MDCCXXXIIAnno diCristoMDCCXXXII. IndizioneX.Clemente XIIpapa 3.Carlo VIimperadore 22.Quasi morirono di sete in quest'anno i novellisti bramosi di grandi avvenimenti. Fioriva la pace, che stendendo la serenità sopra tutta l'Europa, non di altro era feconda che di privati divertimenti ed allegrezze. Di queste spezialmente abbondò la Toscana; perciocchè finalmente sciolti tutti i nodi, l'infante di Spagnadon Carlosi mise in viaggio per venire a far la sua comparsa nel teatro d'Italia. Imbarcossi egli ad Antibo nel dì 23 del precedente dicembre sulle galee di Spagna, unite con quelle del gran duca; ma appena ebbesalpato, che si alzò una violenta burrasca che disperse tutta la flotta, e danneggiò forte non pochi di que' legni. Ad onta nondimeno dell'infuriato, elemento la capitana di Spagna nel dì 27 approdò a Livorno, e vi sbarcò l'infante. Magnifico sopra modo fu l'accoglimento fatto a questo real principe da quella città, che poi solennizzò nei seguenti giorni il suo arrivo con suntuose macchine di fuochi, conviti, musiche, illuminazioni ed altre feste. Gareggiò con gli altri l'università degli Ebrei per attestare anch'essa a questo novello sole il suo giubilo ed ossequio; e fioccavano dappertutto le relazioni di sì grandiose solennità. Dopo il riposo di più di due mesi in Livorno passò finalmente questo principe a Firenze, ove fece il suo splendido ingresso nel dì 9 di marzo, ricevuto colle maggiori dimostrazioni di stima e di affetto dal gran ducaGian Gastonee dall'elettrice vedovadi lui sorella. In quella capitale ancora nulla si risparmiò di magnificenza, negli archi trionfali, ne' fuochi di artifizio, e in altre feste ed allegrie, contento ognuno di vedere con tanta felicità rifiorire nell'infante la già cadente schiatta dei principi medicei. Fu egli riconosciuto non solo come duca di Parma e Piacenza, ma ancora come gran principe e principe ereditario della Toscana. Avea già nel dì 29 dello scorso dicembre la duchessa vedova di ParmaDorotea, come contutrice, preso il possesso dei ducati di Parma e Piacenza a nome del medesimo infante dalle mani del generaleconte Stampaplenipotenziario dell'imperadore. Solenne era stata quella funzione, e i magistrati e deputati delle comunità in tal congiuntura prestarono ad esso principe il giuramento di fedeltà, come a vassallo dell'imperadore e del romano imperio. Dopo di che esso generale consegnò alla duchessa le chiavi della città, e ordinò tosto alle truppe cesaree di ritirarsi, e di lasciare liberi affatto quegli Stati al nuovo signore, facendo conoscere a tutti la lealtà dell'augusto sovrano in eseguire i già stabiliti trattatied impegni. Non tralasciò il commissario apostolico monsignorJacopo Oddinel seguente dì 30 di dicembre di pubblicare una grave protesta contro tutti quegli atti, per preservare nella miglior possibile maniera le ragioni della santa Sede.Fermatosi il reale infante a goder le delizie di Firenze sino al principio di settembre, finalmente determinò di consolare colla sua sospirata presenza anche i popoli di Parma e Piacenza. Nel dì 6 di esso mese si mosse egli da Firenze, e nel dì 8 entrò nello Stato di Modena, e passando fuori di questa città, fu salutato con una salva reale dalle artiglierie della medesima e della cittadella. Avea il ducaRinaldo d'Esteavuta l'attenzione di fargli innaffiare le strade per tutto il suo dominio, affin di riguardarlo dagli incomodi della straordinaria polve di quell'asciutta stagione. Fu egli dipoi a complimentarlo colla sua corte un miglio lungi da Modena, dove seguirono abbracciamenti ed ogni maggior finezza di complimenti e di affetto. Nel dì 9 tutta fu in gala la città di Parma pel festoso ingresso del giovinetto duca; grande il concorso e lo sfoggio della nobiltà e dei popoli; e nelle nobili feste che si fecero dipoi, si conobbe quanto tutti applaudissero all'acquisto di un principe sì inclinato alla pietà e alla clemenza; e grazioso in tutte le sue maniere, ma con aver portato seco l'altura del cerimoniale spagnuolo. A tante allegrezze per la venuta in Italia di questo generoso rampollo della real casa di Spagna, se ne aggiunse un'altra, riguardante la felicità dell'armi del Cattolicore Filippo Vsuo padre. Fra i pensieri di quel monarca il primo ed incessante era quello di ricuperare, per quanto avesse potuto, tutti gli antichi dominii spettanti alla monarchia dei suoi predecessori. Una riguardevole unione ed armamento di vascelli di linea e di legni da trasporto avea egli fatto nella primavera di quest'anno, e preparati all'imbarco si trovavano sui lidi parecchi reggimenti di truppe veterane. Perchè era ignoto qual mira avessel'allestimento di flotta sì numerosa nel Mediterraneo, con gelosia ed occhi aperti stavano i vicerè di Napoli e di Sicilia; e tuttochè l'imperadore venisse assicurato della costante amicizia d'esso re Cattolico, pure non cessavano le ombre, e furono perciò ben munite le principali piazze dei regni suddetti.Levò finalmente l'ancore quella poderosa flotta, comandata dal capitano generaleconte di Montemar, e guidata da prosperi venti, improvvisamente nel dì 28 di giugno andò ad ammainar le vele davanti ad Orano nelle coste dell'Africa, piazza lontana cento cinquanta miglia da Algeri, trecento da Ceuta. Fin dall'anno 1509 dal celebrecardinale Ximenestolta fu essa ai Mori, e sottoposta da lì innanzi alla corona di Spagna, finchè nell'anno 1708, trovandosi involto in tante guerre il re Cattolico, dopo un assedio di sei mesi gli Algerini ne ritornarono padroni. Ora, sbarcali che furono felicemente gli Spagnuoli, nel dì 30, mentre attendevano ad alzare un fortino sulla marina, eccoti piombare addosso al loro campo più di venti mila Mori, Arabi e Turchi, ed attaccare una fiera zuffa. Si distinse allora il consueto valore delle milizie spagnuole; furono con molta strage rispinti quegli infedeli, e tagliata loro la comunicazione colla fortezza. Nel dì seguente, mentre in ordine di battaglia si mette in marcia l'esercito cristiano per disporre l'assedio di quella piazza, con ammirazion di ognuno la truovano abbandonata; nè essa sola, ma ancora il creduto inespugnabile castello di Santa Croce, con quattro altri forti all'intorno. Poco fu il bottino per li soldati, perchè il meglio di quegli abitanti avea fatto l'ale. In poter nondimeno dei cristiani vennero cento trentotto cannoni, ottantatrè dei quali erano di bronzo, oltre a molte munizioni da bocca e da guerra. Per questa gloriosa e felice impresa dell'armi spagnuole tanto in Roma che in altre parti d'Italia si fecero molte allegrezze e rendimenti di grazie a Dio. Ma che? non tardarono molto gliAlgerini a tentare il riacquisto di quella piazza, e con grossissimo esercito vennero ad assediare nello stesso tempo Orano e il forte di Santa Croce. Governatore di Orano era stato lasciato ilmarchese di Santa Croce Marzenado, cavaliere di raro valore, maestro nell'arte della guerra, come anche apparisce dai suoi libri dati alla luce. Sostenne egli vigorosamente i posti contro gli sforzi de' nemici, e con suo grave pericolo e somma bravura dei suoi portò soccorso di viveri e di munizioni al forte suddetto, che si trovava in rischio di rendersi per la penuria. Ma continuando i Musulmani il lor giuoco, appena fu sbarcato nel dì 26 di novembre un riguardevole convoglio di venticinque navi da trasporto con buona scorta partito da Barcellona, che nel dì seguente il marchese con otto mila combattenti andò ad assalire i nemici, benchè forti di circa quaranta mila persone. Durò il sanguinoso combattimento per sei ore; resistenza straordinaria fecero i Barbari; ma in fine, cedendo alla bravura degli Spagnuoli, si diedero alla fuga, lasciando il campo e le artiglierie in man dei cristiani. Insigne e completa fu la vittoria, se non che restò funestata dalla morte del valoroso marchese di Santa Croce, compianta poscia da ognuno. Per quanto corse la voce, non si trovò il suo corpo, e un pezzo durò la speranza ch'ei fosse vivo e prigione; ma in fine certissima comparve la perdita di lui.Questo fu l'unico avvenimento dell'anno presente che fece strepito in Italia. Poichè per conto di Roma, quivi si continuò a formare il processo delcardinale Coscia, ma con gran segreto, quando nei tempi addietro s'erano sparpagliati dappertutto i suoi reati. Temendo il Coscia, che passati i termini delle citazioni in contumacia si scaricasse sopra di lui il terribil decreto della perdita della porpora, giudicò meglio di tornarsene a Roma per far le sue difese: al qual fine si condusse da Napoli due avvocati, provveduti di ogni requisito per istare a frontede' più forbiti Romani. Prese l'alloggio nel convento di Santa Prassede, e gli fu intimato sotto rigorose pene di non uscirne, se non per rispondere alle interrogazioni della congregazione, le quali durarono per tutto quest'anno senza mai devenire a decisione alcuna. Mancò nell'anno presente chi nella vigilia di San Pietro pagasse alla camera apostolica il censo per li ducati di Parma e Piacenza; perlochè il fiscale della santa Sede fece pubblica protesta in difesa de' diritti pontifizii. Avea il buon ponteficeBenedetto XIII, siccome dicemmo, vietato il lotto di Genova, perchè sorgente d'infiniti disordini, coll'aver fino imposta la scomunica ai ricevitori e giocatori. Col gastigo pubblicamente dato a chi avea trasgredito il bando, niun più osava di gittare con tanta facilità e sciocchezza il suo danaro, e di esporsi anche al pericolo di pagar le pene. Non senza maraviglia delle persone si vide in questi tempi risorto in Roma esso lotto, e cassata la salutevole di lui costituzione; e tanto più se ne stupì la gente, perchè, tolta la scomunica contra chi giocasse al lotto di Roma, questa si lasciò sussistere contro chi dello Stato ecclesiastico giocasse fuori d'esso Stato al medesimo giuoco. Dovettero aver delle buone ragioni di far questa mutazione, benchè tanto pregiudiziale al pubblico. Di tal provento si sa che il pontefice si servì per far limosine e belle fabbriche in ornamento di Roma. Pubblicò egli in quest'anno una lodevol costituzione, che toglieva varii abusi del conclave, ne moderava le spese eccessive, e conteneva altri utili regolamenti. Dopo penosa malattia di molti giorni passò all'altra vita, nel dì 21 di maggio di questo anno,Sebastiano(appellato da alcuni Alvise)Mocenigodoge di Venezia, a cui, nel dì primo di giugno, fu sostituito in quella dignitàCarlo Ruzzini, personaggio che nei magistrati e nelle molte ambascerie avea trattato in addietro i più importanti affari della repubblica.Andarono intanto crescendo variiinsulti del già re di SardegnaVittorio Amedeo, che gli annunziavano imminente il fine de' suoi giorni. Mostrò questo principe qualche desiderio di vedere il re suo figlio, il quale non avea men premura pel medesimo oggetto. Ma nel tempo che si stava ponderando se questo abboccamento convenisse, giunse avviso essere il reVittoriopeggiorato cotanto che già si trovava agli estremi. Per questo riflesso, e per altri motivi addotti dalla regina, che in tale stato il suo incontro, lungi dal produrre alcun buon effetto, avrebbe potuto affrettar la morte all'infermo padre, e nuocere anche alla sanità del figlio, di già alterata per così disgustose circostanze, altro non si fece. Il dì 31 di ottobre fu poi quello che sbrigò da questo mondo esso principe Vittorio Amedeo, pervenuto già all'età di sessantasei anni e mezzo; ed egli ne prese il congedo con sentimenti di vera pietà ed eroica costanza. Celebre sempre durerà nelle storie e nella memoria dei posteri il nome di questo insigne sovrano, per la somma acutezza e vivacità della mente, pel suo valore, fortezza e saggia condotta in mezzo alle turbolenze dell'Europa, e ai pericolosi impegni ai quali egli s'espose, per l'accrescimento di una corona, e di non pochi altri Stati alla sua real famiglia e per tante altre gloriose azioni, tali certo, che andò innanzi ai suoi più rinomati antecessori, ed incredibile fu la stima che di lui ebbero tutti i potentati di Europa. Nel fervore della sua gioventù l'incontinenza gli avea tolta la mano; ma da che si fuggì da lui chi l'avea fatto prevaricare, colla pubblica emendazione purgò gli scandali passati, e si vedea mischiato col popolo accostarsi alla sacra mensa. Non mancò mai di custodire la principesca gravità; e pure niun più di lui si dispensò dalle formalità, con aver egli saputo essere re e insieme popolare: tanta era la sua disinvoltura. Parvero, è vero, disastrosi gli ultimi periodi di suo vivere; ma egli se ne servì per meglio prepararsi a comparire davanti a Dio, e a saldare quaggiù iconti colla divina giustizia, con portar seco la contentezza di aver lasciato un figlio capace di ben regnare al pari di lui, un re pieno di moderazione, di saviezza, di coraggio, e di tante altre belle doti ornato, che il rendono amabile a tutti i sudditi suoi. Solenni esequie furono poi fatte al defunto principe, la cui moglie si ritirò in un convento di religiose a Carignano.Poco felicemente passavano in questi tempi gli affari de' Genovesi per l'ostinata ribellione de' Corsi, nulla avendo finora giovato a mettere in dovere quella feroce gente le migliaia di Tedeschi sotto il comando del generaleWachtendonck. Per le morti e diserzioni si erano queste sminuite di molto; e però la repubblica, senza atterrirsi per le esorbitanti spese, nuove preghiere e nuovi tesori impiegò per ottenere dall'imperadorCarlo VIaltre forze valevoli a finir quella pugna. Un altro dunque più poderoso corpo di truppe alemanne, alla cui testa era ilprincipe Luigi di Wirtemberg, trasportato fu in Corsica, ma con ordini nondimeno segreti del saggio Augusto di vincere non già col ferro, ma bensì colla dolcezza e colla clemenza quella brava nazione, giacchè alla corte cesarea doveano sembrare degni di compassione e non affatto ingiusti i risentimenti e le querele che aveano poste le armi in mano ad essi popoli. Propose infatti quel principe un'amnistia e perdono generale ai Corsi, ed insieme un accomodamento, con impegnare per mallevadore garante della concordia lo stesso Cesare. Allora fu che i due principali capi dei ribelli, cioè Luigi Giafferi e Andrea Ciaccaldi, ed altri lor generali entrarono in negoziato col principe e coi ministri della repubblica, e conseguentemente restò conchiusa la pace, coll'avere i Corsi conseguito onorevoli condizioni e vantaggi. Se ne tornarono poscia a poco a poco in Lombardia l'armi cesaree, ed ognun contava per terminate quelle tragiche scene; quando iti i capi di essi Corsi per umiliarsi al governo di Genova, furono all'improvviso cacciati nelle carceri,per disegno formato in Genova (non già dai vecchi e saggi senatori) di dare in essi un esemplar castigo a terrore dei posteri. Per questa mancanza di fede non si può dire quanto restassero amareggiati i Corsi, e quante doglianze ne facesse in Genova e alla corte cesarea il principe di Wirtemberg. Vennero perciò pressanti ordini di sua maestà cesarea ai Genovesi di rimettere in libertà quegli uomini; e tuttochè i ministri della repubblica adducessero ragioni e pruove, che essi, per aver contravvenuto ai recenti patti, non meritavano la protezione di sua maestà cesarea, pure stette saldo l'imperadore in lor favore, di maniera che in fine, dopo molti mesi di prigionia, ricuperarono la libertà. Cagion fu questo inaspettato colpo che continuarono come prima, anzi più di prima, i Corsi a non si fidare dei Genovesi; e ben ebbe a pentirsene la repubblica, perchè vedremo risorgere la ribellione, che costò dipoi tanti altri tesori a quella ricca città, e fece spargere tanto sangue di nuovo ad ambe le parti. Erasi dilatata la pestilenza de' buoi nell'Alemagna e negli Svizzeri. Passò nell'anno precedente anche negli Stati della repubblica di Venezia, e si andava arrampicando eziandio nel Ferrarese e nella Romagna. La divina clemenza le tagliò il corso, e cessò sì deplorabil flagello. Fiera pensione è quella a cui si trova soggetto il delizioso regno di Napoli per cagione dei frequenti tremuoti. Anche nel dì 29 di novembre dell'anno presente, spaventoso fu quello che si provò nella stessa capitale, dove rimasero fracellate sotto le rovine delle case alcune centinaia di persone. Poche fabbriche si contarono che non ricevessero danno, e si fece questo ascendere a qualche milione di ducati. Peggio avvenne alle provincie di Terra di Lavoro, e dell'una e dell'altra Calabria. Ariano, Avellino, Apici, Mirabello e più di trenta villaggi furono per la maggior parte rovesciati a terra. Videsi una lunga lista di altri luoghi sommamente partecipi di sì grande sciagura, e de' periti in tale occasione.Da perniciosi raffreddori fu parimente infestata l'Italia, che portarono al sepolcro gran copia di persone, anche di alta sfera. Si stese questo malore contagioso per la Francia, Alemagna ed Inghilterra.
Quasi morirono di sete in quest'anno i novellisti bramosi di grandi avvenimenti. Fioriva la pace, che stendendo la serenità sopra tutta l'Europa, non di altro era feconda che di privati divertimenti ed allegrezze. Di queste spezialmente abbondò la Toscana; perciocchè finalmente sciolti tutti i nodi, l'infante di Spagnadon Carlosi mise in viaggio per venire a far la sua comparsa nel teatro d'Italia. Imbarcossi egli ad Antibo nel dì 23 del precedente dicembre sulle galee di Spagna, unite con quelle del gran duca; ma appena ebbesalpato, che si alzò una violenta burrasca che disperse tutta la flotta, e danneggiò forte non pochi di que' legni. Ad onta nondimeno dell'infuriato, elemento la capitana di Spagna nel dì 27 approdò a Livorno, e vi sbarcò l'infante. Magnifico sopra modo fu l'accoglimento fatto a questo real principe da quella città, che poi solennizzò nei seguenti giorni il suo arrivo con suntuose macchine di fuochi, conviti, musiche, illuminazioni ed altre feste. Gareggiò con gli altri l'università degli Ebrei per attestare anch'essa a questo novello sole il suo giubilo ed ossequio; e fioccavano dappertutto le relazioni di sì grandiose solennità. Dopo il riposo di più di due mesi in Livorno passò finalmente questo principe a Firenze, ove fece il suo splendido ingresso nel dì 9 di marzo, ricevuto colle maggiori dimostrazioni di stima e di affetto dal gran ducaGian Gastonee dall'elettrice vedovadi lui sorella. In quella capitale ancora nulla si risparmiò di magnificenza, negli archi trionfali, ne' fuochi di artifizio, e in altre feste ed allegrie, contento ognuno di vedere con tanta felicità rifiorire nell'infante la già cadente schiatta dei principi medicei. Fu egli riconosciuto non solo come duca di Parma e Piacenza, ma ancora come gran principe e principe ereditario della Toscana. Avea già nel dì 29 dello scorso dicembre la duchessa vedova di ParmaDorotea, come contutrice, preso il possesso dei ducati di Parma e Piacenza a nome del medesimo infante dalle mani del generaleconte Stampaplenipotenziario dell'imperadore. Solenne era stata quella funzione, e i magistrati e deputati delle comunità in tal congiuntura prestarono ad esso principe il giuramento di fedeltà, come a vassallo dell'imperadore e del romano imperio. Dopo di che esso generale consegnò alla duchessa le chiavi della città, e ordinò tosto alle truppe cesaree di ritirarsi, e di lasciare liberi affatto quegli Stati al nuovo signore, facendo conoscere a tutti la lealtà dell'augusto sovrano in eseguire i già stabiliti trattatied impegni. Non tralasciò il commissario apostolico monsignorJacopo Oddinel seguente dì 30 di dicembre di pubblicare una grave protesta contro tutti quegli atti, per preservare nella miglior possibile maniera le ragioni della santa Sede.
Fermatosi il reale infante a goder le delizie di Firenze sino al principio di settembre, finalmente determinò di consolare colla sua sospirata presenza anche i popoli di Parma e Piacenza. Nel dì 6 di esso mese si mosse egli da Firenze, e nel dì 8 entrò nello Stato di Modena, e passando fuori di questa città, fu salutato con una salva reale dalle artiglierie della medesima e della cittadella. Avea il ducaRinaldo d'Esteavuta l'attenzione di fargli innaffiare le strade per tutto il suo dominio, affin di riguardarlo dagli incomodi della straordinaria polve di quell'asciutta stagione. Fu egli dipoi a complimentarlo colla sua corte un miglio lungi da Modena, dove seguirono abbracciamenti ed ogni maggior finezza di complimenti e di affetto. Nel dì 9 tutta fu in gala la città di Parma pel festoso ingresso del giovinetto duca; grande il concorso e lo sfoggio della nobiltà e dei popoli; e nelle nobili feste che si fecero dipoi, si conobbe quanto tutti applaudissero all'acquisto di un principe sì inclinato alla pietà e alla clemenza; e grazioso in tutte le sue maniere, ma con aver portato seco l'altura del cerimoniale spagnuolo. A tante allegrezze per la venuta in Italia di questo generoso rampollo della real casa di Spagna, se ne aggiunse un'altra, riguardante la felicità dell'armi del Cattolicore Filippo Vsuo padre. Fra i pensieri di quel monarca il primo ed incessante era quello di ricuperare, per quanto avesse potuto, tutti gli antichi dominii spettanti alla monarchia dei suoi predecessori. Una riguardevole unione ed armamento di vascelli di linea e di legni da trasporto avea egli fatto nella primavera di quest'anno, e preparati all'imbarco si trovavano sui lidi parecchi reggimenti di truppe veterane. Perchè era ignoto qual mira avessel'allestimento di flotta sì numerosa nel Mediterraneo, con gelosia ed occhi aperti stavano i vicerè di Napoli e di Sicilia; e tuttochè l'imperadore venisse assicurato della costante amicizia d'esso re Cattolico, pure non cessavano le ombre, e furono perciò ben munite le principali piazze dei regni suddetti.
Levò finalmente l'ancore quella poderosa flotta, comandata dal capitano generaleconte di Montemar, e guidata da prosperi venti, improvvisamente nel dì 28 di giugno andò ad ammainar le vele davanti ad Orano nelle coste dell'Africa, piazza lontana cento cinquanta miglia da Algeri, trecento da Ceuta. Fin dall'anno 1509 dal celebrecardinale Ximenestolta fu essa ai Mori, e sottoposta da lì innanzi alla corona di Spagna, finchè nell'anno 1708, trovandosi involto in tante guerre il re Cattolico, dopo un assedio di sei mesi gli Algerini ne ritornarono padroni. Ora, sbarcali che furono felicemente gli Spagnuoli, nel dì 30, mentre attendevano ad alzare un fortino sulla marina, eccoti piombare addosso al loro campo più di venti mila Mori, Arabi e Turchi, ed attaccare una fiera zuffa. Si distinse allora il consueto valore delle milizie spagnuole; furono con molta strage rispinti quegli infedeli, e tagliata loro la comunicazione colla fortezza. Nel dì seguente, mentre in ordine di battaglia si mette in marcia l'esercito cristiano per disporre l'assedio di quella piazza, con ammirazion di ognuno la truovano abbandonata; nè essa sola, ma ancora il creduto inespugnabile castello di Santa Croce, con quattro altri forti all'intorno. Poco fu il bottino per li soldati, perchè il meglio di quegli abitanti avea fatto l'ale. In poter nondimeno dei cristiani vennero cento trentotto cannoni, ottantatrè dei quali erano di bronzo, oltre a molte munizioni da bocca e da guerra. Per questa gloriosa e felice impresa dell'armi spagnuole tanto in Roma che in altre parti d'Italia si fecero molte allegrezze e rendimenti di grazie a Dio. Ma che? non tardarono molto gliAlgerini a tentare il riacquisto di quella piazza, e con grossissimo esercito vennero ad assediare nello stesso tempo Orano e il forte di Santa Croce. Governatore di Orano era stato lasciato ilmarchese di Santa Croce Marzenado, cavaliere di raro valore, maestro nell'arte della guerra, come anche apparisce dai suoi libri dati alla luce. Sostenne egli vigorosamente i posti contro gli sforzi de' nemici, e con suo grave pericolo e somma bravura dei suoi portò soccorso di viveri e di munizioni al forte suddetto, che si trovava in rischio di rendersi per la penuria. Ma continuando i Musulmani il lor giuoco, appena fu sbarcato nel dì 26 di novembre un riguardevole convoglio di venticinque navi da trasporto con buona scorta partito da Barcellona, che nel dì seguente il marchese con otto mila combattenti andò ad assalire i nemici, benchè forti di circa quaranta mila persone. Durò il sanguinoso combattimento per sei ore; resistenza straordinaria fecero i Barbari; ma in fine, cedendo alla bravura degli Spagnuoli, si diedero alla fuga, lasciando il campo e le artiglierie in man dei cristiani. Insigne e completa fu la vittoria, se non che restò funestata dalla morte del valoroso marchese di Santa Croce, compianta poscia da ognuno. Per quanto corse la voce, non si trovò il suo corpo, e un pezzo durò la speranza ch'ei fosse vivo e prigione; ma in fine certissima comparve la perdita di lui.
Questo fu l'unico avvenimento dell'anno presente che fece strepito in Italia. Poichè per conto di Roma, quivi si continuò a formare il processo delcardinale Coscia, ma con gran segreto, quando nei tempi addietro s'erano sparpagliati dappertutto i suoi reati. Temendo il Coscia, che passati i termini delle citazioni in contumacia si scaricasse sopra di lui il terribil decreto della perdita della porpora, giudicò meglio di tornarsene a Roma per far le sue difese: al qual fine si condusse da Napoli due avvocati, provveduti di ogni requisito per istare a frontede' più forbiti Romani. Prese l'alloggio nel convento di Santa Prassede, e gli fu intimato sotto rigorose pene di non uscirne, se non per rispondere alle interrogazioni della congregazione, le quali durarono per tutto quest'anno senza mai devenire a decisione alcuna. Mancò nell'anno presente chi nella vigilia di San Pietro pagasse alla camera apostolica il censo per li ducati di Parma e Piacenza; perlochè il fiscale della santa Sede fece pubblica protesta in difesa de' diritti pontifizii. Avea il buon ponteficeBenedetto XIII, siccome dicemmo, vietato il lotto di Genova, perchè sorgente d'infiniti disordini, coll'aver fino imposta la scomunica ai ricevitori e giocatori. Col gastigo pubblicamente dato a chi avea trasgredito il bando, niun più osava di gittare con tanta facilità e sciocchezza il suo danaro, e di esporsi anche al pericolo di pagar le pene. Non senza maraviglia delle persone si vide in questi tempi risorto in Roma esso lotto, e cassata la salutevole di lui costituzione; e tanto più se ne stupì la gente, perchè, tolta la scomunica contra chi giocasse al lotto di Roma, questa si lasciò sussistere contro chi dello Stato ecclesiastico giocasse fuori d'esso Stato al medesimo giuoco. Dovettero aver delle buone ragioni di far questa mutazione, benchè tanto pregiudiziale al pubblico. Di tal provento si sa che il pontefice si servì per far limosine e belle fabbriche in ornamento di Roma. Pubblicò egli in quest'anno una lodevol costituzione, che toglieva varii abusi del conclave, ne moderava le spese eccessive, e conteneva altri utili regolamenti. Dopo penosa malattia di molti giorni passò all'altra vita, nel dì 21 di maggio di questo anno,Sebastiano(appellato da alcuni Alvise)Mocenigodoge di Venezia, a cui, nel dì primo di giugno, fu sostituito in quella dignitàCarlo Ruzzini, personaggio che nei magistrati e nelle molte ambascerie avea trattato in addietro i più importanti affari della repubblica.
Andarono intanto crescendo variiinsulti del già re di SardegnaVittorio Amedeo, che gli annunziavano imminente il fine de' suoi giorni. Mostrò questo principe qualche desiderio di vedere il re suo figlio, il quale non avea men premura pel medesimo oggetto. Ma nel tempo che si stava ponderando se questo abboccamento convenisse, giunse avviso essere il reVittoriopeggiorato cotanto che già si trovava agli estremi. Per questo riflesso, e per altri motivi addotti dalla regina, che in tale stato il suo incontro, lungi dal produrre alcun buon effetto, avrebbe potuto affrettar la morte all'infermo padre, e nuocere anche alla sanità del figlio, di già alterata per così disgustose circostanze, altro non si fece. Il dì 31 di ottobre fu poi quello che sbrigò da questo mondo esso principe Vittorio Amedeo, pervenuto già all'età di sessantasei anni e mezzo; ed egli ne prese il congedo con sentimenti di vera pietà ed eroica costanza. Celebre sempre durerà nelle storie e nella memoria dei posteri il nome di questo insigne sovrano, per la somma acutezza e vivacità della mente, pel suo valore, fortezza e saggia condotta in mezzo alle turbolenze dell'Europa, e ai pericolosi impegni ai quali egli s'espose, per l'accrescimento di una corona, e di non pochi altri Stati alla sua real famiglia e per tante altre gloriose azioni, tali certo, che andò innanzi ai suoi più rinomati antecessori, ed incredibile fu la stima che di lui ebbero tutti i potentati di Europa. Nel fervore della sua gioventù l'incontinenza gli avea tolta la mano; ma da che si fuggì da lui chi l'avea fatto prevaricare, colla pubblica emendazione purgò gli scandali passati, e si vedea mischiato col popolo accostarsi alla sacra mensa. Non mancò mai di custodire la principesca gravità; e pure niun più di lui si dispensò dalle formalità, con aver egli saputo essere re e insieme popolare: tanta era la sua disinvoltura. Parvero, è vero, disastrosi gli ultimi periodi di suo vivere; ma egli se ne servì per meglio prepararsi a comparire davanti a Dio, e a saldare quaggiù iconti colla divina giustizia, con portar seco la contentezza di aver lasciato un figlio capace di ben regnare al pari di lui, un re pieno di moderazione, di saviezza, di coraggio, e di tante altre belle doti ornato, che il rendono amabile a tutti i sudditi suoi. Solenni esequie furono poi fatte al defunto principe, la cui moglie si ritirò in un convento di religiose a Carignano.
Poco felicemente passavano in questi tempi gli affari de' Genovesi per l'ostinata ribellione de' Corsi, nulla avendo finora giovato a mettere in dovere quella feroce gente le migliaia di Tedeschi sotto il comando del generaleWachtendonck. Per le morti e diserzioni si erano queste sminuite di molto; e però la repubblica, senza atterrirsi per le esorbitanti spese, nuove preghiere e nuovi tesori impiegò per ottenere dall'imperadorCarlo VIaltre forze valevoli a finir quella pugna. Un altro dunque più poderoso corpo di truppe alemanne, alla cui testa era ilprincipe Luigi di Wirtemberg, trasportato fu in Corsica, ma con ordini nondimeno segreti del saggio Augusto di vincere non già col ferro, ma bensì colla dolcezza e colla clemenza quella brava nazione, giacchè alla corte cesarea doveano sembrare degni di compassione e non affatto ingiusti i risentimenti e le querele che aveano poste le armi in mano ad essi popoli. Propose infatti quel principe un'amnistia e perdono generale ai Corsi, ed insieme un accomodamento, con impegnare per mallevadore garante della concordia lo stesso Cesare. Allora fu che i due principali capi dei ribelli, cioè Luigi Giafferi e Andrea Ciaccaldi, ed altri lor generali entrarono in negoziato col principe e coi ministri della repubblica, e conseguentemente restò conchiusa la pace, coll'avere i Corsi conseguito onorevoli condizioni e vantaggi. Se ne tornarono poscia a poco a poco in Lombardia l'armi cesaree, ed ognun contava per terminate quelle tragiche scene; quando iti i capi di essi Corsi per umiliarsi al governo di Genova, furono all'improvviso cacciati nelle carceri,per disegno formato in Genova (non già dai vecchi e saggi senatori) di dare in essi un esemplar castigo a terrore dei posteri. Per questa mancanza di fede non si può dire quanto restassero amareggiati i Corsi, e quante doglianze ne facesse in Genova e alla corte cesarea il principe di Wirtemberg. Vennero perciò pressanti ordini di sua maestà cesarea ai Genovesi di rimettere in libertà quegli uomini; e tuttochè i ministri della repubblica adducessero ragioni e pruove, che essi, per aver contravvenuto ai recenti patti, non meritavano la protezione di sua maestà cesarea, pure stette saldo l'imperadore in lor favore, di maniera che in fine, dopo molti mesi di prigionia, ricuperarono la libertà. Cagion fu questo inaspettato colpo che continuarono come prima, anzi più di prima, i Corsi a non si fidare dei Genovesi; e ben ebbe a pentirsene la repubblica, perchè vedremo risorgere la ribellione, che costò dipoi tanti altri tesori a quella ricca città, e fece spargere tanto sangue di nuovo ad ambe le parti. Erasi dilatata la pestilenza de' buoi nell'Alemagna e negli Svizzeri. Passò nell'anno precedente anche negli Stati della repubblica di Venezia, e si andava arrampicando eziandio nel Ferrarese e nella Romagna. La divina clemenza le tagliò il corso, e cessò sì deplorabil flagello. Fiera pensione è quella a cui si trova soggetto il delizioso regno di Napoli per cagione dei frequenti tremuoti. Anche nel dì 29 di novembre dell'anno presente, spaventoso fu quello che si provò nella stessa capitale, dove rimasero fracellate sotto le rovine delle case alcune centinaia di persone. Poche fabbriche si contarono che non ricevessero danno, e si fece questo ascendere a qualche milione di ducati. Peggio avvenne alle provincie di Terra di Lavoro, e dell'una e dell'altra Calabria. Ariano, Avellino, Apici, Mirabello e più di trenta villaggi furono per la maggior parte rovesciati a terra. Videsi una lunga lista di altri luoghi sommamente partecipi di sì grande sciagura, e de' periti in tale occasione.Da perniciosi raffreddori fu parimente infestata l'Italia, che portarono al sepolcro gran copia di persone, anche di alta sfera. Si stese questo malore contagioso per la Francia, Alemagna ed Inghilterra.