MDCCXXXIII

MDCCXXXIIIAnno diCristoMDCCXXXIII. Indiz.XI.Clemente XIIpapa 4.Carlo VIimperadore 23.Trovossi nell'anno presente agitata da parecchi imbrogli la sacra corte di Roma. Parve più volte come ridotta a fine la concordia col re di Portogallo, ma saltavano sempre in campo nuove pretensioni di quel monarca; e trovandosi egli inflessibile ne' suoi voleri, bisognava continuar la battaglia, e il negoziato con lui e col re Cattolico mediatore. Nè pure fin qui s'era trovato ripiego alle dissensioni colla corte di Torino; e però sopra quelle pendenze si vide in questi tempi una guerra di scritture, prodotte dall'una parte e dall'altra. Ma ciò che più afflisse l'animo del ponteficeClemente XIIera la prepotenza de' Franzesi, i quali nell'anno addietro cominciarono, e continuarono anche per qualche mese del presente, a bloccare con molti corpi di milizie il contado d'Avignone: novità che cagionava grave penuria ed altri danni a quegli abitanti. Il pretesto o motivo di tal violenza era, perchè in quel contado si rifugiavano alcuni contrabbandieri, e vi si era vietata l'introduzione di non so quali manifatture franzesi, ed ivi si fabbricavano tele dipinte e drapperie vietate in Francia: il che non si volea sofferire; se con giustizia, altri lo deciderà. La forza e il bisogno indussemonsignor Buondelmontivicedelegato ad un aggiustamento; e perchè questo non fu approvato da Roma, continuarono le calamità in quelle contrade. Altro spinoso affare spuntò in questi tempi, cioè la pretensione dell'infante don Carloduca di Parma sopra il ducato di Castro e Ronciglione, tolti, siccome già vedemmo, dapapa Innocenzo Xalla casa Farnese. Per avere esso infante fatto pubblicare non solo in Parma, ma anche in Castro un decreto che proibiva agli abitanti d'esso Castro e Ronciglione di riconoscere altro padrone che lui, non fu lieve l'agitazione della corte pontificia, siccome quella che non poteva ricorrere in questo bisogno alla Spagna e Francia troppo interessate in favor dell'infante. Duravano inoltre tuttavia in Parigi le novità fatte da quegli avvocati e dal parlamento in pregiudizio dell'autorità del romano pontefice. Finalmente dopo tanti dibattimenti si venne in quest'anno, a dì 9 di maggio, alla decision della causa delcardinale Niccolò Coscia. A cagion delle sue ruberie, frodi, estorsioni, falsità di rescritti ed altri abusi del suo ministero, e della fiducia in lui posta dall'ottimo papaBenedetto XIII, restò egli condannato nella relegazione pel corso di dieci anni in castello Sant'Angelo, privato di tutti i benefizii e pensioni; incorso nella scomunica maggiore, da cui non potesse essere assoluto se non dal papa, eccetto chein articulo mortis. Fu obbligato in oltre al pagamento di cento mila ducati di regno, e alla restituzione di altre somme da lui indebitamente percette, e tolta al medesimo la voce attiva e passiva nell'elezione d'un nuovo pontefice. Si vide egli dunque rinchiuso nel suddetto castello; e, dopo aver promesso di pagare in certo tempo trenta mila scudi, fece venir lettere di suo fratello, al quale egli avea acquistato varie terre, e il titolo di duca in regno di Napoli, asserenti la gran povertà ed impotenza della sua casa a pagare un soldo. Altro che questo non ci volea per dar meglio a conoscere che eccellenti personaggi fossero i fratelli Coscia, ai quali nondimeno la corte cesarea giunse ad accordar la sua protezione con gravi doglianze della pontificia. Trattossi in Roma nell'anno presente degli omicidi volontarii, se in avvenire avessero a godere l'asilo nelle chiese.Stava pure a cuore all'imperadoreCarlo VI, sì per l'onore de' suoi ministri, che per la quiete d'Italia, che la pace data dal principeLuigi di Wirtembergalla Corsica prendesse buone radici; e perciò nel dì 16 di marzo con solenne decreto confermò la capitolazione accordata a que' popoli dalla repubblica di Genova. Ma non passò il settembre che si trovarono in quell'isola non pochi disapprovatori delle condizioni della concordia; e sparsesi voce da altri che non era mai da fidarsi de' Genovesi, da che dopo l'amnistia e i giuramenti aveano messo in carcere i lor capi, a rimettere i quali in libertà non v'era voluto meno dell'onnipotenza e costanza dello imperadore; oltre all'aver dovuto altri de' principali uscir dell'isola, come esiliati dalla lor patria. Perciò in alcune parti della Corsica, dove più che in altre durava questo cattivo fermento, risorsero nuovi malcontenti, e si diede all'armi, con crescere di poi maggiormente la sollevazione, siccome andremo vedendo. E tanto più si animò quella gente a tumultuare, senza rispettare l'interposta autorità di Cesare per lo recente aggiustamento, perchè improvvisamente si trovò involto nell'anno presente lo stesso augusto monarca in una deplorabil guerra, che niuno si aspettava in mezzo alla pace poco fa stabilita. Misera è ben la condizion de' mortali, sottoposta all'ambizione, ai capricci, e a tante altre passioni dei regnanti, i quali niun ribrezzo pruovano a rendere infelici i proprii ed altrui paesi, col muovere sì facilmente guerra, cioè un flagello, di cui chi per sua disavventura è partecipe, sa quanto ne sia enorme il peso, quanto lagrimevoli gli effetti. Mancò di vita nel primo dì di febbraio di questo annoFederigo Augustore di Polonia ed elettor di Sassonia, con lasciare fra le altre sue gloriose azioni spezialmente memorabile il suo nome per aver abbracciata la religione cattolica, e trasmessala nel suo generoso figlioFederigo Augustoche succedette a lui nell'elettorato. Essendosi trattato dell'elezione diun nuovo re di Polonia, al CristianissimoLuigi XVparve questo tempo propizio per rimettere su quel trono il suocero suo, cioè il principeStanislao Leszczinskci, negli anni addietro di fatti, ed ora di solo nome re di Polonia. Passò incognito con una squadra di legni franzesi esso principe in quelle contrade, e la sua presenza assaissimo giovò per disporre que' magnati all'elezione di lui. Fu dunque di nuovo, nel dì 12 di settembre, proclamato re col voto concorde di quasi tutti quei palatini, restando nulladimeno in piedi una fazione contraria, che altri disegni covava in petto.All'AugustoCarlo VInon potea piacere che la corona di quel regno passasse in capo ad un principe attaccato per tanti legami alla Francia. Altre mire avea parimente Anna imperatrice della Gran Russia; e però si accordarono di promuovere a quel regno il giovineFederigo Augustoelettore di Sassonia, figlio del re defunto. Altro non fece l'imperador de' Romani, che d'inviare ai confini della Polonia, senza nondimeno entrarvi, nè commettere violenza alcuna, un'armata sotto colore di proteggere la libertà de' Polacchi nell'elezione del loro capo. S'era ciò praticato altre volte in simile congiuntura. Ma i Russiani di fatto con forze gagliarde s'introdussero in quel regno: il che animò spezialmente i palatini di Lituania a dichiarare re di Polonia nel dì 5 di ottobre il suddetto elettor di Sassonia, le cui armi da lì a non molto accorsero anch'esse per sostener quello scettro in mano del loro sovrano. Ed ecco darsi principio in quei vasti paesi ad una terribil guerra civile, che si tirò dietro nell'anno seguente il memorabile assedio di Danzica, dove si era rifugiato il reStanislao, con essersi egli in fine sottratto felicemente dalle mani de' suoi avversarii, e con aver lasciato libero il campo e il trono all'emulo suo, appellato da lì innanziAugusto IIIre di Polonia, anche oggidì gloriosamente regnante. A me non occorre di dire dipiù intorno a quelle strepitose scene, perchè a sè mi chiama l'Italia. Non si sarebbono mai figurato gl'Italiani che del sì lontano fuoco della Polonia avessero anch'essi a divenir partecipi; e pure non fu così. Appena vide la corte di Francia contrariati i disegni suoi in favore del re Stanislao dalle potenze cesarea e russiana, che ne meditò risentimenti e vendette. Troppo lontana dai tiri dei suoi cannoni si trovava la Russia; più vicini e confinanti erano gli Stati dell'AugustoCarlo VI, e però fu presa la risoluzione di muover guerra a lui, tutto che giusto non sembrasse a molti saggi il titolo di questa rottura, perchè niun atto di violenza aveano esercitato l'armi di Cesare nelle dissensioni de' Polacchi. A maggiormente incoraggire i Franzesi, per muover guerra nella congiuntura presente, servì non poco il sapere che troppo difficilmente sarebbono entrati in ballo gl'Inglesi ed Olandesi a favore dell'imperadore, siccome popoli tuttavia segretamente irritati pel tentativo fatto dalla corte di Vienna negli anni addietro di formare e fomentare la compagnia di Ostenda in grave lor pregiudizio. Ora, non sì tosto fu subodorato lo sdegno dalla Francia contro della maestà cesarea che corsero a soffiar nell'incendio, o pure furono chiamati ad accrescerlo, il re CattolicoFilippo Ve il re di SardegnaCarlo Emmanuele. Per quante rinunzie avesse fatto il primo in favore dell'augusta casa d'Austria dei regni e Stati di Italia, non si dovea quella corte credere obbligata a mantenerle. Saltarono anche fuori titoli e pretesti di disgusto contra Cesare per certe soddisfazioni negate all'infante don Carloduca di Parma. Quanto poscia al re di Sardegna, chiamavasi egli indebitamente gravato dalla corte cesarea, per non aver mai potuto ottenere Vigevano, città che pure, secondo i patti, gli dovea esser ceduta.Varii dunque segreti maneggi si andarono facendo, e seguì un trattato fra la Francia e la Spagna, i cui articoli non sisono mai ben saputi; e un altro ne conchiuse il re di Sardegna col re Cristianissimo, anch'esso finora occulto. Il bello fu che la corte di Vienna placidamente intanto dormiva, nè s'immaginava che il religioso ed amicocardinale di Fleury, primo ministro di Francia, potesse trovare in suo cuore giusti motivi per rompere i legami della pace. S'ingrossavano non solamente al Reno, ma anche in Provenza e Delfinato le milizie franzesi: nulla importava; si credeano tutti movimenti da burla, per tenere unicamente in esercizio le truppe. Molto meno diffidava la corte cesarea del re di Sardegna, stante l'amichevol corrispondenza che passava fra loro, e l'avere anche poco fa esso re chiesta ed ottenuta dall'imperadore l'investitura dei suoi Stati in Italia. Vero è che si osservava il re sardo accrescere le sue truppe, e far altri preparamenti di guerra; ma tutto veniva supposto tendere alla difesa propria e dello Stato di Milano, caso mai che i Franzesi pensassero a qualche tentativo contro l'Italia. Tanto maggiormente si confermarono in questa credenza i ministri cesarei, perchè il re di Sardegna, trovandosi sprovveduto di grano per li presenti bisogni suoi e degli aspettati Franzesi, ne ottenne alquante migliaia di sacchi, e varii arnesi da guerra dal conte Daun governatore di Milano, persuaso che fosse in servigio dell'imperadore ciò che poco dopo venne a scoprirsi contra di lui. In questo letargo non era già ilconte generale Filippi, ambasciatore dell'augusto monarca a Torino, che osservava i misteriosi movimenti de' ministri di Francia e Spagna in quella corte, e la vicinanza all'Italia delle truppe franzesi, e andava scrivendo a Vienna che questo temporale avea da scoppiare in danno dello Stato di Milano. Anche ilconte Orazio Guicciardi, inviato cesareo in Genova, con lettere sopra lettere informava la sua corte del poderoso armamento che per mare e per terra faceva nello stesso tempo il re Cattolico,tenendo per fermo destinate quell'armi a' danni dell'Italia. Tali avvisi in Vienna passavano per ridicoli spauracchi di chi non sapea ben pesare le circostanze dei correnti affari. Restò in fine deluso anche il suddetto generale Filippi; perciocchè un dì ito a trovare ilmarchese d'Ormea, insigne ed accortissimo ministro del re di Sardegna, a nome della sua corte gli dimandò conto della lega fatta dal suo real sovrano coire di Franciaedi Spagna, perchè di questa si aveano buoni avvisi in Vienna. Rispose il marchese, se avea difficoltà di mettere in carta sì fatta dimanda. No, rispose l'altro; e la scrisse. Sotto quelle parole aggiunse l'Ormea di proprio pugno:Questa lega non è vera; e si sottoscrisse. Interrogato da lì a qualche tempo come avesse osato di scrivere così, rispose: Perchè niuna lega avea contratto il suo re collaSpagna, e tale era la verità. Spedito a Vienna questo biglietto, maggiormente impressionò quei ministri, che nulla v'era da temere in Italia; e però nè quella corte nè il governator di Milano presero le precauzioni opportune.Ora mentre se ne stavano i disattenti Tedeschi in così bella estasi, verso la metà di ottobre, ecco per cinque diversi cammini calare in Italia una forte armata di Franzesi sotto il comando del vecchiomaresciallo di Villars. Poco si fermò questa in Torino ed altri luoghi del Piemonte, ed unita colle schiere del re di Sardegna, dichiarato generalissimo, a gran passi e a dirittura marciò verso lo Stato di Milano, dove entrò nel dì 26 del mese suddetto. Si credeva l'imperadore di aver un buon corpo di truppe in quel paese; i ruoli e le paghe ne facevano ampia fede, ma per disgrazia non corrispondevano i fatti. Al perchè sorpreso da questo inaspettato nembo ilconte Daungovernatore di Milano, frettolosamente provvide di vettovaglia e di altre cose bisognevoli per una gagliarda difesa il castello di essa metropoli, ma con mancargli quello che più importava. Solamente poco più di millee quattrocento armati vi furono introdotti: presidio quasi nè pur bastante a guernire in un giorno tutti i siti e le fortificazioni di quella vasta piazza. Dopo aver egli spedito ottocento fanti di rinforzo a Novara, immaginandosi che i nemici farebbono alto prima sotto quella città, si ritirò poscia a Mantova col suo meglio, ed appresso prese le poste per Vienna, non so se per discolpare sè stesso, ma certamente per rappresentare all'augusto padrone lo stato delle cose della Lombardia, stato troppo titubante per le forze tanto superiori dell'esercito gallo-sardo. Divisosi questo in più corpi, per far più imprese nello stesso tempo, nel dì 27 d'ottobre vide venirsi incontro le chiavi della città di Vigevano, e nel dì 31 Pavia aprì anche essa le porte ai Franzesi, con essersi prima ritirato lo smilzo presidio dei Tedeschi. Inviossi di poi il re di Sardegna col marchese d'Ormea e col corpo maggiore delle truppe collegate alla volta di Milano, i cui deputati, appena ebbe egli passato sopra un ponte il Ticino, comparvero a presentargli le chiavi, con pregare la maestà sua di confermare i lor privilegii, e di preservare gli abitanti da ogni violenza. Furono ricevuti con tutto amore, rimandati con sicurezze di buon trattamento. Nella notte del dì 3 di novembre precedente alla festa solenne di san Carlo, con quiete e buona disciplina entrarono i Gallo-Sardi in Milano, e giuntovi nella mattina seguente anche il generalissimo re di SardegnaCarlo Emmanuele, seco avendo tutta l'uffizialità ed altro grosso numero di truppe, fu accolto colle maggiori dimostrazioni di onore da quella nobiltà e popolo. Fermatosi alquanto nel palazzo ducale, passò dipoi alla metropolitana, dove fu cantato solenneTe Deum. Celebrossi la festa del santo colla medesima tranquillità che nei tempi di pace. Non tardò il re a far provare la sua beneficenza a que' cittadini, con levare in tutta o in parte la diaria, cioè il pagamento di tre mila lire di quella moneta per giorno, e una gabella sopra il sale.Deputato intanto all'assedio del castello di Milano il tenente generale diCoigny, diede tosto principio ad alzar terra, siccome all'incontro si dispose a far buona difesa il castellano, cioè il marchese marescialloAnnibale Visconti.Nel mentre che varie brigate marciarono per bloccare Novara e Tortona, la città di Lodi, nel dì 7 di novembre, fu occupata dai Franzesi, e colà portossi anche il re colle forze maggiori dell'armata. Dopo aver gittato un ponte sull'Adda passò di là, e parte marciò di qua alla volta di Pizzighettone; nel qual giorno arrivò anche ilmaresciallo di Villarscon quindici altri mila combattenti e un grosso treno di artiglieria. Incredibili spese avea fatto in addietro l'imperadoreCarlo VIper formare di esso Pizzighettone una piazza fortissima, e davano ad intendere gl'ingegneri ch'essa era inespugnabile. Dalla parte di qua dell'Adda, cioè al mezzo giorno aveano piantato essi ingegneri un forte guernito di molte militari fortificazioni; ma senza ben avvertire che, preso questo, serviva esso mirabilmente per offendere la piazza posta nell'altra riva. Fu dunque risoluto dal Villars di fare il maggiore sforzo contra del medesimo forte, sotto cui in fatti nella notte nel dì 17 di novembre, venendo il dì 18, fu aperta la trincea, e lo stesso si fece nel medesimo tempo dall'altra parte sotto la piazza per tener divertiti gli assediati. In queste angustie e disavventure il principal pensiero dei comandanti cesarei era quello di provvedere e sostenere Mantova, come chiave dell'Italia. Salva questa, speravano alla primavera forze tali da reprimere il corso de' vittoriosi Gallo-Sardi. Però non sentirono ribrezzo alcuno a ritirar da Cremona il presidio, lasciandola esposta ai nemici, che poi se ne impadronirono nel dì 16 del mese suddetto. Solamente centocinquanta uomini restarono alla guardia del castello, senza obbligo al sicuro di difenderlo per lungo tempo, siccome avvenne. Con tal vigore proseguirono i Franzesi le offese contro il fortedi qua dall'Adda, animati sempre dal re di Sardegna, il quale tre volte ogni dì visitava gli attacchi e le batterie, che, dopo aver essi a costo di molto sangue preso il cammin coperto, e formata la breccia, videro gli assediati nel dì 28 di novembre esporre bandiera bianca. Si stentò ad accordar le capitolazioni, e due volte fu spedito alprincipe di Darmstatgovernatore di Mantova per questo; e perchè premeva forte agli Alemanni di salvare il presidio di Pizzighettone, giacchè, ostinandosi nella difesa, sarebbe rimasto prigioniere di guerra, consentirono alla resa non solamente del forte, ma anche della piazza, con aver ottenuto le più onorevoli condizioni per la truppa. Sicchè nel dì 8 di dicembre venne con gran facilità in poter de' Franzesi Pizzighettone, fortezza, che se fosse stata fornita di maggior nerbo di difensori, avrebbe potuto durar gran tempo contro gli sforzi nemici. Cento cannoni di bronzo si trovarono in quelle due fortezze. Attesero dipoi i Franzesi ad occupar i forti di Trezzo e Lecco, che non fecero difesa. La fece bensì il forte di Fuentes; ma non v'essendo più che sessanta soldati di guernigione, e giocando forte le artiglierie nemiche, furono anche essi costretti a rendersi prigionieri.Sbrigati da quelle parti il re di Sardegna e il maresciallo di Villars, accudirono all'assedio del fortissimo castello di Milano. Alla metà di dicembre cento cannoni e quaranta mortari cominciarono un'infernale sinfonia, e senza risparmio di sangue si avanzarono le linee verso le mura. Maravigliosa fu la difesa che ne fece ilmaresciallo Visconti, considerata la picciolezza del presidio. Fu detto che quattordici mila cannonate e tre mila bombe s'impiegassero dai Franzesi in quella impresa, e che più di mille e secento de' lor soldati vi perissero, oltre ai feriti. Ma in fine convenne cedere, per motivo spezialmente di salvare ciò che restò illeso di quella guernigione; e nel dì 30 di dicembre vennero sottoscritte lecapitolazioni, in vigor delle quali nel dì 2 di gennaio dell'anno seguente con tutti gli onori della milizia gli Alemanni lasciarono libero quel castello agli assedianti, e se ne andarono a rinforzar Mantova. Convien confessarla; parve collegato il cielo coll'armi gallo-sarde, perchè da gran tempo non s'era provato un verno sì dolce ed asciutto: il che troppo favorevole riuscì alle imprese loro. Se altrimenti fosse succeduto, avrebbono i fanghi e le rotte strade probabilmente o troppo difficultato o forse anche sturbato affatto l'assedio di Pizzighettone e del castello di Milano. Ebbe anche a dire il Villars, che qualora avesse potuto indovinare una stagion sì piacevole, avrebbe cominciato le ostilità dall'assedio di Mantova. Non passò l'anno presente che anche il castello di Cremona venne all'ubbidienza de' collegati. Mentre questa danza si faceva in Lombardia, ecco discendere un altro temporale dalle parti di Spagna. Erasi collegato il re Cattolico Filippo V colla Francia, e le condizioni de' lor negoziati si raccolsero solamente dagli effetti che poi si videro. Potente flotta per mare avea preparato quel monarca, in cui s'imbarcò gran copia di reggimenti, e nel dì 30 di novembre avendo spiegate le vele, benchè patisse burrasca nel golfo di Lione, pure arrivò a quello della Spezia sul Genovesato, e quivi sbarcata la gente, s'inviò la maggior parte di essa alla volta della Toscana. Più di quattro mila cavalli, spediti per la Linguadoca, da Antibo furono trasportati anche essi per mare alla riviera di Levante dei Genovesi.Scorgeva ognuno minacciato da questo turbine il regno di Napoli. Inviato ilduca di Castro Pignanocon un corpo di truppe al forte dell'Aulla, presidiato dai Tedeschi, nella Lunigiana, per aprirsi la comunicazione fra la Toscana e il Parmigiano, se ne impadronì egli nel dì 24 di dicembre, con far prigionieri cento e trenta uomini di quel presidio. Vennero in questi giorni a visitare il real infantedon Carlo il maresciallo di Villars, ilconte di Montemar, capitan generale dell'armata spagnuola, e ilduca di Liria, per concertare le imprese dell'anno seguente. Calarono anche in Lombardia alcuni reggimenti spagnuoli, che presero riposo sul Parmigiano. Fu in questi tempi che esso infante duca di Parma venne dichiarato generalissimo dell'armata spagnuola in Italia; e perciocchè egli era già pervenuto all'età di diciotto anni senza poter ottenere dalla corte di Vienna di essere dispensato dai tutori (questo fu ancora uno de' capi delle doglianze del re Cattolico), di sua autorità, e seguitando l'esempio di altri duchi di Parma suoi antecessori, dichiarò sè stesso maggiore, e prese il governo degli Stati, con ringraziare il gran duca di ToscanaGian Gastone, laduchessa Daroteaavola sua, della cura che come contutori aveano finora preso di lui. Nè in Italia solamente si provò il peso della guerra nel presente anno. Massa grande di combattenti avea fatto la Francia in Alsazia, e spedito colà per generale ilprincipe di Contì. Verso la metà di settembre egli passò il Reno, e mise l'assedio al forte di Kehl, che sul fine di esso mese fu obbligato alla resa. Siccome a questi improvvisi assalti non era punto preparata la corte di Vienna, così la fortuna accompagnò dappertutto l'armi franzesi. Godeva intanto Roma una deliziosa pace; e il ponteficeClemente XII, che, al pari de' suoi antecessori, ambiva lasciar qualche insigne memoria di sè stesso nella mirabil città di Roma, prese in quest'anno la risoluzione grandiosa di fabbricar la facciata della basilica Lateranense. Però sul principio di dicembre con molta solennità fu posta la prima pietra de' fondamenti di sì magnifico edifizio. Trovossi sottoposta in quest'anno ad un lagrimevol accidente la città d'Ancona. Svegliatosi un tempestoso vento nella notte del lunedì 15 di settembre venendo il martedì, fece inorridir tutti quegli abitanti, che si figuravano tremuoto in terra e mare. Piùlegni, che erano in porto, si ruppero colla morte di molte persone; furono portate via le tegole delle case e i camini da fuoco, rovinate varie case, e conventi; sommamente restò danneggiata la gran fabbrica del nuovo lazzaretto, rovesciata dalla parte del molo, e nella campagna sradicati alberi, e portati via i fenili. Tutto era pianti ed urli allora in quella povera città, e scorse questo impetuoso turbine sino a Macerata e Loreto.

Trovossi nell'anno presente agitata da parecchi imbrogli la sacra corte di Roma. Parve più volte come ridotta a fine la concordia col re di Portogallo, ma saltavano sempre in campo nuove pretensioni di quel monarca; e trovandosi egli inflessibile ne' suoi voleri, bisognava continuar la battaglia, e il negoziato con lui e col re Cattolico mediatore. Nè pure fin qui s'era trovato ripiego alle dissensioni colla corte di Torino; e però sopra quelle pendenze si vide in questi tempi una guerra di scritture, prodotte dall'una parte e dall'altra. Ma ciò che più afflisse l'animo del ponteficeClemente XIIera la prepotenza de' Franzesi, i quali nell'anno addietro cominciarono, e continuarono anche per qualche mese del presente, a bloccare con molti corpi di milizie il contado d'Avignone: novità che cagionava grave penuria ed altri danni a quegli abitanti. Il pretesto o motivo di tal violenza era, perchè in quel contado si rifugiavano alcuni contrabbandieri, e vi si era vietata l'introduzione di non so quali manifatture franzesi, ed ivi si fabbricavano tele dipinte e drapperie vietate in Francia: il che non si volea sofferire; se con giustizia, altri lo deciderà. La forza e il bisogno indussemonsignor Buondelmontivicedelegato ad un aggiustamento; e perchè questo non fu approvato da Roma, continuarono le calamità in quelle contrade. Altro spinoso affare spuntò in questi tempi, cioè la pretensione dell'infante don Carloduca di Parma sopra il ducato di Castro e Ronciglione, tolti, siccome già vedemmo, dapapa Innocenzo Xalla casa Farnese. Per avere esso infante fatto pubblicare non solo in Parma, ma anche in Castro un decreto che proibiva agli abitanti d'esso Castro e Ronciglione di riconoscere altro padrone che lui, non fu lieve l'agitazione della corte pontificia, siccome quella che non poteva ricorrere in questo bisogno alla Spagna e Francia troppo interessate in favor dell'infante. Duravano inoltre tuttavia in Parigi le novità fatte da quegli avvocati e dal parlamento in pregiudizio dell'autorità del romano pontefice. Finalmente dopo tanti dibattimenti si venne in quest'anno, a dì 9 di maggio, alla decision della causa delcardinale Niccolò Coscia. A cagion delle sue ruberie, frodi, estorsioni, falsità di rescritti ed altri abusi del suo ministero, e della fiducia in lui posta dall'ottimo papaBenedetto XIII, restò egli condannato nella relegazione pel corso di dieci anni in castello Sant'Angelo, privato di tutti i benefizii e pensioni; incorso nella scomunica maggiore, da cui non potesse essere assoluto se non dal papa, eccetto chein articulo mortis. Fu obbligato in oltre al pagamento di cento mila ducati di regno, e alla restituzione di altre somme da lui indebitamente percette, e tolta al medesimo la voce attiva e passiva nell'elezione d'un nuovo pontefice. Si vide egli dunque rinchiuso nel suddetto castello; e, dopo aver promesso di pagare in certo tempo trenta mila scudi, fece venir lettere di suo fratello, al quale egli avea acquistato varie terre, e il titolo di duca in regno di Napoli, asserenti la gran povertà ed impotenza della sua casa a pagare un soldo. Altro che questo non ci volea per dar meglio a conoscere che eccellenti personaggi fossero i fratelli Coscia, ai quali nondimeno la corte cesarea giunse ad accordar la sua protezione con gravi doglianze della pontificia. Trattossi in Roma nell'anno presente degli omicidi volontarii, se in avvenire avessero a godere l'asilo nelle chiese.

Stava pure a cuore all'imperadoreCarlo VI, sì per l'onore de' suoi ministri, che per la quiete d'Italia, che la pace data dal principeLuigi di Wirtembergalla Corsica prendesse buone radici; e perciò nel dì 16 di marzo con solenne decreto confermò la capitolazione accordata a que' popoli dalla repubblica di Genova. Ma non passò il settembre che si trovarono in quell'isola non pochi disapprovatori delle condizioni della concordia; e sparsesi voce da altri che non era mai da fidarsi de' Genovesi, da che dopo l'amnistia e i giuramenti aveano messo in carcere i lor capi, a rimettere i quali in libertà non v'era voluto meno dell'onnipotenza e costanza dello imperadore; oltre all'aver dovuto altri de' principali uscir dell'isola, come esiliati dalla lor patria. Perciò in alcune parti della Corsica, dove più che in altre durava questo cattivo fermento, risorsero nuovi malcontenti, e si diede all'armi, con crescere di poi maggiormente la sollevazione, siccome andremo vedendo. E tanto più si animò quella gente a tumultuare, senza rispettare l'interposta autorità di Cesare per lo recente aggiustamento, perchè improvvisamente si trovò involto nell'anno presente lo stesso augusto monarca in una deplorabil guerra, che niuno si aspettava in mezzo alla pace poco fa stabilita. Misera è ben la condizion de' mortali, sottoposta all'ambizione, ai capricci, e a tante altre passioni dei regnanti, i quali niun ribrezzo pruovano a rendere infelici i proprii ed altrui paesi, col muovere sì facilmente guerra, cioè un flagello, di cui chi per sua disavventura è partecipe, sa quanto ne sia enorme il peso, quanto lagrimevoli gli effetti. Mancò di vita nel primo dì di febbraio di questo annoFederigo Augustore di Polonia ed elettor di Sassonia, con lasciare fra le altre sue gloriose azioni spezialmente memorabile il suo nome per aver abbracciata la religione cattolica, e trasmessala nel suo generoso figlioFederigo Augustoche succedette a lui nell'elettorato. Essendosi trattato dell'elezione diun nuovo re di Polonia, al CristianissimoLuigi XVparve questo tempo propizio per rimettere su quel trono il suocero suo, cioè il principeStanislao Leszczinskci, negli anni addietro di fatti, ed ora di solo nome re di Polonia. Passò incognito con una squadra di legni franzesi esso principe in quelle contrade, e la sua presenza assaissimo giovò per disporre que' magnati all'elezione di lui. Fu dunque di nuovo, nel dì 12 di settembre, proclamato re col voto concorde di quasi tutti quei palatini, restando nulladimeno in piedi una fazione contraria, che altri disegni covava in petto.

All'AugustoCarlo VInon potea piacere che la corona di quel regno passasse in capo ad un principe attaccato per tanti legami alla Francia. Altre mire avea parimente Anna imperatrice della Gran Russia; e però si accordarono di promuovere a quel regno il giovineFederigo Augustoelettore di Sassonia, figlio del re defunto. Altro non fece l'imperador de' Romani, che d'inviare ai confini della Polonia, senza nondimeno entrarvi, nè commettere violenza alcuna, un'armata sotto colore di proteggere la libertà de' Polacchi nell'elezione del loro capo. S'era ciò praticato altre volte in simile congiuntura. Ma i Russiani di fatto con forze gagliarde s'introdussero in quel regno: il che animò spezialmente i palatini di Lituania a dichiarare re di Polonia nel dì 5 di ottobre il suddetto elettor di Sassonia, le cui armi da lì a non molto accorsero anch'esse per sostener quello scettro in mano del loro sovrano. Ed ecco darsi principio in quei vasti paesi ad una terribil guerra civile, che si tirò dietro nell'anno seguente il memorabile assedio di Danzica, dove si era rifugiato il reStanislao, con essersi egli in fine sottratto felicemente dalle mani de' suoi avversarii, e con aver lasciato libero il campo e il trono all'emulo suo, appellato da lì innanziAugusto IIIre di Polonia, anche oggidì gloriosamente regnante. A me non occorre di dire dipiù intorno a quelle strepitose scene, perchè a sè mi chiama l'Italia. Non si sarebbono mai figurato gl'Italiani che del sì lontano fuoco della Polonia avessero anch'essi a divenir partecipi; e pure non fu così. Appena vide la corte di Francia contrariati i disegni suoi in favore del re Stanislao dalle potenze cesarea e russiana, che ne meditò risentimenti e vendette. Troppo lontana dai tiri dei suoi cannoni si trovava la Russia; più vicini e confinanti erano gli Stati dell'AugustoCarlo VI, e però fu presa la risoluzione di muover guerra a lui, tutto che giusto non sembrasse a molti saggi il titolo di questa rottura, perchè niun atto di violenza aveano esercitato l'armi di Cesare nelle dissensioni de' Polacchi. A maggiormente incoraggire i Franzesi, per muover guerra nella congiuntura presente, servì non poco il sapere che troppo difficilmente sarebbono entrati in ballo gl'Inglesi ed Olandesi a favore dell'imperadore, siccome popoli tuttavia segretamente irritati pel tentativo fatto dalla corte di Vienna negli anni addietro di formare e fomentare la compagnia di Ostenda in grave lor pregiudizio. Ora, non sì tosto fu subodorato lo sdegno dalla Francia contro della maestà cesarea che corsero a soffiar nell'incendio, o pure furono chiamati ad accrescerlo, il re CattolicoFilippo Ve il re di SardegnaCarlo Emmanuele. Per quante rinunzie avesse fatto il primo in favore dell'augusta casa d'Austria dei regni e Stati di Italia, non si dovea quella corte credere obbligata a mantenerle. Saltarono anche fuori titoli e pretesti di disgusto contra Cesare per certe soddisfazioni negate all'infante don Carloduca di Parma. Quanto poscia al re di Sardegna, chiamavasi egli indebitamente gravato dalla corte cesarea, per non aver mai potuto ottenere Vigevano, città che pure, secondo i patti, gli dovea esser ceduta.

Varii dunque segreti maneggi si andarono facendo, e seguì un trattato fra la Francia e la Spagna, i cui articoli non sisono mai ben saputi; e un altro ne conchiuse il re di Sardegna col re Cristianissimo, anch'esso finora occulto. Il bello fu che la corte di Vienna placidamente intanto dormiva, nè s'immaginava che il religioso ed amicocardinale di Fleury, primo ministro di Francia, potesse trovare in suo cuore giusti motivi per rompere i legami della pace. S'ingrossavano non solamente al Reno, ma anche in Provenza e Delfinato le milizie franzesi: nulla importava; si credeano tutti movimenti da burla, per tenere unicamente in esercizio le truppe. Molto meno diffidava la corte cesarea del re di Sardegna, stante l'amichevol corrispondenza che passava fra loro, e l'avere anche poco fa esso re chiesta ed ottenuta dall'imperadore l'investitura dei suoi Stati in Italia. Vero è che si osservava il re sardo accrescere le sue truppe, e far altri preparamenti di guerra; ma tutto veniva supposto tendere alla difesa propria e dello Stato di Milano, caso mai che i Franzesi pensassero a qualche tentativo contro l'Italia. Tanto maggiormente si confermarono in questa credenza i ministri cesarei, perchè il re di Sardegna, trovandosi sprovveduto di grano per li presenti bisogni suoi e degli aspettati Franzesi, ne ottenne alquante migliaia di sacchi, e varii arnesi da guerra dal conte Daun governatore di Milano, persuaso che fosse in servigio dell'imperadore ciò che poco dopo venne a scoprirsi contra di lui. In questo letargo non era già ilconte generale Filippi, ambasciatore dell'augusto monarca a Torino, che osservava i misteriosi movimenti de' ministri di Francia e Spagna in quella corte, e la vicinanza all'Italia delle truppe franzesi, e andava scrivendo a Vienna che questo temporale avea da scoppiare in danno dello Stato di Milano. Anche ilconte Orazio Guicciardi, inviato cesareo in Genova, con lettere sopra lettere informava la sua corte del poderoso armamento che per mare e per terra faceva nello stesso tempo il re Cattolico,tenendo per fermo destinate quell'armi a' danni dell'Italia. Tali avvisi in Vienna passavano per ridicoli spauracchi di chi non sapea ben pesare le circostanze dei correnti affari. Restò in fine deluso anche il suddetto generale Filippi; perciocchè un dì ito a trovare ilmarchese d'Ormea, insigne ed accortissimo ministro del re di Sardegna, a nome della sua corte gli dimandò conto della lega fatta dal suo real sovrano coire di Franciaedi Spagna, perchè di questa si aveano buoni avvisi in Vienna. Rispose il marchese, se avea difficoltà di mettere in carta sì fatta dimanda. No, rispose l'altro; e la scrisse. Sotto quelle parole aggiunse l'Ormea di proprio pugno:Questa lega non è vera; e si sottoscrisse. Interrogato da lì a qualche tempo come avesse osato di scrivere così, rispose: Perchè niuna lega avea contratto il suo re collaSpagna, e tale era la verità. Spedito a Vienna questo biglietto, maggiormente impressionò quei ministri, che nulla v'era da temere in Italia; e però nè quella corte nè il governator di Milano presero le precauzioni opportune.

Ora mentre se ne stavano i disattenti Tedeschi in così bella estasi, verso la metà di ottobre, ecco per cinque diversi cammini calare in Italia una forte armata di Franzesi sotto il comando del vecchiomaresciallo di Villars. Poco si fermò questa in Torino ed altri luoghi del Piemonte, ed unita colle schiere del re di Sardegna, dichiarato generalissimo, a gran passi e a dirittura marciò verso lo Stato di Milano, dove entrò nel dì 26 del mese suddetto. Si credeva l'imperadore di aver un buon corpo di truppe in quel paese; i ruoli e le paghe ne facevano ampia fede, ma per disgrazia non corrispondevano i fatti. Al perchè sorpreso da questo inaspettato nembo ilconte Daungovernatore di Milano, frettolosamente provvide di vettovaglia e di altre cose bisognevoli per una gagliarda difesa il castello di essa metropoli, ma con mancargli quello che più importava. Solamente poco più di millee quattrocento armati vi furono introdotti: presidio quasi nè pur bastante a guernire in un giorno tutti i siti e le fortificazioni di quella vasta piazza. Dopo aver egli spedito ottocento fanti di rinforzo a Novara, immaginandosi che i nemici farebbono alto prima sotto quella città, si ritirò poscia a Mantova col suo meglio, ed appresso prese le poste per Vienna, non so se per discolpare sè stesso, ma certamente per rappresentare all'augusto padrone lo stato delle cose della Lombardia, stato troppo titubante per le forze tanto superiori dell'esercito gallo-sardo. Divisosi questo in più corpi, per far più imprese nello stesso tempo, nel dì 27 d'ottobre vide venirsi incontro le chiavi della città di Vigevano, e nel dì 31 Pavia aprì anche essa le porte ai Franzesi, con essersi prima ritirato lo smilzo presidio dei Tedeschi. Inviossi di poi il re di Sardegna col marchese d'Ormea e col corpo maggiore delle truppe collegate alla volta di Milano, i cui deputati, appena ebbe egli passato sopra un ponte il Ticino, comparvero a presentargli le chiavi, con pregare la maestà sua di confermare i lor privilegii, e di preservare gli abitanti da ogni violenza. Furono ricevuti con tutto amore, rimandati con sicurezze di buon trattamento. Nella notte del dì 3 di novembre precedente alla festa solenne di san Carlo, con quiete e buona disciplina entrarono i Gallo-Sardi in Milano, e giuntovi nella mattina seguente anche il generalissimo re di SardegnaCarlo Emmanuele, seco avendo tutta l'uffizialità ed altro grosso numero di truppe, fu accolto colle maggiori dimostrazioni di onore da quella nobiltà e popolo. Fermatosi alquanto nel palazzo ducale, passò dipoi alla metropolitana, dove fu cantato solenneTe Deum. Celebrossi la festa del santo colla medesima tranquillità che nei tempi di pace. Non tardò il re a far provare la sua beneficenza a que' cittadini, con levare in tutta o in parte la diaria, cioè il pagamento di tre mila lire di quella moneta per giorno, e una gabella sopra il sale.Deputato intanto all'assedio del castello di Milano il tenente generale diCoigny, diede tosto principio ad alzar terra, siccome all'incontro si dispose a far buona difesa il castellano, cioè il marchese marescialloAnnibale Visconti.

Nel mentre che varie brigate marciarono per bloccare Novara e Tortona, la città di Lodi, nel dì 7 di novembre, fu occupata dai Franzesi, e colà portossi anche il re colle forze maggiori dell'armata. Dopo aver gittato un ponte sull'Adda passò di là, e parte marciò di qua alla volta di Pizzighettone; nel qual giorno arrivò anche ilmaresciallo di Villarscon quindici altri mila combattenti e un grosso treno di artiglieria. Incredibili spese avea fatto in addietro l'imperadoreCarlo VIper formare di esso Pizzighettone una piazza fortissima, e davano ad intendere gl'ingegneri ch'essa era inespugnabile. Dalla parte di qua dell'Adda, cioè al mezzo giorno aveano piantato essi ingegneri un forte guernito di molte militari fortificazioni; ma senza ben avvertire che, preso questo, serviva esso mirabilmente per offendere la piazza posta nell'altra riva. Fu dunque risoluto dal Villars di fare il maggiore sforzo contra del medesimo forte, sotto cui in fatti nella notte nel dì 17 di novembre, venendo il dì 18, fu aperta la trincea, e lo stesso si fece nel medesimo tempo dall'altra parte sotto la piazza per tener divertiti gli assediati. In queste angustie e disavventure il principal pensiero dei comandanti cesarei era quello di provvedere e sostenere Mantova, come chiave dell'Italia. Salva questa, speravano alla primavera forze tali da reprimere il corso de' vittoriosi Gallo-Sardi. Però non sentirono ribrezzo alcuno a ritirar da Cremona il presidio, lasciandola esposta ai nemici, che poi se ne impadronirono nel dì 16 del mese suddetto. Solamente centocinquanta uomini restarono alla guardia del castello, senza obbligo al sicuro di difenderlo per lungo tempo, siccome avvenne. Con tal vigore proseguirono i Franzesi le offese contro il fortedi qua dall'Adda, animati sempre dal re di Sardegna, il quale tre volte ogni dì visitava gli attacchi e le batterie, che, dopo aver essi a costo di molto sangue preso il cammin coperto, e formata la breccia, videro gli assediati nel dì 28 di novembre esporre bandiera bianca. Si stentò ad accordar le capitolazioni, e due volte fu spedito alprincipe di Darmstatgovernatore di Mantova per questo; e perchè premeva forte agli Alemanni di salvare il presidio di Pizzighettone, giacchè, ostinandosi nella difesa, sarebbe rimasto prigioniere di guerra, consentirono alla resa non solamente del forte, ma anche della piazza, con aver ottenuto le più onorevoli condizioni per la truppa. Sicchè nel dì 8 di dicembre venne con gran facilità in poter de' Franzesi Pizzighettone, fortezza, che se fosse stata fornita di maggior nerbo di difensori, avrebbe potuto durar gran tempo contro gli sforzi nemici. Cento cannoni di bronzo si trovarono in quelle due fortezze. Attesero dipoi i Franzesi ad occupar i forti di Trezzo e Lecco, che non fecero difesa. La fece bensì il forte di Fuentes; ma non v'essendo più che sessanta soldati di guernigione, e giocando forte le artiglierie nemiche, furono anche essi costretti a rendersi prigionieri.

Sbrigati da quelle parti il re di Sardegna e il maresciallo di Villars, accudirono all'assedio del fortissimo castello di Milano. Alla metà di dicembre cento cannoni e quaranta mortari cominciarono un'infernale sinfonia, e senza risparmio di sangue si avanzarono le linee verso le mura. Maravigliosa fu la difesa che ne fece ilmaresciallo Visconti, considerata la picciolezza del presidio. Fu detto che quattordici mila cannonate e tre mila bombe s'impiegassero dai Franzesi in quella impresa, e che più di mille e secento de' lor soldati vi perissero, oltre ai feriti. Ma in fine convenne cedere, per motivo spezialmente di salvare ciò che restò illeso di quella guernigione; e nel dì 30 di dicembre vennero sottoscritte lecapitolazioni, in vigor delle quali nel dì 2 di gennaio dell'anno seguente con tutti gli onori della milizia gli Alemanni lasciarono libero quel castello agli assedianti, e se ne andarono a rinforzar Mantova. Convien confessarla; parve collegato il cielo coll'armi gallo-sarde, perchè da gran tempo non s'era provato un verno sì dolce ed asciutto: il che troppo favorevole riuscì alle imprese loro. Se altrimenti fosse succeduto, avrebbono i fanghi e le rotte strade probabilmente o troppo difficultato o forse anche sturbato affatto l'assedio di Pizzighettone e del castello di Milano. Ebbe anche a dire il Villars, che qualora avesse potuto indovinare una stagion sì piacevole, avrebbe cominciato le ostilità dall'assedio di Mantova. Non passò l'anno presente che anche il castello di Cremona venne all'ubbidienza de' collegati. Mentre questa danza si faceva in Lombardia, ecco discendere un altro temporale dalle parti di Spagna. Erasi collegato il re Cattolico Filippo V colla Francia, e le condizioni de' lor negoziati si raccolsero solamente dagli effetti che poi si videro. Potente flotta per mare avea preparato quel monarca, in cui s'imbarcò gran copia di reggimenti, e nel dì 30 di novembre avendo spiegate le vele, benchè patisse burrasca nel golfo di Lione, pure arrivò a quello della Spezia sul Genovesato, e quivi sbarcata la gente, s'inviò la maggior parte di essa alla volta della Toscana. Più di quattro mila cavalli, spediti per la Linguadoca, da Antibo furono trasportati anche essi per mare alla riviera di Levante dei Genovesi.

Scorgeva ognuno minacciato da questo turbine il regno di Napoli. Inviato ilduca di Castro Pignanocon un corpo di truppe al forte dell'Aulla, presidiato dai Tedeschi, nella Lunigiana, per aprirsi la comunicazione fra la Toscana e il Parmigiano, se ne impadronì egli nel dì 24 di dicembre, con far prigionieri cento e trenta uomini di quel presidio. Vennero in questi giorni a visitare il real infantedon Carlo il maresciallo di Villars, ilconte di Montemar, capitan generale dell'armata spagnuola, e ilduca di Liria, per concertare le imprese dell'anno seguente. Calarono anche in Lombardia alcuni reggimenti spagnuoli, che presero riposo sul Parmigiano. Fu in questi tempi che esso infante duca di Parma venne dichiarato generalissimo dell'armata spagnuola in Italia; e perciocchè egli era già pervenuto all'età di diciotto anni senza poter ottenere dalla corte di Vienna di essere dispensato dai tutori (questo fu ancora uno de' capi delle doglianze del re Cattolico), di sua autorità, e seguitando l'esempio di altri duchi di Parma suoi antecessori, dichiarò sè stesso maggiore, e prese il governo degli Stati, con ringraziare il gran duca di ToscanaGian Gastone, laduchessa Daroteaavola sua, della cura che come contutori aveano finora preso di lui. Nè in Italia solamente si provò il peso della guerra nel presente anno. Massa grande di combattenti avea fatto la Francia in Alsazia, e spedito colà per generale ilprincipe di Contì. Verso la metà di settembre egli passò il Reno, e mise l'assedio al forte di Kehl, che sul fine di esso mese fu obbligato alla resa. Siccome a questi improvvisi assalti non era punto preparata la corte di Vienna, così la fortuna accompagnò dappertutto l'armi franzesi. Godeva intanto Roma una deliziosa pace; e il ponteficeClemente XII, che, al pari de' suoi antecessori, ambiva lasciar qualche insigne memoria di sè stesso nella mirabil città di Roma, prese in quest'anno la risoluzione grandiosa di fabbricar la facciata della basilica Lateranense. Però sul principio di dicembre con molta solennità fu posta la prima pietra de' fondamenti di sì magnifico edifizio. Trovossi sottoposta in quest'anno ad un lagrimevol accidente la città d'Ancona. Svegliatosi un tempestoso vento nella notte del lunedì 15 di settembre venendo il martedì, fece inorridir tutti quegli abitanti, che si figuravano tremuoto in terra e mare. Piùlegni, che erano in porto, si ruppero colla morte di molte persone; furono portate via le tegole delle case e i camini da fuoco, rovinate varie case, e conventi; sommamente restò danneggiata la gran fabbrica del nuovo lazzaretto, rovesciata dalla parte del molo, e nella campagna sradicati alberi, e portati via i fenili. Tutto era pianti ed urli allora in quella povera città, e scorse questo impetuoso turbine sino a Macerata e Loreto.


Back to IndexNext