco anche il di lui fratello Mondillo; ma troppo abborriva il nepotismo. Niun d'essi volle egli al palazzo, molto meno gli mise a parte alcuna del governo; tuttochè, per giudizio de' saggi, meglio fosse stato per la santità sua il valersi del primo, cioèd'un degno e virtuoso signore, che di altre persone alzate agli onori, le quali, unicamente curando i proprii vantaggi, trascurarono affatto l'onore e la gloria del loro benefattore. Solamente promosse all'arcivescovato di Capoa il nipote minore; e questo non per suo genio, ma per le tante batterie di chi favoriva la casa Orsina, e stette più forte contro tante altre usate per impetrargli il cardinalato. Amantissimo della povertà il santo padre, non per altro cercava il danaro che per diffonderlo sopra i poveri, o per esercitar la sua liberalità e gratitudine. Al cattolico re d'InghilterraGiacomo III Stuardoaccrebbe l'appannaggio, e donò tutti i magnifici mobili del pontefice suo predecessore, ascendente al valore di trenta mila scudi. Per far limosine avrebbe venduto, se avesse potuto, fino i palagi; e intanto egli dedito alle penitenze e ai digiuni, non volendo che una povera mensa, convertiva in sovvenimento degl'infermi e bisognosi i regali e le rendite particolari che a lui provenivano. Faceva egli nel medesimo tempo l'uffizio di vescovo e parroco, conferendo la cresima e gli ordini al clero, benedicendo chiese ed altari, assistendo ai divini uffizii e al confessionale, visitando non solamente i cardinali infermi, ma talvolta ancora povera gente, e comunicando di sua mano la famiglia del palazzo. Queste erano le delizie dell'indefesso e piissimo successore di san Pietro, non lasciando egli perciò di accudire al buon governo politico de' suoi Stati, e alla difesa ed aumento della religione.

Abitava da gran tempo in Roma il suddettore Giacomo, favorito dai pontefici ed onorato da ognuno per l'alta qualità del suo grado. L'aveva Iddio arricchito di due figliuoli, principi di grande espettazione. Ma erano sopravvenute in addietro dissensioni fra lui e la regina sua consorteClementina Sobieschi, a cagione delle quali questa piissima principessa s'era ritirata nel monistero di Santa Cecilia, pretendendo che il marito avesse da licenziardalla sua corte alcune persone per giusti sospetti da essa non approvate. Si erano interposti i più attivi e manierosi porporati, e principi e principesse, per la riunione d'essi, ma con sempre inutili sforzi. Lo stesso ponteficeBenedetto XIIInon avea mancato d'impiegare i suoi più caldi uffizii a questo fine; negava anche l'udienza al re, persuaso che la ragione fosse dal canto della regina. Ora quando la gente credea rinata fra loro la pace, giacchè era seguito un abboccamento di questi reali consorti, all'improvviso si vide partir da Roma nel mese di ottobre il re coi figli, e passar ad abitare in Bologna, dove prese un palazzo a pigione. Però la compassion di ognuno si rivolse verso l'afflitta regina sua moglie, e il papa cominciò a negare al re la rata della pensione a lui accordata. Motivi all'incontro di somma allegrezza ebbe in questi tempi la real corte di Torino, per aver la duchessa moglie diCarlo Emmanueleduca di Savoia, e nuora del reVittorio Amedeo, dato alla luce nel dì 26 di giugno un principe, che oggidì col nome diVittorio Amedeo Maria, primogenito del re suo padre, gareggia mercè delle sue nobili qualità coi più illustri suoi antenati. All'incontro fu in quest'anno la nobilissima città di Palermo, capitale della Sicilia, un teatro di calamità. Nel principio della notte nel dì primo di settembre si udì quivi nell'aria un mormorio terribile e continuo, che durato per un quarto d'ora, cagionò uno spavento universale, atteso che il cielo era sereno, senza vento e senza apparenza alcuna di tempo cattivo. Furono anche vedute in aria due travi di fuoco, che andarono poi a sommergersi in mare. Erano le quattro ore della notte, quando un orribil tremuoto per lo spazio di duePater nostera salti fece traballare tutta la città. Fu scritto, che la quarta parte d'essa fu rovesciata a terra. File intere di case e botteghe si videro ridotte ad un mucchio di sassi; assaissime altre rimasero sommamente danneggiate e minaccianti rovina. Spezialmente ne patì il palazzo reale,di cui molte parti caddero, talmente che restò per un tempo inabitabile. La cattedrale ed alcun'altra chiesa gran danno ne soffrirono; e dalle rovine di quella città furono tratte ben tre mila persone o morte o ferite. Corse per l'Italia la relazione di sì funesto spettacolo che metteva orrore in chiunque la leggeva; ma persone saggie di Palermo a me confessarono, aver la fama accresciuto di troppo le terribili conseguenze di quel tremuoto, ed essere stato minore di quel che si diceva, l'eccidio. Intento sempre lo augusto monarcaCarlo VIal bene e vantaggio dei suoi sudditi d'Italia, procurò in quest'anno, coll'interposizione della Porta Ottomana la pace e libertà del commercio fra i suoi Stati, e il bey o dey di Tunisi, e la reggenza di quella città. Gli articoli ne furono conchiusi nel dì 23 di settembre. Altrettanto ancora ottenne egli dalla reggenza di Tripoli, in modo che le navi di sua bandiera doveano in avvenire andar sicure dagl'insulti di quei corsari. Con qual fedeltà poi essi Barbari, troppo avvezzi al mestiere infame della pirateria, eseguissero somiglianti trattati, lo sanno i poveri cristiani. Sempre sarà (non si può tacere) vergogna dei potentati della cristianità sì cattolici che protestanti, il vedere che in vece di unir le lor forze per ischiantar, come potrebbono, quei nidi di scellerati corsari, vanno di tanto in tanto a mendicar da essi con preghiere e regali, per non dire con tributi, la loro amistà, che poscia alle pruove si trova sovente inclinare alla perfidia. Tante vite di uomini, tanti milioni s'impiegano dai cristiani per far guerra fra loro: perchè non volgere quell'armi contro i nemici del nome cristiano, turbatori continui della quiete e del commercio del Mediterraneo? Di più non ne dico, perchè so che parlo al vento.


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