MDCCXXXIV

MDCCXXXIVAnno diCristoMDCCXXXIV. Indiz.XII.Clemente XIIpapa 5.Carlo VIimperadore 24.Fu quest'anno un di quelli che in grande abbondanza provvide le pubbliche gazzette e storie di novità e fatti strepitosi riguardanti massimamente l'Italia. Da me non ne aspetti il lettore che un compendioso racconto. Erano in armi contro dell'AugustoCarlo VIFranzesi, Spagnuoli e il re di Sardegna. Fece la Spagna conoscere al mondo quanta fosse la sua potenza, da che la Francia le avea dato un re, e re che vegliava ai proprii interessi. Imperciocchè insigne fu l'armamento per mare, continui i trasporti di gente, di attrezzi militari e di danaro per terra e per mare, a fine d'imprendere la conquista dei regni di Napoli e di Sicilia. Maggiori si videro gli sforzi della Francia per continuare la guerra del Reno e in Lombardia: e il bello fu che non solamente nelle corti, ma anche nei pubblici manifesti, facea quel gabinetto rimbombar dappertutto la scrupolosa intenzione sua in questi sì gagliardi movimenti d'armi, che era non già (guardi Dio) di acquistare un palmo di terreno, ma bensì di farsi render ragione da Cesare, per aver egli spalleggiato l'elettor di Sassoniaal conseguimento della corona di Polonia e cooperato alla depressione delre Stanislao. Se mai per sorte con sì belle sparate si figurasse il gabinetto franzese di gittar polvere negli occhi agl'Inglesi ed Olandesi, affinchè non istendessero ilbraccio alla difesa dell'augusta casa di Austria, non erano sì poco accorte quelle potenze, che non sapessero il vero significato di sì magnifiche e disinteressate proteste. Pure non entrarono esse potenze in verun impegno per sostener Cesare contro tanti nemici, benchè pregate e sollecitate dalla corte di Vienna: ed unica cagione ne fu lo sdegno, non peranche cessato, per avere l'augusto monarca, dopo tanti benefizii a lui compartiti, voluto piantare in detrimento loro la compagnia d'Ostenda, tuttochè questa fosse poi abolita. Si avvide allora il buon imperadore quanto l'avessero in addietro tradito i suoi troppo ingordi consiglieri e ministri; e convenne a lui di far penitenza de' mali consigli altrui, con portar quasi solo tutto il peso di questa nuova guerra. Perchè, è ben vero che gli riuscì d'indurre i circoli dell'imperio a dichiarare la guerra; ma non è ignoto qual capitale si possa fare di que' soccorsi troppo stentati e non mai concordi. Oltre di che gli elettori di Baviera, Colonia e palatino non consentirono a tal dichiarazione, e se ne stettero neutrali; anzi il primo fece un considerabile armamento con voce di mirare alla propria difesa, ma armamento tale, che tenne sempre in diffidenza e suggezione la corte cesarea, e la obbligò a guardare con assai gente i suoi confini, perchè persuasa che il solo oro della Francia manteneva in piedi la armata bavarese, ascendente a venticinque e forse più mila persone. Ora in questo verno attese vigorosamente Cesare a batter la cassa per resistere ai suoi nemici non meno in Lombardia che al Reno, dove smisurate forze si andavano raunando da' Franzesi.In questo mentre le due restanti piazze dello Stato di Milano, cioè Novara e Tortona, venivano o bloccate o bersagliate dall'armi dei collegati. Ma nel dì 9 di gennaio fu portata a Milano la nuova che Novara, comprendendo seco la fortezza d'Arona, avea capitolala la resa con andarsene liberi que' presidii allavolta di Mantova. Allora fu che si determinò di convertire in assedio il blocco di Tortona e del suo castello, che era in credito di fortezza capace di stancare un esercito. Nel dì 12 del suddetto gennaio al dispetto della fredda stagione fu aperta la trinciera sotto quella città, da cui essendosi nel dì 26 ritirato il governatore conte Palfi, lasciò campo ai Franzesi di impossessarsene nel dì 28. Non corrispose all'aspettazion della gente il presidio di quel castello, ancorchè fosse composto di due mila Alemanni; perciocchè appena cominciarono il terribile lor giuoco sessantadue pezzi di cannone e quattordici mortari da bombe, che quel comandante dimandò di capitolare, e ne uscì nel dì 9 di febbraio con tutti gli onori militari. Ad altro, siccome dissi, non pensavano in questi tempi gli uffiziali cesarei nel brutto frangente di sì impensata guerra, che di salvar la gente, per poter salvare Mantova. Tutto intanto andò lo Stato di Milano: dopo di che presero riposo le affaticate e molto sminuite truppe degli alleati. Arrivò il febbraio, e nè pure si era veduto calare in Italia corpo alcuno di Tedeschi; solamente s'intendeva che nel Tirolo, e a Trento e Roveredo, andava ogni dì crescendo il numero dei combattenti austriaci, e che per capitan generale della loro armata veniva il marescialloconte di Mercy. Con sei mila persone arrivò finalmente questo generale sul fine di quel mese a Mantova per conoscere sul fatto lo stato delle cose, e poi se ne tornò a Roveredo per affrettare il passaggio dell'altre incamminate milizie. Ma con esso veterano e valoroso comandante parve, che si accompagnasse anche la mala fortuna, e seco passasse in Italia. Fu egli sorpreso da una grave flussione agli occhi, ed altri dissero da un colpo di apoplessia, per cui di tanto in tanto restava come cieco. Progettossi in Vienna di richiamarlo; ma perchè sempre se ne sperò miglioramento, continuò egli nel comando.Trovandosi troppo vicino a questoincendioRinaldo d'Esteduca di Modena, cominciò anch'egli a provarne le perniciose conseguenze. Sul principio dell'anno presente ecco stendersi le truppe spagnuole per li suoi Stati, e prendere quartiere nelle città di Carpi e Correggio, nelle terre di San Felice e Finale, e in altri luoghi. Perchè s'erano precedentemente ritirati dalla Mirandola gli Alemanni, esso duca di Modena avea tosto bensì guernita quella sua città col proprio presidio; ma non tardò il duca diLiriagenerale spagnolo nel dì 15 di gennaio a comparire colà colle sue milizie, con chiedere di entrarvi; al che non fu fatta resistenza, giacchè promise di lasciar intatta la sovranità e il governo del duca di Modena, principe risoluto di mantenere la neutralità in mezzo a queste gare. Si andava intanto ogni dì più ingrossando sul Mantovano l'armata cesarea, talmente, che secondo le spampanate dei gazzettieri, si decantava ascendesse a sessanta e più mila persone, bella gente tutta e vogliosa di menar le mani. Per impedir loro l'inoltrarsi verso lo Stato di Milano, il generalissimo re di SardegnaCarlo Emmanuelespedì il nerbo delle sue truppe a postarsi alle rive del fiume Oglio, e la maggior parte de' Franzesi venne a custodire le rive del Po nel Mantovano di qua, stendendosi da Guastalla fino a San Benedetto, a Revere, ed anche ad una parte del Ferrarese; all'incontro nelle rive di là del Po si fortificarono i Tedeschi a Governolo, Ostiglia, e nei restanti luoghi dell'Oglio. Si stettero guatando con occhio bieco per alquante settimane le due nemiche armate, studiando tutto il dì il generale conte di Mercy la maniera di passare il Po; e dopo molte finte gli venne fatto di passarlo, dove e quando men se l'aspettavano i Franzesi. Nella notte seguente al primo dì di maggio, seco menando barche sopra della carra, spinse egli sopra alcune d'esse il general di battagliaconte di LignevilleLorenese pel Po con una man d'armati alla riva opposta in facciaalla chiesa di San Giacomo, un miglio in circa distante da San Benedetto. Arrampicaronsi sugli argini quegli armati, e vi presero posto; nel qual mentre le sentinelle franzesi sparando sparsero l'avviso di questa sorpresa. Ma il Mercy, con incredibile diligenza fatto formare il ponte, non perdè tempo a spingere nuove truppe di qua, in maniera che quando sopraggiunsero le brigate franzesi, vedendo esse già passata tutta l'oste cesarea, ad altro non pensarono che a mettersi in salvo.Grande infatti fu lo scompiglio dei Franzesi, troppo sparpagliati dietro alla grande stesa degli argini del Po; laonde, corsa la voce del passaggio suddetto, ciascun corpo d'essi colla maggior fretta possibile prese la strada del Parmigiano, lasciando indietro non pochi viveri, munizioni e parte ancora del bagaglio. Passò questo terrore al Finale, a San Felice e alla Mirandola, dove erano entrati essi Franzesi, dappoichè l'aveano abbandonata gli Spagnuoli; e tutte quelle schiere, unitesi poi con quelle di Guastalla, marciarono alla Sacca, luogo del Parmigiano sul Po. Formato quivi un ponte per mantener la comunicazione coll'Oltrepò, con alte fosse e trincee si afforzarono; e da Parma sino a quel luogo dietro al fiume appellato Parma tirarono una linea, guernendola di gran gente e cannoni, ed aspettando di vedere che risoluzion prendessero gli Austriaci. Con buona disciplina, dopo avere ripigliato il possesso della Mirandola, sen vennero questi sul territorio di Reggio; impadronironsi anche di Guastalla e Novellara, e andarono ad alzar le tende nelle ville del Parmigiano. Era ito frattanto ilgeneral Mercya Padova, per isperanza di riportare da quegli esculapii la guarigion della sua vista; e senza di lui nulla si potea intraprendere di grande. Parve agli altri comandanti cesarei viltà il lasciare tanto in ozio il fiorito loro esercito, e però si avvisarono di cacciare i Franzesi dalla terra di Colorno. Sul principio di giugno con un grosso distaccamento si portaronocolà; disperata difesa fece quel presidio; sicchè tutti coloro o perderono la vita o restarono prigionieri. Ma senza paragone vi spesero gl'imperiali più sangue, essendovi rimasto ucciso il suddetto troppo ardito generale di Ligneville con altri uffiziali e molta lor gente. Videsi poi saccheggiata quella povera terra, senza perdonare nè ai luoghi sacri, nè alle delizie del palazzo e giardino de' duchi di Parma, le quali furono ivi per la maggior parte disperse od atterrate. Non riportò lode il principeLuigi di Wirtemberg, comandante allorapro interimdell'armata cesarea, perchè non s'inoltrasse con tutte le forze affine di stringere i Franzesi a Sacca. A lui bastò di mettere in Colorno due reggimenti. Ma nel dì 5 di giugno essendosi mosso il valoroso re di Sardegna con assai brigate sue e dei franzesi a quella volta, seguì una calda zuffa con vicendevole mortalità di gente; pure si trovarono obbligati i Tedeschi di abbandonare quel sito, oramai, ma troppo tardi, pentiti di avere comperato sì caro un acquisto che niun frutto e solamente molto danno loro produsse.Da che fu ritornato da Padova ilmaresciallo di Mercy, non v'era chi non credesse imminente qualche gran fatto d'armi; ma con istupore d'ognuno egli si ritirò a San Martino del marchese estense a digerire la bile; e ciò perchè odiato dalla maggior parte degli uffiziali, come macellaio delle truppe, non avea trovato in essi l'ubbidienza dovuta. Se andassero bene con questi contrattempi gli affari dell'imperadore, sel può immaginare ciascuno. Placato in fine dopo molti giorni esso maresciallo, se ne tornò al campo, ed allora determinò di venire a giornata coi nemici. Sarebbe stato da desiderare ch'egli in sì pericoloso cimento fosse stato meglio servito dai suoi occhi, e che le misure da lui prese fossero state quali convengono ai più accorti generali di armate. Parve a non pochi mal conceputo disegno l'aver egli (giacchè troppo difficile era l'assalire ilcampo contrario nelle linee ben fortificate del fiume Parma) preso un giro al mezzogiorno della città di Parma, con intenzione di azzuffarsi all'occidente, dove di fortificazioni erano privi i Franzesi; ma senza far caso di lasciare esposto un fianco del suo esercito alle artiglierie della città, e del potere la guernigione di essa città tagliargli la ritirata, in caso di disgrazie. Ma egli era portato da una ferma credenza di sconfiggere i nemici; e il vero è che pensava di trovare i Franzesi nell'accampamento loro dietro alla Parma, e non già nel sito dove succedette dipoi il terribil conflitto. All'armata gallo-sarda non si trovava più ilmaresciallo di Villars, perchè la sua soverchia età gli avea siffattamente infiacchita la memoria, che ora dato un ordine, da lì a poco dimentico del primo, ne spediva un altro in contrario. Laonde, richiamato alla corte, s'inviò nel dì 27 di maggio alla volta di Torino, dove, sorpreso da malattia, diede fine ai suoi giorni, ma non già alla gloria di essere stato uno dei più sperti e rinomati condottieri d'armata dei giorni suoi. Anche il generalissimoCarlo Emmanuelere di Sardegna avea dato una scorsa a Torino, per visitar la regina caduta inferma. Ora, essendo restato al comando dell'esercito gallo-sardo i due marescialli diCoignye diBroglio, o sia che le spie portassero avviso dei movimenti degl'imperiali, o pure fosse accidente, mossero eglino il campo, per venire anch'essi al mezzo giorno, verisimilmente per coprire la città di Parma da ogni attentato.All'improvviso dunque nella mattina del dì 29 di giugno, festa dei santi Pietro e Paolo, si scontrarono le due nemiche armate sulla strada maestra, o vogliam dire via Claudia, stendendosi i Franzesi dalla città fino per un miglio al luogo detto la Crocetta, ben difesi dagli alti fossi della medesima strada. Ancorchè si trovasse il Mercy inferiore di gente, per aver lasciato molti staccamenti indietro alla custodia dei passi, e tutta lafanteria non fosse peranche giunta, pure attaccò furiosamente la battaglia con istrage non lieve de' nemici. Costò anche gran sangue l'espugnazione d'una cassina; ma il peggio fu ch'egli stesso, col troppo esporsi alle palle degli avversarii, ne restò sì malamente colto, che sul campo spirò l'ultimo fiato. Non si sa se il funerale fosse poi accompagnato dalle lagrime di alcuno. Arrivata la fanteria tutta, crebbe maggiormente il fuoco, le morti e le ferite da ambe le parti, senza nondimeno che l'una passasse nei confini dell'altra. A cagione di tanti fossi ed alberi poco o nulla potè operare la copiosa cavalleria tedesca; e i soli fucili e i piccioli cannoni da campagna, ma non mai le sciabole e baionette, fecero l'orribil giuoco. Da molti fu creduto che il principeLuigi di Wirtemberg, rimasto comandante in capo dopo la morte del Mercy, non sapesse qual regolamento avesse preso il defunto generale, e però pensasse più alla difesa che all'offesa. Ed altri immaginarono che se fosse sopravvissuto il Mercy, egli avrebbe riportata vittoria, o sacrificata la maggior parte delle sue truppe. La conclusione fu, che questo sanguinoso combattimento durò fino alla notte, la quale pose fine al vicendevol macello; ed amendue l'armate rimasero nei loro campi a considerare e compiangere le loro perdite per tanti uffiziali e soldati o uccisi o feriti, senza sapere qual destino fosse toccato alla parte contraria. Non aspetti alcuno da me d'intendere a quante migliaia ascendesse il danno dell'una o dell'altra armata, insegnando la sperienza che ognuno si studia d'ingrandire il numero dei nemici e di sminuire il numero dei proprii. Calcolarono alcuni che almen dieci mila persone tra gli uni e gli altri restassero freddi sul campo. Quel ch'è certo, ciascuna delle parti nella notte, al trovare tanta copia di morti e feriti, si credette vinta; e si sa che i comandanti franzesi, tenuto consiglio, meditavano già di ritirarsi ai confini della Sacca e a decamparedai contorni di Parma; quando verso la mezza notte giunse la grata nuova che i Tedeschi, levato il campo, erano in viaggio per tornarsene verso il Reggiano. Snervati cotanto di gente si trovarono essi cesarei, e privi di vettovaglie e foraggi, e in vicinanza d'essa città nemica, che loro fu necessario di retrocedere. Era ferito anche lo stesso principe di Wirtemberg.Videsi in questi tempi Parma tutta piena di Gallo-Sardi feriti, e una processione continua per due giorni sulla via Claudia di feriti tedeschi, non curati da alcuno, de' quali parte ancora nel viaggio andava mancando di vita: spettacolo compassionevole ed orrido a chi contemplava in essi l'umana miseria e i frutti amari dell'ambizion de' regnanti. Sul fine della battaglia per le poste, e con grave pericolo di cadere in mano dei cesarei, il re di Sardegna pervenne al campo. Fu creduto migliore consiglio il non inseguire i fuggitivi nemici, e nel dì seguente s'inviò buona parte dell'esercito gallo-sardo verso Guastalla per isloggiarne i Tedeschi. V'era dentro un presidio di mille e duecento persone, e per disattenzione dei comandanti cesarei niuno avviso fu loro inviato della succeduta catastrofe; laonde, trovandosi quella gente sprovveduta d'artiglierie, di munizioni e di viveri, fu obbligata di rendersi prigioniera. Giunse intanto l'esercito tedesco a passare il fiume Secchia, dopo aver lasciate funeste memorie di ruberie per dovunque passò; e a fin di mantenere la comunicazione colla Mirandola e col Mantovano, si diede tosto ad afforzarsi sugli argini dello stesso fiume; siccome parimente fecero i Franzesi nella parte di là, con aver posto il re di Sardegna il quartier generale a San Benedetto. Avea nella precedente primavera ilmaresciallo di Villarspensato a stendere la sua giurisdizione anche negli Stati di Modena, sì per assicurarsi di questa città e della sua cittadella, come anche per istendere le contribuzioni in questo paese:mestiere favorito dai monarchi della terra, e praticato tanto più indiscretamente da essi, quanto più son potenti e ricchi, senza distinguere paesi neutrali ed innocenti dai nemici. Nel dì 15 d'aprile comparve a Modena il marchese di Pezè, uffiziale franzese di gran credito ed eloquenza, che fece la dimanda d'essa cittadella in deposito a nome del re Cattolico. Per quante esibizioni facesse ilduca Rinaldodi sicurezze ch'egli guarderebbe quella fortezza senza darla ai nemici degli alleati, saldo stette il Pezè in esigere, e non men di lui il duca in negare sì fatta cessione. Andossene perciò senza aver nulla guadagnato quell'uffiziale, e il duca, a cagion di questo, guernì di qualche migliaio di sue milizie la cittadella predetta. Ma da che dopo la battaglia di Parma si trovarono sì infievoliti i cesarei, spedì il duca al campo gallo-sardo l'abbate Domenico Giacobazzi, oggidì consigliere di Stato e segretario ducale, ben persuaso di non poter più resistere alla tempesta, e desideroso di salvare quel più che potea nell'imminente naufragio. Disposte poscia il meglio che fu possibile le cose, nel dì 14 di luglio si ritirò il duca con tutta la sua famiglia a Bologna. Il principe ereditarioFrancescosuo figlio e la principessa consorte s'erano molto prima portati a Genova, e di là poi col tempo passarono amendue a Parigi.Entrarono nel dì 13 i Franzesi in Reggio, e nel dì 20 del mese suddetto comparve alle porte di Modena ilmarchese di Maillebois, tenente generale di sua maestà Cristianissima, con buon distaccamento d'armati che accordò alla città e sue dipendenze un'onesta capitolazione, restando intatta la giurisdizione, dominio e rendite del duca, con altri patti in favore del popolo: patti di carta, che non durarono poi se non pochi giorni. Che intollerabili aggravii, che esorbitanti contribuzioni imponessero poscia i Franzesi agli Stati suddetti, non occorre ch'io lo ricordi, dopo averne assai parlato nelle Antichità Estensi. Divennero in oltre essiStati il teatro della guerra, tenendo i Cesarei la Mirandola e tutto il basso Modenese, e i Franzesi Modena, Reggio, Correggio e Carpi. Il fiume Secchia era quello che dividea le armate, le quali andarono godendo un dolce ozio sino alla metà di settembre, ma senza lasciarne godere un briciolo ai poveri abitanti. Al comando dell'armi imperiali era intanto stato inviato da Vienna il marescialloconte Giuseppe di Koningsegg, signore di gran senno, che tosto determinò di svegliare gli addormentati nemici. Trovavasi in questo tempo attendato a Quistello il maresciallo franzeseconte di Brogliocon parte dell'esercito, guardando i passi della Secchia. Con isforzate marcie e con gran silenzio sull'alba del dì 15 di esso settembre ecco comparire il nerbo maggiori degli Alemanni, valicar la poca acqua del fiume, sorprendere i picchetti avanzati, e poi dare improvvisamente addosso al campo franzese. Non ebbero tempo colti nel sonno i soldati di prendere l'armi, non che di ordinar le schiere. Solamente si pensò alle gambe. Fuggì in camicia il maresciallo di Broglio; e il signore di Caraman suo nipote, colonnello e brigadiere d'essa armata, essendosi opposto per facilitare al zio la ritirata, restò con altri uffiziali prigioniero. Andò a sacco tutto il campo, tende, bagagli, armi, munizioni, e le argenterie de' maggiori uffiziali. Era molto splendida e copiosa quella del conte di Broglio, la cui segreteria restò anch'essa in mano dei vincitori. Per questa disavventura fu da lì innanzi esso maresciallo, benchè personaggio di gran merito e mente, guardato di mal occhio alla corte di Francia, e col tempo si vide cadere. Rimasero per tale irruzione tagliati fuori molti corpi di Franzesi, che si renderono prigioni, altri ne furono presi a letto nel campo, tal che fu creduto, che tra morti e prigioni, vi perdessero i Franzesi da tre e forse più mila persone. Maggiore senza paragone sarebbe stata la perdita loro, se non si fossero sbandati i Tedeschi dietro al ricco spoglio del campo, e nonavessero trovato, allorchè presero ad inseguire i nemici, varie fosse e canali, custoditi da qualche truppa franzese, che ritardarono di troppo i lor passi. Ebbe tempo il re di Sardegna di ritirarsi colla sua gente da San Benedetto, conducendo seco cannoni e bagaglio, pizzicato nondimeno per viaggio. Solamente due battaglioni restati in quel monistero con altri Franzesi capitati colà, dopo avere ottenuti patti onesti, si renderono agl'imperiali.Ridotto in fine con gran fretta tutto l'esercito gallo-sardo a Guastalla fuori di quella città, e fra i due argini del Po e del Crostolo vecchio, si diede con gran fretta a formare alti e forti trincieramenti; nel qual tempo furono anche abbandonati Carpi e Correggio dai presidii franzesi, che si ritirarono al grosso della lor armata. A quella volta del pari trasse tutto il cesareo esercito, e poco si stette a vedere un altro spaventevole fatto d'armi. Molto fu poi disputato se a questo nuovo conflitto si venisse per accidente o pure per risoluta volontà delmaresciallo di Koningsegg. Giudicarono alcuni che, per una scaramuccia insorta fra grosse partite, a poco a poco andasse crescendo l'impegno, tanto che in fine tutte le due armate entrarono in ballo. Pretesero altri che il Koningsegg, troppa fede prestando al principe di Virtemberg, asserente, come cosa certa, che la cavalleria gallo-sarda era passata oltre Po a cercar foraggi, determinasse di tentar la fortuna. Persona di credito mi assicurò, non altra intenzione avere avuto il generale cesareo, che di riconoscere il campo nemico; ma che, inoltratisi due o tre suoi reggimenti, vennero alle mani con un corpo di Franzesi: laonde la battaglia divenne a poco a poco universale. Usciti perciò dei loro trincieramenti i Franzesi in ordinanza di battaglia, nella mattina del dì 19 di settembre si azzuffarono i due possenti eserciti; e sulle prime due bei reggimenti di corazze cesaree, caduti in un'imboscata, rimasero quasi disfatti. Al primo avviso il re sardo, che si trovavadi là dal Po, corse a rinforzar l'armata colla sua cavalleria, e sempre colla spada alla mano in compagnia dei due marescialli di Coigny e di Broglio, attese a dar gli ordini opportuni, trovandosi coraggiosamente in mezzo ai maggiori pericoli. Giocarono in questo conflitto terribilmente le artiglierie d'ambe le parti, facendo squarci grandi nelle schiere opposte; le sciabole e baionette non istettero punto in ozio; e però sanguinosa oltremodo riuscì la pugna. Parve che il principeLuigi di Wirtembergandasse cercando la morte: tanto arditamente si spinse egli addosso ai nemici; e infatti restò ucciso sul campo. Ora piegarono i Franzesi ed ora i Tedeschi; ma in fine, chiarito il Koningsegg che non si potea rompere l'oste contraria, prese il partito di far sonare a raccolta, e di ritirarsi colla migliore ordinanza che fu possibile. Si disse che i Franzesi l'inseguissero per un tratto di strada, ma non è certo. A quanto montasse la perdita dell'una e dell'altra parte, resta tuttavia da sapersi. Indubitata cosa è che vi perì gran gente con molti insigni uffiziali di prima riga e subalterni, e maggior fu la copia de' feriti, la quale ascese a migliaia. Si attribuirono i Gallo-Sardi la vittoria, e non senza ragione, perchè restarono padroni del campo, di quattro stendardi e di qualche pezzo di cannone e i Savoiardi riportarono in trionfo un paio di timballi. Ebbe l'avvertenza il maresciallo cesareo, nello stesso bollore del poco prospero conflitto, di spedir ordine perchè si formasse o si armasse gagliardamente il ponte di comunicazione col Mantovano sul Po, e fu ben servito. Nè si dee tacere che ilmarchese di Maillebois, durante la battaglia suddetta, con tre mila cavalli di là dal Po corse per sorprendere Borgoforte, ed impedire la comunicazione del ponte; ma non fu a tempo, anzi ben ricevuto, non pensò che a tornarsene indietro.Venne nei seguenti giorni a notizia dei Franzesi altro non trovarsi nella Mirandola che lo scarso presidio di trecentoAlemanni con poca artiglieria. Parve questo il tempo d'impadronirsene. Scelto per tale impresa il suddetto tenente generaleMaillebois, uomo di grande ardire ed attività, comparve sotto quella piazza con sei mila combattenti, con otto grossi pezzi d'artiglieria cavati da Modena, e con altri cannoni; e senza riguardi e cerimonie alzò tosto una batteria sul cammino coperto. Essendo poi corsa voce che dieci mila Tedeschi venivano a fargli una visita, con tutti i suoi arnesi fu presto a ritirarsi. Ma, scopertasi falsa questa voce, egli, più che mai voglioso e isperanzito di quell'acquisto, tornò sotto alla piazza, e con tutto vigore rinovò le offese. Fatta la breccia, si preparava già a scendere nella fossa, quando venne a sapere che il Koningsegg segretamente avea fatto sfilare alquante migliaia de' suoi a quella volta, e formato un ponte sul Po a questo effetto; però da saggio comandante nel dì 12 di ottobre sloggiò, e tal fu la fretta, che lasciò indietro tutta l'artiglieria. Niun'altra considerabile impresa fu fatta nel resto dell'anno, se non che ostinatosi il conte di Koningsegg di stare colla sua gente in campagna tra il Po e l'Oglio, gran tormento diede all'oste gallo-sarda obbligata a gravi patimenti, alloggiando e dormendo i poveri soldati non più sulla terra, ma sui fanghi e nell'acqua. Non soffrì il re di Sardegna che più durasse tanto affanno delle milizie, e decampato che ebbe, le ridusse ai quartieri di verno, ma sì mal concie, che, entrata fra loro un'epidemia, nei seguenti mesi sbrigò dai guai del mondo una parte di essi, e non solo essi, ma chiunque dei medici, chirurghi e cappellani che assisterono ad essi: come pur troppo si provò nella città di Modena. La ritirata loro aprì il campo ai Cesarei per passar l'Oglio, ed impadronirsi di Bozzolo, Viadana, Casal Maggiore ed altri luoghi. E al principe di SassoniaHildburgausenriuscì con finti cannoni di legno di far paura al comandante di Sabbioneta, che non ebbe difficoltà di renderla a patti onorevoli. Con tali impreseterminò nell'anno presente la campagna in Lombardia.Ci chiama ora un'altra memorabile scena, parimente spettante a quest'anno e all'Italia. Siccome accennammo, era già stata presa nel gabinetto di Spagna la risoluzion di valersi del tempo propizio in cui si trovavano impegnate l'armi di Cesare al Reno e in Lombardia, per la conquista dei regni di Napoli e Sicilia. Ognun vedea che le mire degli Spagnuoli con tanti legni in mare, con tanta cavalleria e fanteria già pervenuta in Toscana, e che andava ogni dì più crescendo, tendevano a passar colà. Maggiormente ancora se ne avvide ilconte don Giulio Visconti, vicerè allora di Napoli, il quale bensì per tempo si accinse a far la possibile difesa, con fortificare spezialmente Gaeta e Capoa, e provvederle di gente e di tutto il bisognevole; ma, per trovarsi con forze troppo smilze a sì pericoloso cimento, con replicate lettere facea istanza di soccorsi alla corte di Vienna. Ne ricevè molte speranze; a riserva nondimeno di alquante reclute e di altre poche milizie che dal litorale austriaco e dalla Sicilia per mare andarono capitando colà, si sciolsero tutte in fumo le altre promesse. Il quartier generale dell'esercito spagnuolo, sotto la direzione delconte di Montemar, nel gennaio di quest'anno era in Siena. A quella volta si mosse da Parma anche il realinfante don Carlo; ed essendo nel dì 5 di febbraio passato in vicinanza di Modena, salutato con salva reale dalla cittadella, arrivò poi nel dì 10 felicemente a Firenze. Portò egli seco gli arredi più preziosi dei palazzi Farnesi di Parma e Piacenza, ben prevedendo che gli si preparava un più magnifico alloggio in altre parti. Anche ilduca di Liria, raccolte le truppe spagnuole ch'erano sparse negli Stati del duca di Modena, e abbandonata la Mirandola, andò ad unirsi all'esercito sul sanese. Da che sul fine di febbraio si fu messo alla testa di sì bella e poderosa armata esso reale infante, tutti si mossero alla volta di Roma, e nel dì 15 passaronosopra un preparato ponte il Tevere. Nello stesso tempo per mare capitò a Cività vecchia la numerosa flotta di Spagna, ed otto navi di essa, veleggiando oltre, nel dì 20 s'impossessarono delle isole di Procida ed Ischia. Furono sparsi per Napoli e pel regno manifesti che promettevano per parte dell'infante diminuzion di aggravii, e privilegii e perdono a chi in addietro avea tenuto il partito imperiale contro la corona di Spagna.Stavano intanto speculando i satrapi della politica se gli Spagnuoli troverebbero opposizioni ai confini. Niuna ne trovarono, e però avendo essi declinata Capoa, e passato il Volturno, giunsero a sant'Angelo di Rocca Canina. Era stata su questo disputa fra i due generali,CaraffaItaliano eTraunTedesco. Pretendeva l'uno d'essi, cioè il primo, che tornasse più il conto a sguernire le piazze di presidii, e raccolta tutta la gente di armi alemanna, doversi formare un'armata che andasse a fronte della nemica, per tentare una battaglia. Succedendo questa felicemente, pareva in salvo il regno. All'incontro, col difendere i soli luoghi forti, Napoli era perduta; e chi ha la capitale, in breve ha il resto. Sosteneva per lo contrario il conte Traun il tener divise le soldatesche nelle fortezze; perchè, venendo i promessi soccorsi di venti mila armati dalla Germania, Napoli si sarebbe felicemente ricuperata. Prevalse quest'ultimo sentimento, e fu la rovina de' cesarei, che niun rinforzo riceverono, e perderono tutto. Dopo la disgrazia fu chiamato in Vienna il generale Caraffa, fedele ed onoratissimo signore, imputato di non aver ben servito l'augusto padrone. Andò egli ma non gli fu permesso di entrare in Vienna, nè di parlare a sua maestà cesarea. Per altro, portò egli seco le chiare sue giustificazioni. Fu detto che l'imperadore con sua lettera gli avesse ordinato di raunar la gente, e di venire ad un fatto d'armi, e che altra lettera del consiglio di guerra sopraggiunse conordine tutto contrario. Avea il contedon Giulio Viscontivicerè preventivamente inviata a Roma la moglie col meglio dei suoi mobili, e a Gaeta le scritture più importanti; ed egli stesso dipoi prese la strada di Avellino e Barletta, per non essere spettatore della inevitabil rivoluzione di Napoli, che tutta era in iscompiglio, e che scrisse a Vienna le scuse e discolpe della sua fedeltà, se sprovveduta di chi la sostenesse, era forzata a cedere ad un principe che si accostava con esercito sì potente per terra e per mare. Giunto pertanto nel dì 9 d'aprile il reale infante coll'oste sua a Maddalori, lungi quattordici miglia da Napoli, vennero i deputati ed eletti di quella real città ad inchinarlo, e a presentargli le chiavi, coprendosi come grandi di Spagna, secondo il privilegio di quella metropoli. Nel seguente dì 10 fu spedito un distaccamento di tre mila Spagnuoli, che pacificamente entrarono in Napoli, e l'infante passò alla città d'Aversa, fissando ivi il suo quartiere, finattantochè si fossero ridotte all'ubbidienza le fortezze della capitale. Contra di queste, preparati che furono tutti gli arnesi, si diede principio alle ostilità. Nel dì 25 si arrendè il castello Sant'Ermo, con restare prigioniera la guernigione tedesca di secento venti persone. Due giorni prima anche l'altra di Baia, dopo aver sentite alquante cannonate, si rendè a discrezione. Consisteva in secento sessanta soldati. Il castello dell'Uovo durò sino al dì 5 di maggio, in cui quel presidio, esposta bandiera bianca, restò al pari degli altri prigioniero. Altrettanto fece nel dì 6 d'esso mese Castel Nuovo.Dappoichè fu libera dagli Austriaci la città di Napoli, vi fece il suo solenne ingresso nel dì 10 di maggio l'infante realedon Carlofra le incessanti allegrie ed acclamazioni di quel gran popolo. Nobili fuochi di gioia nelle sere seguenti attestarono la contentezza d'ognuno, ben prevedendo che questo amabil principe, così ornato di pietà e tanto inclinato allaclemenza, avea da portar quella corona in capo. In fatti nel dì 15 d'esso maggio giunse corriere di Spagna col decreto, in cui il Cattolico monarcaFilippo Vdichiarava questo suo figlio re dell'una e dell'altra Sicilia: avviso, che fece raddoppiar le feste ed allegrezze di un popolo non avvezzo da più di ducento anni ad avere re proprio. Tutti i saggi riconobbero quale indicibil vantaggio sia l'aver corte e re o principe proprio. Trovavansi in Bari già adunati circa sette mila soldati cesarei. Poichè voce si sparse che sei mila Croati aveano da venire ad unirsi a questa piccola armata, il capitan generale spagnuolo, cioè ilconte di Montemar, a fin di prevenire il loro arrivo, col meglio dell'esercito suo, facendolo marciare a grandi giornate, corse anch'egli a quelle parti. Nel dì 27 di maggio trovò egli quella gente in vicinanza di Bitonto in ordine di battaglia, e tosto attaccò la zuffa con essi. Ma quella non fu zuffa, perchè subito si disordinarono e diedero alle gambe gl'Italiani, che erano i più, e furono seguitati dagli Alemanni. La maggior parte restò presa, e gli altri si salvarono in Bari. Non si potè poi cavar di testa alla gente che ilprincipe di Belmontemarchese di San Vincenzo, comandante di quel corpo di truppe, non avesse prima acconciati i suoi affari con gli Spagnuoli, giacchè da lì a non molto fu osservato ben visto e favorito da loro. Anche gli abitanti di Lecce, mossa sollevazione, presero quanti Tedeschi si trovarono in quella contrada. In riconoscenza dei rilevanti servigi prestati al nuovo re di Napoli, fu il conte di Montemar dichiarato duca di Bitonto, e comandante de' castelli di Napoli con pensione annua di cinquanta mila ducati. Impadronironsi poscia gli Spagnuoli di Brindisi e di Pescara, con restar prigioni di guerra quei presidii. Ma ciò che più stava loro a cuore, era la città di Gaeta, piazza di gran polso, e ben provveduta di gente, viveri e munizioni per la difesa. Nel dì 31 di luglio si portò per mare colà il giovine redon Carlo, ed allora l'esercito aprì la trinciera. A tale assedio comparve ancheCarlo Odoardoprincipe di Galles, primogenito del cattolico reGiacomo III Stuardo, che fu accolto dal re di Napoli con dimostrazioni di distinta stima ed amore. Ma quella forte piazza, con istupore di ognuno, non resistè che pochi giorni alle batterie nemiche, e nel dì 7 d'agosto la guernigione tedesca cedette il posto alla spagnuola. Perchè quegli abitanti ricusarono di venire ad un accordo col generale dell'artiglieria, videro trasportate a Napoli tutte le lor campane, essendone restate solamente alcune picciole in due o tre conventi. Bella legge, che è questa, di punir le innocenti chiese con sì barbaro spoglio! Ciò fatto, si fecero tutte le disposizioni necessarie per passare alla conquista della Sicilia.Nel dì 25 d'esso mese d'agosto essendosi imbarcato il capitan generale conte di Montemar, mise alla vela il gran convoglio, numeroso di circa trecento tartane, cinque galee, cinque navi da guerra, due palandre, e molti altri legni minori. In vicinanza di Palermo approdò felicemente sul fine del mese quella flotta, laonde il senato di quella metropoli, siccome privo di difensori, non tardò a far colà la sua comparsa, per attestare l'ossequio di quel popolo alla real famiglia di Spagna. Addobbi insigni, strepitose acclamazioni solennizzarono nel dì 2 di settembre l'ingresso in Palermo del suddetto Montemar di già dichiarato vicerè di Sicilia. Passò egli dipoi col forte dell'armata a Messina, i cui cittadini aveano già ottenuta licenza di rendersi, giacchèil principe di Lobcovitzcomandante avea ritirati i presidii dai castelli di Matagriffone, Castellazzo e Taormina, per difendere il solo castello di Gonzaga e la cittadella. Ma poco stette a rendersi esso castello di Gonzaga con quattrocento uomini, che rimasero prigionieri; però tutto lo sforzo degli Spagnuoli si rivolse contro la sola cittadella, difesa con indicibil valore do quella guernigione. Trapani eSiracusa furono nello stesso tempo assediate. Altro più non restava nel regno di Napoli che la città di Capoa, ricusante di sottomettersi all'armi di Spagna. Entro v'era il generalconte Traun, che si sostenne sempre con gran vigore, e sovente si lasciava vedere ai nemici con delle sortite. Una d'esse fece ben dello strepito, perchè essendosi per le pioggie ingrossato il fiume Volturno, e rimasti tagliati fuori circa mille Spagnuoli, perchè senza comunicazione col loro campo; il Traun uscito con quasi tutta la guernigione, e con dei piccioli cannoni coperti sopra delle carra, parte ne stese morti sul suolo, altri ne fece prigionieri. Ma in fine niuna speranza rimanendo di soccorso, e volendo esso generale salvare il presidio, capitolò la resa di quella città e castello nel dì 22 d'ottobre, se in termine di sei giorni non gli veniva aiuto, o non fosse seguito qualche armistizio, con altre condizioni. Però, venuto il termine, furono scortati questi Alemanni sino a Manfredonia e Bari, per essere trasportati a Trieste. Ed ecco tutto il regno di Napoli all'ubbidienza delre Carlo, a cui nel presente anno si videro di tanto in tanto arrivar nuovi rinforzi di gente, munizioni e danaro. Fra tanti soldati fatti prigionieri nei regni di Napoli e Sicilia, la maggior parte degli Italiani, ed anche molti Tedeschi si arrolarono nell'esercito spagnuolo. Ma perciocchè essi Alemanni, tosto che se la vedevano bella, disertavano, fu preso il partito d'inviarne una parte degli arrolati e il resto dei prigioni in Ispagna. Di là poi furono trasportati in Africa nella piazza d'Orano, dove trovarono un gran fosso da passare, se più veniva lor voglia di disertare.Maggiormente si riaccese in questo anno la ribellion de' Corsi, dove quella brava gente, già impadronitasi di Corte, sul fine di febbraio diede una rotta al presidio genovese uscito della Bastia, e nel dì 29 di marzo sconfisse un altro corpo d'essi Genovesi. Continuarono poi nel resto dell'anno le sollevazioni e leazioni militari con varia fortuna in quell'isola. Roma vide in questi tempi per la protezion di Vienna, e per lo sborso di trenta mila scudi, alquanto migliorata la condizione delcardinal Coscia, che restò liberato dalle censure già promulgate contra di lui, ma non già dalla prigionia di castello Sant'Angelo. Un insigne regalo fece il ponteficeClemente XIIal Campidoglio, con ordinare il trasporto colà della bella raccolta di statue antiche fatta dal cardinaleAlessandro Albani, ed acquistata dalla santità sua col prezzo di sessantasei mila scudi. Ma nel dì 6 maggio si trovò tutta in conquasso essa città di Roma, per essersi verso il mezzo dì attaccato il fuoco ad un castello di legnami sulle sponde del Tevere, dirimpetto al quartiere di Ripetta e alla piazza dell'Oca. Spirava un gagliardo vento, che di mano in mano andò portando le fiamme agli altri castelli circonvicini, e ad alcuni pochi magazzini di legna, e alle case di quasi tutta quell'isola; di maniera che circa quattro mila persone rimasero senza abitazione, e vi perderono i loro mobili. Per troncare il corso a sì spaventoso incendio, fu di mestieri trasportar colà alcuni cannoni da castello Sant'Angelo, che, atterrando varie case, non permisero al fuoco di maggiormente inoltrare i suoi passi. Guai se penetrava agli altri magazzini di fieno e di legna. Incredibile fu il danno, non minore lo spavento. Fece il benefico papa distribuir tosto due mila scudi a quella povera gente. Nell'anno presente, siccome vedemmo, provò l'augusta casa d'Austria in Italia tante percosse, e nè pure in Germania potè esentarsi da altre disavventure per la troppa superiorità dell'armi franzesi. In questo bisogno di Cesare l'ormai vecchio principeEugenio di Savoiaripigliò l'usbergo, e passò con quelle forze che potè raunare a sostener le linee di Erlingen. Quand'ecco due possenti eserciti franzesi, l'uno condotto dai marescialli e duchi diBervicheNoaglies, e l'altro dal marchese d'Asfeld, che quasiil presero in mezzo. Gran lode riportò il principe per la stessa sua ritirata, fatta da maestro di guerra, perchè seppe mettere in salvo le artiglierie e bagagli, e mostrando di voler cimentarsi, saggiamente si ridusse in salvo senza alcun cimento con tutti i suoi. Fu poi assediata l'importante fortezza di Filisburgo dai Franzesi, e con sì fatti trincieramenti circonvallata, che, ritornato il principe con oste poderosa per darle soccorso, altro non potè fare che essere come spettatore della resa d'essa nei dì 21 di luglio. Gran gente costò ai Franzesi lo acquisto di quella piazza, e fra gli altri molti uffiziali vi lasciò la vita il suddettoduca di Bervichdella real casa Stuarda, uno dei più grandi e rinomati condottieri d'armate de' giorni suoi. Una palla di cannone privò la Francia di sì accreditato generale. Niun'altra considerabile impresa seguì poscia nell'anno presente in quelle parti, nulla avendo voluto azzardare il principe Eugenio, a cagion degli infausti successi dell'armi cesaree in Italia. E tal fine con tante vicende ebbe l'anno presente, in cui con occhio tranquillo stettero Inglesi ed Olandesi mirando i deliquii dell'augusta casa d'Austria, quasichè nulla importasse loro il sempre maggiore ingrandimento della real casa di Borbone. Col tempo se n'ebbero a pentire.

Fu quest'anno un di quelli che in grande abbondanza provvide le pubbliche gazzette e storie di novità e fatti strepitosi riguardanti massimamente l'Italia. Da me non ne aspetti il lettore che un compendioso racconto. Erano in armi contro dell'AugustoCarlo VIFranzesi, Spagnuoli e il re di Sardegna. Fece la Spagna conoscere al mondo quanta fosse la sua potenza, da che la Francia le avea dato un re, e re che vegliava ai proprii interessi. Imperciocchè insigne fu l'armamento per mare, continui i trasporti di gente, di attrezzi militari e di danaro per terra e per mare, a fine d'imprendere la conquista dei regni di Napoli e di Sicilia. Maggiori si videro gli sforzi della Francia per continuare la guerra del Reno e in Lombardia: e il bello fu che non solamente nelle corti, ma anche nei pubblici manifesti, facea quel gabinetto rimbombar dappertutto la scrupolosa intenzione sua in questi sì gagliardi movimenti d'armi, che era non già (guardi Dio) di acquistare un palmo di terreno, ma bensì di farsi render ragione da Cesare, per aver egli spalleggiato l'elettor di Sassoniaal conseguimento della corona di Polonia e cooperato alla depressione delre Stanislao. Se mai per sorte con sì belle sparate si figurasse il gabinetto franzese di gittar polvere negli occhi agl'Inglesi ed Olandesi, affinchè non istendessero ilbraccio alla difesa dell'augusta casa di Austria, non erano sì poco accorte quelle potenze, che non sapessero il vero significato di sì magnifiche e disinteressate proteste. Pure non entrarono esse potenze in verun impegno per sostener Cesare contro tanti nemici, benchè pregate e sollecitate dalla corte di Vienna: ed unica cagione ne fu lo sdegno, non peranche cessato, per avere l'augusto monarca, dopo tanti benefizii a lui compartiti, voluto piantare in detrimento loro la compagnia d'Ostenda, tuttochè questa fosse poi abolita. Si avvide allora il buon imperadore quanto l'avessero in addietro tradito i suoi troppo ingordi consiglieri e ministri; e convenne a lui di far penitenza de' mali consigli altrui, con portar quasi solo tutto il peso di questa nuova guerra. Perchè, è ben vero che gli riuscì d'indurre i circoli dell'imperio a dichiarare la guerra; ma non è ignoto qual capitale si possa fare di que' soccorsi troppo stentati e non mai concordi. Oltre di che gli elettori di Baviera, Colonia e palatino non consentirono a tal dichiarazione, e se ne stettero neutrali; anzi il primo fece un considerabile armamento con voce di mirare alla propria difesa, ma armamento tale, che tenne sempre in diffidenza e suggezione la corte cesarea, e la obbligò a guardare con assai gente i suoi confini, perchè persuasa che il solo oro della Francia manteneva in piedi la armata bavarese, ascendente a venticinque e forse più mila persone. Ora in questo verno attese vigorosamente Cesare a batter la cassa per resistere ai suoi nemici non meno in Lombardia che al Reno, dove smisurate forze si andavano raunando da' Franzesi.

In questo mentre le due restanti piazze dello Stato di Milano, cioè Novara e Tortona, venivano o bloccate o bersagliate dall'armi dei collegati. Ma nel dì 9 di gennaio fu portata a Milano la nuova che Novara, comprendendo seco la fortezza d'Arona, avea capitolala la resa con andarsene liberi que' presidii allavolta di Mantova. Allora fu che si determinò di convertire in assedio il blocco di Tortona e del suo castello, che era in credito di fortezza capace di stancare un esercito. Nel dì 12 del suddetto gennaio al dispetto della fredda stagione fu aperta la trinciera sotto quella città, da cui essendosi nel dì 26 ritirato il governatore conte Palfi, lasciò campo ai Franzesi di impossessarsene nel dì 28. Non corrispose all'aspettazion della gente il presidio di quel castello, ancorchè fosse composto di due mila Alemanni; perciocchè appena cominciarono il terribile lor giuoco sessantadue pezzi di cannone e quattordici mortari da bombe, che quel comandante dimandò di capitolare, e ne uscì nel dì 9 di febbraio con tutti gli onori militari. Ad altro, siccome dissi, non pensavano in questi tempi gli uffiziali cesarei nel brutto frangente di sì impensata guerra, che di salvar la gente, per poter salvare Mantova. Tutto intanto andò lo Stato di Milano: dopo di che presero riposo le affaticate e molto sminuite truppe degli alleati. Arrivò il febbraio, e nè pure si era veduto calare in Italia corpo alcuno di Tedeschi; solamente s'intendeva che nel Tirolo, e a Trento e Roveredo, andava ogni dì crescendo il numero dei combattenti austriaci, e che per capitan generale della loro armata veniva il marescialloconte di Mercy. Con sei mila persone arrivò finalmente questo generale sul fine di quel mese a Mantova per conoscere sul fatto lo stato delle cose, e poi se ne tornò a Roveredo per affrettare il passaggio dell'altre incamminate milizie. Ma con esso veterano e valoroso comandante parve, che si accompagnasse anche la mala fortuna, e seco passasse in Italia. Fu egli sorpreso da una grave flussione agli occhi, ed altri dissero da un colpo di apoplessia, per cui di tanto in tanto restava come cieco. Progettossi in Vienna di richiamarlo; ma perchè sempre se ne sperò miglioramento, continuò egli nel comando.

Trovandosi troppo vicino a questoincendioRinaldo d'Esteduca di Modena, cominciò anch'egli a provarne le perniciose conseguenze. Sul principio dell'anno presente ecco stendersi le truppe spagnuole per li suoi Stati, e prendere quartiere nelle città di Carpi e Correggio, nelle terre di San Felice e Finale, e in altri luoghi. Perchè s'erano precedentemente ritirati dalla Mirandola gli Alemanni, esso duca di Modena avea tosto bensì guernita quella sua città col proprio presidio; ma non tardò il duca diLiriagenerale spagnolo nel dì 15 di gennaio a comparire colà colle sue milizie, con chiedere di entrarvi; al che non fu fatta resistenza, giacchè promise di lasciar intatta la sovranità e il governo del duca di Modena, principe risoluto di mantenere la neutralità in mezzo a queste gare. Si andava intanto ogni dì più ingrossando sul Mantovano l'armata cesarea, talmente, che secondo le spampanate dei gazzettieri, si decantava ascendesse a sessanta e più mila persone, bella gente tutta e vogliosa di menar le mani. Per impedir loro l'inoltrarsi verso lo Stato di Milano, il generalissimo re di SardegnaCarlo Emmanuelespedì il nerbo delle sue truppe a postarsi alle rive del fiume Oglio, e la maggior parte de' Franzesi venne a custodire le rive del Po nel Mantovano di qua, stendendosi da Guastalla fino a San Benedetto, a Revere, ed anche ad una parte del Ferrarese; all'incontro nelle rive di là del Po si fortificarono i Tedeschi a Governolo, Ostiglia, e nei restanti luoghi dell'Oglio. Si stettero guatando con occhio bieco per alquante settimane le due nemiche armate, studiando tutto il dì il generale conte di Mercy la maniera di passare il Po; e dopo molte finte gli venne fatto di passarlo, dove e quando men se l'aspettavano i Franzesi. Nella notte seguente al primo dì di maggio, seco menando barche sopra della carra, spinse egli sopra alcune d'esse il general di battagliaconte di LignevilleLorenese pel Po con una man d'armati alla riva opposta in facciaalla chiesa di San Giacomo, un miglio in circa distante da San Benedetto. Arrampicaronsi sugli argini quegli armati, e vi presero posto; nel qual mentre le sentinelle franzesi sparando sparsero l'avviso di questa sorpresa. Ma il Mercy, con incredibile diligenza fatto formare il ponte, non perdè tempo a spingere nuove truppe di qua, in maniera che quando sopraggiunsero le brigate franzesi, vedendo esse già passata tutta l'oste cesarea, ad altro non pensarono che a mettersi in salvo.

Grande infatti fu lo scompiglio dei Franzesi, troppo sparpagliati dietro alla grande stesa degli argini del Po; laonde, corsa la voce del passaggio suddetto, ciascun corpo d'essi colla maggior fretta possibile prese la strada del Parmigiano, lasciando indietro non pochi viveri, munizioni e parte ancora del bagaglio. Passò questo terrore al Finale, a San Felice e alla Mirandola, dove erano entrati essi Franzesi, dappoichè l'aveano abbandonata gli Spagnuoli; e tutte quelle schiere, unitesi poi con quelle di Guastalla, marciarono alla Sacca, luogo del Parmigiano sul Po. Formato quivi un ponte per mantener la comunicazione coll'Oltrepò, con alte fosse e trincee si afforzarono; e da Parma sino a quel luogo dietro al fiume appellato Parma tirarono una linea, guernendola di gran gente e cannoni, ed aspettando di vedere che risoluzion prendessero gli Austriaci. Con buona disciplina, dopo avere ripigliato il possesso della Mirandola, sen vennero questi sul territorio di Reggio; impadronironsi anche di Guastalla e Novellara, e andarono ad alzar le tende nelle ville del Parmigiano. Era ito frattanto ilgeneral Mercya Padova, per isperanza di riportare da quegli esculapii la guarigion della sua vista; e senza di lui nulla si potea intraprendere di grande. Parve agli altri comandanti cesarei viltà il lasciare tanto in ozio il fiorito loro esercito, e però si avvisarono di cacciare i Franzesi dalla terra di Colorno. Sul principio di giugno con un grosso distaccamento si portaronocolà; disperata difesa fece quel presidio; sicchè tutti coloro o perderono la vita o restarono prigionieri. Ma senza paragone vi spesero gl'imperiali più sangue, essendovi rimasto ucciso il suddetto troppo ardito generale di Ligneville con altri uffiziali e molta lor gente. Videsi poi saccheggiata quella povera terra, senza perdonare nè ai luoghi sacri, nè alle delizie del palazzo e giardino de' duchi di Parma, le quali furono ivi per la maggior parte disperse od atterrate. Non riportò lode il principeLuigi di Wirtemberg, comandante allorapro interimdell'armata cesarea, perchè non s'inoltrasse con tutte le forze affine di stringere i Franzesi a Sacca. A lui bastò di mettere in Colorno due reggimenti. Ma nel dì 5 di giugno essendosi mosso il valoroso re di Sardegna con assai brigate sue e dei franzesi a quella volta, seguì una calda zuffa con vicendevole mortalità di gente; pure si trovarono obbligati i Tedeschi di abbandonare quel sito, oramai, ma troppo tardi, pentiti di avere comperato sì caro un acquisto che niun frutto e solamente molto danno loro produsse.

Da che fu ritornato da Padova ilmaresciallo di Mercy, non v'era chi non credesse imminente qualche gran fatto d'armi; ma con istupore d'ognuno egli si ritirò a San Martino del marchese estense a digerire la bile; e ciò perchè odiato dalla maggior parte degli uffiziali, come macellaio delle truppe, non avea trovato in essi l'ubbidienza dovuta. Se andassero bene con questi contrattempi gli affari dell'imperadore, sel può immaginare ciascuno. Placato in fine dopo molti giorni esso maresciallo, se ne tornò al campo, ed allora determinò di venire a giornata coi nemici. Sarebbe stato da desiderare ch'egli in sì pericoloso cimento fosse stato meglio servito dai suoi occhi, e che le misure da lui prese fossero state quali convengono ai più accorti generali di armate. Parve a non pochi mal conceputo disegno l'aver egli (giacchè troppo difficile era l'assalire ilcampo contrario nelle linee ben fortificate del fiume Parma) preso un giro al mezzogiorno della città di Parma, con intenzione di azzuffarsi all'occidente, dove di fortificazioni erano privi i Franzesi; ma senza far caso di lasciare esposto un fianco del suo esercito alle artiglierie della città, e del potere la guernigione di essa città tagliargli la ritirata, in caso di disgrazie. Ma egli era portato da una ferma credenza di sconfiggere i nemici; e il vero è che pensava di trovare i Franzesi nell'accampamento loro dietro alla Parma, e non già nel sito dove succedette dipoi il terribil conflitto. All'armata gallo-sarda non si trovava più ilmaresciallo di Villars, perchè la sua soverchia età gli avea siffattamente infiacchita la memoria, che ora dato un ordine, da lì a poco dimentico del primo, ne spediva un altro in contrario. Laonde, richiamato alla corte, s'inviò nel dì 27 di maggio alla volta di Torino, dove, sorpreso da malattia, diede fine ai suoi giorni, ma non già alla gloria di essere stato uno dei più sperti e rinomati condottieri d'armata dei giorni suoi. Anche il generalissimoCarlo Emmanuelere di Sardegna avea dato una scorsa a Torino, per visitar la regina caduta inferma. Ora, essendo restato al comando dell'esercito gallo-sardo i due marescialli diCoignye diBroglio, o sia che le spie portassero avviso dei movimenti degl'imperiali, o pure fosse accidente, mossero eglino il campo, per venire anch'essi al mezzo giorno, verisimilmente per coprire la città di Parma da ogni attentato.

All'improvviso dunque nella mattina del dì 29 di giugno, festa dei santi Pietro e Paolo, si scontrarono le due nemiche armate sulla strada maestra, o vogliam dire via Claudia, stendendosi i Franzesi dalla città fino per un miglio al luogo detto la Crocetta, ben difesi dagli alti fossi della medesima strada. Ancorchè si trovasse il Mercy inferiore di gente, per aver lasciato molti staccamenti indietro alla custodia dei passi, e tutta lafanteria non fosse peranche giunta, pure attaccò furiosamente la battaglia con istrage non lieve de' nemici. Costò anche gran sangue l'espugnazione d'una cassina; ma il peggio fu ch'egli stesso, col troppo esporsi alle palle degli avversarii, ne restò sì malamente colto, che sul campo spirò l'ultimo fiato. Non si sa se il funerale fosse poi accompagnato dalle lagrime di alcuno. Arrivata la fanteria tutta, crebbe maggiormente il fuoco, le morti e le ferite da ambe le parti, senza nondimeno che l'una passasse nei confini dell'altra. A cagione di tanti fossi ed alberi poco o nulla potè operare la copiosa cavalleria tedesca; e i soli fucili e i piccioli cannoni da campagna, ma non mai le sciabole e baionette, fecero l'orribil giuoco. Da molti fu creduto che il principeLuigi di Wirtemberg, rimasto comandante in capo dopo la morte del Mercy, non sapesse qual regolamento avesse preso il defunto generale, e però pensasse più alla difesa che all'offesa. Ed altri immaginarono che se fosse sopravvissuto il Mercy, egli avrebbe riportata vittoria, o sacrificata la maggior parte delle sue truppe. La conclusione fu, che questo sanguinoso combattimento durò fino alla notte, la quale pose fine al vicendevol macello; ed amendue l'armate rimasero nei loro campi a considerare e compiangere le loro perdite per tanti uffiziali e soldati o uccisi o feriti, senza sapere qual destino fosse toccato alla parte contraria. Non aspetti alcuno da me d'intendere a quante migliaia ascendesse il danno dell'una o dell'altra armata, insegnando la sperienza che ognuno si studia d'ingrandire il numero dei nemici e di sminuire il numero dei proprii. Calcolarono alcuni che almen dieci mila persone tra gli uni e gli altri restassero freddi sul campo. Quel ch'è certo, ciascuna delle parti nella notte, al trovare tanta copia di morti e feriti, si credette vinta; e si sa che i comandanti franzesi, tenuto consiglio, meditavano già di ritirarsi ai confini della Sacca e a decamparedai contorni di Parma; quando verso la mezza notte giunse la grata nuova che i Tedeschi, levato il campo, erano in viaggio per tornarsene verso il Reggiano. Snervati cotanto di gente si trovarono essi cesarei, e privi di vettovaglie e foraggi, e in vicinanza d'essa città nemica, che loro fu necessario di retrocedere. Era ferito anche lo stesso principe di Wirtemberg.

Videsi in questi tempi Parma tutta piena di Gallo-Sardi feriti, e una processione continua per due giorni sulla via Claudia di feriti tedeschi, non curati da alcuno, de' quali parte ancora nel viaggio andava mancando di vita: spettacolo compassionevole ed orrido a chi contemplava in essi l'umana miseria e i frutti amari dell'ambizion de' regnanti. Sul fine della battaglia per le poste, e con grave pericolo di cadere in mano dei cesarei, il re di Sardegna pervenne al campo. Fu creduto migliore consiglio il non inseguire i fuggitivi nemici, e nel dì seguente s'inviò buona parte dell'esercito gallo-sardo verso Guastalla per isloggiarne i Tedeschi. V'era dentro un presidio di mille e duecento persone, e per disattenzione dei comandanti cesarei niuno avviso fu loro inviato della succeduta catastrofe; laonde, trovandosi quella gente sprovveduta d'artiglierie, di munizioni e di viveri, fu obbligata di rendersi prigioniera. Giunse intanto l'esercito tedesco a passare il fiume Secchia, dopo aver lasciate funeste memorie di ruberie per dovunque passò; e a fin di mantenere la comunicazione colla Mirandola e col Mantovano, si diede tosto ad afforzarsi sugli argini dello stesso fiume; siccome parimente fecero i Franzesi nella parte di là, con aver posto il re di Sardegna il quartier generale a San Benedetto. Avea nella precedente primavera ilmaresciallo di Villarspensato a stendere la sua giurisdizione anche negli Stati di Modena, sì per assicurarsi di questa città e della sua cittadella, come anche per istendere le contribuzioni in questo paese:mestiere favorito dai monarchi della terra, e praticato tanto più indiscretamente da essi, quanto più son potenti e ricchi, senza distinguere paesi neutrali ed innocenti dai nemici. Nel dì 15 d'aprile comparve a Modena il marchese di Pezè, uffiziale franzese di gran credito ed eloquenza, che fece la dimanda d'essa cittadella in deposito a nome del re Cattolico. Per quante esibizioni facesse ilduca Rinaldodi sicurezze ch'egli guarderebbe quella fortezza senza darla ai nemici degli alleati, saldo stette il Pezè in esigere, e non men di lui il duca in negare sì fatta cessione. Andossene perciò senza aver nulla guadagnato quell'uffiziale, e il duca, a cagion di questo, guernì di qualche migliaio di sue milizie la cittadella predetta. Ma da che dopo la battaglia di Parma si trovarono sì infievoliti i cesarei, spedì il duca al campo gallo-sardo l'abbate Domenico Giacobazzi, oggidì consigliere di Stato e segretario ducale, ben persuaso di non poter più resistere alla tempesta, e desideroso di salvare quel più che potea nell'imminente naufragio. Disposte poscia il meglio che fu possibile le cose, nel dì 14 di luglio si ritirò il duca con tutta la sua famiglia a Bologna. Il principe ereditarioFrancescosuo figlio e la principessa consorte s'erano molto prima portati a Genova, e di là poi col tempo passarono amendue a Parigi.

Entrarono nel dì 13 i Franzesi in Reggio, e nel dì 20 del mese suddetto comparve alle porte di Modena ilmarchese di Maillebois, tenente generale di sua maestà Cristianissima, con buon distaccamento d'armati che accordò alla città e sue dipendenze un'onesta capitolazione, restando intatta la giurisdizione, dominio e rendite del duca, con altri patti in favore del popolo: patti di carta, che non durarono poi se non pochi giorni. Che intollerabili aggravii, che esorbitanti contribuzioni imponessero poscia i Franzesi agli Stati suddetti, non occorre ch'io lo ricordi, dopo averne assai parlato nelle Antichità Estensi. Divennero in oltre essiStati il teatro della guerra, tenendo i Cesarei la Mirandola e tutto il basso Modenese, e i Franzesi Modena, Reggio, Correggio e Carpi. Il fiume Secchia era quello che dividea le armate, le quali andarono godendo un dolce ozio sino alla metà di settembre, ma senza lasciarne godere un briciolo ai poveri abitanti. Al comando dell'armi imperiali era intanto stato inviato da Vienna il marescialloconte Giuseppe di Koningsegg, signore di gran senno, che tosto determinò di svegliare gli addormentati nemici. Trovavasi in questo tempo attendato a Quistello il maresciallo franzeseconte di Brogliocon parte dell'esercito, guardando i passi della Secchia. Con isforzate marcie e con gran silenzio sull'alba del dì 15 di esso settembre ecco comparire il nerbo maggiori degli Alemanni, valicar la poca acqua del fiume, sorprendere i picchetti avanzati, e poi dare improvvisamente addosso al campo franzese. Non ebbero tempo colti nel sonno i soldati di prendere l'armi, non che di ordinar le schiere. Solamente si pensò alle gambe. Fuggì in camicia il maresciallo di Broglio; e il signore di Caraman suo nipote, colonnello e brigadiere d'essa armata, essendosi opposto per facilitare al zio la ritirata, restò con altri uffiziali prigioniero. Andò a sacco tutto il campo, tende, bagagli, armi, munizioni, e le argenterie de' maggiori uffiziali. Era molto splendida e copiosa quella del conte di Broglio, la cui segreteria restò anch'essa in mano dei vincitori. Per questa disavventura fu da lì innanzi esso maresciallo, benchè personaggio di gran merito e mente, guardato di mal occhio alla corte di Francia, e col tempo si vide cadere. Rimasero per tale irruzione tagliati fuori molti corpi di Franzesi, che si renderono prigioni, altri ne furono presi a letto nel campo, tal che fu creduto, che tra morti e prigioni, vi perdessero i Franzesi da tre e forse più mila persone. Maggiore senza paragone sarebbe stata la perdita loro, se non si fossero sbandati i Tedeschi dietro al ricco spoglio del campo, e nonavessero trovato, allorchè presero ad inseguire i nemici, varie fosse e canali, custoditi da qualche truppa franzese, che ritardarono di troppo i lor passi. Ebbe tempo il re di Sardegna di ritirarsi colla sua gente da San Benedetto, conducendo seco cannoni e bagaglio, pizzicato nondimeno per viaggio. Solamente due battaglioni restati in quel monistero con altri Franzesi capitati colà, dopo avere ottenuti patti onesti, si renderono agl'imperiali.

Ridotto in fine con gran fretta tutto l'esercito gallo-sardo a Guastalla fuori di quella città, e fra i due argini del Po e del Crostolo vecchio, si diede con gran fretta a formare alti e forti trincieramenti; nel qual tempo furono anche abbandonati Carpi e Correggio dai presidii franzesi, che si ritirarono al grosso della lor armata. A quella volta del pari trasse tutto il cesareo esercito, e poco si stette a vedere un altro spaventevole fatto d'armi. Molto fu poi disputato se a questo nuovo conflitto si venisse per accidente o pure per risoluta volontà delmaresciallo di Koningsegg. Giudicarono alcuni che, per una scaramuccia insorta fra grosse partite, a poco a poco andasse crescendo l'impegno, tanto che in fine tutte le due armate entrarono in ballo. Pretesero altri che il Koningsegg, troppa fede prestando al principe di Virtemberg, asserente, come cosa certa, che la cavalleria gallo-sarda era passata oltre Po a cercar foraggi, determinasse di tentar la fortuna. Persona di credito mi assicurò, non altra intenzione avere avuto il generale cesareo, che di riconoscere il campo nemico; ma che, inoltratisi due o tre suoi reggimenti, vennero alle mani con un corpo di Franzesi: laonde la battaglia divenne a poco a poco universale. Usciti perciò dei loro trincieramenti i Franzesi in ordinanza di battaglia, nella mattina del dì 19 di settembre si azzuffarono i due possenti eserciti; e sulle prime due bei reggimenti di corazze cesaree, caduti in un'imboscata, rimasero quasi disfatti. Al primo avviso il re sardo, che si trovavadi là dal Po, corse a rinforzar l'armata colla sua cavalleria, e sempre colla spada alla mano in compagnia dei due marescialli di Coigny e di Broglio, attese a dar gli ordini opportuni, trovandosi coraggiosamente in mezzo ai maggiori pericoli. Giocarono in questo conflitto terribilmente le artiglierie d'ambe le parti, facendo squarci grandi nelle schiere opposte; le sciabole e baionette non istettero punto in ozio; e però sanguinosa oltremodo riuscì la pugna. Parve che il principeLuigi di Wirtembergandasse cercando la morte: tanto arditamente si spinse egli addosso ai nemici; e infatti restò ucciso sul campo. Ora piegarono i Franzesi ed ora i Tedeschi; ma in fine, chiarito il Koningsegg che non si potea rompere l'oste contraria, prese il partito di far sonare a raccolta, e di ritirarsi colla migliore ordinanza che fu possibile. Si disse che i Franzesi l'inseguissero per un tratto di strada, ma non è certo. A quanto montasse la perdita dell'una e dell'altra parte, resta tuttavia da sapersi. Indubitata cosa è che vi perì gran gente con molti insigni uffiziali di prima riga e subalterni, e maggior fu la copia de' feriti, la quale ascese a migliaia. Si attribuirono i Gallo-Sardi la vittoria, e non senza ragione, perchè restarono padroni del campo, di quattro stendardi e di qualche pezzo di cannone e i Savoiardi riportarono in trionfo un paio di timballi. Ebbe l'avvertenza il maresciallo cesareo, nello stesso bollore del poco prospero conflitto, di spedir ordine perchè si formasse o si armasse gagliardamente il ponte di comunicazione col Mantovano sul Po, e fu ben servito. Nè si dee tacere che ilmarchese di Maillebois, durante la battaglia suddetta, con tre mila cavalli di là dal Po corse per sorprendere Borgoforte, ed impedire la comunicazione del ponte; ma non fu a tempo, anzi ben ricevuto, non pensò che a tornarsene indietro.

Venne nei seguenti giorni a notizia dei Franzesi altro non trovarsi nella Mirandola che lo scarso presidio di trecentoAlemanni con poca artiglieria. Parve questo il tempo d'impadronirsene. Scelto per tale impresa il suddetto tenente generaleMaillebois, uomo di grande ardire ed attività, comparve sotto quella piazza con sei mila combattenti, con otto grossi pezzi d'artiglieria cavati da Modena, e con altri cannoni; e senza riguardi e cerimonie alzò tosto una batteria sul cammino coperto. Essendo poi corsa voce che dieci mila Tedeschi venivano a fargli una visita, con tutti i suoi arnesi fu presto a ritirarsi. Ma, scopertasi falsa questa voce, egli, più che mai voglioso e isperanzito di quell'acquisto, tornò sotto alla piazza, e con tutto vigore rinovò le offese. Fatta la breccia, si preparava già a scendere nella fossa, quando venne a sapere che il Koningsegg segretamente avea fatto sfilare alquante migliaia de' suoi a quella volta, e formato un ponte sul Po a questo effetto; però da saggio comandante nel dì 12 di ottobre sloggiò, e tal fu la fretta, che lasciò indietro tutta l'artiglieria. Niun'altra considerabile impresa fu fatta nel resto dell'anno, se non che ostinatosi il conte di Koningsegg di stare colla sua gente in campagna tra il Po e l'Oglio, gran tormento diede all'oste gallo-sarda obbligata a gravi patimenti, alloggiando e dormendo i poveri soldati non più sulla terra, ma sui fanghi e nell'acqua. Non soffrì il re di Sardegna che più durasse tanto affanno delle milizie, e decampato che ebbe, le ridusse ai quartieri di verno, ma sì mal concie, che, entrata fra loro un'epidemia, nei seguenti mesi sbrigò dai guai del mondo una parte di essi, e non solo essi, ma chiunque dei medici, chirurghi e cappellani che assisterono ad essi: come pur troppo si provò nella città di Modena. La ritirata loro aprì il campo ai Cesarei per passar l'Oglio, ed impadronirsi di Bozzolo, Viadana, Casal Maggiore ed altri luoghi. E al principe di SassoniaHildburgausenriuscì con finti cannoni di legno di far paura al comandante di Sabbioneta, che non ebbe difficoltà di renderla a patti onorevoli. Con tali impreseterminò nell'anno presente la campagna in Lombardia.

Ci chiama ora un'altra memorabile scena, parimente spettante a quest'anno e all'Italia. Siccome accennammo, era già stata presa nel gabinetto di Spagna la risoluzion di valersi del tempo propizio in cui si trovavano impegnate l'armi di Cesare al Reno e in Lombardia, per la conquista dei regni di Napoli e Sicilia. Ognun vedea che le mire degli Spagnuoli con tanti legni in mare, con tanta cavalleria e fanteria già pervenuta in Toscana, e che andava ogni dì più crescendo, tendevano a passar colà. Maggiormente ancora se ne avvide ilconte don Giulio Visconti, vicerè allora di Napoli, il quale bensì per tempo si accinse a far la possibile difesa, con fortificare spezialmente Gaeta e Capoa, e provvederle di gente e di tutto il bisognevole; ma, per trovarsi con forze troppo smilze a sì pericoloso cimento, con replicate lettere facea istanza di soccorsi alla corte di Vienna. Ne ricevè molte speranze; a riserva nondimeno di alquante reclute e di altre poche milizie che dal litorale austriaco e dalla Sicilia per mare andarono capitando colà, si sciolsero tutte in fumo le altre promesse. Il quartier generale dell'esercito spagnuolo, sotto la direzione delconte di Montemar, nel gennaio di quest'anno era in Siena. A quella volta si mosse da Parma anche il realinfante don Carlo; ed essendo nel dì 5 di febbraio passato in vicinanza di Modena, salutato con salva reale dalla cittadella, arrivò poi nel dì 10 felicemente a Firenze. Portò egli seco gli arredi più preziosi dei palazzi Farnesi di Parma e Piacenza, ben prevedendo che gli si preparava un più magnifico alloggio in altre parti. Anche ilduca di Liria, raccolte le truppe spagnuole ch'erano sparse negli Stati del duca di Modena, e abbandonata la Mirandola, andò ad unirsi all'esercito sul sanese. Da che sul fine di febbraio si fu messo alla testa di sì bella e poderosa armata esso reale infante, tutti si mossero alla volta di Roma, e nel dì 15 passaronosopra un preparato ponte il Tevere. Nello stesso tempo per mare capitò a Cività vecchia la numerosa flotta di Spagna, ed otto navi di essa, veleggiando oltre, nel dì 20 s'impossessarono delle isole di Procida ed Ischia. Furono sparsi per Napoli e pel regno manifesti che promettevano per parte dell'infante diminuzion di aggravii, e privilegii e perdono a chi in addietro avea tenuto il partito imperiale contro la corona di Spagna.

Stavano intanto speculando i satrapi della politica se gli Spagnuoli troverebbero opposizioni ai confini. Niuna ne trovarono, e però avendo essi declinata Capoa, e passato il Volturno, giunsero a sant'Angelo di Rocca Canina. Era stata su questo disputa fra i due generali,CaraffaItaliano eTraunTedesco. Pretendeva l'uno d'essi, cioè il primo, che tornasse più il conto a sguernire le piazze di presidii, e raccolta tutta la gente di armi alemanna, doversi formare un'armata che andasse a fronte della nemica, per tentare una battaglia. Succedendo questa felicemente, pareva in salvo il regno. All'incontro, col difendere i soli luoghi forti, Napoli era perduta; e chi ha la capitale, in breve ha il resto. Sosteneva per lo contrario il conte Traun il tener divise le soldatesche nelle fortezze; perchè, venendo i promessi soccorsi di venti mila armati dalla Germania, Napoli si sarebbe felicemente ricuperata. Prevalse quest'ultimo sentimento, e fu la rovina de' cesarei, che niun rinforzo riceverono, e perderono tutto. Dopo la disgrazia fu chiamato in Vienna il generale Caraffa, fedele ed onoratissimo signore, imputato di non aver ben servito l'augusto padrone. Andò egli ma non gli fu permesso di entrare in Vienna, nè di parlare a sua maestà cesarea. Per altro, portò egli seco le chiare sue giustificazioni. Fu detto che l'imperadore con sua lettera gli avesse ordinato di raunar la gente, e di venire ad un fatto d'armi, e che altra lettera del consiglio di guerra sopraggiunse conordine tutto contrario. Avea il contedon Giulio Viscontivicerè preventivamente inviata a Roma la moglie col meglio dei suoi mobili, e a Gaeta le scritture più importanti; ed egli stesso dipoi prese la strada di Avellino e Barletta, per non essere spettatore della inevitabil rivoluzione di Napoli, che tutta era in iscompiglio, e che scrisse a Vienna le scuse e discolpe della sua fedeltà, se sprovveduta di chi la sostenesse, era forzata a cedere ad un principe che si accostava con esercito sì potente per terra e per mare. Giunto pertanto nel dì 9 d'aprile il reale infante coll'oste sua a Maddalori, lungi quattordici miglia da Napoli, vennero i deputati ed eletti di quella real città ad inchinarlo, e a presentargli le chiavi, coprendosi come grandi di Spagna, secondo il privilegio di quella metropoli. Nel seguente dì 10 fu spedito un distaccamento di tre mila Spagnuoli, che pacificamente entrarono in Napoli, e l'infante passò alla città d'Aversa, fissando ivi il suo quartiere, finattantochè si fossero ridotte all'ubbidienza le fortezze della capitale. Contra di queste, preparati che furono tutti gli arnesi, si diede principio alle ostilità. Nel dì 25 si arrendè il castello Sant'Ermo, con restare prigioniera la guernigione tedesca di secento venti persone. Due giorni prima anche l'altra di Baia, dopo aver sentite alquante cannonate, si rendè a discrezione. Consisteva in secento sessanta soldati. Il castello dell'Uovo durò sino al dì 5 di maggio, in cui quel presidio, esposta bandiera bianca, restò al pari degli altri prigioniero. Altrettanto fece nel dì 6 d'esso mese Castel Nuovo.

Dappoichè fu libera dagli Austriaci la città di Napoli, vi fece il suo solenne ingresso nel dì 10 di maggio l'infante realedon Carlofra le incessanti allegrie ed acclamazioni di quel gran popolo. Nobili fuochi di gioia nelle sere seguenti attestarono la contentezza d'ognuno, ben prevedendo che questo amabil principe, così ornato di pietà e tanto inclinato allaclemenza, avea da portar quella corona in capo. In fatti nel dì 15 d'esso maggio giunse corriere di Spagna col decreto, in cui il Cattolico monarcaFilippo Vdichiarava questo suo figlio re dell'una e dell'altra Sicilia: avviso, che fece raddoppiar le feste ed allegrezze di un popolo non avvezzo da più di ducento anni ad avere re proprio. Tutti i saggi riconobbero quale indicibil vantaggio sia l'aver corte e re o principe proprio. Trovavansi in Bari già adunati circa sette mila soldati cesarei. Poichè voce si sparse che sei mila Croati aveano da venire ad unirsi a questa piccola armata, il capitan generale spagnuolo, cioè ilconte di Montemar, a fin di prevenire il loro arrivo, col meglio dell'esercito suo, facendolo marciare a grandi giornate, corse anch'egli a quelle parti. Nel dì 27 di maggio trovò egli quella gente in vicinanza di Bitonto in ordine di battaglia, e tosto attaccò la zuffa con essi. Ma quella non fu zuffa, perchè subito si disordinarono e diedero alle gambe gl'Italiani, che erano i più, e furono seguitati dagli Alemanni. La maggior parte restò presa, e gli altri si salvarono in Bari. Non si potè poi cavar di testa alla gente che ilprincipe di Belmontemarchese di San Vincenzo, comandante di quel corpo di truppe, non avesse prima acconciati i suoi affari con gli Spagnuoli, giacchè da lì a non molto fu osservato ben visto e favorito da loro. Anche gli abitanti di Lecce, mossa sollevazione, presero quanti Tedeschi si trovarono in quella contrada. In riconoscenza dei rilevanti servigi prestati al nuovo re di Napoli, fu il conte di Montemar dichiarato duca di Bitonto, e comandante de' castelli di Napoli con pensione annua di cinquanta mila ducati. Impadronironsi poscia gli Spagnuoli di Brindisi e di Pescara, con restar prigioni di guerra quei presidii. Ma ciò che più stava loro a cuore, era la città di Gaeta, piazza di gran polso, e ben provveduta di gente, viveri e munizioni per la difesa. Nel dì 31 di luglio si portò per mare colà il giovine redon Carlo, ed allora l'esercito aprì la trinciera. A tale assedio comparve ancheCarlo Odoardoprincipe di Galles, primogenito del cattolico reGiacomo III Stuardo, che fu accolto dal re di Napoli con dimostrazioni di distinta stima ed amore. Ma quella forte piazza, con istupore di ognuno, non resistè che pochi giorni alle batterie nemiche, e nel dì 7 d'agosto la guernigione tedesca cedette il posto alla spagnuola. Perchè quegli abitanti ricusarono di venire ad un accordo col generale dell'artiglieria, videro trasportate a Napoli tutte le lor campane, essendone restate solamente alcune picciole in due o tre conventi. Bella legge, che è questa, di punir le innocenti chiese con sì barbaro spoglio! Ciò fatto, si fecero tutte le disposizioni necessarie per passare alla conquista della Sicilia.

Nel dì 25 d'esso mese d'agosto essendosi imbarcato il capitan generale conte di Montemar, mise alla vela il gran convoglio, numeroso di circa trecento tartane, cinque galee, cinque navi da guerra, due palandre, e molti altri legni minori. In vicinanza di Palermo approdò felicemente sul fine del mese quella flotta, laonde il senato di quella metropoli, siccome privo di difensori, non tardò a far colà la sua comparsa, per attestare l'ossequio di quel popolo alla real famiglia di Spagna. Addobbi insigni, strepitose acclamazioni solennizzarono nel dì 2 di settembre l'ingresso in Palermo del suddetto Montemar di già dichiarato vicerè di Sicilia. Passò egli dipoi col forte dell'armata a Messina, i cui cittadini aveano già ottenuta licenza di rendersi, giacchèil principe di Lobcovitzcomandante avea ritirati i presidii dai castelli di Matagriffone, Castellazzo e Taormina, per difendere il solo castello di Gonzaga e la cittadella. Ma poco stette a rendersi esso castello di Gonzaga con quattrocento uomini, che rimasero prigionieri; però tutto lo sforzo degli Spagnuoli si rivolse contro la sola cittadella, difesa con indicibil valore do quella guernigione. Trapani eSiracusa furono nello stesso tempo assediate. Altro più non restava nel regno di Napoli che la città di Capoa, ricusante di sottomettersi all'armi di Spagna. Entro v'era il generalconte Traun, che si sostenne sempre con gran vigore, e sovente si lasciava vedere ai nemici con delle sortite. Una d'esse fece ben dello strepito, perchè essendosi per le pioggie ingrossato il fiume Volturno, e rimasti tagliati fuori circa mille Spagnuoli, perchè senza comunicazione col loro campo; il Traun uscito con quasi tutta la guernigione, e con dei piccioli cannoni coperti sopra delle carra, parte ne stese morti sul suolo, altri ne fece prigionieri. Ma in fine niuna speranza rimanendo di soccorso, e volendo esso generale salvare il presidio, capitolò la resa di quella città e castello nel dì 22 d'ottobre, se in termine di sei giorni non gli veniva aiuto, o non fosse seguito qualche armistizio, con altre condizioni. Però, venuto il termine, furono scortati questi Alemanni sino a Manfredonia e Bari, per essere trasportati a Trieste. Ed ecco tutto il regno di Napoli all'ubbidienza delre Carlo, a cui nel presente anno si videro di tanto in tanto arrivar nuovi rinforzi di gente, munizioni e danaro. Fra tanti soldati fatti prigionieri nei regni di Napoli e Sicilia, la maggior parte degli Italiani, ed anche molti Tedeschi si arrolarono nell'esercito spagnuolo. Ma perciocchè essi Alemanni, tosto che se la vedevano bella, disertavano, fu preso il partito d'inviarne una parte degli arrolati e il resto dei prigioni in Ispagna. Di là poi furono trasportati in Africa nella piazza d'Orano, dove trovarono un gran fosso da passare, se più veniva lor voglia di disertare.

Maggiormente si riaccese in questo anno la ribellion de' Corsi, dove quella brava gente, già impadronitasi di Corte, sul fine di febbraio diede una rotta al presidio genovese uscito della Bastia, e nel dì 29 di marzo sconfisse un altro corpo d'essi Genovesi. Continuarono poi nel resto dell'anno le sollevazioni e leazioni militari con varia fortuna in quell'isola. Roma vide in questi tempi per la protezion di Vienna, e per lo sborso di trenta mila scudi, alquanto migliorata la condizione delcardinal Coscia, che restò liberato dalle censure già promulgate contra di lui, ma non già dalla prigionia di castello Sant'Angelo. Un insigne regalo fece il ponteficeClemente XIIal Campidoglio, con ordinare il trasporto colà della bella raccolta di statue antiche fatta dal cardinaleAlessandro Albani, ed acquistata dalla santità sua col prezzo di sessantasei mila scudi. Ma nel dì 6 maggio si trovò tutta in conquasso essa città di Roma, per essersi verso il mezzo dì attaccato il fuoco ad un castello di legnami sulle sponde del Tevere, dirimpetto al quartiere di Ripetta e alla piazza dell'Oca. Spirava un gagliardo vento, che di mano in mano andò portando le fiamme agli altri castelli circonvicini, e ad alcuni pochi magazzini di legna, e alle case di quasi tutta quell'isola; di maniera che circa quattro mila persone rimasero senza abitazione, e vi perderono i loro mobili. Per troncare il corso a sì spaventoso incendio, fu di mestieri trasportar colà alcuni cannoni da castello Sant'Angelo, che, atterrando varie case, non permisero al fuoco di maggiormente inoltrare i suoi passi. Guai se penetrava agli altri magazzini di fieno e di legna. Incredibile fu il danno, non minore lo spavento. Fece il benefico papa distribuir tosto due mila scudi a quella povera gente. Nell'anno presente, siccome vedemmo, provò l'augusta casa d'Austria in Italia tante percosse, e nè pure in Germania potè esentarsi da altre disavventure per la troppa superiorità dell'armi franzesi. In questo bisogno di Cesare l'ormai vecchio principeEugenio di Savoiaripigliò l'usbergo, e passò con quelle forze che potè raunare a sostener le linee di Erlingen. Quand'ecco due possenti eserciti franzesi, l'uno condotto dai marescialli e duchi diBervicheNoaglies, e l'altro dal marchese d'Asfeld, che quasiil presero in mezzo. Gran lode riportò il principe per la stessa sua ritirata, fatta da maestro di guerra, perchè seppe mettere in salvo le artiglierie e bagagli, e mostrando di voler cimentarsi, saggiamente si ridusse in salvo senza alcun cimento con tutti i suoi. Fu poi assediata l'importante fortezza di Filisburgo dai Franzesi, e con sì fatti trincieramenti circonvallata, che, ritornato il principe con oste poderosa per darle soccorso, altro non potè fare che essere come spettatore della resa d'essa nei dì 21 di luglio. Gran gente costò ai Franzesi lo acquisto di quella piazza, e fra gli altri molti uffiziali vi lasciò la vita il suddettoduca di Bervichdella real casa Stuarda, uno dei più grandi e rinomati condottieri d'armate de' giorni suoi. Una palla di cannone privò la Francia di sì accreditato generale. Niun'altra considerabile impresa seguì poscia nell'anno presente in quelle parti, nulla avendo voluto azzardare il principe Eugenio, a cagion degli infausti successi dell'armi cesaree in Italia. E tal fine con tante vicende ebbe l'anno presente, in cui con occhio tranquillo stettero Inglesi ed Olandesi mirando i deliquii dell'augusta casa d'Austria, quasichè nulla importasse loro il sempre maggiore ingrandimento della real casa di Borbone. Col tempo se n'ebbero a pentire.


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